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lunedì 13 aprile 2015

IL CAVALLO



I progenitori del cavallo sono apparsi sulla Terra tra 45 e 55 milioni di anni fa; i biologi evoluzionistici, infatti, hanno una buona conoscenza del processo evolutivo cominciato all'inizio del Cenozoico che ha portato alla specie attuale, dato che si sono trovati vari resti: dal Sifrhippus e dall'Eohippus dell'Eocene inferiore si è passati all'Orohippus e all'Epihippus dell'Eocene medio e superiore, cui ha fatto seguito, nell'ordine, il Mesohippus e il Miohippus dell'Oligocene. Proprio dal Miohippus, o forse dal Parahippus nel Miocene, l'evoluzione ha portato al Merychippus e da questi al Pliohippus, vissuto nel Mio-Pliocene, arrivando quindi all'Equus del Pleistocene e infine all'Equus caballus del Neolitico. Tutti i cavalli attuali possono essere ricondotti a tre ceppi principali appartenenti a un'unica specie: gli estinti tarpan ed Equus robustus e il quasi estinto cavallo di Przewalski.

Gli studi sui fossili dimostrano che il l'Eohippus aveva un'altezza non superiore a 30 cm al garrese, arti anteriori con quattro dita e posteriori con tre dita; il suo habitat naturale era la foresta ed aveva una dentatura tipica degli onnivori. Durante il processo evolutivo, svoltosi principalmente nel continente americano dal quale l'Equus migrò poi verso l'Asia, l'Europa e il Sud America, i suoi discendenti si adattarono progressivamente alla condizione di erbivori stretti e alla vita nelle praterie; la statura aumentò, gli arti divennero più lunghi, diminuì il numero delle dita e i denti si modificarono progressivamente aumentando in lunghezza e nei caratteri della superficie masticatoria. Il cavallo odierno, Equus caballus, e gli altri appartenenti del genere Equus poggiano sull'unico dito rimasto loro: il medio, mentre delle altre dita non rimane che il metacarpo, il metatarso e le castagnette. Nel corso dei millenni molte ramificazioni si sono anche estinte, come l'Anchitherium e l'Hypohippus, discendenti del Miohippus, o l'Hipparion e l'Hippidion, discendenti del Merychippus; anche il Pliolophus, contemporaneo dell'Eohippus ma vissuto in Europa, si estinse senza lasciare discendenti, mentre in America il cavallo si estinse per ragioni sconosciute circa diecimila anni fa, tornandovi solamente con la scoperta del continente da parte di Cristoforo Colombo.

Un cavallo selvaggio è una specie o sottospecie che non ha progenitori addomesticati. La maggior parte dei cavalli noti oggi come "selvaggi", infatti, sono in realtà cavalli inselvatichiti, fuggiti o lasciati liberi dall'uomo. La storia scritta ricorda solo due subspecie di cavalli mai addomesticati, il tarpan e il cavallo di Przewalski, ma solo il secondo non si è estinto.

Il cavallo di Przewalski (Equus ferus przewalskii), così chiamato in onore dell'esploratore russo Nikolaj Michajlovič Prževal'skij, conosciuto anche come "Mongolian Wild Horse", vive in Mongolia in pericolo di estinzione, portato in questo stato presumibilmente tra il 1969 e il 1992, anno in cui alcuni esemplari provenienti da numerosi zoo vennero reintrodotti nell'ambiente selvaggio.

Il tarpan, o "European Wild Horse" (Equus ferus ferus) era diffuso in Asia ed Europa, ma si estinse nel 1909 con la morte dell'ultimo esemplare in uno zoo russo, e con esso andò perduta anche la linea genetica. I tentativi di ricreare il tarpan hanno portato a cavalli simili, tutti però discendenti da cavalli addomesticati.

Periodicamente vengono proposte ipotesi di specie relitte di cavalli selvaggi, che tuttavia all'atto pratico risultano essere inselvatichiti o domestici. È il caso ad esempio del cavallo di Riwoche del Tibet, il cui codice genetico non è però diverso da quello di un cavallo domestico, o della sorraia portoghese, indicata come diretta discendente del tarpan ma in realtà, come dimostrano gli studi eseguiti sul DNA, più vicina ad altre specie, considerando anche che l'aspetto esteriore non può essere considerato una prova solida.

Sopravvissuto in Europa e Asia, la prima evidenza storica dell'addomesticamento del cavallo si ha in Asia centrale verso il 3.000 a.C. Infatti in Asia centrale e meridionale il cavallo fu addomesticato dagli allevatori di stirpe mongola, che diedero vita all'Impero mongolo proprio grazie alla forza e all'astuzia dell'esercito di guerrieri a cavallo. Secondo altri studiosi, l'addomesticamento risale a 6.000 anni fa nell'Età del rame presso la cultura di Srednij Stog fiorente in Ucraina.

Per quanto riguarda l'Europa , l'uso del cavallo fu appreso prima dai popoli indoeuropei, come gli Ittiti o i Mitanni, che lo esportarono fino in Mesopotamia dalle regioni nordiche dell'Eurasia (passando per Anatolia e Zagros). Le prime documentazioni scritte sul cavallo risalgono al 2300-2100 a.C.: antichi documenti sumeri, dove il cavallo è chiamato "anshe-kur-ra", cioè "asino di montagna". Tuttavia i popoli mesopotamici  preferirono l'asino; l'uso bellico del cavallo (ad opera dei popoli indoeuropei) era principalmente nel carro da guerra. Nei popoli Hittiti, prima che negli altri popoli, la società ebbe una classe sociale di cavalieri: i "maryannu", ovvero "giovani cavalieri".

Oggi il cavallo è usato anche in ambito circense, nel mondo legato allo spettacolo nato in Spagna, patria dell'Alta Scuola, dove il cavallo è utilizzato in un contesto cruento in una delle fasi della corrida. Altre nazioni come la Francia con il Cadre Noir di Saumur e l'Austria con la Scuola di equitazione spagnola hanno una grande tradizione di "Alta Scuola".

Un uso molto recente del cavallo, basato sia sulla fortissima carica emotiva connessa al rapporto uomo-cavallo che a peculiari aspetti psicomotori connessi all'equitazione, è la cosiddetta ippoterapia o "riabilitazione equestre", consistente nell'uso del cavallo come strumento di riabilitazione per le persone diversamente abili.

Il pareggio e la ferratura sono le due pratiche di gestione tradizionale dello zoccolo del cavallo, svolte dal maniscalco ad intervalli regolari per riprodurre artificialmente, nel cavallo domestico, il naturale consumo e indurimento delle strutture dello zoccolo, che nel cavallo selvaggio o nel cavallo in libertà è assicurato dal contatto diretto e continuo fra zoccolo e suolo senza che si verifichi una eccessiva usura o eccessiva crescita.

Nel corso del rapporto millenario fra uomo e cavallo, si è assistito ad una contemporanea evoluzione della bardatura del cavallo. L'ideazione dell'imboccatura, favorita dalla particolare anatomia della dentatura del cavallo, sembra essere contemporanea alla domesticazione. Molto posteriore l'invenzione della sella, ulteriormente migliorata dalla scoperta della staffa; altrettanto importante, per l'uso del cavallo da traino, l'invenzione del collare rigido. Ancora posteriore l'uso della ferratura, attribuita a popolazioni nordeuropee in epoca medioevale.

La maggior parte delle razze equine sono state create dall'uomo per fissare i caratteri più desiderati. La selezione artificiale prevede quindi l'incrocio tra razze diverse e l'unione fra meticci, cioè esemplari nati da un incrocio. Nello scegliere i riproduttori ci si può basare su una selezione morfologica o funzionale (è il caso delle razze da corsa).

Esistono cinque razze di tipo purosangue: l'Arabo, il Purosangue inglese, l'Anglo-Arabo Francese, il Berbero e l'Akhal-Tekè. Una delle razze più conosciute è il cavallo arabo. Da oltre duemila anni gli arabi, sia per credenze religiose che per necessità pratiche di sopravvivenza, selezionano quasi con fanatismo questa razza. Esso è ricercato per le sue forme perfette ed armoniche, per la sua grande intelligenza e per la sua notevole resistenza, anche se di piccola taglia. Questo animale si è inoltre distinto per essere un ottimo miglioratore di tutte le altre razze contribuendo alla formazione di nuove linee. Infatti non a caso è il progenitore di un altrettanto famoso e diffuso cavallo: il Purosangue inglese. Nella sua genealogia ci sono appunto tre stalloni orientali: Byerley Turk, Darley Arabian e Godolphin Barb, con essi inizia la vera e propria storia del Purosangue.

Altra razza molto importante è l'Andaluso, chiamato anche cavallo spagnolo, da non confondere con il "Pura Raza Española". Direttamente derivato dall'arabo e dal berbero, è stato un grande colonizzatore giacché fu portato in ogni parte del mondo dai conquistadores spagnoli, ed in particolar modo nelle Americhe, dove ha come discendenti il criollo, il Paso Peruviano, i mustang e via via dopo incroci vari il Quarter Horse, l'Appaloosa, il Paint horse, usati soprattutto nella monta americana.

Per quanto riguarda l'alloggiamento del cavallo, il box è necessario: d'inverno e d'estate garantisce una temperatura moderata, anche se è responsabilità umana fare in modo che questa non crei problemi all'animale. Non è necessario però tenere il cavallo rinchiuso tutto il giorno: esiste infatti una terza sistemazione, e cioè lasciarlo libero al pascolo, o paddock. Questa è un'alternativa comoda anche per quanto riguarda l'alimentazione, perché il cavallo sa perfettamente regolarsi sulle quantità e preferisce consumare più pasti al giorno, piccoli e continui. Inoltre ha la possibilità di fare più movimento e di stare con i suoi simili. Per contro, però, il cavallo è anche più soggetto a parassiti e malattie che in un box certamente non contrarrebbe. Va semplicemente seguito di più. Un altro svantaggio è che, spesso, ci si dimentica di farlo muovere proprio perché si pensa che da solo il cavallo si sfoghi abbastanza. In realtà non è propriamente così, e per quanto possa galoppare il lavoro con l'uomo è indispensabile e contribuisce alla formazione dell'esemplare. Inoltre bisognerebbe somministrargli l'acqua a mano, perché se dovesse ammalarsi con un abbeveratoio automatico non si capirebbe mai se il cavallo beve o meno, problema frequente anche nei box. Invece l'ideale sarebbe poter controllare, per assicurarsi che il cavallo non rischi la disidratazione (possibile anche in inverno). La normativa in vigore consiglia di mantenere i cavalli all'aperto o, in caso di necessità alla stabulazione, di consentire la fruizione quotidiana di un paddock compatibile con le caratteristiche morfologiche dell'animale.

Anche i temi dell'addestramento e della tecnica di monta hanno subito un'evoluzione storica e una differenziazione locale. In funzione delle necessità di utilizzo, si sono sviluppati stili e tecniche di addestramento differenziate; alcune tecniche tradizionali sono rimaste confinate a specifiche aree geografiche ("monte da lavoro" maremmana, Camargue, sudamericana ecc). Una particolare monta da lavoro, la "monta western", ha assunto un grande rilievo e viene largamente praticata anche a scopi di svago e sportivi. La cosiddetta "equitazione classica" europea, sviluppata particolarmente per scopi militari, ha avuto origine dalle Scuole di Equitazione dei famosi cavallerizzi italiani, primo fra tutti Giovan Battista Pignatelli. In ambito sportivo la vera e moderna rivoluzione è stato il "Sistema di Equitazione naturale" ideato dal capitano di cavalleria italiano Federico Caprilli. Venne così chiamato dallo stesso Caprilli, che per metterlo a punto studiò e capì il modo in cui assecondare sia i movimenti del cavallo che rispettarne la sua indole generosa e collaborativa; il metodo ha tanto successo che ancora oggi i risultati migliori nell'equitazione sportiva (salto ostacoli e completo) li ottengono i cavalieri che si attengono a questi dettami.

Le diverse tecniche di addestramento condividono comunque molti punti importanti, ed è sorprendente la modernità e la profondità delle considerazioni di Senofonte, intellettuale di scuola socratica e generale greco del IV secolo a.C., autore del celeberrimo trattato Sull'equitazione (Ἱππαρχικὸς ἢ περὶ ἱππικῆς).

Le tecniche di addestramento attuali, come la cosiddetta doma gentile, hanno dimostrato una maggiore efficacia rispetto ai metodi tradizionali e meno rispettosi nei confronti del cavallo. Per questa ragione stanno venendo apprezzate con sempre maggiore interesse.

L'evoluzione del cavallo è cominciata dai 55 ai 45 milioni di anni fa e ha portato dal piccolo Hyracotherium con più dita, al grande animale odierno, a cui rimane un unico dito. L'essere umano ha iniziato ad addomesticare i cavalli più tardi rispetto ad altri animali, attorno al 5.000 a.C. nelle steppe orientali dell'Asia (il tarpan), mentre in Europa lo si iniziò ad addomesticare non prima del III millennio a.C. I cavalli della specie caballus sono tutti addomesticati, sebbene alcuni di questi vivano allo stato brado come cavalli inselvatichiti, diversi dai cavalli selvaggi che, invece, non sono mai stati addomesticati. L'unico cavallo selvaggio rimasto oggi è il quasi estinto cavallo di Przewalski. Il cavallo ha accompagnato e accompagna l'uomo in una notevole varietà di scopi: ricreativi, sportivi, di lavoro e di polizia, bellici, agricoli, ludici e terapeutici. Tutte queste attività hanno generato vari modi di cavalcare e guidare i cavalli usando ogni volta i finimenti più appropriati. L'uomo trae dal cavallo anche carne, latte, ossa, pelle e capelli, nonché estratti di urine e sangue per scopi farmaceutici.

La femmina del cavallo, chiamata giumenta, ha un periodo di gestazione dei puledri di circa undici mesi, al termine dei quali il piccolo, una volta partorito, riesce a stare in piedi e a correre da solo dopo pochissimo tempo. Solitamente l'addomesticamento avviene dopo i tre anni di vita dell'animale. A cinque anni è completamente adulto, con una prospettiva di vita che si aggira sui 25-30 anni. Il cavallo presenta un'elevata specializzazione morfologica e funzionale all'ambiente degli spazi aperti come le praterie, in particolare ha sviluppato un efficace apparato locomotore e un apparato digerente adatto all'alimentazione con erbe dure integrate con modeste quantità di foglie, ramoscelli, cortecce e radici.

Le oltre trecento razze di cavalli si dividono in base alla corporatura (dolicomorfi, mesomorfi e brachimorfi) e in base al temperamento (a sangue freddo, mezzo sangue e i cosiddetti purosangue). Il tipo brachimorfo comprende i cavalli da tiro (Shire, Vladimir, Gipsy Vanner, ecc.), il tipo dolicomorfo le "razze leggere da sella" (purosangue inglese, arabo, trottatori, ecc.), mentre il tipo mesomorfo comprende le "razze da sella" (inglese e americana, Quarter Horse, trottatori, ecc.).

La parola cavallo deriva dal latino căballus, che indicava però principalmente il cavallo da fatica o castrato, invece in latino cavallo si dice ĕquus, da cui il nostro equitazione. L'aggettivo ippico invece dal greco ἵππος (híppos) che significa appunto cavallo.

A seconda della razza, della cura con cui è stato mantenuto e dal modo in cui si è sviluppato, il cavallo domestico ha una vita media variabile dai 25 ai 30 anni; più raramente supera i 40 anni di vita. Il record è detenuto da Old Billy, un cavallo del XIX secolo morto all'età di 62 anni.

Per gran parte delle competizioni sportive l'età del cavallo è calcolata come se l'animale fosse nato il 1º gennaio nell'emisfero boreale e il 1º agosto nell'emisfero australe, a prescindere dal vero giorno di nascita. Un'eccezione è l'endurance equestre, dove l'età minima del cavallo per partecipare è calcolata dall'effettivo giorno di nascita.

A seconda dell'età e del sesso ci si può riferire ad un cavallo in vari modi, alcuni mutuati dalla lingua inglese:

Puledro: cavallo con meno di un anno di vita. Solitamente i puledri vengono svezzati dopo cinque o sette mesi, sebbene lo svezzamento possa essere attuato senza danni psicologici anche dopo il quarto mese
Yearling: cavallo tra uno e due anni di vita
Colt: maschio di cavallo sotto i quattro anni
Filly: femmina di cavallo sotto i quattro anni
Giumenta: femmina adulta di cavallo
Stallone: maschio adulto di cavallo capace di riprodursi
Castrone: cavallo castrato di qualsiasi età
Nell'ippica questi termini possono cambiare: ad esempio, nelle corse di purosangue inglesi che si svolgono nell'arcipelago britannico sono definiti "colt" e "filly" i cavalli con meno di cinque anni di vita, anziché quattro.

La testa del cavallo può essere di colore uniforme o con chiazze bianche che possono essere classificabili in:

La stella è una piccola macchia bianca a forma di rombo e ben definita sulla fronte del cavallo
Il fiore è una piccola macchia bianca non ben definita sulla fronte del cavallo
La lista è una lunga striscia bianca e stretta che, solitamente, parte dal ciuffo e arriva al naso ma può essere anche interrotta e, in questo caso, prende il nome di lista interrotta, oppure larga che prende il nome di Stella prolungata
La lista in bevente è uguale alla lista ma si prolunga fino alla bocca e può cadere di lato
Il taglio: piccola macchia bianca in mezzo alle narici del cavallo; un po' più sopra della bocca.Contorni solitamente ben definiti e abbastanza visibili.
La striscia: lunga e stretta striscia bianca che parte dal ciuffo e va a finire un po' sopra la bocca. Contorni abbastanza definiti.
La testa in più è protetta dalla cosiddetta criniera, un ammasso di capelli che servono a proteggere la testa e il muso del cavallo dagli agenti atmosferici e dal freddo.

Alla nascita il puledro è apparentemente privo di denti, ma già dopo la prima settimana di vita spuntano gli incisivi superiori, ai quali seguiranno gli altri.

La dentatura da latte è composta da 24 denti: 6 incisivi superiori, 6 incisivi inferiori, 6 premolari superiori, 6 premolari inferiori.

Nell’ adulto il numero dei denti dipende dal sesso: 40 nel maschio e 36 nella femmina, in particolar modo nel maschio sono presenti due canini (o scaglioni) superiori e due inferiori, che nella femmina compaiono raramente. In entrambi i casi la dentatura è caratterizzata da uno spazio vuoto di nuda gengiva denominato barra, tra incisivi e premolari nella femmina o tra canini e premolari nel maschio.

I denti sono un’utile elemento di valutazione per determinare l’età del cavallo, sia per l’inclinazione visibile di  profilo ("tutto sesto", "sesto ribassato", "sesto acuto"), che per l’usura, che più il cavallo è anziano, più sarà evidente.

Il cavallo è un erbivoro monogastrico (all’ esofago segue direttamente un solo sacco stomacale) anche se in parte atipico, perché riunisce i vantaggi di una digestione sia enzimatica (quale è quella dei monogatrici), sia microbica (propria dei ruminanti). La digestione enzimatica permette di ottenere il miglior rendimento dai glucidi, lipidi, proteine, e vitamine, mentre le fermentazioni microbiche offrono la possibilità di trarre vantaggio da alimenti fibrosi e da un reciclo di azoto. Per questo motivo il cavallo si adatta molto bene a svariati tipi di regimi alimentari.

L'apparato digerente è formato da:

- bocca

- esofago

- stomaco

- intestino tenue (piccolo intestino)

- intestino crasso (grande intestino, formato da: crasso, colon e retto)

Fondamentale per una buona digestione, è la masticazione. In un cavallo infatti la capacità in litri dello stomaco è pari a 13-15 l mentre quella dell’intestino cieco è di 30-35 l. Per questo motivo il cibo si ferma nello stomaco solo per breve tempo, mentre permane a lungo nell’ intestino nel quale avvengono le fasi più importanti del processo digestivo e di assimilazione (la digestione gastrica dura circa 6 ore, mentre quella intestinale va da 12 ore a 3 giorni).

È una macchia bianca sul naso chiamata anche infarinatura se comprende tutto il naso. Essa è tipica dei cavalli islandesi.

"Bella faccia" è una macchia bianca che comprende tutto il muso e, spesso, uno o entrambi gli occhi che diventano azzurri.
La testa e il corpo del cavallo possono presentare anche dei remolini ovvero dei punti in cui il pelo cambia direzione e possono essere classificabili in:

"Remolino semplice" che si dirama intorno ad un punto centrale e sembra un piccolo vortice;
"Remolino spigato" è una linea centrale che separa un tratto di peli indirizzato verso l'alto e un tratto verso il basso;
"Remolino sinuoso" è un remolino la cui linea di separazione non è dritta ma a S mandando un ciuffo verso l'alto.
L'occhio, talvolta, può essere circondato da una sclera bianca e viene chiamato, in questo caso, "occhio umano". È tipico della razza americana appaloosa.

I crini di cavallo maschio possono essere usati per gli archetti dei violini.

Il mantello (o manto) è il complesso dei peli che rivestono il corpo del cavallo, proteggendolo dagli agenti atmosferici. Il suo colore e disegno è l'elemento tra i più significativi nella distinzione tra i soggetti, ogni animale, anche se apparentemente sembra dello stesso colore, nel mantello ha caratteristiche e particolarità che servono per il suo riconoscimento. Alcune razze hanno mantelli caratteristici. A volte può risultare difficile determinare l'esatta classificazione di un mantello. Fenotipicamente possiamo suddividere i mantelli in:

Semplici: monocromatici
Composti: a due colori separati; a due colori mescolati; a tre colori mescolati
A due pelami: a componente bianca
I mantelli base sono:

Baio: Il baio presenta crini ed estremità nere e corpo marrone in tutte le sue gradazioni. Il baio, essendo il mantello ancestrale del cavallo (gene Agouti), è il più diffuso.
Morello: È un manto completamente nero che caratterizza alcune razze, come il Frisone e il Murgese; il morello (gene E) è dominante autosomico nei confronti del sauro (gene A).
Sauro: È marrone rossastro o color zenzero. Può variare dal marrone chiaro ai colori più scuri. La coda e la criniera sono spesso dello stesso colore del mantello.

Benché sia il maschio sia la femmina del cavallo raggiungano la maturità sessuale all'età di circa due anni, i primi istinti sessuali si manifestano al primo anno di vita ma in allevamento raramente vengono fatti riprodurre prima dei tre. Le cavalle rimangono fertili oltre il quindicesimo anno, mentre nei maschi la vita sessuale dura quasi tutta la vita. Durante l'anno l'attività sessuale è più spiccata da febbraio a luglio, con punte nei mesi di aprile, maggio e giugno, che insieme costituiscono la cosiddetta "stagione di monta", durante la quale lo stallone può compiere fino a due salti al giorno e i calori nella femmina sono più evidenti. I calori nelle femmine sono riscontrabili da tumefazione dei genitali esterni, arrossamento della mucosa vaginale ed emissione di un liquido vischioso, unitamente da una tendenza a scalciare, urinare e alzare la coda; lo stallone in calore è invece eccitato e inquieto, nitrisce spesso e presenta l'organo sessuale in erezione. Durando il ciclo estrale ventidue giorni, in caso di mancata fecondazione i calori nella cavalla si ripresentano dopo tre o quattro settimane, ogni volta con una durata variabile dai tre agli otto giorni.

Al termine della gestazione, che dura in media undici mesi e dieci giorni, nasce generalmente un solo puledro. Durante la gravidanza la fattrice non deve essere lasciata inattiva ma neanche sottoposta a lavori troppo gravosi, l'appetito aumenta, le mammelle si ingrossano e il carattere dell'animale è più tranquillo, mentre dopo il quinto mese l'addome si ingrossa assumendo un aspetto rotondeggiante. Nell'ultimo mese prima del parto la cavalla torna irrequieta, si alza e si corica spesso e le mammelle diventano turgide. Pochi giorni dopo il parto la cavalla può di nuovo essere fecondata. Il periodo di "convalescenza" post-parto dura un mese, dopo il quale la cavalla è in grado di svolgere un moderato lavoro. Lo svezzamento del puledro avviene dopo circa sei-sette mesi di allattamento.

I riproduttori vengono scelti tenendo conto dei fattori morfologici e funzionali. Generalmente i maschi non destinati alla riproduzione vengono castrati al fine di ottenere un animale più tranquillo per la monta, mentre vengono sterilizzati con la sola resezione dei dotti deferenti i maschi destinati al ruolo di "stallone ruffiano", cioè per accertarsi che la femmina sia davvero disposta all'accoppiamento onde evitare rifiuti con possibile danneggiamento allo stallone riproduttore.

La longevità arriva e supera abbastanza facilmente i 40 anni anche se la vita media dei cavalli in Italia si aggira tra i 25 e i 30 anni sia perché logori dal carico di lavoro impostogli, sia per la progressione della razza che rende controproducente tenere a lungo animali da reddito.

La macellazione dei cavalli è vietata in alcuni stati.

La carne di cavallo, il cui consumo è vietato dalla religione ebraica, è di rapido deterioramento specie in paesi caldi (da qui forse l'origine del veto ebraico) ed è stata protagonista di diversi tabù nella storia. Nel Medioevo i papi Zaccaria I e Gregorio III ne proibirono il consumo assieme a quella del castoro.

Il sapore è a metà tra quella di bovino e della selvaggina. Si adatta alla preparazione di piatti in umido, stracotti e insaccati. Povera di grassi e ricca di ferro, viene prescritta a soggetti anemici. I pochi grassi sono per il 70% insaturi, quindi apportano pochissimo colesterolo come la carne di pollo ma al contrario delle carni bianche ha molto ferro. La carne si può considerare migliore di quella del bovino come apporto nutritivo. Durante controlli a campione nel 2013 alcune partite di carne di cavallo destinate all'alimentazione umana sono state rinvenute positive al Fenilbutazone, un antidolorifico utilizzato abitualmente nei cavalli e pericoloso per la salute umana. Attualmente i residui di questo farmaco non rientrano tra le sostanze ricercate dai piani di controllo sanitario per la sicurezza alimentare. L'Italia è il Paese europeo con il maggior numero di macellazioni di equidi annuali. In ragione di questo la FVO (Food and Veterinary Office) della UE ha condotto nel 2013 un meticolosa ispezione delle strutture di macellazione in Italia. I risultati sono stati una generale non conformità al pacchetto igiene, non soddisfacente informazione sulla catena alimentare, banche dati non affidabili e criticità nei laboratori che eseguono le analisi sulle trichinelle, con conseguenti rischi per la salute dei consumatori.

Viene apprezzata in Francia e Giappone. In Italia, è consumata nel Veneto, dove entra come ingrediente base della tipica pastissada, in Lombardia soprattutto in provincia di Mantova, in Puglia, Emilia-Romagna, Sicilia (soprattutto nella zona di Catania) e in alcune zone della Sardegna.




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venerdì 27 marzo 2015

LA POIANA FERRUGINOSA

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La Poiana ferrugginosa -Buteo regalis - ha una lunghezza totale che va dai 55cm ai 69cm con un'apertura alare di 134cm ai 152cm e dal peso di 960g ai 2070g.
Una delle poiane più grosse, si avvicina molto per forma e dimensioni alle Aquile.
In natura si nutre di mammiferi di tutte le taglie, dai microroditori fino a lepri e conigli.
Il suo habitat naturale è la campagna aperta, ma anche zone desertiche e subdesertiche.

Il nido può essere costruito sia su alberi che su rocce e, nei casi estremi, anche a terra, utilizzando rametti secchi e foderandolo all'interno con materiale morbido. Nella coppa interna vengono deposte, ad intervalli di 2 giorni, da 3 a 5 uova, di forma ovale e di colore molto chiaro con macchiettature rossastre. Le uova vengono covate da entrambi i genitori per 28-32 giorni. Dopo 28-50 giorni i giovani lasciano il nido, raggiungendo la completa indipendenza  tra gli 80 e i 90 giorni di età.
Raggiunge la maturità sessuale a 2 anni ma nella gran parte dei casi 3 anni.
La riproduzione risulta piuttosto difficoltosa a causa della grossa mole, simile alle Aquile.
E' di facile addestramento.
Non è molto utilizzata nella caccia, non è un predatore estremamente attivo.
Negli spettacoli è molto utilizzata grazie alla sua enorme mole e al bel colore che ha sia nella fase chiara che in quella scura.
In Italia attualmente non viene riprodotta, ma dall'UK arrivano il maggior numero di esemplari.

La Poiana ferrugginosa è leggermente più grande della Codarossa ma possiede delle zampe che, proporzionalmente, sono più piccole, e questo è un grosso svantaggio poichè, mentre le femmine possono cacciare anche conigli, i maschi sono svantaggiati perchè saranno troppo grossi per le prede piccole ma inadatti per le prede grosse. Per questo motivo, in falconeria, si utilizzano prevalentemente le femmine, che possono diventare dei cacciatori eccellenti. E' sconsigliabile utilizzare individui imprintati, perchè tendono a divenire aggressivi con l'uomo e vista la loro mole potrebbero fare molti danni, è preferibile usare animali mansueti con un leggerissimo dual imprinting oppure nessun imprinting (se maneggiati da molto giovani diverranno mansueti rapidamente senza rischi di imprintarsi troppo).
Le Poiane ferrugginose sono un pò difficoltose da abituare al pugno e ciò è dovuto al fatto che in natura esse passano molto tempo al suolo, dunque, in cattività sono restie a stare tranquille sul pugno o su una pertica. Il modo migliore per abituarle al pugno è, almeno all'inizio, eseguire gli esercizi di ammansimento in una stanza molto buia. Per il resto le ferrugginose sono molto facili e veloci da addestrare, sebbene, vista la loro mole, presentino qualche piccola difficoltà nel controllo del peso. Una volta in volo libero, il miglior terreno di volo per le ferrugginose è la campagna aperta, priva di alberi, esse non amano molto la vegetazione ed è anche difficile convincerle a cacciare tra gli alberi. La ferrugginosa è un ottimo "rapace scuola" per chi aspira ad addestrare le aquile.


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LA POIANA DI HARRIS

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La poiana di Harris, detta anche falco di Harris è un uccello facente parte della famiglia degli Accipitridi, ma non è in realtà né una poiana né un falco, è infatti l'unico parabuteo, ovvero "simile ad un buteo", "poiana"(Parabuteo unicinctus, (Temminck 1824)). Il nome "falco di Harris" è il meno corretto e deriva dalla traduzione letterale dell'inglese "Harris Hawk". Questo animale non ha molto in comune con un falco, mentre della poiana ha l'appartenenza alla famiglia degli Accipitridi.

È originaria del continente americano (Arizona, Texas e Argentina), la sua lunghezza varia dai 45 ai 58 cm ed il peso varia da 600 a 750 g per il maschio, mentre la femmina oscilla tra i 700 e 1200 g. Il maschio, infatti, come in tutti i rapaci diurni, è più piccolo della femmina. Dimensioni a parte, non sussiste un rilevante dimorfismo sessuale.

Raggiunge la maturità sessuale a circa tre anni; caccia piccoli mammiferi come topi, lepri, conigli selvatici, oppure uccelli, e all'occorrenza non disdegna rettili, insetti o carogne; gli attacchi possono essere in picchiata (dall'alto), diretti (cattura in volo) o indiretti (di rimessa), sebbene gli attacchi diretti con cattura in volo siano piuttosto rari.

Si è guadagnata il soprannome di falco lupo, poiché risulta l'unico accipitride a vivere in famiglie composte anche da 7/8 individui, (arrivando persino a gruppi di 15/20 individui), ed a cacciare in branco; solitamente il maschio, più agile, sferra il primo attacco alla preda ed in seguito viene raggiunto dalla femmina, più grossa e potente, che termina l'azione di caccia.

Non ha uno scatto bruciante come un astore, ma le ali più allungate gli consentono una maggiore precisione nelle virate repentine; inoltre è armato molto bene, possedendo infatti poderosi artigli.

Questo uccello viene usato spesso nella falconeria, per le sue straordinarie capacità in volo, per la sua curiosa caratteristica di cacciare in gruppo, ma soprattutto perché è uno dei rapaci più facili da addestrare. Questo rapace è detto anche "cane di harris", perché, come un cane con il suo padrone, si affeziona molto al falconiere, più facilmente rispetto ad altri rapaci, tanto che segue il proprio falconiere dappertutto.

Si ciba di un pò di tutto, carogne, pesci, mammiferi rettili e uccelli di varia taglia. Caccia tipicamente in gruppi di 5-15 individui.
Il suo habitat naturale è il deserto e semideserto.
E' una specie piuttosto semplice da riprodurre. La maggior parte delle coppie che vengono messe in voliera iniziano a corteggiarsi e costruire il nido già dopo il primo anno. Bisogna però aspettare la maturità sessuale che in media arriva al secondo terzo anno di età.

In Italia ci sono ancora solo pochi riproduttori di questa specie. E'  abbastanza sensibile alle temperature troppo basse, essendo adattata a climi desertici.
Da adulto :
Testa, collo, spalle e pancia di colore cioccolato-marrone
Copritrici e piume delle zampe di colore castano
Penne di volo scure sopra e sotto
Le copritrici sopra-alari sono di color castano e hanno la parte centrale più scura
Copritrici sottocaudali di colore bianco
Coda di colore nero con base e banda terminale di colore bianco
Da giovane :

Testa di color cioccolato-marrone e collo con striature sparse di colore bianco
Pancia bianca con striature di color cioccolato-marrone
Piume delle zampe bianche con barrature di color castano
Copritrici alari superiori e inferiori di color castano con parte centrale delle penne nera
Le basi delle primarie bianche creano una macchia bianca nella parte esterna dell’ala
Coda nera con base stretta e banda terminale bianche


I sessi sono simili, indistinguibili cromaticamente (nessun dicromismo sessuale), ma esiste un dimorfismo sessuale, le femmine sono infatti più grosse dei maschi (come in tutti i rapaci diurni).

In natura l'Harris si nutre di una vastissima quantità di prede che vanno dagli insetti  agli uccelli fino a piccoli e medi mammiferi (conigli, roditori, micromammiferi). Le tattiche di caccia sono molteplici, l'Harris può cacciare da appostamento (un albero, una roccia) oppure può usare il volo esplorativo per cercare le prede, gli attacchi possono essere in picchiata dall'alto, in scivolata, diretti (cattura in volo) o indiretti (di rimessa), sebbene gli attacchi diretti con cattura in volo siano piuttosto rari. Queste tecniche di caccia in natura hanno ovviamente un riflesso anche sulla falconeria pratica con l'Harris: questi rapaci infatti possono essere usati in molteplici modi, alcuni falconieri adoperano la partenza dal pugno a mò di Astòre, sebbene questa tecnica sia poco efficiente per via della non idonea anatomia alare dell'Harris per le forti accelerazioni da fermo, molto più usata è invece la tecnica che consiste nel farsi seguire da albero ad albero, mentre, piuttosto difficile ma estremamente efficiente è la tecnica del "volo d'attesa dall’alto" (“waiting on flight”), molto usata dagli Harris in natura.
Caratteristica peculiare della biologia dei questo rapace è la caccia di gruppo cooperativa (“Cooperative hunting”), che permette all’Harris di catturare prede più grosse e con maggiore efficienza rispetto ai risultati ottenibili da un singolo individuo. Gli Harris si riuniscono in gruppi che vanno da 2 a 6-7 individui e spesso si dividono in ulteriori sotto-gruppi che si spostano agilmente lungo tutto il territorio di caccia; il loro modo di volare è particolare in questa fase, essi infatti “saltellano” come delle rane dentro la vegetazione, tentando di fare scappare i lagomorfi (conigli) che si nascondono sotto la copertura vegetale. Mentre alcuni individui lavorano nel modo suddetto per stanare le prede, altri individui stanno appollaiati nelle vicinanze aspettando che qualche preda esca dai nascondigli.
Un’altra caratteristica della tattica di caccia cooperativa degli Harris è il lavoro di squadra durante l’inseguimento delle prede: se un individuo fallisce l’attacco, viene immediatamente sostituito da un altro membro del gruppo che continua l’attacco, ottenendo così di stancare maggiormente la preda che diventa quindi più vulnerabile. La caccia di gruppo quindi, con squadre cooperative di 2-7 individui di Harris ha una altissima efficienza e spesso porta alla cattura di un numero sufficiente di prede per bilanciare il dispendio energetico di tutti gli individui del gruppo.
La caccia di gruppo offre dunque delle spettacolari possibilità ai falconieri e anche degli ottimi risultati, se infatti si va a caccia con un gruppo di 3 Harris (che possono anche appartenere a 3 falconieri diversi che vanno a caccia insieme) ci saranno 6 occhi che esploreranno l'ambiente alla ricerca di prede e se un Harris fallisce l'attacco, arriverà subito un secondo Harris in sostituzione ed eventualmente anche un terzo a dare manforte. E’ da sottolineare come questa “socialità” degli Harris sia del tutto istintiva (di origine genetica) e dunque facendo volare insieme due Harris sin dalla prima volta essi tenderanno a collaborare, non senza aver prima superato la fase di “gerarchizzazione” del gruppo, fase durante la quale viene deciso chi dei due è il capobranco; solo durante questa fase il falconiere deve porre particolare attenzione affinché i due rapaci non si azzuffino provocandosi anche profonde ferite. Nei gruppi sociali di Harris allo stato selvatico c'è sempre una certa parentela tra tutti gli individui, si parla infatti di "gruppi familiari", formati da giovani e adulti; all'interno dei gruppi vige anche una certa "dominanza", c'è sempre un capobranco, i suoi secondi, i terzi e così via, seguendo una linea gerarchica. Questo fattore è interessante in quanto il falconiere potrà sfruttarlo durante l'addestramento, infatti, un pò come avviene anche con i cani, durante l'addestramento il falconiere si sostituirà al capobranco, e l'Harris sarà più portato ad ubbidire ed a "ricevere ordini" dal suo capobranco. Durante l'addestramento di più Poiane di Harris contemporaneamente gli adulti tenderanno a prendere istintivamente il comando e domineranno sui giovani. Questa socialità degli Harris ci spiega anche le loro frequenti e continue vocalizzazioni, che in natura servono proprio per tenere un contatto acustico tutti i membri del gruppo; queste vocalizzazioni non sono molto fastidiose e non possono essere eliminate, perchè sono un carattere naturale di questa specie; sono delle vocalizzazioni "di contatto" non sono da confondere con le vocalizzazioni tipiche degli imprintati, che sono ben più insopportabili e che, per fortuna, sono "prevenibili" e dunque evitabili; in genere comunque gli Harris imprintati smetteranno di gridare dopo la prima muta o comunque le loro grida diminuiranno di numero e di volume. Per ottenere i migliori risultati è comunque importante acquistare un Harris imprintato, infatti gli Harris allevati naturalmente dai genitori, magari in voliere completamente chiuse (Skylight) si è visto che non danno risultati molto buoni nell'addestramento e comunque possono divenire anch'essi degli urlatori. La chiave per risolvere il problema è il corretto imprinting, poichè esistono diversi tipi e metodologie per imprintare i rapaci durante l'allevamento a mano, ed il più consigliato per gli Harris è sicuramente il “crèche rearing” o “Imprinting sociale” durante il quale più pulli (della stessa nidiata o di nidiate differenti) vengono allevati insieme; in questo modo ogni pullus riceverà un doppio imprinting, in parte sull’uomo ed in parte sui suoi conspecifici. E’ da ricordare anche che la tendenza a diventare urlatori negli Harris (così come in molte altre specie di rapaci) dipende strettamente da quanto pesantemente si lavora con la gestione di questi animali: quanto più si tiene a dieta l’animale e/o quanto più la dieta è duratura e tanto più questi rapaci diventeranno urlatori.

Gli Harris sono estremamente intelligenti e soprattutto curiosi, e queste due caratteristiche li rendono particolarmente interessanti ed utili come rapaci da falconeria: i loro tempi di reazione ed apprendimento sono rapidissimi e la loro estrema curiosità li aiuta moltissimo durante l'azione di caccia. Un giovane Harris non esiterà ad attaccare anche una foglia mossa dal vento, ma impiegherà meno di un secondo a capire che una foglia non è un pasto, non si può mangiare e dunque in futuro non ripeterà lo stesso errore. La notevole intelligenza di questi rapaci è particolarmente vantaggiosa sia nelle fasi di addestramento sia nell'uso pratico a caccia: una Poiana di Harris infatti capirà subito l'abbinamento pugno-cibo, fischio-cibo, logoro-cibo e ciò renderà facile e lineare il suo condizionamento; in fase di caccia gli Harris possono non solo cercare ed individuare da soli le prede (quasi sostituendo l'azione del cane da caccia) ma sono anche in grado di stanarle. Non è raro assistere a scene in cui avendo mancato la preda al primo attacco, l'Harris si apposta nelle vicinanze del rifugio che ha usato la preda per nascondersi attendendo che esca di nuovo per catturarla o addirittura avvicinandosi al rifugio, penetrandovi e stanandola direttamente.
Da un punto di vista morfo-anatomico e di fisica del volo, la struttura di un Harris è una via di mezzo tra la struttura classica delle Poiane (coda corda ed ali lunghe e larghe) e quella dell’Astòre (ali corte e larghe, coda particolarmente lunga). Questa particolare struttura di volo consente rapide e repentine manovre anche in spazi ristretti ed ottime capacità di sfruttare il volo planato (anche con venti o correnti termiche molto deboli, sebbene non con le stesse prestazioni di una Poiana comune) ma ha lo svantaggio di non poter offrire nè elevate velocità di volo (come per esempio avviene nei falconi) nè accelerazioni brucianti (come avviene nell'Astòre, che ha anch'esso una coda lunga ma ali ben più corte e dunque più adatte allo spunto bruciante in una partenza da fermo). Queste caratteristiche anatomiche devono essere tenute ben presenti se si vuole ottenere il massimo dagli Harris addestrati per la caccia: infatti sarà perfettamente inutile e improduttivo lanciare un Harris dal pugno, ma converrà sfruttare al meglio la tecnica di caccia naturale di questa specie (voli esplorativi o spostamenti da posatoio in posatoio e caccia di gruppo).

E' tipica dell'Harris la riproduzione cooperativa, in gruppi di 2-7 individui; vengono deposte da 1 a 4 uova, a volte 5 ma più frequentemente 3-4. L'incubazione dura 30  giorni. Le uova sono di colore biancastro e prive di macchiettature. I giovani abbandonano il nido a circa 40-45 giorni di età ma rimarranno ancora per un anno o più con i genitori, essi hanno dunque un lunghissimo periodo di dipendenza che spiega anche perchè le loro vocalizzazioni di richiesta del cibo siano così intense per tutto il primo anno di età. Si parla di riproduzione cooperativa perchè molto spesso una singola femmina di Harris può accoppiarsi con due maschi ed il nido può essere costruito e gestito in cooperazione tra diversi individui. I nidi vengono costruiti nelle cime degli alberi o su piante di yucca o cactus. I giovani vengono cresciuti ed alimentati sia dalla femmina sia dal maschio o dai due maschi se la femmina si è accoppiata con entrambi.

Molti falconieri non raccomandano l'Harris ad un neofita, perchè è un rapace troppo semplice da addestrare ed il principiante non imparerà molto sull'addestramento dei rapaci in questo modo. Questo è assolutamente vero, un neofita dovrebbe sempre operare nel modo migliore per non perdere nè danneggiare il proprio rapace, ed iniziando con l'Harris si hanno molte più garanzie da questi punti di vista.

L'Harris è arrivato in Europa all'inizio degli anni 80, e si è subito diffuso enormemente soprattutto in Inghilterra, dove, negli anni successivi, si è registrata una vera e propria esplosione di richieste. In Italia i primi Harris si sono visti negli anni 90, e il fenomeno ha avuto lo stesso trend inglese, inizialmente pochi Harris in giro e man mano che veniva conosciuto e apprezzato le richieste aumentavano fino a raggiungere il culmine proprio in questi ultimi anni. I motivi che hanno reso questa specie così famosa, conosciuta e ricercata sono stati già citati sopra: multifunzionalità, facilità di allevamento e gestione, adattabilità, buon temperamento, grande intelligenza e facilità di addestramento.

La scelta migliore per il neofita è un giovane Harris imprintato correttamente. Il principiante però deve porre particolare attenzione nel maneggiare il suo primo Harris, soprattutto durante le fasi di contenimento per il montaggio dell'armatura, in quanto le ossa dei giovani rapaci sono ancora molto delicate e non si sono indurite sufficientemente, si rischierebbe quindi di provocare qualche frattura all'animale se viene contenuto in maniera troppo violenta.

Purtroppo, visto che inizialmente sono arrivati in Europa pochissimi esemplari di questa specie da usare per la riproduzione, oggi è abbastanza comune un certo livello di inbreeding (accoppiamento tra parenti) tra tutti gli Harris nati in cattività. Non è difficile trovare esemplari con problemi genetici dovuti all'inbreeding: deformazioni alle ossa, con penne cresciute male (storte o troppo delicate) o con deficienze vitaminiche (soprattutto, molto comune, è la deficienza di vitamina B).

La gestione del peso degli Harris addestrati è fondamentale: un Harris troppo magro non produrrà mai buoni risultati e diventerà anche un gridatore insopportabile, ma anche quelli tenuti troppo alti di peso diventeranno dei gridatori (in quanto non soddisfatti dei loro risultati a caccia), e si comporteranno praticamente come dei bambini, non avranno infatti un normale sviluppo mentale, e saranno poco concentrati durante gli esercizi. Un peso di volo troppo alto sarà d'impaccio al rapace, non gli farà guadagnare la fitness e l'agilità necessaria per ottenere buoni risultati nella caccia. E' dunque fondamentale un controllo corretto e perfetto del peso per poter ottenere i migliori risultati.

L'Harris è un rapace molto socievole e beneficerà molto del contatto con l'uomo, socializzando con lui immediatamente. L'addestramento degli Harris è estremamente rapido, ma per un neofita è consigliabile operare lentamente e gradualmente per essere sicuro di ogni passaggio. Non abituare mai l'Harris a stare a terra, ma farlo volare sul primo albero che capita appena possibile (già nei voli in filagna si può far partire l'Harris da un albero); ogni volta che l'animale vola a terra non bisogna premiarlo, altrimenti si rischierebbe di abituarlo male, ma bisogna tirarlo su immediatamente e rimetterlo sulla pertica o su un ramo d'albero. Gli Harris sono anche sufficientemente intelligenti per distinguere un fischio che vuol dire "seguimi" (quando sarete in giro sul campo di volo con l'Harris libero che vi segue) dal fischio che invece indica il cibo. Gli Harris comunque imparano da subito e quasi automaticamente a seguire il falconiere da un albero all'altro, mentre, capita spesso che abbiano qualche problema nel rapporto con la selvaggina e per questo motivo, se la vostra intenzione è quella di addestrare l'Harris alla caccia, bisognerà fargli conoscere da subito le sue prede, già durante i primi addestramenti al pugno in indoor.

Quando siete in giro col vostro Harris libero che vi segue, dovete lasciargli fare quello che vuole; si è già detto, infatti, che questi rapaci sono estremamente curiosi, ed è necessario che il falconiere assecondi la loro curiosità. Per fare un esempio: l'Harris capirà da solo che quel pezzo di legno che aveva adocchiato non è una preda e non si mangia, e, fatta questa esperienza e soddisfatta la sua curiosità, non sarà più attratta ed incuriosita da altri pezzi di legno.
Gli Harris sono dei cacciatori molto eclettici, in grado di catturare una enorme varietà di prede ed, in particolar modo, per il territorio Italiano (dove spesso mancano le prede di grossa taglia) i maschi sono ancora migliori delle femmine in quanto potranno catturare una molteplicità di prede stupefacente che va dai piccoli volatili fino ai fagiani o conigli (di taglia proporzionale alla mole del rapace, ovviamente). Non è però consigliabile "specializzare" un Harris, altrimenti si rischierà di perdere tutto il divertimento: gli si deve invece consentire di cacciare ogni tipo di preda. Ho visto harris catturare le prede più strane, dai serpenti alle talpe e addirittura, durante un raduno, un falconiere che si è allontanato col suo Harris è ritornato un'oretta dopo con un carassio che il suo Harris aveva catturato nel fiumiciattolo dentro il boschetto. Alcuni falconieri molto esperti ottengono anche degli ottimi risultati con i corvidi usando maschi di Harris. Le femmine di Harris invece si preferiscono per la loro potenza e vengono soprattutto usate per prede di grossa taglia come fagiani e soprattutto lepri, sebbene anche i maschi possono avere dei buoni risultati con queste prede.

Il controllo del peso, nei maschi, è un pò laborioso. Un maschio volato a peso troppo alto, sebbene ubbidiente, rifiuterà spesso le prede, soprattutto quelle che ritiene più difficili come i conigli o i fagiani; se viene invece volato ad un peso troppo basso si rischia di danneggiarlo, poichè la sua piccola taglia non gli consente una lunga autonomia energetica. Dopo una buona cacciata, al giusto peso, con un maschio non si si potrà permettere di tenerlo ancora basso di peso per riportarlo a caccia il giorno dopo, proprio a causa della sua piccola taglia, avrebbe molto probabilmente un calo di zuccheri nel sangue, che è molto pericoloso. Per questo motivo, vista la "laboriosità" nel controllo del peso dei maschi, per un neofita sarebbe consigliabile una grossa femmina come primo rapace.

Un Harris impiegherà circa 4-5 mesi di esperienza in volo libero sul campo per rendersi conto di tutte le sue potenzialità e per imparare a sfruttarle. Un Harris può praticare, come si è già detto, molti stili di caccia e di volo, ed anche in questo sta la sua forza e capacità di adattamento, sebbene alcuni stili di volo siano più difficili da imparare e da utilizzare ma estremamente più efficaci per il rapace e gratificanti per il falconiere, come per esempio il volo d'attesa, durante il quale l'Harris vola, planando e sfruttando le termiche e le sue ampie ali, sopra il falconiere in attesa che i cani o il falconiere stesso stani una preda.

Purtroppo gli Harris hanno un solo unico punto a loro sfavore e cioè il loro "odio" verso i cani. Ciò è dovuto al fatto che, in natura, il loro principale nemico è il coyote (un canide, appunto). Anche nella casistica sono segnalati numerosissimi casi di cani aggrediti dagli Harris. Abituare l'Harris a collaborare col cane è piuttosto semplice, grazie alla sua intelligenza, ma i loro rapporti saranno sempre conflittuali, sulle brevi distanze. L'Harris capirà immediatamente che il cane stana la selvaggina che lui potrà catturare. Il problema è di avere un cane estremamente corretto che non insegua la selvaggina una volta stanata, poichè in questo modo andrebbe ad interferire con l'azione del rapace. Se una volta stanato un coniglio l'Harris lo insegue e pure il cane, i due finirebbero per trovarsi a stretto contatto e sia il cane rischierebbe di beccarsi un'artigliata sul muso, sia l'Harris potrebbe iniziare a rifiutare di cacciare insieme a quel cane. Porre particolare attenzione ad evitare i contatti fisici, o di fare avvicinare troppo il vostro Harris ai cani. Inoltre, sebbene specie molto sociale, l'Harris odia anche le altre specie di rapaci e mai si dovrebbero far volare gli Harris insieme ad altre specie di rapaci: anche in questo caso la casistica è piena di esempi di Harris che hanno aggredito altri rapaci sul blocco. In particolare gli Harris odiano gli Astori e dunque è bene prendere tutte le precauzioni necessarie per evitare il contatto, sebbene io abbia visto cacciare collaborativamente insieme Harris e Astori, ma credo che si tratti sicuramente di una rarissima eccezione.

E' possibile continuare a far volare gli Harris anche durante la muta, ma questo sicuramente rallenterebbe sia la muta sia il volo dell'Harris stesso.
In conclusione possiamo dire che cacciare o volare semplicemente con gli Harris è molto rilassante, non ci sono le stesse tensioni che si hanno quando si porta a volare un falcone d'alto volo o un Accipiter. Ed è per questo motivo che molti falconieri tradizionalisti e conservatori parlano spesso male dell'Harris. Ma i fatti dimostrano che questo rapace è un eccellente cacciatore ed un perfetto animale per i neofiti più diligenti.


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