mercoledì 26 ottobre 2016

IL LAUDANO

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Il laudano è una preparazione farmaceutica costituita da 15 parti di oppio, 70 parti di alcol a 60°, zafferano, cannella, chiodi di garofano e acqua (formula della Farmacopea Italiana). La concentrazione di morfina in questo preparato è dell’1%, e lo rende efficace come analgesico, ma numerosi altri principi attivi dell’oppio, oltre alla morfina, alcuni dei quali tossici, ne hanno fatto abbandonare l’impiego.

L'etimologia della parola è controversa: secondo alcuni deriva dal latino ladanum che indicava una resina gommosa estratta dall'arbusto del Cisto marino, secondo un'altra teoria invece deriva dal latino volgare laudare.

Durante l'Ottocento venne usato nella guerra di secessione per alleviare il dolore dei soldati (soprattutto dopo l'invenzione del fucile a ripetizione), ma anche per alleviare i disagi psicologici e le "tensioni da battaglia". Questa prassi causò la nascita dei primi veri morfinomani (tossicodipendenti dipendenti da morfina).

Veniva utilizzato negli ambienti letterari ottocenteschi (anche dai famosi "poeti maledetti") mescolato all'assenzio, facendo diventare quest'ultimo un distillato allucinogeno.



La presenza di morfina rendeva efficace questa tintura come analgesico. Nell'oppio vi sono però numerosi altri principi attivi oltre alla morfina, alcuni dei quali tossici, per questo motivo il laudano è sempre meno impiegato e per l'uso è comunque necessaria la consultazione di un medico.

La Farmacopea italiana nel 1929 semplificò la preparazione.



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domenica 16 ottobre 2016

ORO

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L'oro è noto e molto apprezzato dagli umani fin dalla preistoria. Molto probabilmente è stato il primo metallo mai usato dalla specie umana (prima del rame) per la manifattura di ornamenti, gioielli e oggetti rituali.

L'oro è citato nei testi egizi (geroglifico nwb/nbw) a partire dal faraone Den, I dinastia egizia, intorno al 3000 a.C. In epoca più tarda (XIV secolo a.C.) nel cuneiforme accadico tipico delle lettere di Tell el-Amarna, il re assiro Ashur-uballit I e il re Tushratta di Mitanni sostenevano che in Egitto l'oro fosse "comune come la polvere" (EA# 16 e EA# 19). L'Egitto e la Nubia avevano infatti risorse tali da collocarli tra i produttori d'oro più importanti delle civiltà della storia antica. L'oro, specialmente nel periodo di formazione dello stato egizio, ebbe sia un ruolo politico sia economico: fu uno degli elementi all'origine della divinizzazione del faraone e della nascita delle città.

L'oro viene spesso citato nell'Antico Testamento. Nella Bibbia, l'Eden è un giardino bagnato da un fiume che si divide in quattro rami: «Il primo… bagna il paese di Avila, dove c'è l'oro; l'oro di questo paese è puro». In Egitto Abramo è ricco d'oro: il suo servitore, incontrando Rebecca, le mette alle narici un anello d'oro, ai polsi dei braccialetti. A Mosè, che guida gli Ebrei fuori dall'Egitto, Yahwè dona un consiglio prezioso:

« Voi non andrete via a mani vuote. Ogni donna chiederà alla sua vicina…degli oggetti d'oro e delle vesti. Voi ne ricoprirete le vostre figlie e i vostri figli. »
Sulla montagna Yahwè non smette di donare all'oro un ruolo importante. Quando ordina a Mosè di costruire l'Arca dell'Alleanza, gli dice:

« Tu la ricoprirai d'oro puro e decorerai il suo bordo con una modanatura d'oro. Fonderai per l'arca quattro anelli d'oro… farai anche dei listelli di legno d'acacia, che rivestirai d'oro… creerai anche una tavola propiziatoria d'oro puro, di due cubiti e mezzo di lunghezza e di un cubito e mezzo di larghezza. Modellerai col martello due angeli d'oro alle estremità della tavola… »
Yahwè chiede a Mosè di costruire un tavolo con modanature e anelli d'oro; i piatti, le coppe, gli acquamanili, le patene per le libagioni, i candelabri: «Li farai di oro puro» dice Yahwè. Anche per la costruzione del Tempio e per i paramenti dei sacerdoti sarà utilizzato l'oro. Yahwè suggerisce inoltre a Mosè dove gli Ebrei avrebbero potuto trovare tanto metallo:

« Dici ai figli d'Israele di donare per me un contributo… in oro… Tutti coloro dai venti anni in su dovranno versare il contributo per Yahwè… »
In seguito gli Ebrei adoreranno il vitello d'oro. Secondo il Libro dell'Esodo il popolo, vedendo che Mosè tardava a scendere dalla montagna, chiede un dio ad Aronne. «Raccogliete gli anelli d'oro che pendono dalle orecchie delle vostre mogli, dei vostri figli e figlie e portateli a me» risponde Aronne. Poi “avendoli ricevuti dalle loro mani”, fa fondere il metallo e modella una statua di un vitello; il popolo acclama: “Ecco il tuo dio, Israele!”.

Davide porta a Gerusalemme le rotelle d'oro che ha conquistato al re di Coba e consacra a Yahwè l'oro di tutte le nazioni che ha soggiogato. Salomone riveste d'oro fino l'interno e l'esterno del Tempio. Nel cantico dei cantici il nome del metallo diviene quasi un motivo musicale.

« Amico mio, noi ti doneremo collane d'oro… il mio amato si distingue fra mille: il suo capo è d'oro puro… le sue gambe sono colonne di marmo su basi d'oro. »

Secondo il Vangelo secondo Matteo, l'oro fu uno dei doni portati dai Magi al Bambino Gesù. Per i cristiani l'oro simboleggia la regalità di Gesù, mentre nel Buddhismo è uno dei sette tesori e viene equiparato alla fede o alla retta convinzione. La sua preziosità era riconosciuta anche nell'antica Grecia:

« L'oro è il figlio di Zeus,
che non tarme nè vermi mangiano.
L'oro scorre dalla sua stessa forza. »
(Dalle odi di Pindaro)
La parte sudorientale del Mar Nero è famosa per le miniere d'oro, sfruttate fin dai tempi di Mida: questo oro fu fondamentale per l'inizio di quella che fu probabilmente la prima emissione di monete metalliche in Lidia, fra il 643 a.C. e il 630 a.C.

L'oro è stato a lungo considerato uno dei metalli più preziosi, e il suo valore è stato usato come base per le valute di molti stati (sistema noto come il Gold standard) in vari periodi storici. Le prime monete d'oro vennero coniate dal re Creso, sovrano della Lidia, nell'Asia Minore occidentale, dal 560 a.C. al 546 a.C.; in particolare l'oro della Lidia proveniva dalle miniere e dalla sabbia del fiume Pattolo (Pactolus). Da queste considerazioni è stato rilevato come le ragioni del valore dell'oro abbiano motivazioni prevalentemente religiose:

« L'oro non appartiene alla mitologia dell'homo faber ma è una creazione dell'homo religiosus; questo metallo cominciò infatti ad assumere valore per motivi di natura essenzialmente simbolica e religiosa. L'oro è stato il primo metallo utilizzato dall'uomo, pur non potendo essere adoperato né come utensile né come arma. Nella storia delle rivoluzioni tecnologiche - cioè nel passaggio dalla tecnologia litica alla produzione del bronzo, poi all'industria del ferro ed infine a quella dell'acciaio - l'oro non ha svolto alcun ruolo. E tuttavia, dai tempi preistorici fino alla nostra epoca, gli uomini hanno faticosamente perseguito la ricerca disperata dell'oro. Il valore simbolico primordiale di questo metallo non ha potuto essere abolito malgrado la desacralizzazione progressiva della Natura e dell'esistenza umana. »
(Mircea Eliade, Arti del metallo e alchimia, Torino, Bollati Boringhieri, 1987, pag. 23)

L’oro e gli altri elementi pesanti si formano alla fine della vita delle stelle di maggiori dimensioni. All’inizio, in tutti i corpi stellari si trovano solo elementi leggeri: idrogeno e elio. Quando questi si fondono, in processi detti di nucleosintesi, nascono elementi più pesanti. Non tutte le stelle, però, riescono a fabbricare oro. Quelle meno grandi bruciano soltanto idrogeno, più leggero, e le diverse combinazioni tra gli atomi danno origine a elio, berillio, litio, boro, azoto, carbonio, ossigeno e fluoro. E neppure quando, esaurito l’idrogeno, la massa si contrae violentemente sul centro (è il “collasso stellare”) si producono pressione e temperatura sufficienti a generare elementi pesanti come l’oro. Nelle stelle più grandi, invece, quando l’idrogeno del nucleo si esaurisce inizia a fondersi l’elio (in questa fase si formano sodio, fosforo, neon, magnesio, silicio). Esaurito l’elio, anche per le stelle maggiori giunge l’ora del collasso. Ma, grazie alla loro elevatissima temperatura, in questa fase producono oro e altri elementi pesanti, come l’uranio. Poi diventano supernove, cioè esplodono e si disperdono nello spazio sotto forma di materiale interstellare, dal quale in seguito si formano altri corpi, per esempio i pianeti.

L'oro è un metallo di colore giallo. Può assumere una colorazione diversa a seconda delle sue leghe: rossa, violetta e nera quando è finemente suddiviso o in soluzione colloidale, mentre appare verde se ridotto a una lamina finissima. È il metallo noto più duttile e malleabile; un grammo d'oro può essere battuto in una lamina la cui area è un metro quadrato. È un metallo tenero e per conferirgli una maggiore resistenza meccanica viene lavorato in lega con altri metalli.

L'oro non viene intaccato né dall'aria né dalla maggior parte dei reagenti chimici. Da sempre la sua elevata inerzia chimica ne ha fatto un materiale ideale per il conio di monete e per la produzione di ornamenti e gioielli. Non si altera con l'ossigeno, l'umidità, il calore, gli acidi e gli alcali caustici, invece può essere ossidato con acqua regia o con soluzioni acquose contenenti lo ione cianuro in presenza di ossigeno o perossido di idrogeno. A contatto con il mercurio si scioglie e forma amalgami.

Si trova allo stato nativo, spesso accompagnato da una frazione di argento (compresa tra l'8% e il 10%), sotto forma di electron (oro e argento naturale). Al crescere del tenore di argento, il colore del metallo diviene più bianco e la sua densità diminuisce.

L'oro si lega con molti altri metalli: le leghe col rame sono rossastre, con il ferro verdi, con l'alluminio violacee, col platino bianche, col bismuto e l'argento nerastre.

Gli stati di ossidazione più frequenti che l'oro assume nei suoi composti sono +1 (sali aurosi) e +3 (sali aurici). Gli ioni dell'oro vengono facilmente ridotti e precipitati come oro metallico per addizione di praticamente qualsiasi altro metallo. Il metallo aggiunto si ossida e si scioglie facendo precipitare l'oro metallico.

È un eccellente conduttore di elettricità, il migliore tra i metalli dopo l'argento e il rame ma, a differenza di questi ultimi, è poco suscettibile ai fenomeni di ossidazione, perciò viene utilizzato per contatti o conduttori di dimensioni microscopiche (in ragione della sua malleabilità).

Per via della sua elevata inerzia chimica, l'oro si trova principalmente allo stato nativo o legato ad altri metalli. Spesso si presenta in forma di granelli e pagliuzze, tuttavia a volte si trovano anche agglomerati piuttosto grossi, detti pepite. I granelli appaiono inclusi in minerali o sulle superfici di separazione tra cristalli di minerali.

L'oro si trova associato al quarzo, spesso in filoni, e ai solfuri minerali. I solfuri cui si associa più spesso sono la pirite, la calcopirite, la galena, la sfalerite, l'arsenopirite, la stibnite e la pirrotite. Meno frequentemente è associato a petzite, calaverite, silvanite, muthmannite, nagyágite e krennerite.

L'oro è distribuito ampiamente in tutta la crosta terrestre, con una concentrazione media di 0,03 ppm (0,03 grammi per tonnellata). Giacimenti di minerali d'oro si trovano nelle rocce metamorfiche e nelle rocce ignee, da cui si formano per dilavamento i giacimenti di oro alluvionale. In quest'ultimo caso è possibile l'estrazione con procedimenti che non impiegano agenti chimici, come il cianuro o il mercurio, e che consentono l'uso della definizione di oro etico.

Le principali fonti dell'oro sono le rocce ignee e i depositi alluvionali. Un giacimento generalmente necessita di qualche processo di arricchimento per poter diventare sfruttabile: un processo chimico o fisico (come l'erosione o lo scioglimento) o un più generale metamorfismo, con cui si concentra l'oro disperso nei solfuri o nel quarzo.

I più comuni giacimenti primari sono detti "filoni" o "vene". I giacimenti primari vengono erosi e dilavati dalle intemperie; l'oro viene trascinato a valle formando depositi alluvionali. Un altro tipo di giacimento è associato a scisti e rocce calcaree sedimentarie, che contengono tracce d'oro e di altri metalli del gruppo del platino, finemente disperse.

Nell'acqua marina, l'oro è presente in concentrazione prossima a 1,3 milligrammi di oro per tonnellata di acqua marina. La quantità totale di oro presente negli oceani è dunque di circa 20 milioni di tonnellate, ma la bassissima concentrazione rende per il momento antieconomica l'estrazione dall'acqua. Nel 2001, si calcola che ci fosse in circolazione una quantità totale di oro pari a 140 000 tonnellate, una quantità che può essere rappresentata, in volume, come un cubo di lato pari a circa 20 metri.

L'estrazione dell'oro dai suoi minerali diventa economicamente conveniente quando la concentrazione del metallo è superiore a 0,5 ppm (0,5 grammi per tonnellata); nelle grandi miniere a cielo aperto la concentrazione tipica è compresa tra 1 e 5 ppm; per i minerali scavati in miniere sotterranee, la concentrazione media è circa 3 ppm. Per essere visibile a occhio nudo in un suo minerale l'oro deve avere una concentrazione di circa 30 ppm; questo spiega perché perfino nelle miniere d'oro è poco frequente vederlo.

L'oro è estratto dai depositi alluvionali per dilavamento e dai minerali rocciosi per metallurgia estrattiva. Spesso la raffinazione del metallo si accompagna alla clorurazione o all'elettrolisi.

Sin dal 1880 il Sudafrica è stato la fonte di circa due terzi dell'oro estratto nel mondo. La città di Johannesburg è stata costruita alla sommità di uno dei più grandi giacimenti del mondo. I giacimenti negli stati sudafricani dell'Orange e del Transvaal sono invece tra le miniere più profonde del mondo. La guerra Boera del 1899-1901 tra i boeri e i britannici fu in parte dovuta ai diritti di sfruttamento e ai contenziosi aperti sulle proprietà delle miniere sudafricane.

Tuttavia, a partire dal 2007, la posizione di predominio del Sudafrica è stata superata dalla Cina, la cui produzione nel 2008 è giunta fino a 260 tonnellate di oro, con un incremento del 59% a partire dal 2001.

Tra gli altri maggiori produttori figurano gli Stati Uniti (principalmente nel Dakota del Sud e in Nevada) l'Australia (principalmente nello stato dell'Australia Occidentale), il Perù e la Russia.

L'oro in Italia si trova in piccole quantità nei fiumi, come il Po e il Ticino. Nelle viscere del Monte Rosa si trova un giacimento superiore a quelli attualmente più produttivi (presenti in Sudafrica). Tuttavia, a causa di problemi ambientali, di sicurezza e di costi, tale oro non è attualmente sfruttato. Tale giacimento fu invece attivamente coltivato fin da epoche antiche (con estrazione di oro da pirite e arsenopirite aurifera) scavando progressivamente oltre 60 km di miniere in galleria (secondo alcune fonti circa 100 km) in Piemonte a Macugnaga, in Valle Anzasca. Tra queste la miniera d'oro della Guia nella frazione Borca, oggi accessibile a visite guidate. L'ultima miniera attiva di Macugnaga, nella frazione Pestarena (in attività probabilmente dall'epoca romana), fu chiusa nel 1961 anche a seguito di un incidente in cui persero la vita 4 lavoratori. Anche in Valsesia fu estratto l'oro del Monte Rosa. Altri piccoli giacimenti sono stati quelli in Val d'Aosta (Arbaz, Challand-Saint-Anselme) e l'ultimo giacimento di oro oggetto di coltivazione in Italia fu quello di Furtei nella provincia del Medio Campidano, chiuso nel 2008. Prospezioni di tipo geofisico hanno dimostrato che l'oro è abbastanza frequente, in bassissime concentrazioni, in varie zone della Toscana, della Sardegna e di altre regioni.

L'Italia è dal 1998 il maggiore trasformatore di oro al mondo, con una media di 450-500 tonnellate lavorate ogni anno.



In passato il Sudafrica era il più grande produttore di oro al mondo, e nel 1970 deteneva il 75 delle riserve mondiali. Il settore minerario divenne un simbolo del paese, produsse ricchezza, attirò immigrati da tutto il mondo, finanziò la costruzione di strade e ferrovie e rese l’economia del Sudafrica la più grande del continente. Oggi le macerie del settore minerario sudafricano sono diventate simbolo di qualcos’altro: di disperazione.
La crescita economica sudafricana è ferma. Il rand, la moneta nazionale, negli ultimi due anni ha perso il 30 per cento rispetto al dollaro. La domanda di minerali dalla Cina, una volta molto forte, è crollata. Le miniere che avevano arricchito così tante persone sono state costrette a chiudere, dopo che le riserve si sono esaurite più velocemente del previsto. Oggi una generazione di sudafricani e migranti poveri entra illegalmente nelle miniere alla ricerca di qualsiasi cosa sia rimasto. Niël Pretorius, CEO di DRDGOLD, la società produttrice di oro che ha chiuso la miniera in cui Jeremiah si intrufola ogni giorno, l’ha definita «una seconda febbre dell’oro».
La miniera si chiama Durban Deep, è stata fondata nel 1896 ed è soprannominata la “Grande Signora”. Era una delle miniere più redditizie del mondo: prima della chiusura nel 2001 produceva oro per un valore di 20 miliardi di dollari l’anno, arrivando a dare lavoro a 18mila persone. Elton John le dedicò una canzone che diceva «Scendendo per due miglia nel cuore di Durban Deep». Le riserve della miniera iniziarono poi a diminuire. L’oro rimasto era così inaccessibile da rendere la sua estrazione troppo costosa e pericolosa, anche per una società importante. La miniera fu chiusa e i suoi tunnel furono sigillati con il cemento. Ora per entrare a Durban Deep bisogna trovare una piccola apertura in superficie, di solito è creata con un’esplosione di dinamite improvvisata. Anche nel periodo in cui la miniera era formalmente attiva, sorvegliata attentamente e messa in sicurezza, la discesa al suo interno era pericolosa. Oggi però il rischio di morire o ferirsi è molto più alto: non viene fatta manutenzione, non esistono attrezzature di sicurezza e non c’è accesso all’ossigeno o controllo da parte delle società minerarie. Nel 2014 in un giorno solo sono morti 21 minatori irregolari. Secondo i minatori ogni settimana a Durban Deep muore almeno una persona, ma non esistono cifre ufficiali.
Tra il 2004 e il 2015 un terzo delle 180mila persone che lavoravano nel settore minerario sudafricano sono state licenziate. Molte sono tornate alle miniere da sole, illegalmente. «Quando chiudi una miniera lasci i minatori senza lavoro: sono le persone che conoscono la miniera, e sanno come entrarci», ha detto Lerato Legong, capo dell’ufficio legale della Camera delle Miniere sudafricana, l’organizzazione che riunisce le società minerarie del paese.

L’industria legale dell’oro sudafricana continua a generare 4 miliardi di dollari in entrate ogni anno. Insieme al platino, al carbone e ai minerali ferrosi rappresenta una fetta importante dell’economia. Ma con il rallentamento della crescita della Cina nel settore edile, anche i prezzi delle materie prime stanno scendendo. L’economia del Sudafrica è in difficoltà, peraltro, non solo per colpa del calo dei prezzi delle materie prime, che rappresentano circa l’otto per cento del PIL del paese. L’industria manifatturiera sudafricana è stata ostacolata dalla carenza di elettricità, mentre il settore agricolo è stato colpito da una siccità di proporzioni storiche. Nonostante l’oro sia un bene tipicamente anti-ciclico (il suo valore cresce in periodi di incertezza economica), le riserve auree sudafricane non sono abbastanza per controbilanciare il calo del prezzo delle altre materie prime. Secondo le statistiche del governo sudafricano la produzione nazionale d’oro è scesa di circa l’85 per cento dal 1980. Il Sudafrica oggi produce solo il 6 per cento dell’oro globale: le esplorazioni recenti hanno reso poco, mentre paesi come il Brasile e la Mongolia hanno trovato nuovi giacimenti. «Le scoperte di giacimenti significativi in Sudafrica impallidiscono di fronte a molti altri paesi: le miniere del paese sono molto vecchie e molto profonde», ha detto un analista della società di servizi finanziari SNL Financial.
Il Sudafrica non si trovava alla prese con una crisi economica di questa portata dall’epoca dell’apartheid, quando le sanzioni internazionali minacciavano l’economia del paese. Gli investitori internazionali criticano da tempo l’operato in campo economico del presidente Jacob Zuma, e sottolineano le storture del paese come la corruzione endemica e la crescita anomala di occupazione nel settore pubblico. I mercati finanziari sono rimasti particolarmente scossi quando lo scorso dicembre Zuma ha sostituito il suo ministro delle Finanze con un politico poco conosciuto, trovandosi poi costretto a fare marcia indietro e nominare Pravin Gordhan, che aveva ricoperto l’incarico nel 2014. Il danno però era già stato fatto.
Secondo la maggior parte degli economisti il debito contratto dal Sudafrica con investitori stranieri sarà presto declassato a livello “spazzatura” dalle agenzie di rating. «I venti contrari stanno ancora soffiando», ha detto Michael Keenan, un economista che lavora per la banca Barclays a Johannesburg. «Credo che la politica abbia una grande influenza sull’andamento delle risorse e sul modo in cui le persone considerano l’economia nel medio e lungo periodo».

L'oro da gioielleria, cioè quello legato a uno o più metalli per aumentarne la rigidità, ha colorazione bianca o rossa, a seconda del tipo di lega (con argento o rame).

L'oro verde è composto al 75% d'oro, al 12,5% d'argento e al 12,5% di rame.
L'oro giallo è composto al 75% d'oro, al 12-7% d'argento e al 13-18% da rame.
L'oro rosa è normalmente composto dal 75% d'oro, al 6,5-5% d'argento e al 18,5-20% da rame.
L'oro rosso è composto al 75% d'oro, al 4,5% d'argento e al 20,5% di rame.
L'oro blu è una lega di oro e di ferro. Un trattamento termico ossida gli atomi di ferro sulla superficie dell'oro e gli dona la colorazione azzurra.
L'oro bianco da gioielleria è composto al 75% da oro, e al 25% da nichel, argento o palladio.
Bisogna notare che il termine "oro bianco" è spesso utilizzato per designare l'oro grigio in bigiotteria. Con la rodiatura, l'oro bianco è ricoperto da un fine strato di rodio, che sparisce per usura, con il tempo, ridando un colore giallo all'oro. È una lega inventata dopo la prima guerra mondiale.
Per la doratura tramite fogli sottili di oro, la lega deve essere il più possibile duttile e malleabile.

L'oro giallo da doratura è composto dal 98,0% d'oro, dall'1,0% d'argento e dall'1,0% da rame. Può anche essere puro.
L'oro rosso da doratura è composto dal 94,5% d'oro e dal 5,5% di rame.
L'oro ½ giallo da doratura è composto dal 91,5% d'oro, dal 6,0% d'argento e dal 2,5% di rame.
L'oro limone da doratura è composto dal 94,5% d'oro e dal 5,5% d'argento.
L'oro grigio da doratura è composto dal 75,5% d'oro, 14,5% di palladio e dal 10,0% d'argento
L'oro bianco francese da doratura ha composizione 20,0% oro e 80,0% argento, altrove in Europa 50,0% oro e 50,0% argento.
Tuttavia ogni gioielliere e battitore d'oro ha le sue leghe, che si scostano leggermente dai valori standard.

I lingotti d'oro talvolta sono oggetto di falsificazione aggiungendo rame alla lega e quindi abbassandone il titolo oppure producendo lingotti totalmente falsi composti da tungsteno ricoperto di un sottile strato d'oro, il tungsteno è un materiale con rapporto peso/volume simile e non distinguibile dall'oro e dal costo nettamente inferiore (circa 40-50 $ al kg).

Benché sia considerato un metallo nobile, perché resistente a molti agenti corrosivi e relativamente inerte dal punto di vista chimico, l'oro può formare diversi composti. Il cloruro aurico (AuCl3) e l'acido cloroaurico (HAuCl4) sono i più comuni tra essi.

Il numero di ossidazione dell'oro nei suoi composti può essere +1 (composti di oro (I)) o +3 (composti di oro (III)). In condizioni drastiche e con reattivi energici, l'oro può anche assumere numero di ossidazione +5 (il pentafluoruro di oro (V) AuF5) e l'insolito (per un metallo) -1. Questi ultimi composti, che contengono l'anione Au- sono detti aururi; sono noti l'aururo di cesio, CsAu, di rubidio, RbAu, e di tetrametilammonio (CH3)4N+Au-.

Altri composti dell'oro noti sono:

gli alogenuri d'oro (fluoruri, cloruri, bromuri e ioduri)
i calcogenuri d'oro (ossidi, solfuri, selenuri, tellururi)
l'idrazide aurosa, AuN2H4, una polvere esplosiva color verde scuro, nota nell'antichità come aurum fulminans.
Gli atomi di oro possono aggregarsi in cluster.

Presente in natura in ben 30 isotopi (da 175Au a 204Au), solo 197Au è stabile. Gli altri sono tutti radioattivi e il più stabile di essi è 195Au, la cui emivita è di 186 giorni.

L'oro puro è troppo tenero, quindi non può essere lavorato normalmente, è indurito legandolo ad altri metalli, in genere rame e argento. L'oro e le sue leghe sono usati in gioielleria, nel coniare monete e sono uno standard di cambio valutario per molte nazioni. Grazie alla sua resistenza alla corrosione e alle sue notevoli proprietà elettriche, ha trovato sempre più spazio in applicazioni industriali. Sono in corso studi sull'utilizzo dell'oro come catalizzatore, infatti, l'oro in forma di nano-particelle disperse su adeguati supporti mostra grande attività catalitica.

L'oro è ampiamente usato in Odontoiatria e in odontotecnica per la realizzazione di: ponti, corone, cappe radicolari, scheletrati per protesi amovo-rimovibili, per ricostruzioni parziali della parte occlusale del dente. Era considerato uno dei materiali per otturazione più sicuri. L'intarsio in oro veniva confezionato in laboratorio e successivamente posizionato, dall'odontoiatra, nella cavità del dente, specificatamente, per otturazioni molto estese grazie alla sua malleabilità, duttilità ed elasticità; garantiva una lunga durata rispetto all'amalgama, utilizzata solo per otturazioni poco estese. Negli ultimi decenni l'oro e l'amalgama sono stati sostituiti da compositi fotopolimerizzanti sia per un fattore estetico, sia per resistenza all'abrasione (paragonabile a quella del dente naturale). L'oro nel cavo orale può assumere delle colorazioni grigio-scuro per la presenza di altre leghe metalliche, stellite, leghe nichel-cromo, leghe al palladio, amalgama. Tale fenomeno viene definito "bimetallismo"; generato per elettrolisi. Nel merito non si riscontrano intollerabilità, riconducibile all'oro, da parte del paziente: è la combinazione di più leghe a determinare quanto detto.

L'utilizzo di oro come agente terapeutico ("crisoterapia") per la cura dell'artrite reumatoide può causare dei segni e sintomi specifici, chiamati crisiasi. Tra gli effetti di rilievo derivati dall'assunzione di composti farmaceutici a base d'oro sono da annoverare i segni dermatologici, in particolare un colorito grigio-bluastro della cute, più accentuato nelle zone esposte al sole e nell'area periorbitaria; a volte l'oro può accumularsi selettivamente nelle unghie, dando un colore giallo alle stesse.

Le aree cutanee delle persone che hanno assunto oro, esposte a Q-switched laser manifestano un colorito grigio-bluastro.

L'oro, come altri metalli (es. rame nella Malattia di Wilson), può andare in accumulo in strutture oculari, visibile con una lampada a fessura.

Interessante notare che, dopo somministrazione per via iniettiva di oro radioattivo, questo tende ad accumularsi nella zona pettorale.

Come gli altri metalli preziosi, l'oro viene quotato al grammo o all'oncia troy. Quando è in lega con altri metalli, si misura la sua purezza. L'unità è chiamata carato (K): 24 carati è l'oro puro. Un altro modo di indicarne la purezza è una grandezza di valore compreso tra zero e uno, con tre cifre decimali, o una frazione in millesimi (18 carati = 18/24 = 0,750 = 750/1000 = 75%). L'oro utilizzato in gioielleria ha una purezza non superiore a 18K, in quanto una proporzione maggiore ne renderebbe impossibile la lavorazione. Per questo motivo il valore dell'oggetto deve essere stimato tenendo conto del metallo con cui l'oro è legato. Un gioiello con 14K d'oro e 6K di platino è più prezioso di uno a 18K d'oro e 6K di rame.

Il prezzo dell'oro è fissato dai mercati; tuttavia, dal 1919, la Borsa di Londra stabilisce due volte al giorno un prezzo di riferimento (il cosiddetto fixing dell'oro) alle 10:30 e alle 15:00 (ora di Londra). Fino a ottobre 2014 il prezzo veniva fissato dai cinque mercanti più rilevanti del mondo per lo scambio di oro fisico (in inglese "the Club of Five"): Bank of Nova Scotia Mocatta, Barclays Bank., Deutsche Bank, HSBC Bank USA e Société générale. Da novembre 2014, il processo di fissazione del prezzo (fixing) è stato affidato a Ice Benchmark Administration (Iba) che ha superato la concorrenza del London Metal Exchange e del duo Cme Group-Thomson Reuters (che invece gestirà il nuovo fixing dell'argento).

Storicamente l'oro è stato impiegato per supportare le valute in un sistema economico basato sul gold standard, in cui il valore di ogni valuta è stabilito equivalente a una certa quantità di oro. Come parte di questo sistema, i governi e le banche centrali tentarono di controllare il prezzo dell'oro, fissandone le parità con le valute. Per un lungo periodo (dal 1789 al 1933) gli Stati Uniti fissarono il prezzo dell'oro a 20,67 $/ozt (pari a 0,66456 $/g) – salvo lievi oscillazioni in tempo di guerra – che poi elevarono a 35 dollari/oncia (pari a 1,12527 $/g) nel 1934. Nel 1961 mantenere questo prezzo era diventato arduo; le banche centrali degli Stati Uniti d'America e dell'Europa cominciarono a coordinare le loro azioni per mantenere il prezzo stabile contro le forze di mercato.

Il 17 marzo 1968 le circostanze economiche causarono il fallimento di questi sforzi congiunti; venne introdotto un doppio regime, che fissava il prezzo dell'oro a 35 dollari/oncia per le transazioni valutarie internazionali, lasciandolo però libero di fluttuare per quanto concerneva gli scambi tra privati. Questo doppio regime fu abbandonato nel 1971, quando il prezzo dell'oro fu lasciato libero di variare in accordo alle leggi di mercato. Le banche centrali possiedono ancora oggi riserve auree a garanzia del valore delle proprie valute, anche se il volume globale di queste riserve è andato via via calando (causa la progressiva coniazione di moneta in assenza di controvalore aureo o di qualunque altro metallo).

Dal 1968 il prezzo dell'oro sui mercati ha subito ampie oscillazioni, con un record di oltre 1 900 $/ozt (oltre 60 $/g) nell'agosto 2011 e un minimo di 252,90 $/ozt (8,131 $/g) il 21 giugno 1999 (fixing di Londra). Il prezzo è salito a 420 $/ozt (13,503 $/g) nel 2004 a causa della svalutazione del dollaro statunitense; il prezzo dell'oro in altre valute (ad esempio l'euro) ha subìto nello stesso periodo un aumento inferiore, comunque consistente, al 10% dalla quota di 330 euro/oncia (10,6 €/g).

L'oro costituisce a volte parte di un investimento finanziario difensivo (bene rifugio per la tutela del capitale), data la stabilità a lungo termine del suo valore commerciale e la sua sostanziale scorrelazione rispetto all'andamento del mercato azionario e obbligazionario; per questa sua stabilità, la speculazione sull'oro diventa particolarmente appetibile quando viene meno la fiducia in una valuta e quando il valore di una valuta è soggetto a iperinflazione. Il prezzo dell'oro è anche alla base di futures con cui si specula sul suo ipotizzato valore futuro. Dall'elezione di Bush a Presidente degli Stati Uniti d'America il prezzo di un'oncia è salito da 200 dollari a 540 dollari. Il valore dell'oro è fortemente influenzato dall'offerta, per cui la sua estrazione è ponderata attentamente: incrementarne la produzione potrebbe significare farne crollare il prezzo.

Il prezzo massimo raggiunto dall'oro, tenuto conto dell'inflazione, può essere considerato quello raggiunto il 21 gennaio 1980 (circa 850 dollari/oncia), corrispondenti a quasi 2 000 dollari/oncia col potere d'acquisto del 2008.

Per via del suo uso come riserva valutaria, nella storia a volte il possesso privato dell'oro è stato regolamentato o bandito.

Negli Stati Uniti il possesso privato di oro, eccezion fatta per la gioielleria e il collezionismo numismatico, fu illegale dal 1933 al 1975.
In Italia, Grecia e Spagna, unici tra i Paesi Europei, il possesso di oro era consentito solo agli istituti bancari.
In Italia poteva essere detenuto solo oro lavorato, monete auree o lingottini semilavorati con peso massimo di 100 grammi. Con il Decreto nº 7 del 2000, in recepimento della Direttiva 98/80/CE, è stato aperto in tutta Europa (anche ai privati) il possesso di oro fino.



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sabato 15 ottobre 2016

IL MACHETE



Il primo impiego militare del machete viene fatto risalire a un istruttore di combattimento corpo a corpo della Legione straniera francese e si ritiene che la sua applicazione in quest'ambito sia stata ideata in base alle esperienze sul campo di battaglia delle forze speciali statunitensi. Dato che in molti paesi tropicali il machete è uno strumento comunissimo, spesso è anche l'arma scelta per le rivolte. La Los Macheteros, per esempio, è un'organizzazione armata clandestina popolare, il cui nome ufficiale è Ejército Popular Boricua (esercito popolare Boricua).

Il machete può essere classificato come una spada, giacché può essere utilizzato allo stesso modo.

Fu usato massicciamente in Ruanda dalle milizie hutu per sterminare i tutsi durante la guerra civile del 1994. È anche lo strumento distintivo/arma dei Tonton Macoute di Haiti.

Il machete si può usare per diverse cose come per esempio nei paesi tropicali che si usa per aprire un sentiero tra i boschi o la selva e anche per fini agricoli come il taglio della canna da zucchero. In America Latina in machete si usa nei lavori domestici come il taglio degli alimenti in pezzi grandi. È comune vedere anche la gente usando il machete per lavori occasionali, come aprire cocchi, per lavori nel prato, per il taglio di piante, caccia o altre attività relazionate a queste.

Dovuto alla sua similarità con la spada, molte volte è usato come arma nelle ribellioni. È molto utilizzato in paesi del terzo mondo per la difesa personale ed era anche l’arma principale della milizia in alcun paese africano.

A Cuba il machete è un’arma emblematica che si usò nella guerra d’indipendenza (1868-1898) e fu usato anche nella guerriglia diretta da Pepe Antonio per difendere la città de la Havana quando il Regno di Gran Bretagna tentò di invadere la città nel 1762. È possibile che dovuto a questi avvenimenti storici, il machete fece nascere una forma di disciplina marziale a Cuba che si conosce como “la scherma del machete”, che insegna i movimenti e le tecniche migliori per l’uso del machete come arma contro i nemici armati in maniera simile o addirittura con armi da fuoco.

Nelle Isole Vergini Britanniche, Granada, Giamaica, Saint Kitts e Nevis, Barbados e Trinidad eTobago, la parola “planass” significa colpire qualcuno con il palmo della lama di un machete o un coltello.

Al giorno d’oggi esistono vari tipi di machete, come per esempio la panga che è una variante del machete tradizionale che si utilizza nell’Est e Sud dell’Africa. La lama della panga è ampia nella parte posteriore e ha una lunghezza da 41 a 46 cm. La parte superiore inclinata della lama può essere affilata. Questo attrezzo fu utilizzato come arma nel Sud dell’Africa, specialmente dagli anni 1980 fino ai primi 1990 quando l’antica provincia di Natal fu scossa da un conflitto tra il Congresso Nazionale Africano e quello Zulu-Nazionalista Inkatha Freedom Party.

Nelle Filippine, il bolo è un attrezzo molto simile, però con la lama appena prima della punta del coltello per renderlo ancora più efficiente al taglio. Questo tipo di machete è più adeguato al combattimento, e fu anche utilizzato durante la rivoluzione filippina contro le autorità coloniali spagnole. I filippini continuano a usare il bolo per i lavori di ogni giorno come la pulizia dalla vegetazione o tagliare vari prodotti alimentari di grandi dimensioni.

Nelle diverse regioni dell’Ecuador, il machete si continua a utilizzare come un attrezzo di uso normale nelle faccende agricole, come la pulizia, e taglio di vegetazione. Nella costa del Pacifico il machete ha una lunga storia e si può trovare come parte del vestuario quotidiano degli abitanti maschi delle zone rurali, specialmente nelle province di Manabí, Los Ríos e Guayas. Il suo uso non si limita all’agricoltura, ma si utilizzava anche come arma per la legittima difesa e l’attacco.



Nello stato del Sud del Brasile di Rio Grande do Sul, il machete viene utilizzato dagli abitanti nativi. Si utilizzò per lottare contro l’Impero di Brasile nella “guerra del Farrapos” (guerra degli stracci). Li, il machete si chiama “Facão” o “Falcon” (letteralmente “grande coltello”). Al giorno d’oggi, esiste una danza chiamata” dança dos facões” (danza dei machete), che si balla in questa regione. In questa danza, interpretata solo da uomini, i ballerini si toccano coi machete simulando una battaglia.

Dai dieci agli ottanta euro, in acciaio, in plastica, manico di avorio, di pelle, decorato, scuro, metallizzato. Il “machete” in Italia si vende come fosse un coltellino su internet, ma anche in tutti i negozi specializzati in armi e munizioni. Negli ultimi anni c’è stato un boom di ferimenti col “machete”.

Anche il “machete” è considerata un’arma, un’arma bianca, detta anche “impropria” perché possederla diventa reato se non se ne può giustificare un uso per motivi pacifici. L’interpretazione, a fronte delle giustificazioni ovvie, è affidata al funzionario che la scopre addosso o nell’auto di un controllato. Coltelli, pugnali, coltelli a scatto, coltelli a doppio filo e baionette sono considerate tutte “armi improprie”, come il “machete”, la cui vendita e detenzione sono libere se si ha la maggiore età ed il porto è consentito solo per giustificato motivo (caccia, attività sportiva, outdoor, campeggio, coltivazione etc.). Ma se è vero che in ambiente urbano non sussiste quasi mai il giustificato motivo per avere con sé una lama, è pur vero che tenerla in casa, a quanto pare, spaventa in pochi.  A differenza delle armi “proprie”, ovviamente, che sono quelle che si possono acquistare e detenere dietro presentazione di Porto d’Armi o Permesso d’Acquisto rilasciato dalla propria Questura, il “machete” si può acquistare anche su Internet ma è chiaro che in Italia, dove non esistono foreste amazzoniche, davvero non ci capisce perché non vengano effettuati controlli preventivi su chi acquista. Anche perché  per giustificarne un trasporto basta la precauzione di tenere la lama assolutamente non pronta all’uso, magari impacchettata, in modo tale che sia evidente la volontà e l’intenzione di non volersene servire durante il trasporto.

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venerdì 14 ottobre 2016

SHABOO

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Convulsioni, atteggiamenti violenti, totale mancanza di sonno, perdita di appetito, di denti e di capelli, e per alcuni perfino la deformazione del viso. Sono gli effetti a breve e medio termine della ‘shaboo’, ancor meglio ‘shabu’. Come ogni stupefacente sintetico, la shaboo ha effetti euforici immediati, tanto che nelle successive 14-16 ore dopo l’assunzione si continua a non provare né fatica, né sonno. In diversi rapporti sanitari si è scritto di un effetto stimolante almeno “otto- dieci volte maggiore della cocaina”. Gli effetti sull’uomo che la assume che vanno ben oltre l’immediato rilascio di dopamina nel cervello: ansia, tensione, irritabilità, pensiero e comportamento irrazionale, perdita di appetito, insonnia, sensazione di esaltazione, sbalzi di umore tendenti al violento e all’imprevedibilità, perdita di peso, carie e caduta dei denti, deterioramento mentale, comportamento distruttivo, aumento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa che può portare all’ictus.

La shaboo è stata creata per la prima volta a fine ‘800 in alcuni laboratori giapponesi, poi si è presto diffusa in Thailandia e nelle Filippine, da cui proviene ancora oggi, eccetto rari laboratori nell’Est Europa.
Diversi fonti riconducono originariamente l’uso della shaboo da parte di persone dei bassi strati sociali spesso over 30 di nazionalità filippina per mantenersi svegli e attivi durante pesanti giornate di lavoro. Oggi invece l’assunzione sta coinvolgendo anche le giovani generazioni asiatiche di immigrati che spesso si ritrovano a fumarla in locali modello fumerie di oppio.

“Sì, era una droga “etnica”, presente principalmente nella comunità filippina. Chimicamente è affine alla crystal meth americana, che si fa con l’acido delle batgoogleterie”, ha spiegato in ex consumatore. “E’ un fortissimo eccitante che impedisce di dormire per diversi giorni. E’ in cristalli. Si fuma sulla stagnola. Poi non si riescono a chiudere le palpebre, si masticano chewing gum per giorni interi”. Il racconto del ragazzo pare un’odissea dermatologica e clinica: pustole e bubboni sul corpo, vaneggiamenti da ricovero, denti marciti e mancanza di fame.

Una dose di shaboo pesa solo 0,1 grammi e viene venduta al dettaglio a un prezzo che varia tra i 30 e i 50 euro; per un grammo (10 dosi), invece, il costo parte da 150 euro. Ai vertici della piramide dello spaccio ci sono i cinesi che spesso si avvalgono di spacciatori filippini, anche se, non è facile reperire questa droga agli angoli della strada sfiorando il braccio e sussurrando la magica parola ad uno spacciatore qualunque: solitamente un pusher filippino deve fare da “garante” per il consumatore di fronte agli occhi della mala cinese. Un particolare: la shaboo è inodore. Per questo giunge in territorio italiano primariamente attraverso gli scali aerei visto che è estremamente complicato intercettarla dai cani antidroga.

A spacciarla e a gestire il traffico, però, sono soprattutto cinesi, che controllano mercato e prezzi. Periodicamente sospendono lo spaccio di questa droga, per tenerne alto il prezzo.
Questa metanfetamina, però, crea una fortissima dipendenza, dunque i consumatori sono disposti anche a pagare molto per pochi cristalli.
Il problema è che poi diventa difficilissimo smettere e gli effetti di questa droga possono essere devastanti. Se la sensazione di piacere data da Shaboo (o "Ice") è data dal rilascio di dopamina nel cervello, creando una forte dipendenza, a lungo termine induce comportamenti violenti, ansia, confusione, insonnia, paranoia e disturbi della personalità. Gli effetti sulle cellule cerebrali, poi, sono irreversibili già dopo pochi mesi che se ne fa uso. Come se non bastasse, tra le conseguenze dell'assunzione di questi cristalli ci sono la perdita di denti e capelli, oltre a convulsioni e al possibile rischio di morte per overdose.
Come le altre metanfetamine, poi, viene spesso prodotta in laboratori illegali, usando come base comuni farmaci uniti per estrarre il principio attivo (pseudoefedrina), poi "cucinato" con acido per batterie, sostanze usate per sturare tombini o lavandini, e combustibili per lampade antigelo. Gli effetti possono essere devastanti anche per coloro che maneggiano questi ingredienti, che spesso rimangono bruciati o sfigurati.

La metanfetammina è l'N-metil omologo dell'anfetamina, ma rispetto ad essa, è un simpaticomimetico con una maggiore attività centrale. Ha un utilizzo limitato come psicostimolante, ed è oggetto di abuso soprattutto in alcuni Paesi (USA, Australia, Filippine). Condivide con l'anfetammina il meccanismo d'azione, basato sul rilascio delle catecolammine a livello sinaptico, in particolare dopamina, neurotrasmettitore deputato a stimolare la sensazione di onnipotenza.



Il primo uso della metanfetammina è stato in inalatori nasali, per l'asma e come decongestionante nasale. Questi inalatori contenevano però la forma levo (L), molto più attiva a livello periferico della forma destro (D) o della miscela racemica che viene usata come stimolante.

All'inizio del XXI secolo l'abuso di metanfetammina è divenuto sempre più allarmante, specie nelle aree rurali dove era nata, precisamente sulla costa ovest degli USA. Dalla fine degli anni ottanta la metanfetammina è piuttosto presente anche in Europa.

Questa sostanza stupefacente ha raggiunto notorietà poiché economica e facile da produrre: infatti i materiali sono facilmente reperibili e spesso legali. Successivamente ha preso piede anche in Europa, facendo la sua prima comparsa nelle discoteche londinesi.
Lo stato dove ha trovato maggiore popolarità è la Thailandia.

Questa droga riesce a trovare ampio margine nei paesi più poveri e sottosviluppati, in quanto la sua capacità di stimolazione della dopammina permette di affrontare, meno faticosamente, innumerevoli ore di lavoro, anche 22 di fila, causando però un totale ed inevitabile sfinimento fisico alla fine dello stesso.

È sovente sintetizzata per riduzione dell'efedrina o in casi rari per amminazione riduttiva dell'acido fenilacetico o del fenilacetone. È attualmente in commercio in molti paesi come farmaco psicostimolante. In Europa dell'Est il nome commerciale è PERVITIN (5 mg).

Quando si parla di "Ice" , "Shaboo", "Shabu" (termine in uso nelle Filippine) o "Crystal meth" ci si riferisce alla forma più pura della metanfetammina, ovvero cristalli solitamente limpidi di D-metanfetammina cloridrato (si ottiene la forma D solo se viene ottenuta per riduzione dell'efedrina con iodio e ipofosfito - metodo amatoriale - mentre se viene ottenuta per aminazione riduttiva del fenil-2-propanone - metodo industriale - si ottiene il racemo). Spesso viene fumata o iniettata con effetti di gran lunga superiori alle altre vie di assunzione. L'effetto molto lungo (6-12 ore) è una delle caratteristiche principali di questo tipo di sostanze, che dal punto di vista dell'abusatore le differenziano dalla cocaina.

La metanfetammina è un potente stimolante e riduce l'appetito, aumentando invece la capacità di rimanere svegli. La sensazione è più breve e intensa se viene iniettata o fumata, mentre è più lunga e meno intensa se inalata o ingerita. Ciò è dovuto al rilascio di notevoli quantità di dopamina nelle aree del cervello che regolano la sensazione di piacere.
L'utilizzo a lungo termine di metanfetammina provoca innanzitutto dipendenza. Oltre a questo si può riscontrare in soggetti che utilizzano abitualmente questa sostanza la manifestazione di sintomi come comportamenti violenti, ansia, confusione, insonnia, paranoia e disturbi della personalità. Nel giro di alcuni mesi l'uso abituale di questa droga provoca effetti irreversibili sulle cellule cerebrali, soprattutto quelle produttrici di dopamina, che vengono danneggiate gravemente. Inoltre si hanno molti altri effetti come perdita dei denti e dei capelli. Essendo tossica e composta utilizzando sostanze dannose, può provocare la morte per overdose di chi ne fa uso.


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giovedì 13 ottobre 2016

IL BRUCO AMERICANO

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Il bruco americano è un lepidottero (fam. Arctiidae) è una specie di origine nord-americana (Stati Uniti, Canada), è stata introdotta in Europa nel 1940 e in Italia tra il 1975 e il 1977. Partendo dalla Val Padana, si è diffusa rapidamente in tutta l'Italia settentrionale e centrale, attraverso i mezzi di trasporto, causando gravi danni alle latifoglie presenti nelle aree verdi urbane, lungo le strade e le linee ferroviarie.

Gli adulti si presentano sotto forma di farfalla, con ali di colore bianco o bianco punteggiato nero, con aperture alari di circa 2.5–4 cm;, la maggior parte delle farfalle punteggiate sono i maschi. Le uova sono di colore verde-chiaro dove vengono gli adulti le depongono a gruppi nella pagina inferiore della foglia.

Sono considerate larve giovani quelle di prima e seconda età ed appaiono di colore giallastro con una doppia fila di puntini nerastri lungo il corpo. Le larve mature raggiungono una lunghezza di 3-3.5 cm e sono pelose, di colore brunastro e con file longitudinali di tubercoli nerastri; da questi compaiono dei ciuffi di peli chiari (sui fianchi) e scuri (sul dorso). Sui lati del corpo si presentano due fasce longitudinali di colore giallastro. Questo defogliatore è in grado di infestare varie piante sia allo stato coltivato che ornamentale. In base agli stadi larvali si determina il danno, causato principalmente dalla cibazione delle foglie da parte di questa larva che provoca intense defogliazioni.

Le larve giovani provocano delle erosioni superficiali intaccando il mesofillo ma lasciando intatte le nervature e certe volte anche l'epidermide superiore; il danno provoca comunque una schelettrizzazione delle foglie. Più maturano e più le larve diventano voraci, divorando l'intera foglia, compresa la nervatura principale. Spesso il danno risulta essere devastante per la natura gregaria delle larve; durante l'estate sono in grado di defogliare l'intera pianta, provocando su di essa un forte stress, anche per il forzato ricaccio, conseguente alla defogliazione, in periodi di forte carenza idrica e di caldo eccessivo.

Questo fitofago sverna come crisalide, compiendo 2 generazioni all'anno con adulti che si presentano rispettivamente tra aprile e maggio, e luglio-agosto.



Alcune analisi ed osservazioni hanno dimostrato che queste larve sono portatrici del Baculovirus, meglio conosciuto come virus delle Granulosi (HcGV). Si crede che sia un virus di un'altra specie di lepidottero già presente nell'ambiente e che attacca le larve sottoposte a stress ambientali o per effetto dei trattamenti (anche a base di Bacillus thuringensis); in ogni caso questa "malattia" dell'Infatria americana è da seguire con interesse per i possibili futuri risvolti applicativi. Va infine segnalato che è stato messo a punto il feromone dell'Infatria americana, importante supporto alla lotta chimica e biotecnologica, soprattutto per l'utilizzo nelle trappole sessuali di monitoraggio per il censimento delle popolazioni e per seguirne l'andamento dei voli e le conseguenti ovideposizioni.

Il bruco americano è un infestante molto dannoso e talvolta difficile da debellare. Ciò è dovuto al fatto che, esso presenta innumerevoli stati, tutti presenti sull'albero infestato (uova, larva, crisalide ed adulto).

La lotta meccanica consiste nel tagliare e bruciare i nidi dei parassiti non appena le larve iniziano ad avviare la propria attività. Questa pratica deve seguire delle cadenze ben precise in modo tale da eliminare tutte le larve di tutte le generazioni presenti sugli alberi infestati. La prima azione si mette in atto verso il mese di maggio, mentre la seconda si pratica verso la fine di agosto. La lotta chimica è determinata dall’uso di feromoni sessuali in modo tale da conoscere l’andamento dei voli e la condizione d’infestazione. I prodotti indispensabili per debellare questi coleotteri sono: piretro idi di sintesi, diflubenzuron, tebufenzide, piretrine naturale e feflubenzuron.

Oltre alla lotta meccanica e a quella chimica, per debellare il bruco americano si può attuare una lotta biologica. Essa si mette in atto, in modo particolare per curare alberi presenti in ambienti pubblici, e consiste nell’uso di un particolare batterio chiamato Bacillus thuringiensis. Si tratta di uno sporigeno non tossico per l’essere umano e neanche per gli insetti utili. Deve essere utilizzato quando le larve sono giovani e iniziano a cibarsi della vegetazione (almeno 20 giorni dopo la schiusa). Ciò è dovuto al fatto che il bacillus dopo che viene ingerito dai parassiti, porta alla distruzione del loro apparato digerente portandoli alla morte. La pianta deve esserne cosparsa quando il sole sta calando perché il bacillus è molto sensibile ai raggi solari. Per quanto riguarda le dosi da utilizzare occorre tener conto dello sviluppo delle larve (dai 100 ai 300 g/hl circa) e inoltre, bagnare per bene la vegetazione con circa 10/15 litri d’acqua, prima di cospargere la spora.




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sabato 8 ottobre 2016

AMULETI PORTAFORTUNA

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In tutte la civiltà sono stati utilizzati oggetti portafortuna come monili, ornamenti, pietre, fiori, cortecce d’albero ecc. chiamati anche ” amuleti e talismani” oggetti in grado di scacciare la cattiva sorte e di garantire la fortuna e la felicità ai loro possessori. Secondo alcuni risultati di una ricerca di un’università americana, però”I portafortuna possono rendere realmente fortunati, a patto che si creda nella sua azione benefica”…

Dal più classico, il cornetto al più stravagante “oggetto o gesto scaramantico”, alzi la mano, chi di noi, non ha portato o porta con sé un oggetto portafortuna o, ha compiuto un gesto scaramantico per propiziarsi la buona sorte o come aiuto per la vita di tutti i giorni. Gli amuleti e i talismani, oggetti antichissimi, il loro uso si perde infatti, nella notte dei tempi, sono comuni a tutte le culture della nostra civiltà, nella convinzione popolare hanno la funzione di proteggere dal male, di attirare la fortuna o di far succedere un evento particolarmente desiderato, C’è, però una differenza fra amuleti e talismani.

Lo scrittore antico Plinio il Giovane, definisce “amuleto” un oggetto raccolto in natura oppure realizzato a mano, volto a preservare il proprietario da pericoli, dolori e rischi causati dagli spiriti maligni. Protegge chi lo indossa dalle malattie, dalle maledizioni e da altre forze pericolose. Il talismano è invece un portafortuna, ha il compito di attirare le energie positive oppure di ampliare la sfera del bene già esistente: benessere, salute e successo professionale.

L’Amuleto infatti è, un piccolo oggetto naturale (una pietra, un osso, un pezzo di legno, di ferro, ecc.;) più o meno lavorato dall’uomo (quando è lavorato, è importante che sia lavorato a mano, affinché sia unico), indossato, preserva da qualsiasi tipo di malattia o di influsso maligno, ha quindi, la funzione di proteggere e difendere chi li indossa da influssi di natura negativa, ed è è considerato “protettivo/passivo”.

Il Talismano invece è un oggetto artificiale, lavorato appositamente per uno scopo, secondo le corrispondenze astrologiche e consiste in un disegno, che può essere di molti tipi, di solito è un grafico ed è inciso su cartone, lamine di rame, argento, legno, terracotta ecc. Il talismano viene indossato come polo d’attrazione, o induttore, delle forze benevole, per la cosiddetta “buona sorte”, funge da calamita per tutti quegli influssi positivi e benefici per la persona, il suo compito è “protettivo/attivo”.

Il termine “amuleto” proviene probabilmente dall’area linguistica araba, dove hamalet (appendice) indica una striscia di tessuto o di pergamena su cui sono riportati aforismi. Il concetto di “talismano” proviene dalla Turchia: le parole talis e talismon possono essere tradotte come “immagine miracolosa” (nelle regioni arabe, il termine tilisman designa ora proprio un’immagine magica). Anche i sacerdoti turchi che si occupavano di questi oggetti venivano chiamati talismani. Furono ancora una volta gli Egizi a porre le basi della pratica dei talismani. Furono i primi, insieme alle stirpi caldea, ebraica e indiana, a rappresentare le stelle e le costellazioni, ma anche simboli di animali e uomini, e a utilizzarli per scopi magici. I talismani non venivano solo indossati sul corpo, ma anche fissati alle case e agli oggetti di uso comune per instaurare relazioni favorevoli con dei, demoni e spiriti.

Secondo la tradizione, per funzionare gli amuleti non possono essere rubati ad altri o estorti con l’inganno, ma trovati casualmente o donati da una persona amica.

Non tutti gli oggetti o le forme possono essere amuleti mentre qualsiasi oggetto può diventare, attraverso la purificazione e consacrazione, un talismano.

L’ Amuleto è un piccolo oggetto che, indossato, preserva da qualsiasi tipo di malattia o di influsso maligno.

Se una coccinella si posa su una mano assicura fortuna per un numero di mesi pari al numero dei puntini presenti sulle sue elitre rosse. La fortuna, poi, sarà maggiore se l’insetto si posa il tempo necessario per contare fino a ventidue. Una coccinella, se vola vicino o si posa addosso, porta fortuna e denaro (se non viene scacciata o infastidita). Per lo stesso motivo si indossano monili con la sua forma.
Il corno o cornetto è da secoli il simbolo di fortuna e fertilità. Portafortuna per eccellenza, e molto diffuso nell’Italia meridionale, esso protegge dal malocchio, dalle invidie e dai tiri mancini. L’origine di questa credenza è confusa, ma probabilmente deriva dalla “cornucopia” (corna di capra cave ricolme d’oro, pietre preziose e prodotti della terra, anch’essa simbolo di abbondanza). I poteri del corno, inteso come amuleto, vengono sentiti perlopiù nella città di Napoli, famosa per i suoi “cornetti” rossi. Secondo le credenze popolari, facendo le “corna” col dito indice e mignolo, si allontana il malocchio.
Quello classico è rosso e dovrebbe essere fatto a mano. Attenzione però, mai comprare un corno vero o un ciondolo di questa forma in metallo: è una pratica funesta che mette in gioco degli influssi negativi. Ma se lo si trova o lo si riceve in regalo, protegge dalle invidie, annienta le cospirazioni e i brutti tiri di cui si può essere vittime.
Il ferro di cavallo è forse il più comune tra i portafortuna. La credenza dei poteri sovrannaturali di questo oggetto proviene da un’antica leggenda. Essa racconta che in Inghilterra viveva un fabbro, San Dunstano, talmente bravo che un dì, un potente spirito maligno, gli chiese di ferrargli uno zoccolo.
Il fabbro, in qualche modo, riuscì a fare in modo che il demone provasse dolore appena poggiato lo zoccolo a terra. Per placare il suo dolore, il demone promise a San Dunstano di risparmiare dalle sue maledizioni tutte le case che recassero un ferro di cavallo affisso alla porta. Per questo ancora oggi si pensa che questo ferro sia capace di allontanare gli spiriti maligni.
Il ferro di cavallo è uno degli amuleti più potenti e di conseguenza uno dei più conosciuti e dei più efficaci. La sua popolarità proviene indubbiamente dalla sua forma e dal fatto che il ferro è il metallo più attivo contro il malocchio. Il suo potere è tale che, una volta, quando si voleva cacciare una strega da una regione, si gettava un ferro di cavallo nel fuoco, giacché si pensava che il calore sprigionato facesse allontanare gli spiriti maligni. Le origini sulla credenza delle sue proprietà come amuleto si possono ricondurre a due elementi: la forma a mezzaluna, simbolo di Iside, ed il metallo con cui è prodotto, appunto, il ferro.
Già gli antichi romani usavano il ferro di cavallo come amuleto per difendersi dalla peste e, nel Medioevo, veniva addirittura usato dai medici come mezzo di guarigione. Oggi il ferro di cavallo è utilizzato in tutto il mondo come talismano contro il malocchio, con l’unica avvertenza di appenderlo con le punte rivolte in alto. Se appeso alla parete, o da qualche altra parte, per funzionare deve avere sempre le estremità rivolte verso l’alto. Toccarlo porta fortuna e ricchezze, ma non dev’essere nuovo, bensì appartenuto e perso dal quadrupede. Si dice che se proviene dagli zoccoli posteriori, porti sfortuna: “Ferru davanti a casa va avanti, ferru d’arréri a casa va d’arréri” (Pitrè).
Il lucchetto dona longevità, buona salute e la fertilità. Possiamo aquistare un piccolo lucchetto e portarlo con un portachiavi, oppure utilizzarlo come tale. Possiamo anche procurarcene uno d’oro o d’argento e portarlo come ciondolo; se indossato come fermaglio di un braccialetto, simbolizzerà l’affetto verso la persona che ce lo ha donato.
Di mano (monile) ce ne sono con diverse posizioni delle dita: a pugno con indice e mignolo sollevato (le classiche corna), è contro la malasorte e il malocchio (indice e mignolo puntano agli occhi dello “jettatore”); la manufica, con pugno chiuso e pollice che spunta tra indice e medio è contro il malocchio, tipico dell’area mediterranea, in particolare la Sardegna; la mano di Fatma (o Fatima), aperta con da tre a sei dita distese ed unite, e una pietra, un disegno o un occhio al centro del palmo, è contro la negatività in generale e contro le malattie (in particolare se presente l’occhio). Frequente nei paesi Arabi.
L'occhio (monile) contro il malocchio viene anche considerato efficace nel prevenire in particolare gli incidenti.



La pelle di serpente sotto forma di braccialetto, con chiusura d’oro, tiene lontane le malattie.
Il pesce (monile) aiuta a trasformare i sogni in realtà.
Il quadrifoglio è il portafortuna per eccellenza. Trovarne uno indica che la buona sorte è dalla propria parte. Andare per sentieri e casualmente trovare un quadrifoglio per la leggenda nordica è segno di benevolenza da parte degli Elfi. Caratteristico è il fatto che deve nascere in mezzo ai trifogli, la sua forma rappresenta la croce ed ogni fogliolina ha un significato, REPUTAZIONE, RICCHEZZA, SALUTE e AMORE SINCERO.
Una ruota di carretto come “ornamento” casalingo aiuta a far girare la sorte all’occorrenza. Se tutto va bene, non si deve toccarla; se le cose vanno male, farla girare aiuta il cambiamento.
La zampa di coniglio (o di lepre) è un altro “oggetto” considerato un grande portafortuna.
Il gatto è lo spirito protettore della casa e della famiglia. Il gatto amuleto viene spesso rappresentato con la zampina sollevata per scacciare gli spiriti maligni. Il gatto era un animale molto importante anche per gli antichi Egizi. A questi felini, inoltre, vengono attribuiti numerosi poteri magici e psichici.
Il grillo è ritenuto un portafortuna. Allontana le disgrazie e favorisce la buona sorte. Inoltre si ritiene che se una persona di animo puro catturi un grillo, esso dovrà esaudire un suo desiderio. Il grillo come animale è un simbolo di fortuna, assicura guadagni ai commercianti ed è un buon auspicio sentirli cantare intorno alla propria abitazione. Non bisogna ucciderli se non si vuole capovolgere la propria fortuna.
La civetta è considerata il simbolo della saggezza e della sapienza. Monili e oggetti a forma di civetta vengono utilizzati per attirare la fortuna o scacciare il malocchio. Questo animale era sacro alla Dea Athena, Dea della Saggezza, che viene spesso denominata, infatti, “la Dea dall’occhio di civetta”.
Lo scarabeo è uno degli amuleti più potenti dell’Antico Egitto. Rappresenta il Dio Kephera, il gigantesco scarabeo stercorario che ha il compito di spingere il sole nel cielo. Piccole statuette e spille a forma di scarabeo vengono utilizzate come portafortuna e scaccia-malocchio. Questo amuleto veniva posto anche nei sarcofagi dei defunti, in quanto li proteggevano da Ammit il Divoratore, un terribile mostro (un incrocio tra un leone, un ippopotamo ed un coccodrillo) che custodiva la bilancia della giustizia nell’aldilà.
Il ranocchio è una delle armi più comuni per difendersi dal malocchio.
La Croce Egizia è il simbolo della vita per eccellenza. I suoi poteri sono immensi… infatti protegge dalla morte ed allunga la vita fino ad arrivare all’immortalità. Viene anche detta ankh.
La spina di rosa è un discreto amuleto contro le forze del male. Se viene inserita nel portafogli, ci proteggerà e terrà lontano il malocchio e gli incantesimi oscuri. Per saperne di più, approfondire sulle proprietà magiche della rosa.
Il diamante se portato sulla parte sinistra del corpo, diventa uno degli amuleti più potenti. Ecco perché le donne portano tradizionalmente un anello di diamanti, e la pietra dev’essere incastonata in modo che il diamante sia sempre a contatto con la pelle. È la pietra dello Scorpione, dell’Ariete e di tutti i segni posti sotto l’influsso di Marte. Il diamante ha un tale potere che può proteggere da tutti i mali, dà valore a tutte le azioni e la volontà di riuscire. È il simbolo della resistenza e della tenacia.
Il pentacolo è uno dei simboli più arcani ed ha origini antichissime. Nell’antica Grecia, questo amuleto era chiamato pentalpha, in quanto la sua forma ricordava cinque lettere “alfa” incrociate. Enormi sono i suoi poteri magici: il pentacolo, detto anche Radice di Druido o Stella di Strega, è una amuleto potentissimo, e il suo simbolo viene utilizzato anche per i rituali curativi e per qualsiasi tipo di incantesimo.
L'elefante è in genere un simbolo di fortuna, a patto che la proboscide sia disposta verso l’alto. Indossato come ciondolo aiuta a prendere le decisioni migliori al momento delle scelte difficili, ed assicura nello stesso tempo la prosperità. Al contrario, un elefante con la proboscide verso il basso attira gli influssi negativi.
Se un elefante dalla proboscide eretta orna la nostra casa, dovremo, ogni 29 del mese, inserirgli nella proboscide una banconota della più piccola taglia possibile, piegata sei volte nel senso della lunghezza: questo assicurerà il successo dei nostri affari. Se il 29 cade di venerdì, garantisce inoltre l’arrivo di una somma insperata di denaro.
Nei paesi del nord Europa è molto diffusa un’antica credenza legata alla felce, si ritiene che questa pianta assicuri sempre abbondanza di denaro. Affinché tutto questo abbia effetto, bisogna cogliere la Felce con la luna in fase crescente e di sabato. Le foglie verranno fatte essiccare per tre giorni e poi conservate nel portafogli, in una bustina di plastica trasparente perfettamente chiusa.
La Mezza Luna è il simbolo femminile della Dea Iside, di ciò che identifica gli esseri deboli, sensibili, le ragazze, i bambini, i giovani malati. Questo amuleto evita le discussioni e la violenza sulle donne e ai bambini, così come le aggressioni e i pericoli imprevisti. Non ha alcun valore per gli uomini.
La moneta forata è molto propizia per tutti coloro che vogliono tentare la sorte. Sarà preferibilmente un pezzo in corso, d’oro, d’argento o di rame, ma mai fatto con una lega di nichel; molti pezzi correnti non potranno quindi servire. Se si tratta di un pezzo antico, è meglio che l’anno della fabbricazione sia dispari. Qualora lo si realizzi da sé, è utile se viene offerto, perché agisce solo su chi lo trova o lo riceve in regalo. Porta fortuna nel gioco d’azzardo.
Il maialino è stato anche per i Celti e gli Etruschi, legato alla Dea della fecondità della terra, simbolo beneaugurante: simbolo di abbondanza, buona sorte e forse per questo usato poi come salvadanaio. Ora è ritratto sulle immaginette di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali.
Anticamente si usava portare con sé un'immagine del cavalluccio marino poiché un potente amuleto, e se ne trovano dipinti sui muri esterni di molte case di Pompei per allontanare la sfortuna.
L'Occhio di Horus è un potente amuleto contro l’invidia, la sfortuna. Molto usato per la Protezione, allontana ogni sorta di negatività. Si può trovare sia quello rivolto a destra, che a sinistra, definito come il maschile e il femminile, ossia il Sole e la Luna.
Con esso si trovano bracciali, collane, portachiavi, e via dicendo. Prima dell’uso si raccomanda sempre di purificarlo e consacrarlo per l’uso che si desidera farne.

Per gli antichi egizi, la rana era un simbolo di fertilità e, a causa della sua straordinaria prolificità, era sacra a Heket, dea della nascita. Anche gli antichi romani indossavano amuleti a forma di rana, e Plinio stesso lasciò scritto che un amuleto a forma di rana aveva il potere di attirare gli amici  e di conservare l’amore. Se una rana salta in casa, insieme a lei entra la fortuna. In Inghilterra si usa tenere in tasca delle ossicine di rana per attirare i buoni auspici.

Simbolo solare della luce e dell’alba, il gallo è anche sinonimo di fierezza e coraggio. E’ possibile proteggere la propria casa attaccando sopra la porta una raffigurazione-un dipinto o, meglio, un galletto di ferro di questo animale. Volendo è anche possibile fare un ciondolo con questo animale. Attira la fortuna ed il coraggio e, nel contempo allontana le malelingue, le negatività e i disastri.

Dente di Squalo: ottimo anti-jella, specie per quel che riguarda le malattie. Rappresenta il vigore, la forza e svolge un’azione respingente nei confronti della cattiva sorte. E’ bene tenere un dente di squalo nel portafoglio se si ha a che fare con la borsa o la finanza in genere, ma è utile anche nelle cause giudiziarie per propiziare la riuscita della stessa. Attenzione alle truffe durante l’acquisto di questo oggetto.

L’artemisia è un’erba piuttosto comune, tenuta in gran considerazione già da Alberto Magno per i suoi magici poteri. Secondo la tradizione questo vegetale tiene lontano gli spiriti maligni e attira la buona sorte. Per essere un vero amuleto vegetale deve essere raccolto direttamente nei campi la notte di San Giovanni ( 24 giugno), alla mezzanotte precisa. In Italia è anche conosciuta con il nome di amarella, erba del fuoco e canapaccia.

Il Loto in tutto l’oriente è considerato un simbolo di purificazione e di buona fortuna. Essendo di colore bianco candido simboleggia la purezza della materia che si trasforma dallo staot grezzo a quello immacolato e perfetto. Per favorire la fortuna è bene appendere un’immagine del fiore di loto nella propria camera da letto: terrà lontano la negatività e i sonni agitati. L’emblema del loto stimola la creatività e l’attività artistica.

Sulla mandragora si sono versati fiumi d’inchiostro. Si tratta di un vegetale dai fiori bianchi e dalle foglie lanceolate; caratteristica è la radice, spesso biforcuta, somigliante a due gambe umane, di cattivo odore. Nella tradizione antica ne venivano attribuite proprietà afrodisiache. Oggi è rara da trovare; e chi fosse così fortunato da trovare una mandragora, dovrà strapparla dalla terra con un solo colpo netto e preciso e dopo averla ripulita potrà conservarla in un barattolo di vetro e esporla alla luce della luna piena. Questo diventa un talismano universale.

se vi sentite vulnerabili, fate le corna. Se per esempio siete a contatto con qualcuno che vi trasmette una negatività sia essa sconosciuta come persona o conosciuta. Questo gesto è da fare con la mano sinistra, rivolti nella direzione  in cui vi è questa sensazione e tenendo teso il braccio lungo il corpo.  Anche incrociare le dita è molto utile ponendo il dito medio sopra l’indice. La spiegazione sta nel fatto che la croce è un simbolo universale che mette ordine nel caos.

Il sale da cucina è un ottimo agente anti-jella (meglio benedetto), in special modo quello fine. Metterne un pò nella pellicola color acciaio e arrotolare.  Esso ha una doppia azione: da una parte allontana jella e malocchi e dall’altra attira la fortuna. Una tradizione afferma che bisogna mettere un piattino di terracotta da sistemare poi sotto il proprio letto, tenendolo per almeno sette giorni e sette notti di fila. Al termine il sale va bruciato o gettato nell’acqua corrente. Il sale blocca quindi le negatività. E’ utile se si vuole allontanare le negatività gettarlo dietro dalla spalla sinistra, perchè è proprio lì che secondo antiche credenze albergano spiriti maligni. Se si dubita di avere parecchie negatività in casa, si può anche metterlo negli angoli della casa; inoltre possiamo portare dei chicchi di sale nelle proprie tasche o nella propria auto. Può anche essere inserito sempre in pellicola, tra il materasso e la rete del letto, per aiutare un sonno privo di incubi.

Il suono di una campanella scaccia i cattivi spiriti e con questo anche la malasorte, aprendo così la via campanella alla fortuna. Si tratta di un portafortuna di origine orientale. Le campanelle si agitano ad ogni soffio di vento e producono tintinnii sommessi e delicati che interrompono la quiete domestica. Con il suono si pulisce l’ambiente, spezzano la staticità e quindi toglie la negatività. Si può usare in casa quando ne sentiamo l’esigenza oppure appenderla al lampadario o alle tende.
Tenere in casa un piccolo mazzetto di spighe appeso alle pareti, è sinonimo di buona fortuna. Esse sono simbolo di abbondanza e prosperità.
Anche toccare il legno, è un rituale scaramantico. Gli alberi per gli antichi erano creature semidivine. Ogni albero aveva associato un angelo custode del vegetale stesso, e toccare un albero significava ingraziarsi lo spirito e chiedergli protezioni e benefici. Così l’usanza è rimasta specialmente nei popoli del nord Europa, ma poi si è diffusa in altre aree geografiche e perfino alle nostre latitudini.



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lunedì 3 ottobre 2016

LA VEDOVA NERA

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La vedova nera è un ragno appartenente alla famiglia Theridiidae e al genere Latrodectus. È considerato uno dei ragni più velenosi.

La vedova nera femmina è di colore nero con una macchia rossa molto brillante sul dorso, la cui forma ricorda una clessidra. Questa macchia ha la funzione di mettere in guardia un potenziale predatore della sua pericolosità. Le sue dimensioni variano dagli 8 ai 40 mm ed il peso medio è di un grammo. È molto sedentaria, una volta creata la tana non l'abbandona più.

Il maschio è molto più piccolo della femmina, è di colore arancione e non è velenoso.

La sua vita è notturna e durante il giorno rimane nella sua tana o sotto una pietra. È una predatrice che si nutre prevalentemente di insetti o altri aracnidi. La preda viene catturata per mezzo della ragnatela che viene tessuta all'ingresso della tana. Una volta caduta nella tela, la preda viene immobilizzata e le viene iniettato il veleno, dopodiché degli enzimi iniziano il processo digestivo dall'esterno sciogliendola; essa viene infine aspirata. Ha inoltre la capacità di lanciare a breve distanza la propria tela grazie ad un quarto paio di zampe: questa abilità può essere usata sia per intrappolare meglio le prede sia per difendersi da predatori di piccola taglia.

Quando un maschio è maturo crea una speciale ragnatela, detta ragnatela spermarica, in cui lascia una piccola quantità di sperma. Fatto questo, carica lo sperma sui due piccoli arti posti sopra la bocca, i pedipalpi, ed inizia la ricerca di una femmina matura. Quando ne trova una, il maschio deve fare attenzione a non essere confuso con una preda ed iniziare a corteggiarla strofinando le zampe anteriori. Può capitare che il maschio disfaccia parte della tela della femmina con lo scopo di creare una via di fuga nel caso la femmina non sia ben disposta. Una volta accettato, il maschio raggiunge la femmina ed inizia l'accoppiamento. Concluso l'atto, la femmina talvolta uccide e divora il maschio.

I maschi di vedova nera fanno in realtà del loro meglio per sfuggire a questa sorte, e scelgono preferenzialmente di accoppiarsi con femmine che abbiano mangiato da poco.

A scoprirlo è stato un gruppo di ricercatori dell'Arizona State University in uno studio pubblicato sulla rivista Animal Behavior.

Nel corso di una serie di accurati esperimenti i ricercatori hanno appurato che i maschi di vedova nera del Nord America, Latrodectus hesperus, sono in grado di rilevare segnali chimici che rimangono sulla tela tessuta dalla femmina, che permettono loro di capire se è sazia, cosa che darebbe loro maggiori possibilità di sfuggire a una sorte infausta. Inoltre, il fatto di scegliere una compagna ben nutrita offre loro la possibilità di fecondare un maggior numero di uova.



In un primo esperimento, i ricercatori hanno valutato se i maschi fossero più propensi a impegnarsi in un comportamento di corteggiamento su reti di femmine sazie o affamate, sia in assenza che in presenza delle femmine, rilevando una effettiva preferenza per le prime. Successivamente hanno imbrogliato le carte ponendo femmine affamate sulle reti di femmine sazie e viceversa, con il risultato che i maschi, in confusione, finivano per non evidenziare alcuna preferenza, e infine hanno eseguito dei test per controllare se la scelta del maschio fosse legata a proprietà strutturali della ragnatela o da qualche sostanza chimiche presente sul filo, come effettivamente è risultato.

Il maschio, ha osservato Chad Johnson, primo autore dello studio, "non è affatto complice della propria fine. Fa del suo meglio per evitare una brutta situazione", anche se - ammette - abbastanza spesso questo non gli evita una drammatica fine. In altre specie di vedova nera, inoltre, i tassi di sopravvivenza dei maschi sono ancora inferiori di quelli della specie studiata.

Nella maggior parte delle specie animali, ha concluso Johnson, le femmine fanno un investimento nella procreazione estremamente più elevato dei maschi, che generano molti spermatozoi a un costo personale ridotto, cosa che porta a essere i maschi promiscui e le femmine esigenti sulle qualità del partner. Nelle specie in cui - come per la vedova nera - il pericolo insito nell'accoppiamento è così elevato per i maschi, sono questi a essere i più esigenti.

La gestazione della femmina ha la durata di circa un mese, durante il quale si nutre molto più del solito. Una volta deposte le uova, che possono superare il centinaio, le racchiude in un contenitore a forma di goccia fatto con la sua tela, lo appende e lo protegge fino alla schiusa che avviene dopo circa 20 giorni. I piccoli resteranno aggregati fino alla loro prima muta, dopo la quale si possono verificare atti di cannibalismo. Crescendo le femmine cambieranno spesso colorazione, mentre quella del maschio resterà quasi immutata.

Periodicamente la vedova nera, come tutti i suoi simili, è soggetta a delle mute. Infatti, data l’impossibilità dello scheletro esterno di accrescere, esso deve essere cambiato ad intervalli di tempo regolare così da permettere l’accrescimento del ragno. In questa fase il ragno è particolarmente vulnerabile.

La vedova nera è considerata una dei ragni più pericolosi al mondo. Se importunata, attacca mordendo ed iniettando una quantità molto piccola di veleno che può, in rari casi, risultare mortale. Il suo morso non è molto doloroso, ma il veleno agisce rapidamente provocando inizialmente intorpidimento alla parte colpita seguito da rigidità muscolare, sudorazione, cefalea, nausea, intenso dolore addominale accompagnato a rigidità addominale e dorsale, difficoltà respiratorie, vertigini e aumento della temperatura corporea. L'applicazione di ghiaccio sul punto del morso può alleviare il dolore ma è comunque necessaria la somministrazione dell'antidoto.

A causa della sua pericolosità, l'allevamento della vedova nera è consigliato solo ad esperti e studiosi, tuttavia molte persone la allevano come qualsiasi altro ragno. Viene allevata soprattutto nei laboratori per la produzione dell'antidoto. Tale procedimento è mortale per il ragno. In Italia l'allevamento degli aracnidi «che possono arrecare, con la loro azione diretta, effetti mortali o invalidanti per l'uomo o che comunque possono costituire pericolo per l'incolumità pubblica» è vietato come stabilito dalla legge 213/2003; la questione è però controversa.

Latrodectus mactans si trova in Nord America; in Italia si trova Latrodectus tredecimguttatus, meno pericolosa della parente americana e raramente mortale. Popola gli ambienti più vari, ma predilige i climi caldi e secchi.


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LA RESINA



La resina vegetale è qualsiasi miscela prodotta da una pianta, di tipo liposolubile costituita da composti terpenici volatili e non volatili e/o di composti fenolici che siano:
prodotti e stoccati in strutture specializzate interne o superficiali,
che svolgano un ruolo nelle relazioni ecologiche della pianta.
In alcuni casi le resine possono essere indotte in un sito di lesione senza essere preformate e stoccate. Operativamente si possono poi distinguere le resine in vari modi, a seconda che esse siano state indotte da lesioni o siano già presenti nelle strutture delle piante, o a seconda che la resina sia un essudato chiaramente identificabile e fisicamente separabile dalla pianta (come nel caso della resina di pino e abete) oppure parte integrante dei tessuti (come nel caso della Calendula).

Comunque intese le resine sono un gruppo complesso di sostanze solide od occasionalmente liquide che tendono ad essiccarsi all'aria, insolubili in acqua ma solubili in alcool, etere e cloroformio. Di composizione chimica assai variabile, sono prodotte dalle piante sia spontaneamente sia a seguito di uno stress (ferita, attacco di patogeni); il loro ruolo è probabilmente quello di proteggere la pianta da insetti, funghi o altre infezioni, o di chiudere le ferite.

Le resine sono complesse, ma per buona parte sono di tipo terpenoidico, composte da diterpeni (come acido abietico e acido agatico) e altri componenti minori quali resinati, resinoli, resino-tannoli, esteri e sostanze inerti (reseni). Le resine fenoliche sono più rare, e sono caratterizzate da fenilpropanoidi, lignani e flavonoidi liposolubili.

Sono spesso confuse anche nella letteratura scientifica con altre sostanze molto differenti: gomme; mucillagini; oli grassi; cere; lattici.

L'ambra è resina fossilizzata.

Le resine hanno un odore particolare; per riscaldamento si rammolliscono senza presentare un netto punto di fusione; sono insolubili nell'acqua, solubili nell'alcool, etere, ecc. Generalmente le resine si ottengono per incisione del tronco di certi alberi: il succo che scola dall'incisione s'ispessisce o si solidifica all'aria. Alcune resine si possono ricavare da altre piante per estrazione con solventi organici. Altre resine infine si ritrovano in natura allo stato fossile, ma sono indubbiamente anch'esse di provenienza vegetale.

Dal punto di vista chimico, le resine costituiscono un gruppo di sostanze organiche molto eterogeneo perché sono miscele più o meno complesse di composti appartenenti a diversi tipi: in esse bisogna sempre distinguere il vero composto resinoso dalle sostanze che lo accompagnano. Molte resine contengono come costituente principale un acido organico, libero o esterificato. Gli acidi resinosi sono composti aliciclici con molti atomi di carbonio, la costituzione chimica dei quali è strettamente legata a quella dei politerpeni. Tali sono l'acido abietinico, l'acido pimarico e l'acido silvinico ricavati da diverse qualità di trementina, l'acido copaivico del balsamo del Copaive, l'acido guaiaconico della resina di guaiaco. Altri costituenti caratteristici di molte resine sono alcuni alcoli resinosi (i resinoli e i resinotannoli) composti anch'essi aliciclici a molti atomi di carbonio con funzione di alcoli: liberi o esterificati con diversi acidi, formano la parte resinosa vera e propria di molte resine naturali. Fra i composti più noti di questo tipo sono il benzoresinolo del benzoino, il peruresinotannolo ricavato dal balsamo del Perù e le amirine della resina Elemi, le quali appartengono probabilmente al gruppo delle sterine. Composti particolari delle resine sono anche alcune sostanze designate col nome di reseni, di natura chimica finora sconosciuta. Nelle resine si ritrovano poi sempre, in quantità maggiore o minore, diversi idrocarburi appartenenti al gruppo dei terpeni, quali il pinene, il limonene, il cadinene, il fellandrene, ecc. Come componenti secondari delle resine possiamo ritrovare la vainiglina o altre aldeidi o chetoni aromatici, l'acido benzoico, l'acido salicilico, gli acidi cinnamico, cumarico, p-ossicinnamico, caffeico, ferulico, ecc., generalmente esterificati da resinoli, resinotannoli oppure dagli alcoli benzilico, cinnamico, ecc. o da fenoli diversi.

Alcune resine naturali, accanto ai composti resinosi caratteristici e ai composti terpenici, contengono quantità più o meno grandi di gomme, sostanze, com'è noto, appartenenti al gruppo degl'idrati di carbonio. Queste speciali resine sono distinte col nome generale di gommoresine. Tali sono l'incenso, la mirra, l'olibano, l'opopanax, l'assa fetida, il galbano, la scammonea. Le resine tipiche sono costituite invece da acidi resinosi liberi o esterificati, mescolati con quantità più o meno grandi di composti terpenici. Sono queste le oleoresine delle quali il tipo è la trementina (ricavata dai pini, abeti, larici, ecc.) costituita per la massima parte da acido abietinico e pinene. Altre resine di questo tipo sono la resina Elemi, la resina di guaiaco, la lacca giapponese (ricavata dalla Rhus vernicifera).



Un gruppo particolare di resine naturali è quello noto fin da tempo antico col nome di balsami costituito da una serie di prodotti semisolidi di odore gradevole. In essi predominano gli esteri benzoici o cinnamici degli alcoli benzilico, cinnamico e di resinoli e resinotannoli: contengono piccola quantità di composti terpenici e niente acidi resinosi. La resina nota col nome di balsamo del Copaive per la sua composizione chimica non deve però esser classificata fra i balsami perché, come le oleoresine tipiche, è costituita essenzialmente da un acido resinoso (acido copaivico) e da composti terpenici. Lo stesso si può dire per il cosiddetto balsamo del Canada.

Alcune resine si ritrovano come fossili, avanzi di una vegetazione estinta, specialmente nei giacimenti di lignite. La più nota resina fossile è l'ambra che il mare rigetta sulla spiaggia in alcune località del Baltico e anche in Italia. Essa è formata essenzialmente da acido succinico e da acido succinabietinico esterificati con borneolo e con un resinolo. Un'altra importante resina fossile è la coppale che si può ricavare per incisione dagli alberi del genere Tachylobium o da altre piante, ma in maggior quantità si ritrova depositata sotto la sabbia, specialmente nell'Africa orientale, prodotta certamente da piante vissute in epoche passate. Una varietà di coppale è la resina Kauri chiamata impropriamente gomma Kauri. Tanto l'una quanto l'altra sono vere oleoresine.

Alcune resine, quali l'ambra e la lacca giapponese, furono impiegate fino dall'antichità per fare oggetti d'ornamento. Ad epoche remote risale pure l'uso di altre resine come profumi (mirra, incenso, benzoino, ecc.). Alcune resine hanno largo impiego nell'industria delle vernici: fra queste prima di tutte la coppale. Ma la resina che ha più estese applicazioni industriali è la trementina che si ricava per incisione dai pini, abeti, larici oppure per distillazione del legno di questi alberi con vapor d'acqua. Dalla trementina per distillazione si ricava l'essenza di trementina e resta come residuo la colofonia o pece greca. Secondo le piante da cui derivano, l'essenza di trementina è costituita da diversi idrocarburi terpenici (pinene, dipentene, silvestrene, ecc.) e la colofonia è formata da diversi acidi resinosi (acido abietinico, acido pimarico, acido silvinico). Dalla colofonia per distillazione secca si ottiene un prodotto liquido (chiamato "olio di resina") che serve, come l'essenza di trementina, nell'industria delle vernici. La colofonia tale e quale serve per molti altri usi: per fare la ceralacca e il linoleum (a questo scopo viene spesso usata invece la Kauri), nell'industria della carta, in pirotecnia, ecc. Larga applicazione hanno anche i sali dell'acido abietinico (resinati). Il sale di sodio viene spesso aggiunto ai comuni saponi. I sali coi metalli pesanti si adoperano per fare lacche e vernici diverse.

Le resine vengono adoperate in farmacia per la preparazione di unguenti resinosi, pomate, ecc. e in terapia per le loro svariate proprietà. Alcune sono purgative, come le resine di gialappa, scammonea, podofillo, elaterio, ecc.; altre sono antispasmodiche come la gommo-resina della mirra, l'assa fetida, quelle del Dorema ammoniacum, della Pistacia lentiscus e della Ferula galbaniflua. Talune oleoresine sono disinfettanti e anticatarrali, quali il balsamo del Perù, del Tolù e lo storace; altre ancora si usano come parassiticide, antelmintiche, revulsive.
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