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giovedì 13 ottobre 2016

IL BRUCO AMERICANO

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Il bruco americano è un lepidottero (fam. Arctiidae) è una specie di origine nord-americana (Stati Uniti, Canada), è stata introdotta in Europa nel 1940 e in Italia tra il 1975 e il 1977. Partendo dalla Val Padana, si è diffusa rapidamente in tutta l'Italia settentrionale e centrale, attraverso i mezzi di trasporto, causando gravi danni alle latifoglie presenti nelle aree verdi urbane, lungo le strade e le linee ferroviarie.

Gli adulti si presentano sotto forma di farfalla, con ali di colore bianco o bianco punteggiato nero, con aperture alari di circa 2.5–4 cm;, la maggior parte delle farfalle punteggiate sono i maschi. Le uova sono di colore verde-chiaro dove vengono gli adulti le depongono a gruppi nella pagina inferiore della foglia.

Sono considerate larve giovani quelle di prima e seconda età ed appaiono di colore giallastro con una doppia fila di puntini nerastri lungo il corpo. Le larve mature raggiungono una lunghezza di 3-3.5 cm e sono pelose, di colore brunastro e con file longitudinali di tubercoli nerastri; da questi compaiono dei ciuffi di peli chiari (sui fianchi) e scuri (sul dorso). Sui lati del corpo si presentano due fasce longitudinali di colore giallastro. Questo defogliatore è in grado di infestare varie piante sia allo stato coltivato che ornamentale. In base agli stadi larvali si determina il danno, causato principalmente dalla cibazione delle foglie da parte di questa larva che provoca intense defogliazioni.

Le larve giovani provocano delle erosioni superficiali intaccando il mesofillo ma lasciando intatte le nervature e certe volte anche l'epidermide superiore; il danno provoca comunque una schelettrizzazione delle foglie. Più maturano e più le larve diventano voraci, divorando l'intera foglia, compresa la nervatura principale. Spesso il danno risulta essere devastante per la natura gregaria delle larve; durante l'estate sono in grado di defogliare l'intera pianta, provocando su di essa un forte stress, anche per il forzato ricaccio, conseguente alla defogliazione, in periodi di forte carenza idrica e di caldo eccessivo.

Questo fitofago sverna come crisalide, compiendo 2 generazioni all'anno con adulti che si presentano rispettivamente tra aprile e maggio, e luglio-agosto.



Alcune analisi ed osservazioni hanno dimostrato che queste larve sono portatrici del Baculovirus, meglio conosciuto come virus delle Granulosi (HcGV). Si crede che sia un virus di un'altra specie di lepidottero già presente nell'ambiente e che attacca le larve sottoposte a stress ambientali o per effetto dei trattamenti (anche a base di Bacillus thuringensis); in ogni caso questa "malattia" dell'Infatria americana è da seguire con interesse per i possibili futuri risvolti applicativi. Va infine segnalato che è stato messo a punto il feromone dell'Infatria americana, importante supporto alla lotta chimica e biotecnologica, soprattutto per l'utilizzo nelle trappole sessuali di monitoraggio per il censimento delle popolazioni e per seguirne l'andamento dei voli e le conseguenti ovideposizioni.

Il bruco americano è un infestante molto dannoso e talvolta difficile da debellare. Ciò è dovuto al fatto che, esso presenta innumerevoli stati, tutti presenti sull'albero infestato (uova, larva, crisalide ed adulto).

La lotta meccanica consiste nel tagliare e bruciare i nidi dei parassiti non appena le larve iniziano ad avviare la propria attività. Questa pratica deve seguire delle cadenze ben precise in modo tale da eliminare tutte le larve di tutte le generazioni presenti sugli alberi infestati. La prima azione si mette in atto verso il mese di maggio, mentre la seconda si pratica verso la fine di agosto. La lotta chimica è determinata dall’uso di feromoni sessuali in modo tale da conoscere l’andamento dei voli e la condizione d’infestazione. I prodotti indispensabili per debellare questi coleotteri sono: piretro idi di sintesi, diflubenzuron, tebufenzide, piretrine naturale e feflubenzuron.

Oltre alla lotta meccanica e a quella chimica, per debellare il bruco americano si può attuare una lotta biologica. Essa si mette in atto, in modo particolare per curare alberi presenti in ambienti pubblici, e consiste nell’uso di un particolare batterio chiamato Bacillus thuringiensis. Si tratta di uno sporigeno non tossico per l’essere umano e neanche per gli insetti utili. Deve essere utilizzato quando le larve sono giovani e iniziano a cibarsi della vegetazione (almeno 20 giorni dopo la schiusa). Ciò è dovuto al fatto che il bacillus dopo che viene ingerito dai parassiti, porta alla distruzione del loro apparato digerente portandoli alla morte. La pianta deve esserne cosparsa quando il sole sta calando perché il bacillus è molto sensibile ai raggi solari. Per quanto riguarda le dosi da utilizzare occorre tener conto dello sviluppo delle larve (dai 100 ai 300 g/hl circa) e inoltre, bagnare per bene la vegetazione con circa 10/15 litri d’acqua, prima di cospargere la spora.




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domenica 31 maggio 2015

PLANORBIS



Presente originariamente in Europa (Italia compresa) e Asia occidentale, è stata introdotta dall’uomo in altri continenti (si possono ora ritrovare in quasi tutti i climi tropicali e temperati del mondo). Popola soprattutto le acque con bassa corrente permanendo nello strato fangoso sul fondo, dove è in grado di sopravvivere anche a periodi di siccità. Predilige acque con ricca vegetazione.
Quella delle Planorbidae è la più grande famiglia di lumache polmonate acquatiche, con specie presenti in tutti i continenti e nella maggior parte delle isole.
Le Planorbis sono piccole lumachine che è facile ritrovare tra le piante di ogni acquario. Il guscio, semitrasparente, è costituito da una conchiglia che si avvolge a spirale piana, in direzione sinistrorsa, e raggiunge una lunghezza di 14 - 17 mm e un'altezza di 3 - 3.5 mm.
A differenza degli altri generi della famiglia Planorbidae, le Planorbis hanno sangue rosso, in quanto riescono a fissare l'ossigeno nel sangue.

Gli habitat della Planorbis in natura sono costituiti da acque stagnanti e ricche di vegetazione, in acquitrini fangosi e ruscelli tranquilli, spesso in pozze d'acqua stagionali, a bassa altitudine.

In acquario, le Planorbis vivono principalmente tra le foglie delle piante acquatiche, nutrendosi principalmente di alghe, ma anche di detriti e avanzi di mangime per pesci.
In genere arrivano come ospiti occasionali, attaccate, loro o le loro uova, alle piante acquatiche che si inseriscono in vasca.
Per la loro abitudine di stazionare sulle piante acquatiche spesso sono accusate di mangiarsele, e si cerca di sterminarle non appena si vede qualche buco su qualche foglia.
In realtà non si nutrono mai, se non in casi del tutto eccezionali (in un acquario normale non si avrà mai una così grande carenza di cibo per queste minuscole lumache), di piante superiori.

Ermafrodita autosufficiente, ovipara, depone fino ad una trentina di piccole uova all'interno di sacche gelatinose trasparenti che, a seconda della temperatura, si schiudono nel giro di 5-10 giorni dando poi origine a nuove microscopiche lumachine già  perfettamente autosufficienti.

E' innocua nei confronti delle piante e degli animali vivi, si nutre di alghe ma più che altro del cibo in eccesso non mangiato dai pesci e di detriti.
Se in acquario sono presenti ciclidi, o botia, o crostacei di discrete dimensioni, le planorbis diventeranno facilmente loro prede.

Non necessita di particolari condizioni per sopravvivere, è un gasteropode molto resistente; si consiglia pH > 7, Gh > 10 e Kh > 5 per evitare l’erosione dei gusci.
- Temperatura: 5 - 30°C
- Dimensioni minime vasca: Essendo molto piccoli, questi gasteropodi possono vivere anche in spazi ristretti, per assurdo sarebbe possibile allevarli anche all’interno di un bicchiere.
 Dagli acquariofili meno esperti, sono considerate “lumachine infestanti”, ma ciò dipende unicamente dall’enorme quantità di cibo che viene messo loro a disposizione. Alimentando eccessivamete i pesci della vasca, questi lasceranno cadere sul fondo molto cibo che verrà assunto dalle Planorbis. Queste si riprodurranno quindi molto prolificamente fino ad “invadere” la vasca. Per evitare ciò e sufficiente alimentare i pesci nella giusta quantità.
Sono considerati animali a rischio di estinzione, sono scomparsi nell’Europa meridionale, in Svizzera e Austria sono considerate specie potenzialmente a rischio, mentre sembrano sopravvivere nei paesi scandinavi (soprattutto Norvegia e Svezia meridionale). Questa loro “estinzione” è molto probabilmente causata dall’uso di pesticidi nell’agricoltura.



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sabato 9 maggio 2015

LA PIOGGIA D' ORO

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La pioggia d'oro maggiore (nome scientifico Solidago gigantea) è una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Asteraceae.

L'etimologia del nome generico (Solidago) è controversa ma in ogni caso fa riferimento alle proprietà medicamentose di varie specie di questo genere, e potrebbe derivare dal latino solido il cui significato è “consolidare, rinforzare” e quindi anche “guarire del tutto”. Il nome specifico (gigantea) si riferisce al suo habitus (piuttosto alto).
Il binomio scientifico attualmente accettato (Solidago gigantea) è stato proposto dal botanico britannico William Aiton (1731 – 1793) nella pubblicazione del 1789 ”Hortus Kewensis”, un catalogo delle specie coltivate nel Royal Botanic Gardens di Kew.

Sono piante la cui altezza può arrivare fino 5 – 25 dm. Possono trovarsi isolate ma facilmente formano gruppi compatti. Ogni pianta produce da 1 a 20 gambi. La forma biologica è emicriptofita scaposa (H scap), ossia sono piante erbacee perenni con gemme svernanti al livello del suolo e protette dalla lettiera o dalla neve e dotate di un asse fiorale più o meno eretto.

E' una pianta erbacea perenne alta sino a due metri e forma spesso gruppi compatti. Le  infiorescenze di colore giallo dorato intenso fioriscono da giugno a settembre e formano una pannocchia all’apice del fusto i cui rami sono raggruppati in numerosi capolini.

Originaria dell’America Settentrionale nordorientale è stata introdotta in Europa a scopo ornamentale e mellifero a metà del XVIII secolo. Oggi è considerata invasiva in Europa - dove ha colonizzato contemporaneamente differenti località lontane fra loro - e in Giappone.

L'invasività è dovuta alla duplice capacità di moltiplicazione: per via sessuale produce quantità molto cospicue di semi, contenuti singolarmente in un frutto dotato di pappo e quindi adatto alla dispersione su lunghe distanze da parte del vento; per via vegetativa si propaga tramite la crescita dei rizomi sotterranei mediante i quali riesce a formare popolamenti densi.

Vegeta soprattutto negli ambienti ruderali (margini stradali e di sentieri, cantieri abbandonati) ma può comparire anche in aree umide; poiché sopporta un moderato ombreggiamento può penetrare nelle aree boschive degradate, ma può colonizzare campi e prati abbandonati.

E' una specie notevolmente competitiva anche perché inibisce la crescita delle altre piante mediante sostanze che immette nel suolo attraverso le radici: ciò consente di formare densi popolamenti monofitici su superfici che possono raggiungere alcune centinaia di metri quadrati. Lo sfalcio, l’incendio e le movimentazioni di terreno favoriscono la comparsa e la diffusione: è quindi una minaccia piuttosto seria per la biodiversità dei territori ove si insedia.

Le sommità fiorite ed il rizoma sono utilizzati principalmente per le proprietà diuretiche, astringenti ed antiinfiammatorie (anche se non ci sono studi clinici certi a sostegno dell'efficacia terapeutica di questa pianta).

L'uso indiscriminato e non attento di tisane o di estratti a base di piante ad attività diuretica può interferire, per sommazione di effetti, con altri farmaci diuretici, con conseguenti turbe idroelettrolitiche.




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L' INDACO BASTARDO

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La specie Amorpha fruticosa fa parte della famiglia Papilionaceae ed è di tipo arbustivo. È chiamata anche con il nome comune di Indaco bastardo. La pianta non è adatta ad uno spazio ridotto in altezza, essa infatti è compresa tra 2,7 e 3,5 metri, la larghezza va da 2,5 a 3 metri. Per raggiungere il suo sviluppo massimo sono necessari più o meno 10-20 anni. La pianta viene indicata anche con i nomi scientifici di: Amorpha angustifolia, Amorpha croceolanata, Amorpha fragrans, Amorpha occidentalis, Amorpha tenessensis e Amorpha virgata .

Arbusto (4-6 m) con fusti e piccioli glabri o scarsamente pubescenti, foglie brevemente picciolate, imparipennate, composte di 5-17 paia di foglioline ovali o lanceolate, lunghe da 1 a 6 cm, a bordo intero e punta eretta, brevemente picciolate, con puntini sparsi sulla pagina inferiore. I fiori sono raggruppati in racemi densi, eretti, brevemente peduncolati, siti all’estremità dei rami. La corolla è violetta, lunga da 4 a 6 mm, senza ali né carena (questo carattere è presente sono in questo genere delle leguminose). Il frutto è un legume ghiandoloso, spesso curvato, lungo da 6 a 9 mm.

Amorpha fruticosa è una specie termofila dell’orizzonte collinare, dove cresce lungo i corsi d’acqua e nelle cave. Di norma evita i suoli a umidità variabile. La sua presenza è spesso è legata alle successioni secondarie degli ecosistemi. È coltivata come pianta ornamentale e per il consolidamento delle rive di corsi d’acqua: sovente, come è avvenuto nel Ticino meridionale, si naturalizza. È abbastanza frequente lungo gli affluenti del Po, fino a 600 m di quota.

La specie è originaria delle regioni sud-orientali calde e umide degli Stati Uniti d’America; nelle regioni nordoccidentali (Stato di Washington), è considerata invasiva. in Europa occupa grandi estensioni lungo i fiumi dell’Italia settentrionale, ma è sub-spontanea e localmente invasiva anche nella Ex Jugoslavia, in Ungheria, in ampie regioni dell’Europa dell’Est e in Giappone. In Svizzera la si trova occasionalmente allo stato subspontaneo, naturalizzata o addirittura invasiva, a Sud delle Alpi.


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mercoledì 18 marzo 2015

LA PESTE D' ACQUA

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Vive nell'acqua dolce completamente sommersa, per cui viene spesso scambiata per un'alga; alla fioritura emergono infatti solo i piccoli fiori, in laghi e fiumi tranquilli. È caratterizzata da fusti carnosi, di colore verde, flessibili, lunghi fino a 3-4 metri con numerose e piccole foglie sessili.

L'Elodea è anche chiamata "peste acquatica" perché spesso infestante; la sua crescita e proliferazione è particolarmente incentivata da acque ricche di nutrienti; inoltre riesce a svilupparsi sia nelle acque più basse che in quelle profonde, e addirittura è in grado di vivere anche non radicata, fluttuando sulla superficie. Un altro nome, più antico e tuttora usato in Nord America, è anacharis.

La pianta è solitamente conservata in acquari innestata sul fondo, per sopravvivere necessita di essere collocata in un luogo piuttosto luminoso, in quanto non ama le oscure profondità. Vive anche in acque non temperate poiché è originaria dei corsi d'acqua del Nord America e può essere facilmente moltiplicata separandone gli stoloni.

L'erbaccia acquatica è un anello fondamentale dell'ecosistema dei laghi; costituisce l'habitat per numerosi invertebrati e alcune specie di pesci vi trovano riparo in età giovanile. L'Elodea è spesso utilizzata come ornamento per fondali di acquari. Data l'elevata carnosità delle affusolate foglie, essa si presta all'utilizzo di laboratorio per osservare, al microscopio, le cellule vegetali, e, in particolare i cloroplasti. La tribù indiana degli Irochesi la utilizzava come droga.


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venerdì 13 marzo 2015

I ROVI

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Il rovo (Rubus ulmifolius Schott, 1818) è una pianta spinosa appartenente alla famiglia delle Rosaceae.

Si presenta come pianta arbustiva perenne, sarmentosa con fusti aerei a sezione pentagonale lunghi fino a 6 metri ed anche più, provvisti di spine arcuate.

È una semicaducifoglia, infatti molte foglie permangono durante l'inverno.

Le foglie sono imparipennate, variabilmente costituite da 3-5 foglioline a margine seghettato di colore verde scuro, ellittiche o obovate e bruscamente acuminate, pagina superiore glabra e pagina inferiore tomentosa con peli bianchi.

I fiori bianchi o rosa, sono composti da cinque petali e cinque sepali. Sono raggruppati in racemi a formare infiorescenze di forma oblunga o piramidale. Il colore dei petali varia da esemplare a esemplare con dimensioni comprese tra i 10 e 15 mm. La fioritura compare al principio dell'estate.

Il frutto commestibile è composto da numerose piccole drupe, verdi al principio, poi rosse e infine nerastre a maturità (mora), derivanti ognuna da carpelli separati ma facenti parte di uno stesso gineceo. In Italia il frutto è maturo in agosto e settembre; il gusto è variabile da dolce ad acidulo.

La moltiplicazione della pianta avviene per propaggine apicale o talea.

Il suo areale comprende quasi tutta l'Europa, il Nordafrica ed il sud dell'Asia. È stata introdotta anche in America e Oceania.

La pianta è indicativa di terreni profondi e leggermente umidi. La riproduzione è sessuale attraverso i semi contenuti nelle drupe, ma anche vegetativa attraverso l'interramento di rami che danno origine ad una pianta nuova.

È considerata una infestante in quanto tende a diffondere rapidamente e si eradica con difficoltà. Né il taglio né l'incendio risultano efficaci. Anche gli erbicidi danno scarsi risultati. Poiché è una pianta eliofila, tollera poco l'ombra degli altri alberi, pertanto si riscontra ai margini dei boschi e lungo i sentieri, nelle siepi e nelle macchie.

Spesso nei boschi i rovi formano delle vere barriere intransitabili. Specialmente in associazione con la vitalba, essi possono creare dei grovigli inestricabili spesso a danno della vegetazione arborea che viene in pratica aggredita e soffocata. Tali situazioni sono quasi sempre l'espressione di un degrado boschivo.

Il nome scientifico di questa specie è composto dal nome di genere Rubus e da quello di specie ulmifolius.

Rubus (dal latino ruber, rosso) potrebbe far riferimento al colore dei frutti maturi di altre specie dello stesso genere, come il lampone, o direttamente alla forma immatura del frutto di questa specie stessa.

Ulmifolius (dal latino ulmus, olmo e folia, foglia) deriva dalla similitudine con le foglie dell'albero Ulmus minor.

La pianta è utilizzata per delimitare proprietà e poderi con funzione principale difensiva. Altre funzioni delle siepi a rovo sono nella fornitura di nettare per la produzione del miele (in Spagna), nella associazione di specie antagoniste di parassiti delle colture (ad esempio le viticole), nella formazione di corridoi ecologici per specie animali.

Il frutto, annoverato tra i cosiddetti frutti di bosco, ha discrete proprietà nutrizionali con marcata presenza di vitamine C e A. Cento grammi di more fresche contengono infatti 52 kcal, 0,7 gr di proteine, 0,4 gr di lipidi, 12,8 gr di glucidi, 32 mg di calcio, 0,6 mg di ferro, 6.5 er (equivalente in retinolo) di vitamina A, 21 mg di vitamina C. Presenta indicazioni in erboristeria per le sue proprietà astringenti e lassative.

Si tratta di un frutto delicato che mal si presta a lunghe conservazioni. È commercializzato per scopi alimentari al naturale e come guarnizione di dolci, yogurt e gelati, oppure nella confezione di marmellate, gelatine, sciroppi, vino e acquavite (ratafià).

Nell'uso popolare, i giovani germogli, raccolti in primavera, sono ottimi lessati brevemente e consumati con olio, sale e limone al pari di molte altre erbe selvatiche primaverili.

I germogli primaverili, colti quando il sole è alto, lavati e lasciati a macerare in una brocca di acqua fredda tutta la notte, danno una deliziosa e aromatica acqua depurativa, tradizionalmente usata per favorire le funzioni intestinali e depurare l'organismo dalle tossine accumulate durante l'inverno.


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venerdì 27 febbraio 2015

AILANTHUS

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Ailanthus Desf., 1786 è un genere di piante della famiglia Simaroubaceae, che comprende sette specie di alberi originari delle zone tropicali dell'Asia e dell'Australia, che possono raggiungere altezze poco superiori ai 25 m.

Il nome del genere deriva dalla parola ailanto, termine che in cinese significa letteralmente "albero così alto da raggiungere il cielo". La presenza dell'"h" è dovuta ad una sovrapposizione del termine greco άνθος che significa "fiore".

Pianta infestante, molto aggressiva, dalla rapidissima proliferazione, le cui radici si estendono in larghezza fino anche a trenta metri sul suolo, dando luogo a colonie di nuove piante figlie. È noto il cattivo odore delle sue foglie. Il fusto è generalmente eretto e molto ramificato con corteccia grigio-brunastra più chiara sui rami giovani. Le foglie sono composte, pennate, spiralate o opposte, e prive di stipole. I fiori, riuniti in infiorescenze a spiga o a pannocchia, sono generalmente unisessuali. Produce frutti secchi indeiscenti (samare).

In Europa si è ormai diffusa in modo sostanzialmente incontrollabile la specie Ailanthus altissima (P. Mill.) Swingle, nota volgarmente col nome di albero del paradiso che può raggiungere i 25 m di altezza, molto ramificato, con numerosi polloni basali, originario della Cina e della Corea.

Questa specie, introdotta in Italia per un tentativo di allevamento del lepidottero Philosamia cynthia originario dell'estremo Oriente per la produzione della seta, ormai si trova rinselvatichita nei boschi, sulle ripe, sui greti e anche su terreni aridi, sassosi e instabili, dalla pianura fino ai monti, diventando un'infestante molto aggressiva. Sostituisce piano piano la vegetazione preesistente, formando colonie. Si trova sempre più spesso anche in città, dove è usata, inopinatamente, come rapido rimedio contro i raggi solari; la pianta è infatti nota anche per l'estrema rapidità di crescita in altezza. Le sue caratteristiche infestanti, tuttavia, dovrebbero suggerire un attento controllo della sua propagazione.

Coltivata come pianta ornamentale, e in silvicoltura per il rimboschimento di terreni incoerenti e franosi grazie all'apparato radicale profondo e ramificato.
È usata anche per fare miele di Ailanto.
La corteccia viene utilizzata per le proprietà medicinali.

L'infuso e la polvere della corteccia prelevata in primavera o in autunno, ha proprietà antidiarroiche e antielmintiche
Per uso topico il cataplasma delle foglie fresche pestate vanta proprietà revulsive

Predilige gli spazi aperti e luminosi, si adatta a qualunque tipo di terreno; per la resistenza all'inquinamento, al freddo o caldo torrido e alla siccità possono essere utilizzati per viali o ripe franose e sterili, in giardini e parchi. Si moltiplica facilmente per seme, diventando rapidamente infestante, o per talea dei polloni basali, dei rami o delle radici.

Si consiglia di evitarne la diffusione in quanto danneggia le specie forestali endemiche italiane. Anche nei giardini può creare problemi per la sua invadenza e i continui interventi necessari per contenerla.

Pianta rusticissima ha pochi nemici ad esclusione delle larve del saturniide Philosamia cynthia, che non provocano generalmente grossi danni.


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