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domenica 13 dicembre 2015

STORIA DEL PROFUMO

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Il profumo pervade la storia e la cultura dell’uomo da quasi sette millenni. Presso tutti i popoli ha svolto due funzioni, religiosa e profana: il termine “profumo” viene dal latino - per fumum - che significa letteralmente “attraverso il fumo” dal momento che i primi profumi consistevano in aromi bruciati, come l’incenso, in offerta agli dei e agli antenati.

L’arte di miscelare gli aromi, originari del Medio Oriente, si diffonde verso Occidente, in Grecia e a Roma con le campagne militari di Alessandro Magno, prima di conquistare l’Asia grazie alla mediazione dei mercanti arabi e di ritornare poi in Europa al tempo delle Crociate, chiudendo così un cerchio che lega in modo sottile e profumato usi e costumi dell’uomo in tutto il mondo.

Non sempre si conoscono i segreti per scegliere una fragranza o per utilizzare al meglio il profumo come arma di seduzione. Nella scelta di una fragranza sono molto importanti alcune caratteristiche: bisogna considerare il metabolismo di chi lo porta, l'ora del giorno in cui si utilizza e per le donne, il periodo del mese, in quanto a seconda dell'acidità della pelle, lo stesso profumo su persone diverse può cambiare fino a diventare irriconoscibile.
Per accentuare una fragranza, importante è soprattutto il calore: ecco perché si consiglia di applicarla sulla parte interna del polso, ai lobi delle orecchie, sulla nuca, alle tempie, fra i seni, nell'incavo del braccio e delle ginocchia, zone in cui il sangue arriva più in superficie e quindi più calde.
Occorre sapere anche che i profumi svolgono un'influenza positiva sul nostro umore e possono avere una funzione terapeutica in quanto alcune essenze esplicano effetti antidepressivi e stimolanti (tra queste il bergamotto, il limone, il pino, la lavanda, la menta, il basilico, the verde) o sedativi (tra cui la camomilla, la rosa, il geranio, aloe).
E' stato dimostrato, inoltre, che i due sessi subiscono l'attrazione più col naso che con gli occhi. Lo stimolo visivo è un impulso possente, ma solo nella fase iniziale. Infatti, poi, è messo alla prova dalle narici: quello che prima attirava la vista, può divenire oggetto di repulsione attraverso l'odore. L'attrazione sembrerebbe infatti essere conferita da alcuni geni che si trovano sul braccio corto del cromosoma 6 e che sono responsabili dell'odore personale. L'odore corporeo tuttavia si modifica nel corso degli anni, raggiunge il massimo della particolarità nell'età della pubertà.
Un odore esercita attrazione per alcune persone e repulsione per altre; gli odori influenzano le nostre relazioni, ci scoraggiano o al contrario ci lanciano verso una direzione piuttosto che un'altra. Basta pensare a quanto gli odori sgradevoli ci fanno cambiare idea su una persona, a quanto la nostra tensione erotica si affievolisce o peggio svanisce in presenza di olezzi non graditi. È proprio su questo che le case di cosmetici e profumi fanno leva: non producono tanto ciò che è piacevole quanto ciò che eccita, attrae e aiuta.
Partendo da queste considerazioni, nel 2003, un team scientifico statunitense, diretto dal ricercatore Adam Anderson, utilizzando la risonanza magnetica, ha scoperto che c'è una diversità tra il piacere determinato da un profumo e la sua intensità: si è appurato che la corteccia orbitofrontale, la meta finale dove i segnali olfattivi diventano consapevoli, presiede al fatto che un'essenza sia di proprio gusto o meno, mentre l'amigdala (il piccolo nucleo del cervello umano deputato all'elaborazioni delle esperienze emotive trascorse) avverte l'intensità dello stimolo e si attiva indipendentemente dalla sua gradevolezza.
In più, una fragranza piace a dispetto di altre, perché la risposta olfattiva è quasi sempre filtrata dalla memoria delle esperienze precedenti. Dipende, quindi, da quali esperienze ricordano e dal tipo di associazione che in passato ha legato quel particolare suggerimento olfattivo ad un episodio significativo. Un abbandono affettivo può dar luogo ad un profondo malessere se nell'aria si avverte il profumo preferito dall'ex partner.



Il profumo è molto di più di una sostanza materiale inanimata. E' una specie di"genio buono" che permette di compiere sette grandi tipi di sogni:

Mette in rapporto con gli dei, con lo spirituale.
E' il profumo dell'Eden come scrive Maometto "Dove gli uomini gioiscono di una vita piena di piacere, dove fanciulle li accolgono agitando sciarpe profumate". Il profumo dei riti sacri, il profumo delle imbalsamazioni, delle offerte, ecc.

La funzione eleganza.
Il profumo eleva, è aristocratico, ma è anche segno di benessere. Profumo bijoux, profumo scrigno, profumo che permette di affermare la differenza.

La funzione seduzione.
Il profumo è ritenuto il più forte artefice di seduzione, come l'Eau de Hongrie che permise alla regina di Ungheria, a 70 anni, di sedurre il re di Polonia, secondo quanto racconta la storia.

La funzione piacere.
Il profumo dona estasi, piacere. Il profumo , come dice Honais in Madame Bovary " sorprende l'intelletto e provoca estasi".

La funzione vitalità.
Il profumo dà forza, è l'unguento profumato che dava vigore e fiducia agli atleti greci dell'antichità. Profumo purificatore che si bruciava durante la peste. Profumo che protegge dagli altri.

La funzione identità.
Il profumo dà a chi lo indossa un'identità, un carattere, un secondo nome di battesimo. La scia del profumo evoca in voi la presenza di una persona anche quando essa non c'è.

La funzione evasione.
Il profumo ricorda luoghi distanti, momenti passati, contrade lontane, permette di fuggire.

Il profumo si crea un po' come un quadro o una composizione musicale. Esso non è un semplice "cocktail" di odori mescolati da un chimico. Come non è sufficiente mescolare dei colori per fare un quadro.
Il profumo è creato all'origine da un artista che cerca di esprimere e far provare agli altri un'emozione personale. La creazione di un profumo dipende, come tutte le opere artistiche, dall'immaginazione creativa del suo compositore. Egli è spesso chiamato familiarmente "naso";in realtà lavora soprattutto con il cervello che gli fa ricordare e riconoscere fino a 3500 odori diversi.
Ecco che cos'ha scritto uno dei grandi creatori attuali:"un compositore sente in anticipo il profumo che non c'è ancora, e che si propone di creare". Egli parte quindi dall'idea,come un pittore parte da una visione prima di prendere pennelli e colori per creare un quadro. Quest'idea è spesso il ricordo di un odore straordinario che ha sentito un giorno e che gli ha fatto provare un'emozione. Il compositore cerca dunque, e questa è la cosa più difficile, di tradurre quest'idea, questo ricordo, questa emozione in quello che diventerà un profumo. Ma prima di arrivare, quanta pazienza, quanti tentativi, quanti abbozzi abbandonati. Occorrono migliaia di prove successive prima di arrivare alla formula definitiva. Per questo, la creazione di un profumo richiede, oltre all'ispirazione, anni di ricerca e di messe a punto.

Presso le civiltà antiche le fumigazioni erano praticate a fini sacri, per inviare messaggi al cielo, come vettori delle orazioni rivolte agli dei o alle persone care scomparse. Ancora oggi costituiscono un supporto per la preghiera, per la meditazione e come pratica purificatrice in tutti i maggiori culti religiosi. L'esecuzione della fumigazione è tutt'oggi alla base della moderna aromaterapia.
Non si può datare con certezza la nascita del profumo, anche se l'archeologia ci fa sapere che accanto all'utilizzo del profumo come intermediario fra l'uomo e gli dei, quasi subito esso fu usato come strumento di seduzione e per la cura del corpo.
Alcune ricerche condotte a Pyrgos, nell'isola di Cipro, hanno scoperto quella che si crede la più antica fabbrica di profumi del Mediterraneo. Durante gli scavi, iniziati nel 1997 e durati otto anni, sono stati rinvenuti reperti risalenti al XX secolo a.C. di una fabbrica adibita alla produzione d'olio d'oliva e al suo impiego nei settori cosmetico, medico-farmaceutico e tessile. La varietà delle essenze messe sul mercato dalla "preistorica ditta" era davvero ampia per quei tempi: mirto, lavanda, cinnamo, rosmarino, origano, alloro, coriandolo, prezzemolo, mandorla amara, camomilla e anice.

E' l'antico Egitto, però, a fornirci la prima vera testimonianza dell'utilizzo del profumo. Qui il profumo è sempre presente nei templi e nei rituali religiosi: purifica il corpo e la mente della persona in vita ed è parte integrante del rito dell'imbalsamazione dei defunti. Per gli egizi i profumi sono soprattutto l'emanazione del "sudore divino", ciò che unisce il popolo alle divinità.
Al significato magico-sacrale se ne somma poi uno più profano, legato all'arte del sedurre. Le donne egizie si spalmavano sul corpo balsami e oli profumati, distribuivano sui capelli pomate aromatiche. La regina Cleopatra esaltava il proprio fascino e la propria bellezza con unguenti e oli profumati. Fu lei ad accogliere Marco Antonio, al loro primo incontro d'amore, in una stanza cosparsa di petali di rosa dove bruciavano incensi ed erbe aromatiche.
Il profumo più utilizzato dai faraoni e dalle loro consorti è il Kyphi, un composto formato anche da più di cinquanta essenze. Plutarco scrisse che il Kyphi aveva il potere di «favorire il sonno, aiutare a fare dei bei sogni, rilassare, spazzare via le preoccupazioni quotidiane, dare un senso di pace».
Tra i numerosi ingredienti utilizzati in questa antica fragranza, erano presenti il pistacchio, la menta, la cannella, il ginepro, l'incenso e la mirra. L'incenso (Boswellia sacra) e la mirra (che si ricava dalla Commiphora burseraceae) erano le due resine più note nell'antichità.
Accanto al valore religioso e sociale, i profumi nell'antico Egitto assunsero anche un rilievo diplomatico: le essenze profumate erano molto preziose e i faraoni ne facevano dono ai sovrani alleati.
Più tardi i profumi entrarono nell'uso quotidiano anche di nobili, funzionari e cortigiani. Fu così che gli schiavi ebrei vennero a conoscenza di alcune formule, dedicandosi, una volta liberi, alla produzione e al commercio di questi prodotti aromatici. Tuttavia, presso il popolo ebraico l'utilizzo delle essenze profumate era già diffuso. Anzi, nella mistica ebraica l'odorato è descritto come l'unico senso che dà piacere all'anima, mentre tutti gli altri sensi danno il piacere al corpo: quindi il profumo avvicina a Dio, ma è anche segno di onore e di riconoscenza.



Il ruolo sacro dei profumi è definito nelle Sacre Scritture, in particolare nel Libro dell'Esodo. Dio aveva ordinato di costruire un altare sul quale offrirgli profumi. «Il Signore dice a Mosè: "Procurati balsami: storace, onice, galbano come balsami e incenso puro: il tutto in parti uguali. Farai con essi un profumo da bruciare, una composizione aromatica secondo l'arte del profumiere. Ne ridurrai una parte in minutissima polvere, e ne porrai davanti alla Testimonianza nella tenda di convegno, dove io m'incontrerò con te. Cosa santissima sarà da voi ritenuta» (Es. 30, 34-36).
Nel Tempio di Gerusalemme l'offerta dei profumi aveva un ruolo predominante. Allo Yom Kippùr (la ricorrenza religiosa ebraica che celebra il giorno dell'espiazione), il Sommo Sacerdote entrava nel Santo dei Santi (il luogo dove si trova la Torah, il rotolo della Legge) con il turibolo dei profumi da bruciare, i timiati, composti da una mistura a base d'incenso.
Presso gli Ebrei il profumo è utilizzato sotto forma di preparati unguentarii (detti puk), di oli profumati, di polveri e di sacchetti di erbe aromatiche portati addosso o messi fra i vestiti.
Un'altra testimonianza la troviamo nel Vangelo: «Poiché era nato Gesù a Betlemme di Giudea, ai tempi del re Erode, ecco che dei Magi venuti dall'Oriente arrivarono a Gerusalemme. Entrando nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre, e, prostrati, lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra» (Mt. 2, 11). Tre dunque sono i doni che gli astrologi babilonesi offrirono al Cristo: l'oro che si dona ai re, l'incenso un omaggio a Dio, la mirra - aroma funerario - un riferimento alle sue qualità umane.

L'arte di miscelare gli aromi si diffuse anche in Occidente, in Grecia e a Roma. Fin dall'epoca Cretomicenea (1500 a.C.), i Greci credevano nell'esistenza di esseri divini rivelati dagli aromi e dai profumi.
Malgrado il veto morale di Socrate, i profumi erano talmente apprezzati da essere considerati creazione degli stessi dei. Per questo, presso questo popolo, accanto all'importanza delle essenze profumante nelle celebrazioni del culto, il profumo era legato a tutti i passaggi della vita: la nascita, il matrimonio, la morte erano tutte accompagnate da fumigazioni e unzioni profumate dalle virtù purificatrici e sacre.
I Greci sono passati alla storia anche per il culto della bellezza plastica e della conseguente cura per l'igiene del corpo. L'importanza attribuita al profumo è confermata dal famoso Trattato degli odori di Teofrasto (discepolo prediletto di Aristotele), testo base della profumeria antica. Già in quest'epoca si scoprono le virtù terapeutiche degli euodia, gli odori buoni. Per esempio, i Greci credevano che cingere il capo con coroncine di rose o di mirto mitigasse le emicranie, in particolare quelle provocate da eccessive libagioni. Ippocrate esaltò dei rimedi a base di salvia, di malva e di cumino somministrati sotto forma di suffumigi, frizioni e bagni.
Tra le preparazioni profumate degli antichi Greci ricordiamo il kipros, a base di menta e bergamotto, e il susinon a base di giglio.
Anche i Romani, da principio avversi a queste frivolezze, furono contagiati dall'amore per i profumi e gli unguenti. Inizialmente legati al culto religioso, le essenze profumate passarono all'uso personale o d'ambiente: i Romani preparavano unguenti, acque aromatiche, profumi, pastiglie e polveri odorose. Dalla Repubblica all'Impero, i profumi conobbero un successo formidabile, a tal punto che, come racconta Petronio nel Satyricon, i banchetti erano vere e proprie "orge olfattive".
Caduto l'Impero Romano, in Europa l'arte della profumeria conobbe un periodo di decadenza. Questo si deve anche al Cristianesimo che, con i suoi austeri costumi, riservò la pratica dell'uso delle essenze profumate al solo culto religioso. Sarà solo nel XIII secolo, alla fine delle Crociate, che il profumo farà ritorno stabilmente in Europa.

Ma fu in Oriente che il commercio di aromi e spezie conobbe un grande sviluppo. La scoperta dell'arte della distillazione dà un enorme impulso al mercato dei profumi. Gli Arabi non sono gli inventori di questa tecnica ma l'hanno raffinata e diffusa.
Nel X secolo, il celebre medico arabo Avicenna scoprì come distillare l'Acqua di rose dai petali della rosa centifolia. Non solo, nelle sue opere citò spesso nuove lozioni aromatiche e oli profumati. Tuttavia non si trattava ancora di soluzioni alcoliche, in quanto l'alcol era proibito dal Corano. Fu l'Istituto Superiore delle Scienze di Salerno, intorno all'anno Mille, a sostituire l'olio con l'alcol come eccipiente del profumo.
I Greci distillavano utilizzando l'àmbix (il vaso o la coppa forniti di un piccolo canale), gli arabi aggiunsero l'articolo è lo strumento divenne al-ambicco (al-ibniq).
I monaci benedettini al seguito delle armate cristiane in Terra Santa, carpirono dai
manoscritti arabi i segreti della distillazione. I testi trafugati furono tradotti in latino presso le scuole di Salerno e Santiago di Compostela e da queste scuole uscirono i primi mastri distillatori (di essenze, ma anche di bevande). Grazie alle Crociate si importano dall'Oriente anche aromi ed essenze nuove.
Il primo profumo moderno in soluzione alcolica fu preparato in Ungheria nel 1370 da un monaco esperto di chimica. Il profumo, noto come Eau de Hongrie ("Acqua Ungherese"), era un estratto di rosmarino, timo e lavanda. La regina Elisabetta d'Ungheria si vantava, grazie ai poteri di questo profumo, di essere riuscita a sedurre a settant'anni il re di Polonia.
Nel Rinascimento l'arte della profumeria si sviluppò ulteriormente: la chimica sostituì definitivamente l'alchimia migliorando la distillazione e la qualità delle essenze.
I grandi profumieri del Rinascimento erano spagnoli e italiani. I primi avevano ereditato la loro scienza dagli arabi, i secondi avevano approfittato della ricchezza della penisola e del gusto dell'aristocrazia per i profumi per arricchirsi attraverso il commercio delle essenze e per esportare all'estero la tecnica dei profumieri.
Quando Caterina de' Medici giunse in Francia per sposare il Duca d'Orléans, il futuro re Enrico II, portò con se dall'Italia il suo profumiere Renato Bianco (poi francesizzato in René Le Florentin). Egli aprì una bottega a Parigi diventando famosissimo tra l'aristocrazia parigina.
Anche la pratica di non lavarsi (l'acqua era ritenuta un veicolo di contagio per le malattie), amplificò l'uso dei profumi. L'apparenza inizia a giocare un ruolo più importante della pulizia. Le essenze profumate prendono il posto dell'igiene personale per vincere i cattivi odori e nascondere la sporcizia.
Molto in voga, in questo periodo, anche la profumeria secca per usi diversi: polveri per sacchetti da mettere sotto le gonne, per il viso, per la parrucca, commercializzata alla rinfusa in grandi scatole dai decori raffinati.

Nel 1600 nasce l'Acqua di Colonia. Secondo alcuni, suo "inventore" fu Gian Paolo Feminis, originario di Santa Maria Maggiore, cittadina della Val Vigezzo (nell'attuale provincia del Verbano Cusio Ossola). Originariamente venditore ambulante, Feminis inventa e produce una sostanza che, a suo dire, guarisce tutti i mali. Si chiama Aqua Mirabilis. Trasferitosi a Colonia, in Germania, questo liquido diventa Acqua di Colonia. Secondo altri, a "inventare" questa essenza fu un altro italiano, Giovanni Maria Farina, anche lui della Val Vigezzo. La formula messa a punto dal Farina comprende una trentina di essenza, tra cui limone, cedro, arancia, pompelmo, lavanda, timo e rosmarino.
Una vera rivoluzione nel campo della pulizia personale avvenne verso la fine dell'Ottocento quando Louis Pasteur (1822-1895), padre della microbiologia, scoprì l'esistenza dei batteri. Ne derivò una forte spinta all'igiene personale e venne meno l'esigenza di ricorrere a fragranze grevi. Si passò quindi dalla necessità di occultare i cattivi odori al desiderio di profumi più dolci e meno aggressivi.
La Rivoluzione Francese arrecherà un colpo terribile alla profumeria. Nonostante la creazione di fragranze dai nomi evocativi, come "Profumo alla ghigliottina" e "Alla Nazione", le essenze profumate sono sinonimo di aristocrazia.
Nel 1778 nasce a Milano la Casa di Profumo, Saponi e articoli per toletta Angelo Migone & C., che produce beni profumati e per la cura della persona. Cesserà di esistere solo negli anni Cinquanta del XX secolo, vittima di una politica aziendale troppo ancorata a vecchie produzioni.
Nel XIX secolo l'abolizione degli editti corporativi e la liberalizzazione del commercio permettono di segnare una tappa decisiva nella produzione del profumo. In questo periodo entra in scena il famoso marchio Guerlain. Nel 1828 Pierre Francois Pascal Guerlain apre la sua prima maison di profumeria a Parigi, che offre eau de toilette, saponi, preparazioni termali, aceti aromatici, creme e pomate di ogni tipo.



Nell'Ottocento una scoperta rivoluziona il mondo dei profumi: la sintesi dell'urea, ottenuta da Friedrich Wöhler nel 1828. Questa scoperta dà l'avvio alla chimica organica, contribuendo all'evoluzione della profumeria attraverso l'utilizzo degli aldeidi. Quest'ultimi sono degli elementi sintetici che aumentano all'infinito la possibilità di disporre di diverse profumazioni. Componenti naturali e prodotti di sintesi sono poi uniti a sostanze chiamate fissatori, che hanno il compito di "ancorare" il profumo alla pelle. I fissatori hanno caratteristiche particolari, tra cui quelle di essere poco volatili, incolori, solubili nell'alcol e negli oli essenziali.
Nasce così la profumeria moderna. Poco a poco compaiono prodotti di sintesi di alta qualità, con prezzi accessibili e con note inedite nelle composizioni. Il primo profumo famoso che utilizza prodotti di sintesi è Flomary, commercializzato agli inizi del 1900. Ma la vera affermazione arriverà nel 1921 con la creazione, da parte di Ernest Beaux, del famosissimo profumo Chanel N.5.
Sempre nell'Ottocento, precisamente nel 1865, il profumiere londinese Eugene Rimmel (colui che ideò un sistema per rendere ancora più affascinanti gli occhi delle donne con uno spazzolino per le ciglia intinto nel carboncino), divide gli aromi in diciotto gruppi allo scopo di facilitare la classificazione degli odori. Nasce così il concetto di sottofamiglia, dividendo i profumi in base alla loro persistenza e alla nota dominante (quest'ultima permette di classificare la fragranza all'interno di una famiglia).
L'intuizione di Rimmel sarà ripresa negli anni Venti del Novecento da un altro profumiere, René Cerbelaud, che elaborò uno schema con quarantacinque gruppi, individuando anche collegamenti tra un gruppo e l'altro. Più recentemente, nel 1960, Steffen Arctander realizzò una classificazione comprendente ottantotto gruppi, dividendo le materie aromatiche naturali secondo l'odore, il tipo e il possibile uso.
L'euforia per la moda dei profumi subì una breve interruzione con crac del '29 e poi con lo scoppio della Seconda guerra mondiale.
Negli anni Cinquanta il profumo ritorna ad essere arma di seduzione. Il mercato è inondato da migliaia di nuove fragranze profumate. Nelle profumerie compare anche l'eau de toilette per uomini, anche se il profumo maschile resta legato al rito della rasatura.

Gli anni Novanta sono gli anni della globalizzazione. Collegati a internet, guidati dai satelliti, ispirati da telefoni cellulari sempre più performanti gli abitanti del villaggio globale sviluppano stili di abbigliamento, musicali e linguistici dal destino spesso tanto effimero quanto quello delle mode che li hanno ispirati. Affermando la loro appartenenza a un gruppo, le giovani generazioni adottano uno stile spesso unisex.
La comparsa dei movimenti ecologisti e il successo delle medicine non tradizionali esprimono una generale aspirazione al naturale e alla dolcezza. Le nuove fragranze strizzano l’occhio al mondo acquatico. Nascono infatti profumi definiti marini, acquatici e vegetali. Alcuni profumi uniscono dolcemente il gusto e l’odorato: vaniglia, caramello, latte sono note sempre più presenti in bouquet soprattutto femminili.

L’inizio del XXI secolo segna una svolta decisiva nella consapevolezza verso i profumi e l’olfatto in generale. D’ora in poi, il profumo non sarà soltanto un componente della nostra immagine, ma un compagno di viaggio per le nostre evasioni oniriche, un esaltatore dei nostri stati d’animo, un catalizzatore delle relazioni sociali.




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sabato 24 ottobre 2015

LO SCARABEO NERO

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Lo Scarabaeus sacer era lo scarabeo sacro degli antichi Egizi. Gli Egizi credevano, infatti, che l'insetto nascesse da una palla di sterco, per cui lo considerarono un'immagine dell'autocreazione. Il nome egizio dello scarabeo stercorario, kheper, significa "divenire" e simboleggia trasformazione e rinascita. Esso fu incluso nella teofania solare, poiché era considerato un'ipostasi (la personificazione) del sole nascente ed era identificato con Khepri, il dio del Sole nascente, che si supponeva creasse il Sole ogni giorno in modo analogo a quello con cui lo scarabeo crea la pallottola di sterco: come recita una preghiera del Libro dei Morti "Io sono Keper al mattino, Ra a mezzogiorno e Atum alla sera".

Lo scarabeo racchiude simboli solari: con le ali aperte è l'immagine del Sole nel suo duplice cammino, ascendente e discendente; quando sotterra la palla di sterco rappresenta il Sole che cala dietro la montagna .

Sul petto della mummia, o a volte al posto del cuore, veniva messo uno scarabeo (generalmente di oro e argento per unire i simboli di sole-luna) e si credeva assicurasse l'immortalità di chi lo possedeva.
Riprodotto in vari materiali (pietre dure, steatite invetriata, calcare) aveva grande importanza come amuleto ed era spesso parte del corredo funerario. Aveva anche il fine utilitaristico di sigillo ed era portato appeso al collo o incastonato in un anello. Come effigie del Sole si conservano statue colossali di granito nero che hanno corpo umano e testa di scarabeo.



Gli scarabei hanno caratteristiche morfologiche e cromatiche assai varie, corpo massiccio e arti robusti, elitre ben sviluppate che ricoprono l'intero addome. La clava antennale è formata da articoli divaricabili a ventaglio. Quasi tutte le specie presentano dimorfismo sessuale. Le larve vivono nel terreno e su materiali in putrefazione, sono biancastre con testa ben sclerificata e corpo piuttosto carnoso.
I Coleotteri stercorari si nutrono di feci e raccolgono il loro nutrimento (per conservarlo e per deporvi le uova) in caratteristiche sfere quasi perfette che fanno rotolare sul suolo.

Questo singolare comportamento è esibito da varie specie appartenenti alle famiglie Scarabaeidae e Geotrupidae. Di colore scuro con particolari riflessi metallici, le due famiglie hanno corpo tozzo e tegumento consistente che forma una vera e propria corazza, forniti di robuste zampe fossorie. Sono entrambe dotate di volo rumoroso.
Tra i coprofagi più noti si possono citare lo Scarabaeus sacer, che gli antichi Egiziani veneravano come simbolo del dio Sole, e il Geotrupes stercorarius che si distingue per le particolari attenzioni volte ai nascituri.

Lo Scarabeo sacro (Scarabaeus sacer) è lungo dai 28 ai 32 mm, di colore nero, comune nei luoghi assolati e sulle spiagge. Fabbrica con gli escrementi pallottole sferiche usando le zampe medie e posteriori che fa rotolare fino al nido sotterraneo, come scorta alimentare, utile per la deposizione dell’uovo e il nutrimento per le larve. La Famiglia Scarabedidae conta circa una cinquantina di specie in Italia.



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giovedì 30 luglio 2015

IL RUBINETTO


Il termine rubinetto deriva da robinet, diminutivo di Robin che nel francese popolare designa il montone e l'ariete, inteso come maschio della pecora. In Francia la chiavetta che regolava la cannella dell'acqua era spesso ornata da una testa di animale (il montone era il più frequente come fregio) e cominciò a essere chiamata robinet, cioè 'piccolo montone'. Alla fine dell'Ottocento il termine è italianizzato in robinetto e quindi rubinetto. Precedentemente i congegni erano denominati 'chiavette' a sottolinearne la funzione. Non mancano definizioni regionali, riferite in particolar modo alle bocche da fontana, che in molti casi presentano dei veri rubinetti per impedire lo spreco di acqua potabile. Oggi il termine rubinetto viene utilizzato in maniera generica o per indicare un prodotto con le doppie maniglie per l'erogazione dell'acqua, oramai quasi del tutto rimpiazzati dai miscelatori monocomando.

I più antichi rubinetti erano del tipo a maschio e sono attestati fin dall'epoca romana. Il rubinetto a vite (o vitone) è attribuito all'inglese Thomas Grill, che l'avrebbe inventato agli inizi dell'Ottocento. Dagli anni settanta del Novecento è stato messo a punto il miscelatore a dischi ceramici, benché i primi esperimenti di miscelazione siano più antichi.

I primi rubinetti archeologicamente attestati sono le "valvulae" di epoca romana. Si tratta di rubinetti del tipo “a maschio”, in cui la rotazione un cilindro forato consente o impedisce il passaggio dell’acqua.
A seguito dello sviluppo dell’ampia rete di acquedotti che rifornivano le città e la numerosa popolazione, si sviluppò una fiorente attività industriale legata alla produzione di rubinetti (valvulae), tubi di piombo (fistulae), ma anche vasche, stufe per riscaldare l’acqua (boiler), ecc..
In epoca romana sono attestati anche alcuni esempi di “miscelatori” con cui era possibile erogare acqua fredda o, alternativamente, acqua calda. La miscelazione dell’acqua alla temperatura desiderata avveniva nella vasca sottostante, mentre dalla vasca l'acqua usciva fredda o bollente.

Con la fine dell’impero romano e il collasso della rete degli acquedotti, in epoca medievale e moderna i rubinetti erano utilizzati soprattutto per regolare il flusso dei liquidi da recipienti.
Si trattava ancora di  rubinetti “a maschio” cilindrico, ma le dimensioni erano usualmente ridotte. Essi infatti erano applicati a piccoli recipienti in legno o metallo (acquamanili, samovar, ecc.), sospesi o trasportati secondo le necessità, oppure a piccole vasche a muro.
Abbastanza frequente, nelle chiese maggiori, era l’uso di collocare una vasca, munita di due rubinetti, sopra un grande lavabo, per gli usi liturgici.
Talora, quando erano applicati a grandi botti per il vino e la birra, i rubinetti potevano raggiungere dimensioni consistenti.



L’invenzione del rubinetto a vite è attribuita al mercante inglese di ferramenta Thomas Grill nel 1800. Con questo dispositivo fu possibile graduare, per la prima volta, il flusso dell'acqua.
Questo sistema, utilizzato ancora oggi, trovò larga applicazione soprattutto con l’allacciamento delle abitazioni alla rete della distribuzione idrica, in quanto offriva migliori prestazioni di tenuta sotto pressione.

Nel 1975 iniziò la commercializzazione dei primi miscelatori monocomando a dischi ceramici. Precedentemente erano stati studiati e commercializzati miscelatori termostatici basati su tecnologie meccaniche differenti.

Il rubinetto a vite e quello a maschio non sono stati, comunque, soppiantati dal miscelatore monocomando a dischi ceramici.
Il sistema a maschio, nelle migliorate forme del maschio conico o a sfera, trova ancora largo impiego sia in ambito enologico che in varie applicazioni delle valvole per gli impianti di distribuzione per liquidi e gas.

Gli antichi egizi erano soliti lavarsi completamente almeno una volta al giorno, le mani venivano lavate prima e dopo i pasti e alla sera i denti venivano risciacquati con acqua e bicarbonato di sodio. Per farlo dovevano procurarsi acque pulite, dal momento che in quelle stagnanti si potevano trovare larve della chiocciola Bulinus, che danneggia la pelle. Per questo, se i più poveri dovevano accontentarsi del Nilo, i membri delle classi abbienti avevano sempre in casa una stanza da bagno. Alcune erano munite di rudimentali docce costituita da un setaccio attraverso il quale veniva filtrata l’acqua. I faraoni, poi, avevano addirittura ai loro ordini un capo maggiordomo con il titolo di "capo della camera da bagno", come testimoniano gli archivi della corte di Amarna.
La pulizia, nell’Antico Egitto, era considerata tanto una pratica salutare quanto un mezzo per curare la propria bellezza. Pochi popoli, infatti, sono stati vanitosi quanto gli egizi. Sia gli uomini che le donne curavano in modo quasi maniacale la manicure e il problema della bellezza dei capelli, soprattutto in caso di incipiente calvizie, era molto sentito: per rinvigorirli e prevenirne la caduta era consigliata una lozione a base di grasso di leone. Invece si poteva ritrovare il colore naturale con sangue di mucca nera bollito in olio, grasso di serpenti e uova di corvo.
Gli oggetti per la cosmesi erano ritenuti così essenziali che gli antichi egizi finivano per portarseli nella tomba. Letteralmente, dato che erano una parte immancabile del corredo funebre.

Un sondaggio condotto dal British Medical Journal su un campione di 11000 lettori ha dimostrato che l’invenzione più acclamata in campo igienico- sanitario è lo sciacquone, che ha battuto al fotofinish (per lo 0,8 %) gli antibiotici.

Quello che forse non tutti sanno è che il primo water con sciacquone è uno dei molti figli del rinascimento, epoca di geni spesso incompresi. Il suo inventore è un insospettabile, John Harington (1562-1612), figlioccio di Elisabetta I di Inghilterra, poeta e estimatore della cultura italiana. Harington è noto principalmente per la sua traduzione in inglese dell’Orlando Furioso, che gli valse, nel 1591, la riammissione a corte, dalla quale era stato bandito per dei versi licenziosi. Purtroppo, fu proprio l’invenzione del water a far ricadere in disgrazia il povero Harington. Nel 1596, infatti, pubblicò dei disegni leonardeschi del suo prototipo di gabinetto ma, per meglio illustrarne il funzionamento, scrisse anche un poemetto in versi, The Metamorphosis of Ajax, in cui Ajax (Aiace) era proprio il water. Tra le altre cose, Harington vi consigliava caldamente di azionare il meccanismo fluidificante almeno due volte al giorno per evitare spiacevoli ristagni. I suoi contemporanei, però, non compresero la rivoluzionaria invenzione e, offesi da quello che ritenevano uno scherzo di pessimo gusto, allontanarono nuovamente Harington da Londra e l’Aiace cadde nell’oblio.

Ancora oggi in molte enciclopedie Harington è ricordato solo per i suoi sfortunati versi e non come il precursore di quella che è stata una piccola rivoluzione nel concetto di igiene.


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mercoledì 24 giugno 2015

LA CIPOLLA



Gli antichi egizi ne fecero oggetto di culto, associando la sua forma sferica e i suoi anelli concentrici alla vita eterna. L'uso delle cipolle nelle sepolture è dimostrato dai resti di bulbi rinvenuti nelle orbite di Ramesse II. Gli egizi credevano che il forte aroma delle cipolle potesse ridonare il respiro ai morti.

Nell'antica Grecia gli atleti mangiavano cipolle in grandi quantità, poiché si credeva che esse alleggerissero il sangue. I gladiatori romani si strofinavano il corpo con cipolle per rassodare i muscoli. Nel medioevo le cipolle avevano grande importanza come cibo, tanto che erano usate per pagare gli affitti e come doni. I medici prescrivevano le cipolle per alleviare il mal di capo, per curare i morsi di serpente e la perdita dei capelli. La cipolla fu introdotta in America da Cristoforo Colombo nel suo viaggio del 1493 a Haiti. Nel XVI secolo le cipolle erano inoltre prescritte come cura per l'infertilità, non solo nelle donne, ma anche negli animali domestici.
Il suo utilizzo principale è quello di alimento e condimento, ma è anche adoperata a scopo terapeutico per le proprietà attribuitele dalla scienza e dalle tradizioni della medicina popolare.

Sembra che i bulbi di cipolla e di altre piante della famiglia siano stati usati come cibo già nell'antichità. Negli insediamenti cananei dell'età del bronzo, accanto a semi di fico e noccioli di dattero risalenti al 5000 a.C., sono stati ritrovati resti di cipolle, ma non è chiaro se esse fossero effettivamente coltivate a quell'epoca. Le testimonianze archeologiche e letterarie suggeriscono che la coltivazione potrebbe aver avuto inizio circa duemila anni dopo, in Egitto, insieme all'aglio e al porro. Sembra che le cipolle e i ravanelli facessero parte della dieta degli operai che costruirono le piramidi.

Appartiene alla famiglia delle Liliacee, viene coltivata in ogni parte del mondo e rappresenta uno degli aromi più utilizzati nelle cucine di tutto il mondo. La cipolla è un prodotto dell’orto molto antico, utile in cucina e ricca di proprietà terapeutiche. È una pianta erbacea che cresce ogni due anni, ma generalmente viene coltivata e in questo caso, produce i suoi bulbi annualmente. Il terreno sul quale cresce è generalmente un terreno fertile che non teme climi diversi, anche se “predilige” una temperatura piuttosto fredda. L'Emilia-Romagna, la Campania, la Sicilia e la Puglia sono tra le regioni più accreditate per la coltivazione di questo prodotto. La parte che noi mangiamo è il “bulbo” centrale, che può essere consumato sia crudo che cotto.  È importante osservarne la forma che dovrà essere compatta, piuttosto soda e senza ammaccature o “strane” macchie, tipo muffa. La cipolla ha un gusto particolare che regala alle pietanze un sapore gradevole e spesso viene utilizzata come “base” per la preparazione di minestre, risotti, carni e gustosissimi sughi. Ma non solo: diversi sono i piatti che la contengono: i francesi ad esempio vanno matti per la zuppa di cipolle, nota in tutto il mondo, ma anche le cipolle ripiene, quelle crude in insalata e la frittata, hanno la loro notorietà. Sicuramente il suo è un sapore particolare, generalmente ben tollerato da tutti, che aggiunge alle pietanze, quel tocco di gusto in più.

Le numerose varietà della specie si distinguono per la forma del bulbo, il colore delle “tuniche” e il sapore. Un’altra distinzione viene fatta a seconda dell’utilizzo e cioè se la cipolla viene consumata fresca o essiccata. Se si vuole consumarla fresca, il periodo migliore per la raccolta è la primavera, se invece si vuole “conservarla” per l’utilizzo di olii e sottaceti, il periodo migliore è la fine dell’estate. Diverse sono quindi le varietà ma occorre dire che la più “conosciuta” è la cipolla rossa di Tropea, seguita subito dopo da quella di Suasa, quella di Breme, la “ramata” di Monitoro e la Borrettana. Generalmente però quella rossa possiede una maggiore quantità di sostanze aromatiche rispetto a quella bianca, anche se dal punto di vista nutrizionale, non si riscontrano particolari differenze. 100 gr. di cipolla fresca contiene 26 calorie, mentre sono 24 le calorie per 100gr. di cipolla essiccata.

La cipolla ha un consistente valore nutritivo, grazie alla presenza di sali minerali e vitamine, soprattutto la vitamina C, ma contiene anche molti fermenti che aiutano la digestione e stimolano il metabolismo; inoltre contiene anche oligoelementi quali zolfo, ferro, potassio, magnesio, fluoro, calcio, manganese e fosforo, diverse vitamine (A, complesso B, C, E); flavonoidi con azione diuretica dall'azione diuretica e la glucochinina, un ormone vegetale, che possiede una forte azione antidiabetica. Ma questa pianta ha anche numerosissimi impieghi terapeutici: in dermatologia, può essere utilizzata come antibiotico, antibatterico, semplicemente applicando il succo sulla parte da disinfettare; è anche un ottimo espettorante, specialmente unito al miele e un decongestionante della faringe: i gargarismi con succo di cipolla sono particolarmente indicati in caso di tonsillite e il succo è anche molto utilizzato come diuretico e depurativo e infatti viene consigliato da chi soffre di trombosi perché, avendo un potere fluidificante, facilita la circolazione del sangue. Un discorso a parte merita l’utilizzo della cipolla per tutti coloro che soffrono di “cattiva digestione”: in questo caso si consiglia di consumare la cipolla cotta che è sicuramente più tollerabile anche se ha minori proprietà nutritive rispetto a quella cruda che può essere assunta facilmente da coloro i quali non hanno particolari problemi di bruciori allo stomaco. Infine questi “benefici bulbi” fungono anche da ipoglicemizzanti, abbassando il livello di glucosio nel sangue e permettendo di ridurre le dosi di insulina a chi ne ha bisogno. Di questa pianta si conoscono anche le virtù benefiche in omeopatia: infatti è indicata in caso di raffreddore, per contrastare la fastidiosa secrezione nasale che lo accompagna, specialmente se sussiste anche il fenomeno della lacrimazione.

La cipolla contiene diverse sostanze molto note e utilizzate in fitoterapia. Ricordiamo anzitutto i composti solforati, il più importante dei quali è il disolfuro di allilpropile. Queste sostanze, unitamente al flavonoide quercetina, conferiscono alla cipolla una potenziale attività antitumorale, soprattutto per quanto riguarda il cancro al colon, allo stomaco e alla prostata. Anche se stiamo parlando di un semplice alimento, con tutti i limiti e la cautela del caso, è pur vero che esistono evidenze scientifiche che supportano tale attività; la quercetina, per esempio, si è dimostrata in grado di arrestare lo sviluppo dei tumori del colon nel ratto (indotti dall'azossimetano) e, a suffragio di questa attività, esistono anche altri studi clinici. Naturalmente, non bisogna lasciarsi andare ad affermazioni miracolistiche, bensì interpretare il tutto con la massima razionalità e cautela; un fumatore incallito, sedentario ed in evidente sovrappeso, non può certo sperare di prevenire le ripercussioni negative del suo stile di vita mangiando qualche cipolla.
In questo alimento troviamo anche flavonoidi ad azione diuretica e glucochinina, un ormone vegetale ad attività antidiabetica (azione coadiuvata dai composti solforati e dal cromo).
Alla cipolla sono attribuite numerose altre virtù; viene infatti considerata una pianta antipertensiva (per la presenza dei già citati flavonoidi, ma anche di alliina e derivati), vermifuga, espettorante, antibiotica (specie a livello intestinale, grazie all'azione prebiotica dell'inulina), normolipidemizzante (previene l'aterosclerosi e i danni dell'ipercolesterolemia), antitrombotica (riduce l'aggregazione piastrinica e previene la formazione di trombi), blandamente lassativa (per il suo contenuto in pectine ed inulina), depurativa (la cipolla favorisce la diuresi) ed antigottosa (favorisce l'eliminazione delle scorie azotate e dell'acido urico).
Molte di queste attività terapeutiche sono note sin dai tempi degli antichi Egizi, tanto che si possono ritrovare riferimenti alle sue proprietà curative un po' in tutte le pubblicazioni mediche di ogni epoca. Da notare, comunque, che gran parte delle sostanze dotate di queste importanti attività, insieme al prezioso contenuto vitaminico, subiscono alterazioni irreversibili quando la cipolla viene lasciata troppo a lungo nell'olio bollente. La cottura migliore, quindi, è quella sobria, limitata ad una semplice scottatura o ad una rosolatura molto breve; solo in questo modo la cipolla potrà trasferire al nostro organismo tutte le sue preziose virtù terapeutiche.
Se dal punto di vista alimentare-culinario la cipolla sta bene un po' dappertutto, da quello fitoterapico fa bene un po' per tutto; il suo utilizzo dovrebbe comunque essere contenuto in presenza di meteorismo, flatulenza, dolori allo stomaco (iperacidità , ulcera peptica) ed ernia iatale; infine, durante l'allattamento, la cipolla tende a conferire al latte un sapore particolare, spesso sgradevole per il lattante.

La cipolla è un alimento che, in genere, viene incorporato nelle preparazioni culinarie per insaporire la ricetta che lo contiene; la sua presenza è quindi integrativa, o meglio supplementare. Assieme all'olio, alle carote e al sedano, costituisce la base del così detto "soffritto", elemento fondamentale per favorire la "presa di corpo" di moltissime preparazioni.
Seppur meno conosciute, non mancano le ricette che impiegano la cipolla come elemento principale. Alcuni esempi sono: cipolline in agrodolce, cipolla gratinata al forno, cipolla al cartoccio, supplì di cipolla rossa con aceto balsamico e zucchero di canna, minestra di cipolle ecc.
Altre ricette classiche che prevedono l'utilizzo immancabile della cipolla sono: frittata con cipolle, piadina con salsiccia e cipolla, insalata mista e cipolle ecc.
Molti credono che la cipolla sia un prodotto tendenzialmente POCO digeribile, in quanto l'odore tende a "riproporsi" insistentemente nell'alito per diverse ore dopo il pasto. In realtà, la cipolla è un alimento TUTT'ALTRO che "pesante"; si tratta di una verdura che transita rapidamente nello stomaco e nell'intestino. Ciò che determina l'inconveniente di cui sopra è la relativa componente aromatica, la quale fatica a svanire sia dalle mucose orali, sia da quelle gastriche. Se il pasto, oltre ad essere ricco di cipolle, è stato anche piuttosto corposo (quindi difficile da digerire e permanente nello stomaco), l'effetto indesiderato sarà certamente amplificato.
Alcuni sistemi utili a moderare l'effetto "alitosico" della cipolla sono: l'eliminazione della così detta anima, ovvero il germoglio interno (soprattutto se già verdognolo), e l'ammollo della cipolla già tagliata nel latte (in quest'ultimo caso non è ben chiaro quale sia il meccanismo in atto, ma empiricamente sembra funzionare).
Ricordiamo nuovamente che la cipolla tende a perdere gran parte del suo contenuto nutrizionale con la cottura; inoltre, se è vero che conferisce un ottimo gusto alle ricette, è altrettanto vero che, una volta "bruciacchiata", rovina TOTALMENTE la preparazione in oggetto. Il livello di cottura più idoneo è detto "imbiondire" e prevede una leggerissima alterazione cromatica del bulbo che, da bianco, acquisisce una sfumatura giallina. Per ottenere una cipolla correttamente imbiondita è possibile unire poca acqua all'olio dentro la padella ancora fredda; in questo modo, durante la cottura, il liquido non raggiunge temperature "pericolose" e la cipolla rimane ben idratata. Una volta appassita, dovrà essere fatta asciugare con cautela e a fuoco lento.



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venerdì 13 marzo 2015

UPUPA EPOPS

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L'upupa (Upupa epops Linnaeus, 1758) è un uccello bucerotiforme della famiglia degli Upupidi, nell'ambito della quale rappresenta l'unica specie vivente. L'upupa gigante, infatti, si è estinta nel XVI secolo.

L'upupa è l'uccello nazionale dello Stato d'Israele dal maggio 2008.

Il nome di questo uccello deriva dall'onomatopea latina del verso che soprattutto i maschi sono soliti emettere durante il periodo riproduttivo, e che suona come un cupo hup-hup-hup trisillabico.

L'upupa è sicuramente uno degli uccelli più appariscenti diffusi alle nostre latitudini: la colorazione molto accesa, rosso-arancio con ali e coda a bande bianche e nere, il lungo becco leggermente ricurvo e la cresta erettile sulla testa risultano inconfondibili fra gli uccelli nostrani, sebbene risulti abbastanza difficile avvistare un'upupa in virtù delle sue abitudini schive e della sua predilezione per le aree rurali e scarsamente antropizzate.

L'upupa è un uccello amante degli spazi aperti e dei climi miti: pur occupando un areale estremamente vasto (che comprende gran parte di Europa, Asia ed Africa), essa tende a migrare verso siti più caldi solo nelle aree temperate, mentre in quelle tropicali e subtropicali risulta stanziale.

L'upupa è lunga 25–32 cm, con apertura alare di 44–48 cm e peso compreso fra i 46 e gli 89 grammi.

L'aspetto è molto caratteristico. L'upupa presenta un becco molto lungo (da due a tre volte il cranio, a seconda della sottospecie) e leggermente ricurvo verso il basso, più largo alla base, di colore bruno scuro o nero con base color carnicino: la testa è sormontata da un ciuffo erettile di penne. Le ali sono tozze e di forma arrotondata, più grandi in proporzione nelle sottospecie che sono solite migrare: la coda è lunga e stretta. Le zampe sono piuttosto tozze e forti, di colore carnicino-grigiastro, sono munite di quattro dita, tre rivolte anteriormente e uno rivolto posteriormente: ciascun dito è provvisto di un'unghia leggermente ricurva. Gli occhi sono piuttosto piccoli, di colore bruno scuro o nero, con pupilla rotonda.

Il piumaggio è anch'esso inconfondibile, di colore bruno-arancio uniforme su tutto il corpo, con tendenza a sbiadirsi e schiarirsi nella regione pettorale e ventrale fino a diventare bianco su basso ventre, zampe e sottocoda: le penne del ciuffo cefalico presentano punta nera, mentre la metà distale delle ali e la coda sono nere con bande orizzontali bianche il cui numero e spessore variano sia individualmente che a seconda della sottospecie. La tonalità del piumaggio varia anch'essa individualmente a seconda della dieta dal grigio-brunastro al color ruggine, ma solitamente è caratteristica per le varie popolazioni ed è un importante strumento per individuare la sottospecie a cui appartiene l'animale. Le femmine possiedono piumaggio simile ai maschi, circa non presenza accennata di una mascherina di colore più scuro attorno a occhi e becco.

L'upupa è un uccello prevalentemente diurno, che ha il suo picco d'attività nelle ore pomeridiane: passa la maggior parte del suo tempo muovendosi al suolo alla ricerca di cibo.
In caso di passaggio di un predatore (ad esempio un uccello rapace), l'upupa si appiattisce al suolo aprendo le ali e la coda e tenendole basse sul terreno, e al contempo alzando la testa verso l'alto: questa postura, mettendo ben in mostra le bande bianche e nere di ali e coda, avrebbe la funzione di rompere il contorno dell'animale e confondere i predatori. Tuttavia, sono state osservate numerose upupe mettersi in questa posizione senza apparente motivo di pericolo, e pertanto si è propensi a credere che essa abbia anche (se non unicamente) la funzione di esporre la maggior superficie possibile del corpo dell'animale ai raggi solari, permettendogli di compiere dei veri e propri bagni di sole.

Spesso l'upupa può essere osservata anche fare bagni di sabbia o di polvere, arruffando le penne ed aiutandosi col becco ai bordi delle strade sterrate: questi hanno lo scopo di liberarsi degli eventuali parassiti che possono infestare le penne.

Il volo è molto caratteristico, in quanto grazie alle tozze ali profondamente digitate che l'animale batte a intervalli regolari, esso procede secondo percorsi sinusoidali, in maniera simile a una grossa farfalla. La forma delle ali consente però all'animale di compiere scarti improvvisi e ripetuti anche in rapida successione, liberandosi facilmente di eventuali inseguitori.

Le popolazioni europee dell'Asia centrale sono solite migrare durante i mesi freddi verso zone più calde, mentre le popolazioni tropicali tendono ad essere stanziali durante l'anno. Tuttavia, può succedere che esemplari isolati od intere popolazioni rimangano stanziali nelle aree settentrionali dell'areale, specialmente in caso di inverni miti o secchi: anche le popolazioni tropicali stanziali possono compiere migrazioni stagionali di piccola entità per sfuggire al monsone.
Durante le migrazioni, le upupe possono muoversi anche ad alta quota, ad esempio per oltrepassare una catena montuosa: esemplari di questa specie furono avvistati attorno ai 6400 m d'altezza durante la prima spedizione volta alla conquista del Monte Everest. Generalmente, però, questi uccelli tendono a rimanere al di sotto degli 800 m di quota, sebbene vi siano delle colonie nidificanti anche a 3000 m di quota, come sui monti dell'Altaj.

Le upupe generalmente sono uccelli molto silenziosi: durante il periodo riproduttivo, tuttavia, è molto frequente udire il caratteristico canto che suona come un hup-up-up trisillabico (sebbene possano essere emesse anche due o quattro sillabe) e che dà alla specie sia il nome comune che quello scientifico. Il canto dell'upupa, in alcune zone dell'areale occupato da questa specie, può essere confuso con quello molto simile del cuculo dell'Himalaya, che però possiede canto tetrasillabico.
L'upupa può emettere anche suoni gracchianti (molto simili al verso della ghiandaia) quando allarmata o disturbata, oppure suoni sibilanti per minacciare gli intrusi: anche i nidiacei fin dalle prime ore di vita emettono suoni sibilanti allo scopo di spaventare gli intrusi che si affaccino al nido, mentre per la richiesta del cibo essi emettono un verso che ricorda il garrito del rondone. Le femmine, durante il corteggiamento, rispondono positivamente alle offerte di cibo da parte del maschio con un verso corto e sospirato.

L'alimentazione dell'upupa si basa quasi esclusivamente sugli insetti: vengono preferiti grilli, grillotalpa, coleotteri, larve e bruchi di varie specie, oltre a formiche, cavallette e crisalidi. Più raramente, questi animali si cibano anche di altri invertebrati come lombrichi, molluschi e ragni. L'animale non disdegna di tanto in tanto di integrare la propria dieta anche con piccoli vertebrati (principalmente lucertole neonate e piccoli anfibi), uova e anche nidiacei di uccelli che nidificano al suolo, oppure con materiale di origine vegetale, come bacche e meno frequentemente anche granaglie.

L'upupa cerca il cibo al suolo ed in maniera solitaria, inserendo più volte anche fino alle narici nel terreno (o fra rocce, pile di foglie morte, sterco) il lungo becco fin quando, grazie al tatto ben sviluppato, percepisce la presenza di una galleria sotterranea: a questo punto, l'animale comincia a seguire percorsi circolari, sondando continuamente il terreno per individuare l'inquilino della galleria. Una volta trovato, l'upupa apre il becco conficcato nel suolo grazie ai potenti muscoli mandibolari, in modo tale da poter catturare la preda sottoterra: qualora non riesca ad afferrarla immediatamente, l'animale non ha problemi a scavare nel terreno raspando con le forti zampe, mettendo a nudo le gallerie o le tane in cui le prede si rifugiano per poi cibarsene.

Mentre scandaglia il terreno alla ricerca di gallerie, l'upupa può cercare il cibo anche servendosi della vista sulla superficie, nutrendosi dei piccoli animali messi in fuga durante le sue attività. Può succedere, anche se piuttosto raramente, che questi uccelli si nutrano al volo, sfruttando la rapidità e l'imprevedibilità del volo per catturare gli insetti (api, calabroni o mosconi): generalmente questo avviene qualora le prede siano presenti in ingenti quantità, come gli sciami di mosche nei pressi dei mucchi di letame.

Generalmente, il range di taglia delle potenziali prede dell'upupa varia fra 1 e 15 cm, con preferenza per prede di piccola taglia, fra i 2 ed i 3 cm di lunghezza: spesso l'animale rimuove le parti chitinose difficili da digerire (come zampe e ali) dalla preda prima di ingoiarla, lanciandola in aria ed afferrandola col becco. Se la preda è particolarmente voluminosa, l'animale la sbatte ripetutamente al suolo o contro una roccia (generalmente ciascun esemplare ha un proprio sito preferito contro il quale compiere questa operazione), in modo tale da sopraffarla ed esporne le parti tenere.

L'upupa è un uccello monogamo per la durata della stagione riproduttiva: le coppie si sciolgono al di fuori di questo periodo e generalmente non si ricongiungono durante le successive stagioni degli amori, coi due sessi che cercano altri partner.

Durante il corteggiamento, il maschio non cessa di seguire la femmina ripetendo incessantemente il proprio verso, con la cresta cefalica ben eretta e le penne della gola leggermente arruffate: esso cerca di conquistare la femmina (che in caso di consenso al corteggiamento risponde ai richiami del maschio) con doni consistenti in cibo. L'accoppiamento avviene al suolo.

Durante il periodo riproduttivo le coppie di questi uccelli (i quali sebbene solitari generalmente tollerano la presenza di conspecifici durante l'anno) sviluppano una spiccata territorialità, col maschio che canta quasi incessantemente per tenere lontani eventuali intrusi dal territorio. Durante questo periodo non sono infrequenti episodi di inseguimenti e combattimenti anche cruenti (con alcuni esemplari che restano feriti o accecati) a colpi di becco fra conspecifici, generalmente fra animali dello stesso sesso.

Il nido è rappresentato da una semplice cavità la cui ubicazione non costituisce un problema per questi animali, purché ad un'altezza inferiore ai 5 metri e con foro d'entrata sufficientemente ampio da farvi entrare la femmina e spazio interno sufficiente da permetterle di covare le uova: pertanto sono potenziali siti di nidificazuione le cavità degli alberi (nello scegliere le quali l'upupa mostra una spiccata preferenza per i grossi alberi secolari, in particolare meli), tane e nidi abbandonati, cavità fra radici e rocce, interstizi fra i mattoni, cassette-nido artificiali. Generalmente il nido non viene imbottito, ma alcuni esemplari possono foderarne rozzamente le pareti inferiori con ramoscelli e sterpaglie.

All'interno del nido viene deposto generalmente durante le prime ore del mattino un numero di uova variabile a seconda della popolazione, con gli animali delle latitudini più elevate che depongono in media un numero maggiore di uova rispetto a quelli diffusi nelle zone equatoriali, numero che è ancora maggiore nelle popolazioni dell'emisfero boreale rispetto a quelle australi: in generale, nelle popolazioni eurasiatiche vengono deposte fino a 12 uova, mentre una covata media di upupe tropicali o subtropicali raramente supera le 4 uova. Le uova presentano forma arrotondata e colore bianco-verdastro, che si sbiadisce assai rapidamente durante l'incubazione, misurano in media 2,6 x 1,8 mm e pesano circa 4,5 g cadauna.
La cova delle uova, che dura fra i 15 ed i 18 giorni, è affidata completamente ed esclusivamente alla femmina, che viene nutrita dal maschio. Durante il periodo riproduttivo, la ghiandola dell'uropigio della femmina aumenta rapidamente le proprie dimensioni e comincia a secernere un liquido nerastro dall'odore nauseabondo, che ricorda la carne marcescente: l'animale spande periodicamente questo liquido oleoso sul proprio piumaggio, probabilmente allo scopo di tenere alla larga eventuali intrusi, sebbene non siano escluse delle sue proprietà antiparassitarie e battericide[9]. La quantità di liquido secreta aumenta proporzionalmente all'eccitazione dell'animale, ma resta nell'ordine delle poche gocce: al di fuori del periodo riproduttivo, la ghiandola dell'uropigio riprende le sue funzioni ordinarie, secernendo un liquido oleoso inodore e giallastro che l'animale utilizza per toelettare le piume.

L'incubazione delle uova non è simultanea, ma ciascun uovo comincia il proprio sviluppo subito dopo la deposizione: per questo motivo, la schiusa è asincrona e l'ultimo nidiaceo può avere anche 16 giorni di differenza rispetto al primo schiuso. Alla nascita, i nidiacei sono ricoperti di piumino, mentre le penne cominciano a crescere fra il terzo ed il quinto giorno di vita: essi presentano ghiandola dell'uropigio ben sviluppata ed utilizzano il liquido secreto similmente alla madre, salvo poi perdere questa funzione attorno al mese di vita. A partire dal sesto giorno di vita, in caso di pericolo essi assumono una caratteristica posizione di difesa (allargando a ventaglio ali e cresta, appiattendosi al fondo del nido e puntando la coda contro il dorso sibilando) e possono spruzzare le proprie feci verso l'apertura del nido e fino a 60 cm di distanza.
Nonostante le credenze popolari che vogliano l'upupa un uccello estremamente sporco, che non si cura dell'igiene del nido durante la cova, la femmina cerca sempre di allontanare gli escrementi dei nidiacei: talvolta ciò può tuttavia non essere reso agevole o possibile dalle piccole dimensioni della cavità scelta come nido, oppure possono essere presenti accumuli fecali risalenti a precedenti occupazioni della stessa (in particolare da parte di columbiformi, che non sono soliti ripulire i propri nidi dalle deiezioni) ed erroneamente imputabili all'upupa da parte dell'osservatore.
La femmina si occupa di nutrire i piccoli col cibo portato dal maschio per 9-14 giorni, oltre che di tenerli caldi e protetti: passato questo periodo, si unisce al coniuge nel cercar loro il cibo. I piccoli si involano attorno alla quarta settimana di vita, ma tendono a rimanere coi genitori per un'ulteriore settimana (durante la quale continuano ad essere imbeccati) prima di allontanarsene.

Generalmente le upupe portano avanti un'unica covata l'anno, ma in casi eccezionali (come la perdita delle uova o dei nidiacei) ve ne può essere una seconda: nelle popolazioni tropicali e subtropicali la tendenza a portare avanti due covate pare più accentuata rispetto alle popolazioni delle aree temperate, e potrebbe rappresentare la norma.

Grazie al loro aspetto caratteristico, le upupe compaiono molto spesso nei racconti popolari e nelle storie di numerosissime civiltà presenti nel loro areale, non sempre con connotazione positiva.

Nell'antico Egitto, l'upupa veniva considerata un uccello sacro, era proibito ucciderla e spesso veniva raffigurata su tombe e templi: essa godeva di simile considerazione anche nella civiltà minoica.

Nella mitologia greca e latina l'upupa è invece ritenuta un essere spregevole: nelle Metamorfosi di Ovidio, ad esempio, il re di Tracia Tereo quando la moglie Procne (venuta a conoscenza dello stupro della sorella Filomela da parte del marito) gli serve delle pietanze cucinate con la carne del loro figlio Iti, tenta di ucciderla e viene tramutato in upupa (ἔποψ épops nel testo, tradotto da alcuni autori, specialmente anglofoni, anche come pavoncella), mentre Procne diviene una rondine e Filomela un usignolo. La scelta dell'upupa da parte degli dei avviene in quanto la cresta di questo uccello indica la regalità, mentre il becco lungo e appuntito richiama la natura violenta di re Tereo.
D'altro canto, però, l'upupa è anche il re degli uccelli nella commedia di Aristofane Gli uccelli.

In Europa centrale le upupe vengono considerate uccelli ladri al pari delle gazze, mentre in Scandinavia l'avvistamento di un'upupa era associato a una guerra imminente, a causa dell'associazione del verso di questi uccelli col grido di guerra Hip hip. Nei Paesi baltici, l'upupa viene considerata in grado di stabilire un contatto fra il regno dei vivi e quello dei morti, ed udirne il canto è presagio di morte di uomini o animali. Anche in numerosi altri Paesi sentire il canto dell'upupa al tramonto è considerato un presagio di sventura.

L'upupa istruisce gli altri uccelli sulla dottrina Sufi nel poema persiano nel poema Il Verbo degli uccelli.
Nella Bibbia, l'upupa viene elencata (probabilmente a causa del forte odore che femmine e nidiacei emanano durante la cova) fra gli animali che non andrebbero mangiati: essa compare nuovamente fra gli animali non kosher.
In seguito, nel simbolismo cristiano questo uccello è stato da alcuni visto come simbolo del peccato. Filippo di Thaon, monaco e poeta normanno vissuto fra l'XI ed il XII secolo, nel suo Bestiario ne parla in questi termini:

« E il sangue indica il peccato / da cui gli uomini sono legati: quando l'uomo dorme nel peccato, / il peccato alla morte lo trae; allora il diavolo vuole coglierlo di sorpresa e strangolarlo. / Per questo dobbiamo lodare / ed adorare Dio, / perché tale insegnamento / mostra agli uomini: / ci propone un grande esempio / con il comportamento dell'upupa »
(Filippo di Thaon, Bestiaire, cap. 31)

La regina di Saba riceve dall'upupa la lettera di Re Salomone in un dipinto orientale.
Nel Corano l'upupa è descritta come messaggero che porta a Salomone la notizia dell'esistenza della Regina di Saba e viene a questa rispedita dal re d'Israele per chiederle di convertirsi.

Nell'antica Persia, le upupe venivano viste come simboli di virtù: nel poema Il Verbo degli uccelli, ad esempio, il capo degli uccelli è proprio un'upupa.

Con l'errata attribuzione di uccello notturno l'upupa compare nei Sepolcri di Ugo Foscolo, mentre Eugenio Montale ne dà un'immagine solare: Upupa, ilare uccello, alìgero folletto.

Nel 1927 venne progettato un caccia per la marina militare britannica, denominato Hawker Hoopoe ("upupa" in inglese), che però non venne mai sviluppato.

L'upupa è l'uccello nazionale dello Stato d'Israele dal maggio 2008, dopo aver superato il bulbul arabo in un referendum di 155000 votanti il giorno del sessantesimo anniversario della nazione: esso è anche l'uccello simbolo dello Stato indiano del Punjab e della LIPU.

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sabato 7 marzo 2015

NINFEA

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Nymphaea L. 1753 è un genere di piante Spermatofite appartenenti alla famiglia delle Nymphaeaceae dai fiori acquatici molto grandi e decorativi.

La famiglia delle Nymphaeaceae non è numerosa, insieme alla famiglia delle Cabombaceae comprende 6 generi con 68 specie; mentre il genere Nymphaea comprende circa 50 specie a distribuzione cosmopolita, preferendo comunque climi temperato-caldi delle regioni extra-tropicali dell'emisfero boreale. Nella flora spontanea italiana è presente una sola specie (Nymphaea alba).
La classificazione tassonomica del genere di questa scheda è in via di definizione in quanto fino a poco tempo fa insieme alla famiglia (Nymphaeaceae) apparteneva all'ordine delle Nymphaeales (secondo la classificazione ormai classica di Cronquist), mentre ora con i nuovi sistemi di classificazione filogenetica (Classificazione APG II) discende direttamente dal clade delle Angiosperme in quanto la genesi di questo genere viene ritenuta parallela a quella del resto delle Angiosperme.
Attualmente nel genere Nymphaea sono incluse anche le specie del genere Castalia (genere e termine introdotto dal botanico Salisbury nel 1805 facendo riferimento ad un altro nome antichissimo di queste piante).

Il botanico Paolo Bartolomeo Clarici (1664 - 1725) nei suoi scritti afferma che il nome di questo genere (e della sua specie più conosciuta) fu voluto dal filosofo e botanico greco antico Teofrasto (in greco “Θεόφραστος”; Ereso, 371 a.C. – Atene, 287 a.C.) e da Dioscoride Pedanio (Anazarbe in Cilicia, 40 circa – 90 circa) medico, botanico e farmacista greco antico che esercitò a Roma ai tempi dell'imperatore Nerone ”perché ella ami e cresca nei luoghi acquatici e paludosi”; ma, in alternativa a quando appena detto (è sempre il Clarici che scrive) Plinio riferisce che questi fiori furono nominati da una Ninfa tramutata in questo fiore perché gelosa di Ercole. In realtà sembra che il nome generico (Nymphaea) derivi dal vocabolo arabo ”nenufar” (derivato a sua volta dal persiano ”loto blu”). Ad introdurlo nella nomenclatura botanica è stato il medico, botanico e teologo tedesco Otto Brunfels (Magonza, 1488 – Berna, 25 novembre 1534) nel 1534.
Il nome scientifico attualmente accettato di questo genere (Nymphaea) è stato proposto in via definitiva da Carl von Linné (Rashult, 23 maggio 1707 –Uppsala, 10 gennaio 1778), biologo e scrittore svedese, considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, nella pubblicazione Species Plantarum del 1753.

Sono piante acquatiche tipicamente radicanti e perenni. Alcune specie possono essere considerate palustri in quanto riescono a sopportare facilmente abbassamenti temporanei del livello dell'acqua. L'altezza media di queste piante dipende dalla profondità del bacino idrico e comunque superano raramente i due metri. La forma biologica della specie è idrofita radicante (I rad); ossia sono piante acquatiche perenni le cui gemme si trovano sommerse o natanti e hanno un apparato radicale che le ancora al fondale. Molte caratteristiche avvicinano queste piante alle Monocotiledoni.

Le radici sono secondarie da rizoma e sono fissate sul fondo fangoso. Generalmente scaturiscono dal fusto subacqueo in posizione opposta ad ogni inserzione fogliare.

Il fusto è carnoso, rizomatoso quasi tuberoso. Può essere eretto-ascendente o prostrato, come anche ramificato oppure no. Questo fusto è diverso dai fusti aerei delle piante terrestri in quanto non deve sostenere nessun peso; di conseguenza le parti legnose sono minime a favore dei tessuti aeriferi. Infatti questi fusti (come anche i piccioli e i peduncoli) sono percorsi da ampi canali aeriferi (per assicurare il galleggiamento). In genere i fusti risultano flaccidi ma tenaci. La superficie è segnata dalle cicatrici dei piccioli delle annate precedenti.

Le foglie sono ampie e di consistenza più o meno coriacea e lamina piana e peltata con picciolo inserito verso il centro della lamina in una insenatura stretta e profonda. Sono galleggianti ma a volte fuoriescono dal pelo d'acqua per 10-20 cm.; la forma è più o meno rotonda (o cordata) con bordo continuo (in qualche caso può essere dentato). La lunghezza del picciolo è in funzione della profondità dell'acqua. Le due pagine (quella sopra e quella sotto) hanno ovviamente strutture anatomiche diverse interfacciando due elementi completamente differenti (aria e acqua). La lamina superiore è protetta da uno strato ceroso (questo per non essere bagnata, così l'acqua scivola via senza bloccare le aperture aerifere) e cosparsa da diversi stomi per lo scambio appunto aerifero. La lamina inferiore invece può contiene delle sostanze tipo antocianina. L'antocianina è un glucoside privo di azoto che ha la funzione di convertire i raggi luminosi del sole in calore. In questo modo anche la parte inferiore della foglia collabora ad incrementare i processi metabolici di tutta la foglia. Le foglie hanno delle nervature che si irradiano dal nervo centrale e in corrispondenza del margine della foglia.
Lo sviluppo di queste è foglie è molto particolare: infatti crescono dritte dal fondale verso la superficie con le due semi-lamine arrotolate su se stesse dall'esterno verso la nervatura centrale della foglia; al momento opportuno si srotolano dispiegandosi completamente sulla superficie dell'acqua. Le foglie nascono dal rizoma sottostante in ordini spiralato-alterni e si possono dividere in tre tipi (dimorfismo fogliare):

(1) foglie sommerse sottili e fragili con brevi piccioli;
(2) foglie galleggianti (spesse e coriacee) con la maggioranze degli organi disposti sulla pagina superiore (stomi e cellule a palizzata assimilatrici);
(3) foglie dalla struttura normali, sempre in superficie, spesse e coriacee, e con stomi anche sulla pagina inferiore.

L'infiorescenza è formata da grandi fiori natanti generalmente solitari. La lunghezza del peduncolo, a sezione rotonda, è in funzione della profondità dell'acqua. Normalmente i fiori durano a lungo e si aprono durante il giorno solo a cielo sereno.

I fiori sono ermafroditi, attinomorfi, polipetali (con un numero imprecisato di petali), spirociclici (i petali sono a disposizione spiralata/ciclica), in genere tutti gli altri elementi del fiore (calice e componenti riproduttivi) sono a disposizione spiralata. Il perianzio è ipogino. Il colore del fiore può essere bianco, roseo, rosso, viola, celeste e giallo o colorazioni intermedie.

Il calice è formato da 4-6 sepali accrescenti e avvolgenti il ricettacolo. I sepali sono verdi all'esterno e possono essere innervati oppure no, come pure persistenti o caduchi. Questi sepali (come anche i petali) sono sempre sub-ipogini (inserzione in una posizione intermedia rispetto all'ovario).
La corolla si compone di diversi petali. La posizione dei petali sul ricettacolo non è a fossetta alla base, ma sono inseriti a diverse altezze a spirale sull'ovario (in realtà l'inserzione è sempre esterna al ricettacolo). I petali diminuiscono progressivamente di grandezza verso il centro-interno del fiore. Gli ultimi petali si presentano talmente contratti che possono essere configurati come dei filamenti staminali; in questo modo il fiore delle “ninfee” riesce a mette bene in evidenza tutta le struttura di passaggio e relative morfologie dai sepali fino all'androceo-gineceo (parte più interna e centrale del fiore). Contemporaneamente la porzione distale del petalo produce inoltre del tessuto sporigeno fertile (strato anterifero generatore del polline) in modo gradualmente sempre più consistente verso il centro.
Androceo: gli stami, spesso gialli, sono numerosi e in posizione quasi epiginea. Quelli esterni sono petaloidi (vedere la descrizione della corolla), mentre quelli interni (stami veri e propri) hanno dei brevi filamenti. Vi è quindi quasi una transizione graduale e senza soluzione di continuità tra i petali e gli stami. La forma delle antere è lineare-allungata. Sono connate al filamento (organo di sostegno all'antera stessa) ed hanno due logge a deiscenza longitudinale.
L'ovario è semi-infero, globoso e multiloculare formato da diversi carpelli saldati oppure liberi (dipende dalle specie) con placentazione laminare. Inoltre l'ovario è abbastanza connato col ricettacolo. Gli stili sono numerosi e sono disposti circolarmente a coppa con una protuberanza centrale; hanno una forma appiattita e lineare.
Fioritura: in genere tra primavera e inizio estate.
Impollinazione: impollinazione entomoga (tramite mosche).

Il frutto è una bacca globosa, coriacea e spugnosa a deiscenza irregolare. Sulla sua superficie sono presenti delle caratteristiche cicatrici dovute alla caduta dei petali e degli stami che non sono persistenti, mentre all'apice è coronato da ciò che rimane degli stili. La particolarità di questi frutti è che la loro maturazione avviene sott'acqua, immersi nel fondo fangoso. Infatti a fine fioritura i frutti cadono nell'acqua e il tessuto assiale di protezione si stacca in più parti dai carpelli liberi, in questo modo i numerosi semi, ellissoidi, lisci (in certi casi, o pubescenti e crestati in altri casi) e provvisti di albume, contenuti nel frutto hanno la via libera per la disseminazione.

Questo genere originario dell'Asia, ha ormai una distribuzione cosmopolita in tutti i continenti. Comprende specie rustiche perfettamente adattate ai nostri climi, e specie tropicali a fioritura profumatissima, notturna soprattutto dell'emisfero boreale, ma vi sono anche specie abitatrici dell'Africa del sud, dell'Australia e della Nuova Guinea.
In realtà nei tempi antichi queste piante occupavano un'area molto più vasta anche al nord. A causa della formazione delle vaste distese di ghiaccio emigrarono più a sud, questo probabilmente nell'Era quaternaria e forse ancor prima nel Pliocene (queste emigrazioni sono confermate dai ritrovamenti fossili provenienti dal Giura e dalle grandi vallate alpine del Savoia e della Svizzera).
Due specie vivono spontaneamente sull'arco alpino. La tabella seguente mette in evidenza alcuni dati relativi all'habitat, al substrato e alla diffusione delle specie alpine.

Alcune specie hanno delle proprietà medicamentose per cui sono utilizzate nella medicina popolare. Le radici essiccate e polverizzate sono utilizzate contro la dissenteria, la dispepsia e le emorroidi.

I rizomi di queste piante contengono un'alta percentuale di fecola per cui sono utilizzati come alimento da alcune popolazioni del nord Europa (Finlandia e Russia) anche se contenendo diversi tannini risultano piuttosto amari. In Australia gli aborigeni si cibano dei peduncoli dei fiori insieme ai frutti arrostendoli al fuoco.

Moltissime specie di questo genere sono utilizzate come piante ornamentali per decorare stagni, vasche e laghetti, o coltivata in grossi mastelli o recipienti simili, colmi d'acqua sui terrazzi. Da queste piante per scopi soprattutto commerciali sono stati ricavati molti ibridi o cultivar specialmente in Francia in Inghilterra e negli Stati Uniti.
Per una buona coltivazione le “ninfee” richiedono posizione soleggiata, con terreno ben concimato con letame maturo; in autunno si prosciuga l'acqua, ricoprendo i cespi con torba mista a letame; ogni 3 anni si procede al trapianto dei rizomi, per sfoltirli e per potere rinnovare il substrato con terreno fresco e ricco di elementi organici. Importante è la temperatura dell'acqua che deve essere sempre calda per avere delle abbondanti fioriture (tra i 18 °C e i 25 °C).
Si moltiplicano in primavera per divisione dei cespi rizomatosi se si tratta di ibridi o varietà con colori particolari, altrimenti se si tratta di specie pure si può utilizzare il metodo classico della semina.

Gli antichi egizi adoravano le ninfee del Nilo, o fiori di loto come sono anche chiamate. N. caerulea apre i suoi fiori al mattino e li affonda nell'acqua al tramonto, mentre N. lotus fiorisce di notte e chiude i fiori al mattino. Resti di entrambi i fiori sono stati trovati nella camera sepolcrale di Ramses II.
Gli egizi, che nella scelta dei simboli utilizzati nei loro geroglifici attingevano alla realtà che li circondava, avevano rappresentato la ninfea in alcuni segni.

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domenica 1 marzo 2015

LA STORIA DELL'OMBRELLO

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L'ombrello è un oggetto che serve a ripararsi da eventi naturali indesiderati quali pioggia, neve, grandine o sole (Infatti la parola ombrello deriva proprio da ombra, a dimostrazione che i primi servissero proprio per ripararsi dal sole).

Non si conosce con precisione né il periodo né il luogo in cui l'ombrello fu inventato. Si pensa derivi dall'oriente (Cina, India o Giappone); alcuni ritengono fosse presente anche nell'antico Egitto. In Cina era associato (fin dall'epoca preistorica) al culto dell'Imperatore, come oggetto sacro; nell'Egitto dei faraoni era consentito usarlo solo ai nobili; in Giappone proteggeva i samurai ed ora è un vero e proprio simbolo nazionale. Nella Grecia classica era utilizzato prevalentemente dalle donne nell'ambito del culto di Dionisio, mentre durante l'Impero Romano era usato come accessorio di abbigliamento vezzoso e seducente dalle donne più ricche. Infine entrò anche nell'iconografia pontificia come oggetto di pertinenza del papa. L'ombrello è comunque un oggetto antichissimo, che ha avuto durante i secoli varie funzioni, ma non quella per cui è utilizzato oggi, che è di riparare dalla pioggia.

Fino al Settecento l'ombrello (che era costruito in pelle o, successivamente, in tela cerata) è rimasto un oggetto in uso solo fra i nobili e le classi abbienti ed era portato da un servo come distintivo onorifico. Per ripararsi dalla pioggia si usavano mantelli e cappucci. Solo nell'Ottocento si è iniziato a diffondere l'uso dell'ombrello come parapioggia; occorre dire che anche oggi in molti paesi del Nord Europa l'ombrello viene considerato come un accessorio un po' stravagante e molte persone preferiscono bagnarsi piuttosto che portarne uno.

Gli ombrelli sono stati usati nell'est e sud Europa sia nelle cerimonie laiche che in quelle della chiesa. Sono stati usati nelle cerimonie della chiesa bizantina, in cui l'ombrello veniva posto sopra l'ostia. L'ombrello faceva anche parte delle regalie pontificie.

L'ombrello viene usato anche dai fotografi. Questo tipo di ombrello ha un interno riflettente, serve per la diffusione della luce artificiale ed è spesso usato nei ritratti.

Nel gennaio del 1902 in un articolo del The Daily Mirror, veniva illustrato alle donne come difendersi dai malintenzionati usando un ombrello o un parasole.

Nel marzo del 2011 il Presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy ha rivelato di aver cominciato ad usare un ombrello rinforzato in Kevlar per proteggersi dagli attacchi. Questo ombrello, dal nome "Para Pactum", è costato diecimila sterline, è stato fatto da The Real Cherbourg ed è stato portato dalla scorta di Sarkozy.

Nel 1978 lo scrittore dissidente bulgaro Georgi Markov è stato ucciso tramite una dose di ricina iniettata tramite un ombrello modificato. Si ritiene che il KGB abbia sviluppato un ombrello così modificato per iniettare sostanze letali.

A Gignese (vicino a Verbania) il Museo dell'Ombrello e del Parasole , unico al mondo, racconta non solo la storia dell'oggetto, ma anche quella degli ombrellai del Vergante e del Mottarone . Nell'Ottocento questi erano diventati una forte corporazione di artigiani itineranti, dotata persino di un gergo segreto per trasmettere i segreti del mestiere senza essere compresi dai non iniziati.
Una canzone della cantante barbadiana Rihanna ha come titolo Umbrella, la cui traduzione è appunto ombrello.


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