Visualizzazione post con etichetta sport. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sport. Mostra tutti i post

giovedì 20 aprile 2017

ZORBING

.


Lo zorbing è un'attività ricreativa consistente nel rotolare in discesa lungo una collina chiusi in una grande sfera, generalmente di plastica trasparente, chiamata zorb. Tale sport è stato inventato da David e Andrew Akers nel 1994. In genere viene eseguito lungo una lieve pendenza, ma può essere fatto anche su una superficie piana, permettendo un maggiore controllo. In assenza di colline, alcuni gestori di parchi di zorbing hanno costruito delle rampe di legno, di metallo, o gonfiabili.

Ci sono due tipi di zorbing: dry zorb e wet zorb, con o senza imbragatura, rispettivamente.

Per garantire la massima sicurezza non è consentito superare i 50 km/h; a volte se si vogliono provare sensazioni più forti il percorso viene completato con ostacoli o rampe. La pendenza della discesa varia a seconda dello sforzo e delle emozioni che si vogliono provare.



Per fare zorbing non serve una grande preparazione ma certamente potrà essere utile una certa consapevolezza dei propri limiti; in ogni caso per chi fosse alle prime armi con questo sport meglio iniziare dai terreni in piano, posto che esistono degli istruttori e si possono frequentare dei corsi di modo da poter fare zorbing in assoluta sicurezza.

Anche se lo zorbing sembra uno sport buffo e innocuo gli incidenti possono capitare, il più delle volte in questi casi ce la si cava con una distorsione o, alla peggio, con una frattura; tuttavia negli ultimi anni ci sono anche stati degli incidenti che hanno avuto esito letale.


FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



.

domenica 24 luglio 2016

LA STORIA DEI PANTALONI



I pantaloni sono un capo d'abbigliamento portato sulla parte inferiore del corpo, dove le due gambe sono coperte separatamente. Fanno parte dell'abbigliamento maschile, e con alcune differenze estetiche, di quello femminile.

Deve il suo nome a quello del personaggio della Commedia dell’arte, Pantalone, il cui costume porta queste culotte lunghe tipiche.

Storicamente i pantaloni sono legati alla storia della domesticazione del cavallo, essendo indispensabili per montare a cavallo. I pantaloni moderni saranno adottati verso il 1850 sotto il soprannome di "canna fumaria". Non si sono molto evoluti, tranne che sui dettagli, come l'aggiunta del lato posteriore sotto l'impulso di Edoardo VII del Regno-Unito nel 1909. È lo sport che ne popolarizzerà l'indossatura nell'ambiente femminile.

L'arte figurativa preistorica fa risalire l'uso dei pantaloni al Paleolitico superiore. Un esempio caratteristico si trova nelle statuette delle Veneri paleolitiche trovate nei siti siberiani di Malta e di Le Buret. Una parte del tessuto per coprire i genitali e delle bande trasversali ricordano molto i pantaloni portati dai popoli dell'Artico.

Due autentici pantaloni, muniti di copertura per i genitali, sono stati scoperti in Cina, in una tomba alla fine del deserto di Taklamakan : sono stati datati tra il XIII secolo e il X secolo a.C e utilizzati per l'equitazione.

La scoperta di Ötzi, una mummia molto ben conservata, ha permesso di osservare un uomo del Calcolitico indossare leggins in pelle attaccati con una corda alla cintura di un pareo.

Nell'Antichità la storia dei pantaloni è legata alla domesticazione del cavallo. Fanno la prima apparizione nell'ectonografia greca nel VI secolo a.C. I pantaloni, probabilmente portati da entrambi i sessi, sono attestati da degli scultori e da disegni degli Achemenide, nei Medi e Sciti iraniani, i Friginei, i Traci, i Daci, gli Armeni o gli Unni.

I greci antichi utilizzano i termini anaxyris per definire i pantaloni portati dai popoli dell'Est (pantaloni lunghi alla caviglia annodati con una corda) e sarabara per quelli portati dagli Sciti. Non portavano altri modelli, ad eccezion fatta dei loro schiavi, che utilizzavano dei pantaloni collat, perché i padroni li trovavano ridicoli, come attesta l'utilizzo del termine thúlakos (sacco), che si usa per i pantaloni larghi portati dai Persiani sotto le loro tuniche (segno del loro rango socialmente elevato) e degli altri popoli dell'Oriente.

La Repubblica Romana rinnega inizialmente i pantaloni, visti come un emblema dei Barbari. L'espansione dell'Impero Romano al di là del bacino del mediterraneo fece sì che i soldati romani a contatto con questi popoli riconoscessero l'utilità di questo capo che preserva il calore, ed è così progressivamente adottato nell'esercito romano e poi si generalizzò nella società civile III secolo. Due tipi di pantaloni erano in uso: i feminalia (che proteggeva i femori), che si adottò perfettamente ed erano generalmente corti o a metà polpaccio e i femoralia, pantaloni ampi legati alla caviglia. Questi due capi d'abbigliamento, che sono sia in pelle che in lana, cotone o in seta, sono usati inizialmente dai Celti poi si videro usati dai Persiani del Medio-Oriente e dai Teutonici.

In Cina antica, i pantaloni erano portati solo dalla cavalleria. Dopo, furono introdotti dal re Wu di Zhao nel 375 a.C., copiando il costume dei cavalieri turco-mongoli della frontiera settentrionale della Cina.
Le tombe di Yanghai sono un antico, vasto cimitero attribuito alla popolazione cinese Gushi, che si estende per 54 mila metri quadrati di superficie.

Il clima caldo e asciutto dell'area ha contribuito a preservare corpi e manufatti risalenti a migliaia di anni fa.

Prima di quell'epoca gli abitanti della zona si coprivano con tuniche, toghe e mantelli, lunghe vesti perfette per camminare, ma scomode una volta saliti in sella.

«Durante i normali movimenti quotidiani la parte interna della gamba e il cavallo non sono esposti a costante frizione: questo diviene un problema solo quando si cavalca ogni giorno» spiega Mayke Wagner del German Archaeological Institute di Berlino, tra gli scopritori dei pantaloni.

La scoperta avvalora l'ipotesi che ad inventare i pantaloni siano stati pastori nomadi capaci di cavalcare, e che l'innovativo tipo di abbigliamento si sia diffuso nella regione dello Xinjiang grazie a popoli a cavallo - allevatori o forse guerrieri. Nella tomba in cui è stato trovato il reperto, appartenente a due uomini sui 40 anni, sono stati rinvenuti anche una frusta, un morso per cavallo in legno, un'ascia da battaglia e un arco. La datazione è compatibile con le attuali teorie sulla nascita delle prime cavalcate, databili intorno a 4 mila anni fa.

Gli antichi pantaloni sono fatti di tre diversi pezzi di stoffa cuciti l'uno all'altro, uno per ogni gamba e uno per il cavallo: quest'ultimo è realizzato con un tessuto diverso e più resistente, con pieghe lasciate appositamente un po' lasse (per facilitare la salita in sella e non stringere durante la cavalcata) come alcuni pantaloni che vanno di moda oggi.

I calzoni - ipotizzano gli archeologi - dovevano risultare abbastanza scomodi una volta scesi dal destriero. Ma erano comunque, per l'epoca, finemente decorati con motivi geometrici su entrambe le gambe. «Tendiamo a sottostimare i tentativi ornamentali di migliaia di anni fa, perché raramente se ne conserva traccia» spiega Wagner «ma anche all'epoca i vestiti si distinguevano anche per stile e aspetto estetico, e non solo per comodità».

I pantaloni sono stati introdotti in Europa occidentale a più riprese nel corso della storia, specialmente dagli Ungheresi e i Turchi dell'Impero ottomano ma sono diventati comuni soltanto a partire dal XVI secolo.

I pantaloni traggono origine da quelli alla zuava portati dagli uomini del XV secolo. I pantaloni alla zuava erano facili da fabbricare e fissare con dei lacci. Ma poco a poco, i pantaloni alla zuava, sul davanti, lasciarono una grande apertura per i bisogni sanitari. Inizialmente, i bottoni scendevano fino al ginocchio, coprendo il bacino. Ma con l'evoluzione della moda, i bottoni diventano più corti, e diventa necessario per gli uomini coprire le loro parti genitali con una cerniera, che fu aggiunta ai pantaloni alla fine del XVI secolo.

Nel 1788, durante la Rivoluzione francese, coloro che portavano i pantaloni, chi lavorava per il popolo, si sono distinti sotto il nome di Sanculotti, in opposizione a coloro che portavano le culotte, che erano aristocratiche e borghesi. Diventò in seguito una tendenza rivoluzionaria.

Ma è a partire dal 1830 che i pantaloni furono veramente accettati e portati come capo d'abbigliamento da città.

Questo stile fu introdotto in Inghilterra all'inizio del XIX secolo, probabilmente da Beau Brummell, e divenne il capo più portato dalla metà del secolo.
L’eleganza maschile, semplice ma elitaria e aristocratica, all’inizio del nuovo secolo è improntata alla moda inglese e il Principe di Galles, Edoardo VII dal 1901 re d’Inghilterra, ne è l’arbitro. Inaugurò la moda del risvolto quando, visitando le scuderie di Ascot, si rimboccò l’orlo dei pantaloni per non inzaccherarli e dimenticò poi di metterli a posto; a lui si deve anche l’uso di tenere slacciato l’ultimo bottone del gilet, da cui deriva la foggia delle due punte sul mezzo davanti. In fatto di moda
maschile gli esempi del Principe di Galles venivano immediatamente seguiti e consacrati all’ultima moda. La consuetudine inglese raccomandava il completo giacca, pantalone,  gilet; il pantalone continua ad essere tagliato in quattro pezzi, dotato di un risvolto al fondo, riservato esclusivamente ai modelli da mattina, e di una piega tenacemente stirata, nel mezzo davanti e dietro di ogni gamba, che conferiva una linea secca, precisa ed elegante. Le bretelle contribuivano a tenere in forma il pantalone, erano rigorosamente nascoste sotto il gilet, come la parte alta dei pantaloni, perché considerate un accessorio intimo.
Ai completi formali composti da finanziera e pantaloni grigi, si contrappongono mises adeguatamente studiate per poter praticare lo sport.
Dall’Inghilterra, insieme alla giacca Norfolk, monopetto e allacciata molto alta, collo con piccoli revers e cintura incorporata, si diffondono i knickerbockers, pantaloni che si chiudono sotto al ginocchio con una fascetta e due bottoni, o una fibbia di metallo. Sono in tessuto di lana dall’aspetto rustico, quasi sempre assortito alla giacca, e si portano con calzettoni di lana e ghette; sono indossati dagli uomini che vanno in bicicletta, scalano monti, cacciano, pescano, giocano a golf. La versione americana viene chiamata plus-fours, poiché il modello è allungato di quattro pollici in nome di una più comoda vestibilità.
D’estate gli sportivi che giocano a tennis, fanno canottaggio, veleggiano con gli yacht da diporto e affollano le stazioni balneari della mondanità internazionale, hanno un guardaroba fornitissimo di pantaloni diritti, appena più larghi di quelli da sera, in lino bianco, in flanella panna o avorio, abbinate ai cardigan blu  marina e all’immancabile paglietta.
I marinai hanno giocato un ruolo nella diffusione dei pantaloni nel mondo. Nel XVII e XVIII secolo, i marinai portavano dei pantaloni larghi chiamati galligaskins. I marinai sono stati inoltre i primi a portare i jeans. Questi ultimi diventarono popolari alla fine del XIX secolo nell'America dell'Ovest, per la loro resistenza e longevità.

È in Persia che troviamo i primi pantaloni femminili. In Europa, i pantaloni per donna non diventano di moda fino al XX secolo. Prima, a causa delle proibizioni religiose e i valori attribuiti a ciascun genere (coraggio per l'uomo, pudore per la donna) s'imponeva la differenza sessuale nell'abbigliamento, e portare i pantaloni per le donne era proibito e condannato.



In Francia, durante la Rivoluzione, un'ordinanza del prefetto della Polizia di Parigi del 16 brumaio anno IX (7 novembre 1800) regolamentò l'utilizzo dei pantaloni per le donne, impose a quelle che volevano vestirsi con abiti maschili nei 81 comuni del dipartimento della Senna e i comuni di Saint-Cloud, Sèvres e Meudon di presentarsi alla prefettura di polizia per essere autorizzate. Quest'autorizzazione non poteva essere concessa che per motivi medici. Contrariamente a ciò che si è spesso affermato, nessuna legge ha generalizzato questa restrizione.

Due circolari prefettizie (1892 e 1909) attenuato il bando, autorizzarono l'uso di pantaloni femminili se la donna teneva per mano il manubrio della bicicletta o le redini di un cavallo. Poco tempo dopo, le donne non portarono i pantaloni, seguita dall'affermazione popolare «una donna che porta i pantaloni è una donna che si porta male» perché «una donna onesta ha le ginocchia sporche». Alcune donne nel corso del XIX secolo, portarono i pantaloni, artiste come Rose Bonheur o George Sand, che beneficiarono di una relativa complicità delle autorità.

Ma è la pratica dello sport come l'alpinismo o il ciclismo che hanno allargato l'uso dei pantaloni. C'erano sempre delle resistenze: nel 1930, alla campionessa olimpica Violette Morris fu respinto il suo ricorso contro la Federazione femminile sportiva di Francia che l'aveva rimosse a causa del suo comportamento e del suo abbigliamento maschile, giudicando "deplorevole" l'esempio che lei dava alla gioventù.

I pantaloni non erano tollerati tranne nel caso che le donne facessero un mestiere da uomo. Così, in Inghilterra, le donne che lavoravano nelle miniere di carbone di Wigan furono tra le prima a portare i pantaloni per compiere il loro lavoro pericoloso. Portavano una tuta al di sotto dei pantaloni, ma questa tuta era avvolta fino alla vita per non rovinare i loro movimenti. La loro divisa scioccò la società vittoriana dell'epoca. Nell'Ovest dell'America, nel XIX secolo, le donne lavoravano nei ranch portando i pantaloni per poter cavalcare.

All'inizio del XX secolo, aviatrici e donne attive incominciarono a portarli. Tre attrici celebri, Marlène Dietrich, Greta Garbo e Katharine Hepburn, portavano volentieri i pantaloni, vedere lo smoking, ad Hollywood negli anni 1930, scioccò molto l'America puritana e in crisi, ma le prime due furono considerate dalla stampa femminile come le rappresentanti di una sofisticazione europea un po' esotica, poiché l'anticonformismo di Katharine Hepburn era mal giudicato. Ma questa contribuì più progressivamente a democratizzare una capo "maschile" per le donne "ordinarie".

Durante la Prima Guerra Mondiale e la Seconda Guerra Mondiale, le donne lavoravano nelle fabbriche o eseguivano altri "lavori per uomini" e cominciarono a portare i vestiti civili dei loro mariti mobilizzati, compresi i pantaloni. Nel dopo-guerra, i pantaloni sono diventati un capo di tendenza accettato per il giardinaggio, la spiaggia, e le altre attività di piacere.

Le nuove generazioni degli anni Sessanta rifiutano i modelli esistenti e cercano forme nuove, di rottura con il passato. Il veicolo principale di questo contagio è la musica rock inglese e americana, impersonata da gruppi e cantanti che rompono con le tradizioni attraverso le parole, i suoni delle loro canzoni, i comportamenti  e il look. E poiché questi cantanti sono per lo più uomini, è proprio l’abbigliamento maschile quello che per primo subisce le più traumatiche trasformazioni. I teddy boys e i motociclisti sulle Harley Davidson indossano pantaloni di cuoio nero tenuti da un cinturone torchiato, infilati negli stivali. I pantaloni di pelle hanno conservato, dai loro lontani antenati persiani, un aspetto maschio e virile, e nell’abbigliamento dei “centauri selvaggi”, reso celebre da films come The Wild One e Easy Rider, hanno assunto valenze simbolico-feticiste dichiarando gli istinti aggressivi di chi li indossa.
A Londra i giovani trovano la loro identificazione specchiandosi nei Beatles: indossano pantaloni newedwardians, ispirati ai modelli italiani, in colori sobri e scuri, alternati a tartan, camicie dai colli alti e si spostano in Vespa o Lambretta: in Carnaby Street le piccole sartorie assecondano l’influenza dell’Italian look.
Jeans attillati, capelli lunghi, stivaletti, maglie a righe diventano la mise giovanile di strada: è dal Settecento che l’uomo non dava di sé  un’immagine tanto vistosa e sessualmente provocatoria, arrivando a mettere in ombra la figura femminile.
L’ideologia femminista e la rivalsa della parità sessuale nella generazione degli anni Sessanta portano al fenomeno del tutto nuovo dell’unisex: le ragazze cominciano ad indossare gli stessi capi dei coetanei maschi, pantaloni e magliette attillate accompagnate da un trucco marcato, capelli lunghi e cotonati.
Ragazzi e ragazze si scambiano pullover e maglioncini corti in vita, camicie, giacche e pantaloni colorati.
Immancabili i jeans, diritti o affusolati, di velluto liscio o a coste, così stretti che per chiuderli con la zip è consigliato sdraiarsi sul letto e trattenere il respiro.
Poi il pantalone scende sotto il punto vita, stretto al bacino e nella coscia, si allarga sotto il ginocchio a zampa di elefante, secondo i dettami del look delle rock stars del momento. Durante gli anni settanta la linea maschile subisce un mutamento d’immagine: diviene più smilza e il corpo più fasciato.
Superate le stravaganze della contestazione, verso la metà del decennio Settanta-Ottanta
ritornano modelli di pantaloni a quattro pinces con tasche tagliate in diagonale, a gamba larga ma non più scampanata.
Le stesse linee dei pantaloni maschili diventano parte integrante del guardaroba femminile per l’abbigliamento sia casual sia formale.
Risale al 1966 la proposta di Yves Saint Laurent dello smoking da donna e la comparsa del tailleur pantalone nell’uso comune in versione da giorno, lavorato in velluto rasato, a coste, in tweed e da sera in georgette o fibre di seta.
Negli anni Ottanta la battaglia dei pantaloni per le donne è stata del tutto vinta: il tailleur giacca e pantalone al femminile emula l’immagine dello yuppie, formale e in carriera. I calzoni valorizzano la figura e sottolineano le gambe sia nei modelli ampi, sciolti e morbidi, realizzati in tessuti leggeri, sia nei modelli a tubo più corti con spacchetti o nei pantacollant aderenti e in lycra.
La versione corta, modulata in tutte le lunghezze e realizzata in tutti i materiali, compare nell’abbigliamento casual, sportivo, giovanile, e nei completi giacca e shorts in versione trendy.
Negli ultimi vent’anni, i pantaloni vengono presentati nella moda femminile in svariati e fantasiosi modelli, di atmosfera classica maschile, country, etnica, elegante, sofisticati, trasparenti e sexy, immancabili i jeans in tutte le lavorazioni. Oggi sono una tipologia indispensabile nel guardaroba femminile, e di uso corrente, al punto da essere il capo più amato e utilizzato dalle donne di tutte le generazioni, tanto da diventare i veri protagonisti delle collezioni di prèt à porter.

Nel 2003, il deputato Jean-Yves Hugon che proponeva l'abrogazione di questa legge francese, si è sentito rispondere dal ministro delegato alla Parità e Uguaglianza professionale, Nicole Ameline, che in questo genere di casi, lasciare una legge non applicata è meglio che fare adottare un testo abrogato. Nel settembre 2010,i consigli municipali di Parigi, alla domanda degli eletti Verdi e Comunisti, fanno la stessa domanda e viene loro risposto dal prefetto, che lui ha meglio da fare che occuparsi di archeologia legislativa. Nel 2013, in risposta ad una domanda simile di un senatore, Alain Houpert, il ministro dei Diritti delle Donne constata l'abrogazione implicita dell'ordinanza, dal fatto della sua incompatibilità «...con i principi d'uguaglianza tra le donne e gli uomini che sono scritti nella Costituzione e gli impegni europei della Francia».

Nel Sudan, la legge che vieta l'uso del capo d'abbigliamento indecente è interpretata dalle autorità sudanesi come un divieto dell'uso dei pantaloni per le donne e chiunque di loro li indossi è punita con quaranta colpi di frusta.

Nel corso dei secoli, alcuni termini, oggi obsoleti, sono stati utilizzati per definire i pantaloni:
i braies, portati dai Celti e dai Germani, composti da due gambe indipendenti la cui parte alta si avvolgeva sul bacino;
la rhingrave, una sorta di jupe-culotte maschile del XVI secolo, plissettata e ornata di pizzo;
i pantaloni alla zuava, pantaloni del X secolo, che risalgono fino alla vita;
la culotte che, nel XVIII secolo, scendeva fino al ginocchio.

I pantaloni possono essere classificati secondo la loro lunghezza. Si parla di :
short, quando la gamba si ferma a metà coscia;
bermuda, quando la gamba si ferma al di-sopra del ginocchio;
pantaloncini, per pantaloni stretti la cui gamba si ferma al di-sotto del ginocchio (così come per i ciclisti).
Un gran numero di materiali possono essere utilizzati nella produzione di pantaloni:
la tela così come il lino sono destinati ad essere portati in estate;
il velluto è destinato ad essere portato in inverno;
il denim, utilizzato nella produzione di blue jeans;
la pelle;
la gomma, il lattice o il vinile;
tessuti elastici, come l'elastane (lycra), utilizzati nella produzione di leggins o pantaloni fuseau.

I pantaloni si classificano secondo tre altezze di vita :
pantaloni a vita alta, la cui cintura arriva all'altezza della giro vita ;
pantaloni a vita giù (o abbassata), la cui cintura arriva a 3 o a 4 cm sotto il giro vita.
pantaloni a vita bassa, la cui cintura arriva a 5 o a 6 cm sotto il giro vita. Il baggy appartiene a questa categoria, il quale è spesso realizzato con taglio dritto, molto largo dei fianchi fino alla base dei pantaloni.

Numerosi termini permettono di qualificare la forma e il taglio dei pantaloni:
Pantaloni affusolati : pantaloni molto rettificati la cui base si ristringe.
Pantaloni regular fit : pantaloni il cui taglio è dritto.
Pantaloni relaxed fit : pantaloni i cui fianchi sono molto abbondanti.
Pantaloni slim o sigaretta : pantaloni stretti.
Pantaloni skinny : pantaloni molto stretti, assomiglia molto ai leggins
Pantaloni oversize : pantaloni molto larghi.
Pantaloni bootcut : pantaloni le cui gambe sono svasate a partire dal polpaccio.
Pantaloni flare : pantaloni le cui gambe sono svasate a partire dal ginocchio.
Pantaloni extra-flare : pantaloni più svasati di quello flare
Pantaloni a zampa di elefante: pantaloni della moda degli anni 1970, stretti in alto e sui fianchi, terminano in un tubo molto largo sulle caviglie. Ridiventati di moda negli anni 2010.
Pantaloni a pieghe: pantaloni con delle pieghe fatto a ferro caldo.
Pantaloni a clip : pantaloni con una cucitura sul fianco che creano una piega lungo l'intera lunghezza o larghezza con freccette nella parte anteriore. Sono stati inventati negli anni 1920-1930 «...in un momento in cui abbiamo cercato di amplificare il contrasto tra una grande e una dimensione molto stretto coscia per dare la larghezza e profondità alla gamba», osserva Le Figaro Magazine coniugati a una vita alta e larghe spalle di giacca per dare una parte centrale. Le clip posso essere fino a tre. Questi pantaloni erano un capo standard degli anni 1940 prima di cadere in disuso, specialmente a causa dei costumi, i cui tessuti sono divenuti più fini e supportano meno la piega e di fatto i pantaloni si portano ora più stretti.

I pantaloni si formano spesso con una chiusura a cerniera o con dei bottoni, situati sul davanti.

Possono anche essere chiusi sui fianchi attraverso un punto, un pezzo di tessuto che si attacca alla vita mediante bottoni.

Alcuni modelli di pantaloni femminili hanno la chiusura posteriore.

Infine, alcuni pantaloni si mantengono con un elastico all'anca. È il caso dei pantaloni sportivi, come il jogging.

La maggior parte dei pantaloni sono muniti di passante, al fine di poterci infilare una cintura.

I pantaloni sono all'origine dei soprannomi, per esempio in bretone, Maryann ar Bragou o Marianne le pantalon ("Marianna pantaloni"), soprannome di una moglie-amante. Come "portare le culotte, cioè "portare i pantaloni", si dice di una donna che comanda la casa.
.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



.

lunedì 18 luglio 2016

LE LENTI A CONTATTO

.


La nascita della lente a contatto si fa risalire a Leonardo da Vinci, che nel 1508 verificò che immergendo l'occhio in una sfera contenente acqua, esisteva un cambiamento ottico fra la superficie interna della sfera di vetro, e quella esterna della cornea.

Successivamente, nel 1636, Cartesio pubblica La diottrica, in cui perfeziona l'idea di Leonardo, spiegando che un tubo riempito d'acqua e appoggiato sulla cornea, avente una lente all'estremità che sia perfettamente sovrapponibile alla cornea stessa, annulla o riduce le anomalie refrattive dell'occhio.

Le lenti a contatto modernamente intese vanno fatte risalire alle scoperte di Adolf Gaston Eugen Fick, E. Kalt, A.E. Muller, rispettivamente in Svizzera, Francia e Germania. Queste lenti erano in materiale vetroso, ad appoggio sulla sclera, di grande diametro e mal sopportate fisiologicamente.

Le prime lenti in materiale plastico si devono all'ungherese Josef Dallos e all'americano William Feinbloom. I vantaggi rispetto al vetro sono immediati, diminuendo notevolmente il peso. Le prime lenti a contatto corneali rigide nascono nel 1950, aventi diametro inferiore a quello corneale, progettate da Norman Bier. Sono oggi note come semirigide e sono ancora utilizzate per la correzione di irregolarità corneali come l'astigmatismo ed il cheratocono.

Agli inizi degli anni '60 due ricercatori cecoslovacchi, Drahoslav Lim e Otto Wichterle, progettarono le prime lenti a contatto in idrogel, le morbide, che oggi sono disponibili sul mercato in una gran varietà di materiali con resistenza agli ammiccamenti e permeabilità diversi.

Alla fine degli anni '60 iniziarono ad essere utilizzate anche le prime lenti rigide ortocheratologiche, sviluppate in contemporanea ed indipendentemente sia in Italia che in America con lo scopo di modificare il profilo corneale fino a correggere il difetto refrattivo. Oggi le lenti per ortocheratologia utilizzano materiali super permeabili all'ossigeno e sono utilizzate per fini correttivi solo durante il sonno, ma inizialmente venivano applicate durante tutto il giorno. Le lenti per ortocheratologia nel 2002 hanno ricevuto l'approvazione della Food and Drug Administration per la correzione della miopia fino a -6.00 diottrie con astigmatismo miopico fino a -2.00 diottrie, limite che si sposta ogni giorno grazie alle innovazioni tecnologiche. Oggi si possono correggere anche leggere ipermetropie.

Dal 2013 sono in corso studi per ottenere lenti a contatto con zoom per lo più a scopi militari, dove per ottenere lo zoom è necessario utilizzare degli occhiali con lenti polarizzate.

Dal 2015 si cerca di realizzare un "sandwich" di lenti con incorporato un dispositivo per il controllo della glicemia attraverso la lacrima e un'antenna per trasmettere i dati direttamente ai computer degli ospedali.

Le principali proprietà dei materiali utilizzati da tenere presente per la costruzione delle lenti a contatto sono: permeabilità all'ossigeno, bagnabilità, durezza, resistenza ai depositi, conducibilità termica, peso specifico e spessore, biocompatibilità. permeabilità all'ossigeno – questa è una caratteristica fondamentale per una buona tollerabilità delle lenti a contatto, dato che la presenza di ossigeno è un fattore indispensabile per il metabolismo corneale. La capacità di trasmettere ossigeno viene indicata come “valore Dk”: “D” rappresenta il coefficiente di diffusione del gas attraverso il materiale, mentre “k” è una costante che indica la quantità di ossigeno presente nel materiale stesso; bagnabilità – si definisce così la capacità di un liquido di ricoprire una superficie solida ed ha particolare importanza in relazione al mantenimento del film lacrimale, il cui mantenimento è condizione necessaria per la compatibilità tra occhio e lente; biocompatibilità – si definisce in questo modo la mancanza assoluta di reazioni avverse da parte dell'organismo verso un materiale. La ricerca scientifica applicata alla contattologia ha portato alla realizzazione di numerosi materiali che posseggono questa particolare caratteristica.

La permeabilità è indicata col termine Dk, dove D è uguale alla diffusività di materia attraverso un materiale e K la solubilità della stessa. Questa caratteristica, ovvero la capacità di un materiale di trasmettere attraverso di sé il gas, è fissa per ogni polimero, ma può variare con la temperatura. Fattore di forte influenza nel passaggio dell'ossigeno è anche lo spessore della lente presa in esame. Una corretta valutazione della permeabilità prescinde necessariamente da esso. Per definire quindi l'esatto apporto di ossigeno proveniente alla cornea con l'applicazione di lenti a contatto, bisogna parlare di trasmissibilità all'ossigeno, ovvero del valore Dk posto in relazione con lo spessore t: Dk/t.

Le lenti a contatto morbide sono caratterizzate dalla presenza, nella loro struttura, di una percentuale di acqua che va dal 36% al 75% e dalla permeabilità dell'ossigeno (possibilità dell'ossigeno di passare attraverso la lente e raggiungere la cornea).

Normalmente, in condizione idratata, le dimensioni di una lente a contatto morbida sono comprese tra i 13 e i 15mm con uno spessore da 0,06 a 0,4mm. Spesso hanno una leggera colorazione (detta tinta di visibilità o più semplicemente v.t.).

L'elevata quantità d'acqua e il materiale in cui sono realizzate fanno sì che queste lenti a contatto possano sporcarsi facilmente e per questo necessitino di una accurata pulizia.

Le lenti a contatto morbide possono essere scelte, oltre all'esigenza correttiva, in base alla durata di utilizzo, alla quale è importante attenersi scrupolosamente. Il portatore di lenti a contatto può optare per:
lenti a contatto giornaliere da utilizzare per una sola giornata e poi gettate;
lenti a contatto disposable o “usa e getta” che possono avere una durata settimanale quindicinale o mensile;
lenti a contatto ad uso continuo per un porto ininterrotto giorno e notte fino a 30 giorni;
lenti a contatto a ricambio frequente la cui durata va da 3 a 6 mesi;
lenti a contatto morbide convenzionali o a sostituzione programmata che durano 12 mesi.

Le lenti a contatto rigide sono più piccole ed hanno una consistenza e una struttura più “sostenuta” rispetto a quelle morbide. Sono realizzate in pMMA (polimetilmetacrilato), sostanza che non si lascia attraversare dall'ossigeno, il quale raggiunge così l'occhio solo attraverso il ricambio lacrimale.

Chiamate anche, impropriamente, semirigide, le lenti a contatto rigide gas permeabili, a differenza delle rigide, si lasciano invece attraversare dall'ossigeno, assicurando così un maggior comfort grazie alla migliore ossigenazione corneale.

Sono disponibili due tipi di lenti a contatto colorate: opache e intensificanti. Le lenti opache coprono tutta l'iride e, pertanto, la superficie visibile non è altro che il colore della lente stessa; le lenti intensificanti non cambiano il colore degli occhi ma rendono più forte quello già presente. Esistono lenti a contatto colorate che oltre ad avere una funzione puramente cosmetica possono correggere i difetti visivi. le lenti a contatto cosmetiche sono sempre dispositivi medici e per questo soggette allo stesso tipo di manutenzione.



La manutenzione della lente a contatto ha lo scopo di mantenere integre nel tempo le caratteristiche chimico-fisiche del materiale.

L'azione di pulizia è essenziale per la rimozione dalla superficie della lente di muco e cosmetici, e precede l'azione disinfettante della stessa. La presenza di questi composti diminuisce l'effetto di disinfezione effettuato posteriormente, diminuisce la bagnabilità del materiale ed il comfort d'utilizzo. Gli agenti pulenti possono essere di natura anionica, non ionica o anfotera. I secondi sono i tensioattivi maggiormente utilizzati, per la loro caratteristica di emulsionare i lipidi, solubilizzando i depositi e rimuovendo i contaminanti presenti nella lacrima.

L'azione di disinfezione ha come scopo principale il prevenire uno stato patologico iniziale proveniente da un agente eziologico presente sulla superficie della lente a contatto.

Le soluzioni utilizzate per la disinfezione sono composte da uno o più antisettici, quali il Benzalconio cloruro, il thimerosal e la clorexidina, e da un chelante, quale l'EDTA.

L'azione di risciacquo ha la funzione di eliminare gli scarti provenienti dall'azione di disinfezione, mantenere la bagnabilità della superficie e svolgere ruolo di tampone, ovvero di mantenere il livello del pH su valori neutri o lievemente basici (intervallo PH=7,0/7,4). Le soluzioni utilizzate sono prevalentemente saline. Vanno utilizzati solamente i liquidi appositi: le lenti a contatto non vanno mai risciacquate sotto l'acqua corrente, che può invece provocare gravi infezioni oculari (causate, ad esempio, da una patologia come la cheratite).

L'azione di lubrificazione è necessaria per mantenere l'idrofilia del materiale, essenzialmente idrofobo. L'azione di ricopertura del film lacrimale protegge inoltre la superficie della lente durante l'applicazione, prevenendo la trasmissione dalle dita di depositi sebacei.

I componenti maggiormente utilizzati come agenti umettanti sono l'alcool polivinilico, l'ossido di polietilene, l'idrossietilcellulosa e la metilcellulosa.

Pratiche e sicure, le lenti a contatto sono la soluzione preferita da decine di migliaia di italiani per correggere i difetti visivi. Hanno il vantaggio di poter essere indossate in tutte occasioni e consentono una visione nitida a 360 gradi, a differenza degli occhiali che permettono la perfetta visione solo quando lo sguardo è rivolto al centro della lente. Eppure solo una minoranza dei portatori di lenti presta le dovute attenzioni al loro corretto uso, alla manutenzione e alla scelta dei prodotti in base alle proprie caratteristiche visive. 
  
Le lenti a contatto sono i grado di correggere tutti i difetti visivi ma non tutti quelli che hanno un difetto visivo possono portare le lenti a contatto. Molto dipende dalle caratteristiche dell’occhio, come la sua lacrimazione e la morfologia della superficie oculare, che devono essere tali da permettere la sicura indossabilità delle lenti senza alcun rischio. 
   
Per chi soffre di allergie che causano fastidi e pruriti agli occhi, l’utilizzo delle lenti può essere un’ulteriore causa di irritazione. I colliri contro le allergie possono inoltre essere assorbiti dalla lente e danneggiarla.  
   
Le lenti a contatto possono essere tranquillamente indossate dalle donne che si truccano, a patto che queste assumano alcuni accorgimenti, come quello di indossare la lente prima di truccarsi e ricorrere anche in questo caso alle lenti giornaliere. Si dovrebbe inoltre cercare di scegliere trucchi ipoallergenici a base di acqua e soprattutto senza oli, i quali possono causare depositi lipidici sulla lente e danneggiarla. 
      
Potenziare le capacità percettive della visione, durante la pratica di un'attività sportiva, permette agli atleti professionisti ed amatoriali di migliorare sensibilmente le loro prestazioni. Basti infatti pensare che nell'uomo, se si raggruppassero tutte le informazioni sensoriali che dall'esterno giungono al cervello, ben due terzi sarebbero  di tipo visivo. E' quindi ovvio che l'atleta, per ottenere delle buone performance sportive, abbia la necessità di servirsi di tutte le potenzialità delle funzioni oculari; ad esempio l'acuità visiva, che è la capacità di individuare due punti vicini, misurata dall'angolo minimo sotto cui devono essere visti, di modo tale che l'occhio possa percepirli come due punti distinti. Ma questa caratteristica non è che una delle tante qualità che possiedono i nostri occhi. 
L'importanza della vista nel rendimento sportivo è sottolineato anche dall'esistenza, da ormai vent'anni, di una vera e propria Accademia Europea di Sport Vision, che si occupa di efficienza visiva e implicazione nelle attività sportive.
Oggi, chi fa attività fisica ed ha bisogno di una correzione della vista, perché affetto da miopia, astigmatismo o altri disturbi visivi, oltre ai comuni occhiali, può contare sull'uso delle lenti a contatto. Infatti, gli occhiali da vista per uso sportivo garantiscono l'acuità visiva, ma spesso sono scomodi da portare, o addirittura vietati nei casi di sport che prevedono frequenti e pericolosi contatti fisici. Attualmente vi sono diverse chiavi di successo dell'applicazione ed espansione del mercato della contattologia al mondo dello sport.  
Preferire le lenti a contatto agli occhiali presenta diversi vantaggi: garantiscono una maggiore sicurezza negli sport di contatto, sono indipendenti dagli sbalzi di temperatura e regalano all'atleta un campo visivo più ampio. 

La lente morbida, a differenza di quella rigida, non si perde con facilità anche durante gli scontri con l'avversario, oppure dopo aver colpito la palla di testa, per questo è la soluzione ideale dove è richiesta una particolare stabilità della lente anche quando viene sollecitata da ripetuti contatti fisici come boxe, basket, arti marziali, lotta.

Anche negli sport ad immersione sono da prediligere le lenti morbide: con le lenti semirigide, si potrebbe infatti presentare l'inconveniente formazione di bolle d'aria tra lente ed occhio.
Per chi pratica il nuoto, le lenti "usa e getta" abbassano il rischio di contaminazione batterica, se utilizzate con la dovuta cura e manutenzione. E' comunque doveroso ricordare che per tutti i soggetti allergici al cloro, potrebbero presentarsi delle irritazioni congiuntivali anche dopo aver rimosso le lenti; inoltre, indossando le lenti a contatto in piscina, si aumenta il rischio di infezioni oculari a causa dei microorganismi presenti nell'acqua.

Per gli sport invernali come lo sci e lo snowboard, a causa del vento e del freddo, è sempre consigliato l'uso di maschere ed occhiali protettivi. Molti sciatori professionisti usano lenti a contatto morbide, siccome in ambienti freddi, vengono sopportate più facilmente anche da quelle persone che di solito trovano difficoltà a tollerarle; in più, associate ad un occhiale leggero e dotato di lenti filtranti ai raggi solari, permettono di aumentare il confort e la sicurezza dell'atleta durante la discesa, caratteristiche che verrebbero meno se si usasse invece un modello di occhiale con lenti fortemente graduate.

Per il tennis esistono particolari lenti morbide siliconate, che raramente si staccano anche se sottoposte a bruschi movimenti e, contemporaneamente, evidenziano il colore giallo della pallina. 
Esistono inoltre delle particolari lenti colorate, ideali per il golf, che aumentano l'acuità visiva e permettono di visualizzare meglio la pallina in determinate condizioni di campo (pendenza, distanza, ecc) o atmosferiche.


FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



.

domenica 26 giugno 2016

LA CINTURA



Le origini della cintura sono da far risalire alla preistoria: sono stati trovati resti di cinture metalliche dell'età del bronzo. Nell'antichità serviva per distinguere il grado militare, religioso o civile. Una precisazione stilistica e, nei tempi precedenti, pratica: nell'uomo, una volta allacciata la cintura la "lingua" oltre la fibbia, deve terminare sul fianco destro mentre nella donna sul fianco sinistro: questo perché nell'uomo, fin dall'antichità i vari tipi di cinture non dovevano dare "fastidio" all'estrazione della spada (portata sul fianco sinistro ed estratta con la mano destra) per cui la parte terminale andava sul fianco destro onde evitare intralci.

Il modello più comune ha fibbia ad una estremità e dei fori all'altra, infilando l'ardiglione della fibbia nei fori si ottiene la chiusura. Il vario numero dei fori, regolarmente distanziati, permette di regolarne la larghezza, per adattarla alla circonferenza della vita. Può essere dotata di qualsiasi altro tipo di chiusura o semplicemente annodata.

Cinture con funzione puramente decorativa vengono portate al di sopra dei vestiti, soprattutto nella moda femminile.

Fra i lottatori di Judo è una striscia di tessuto chiamata obi, il colore della cintura indica l'esperienza del lottatore; (bianca, gialla, arancione, verde, blu, marrone e nera).

Si ha traccia in tutte le religioni di cinture, la cui forma doveva essere quella di un semplice cordone, impiegate nelle cerimonie sacre e facenti parte degl'indumenti del sacerdote: il cingolo fa tuttora parte dell'abbigliamento liturgico del sacerdote cattolico. Oltre a ciò, diffusissima in tutti i popoli e in tutte le epoche è l'usanza di cinture in vario modo impiegate per la cura delle malattie, usanza che senza dubbio ha, alle sue origini, un significato magico, se ancor oggi presso vari popoli primitivi si adoperano delle cinture come amuleti per prevenire, per la sciatica, la tosse canina o la pleurite. Va ricordato, come particolare aspetto di quest'uso generale, l'altro, più specifico, ma più diffuso, di applicare una cintura al ventre delle partorienti sia per sorreggere il ventre stesso sia come amuleto, per allontanare le doglie; a parte le ripercussioni linguistiche di questo costume (si confronti il latino incincta nel significato di "gravida" e i derivati), numerosissimi sono gli aspetti che esso ha assunto in ogni epoca e presso ogni popolo, come varie sono le leggende fiorite intorno ad esso o i significati che gli sono attribuiti.

La cintura fa parte della moda di tutti i tempi e di tutti i paesi: in Egitto, in India, presso i Babilonesi e gli antichi Ebrei troviamo traccia di cinture che fermano in varie fogge il vestito alla vita e sono variamente ornate e disposte.

Nelle necropoli italiche dell'età del bronzo e della prima età del ferro frequenti sono i cinturoni in bronzo, di forma ellittica, con ornati a graffito o a sbalzo, costituiti da bottoni, cerchi, e talvolta anche da figure schematiche; ritenuti da qualcuno oggetti di carattere militare, è ormai accertato che erano invece ornamento muliebre, trovandosi in tombe di donne: la lamina di bronzo rivestiva la fascia di cuoio o di tela che costituiva la vera cintura. Accanto alla forma ellittica ricorre anche quella rettangolare a fascia; molte volte si sono recuperate soltanto le fibbie in metallo, mentre la cintura, di materiale deperibile, è andata distrutta.

Presso i Greci, nei miti dei quali si ricorda il cinto di Venere contenente tutte le seduzioni, la cintura faceva parte dell'abbigliamento tanto degli uomini quanto delle donne. Era necessario tenere stretto il lungo chitone, o tunica, e all'occorrenza sollevarlo rimboccandolo. A quest'uso corrisponde la varietà dei termini adoperati per indicare la maggiore o minore altezza della tunica tirata in alto per rendere libere le gambe. Il termine discinctus designa invece chi porta la tunica senza cintura, e dà l'idea di qualcuno che ha una certa negligenza o rilasciamento nel vestire e, per traslato, anche nei costumi.



La cintura era riccamente ricamata e orlata con frangie. Veniva assicurata a mezzo di fermagli di varie forme, di osso, di rame e non di rado anche d'argento e d'oro. Nelle figure rappresentate nei monumenti etruschi si trova talvolta che la cintura è completata da una specie di grembiule ricoperto di scaglie o di squame che ricade sul basso ventre.

Una cintura di forma speciale faceva parte del costume militare greco. Sopra la corazza, intorno alle gambe, la si portava sia per tenere uniti i pezzi della corazza, sia per difesa dell'anguinaia; questa cintura si chiudeva a mezzo di fermagli di varia materia, anche d'oro. Sotto la corazza, ma sopra il chitone, e nei tempi più antichi anche a contatto con il corpo stesso, si soleva mettere un'altra cintura formata da una larga fascia di sottili lamine di metallo imbottite interiormente. Anche sulle corazze (loricae) romane si cingeva una cintura (cingulum) che era un segno dello stato di servizio del militare, ufficiale o milite (v. cingolo).

Mentre nell'antichità la cintura era lasciata un po' lenta, in modo da permettere alle vesti di drappeggiarsi in pieghe, nel Medioevo appaiono cinture strettissime che il Rinascimento ornerà con tutta la sua fantasia e il suo lusso; si vedano ad esempio, le superbe cinture di Eleonora d'Este e di Isabella del Portogallo, nei ritratti del Tiziano: o la cintura meravigliosa che Benvenuto Cellini cesellò per Eleonora de' Medici. Nell'ultimo secolo fu notevole lo spostamento che più volte la moda volle portare nella cintura femminile, ora sollevandola fino alle ascelle, ora abbassandola fin sotto i fianchi. Quest'ultima posizione si mantenne per molti anni, sino ai nostri giorni; ora sembra invece che la cintura voglia riprendere il suo posto naturale.

Nel Medioevo la cintura ebbe anche grande importanza come indumento militare: solo i cavalieri avevano il diritto di portarla; essa fu adottata verso la metà del '300; l'usavano le persone nobili anche nell'abbigliamento civile, come segno di distinzione e della loro qualità militare. La cintura fu attaccata alla cotta di maglia o al giaco; e poi alla parte inferiore della corazza (più propriamente ai fiancali ed alla panciera) e fissata alle più basse lame. Il lusso di queste cinture militari divenne presto eccessivo, e ve ne sono ora nei musei che hanno valore grandissimo.

Fra il 1350 e il 1400, in Italia, in Francia e in Inghilterra le armature erano quasi identiche, e uno dei più begli esempi di cintura militare è dato dalla statua di Saverio di Lavellongo (morto nel 1375) che è nel passaggio fra il chiostro e la chiesa di S. Antonio di Padova. La cintura militare durò fino alla metà del 1400, poi disparve per lasciar luogo ad altre maniere dei distintivi di nobiltà. Cintura si diceva anche una robusta striscia di cuoio con la quale veniva affibbiata e tenuta fortemente insieme la corazza cioè la pezza di riparo del petto impigliata sopra la pezza del dorso; così il cavaliere sentiva il peso della corazza soltanto sulle parti molli dell'anca sulle quali appoggiava.

.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



.

mercoledì 1 giugno 2016

IL SUMO



Le origini del Sumo non sono certe, ma alcune testimonianze suggeriscono che questa attività possa aver avuto origine in una delle vicine località asiatiche; due stati che sicuramente influenzarono molto il Sumo giapponese furono Cina e Korea.
Anche se attualmente il Sumo è tipicamente giapponese, si pensa che molti aspetti culturali di questo sport derivino comunque da queste due regioni.

I giapponesi hanno introdotto in modo denso questa attività/sport nella loro cultura al punto da essere inclusa in moltissime leggende e situazioni nei secoli di evoluzione fino alle origini delle linee genealogiche imperiali e la “razza giapponese” stessa.

Il Sumo è parte integrante della cultura giapponese sin dai più antichi albori della storia del Giappone; nei secoli si è evoluto da rito religioso ad attività militare fino alla connotazione attuale di sport.

Dal passato al giorno d’oggi, ma soprattutto nel XXV sec. ha subito moltissime evoluzioni così come è variato il ‘target’ di questa attività: iniziando come intrattenimento per gli dei, si trasforma in attività di intrattenimento per i nobili per poi trasformarsi in spettacolo per le masse popolari.
Ultima evoluzione, la trasformazione del Sumo in uno sport avvenuto nel XIX sec. che ha poi reso il Sumo quello che vediamo oggi.

Due lottatori esclusivamente maschi, detti rikishi, si affrontano in una zona di combattimento detta dohyo. I lottatori sono organizzati in una graduatoria generale detta banzuke secondo principi di capacità e forza e non in categorie di peso. Caratteristica distintiva dei lottatori di sumo è l'indossare quale capo di abbigliamento un particolare perizoma detto mawashi e acconciare i loro capelli con una particolare crocchia detta oi-cho mage.

Nel sumo amatoriale i lottatori possono essere di sesso femminile ma la cosa è impensabile nel sumo professionistico vero e proprio. I praticanti di sumo possono anche essere chiamati sumotori ma diventano noti come rikishi quando diventano professionisti. Le categorie del sumo sono molteplici e partono dalla divisione minore, jonokuchi, per poi passare rispettivamente a jonidan, sandanme, makushita, juryo e makuuchi. Nello specifico sono chiamati makushita-tsukedashi quei lottatori di sumo (rikishi) che invece di cominciare il loro percorso professionale dal rango più basso (jonokuchi) vengono immediatamente proposti nella terza divisione (makushita) come novità.

Ciò avviene quando dei giovani particolarmente promettenti vincono i tornei giovanili di Mae-Zumo (cioè pre-sumo) dei mesi di settembre, ottobre, novembre e dicembre. I vincitori di uno dei primi tre tornei vengono inseriti nel ranking makushita col grado di makushita 15 (il livello va a decrescere sino a giungere al livello 1, che è quello più importante) mentre coloro che vincono uno di essi e anche il torneo di dicembre vengono proposti come makushita 10. Costoro, sia che si tratti degli ms 15, sia che si tratti degli ms 10, possono essere inseriti nel nuovo ranking entro 1 anno dai loro trionfi amatoriali. Si dice - ma non è confermato - che nel caso si tratti di lottatori stranieri (cioè non giapponesi) costoro devono essere circoncisi prima di poter accedere al loro nuovo rango.

Fatto curioso, certamente, anche se non se ne conosce la motivazione, che forse si rifà ad antiche tradizioni locali. Più in alto della categoria makushita ci sono le due divisioni professionistiche del sumo (chiamate sekitori): gli juryo (o jumaimae, una sorta di serie B del sumo) e i makuuchi (o makunouchi) che rappresentano la divisione maggiore e che a loro volta sono suddivisi in maegashira (dal livello 16 al livello 1) e sanyaku, cioè i grandi campioni (segmentati in komusubi, sekiwake, ozeki e yokozuna, che è il top del top). Lo yokozuna è il grande campione per eccellenza del sumo ed è distinguibile perché durante l'ingresso sul dohyo indossa una pesante corda annodata detta tsuna. Lo yokozuna non può mai retrocedere dal suo rango (come invece può accadere agli altri lottatori) ed abbandona la carica solo dopo il ritiro (intai).

Lo scopo dell'incontro è atterrare l'avversario o spingerlo fuori dal dohyo.



Le regole sono molto semplici, la vittoria spetta al lottatore che atterra o riesce a spingere all’esterno del dohyo l’avversario. Gli incontri possono durare da pochi secondi sino a parecchi minuti. Esistono una settantina di tecniche da poter utilizzare, alcune riguardano il sollevamento o la spinta fuori dal dohyo, altre varie prese e sgambetti. Sono permessi schiaffi con la mano aperta ma solo sulla parte superiore del corpo, non si possono dare pugni, calci e tirate di capelli.

Le categorie dei lottatori non si basano sul peso ma sulla bravura dei rikishi (lottatori). La categoria più importante è la Yokozuna, a cui appartiene un solo lottatore, il migliore.
Da questa categoria non si può retrocedere, quando il lottatore ritiene di non essere più in grado di competere e vincere, spontaneamente si ritira, cedendo il posto ad altri aspiranti.
Annualmente si svolgono 6 tornei dalla durata di 15 giorni ciascuno. Ogni lottatore ha in programma un incontro giornaliero. Il torneo è vinto dal rikishi che si è aggiudicato il maggior numero di incontri. Con 8 incontri vinti il lottatore sale di categoria, con 8 persi retrocede alla categoria più bassa. Al termine di ogni torneo si stila la banzuke (classifica).

Un legame alle antiche tradizioni si può riscontrare anche dai vari rituali che vengono svolti prima e dopo il combattimento.

I rikishi salgono sul dohyo per le pubbliche presentazioni. Il rituale prevede un cerimoniale eseguito con movimenti molto particolari delle braccia e gesti scaramantici. I rikishi indossano un grembiule (kenshomawashi) con colori e simboli che li rappresentano.
Il primo passaggio è l’entrata dei lottatori, che si posizionano sul dohyo.
L’apertura dei combattimenti ha ufficialmente inizio solo dopo l’ingresso dello Yokozuna e lo svolgimento del rituale propiziatorio.

I rikishi compiono un gesto scaramantico a protezione da infortuni, ferite e cadute.
Da ciotole apposite viene raccolta una manciata di sale, poi gettata sul dohyo.
Lo Shiko è un movimento eseguito dai lottatori, la gamba viene alzata portandola quasi in posizione verticale e poi si compie un movimento opposto portandola verso il basso, sbattendo a terra il piede, cosi da produrre un forte rumore. È un movimento preparatorio, ma viene utilizzato soprattutto come rito scaramantico per scacciare gli spiriti cattivi dal dohyo.
La danza con l’arco svolta da un giovane rikishi, alla fine del torneo, è un rituale che ha più valenze, simboleggia la forza e la vittoria (un arco era il dono ricevuto dal vincitore) ma anche felicità e prosperità.

I tornei tra sumotori professionisti si svolgono a Edo (l'odierna Tokyo) sin dal 1623, ma coll'andare del tempo il loro numero passò da uno all'anno durante l'epoca kansei (1789-1800) a sei annuali: tre a Tokyo in gennaio, maggio e settembre, uno a Osaka in marzo, uno a Nagoya in luglio ed uno a Fukuoka in novembre. Ogni torneo (basho, letteralmente "luogo") inizia di domenica, dura quindici giorni e vengono svolti molti incontri in cui i rikishi affrontano ogni giorno un avversario diverso. Il rikishi che dovesse vincere più incontri degli altri vince il torneo; solo se il rikishi riesce a vincere otto incontri su quindici può mantenere la propria posizione nella graduatoria detta banzuke, ulteriori vittorie o sconfitte ne determinerebbero la promozione o la retrocessione; questi ranghi sono fondamentali poiché solo un sumotori capace di entrare nei primi cinquanta campioni sekitori potrà aver diritto ad un vitalizio e a degli assistenti.

Il grado più alto è quello di yokozuna (letteralmente "ampia corda") che un lottatore può raggiungere se vince due tornei di fila, ottiene punteggi altrettanto degni e possiede le qualità morali necessarie al titolo che saranno valutate da un apposito comitato nazionale; uno yokozuna diviene egli stesso una semi-divinità scintoista e riceverà un generoso vitalizio anche a fine carriera. Lo yokozuna deve incarnare l'ideale del lottatore di sumo, difatti nel caso non riuscisse a vincere otto scontri nel corso di un torneo non sarebbe retrocesso, ma ci si aspetterebbe il suo ritiro.

Il sumo, oltre che sport di combattimento, è considerato essere una vera e propria forma d'arte.

A differenza di quanto avviene nel sumo tradizionale, le cui regole sono dettate dalla storia, dalla cultura nipponica e dalla religione, il sumo sportivo è una forma di lotta le cui regole di combattimento somigliano molto a quelle del sumo "originale". La totale assenza dei rituali, la possibilità di partecipare alle competizioni anche per le donne ed una giuria formata da un solo arbitro sono le principali note che caratterizzano il sumo sportivo.



FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



.

sabato 21 novembre 2015

IL PUGILATO

.


Le origini del pugilato risalgono all'antichità. Alcuni incontri famosi sono descritti nell'Iliade e nell'Eneide. I combattenti usavano proteggersi le mani con lacci di cuoio rinforzati con placche di piombo. Il pugilato iniziò a far parte del programma olimpico nel 668 a.C. e la letteratura tramanda i nomi dei vincitori delle olimpiadi su un arco di tempo di oltre un millennio. Non erano previste categorie di peso e per questo motivo, la disciplina, a livello agonistico elevato, era riservata a soggetti di taglia notevole.Il pugilato era presente anche nella Roma antica. Il combattimento terminava con la resa di uno dei due contendenti; le ferite gravi (e a volte anche la morte) erano accettate, non essendo dovute a malvagità, ma semplicemente alla superiorità tecnica e atletica.

Bisogna giungere al 1719 per vedere nascere a Londra una scuola moderna di pugilato. Nello stesso anno un certo James Figg si autodichiarò campione di boxe avendo vinto 15 combattimenti e non trovando nessun avversario che avesse il coraggio di sfidarlo. Figgn era un “armadio”,  aveva un corpo di atleta, era alto 1.84 cm e pesava 84 kg. Al tempo non si parlava di boxe ma di "nobile arte della difesa". Naturalmente, oltre al sapersi difendere, a scuola si imparava anche come far valere i propri diritti, i quali erano meglio difesi dopo abbondanti mescite di birra e gin. Non esistevano regole di combattimento e i pugilatori lottavano a mani nude.
Il successore sul trono di Figg, certo Jack Broughton, propose nel 1743 un codice di regole che includevano: l'identificazione di un ring delimitato da corde, la presenza di due secondi che potessero assistere il pugilatore, l'identificazione di un arbitro per il giudizio e di un altro arbitro che controllasse il tempo. Inoltre venivano indicati i colpi vietati e cioè: colpi portati con la testa, coi piedi e le ginocchia e i colpi sotto la cintura. Era inoltre prevista la sospensione dell'incontro per 30 secondi quando uno o entrambi i pugilatori erano a terra; trascorsi i 30 secondi si contavano 8 secondi: chi non era in grado di riprendere era sconfitto. Non vi era però limite alla durata dei combattimenti. Era inoltre regola che si facessero scommesse e gli stessi pugilatori scommettevano su se stessi.

Famoso il caso di Johnson Jackling che, forte della sua superiorità, nella seconda metà del 1700 si arricchì grandemente puntando sempre su se stesso. Morì però in povertà, dopo aver suscitato entusiasmi enormi e sperperato la sua fortuna.
Nel 1825 si svolse il primo incontro tra un campione britannico, Sayer, e un campione americano, Heenan. Finì dopo 42 riprese con un'invasione di campo da parte della folla, la fuga dell'arbitro e un verdetto di parità che calmò parzialmente gli animi degli spettatori. L'ambiente delle scommesse avvelenava progressivamente il pugilato e i verdetti risentivano della mancanza di regole certe cui gli arbitri potessero rifarsi. Furono quindi scritte regole, per merito soprattutto del marchese di Queensberry, che aprirono la porta al pugilato moderno. Venivano introdotte tre categorie di pesi (massimi, medi e leggeri); veniva stabilito il conteggio dei 10 secondi per il KO e l'obbligo per l'atro pugile di allontanarsi senza colpire il pugile caduto, anche se questo aveva solo un ginocchio a terra. Erano obbligatori guanti nuovi. La durata delle riprese era fissata in 3 minuti, con un intervallo di 1 minuto; rimaneva fluttuante il numero delle riprese che veniva lasciato alla contrattazione tra i pugili. Tuttavia, era facoltà dell'arbitro prolungare l'incontro sino a che non fosse manifesta l'inferiorità di uno dei due contendenti. Rimaneva quindi il concetto che il perdente era colui che soccombeva, soluzione quindi molto prossima a quella del KO.

Bisogna arrivare ai primi del 1900 per la creazione di altre categorie (medio-leggeri, piuma, gallo, mosca e medio-massimi) e per limitare la durata degli incontri: 20 riprese, 15 per gli incontri validi per titoli europei e mondiali, 12 per titoli nazionali. Limitando la durata dell'incontro, si imponeva la necessità di individuare criteri per la vittoria ai punti.

Nel pugilato non esistono due pugili con uno stile che possa essere considerato identico. Nella pratica esistono, tuttavia, dei modi di definire alcuni stili, senza che per questo un pugile debba essere inquadrato esclusivamente in uno di essi. In alcuni casi, infatti, un pugile potrebbe essere classificato sia come in-fighting che come out-fighting.

Il classico pugile stilista, in inglese "out-fighter", cioè che boxa rimanendo all'esterno della guardia dell'avversario, cerca di tenere a distanza l'antagonista colpendolo con pugni veloci e che arrivano da lontano, distruggendo gradualmente la resistenza e le forze dell'avversario fino a ridurlo in propria balìa. A causa del loro affidarsi a colpi veloci ma non devastanti, gli stilisti tendono a vincere ai punti piuttosto che per KO, benché alcuni di essi presentino carriere con percentuali molto alte di incontri vinti prima del limite.

Gli out-fighter sono spesso considerati i migliori strateghi del pugilato, grazie alla loro abilità di controllare l'andamento dell'incontro e di condurre l'avversario verso l'epilogo da essi pianificato intaccandone metodicamente le forze ed esibendo maggiore abilità e destrezza di un picchiatore. Lo stilista out-fighter, perché questo stile dia buoni risultati, deve essere dotato di un buon allungo, di velocità di braccia, di ottimi riflessi e deve essere in grado di svolgere un grande e continuo lavoro di gambe.

Il puncher è un pugile con una dotazione tecnica completa, abile nel boxare a distanza ravvicinata unendo la tecnica alla potenza e alla velocità , ed è un pugile che ha spesso la capacità di mettere fuori combattimento l'avversario con combinazioni di pugni o anche con un unico colpo. I movimenti e la tattica del puncher sono spesso simili a quelli di uno stilista, a differenza del quale, tuttavia, il puncher non tenta di evitare gli scambi a distanza ravvicinata. Inoltre, i puncher non cercano di sfiancare l'avversario sulla distanza, con incontri che si risolvono spesso ai punti, ma tendono a demolire l'avversario con le combinazioni di colpi per poi cercare il KO.



Il picchiatore, in inglese "slugger", è solitamente un pugile carente di tecnica e di gioco di gambe, che compensa queste carenze con la pura potenza dei propri pugni. Molti picchiatori ricercano la stabilità dell'assetto per favorire la potenza, e per questo tendono ad essere insufficientemente mobili e ad avere difficoltà ad inseguire i pugili veloci di gambe, di cui possono anzi diventare un facile bersaglio. I picchiatori a volte tendono a trascurare le combinazioni, privilegiando le ripetizioni di colpi singoli, a volte portati con una sola mano e con grande potenza (per lo più ganci e uppercut), ma spesso con velocità minore di quella degli stilisti.

La lentezza e la prevedibilità degli schemi (colpi singoli con traiettorie ovvie) spesso lasciano la strada aperta ai pugni d'incontro e, per avere successo, i picchiatori devono essere in grado di assorbire notevoli dosi di pugni. Le armi più importanti del picchiatore sono la potenza e la capacità di incassare.

L'aggressore, o incalzatore, o "in-fighter", in inglese, cioè che boxa dall'interno della guardia dell'avversario, è un pugile dall'aggressione continua, per questo chiamato anche "pressure fighter", che tenta di rimanere addosso all'avversario, aggredendolo con continue raffiche e intense combinazioni di ganci e uppercut. Un buon in-fighter necessita di buone doti di incassatore, perché questa tecnica lo espone ad essere colpito da serie di jab e diretti prima di riuscire ad entrare nella guardia dell'avversario, dove i colpi dell'in-fighter sono più efficaci. Gli in-fighter agiscono meglio a distanza ravvicinata perché generalmente sono di statura più bassa della media degli avversari e hanno un minore allungo, e perciò sono più efficaci ad una distanza in cui le più lunghe braccia dei loro avversari sono svantaggiate nel colpire rispetto alle loro.

Tuttavia, diversi pugili alti rispetto alla loro categoria sono relativamente abili nell'effettuare una boxe d'aggressione dall'esterno della guardia dell'avversario, quanto all'interno. L'essenza dello stile dell'incalzatore è l'aggressione senza soste. Molti in-fighter di bassa statura utilizzano l'altezza ridotta come strumento per schivare i colpi ed infilarsi nella guardia dell'avversario, abbassandosi fino alla vita per passare sotto o di fianco ai colpi in arrivo. A differenza del bloccare i colpi con i guantoni, le schivate fanno andare a vuoto l'avversario causandone lo sbilanciamento, e consentono all'in-fighter di passargli sotto al braccio disteso con i pugni liberi per colpire d'incontro. Nonostante questo stile esponga parecchio i pugili che lo praticano ai colpi degli avversari, qualche in-fighter fu noto invece per essere stato difficile da colpire.

Le qualità indispensabili per un in-fighter sono l'aggressività, la resistenza, il saper incassare e il saper schivare i colpi infilandosi nella guardia dell'avversario.

Il colpitore d'incontro è un pugile che usa come ultima difesa i movimenti della testa e blocchi costanti per contrastare l'avversario. Quando l'avversario tenta di colpire, il pugile d'incontro usa la propria difesa per schivare il colpo e per restituirlo contestualmente. Il pugno d'incontro ha una potenza spesso devastante, perché la potenza del pugno va a sommarsi alla forza contraria del movimento di sbilanciamento in avanti del pugile che è stato schivato.

I pugili d'incontro combattono soprattutto a distanza ravvicinata, ma alcuni di essi rimangono invece alla stessa distanza di uno stilista. Per essere efficaci, gli incontristi usano i movimenti del capo, i riflessi, la velocità, l'allungo e devono essere buoni incassatori.

Ci sono delle regole generalmente accettate riguardo alle possibilità di successo che ciascuno di questi stili di boxe ha sugli altri. In generale, un aggressore / in-fighter è avvantaggiato rispetto ad uno stilista / out-fighter, uno stilista / out-fighter è avvantaggiato rispetto ad uno stilista / puncher, e un puncher è avvantaggiato rispetto ad un aggressore / in-fighter; questo forma un circolo in cui ciascuno stile è più forte rispetto ad alcuni stili e più debole rispetto ad altri, senza che ce ne sia uno superiore agli altri, come in un rock-paper-scissors. Il risultato di un incontro è ovviamente determinato anche da vari altri fattori, quali il livello di abilità e di allenamento dei pugili, ma l'ampiamente sostenuta esistenza di queste relazioni tra i vari stili si riassume in un cliché diffuso tra fan e scrittori di pugilato che dice che “gli stili fanno i match”.

I puncher e i picchiatori tendono a vincere gli aggressori / in-fighter perché, cercando di avvicinarsi, gli aggressori / in-fighter finiranno invariabilmente dritti incontro ai più potenti colpi dei primi. Così, a meno che l'aggressore non abbia delle capacità di incassatore fuori dal comune, la potenza superiore dei primi la spunterà. A parità di capacità pugilistica e di condizione atletica, naturalmente. .

Nonostante gli aggressori / in-fighter trovino più sfogo alla loro boxe con i punchers, che accettano molto più di buon grado gli scambi ravvicinati, hanno in realtà più probabilità di successo contro gli stilisti. Lo stilista / out fighter preferisce un combattimento più lento, con maggior distanza tra sé stesso e l'avversario. L'in-fighter tenta senza soste di ridurre questa distanza per scatenare continue raffiche furibonde, mentre a distanza ravvicinata lo stilista perde parecchia della propria efficacia, perché non riesce a tirare i colpi più efficaci del suo repertorio. L'aggressore / in-fighter esce generalmente vittorioso da questo confronto, a causa del proprio incalzare e dell'agilità con cui questo viene messo in atto, che lo rende difficile da sfuggire.

Per esempio, l'aggressore / in-fighter Joe Frazier, nonostante fosse stato facilmente dominato dal picchiatore George Foreman, creò invece molti più problemi allo stilista Muhammad Ali nei loro tre incontri. Allo stesso modo l'aggressore Harry Greb fu l'unico ad aver sconfitto il grande out-fighter Gene Tunney. Joe Louis, dopo il ritiro, ammise che odiava essere incalzato, e che l'aggressione continua dell'imbattuto Rocky Marciano gli avrebbe causato problemi anche nel suo periodo migliore. Gli stilisti / out-fighter tendono ad essere più efficaci contro un picchiatore, le cui ridotta velocità di braccia e gambe, e l'inferiore tecnica, lo rendono un bersaglio facile da colpire per la superiore velocità dello stilista.

La preoccupazione principale dello stilista è quella di prestare sempre il massimo dell'attenzione, poiché al picchiatore è sufficiente arrivare a segno con un colpo di quelli giusti per mettere fine all'incontro. Se lo stilista riesce ad evitare o a limitare l'efficacia dei colpi del picchiatore, lo può stancare colpendolo con veloci jab fino a portarlo, alla lunga, all'esaurimento delle forze. Se la tattica è sufficientemente efficace, lo stilista può perfino aumentare la pressione negli ultimi round in un tentativo di raggiungere il KO. Molti pugili classici hanno avuto i loro successi migliori contro i picchiatori. Il più famoso degli esempi di questo tipo di match è quello con cui Ali, nel 1974, a Kinshasa, stroncò Foreman con un KO all'8º round dopo avergli fatto esaurire le energie nel vano tentativo di trovare immediatamente una soluzione di forza.

Nel pugilato viene ravvisata una certa somiglianza con la scherma per il particolare tipo di studio preparatorio fra i contendenti in funzione del successivo scambio di colpi. Fondamentalmente il pugilato si basa su tre colpi:

Diretto: colpo più importante per il pugile tecnico. A seconda dell'uso può essere un colpo di disturbo, di arresto, di preparazione al diretto successivo, oppure un colpo potente, portato mediante una rotazione del corpo. Si attua avanzando leggermente e si colpisce con la mano che sta davanti nella guardia (jab), oppure facendo ruotare tutto il corpo nel senso del pugno, colpendo con la mano posteriore .
Gancio: colpo potente e demolitore che basa la sua potenza sulla leva fornita dalla spalla e dalla posizione ad angolo retto del braccio, è il colpo di chiusura per eccellenza. Il gancio per essere efficace deve essere eseguito a corta distanza (hook).
Montante: colpo dato dal basso verso l'alto, di solito si usa nel corpo a corpo. Si attua ruotando la spalla in modo da imprimere potenza al pugno (uppercut).
Questi colpi, portati in rapida sequenza e con varietà, generano le "serie" o "combinazioni". Anche se la fase offensiva ha un ruolo decisivo, due sono le tecniche per evitare di prendere colpi: schivare e parare, ovvio il fatto che per ogni tipo di colpo vi siano differenti tipi di schivate e di parate.

Dai tre aspetti offensivi e dai due difensivi può nascere un complesso incontro, che vede sul "quadrato" due uomini che si affrontano lealmente secondo regole codificate e che alla fine del match li vedrà abbracciarsi. Il pugilato è uno sport impegnativo e completo, le doti fisiche richieste sono infatti velocità, agilità, forza e resistenza. Il pugilato richiede sia sforzi aerobici che anaerobici, pertanto l'allenamento mira sia al miglioramento della resistenza, ovvero alla durata dello sforzo fisico nel tempo, tramite corsa, salto della corda, allenamento a corpo libero, sia al miglioramento della forza e allo sviluppo della massa muscolare.

Spostamento: significa un collocamento del corpo fuori dall'asse di attacco dell'avversario con l'aiuto di un movimento laterale. Questo tipo di azione è in francese chiamato décalage. Parlano anche di "passo di diagonale" quando lo spostamento si effettua su un asse obliquo.
Il pugilato richiede soprattutto una notevole forza di sopportazione e carattere per poter affrontare gli sforzi durante l'allenamento e il quasi inevitabile dolore fisico durante gli incontri come del resto capita in tantissimi altri sport anche non da combattimento. Contrariamente alla maggior parte degli altri sport, la sconfitta nel pugilato è accompagnata da dolore fisico: ciò richiede una ferrea volontà a non darsi per vinto davanti alla fatica del match.

Secondo la Federazione Pugilistica Italiana: è dilettante il pugile che partecipa a pubbliche gare per puro spirito agonistico e non per lucro. I pugili dilettanti sono inquadrati nelle seguenti categorie: aspiranti, schoolboys, cadetti, juniores, seniores. Quando si ammettono incontri fra pugili dilettanti di diverse categorie, si applicano i regolamenti della categoria inferiore. I dilettanti percepiscono comunque un fondo spese minimo. Il pugile dilettante combatte con un abbigliamento specifico e che si differenzia dal professionista per l'uso obbligatorio del casco protettivo (poi abolito dal 2013), guanti da 10 oz dotati di antishock, paradenti e canottiera del colore corrispondente al proprio angolo.

Diverso è il caso delle World Series of Boxing, ove i pugili, pur se dilettanti, combattono con abbigliamento e regolamenti analoghi a quelli professionistici.

Il pugile aspirante, maschio o femmina, deve avere un'età superiore ai 13 ed inferiore ai 32 anni. Può frequentare la palestra e sostenere gli allenamenti, ma non disputare incontri.

Pugili schoolboys è una categoria di transizione riservata ai soli maschi: ad essa appartengono i pugili compresi fra i 14 ed i 15 anni di età, non compiuti. Al compimento del quindicesimo anno, vi è il passaggio automatico alla qualifica cadetti. Questi pugili possono disputare incontri della durata massima di tre riprese di 1' e 30" cadauna, fra loro oppure con pugili cadetti di anni 16 non compiuti. Non possono comunque sostenere più di quindici incontri annui.

I Pugili Junior sono cadetti i pugili maschi di età superiore ai 15 anni ed inferiore ai 17; mentre sono cadette le pugili di età superiore ai 14 anni e inferiore ai 17. Al compimento del diciassettesimo anno vi è il passaggio automatico alla qualifica juniores.

I Junior maschi possono gareggiare sulla distanza delle tre riprese di 2 minuti l'una, fra di loro oppure con pugili juniores. Possono inoltre gareggiare con pugili schoolboys se non hanno compiuto il sedicesimo anno di età.
Le pugili Junior possono disputare incontri della durata di tre riprese di 1' e 30" l'una, fra loro o con le pugili Youth.
I Pugili Youth sono juniores i pugili di età superiore ai 17 ed inferiore ai 19 anni. Al compimento del diciannovesimo anno di età vi è il passaggio automatico nella categoria seniores, con inquadramento nella serie relativa al punteggio.

Gli youth possono gareggiare sulla distanza delle quattro riprese di due minuti ciascuna, fra loro, con pugili cadetti, oppure con pugili seniores di II e III serie (ma con incontri di tre riprese di due minuti).
Le pugili youth possono disputare incontri della durata di tre riprese di 2', fra loro, con le pugili cadette, oppure con le pugili seniores di II serie (ma con incontri di tre riprese di 1' e 30" ciascuna).
Il pugile Elite o proviene dalla qualifica juniores, oppure si tessera a partire dal diciannovesimo anno di età, sempreché non abbia superato i 32 anni. Se si è tesserato prima dei 32 anni, può continuare a tesserarsi fino all'età di 35 anni, se però non ha trascorso più di due anni senza disputare incontri.

Nonostante le regole moderne e l'adozione delle precauzioni suggerite dalla medicina dello sport, il pugilato mantiene ancora il suo aspetto di sport violento e cruento. Lo scambio di colpi alla testa può comportare l'insorgere di traumi, che possono manifestarsi durante l'incontro oppure in un secondo momento.

L'urto violento sulla testa può essere causa di un'emorragia immediata a livello cerebrale, i cui sintomi variano dallo stordimento alla perdita di coscienza. Né sono mancati decessi conseguenti, appunto, a trauma cranico.

I medici sportivi hanno identificato una sindrome, tipica e non rara dei pugili professionisti, denominata punch drunk (ubriaco da pugni) oppure dementia pugilistica. I sintomi sono: perdita della memoria, difficoltà nell'ideazione, difficoltà ad effettuare movimenti di precisione ed alterazione della personalità.

A livello dilettantistico si cerca di evitare la sindrome con l'utilizzo di caschi di gomma dura attorno alla testa. Nonostante ciò, un colpo potente e ben portato può provocare forti danni anche ai pugili così protetti.

La sindrome è provocata da piccole emorragie cerebrali non gravi, ma che, sommate negli anni, producono effetti dannosi per l'attività cerebrale.



FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



.

questo

Post più popolari

Blog Amici