domenica 24 luglio 2016

IL RISVOLTINO

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La moda del risvoltino è una di quelle piaghe sociali che appestano il mondo della moda da quando hanno iniziato a risvoltarsi l’inverosimile i teenager di tutto il globo, rendendo una moda dopotutto innocua uno strumento di tortura per gli occhi.

Il risvolto  è molto comodo per rendere i jeans a sigaretta ancora più easy, anche con i tacchi; sui pantaloni cargo è praticamente immancabile; su determinati capi, come i boyfriend o altri jeans un po’ over, è un tocco irrinunciabile. Dato che è molto di moda risvoltarsi i jeans, è utile farlo quando abbiamo magari un look molto semplice e minimale che non vogliamo rendere proprio basic (una maglia bianca dritta, una borsa nera, un paio di jeans a sigaretta e ballerine).

Non a tutti i fisici i risvoltini stanno bene. Dato che creano molto volume sulla caviglia (soprattutto se il pantalone è pluririsvoltato) stanno sicuramente bene a chi non ce l’ha cicciotta; ma troppo volume non dona neanche a chi ha la caviglia troppo magra, dato che creerà un eccesso di tessuto su una gamba stecchina. Chi ha la caviglia non sottile dovrà preferire tendenzialmente altri tipi di jeans (fra l’altro skinny e sigaretta non sono proprio le forme più indicate per loro); chi invece ha la caviglia molto sottile preferisca invece un risvolto piccolino (risvoltare l’orlo massimo 2 volte oppure una sola, ma prendendo una porzione di tessuto più consistente, dai 3 cm in su) e quindi poco ingombrante.

Il risvolto ai pantaloni ha la sua origine, storica o mitica che sia, nel gesto di arrotolare i pantaloni per salvarli dagli schizzi di fango. Fino agli anni ’30 molti uomini portavano i pantaloni risvoltati sensibilmente più corti, in modo che dessero l’impressione di essere stati arrotolati lì per lì. Dunque il risvolto nasce in campagna e con uno spirito disinvolto, in cui la praticità prevale sul protocollo. È per questo motivo, non per qualche odioso comandamento, che in alcune condizioni è meglio evitarlo.

È inaccettabile col frac e col tight, capi ben più antichi del risvolto, ma anche con il più dinamico smoking, in quanto i tessuti e i pellami leggeri delle apparecchiature serali presagiscono tappeti rossi e piste da ballo.

Il principio generale è che, dopo un secolo di attività, i risvolti hanno fatto carriera. L’inspessimento che determinano evoca una fisicità molto gradita all’immaginazione maschile, tanto che da quando si fa più palestra sono cresciuti come il tono muscolare. Entro dimensioni ragionevoli, la loro presenza nella tenuta classica maschile rappresenta la norma e non l’eccezione.

In linea di massima, con pantaloni che vogliono o ammettono scarpe color cuoio o in pelle scamosciata, i risvolti non stanno mai male e talvolta sono necessari. Calzare una francesina scamosciata sotto un completo gessato senza risvolto, è qualcosa di impensabile. Con abiti che si pensa di indossare esclusivamente con scarpe nere stringate, i risvolti dovrebbero essere accantonati se l’immagine che si vuole offrire è pienamente rigorosa.



Per il resto possono essere adottati o meno secondo il gusto personale, sapendo però che la loro assenza valorizza sia gli abiti formali sia i pantaloni sportivi di ispirazione militare, come i chinos. Quando si fa a meno del risvolto si può contribuire alla solennità dell’aspetto eliminando anche gli spacchi posteriori, specialmente nelle giacche a doppio petto.

Il risvolto ai pantaloni è diventato il dettaglio imprescindibile delle collezioni estive ed autunnali, diventando così una riforma per la parte finale di jeans e pantaloni un po’ alla Merilyn Monroe o alla Bridgite Bordot. Ritornano, grandi e piccini, ad arrotolare i loro pantaloni. Un tale evento non accadeva dai Fantastici anni ’80 e dopo un periodo di buio, oggi riappare tra i giovani per le strade di New York, Londra, Milano e Parigi.
Tra i fautori del suo coming back, di certo va annoverato lo stilista americano Thom Browne, che con i suoi completi asciutti e a caviglia scoperta, è riuscito nel giro di un paio di stagioni a convincere tutti che il risvolto è cool.

Quindi messi da parte pieghe morbide che si adagiano sul mocassino e centimetri in più sul tallone, per dare slancio alla gamba si deve “risvoltare” che siano jeans o pantaloni eleganti.

Il risvolto è fattibile sia nel tempo libero che in ufficio, nel primo caso con pantaloni di cotone o  jeans un centimetro sopra alla caviglia e nel secondo caso è da considerare la possibilità di cucire un risvolto non molto alto in prossimità della caviglia, per sembrare più moderni e più chic.

Il risvolto è categoricamente fatto a mano e deve risultare casuale su pantaloni in cotone o jeans scuri e non deve superare i 5 cm per evitare che abbia effetto “gamba mozzata”.

Le scarpe che amano il Risvolto sono mocassini, stringate e soprattutto boat shoes chiaramente senza calzino.



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LA STORIA DEI PANTALONI



I pantaloni sono un capo d'abbigliamento portato sulla parte inferiore del corpo, dove le due gambe sono coperte separatamente. Fanno parte dell'abbigliamento maschile, e con alcune differenze estetiche, di quello femminile.

Deve il suo nome a quello del personaggio della Commedia dell’arte, Pantalone, il cui costume porta queste culotte lunghe tipiche.

Storicamente i pantaloni sono legati alla storia della domesticazione del cavallo, essendo indispensabili per montare a cavallo. I pantaloni moderni saranno adottati verso il 1850 sotto il soprannome di "canna fumaria". Non si sono molto evoluti, tranne che sui dettagli, come l'aggiunta del lato posteriore sotto l'impulso di Edoardo VII del Regno-Unito nel 1909. È lo sport che ne popolarizzerà l'indossatura nell'ambiente femminile.

L'arte figurativa preistorica fa risalire l'uso dei pantaloni al Paleolitico superiore. Un esempio caratteristico si trova nelle statuette delle Veneri paleolitiche trovate nei siti siberiani di Malta e di Le Buret. Una parte del tessuto per coprire i genitali e delle bande trasversali ricordano molto i pantaloni portati dai popoli dell'Artico.

Due autentici pantaloni, muniti di copertura per i genitali, sono stati scoperti in Cina, in una tomba alla fine del deserto di Taklamakan : sono stati datati tra il XIII secolo e il X secolo a.C e utilizzati per l'equitazione.

La scoperta di Ötzi, una mummia molto ben conservata, ha permesso di osservare un uomo del Calcolitico indossare leggins in pelle attaccati con una corda alla cintura di un pareo.

Nell'Antichità la storia dei pantaloni è legata alla domesticazione del cavallo. Fanno la prima apparizione nell'ectonografia greca nel VI secolo a.C. I pantaloni, probabilmente portati da entrambi i sessi, sono attestati da degli scultori e da disegni degli Achemenide, nei Medi e Sciti iraniani, i Friginei, i Traci, i Daci, gli Armeni o gli Unni.

I greci antichi utilizzano i termini anaxyris per definire i pantaloni portati dai popoli dell'Est (pantaloni lunghi alla caviglia annodati con una corda) e sarabara per quelli portati dagli Sciti. Non portavano altri modelli, ad eccezion fatta dei loro schiavi, che utilizzavano dei pantaloni collat, perché i padroni li trovavano ridicoli, come attesta l'utilizzo del termine thúlakos (sacco), che si usa per i pantaloni larghi portati dai Persiani sotto le loro tuniche (segno del loro rango socialmente elevato) e degli altri popoli dell'Oriente.

La Repubblica Romana rinnega inizialmente i pantaloni, visti come un emblema dei Barbari. L'espansione dell'Impero Romano al di là del bacino del mediterraneo fece sì che i soldati romani a contatto con questi popoli riconoscessero l'utilità di questo capo che preserva il calore, ed è così progressivamente adottato nell'esercito romano e poi si generalizzò nella società civile III secolo. Due tipi di pantaloni erano in uso: i feminalia (che proteggeva i femori), che si adottò perfettamente ed erano generalmente corti o a metà polpaccio e i femoralia, pantaloni ampi legati alla caviglia. Questi due capi d'abbigliamento, che sono sia in pelle che in lana, cotone o in seta, sono usati inizialmente dai Celti poi si videro usati dai Persiani del Medio-Oriente e dai Teutonici.

In Cina antica, i pantaloni erano portati solo dalla cavalleria. Dopo, furono introdotti dal re Wu di Zhao nel 375 a.C., copiando il costume dei cavalieri turco-mongoli della frontiera settentrionale della Cina.
Le tombe di Yanghai sono un antico, vasto cimitero attribuito alla popolazione cinese Gushi, che si estende per 54 mila metri quadrati di superficie.

Il clima caldo e asciutto dell'area ha contribuito a preservare corpi e manufatti risalenti a migliaia di anni fa.

Prima di quell'epoca gli abitanti della zona si coprivano con tuniche, toghe e mantelli, lunghe vesti perfette per camminare, ma scomode una volta saliti in sella.

«Durante i normali movimenti quotidiani la parte interna della gamba e il cavallo non sono esposti a costante frizione: questo diviene un problema solo quando si cavalca ogni giorno» spiega Mayke Wagner del German Archaeological Institute di Berlino, tra gli scopritori dei pantaloni.

La scoperta avvalora l'ipotesi che ad inventare i pantaloni siano stati pastori nomadi capaci di cavalcare, e che l'innovativo tipo di abbigliamento si sia diffuso nella regione dello Xinjiang grazie a popoli a cavallo - allevatori o forse guerrieri. Nella tomba in cui è stato trovato il reperto, appartenente a due uomini sui 40 anni, sono stati rinvenuti anche una frusta, un morso per cavallo in legno, un'ascia da battaglia e un arco. La datazione è compatibile con le attuali teorie sulla nascita delle prime cavalcate, databili intorno a 4 mila anni fa.

Gli antichi pantaloni sono fatti di tre diversi pezzi di stoffa cuciti l'uno all'altro, uno per ogni gamba e uno per il cavallo: quest'ultimo è realizzato con un tessuto diverso e più resistente, con pieghe lasciate appositamente un po' lasse (per facilitare la salita in sella e non stringere durante la cavalcata) come alcuni pantaloni che vanno di moda oggi.

I calzoni - ipotizzano gli archeologi - dovevano risultare abbastanza scomodi una volta scesi dal destriero. Ma erano comunque, per l'epoca, finemente decorati con motivi geometrici su entrambe le gambe. «Tendiamo a sottostimare i tentativi ornamentali di migliaia di anni fa, perché raramente se ne conserva traccia» spiega Wagner «ma anche all'epoca i vestiti si distinguevano anche per stile e aspetto estetico, e non solo per comodità».

I pantaloni sono stati introdotti in Europa occidentale a più riprese nel corso della storia, specialmente dagli Ungheresi e i Turchi dell'Impero ottomano ma sono diventati comuni soltanto a partire dal XVI secolo.

I pantaloni traggono origine da quelli alla zuava portati dagli uomini del XV secolo. I pantaloni alla zuava erano facili da fabbricare e fissare con dei lacci. Ma poco a poco, i pantaloni alla zuava, sul davanti, lasciarono una grande apertura per i bisogni sanitari. Inizialmente, i bottoni scendevano fino al ginocchio, coprendo il bacino. Ma con l'evoluzione della moda, i bottoni diventano più corti, e diventa necessario per gli uomini coprire le loro parti genitali con una cerniera, che fu aggiunta ai pantaloni alla fine del XVI secolo.

Nel 1788, durante la Rivoluzione francese, coloro che portavano i pantaloni, chi lavorava per il popolo, si sono distinti sotto il nome di Sanculotti, in opposizione a coloro che portavano le culotte, che erano aristocratiche e borghesi. Diventò in seguito una tendenza rivoluzionaria.

Ma è a partire dal 1830 che i pantaloni furono veramente accettati e portati come capo d'abbigliamento da città.

Questo stile fu introdotto in Inghilterra all'inizio del XIX secolo, probabilmente da Beau Brummell, e divenne il capo più portato dalla metà del secolo.
L’eleganza maschile, semplice ma elitaria e aristocratica, all’inizio del nuovo secolo è improntata alla moda inglese e il Principe di Galles, Edoardo VII dal 1901 re d’Inghilterra, ne è l’arbitro. Inaugurò la moda del risvolto quando, visitando le scuderie di Ascot, si rimboccò l’orlo dei pantaloni per non inzaccherarli e dimenticò poi di metterli a posto; a lui si deve anche l’uso di tenere slacciato l’ultimo bottone del gilet, da cui deriva la foggia delle due punte sul mezzo davanti. In fatto di moda
maschile gli esempi del Principe di Galles venivano immediatamente seguiti e consacrati all’ultima moda. La consuetudine inglese raccomandava il completo giacca, pantalone,  gilet; il pantalone continua ad essere tagliato in quattro pezzi, dotato di un risvolto al fondo, riservato esclusivamente ai modelli da mattina, e di una piega tenacemente stirata, nel mezzo davanti e dietro di ogni gamba, che conferiva una linea secca, precisa ed elegante. Le bretelle contribuivano a tenere in forma il pantalone, erano rigorosamente nascoste sotto il gilet, come la parte alta dei pantaloni, perché considerate un accessorio intimo.
Ai completi formali composti da finanziera e pantaloni grigi, si contrappongono mises adeguatamente studiate per poter praticare lo sport.
Dall’Inghilterra, insieme alla giacca Norfolk, monopetto e allacciata molto alta, collo con piccoli revers e cintura incorporata, si diffondono i knickerbockers, pantaloni che si chiudono sotto al ginocchio con una fascetta e due bottoni, o una fibbia di metallo. Sono in tessuto di lana dall’aspetto rustico, quasi sempre assortito alla giacca, e si portano con calzettoni di lana e ghette; sono indossati dagli uomini che vanno in bicicletta, scalano monti, cacciano, pescano, giocano a golf. La versione americana viene chiamata plus-fours, poiché il modello è allungato di quattro pollici in nome di una più comoda vestibilità.
D’estate gli sportivi che giocano a tennis, fanno canottaggio, veleggiano con gli yacht da diporto e affollano le stazioni balneari della mondanità internazionale, hanno un guardaroba fornitissimo di pantaloni diritti, appena più larghi di quelli da sera, in lino bianco, in flanella panna o avorio, abbinate ai cardigan blu  marina e all’immancabile paglietta.
I marinai hanno giocato un ruolo nella diffusione dei pantaloni nel mondo. Nel XVII e XVIII secolo, i marinai portavano dei pantaloni larghi chiamati galligaskins. I marinai sono stati inoltre i primi a portare i jeans. Questi ultimi diventarono popolari alla fine del XIX secolo nell'America dell'Ovest, per la loro resistenza e longevità.

È in Persia che troviamo i primi pantaloni femminili. In Europa, i pantaloni per donna non diventano di moda fino al XX secolo. Prima, a causa delle proibizioni religiose e i valori attribuiti a ciascun genere (coraggio per l'uomo, pudore per la donna) s'imponeva la differenza sessuale nell'abbigliamento, e portare i pantaloni per le donne era proibito e condannato.



In Francia, durante la Rivoluzione, un'ordinanza del prefetto della Polizia di Parigi del 16 brumaio anno IX (7 novembre 1800) regolamentò l'utilizzo dei pantaloni per le donne, impose a quelle che volevano vestirsi con abiti maschili nei 81 comuni del dipartimento della Senna e i comuni di Saint-Cloud, Sèvres e Meudon di presentarsi alla prefettura di polizia per essere autorizzate. Quest'autorizzazione non poteva essere concessa che per motivi medici. Contrariamente a ciò che si è spesso affermato, nessuna legge ha generalizzato questa restrizione.

Due circolari prefettizie (1892 e 1909) attenuato il bando, autorizzarono l'uso di pantaloni femminili se la donna teneva per mano il manubrio della bicicletta o le redini di un cavallo. Poco tempo dopo, le donne non portarono i pantaloni, seguita dall'affermazione popolare «una donna che porta i pantaloni è una donna che si porta male» perché «una donna onesta ha le ginocchia sporche». Alcune donne nel corso del XIX secolo, portarono i pantaloni, artiste come Rose Bonheur o George Sand, che beneficiarono di una relativa complicità delle autorità.

Ma è la pratica dello sport come l'alpinismo o il ciclismo che hanno allargato l'uso dei pantaloni. C'erano sempre delle resistenze: nel 1930, alla campionessa olimpica Violette Morris fu respinto il suo ricorso contro la Federazione femminile sportiva di Francia che l'aveva rimosse a causa del suo comportamento e del suo abbigliamento maschile, giudicando "deplorevole" l'esempio che lei dava alla gioventù.

I pantaloni non erano tollerati tranne nel caso che le donne facessero un mestiere da uomo. Così, in Inghilterra, le donne che lavoravano nelle miniere di carbone di Wigan furono tra le prima a portare i pantaloni per compiere il loro lavoro pericoloso. Portavano una tuta al di sotto dei pantaloni, ma questa tuta era avvolta fino alla vita per non rovinare i loro movimenti. La loro divisa scioccò la società vittoriana dell'epoca. Nell'Ovest dell'America, nel XIX secolo, le donne lavoravano nei ranch portando i pantaloni per poter cavalcare.

All'inizio del XX secolo, aviatrici e donne attive incominciarono a portarli. Tre attrici celebri, Marlène Dietrich, Greta Garbo e Katharine Hepburn, portavano volentieri i pantaloni, vedere lo smoking, ad Hollywood negli anni 1930, scioccò molto l'America puritana e in crisi, ma le prime due furono considerate dalla stampa femminile come le rappresentanti di una sofisticazione europea un po' esotica, poiché l'anticonformismo di Katharine Hepburn era mal giudicato. Ma questa contribuì più progressivamente a democratizzare una capo "maschile" per le donne "ordinarie".

Durante la Prima Guerra Mondiale e la Seconda Guerra Mondiale, le donne lavoravano nelle fabbriche o eseguivano altri "lavori per uomini" e cominciarono a portare i vestiti civili dei loro mariti mobilizzati, compresi i pantaloni. Nel dopo-guerra, i pantaloni sono diventati un capo di tendenza accettato per il giardinaggio, la spiaggia, e le altre attività di piacere.

Le nuove generazioni degli anni Sessanta rifiutano i modelli esistenti e cercano forme nuove, di rottura con il passato. Il veicolo principale di questo contagio è la musica rock inglese e americana, impersonata da gruppi e cantanti che rompono con le tradizioni attraverso le parole, i suoni delle loro canzoni, i comportamenti  e il look. E poiché questi cantanti sono per lo più uomini, è proprio l’abbigliamento maschile quello che per primo subisce le più traumatiche trasformazioni. I teddy boys e i motociclisti sulle Harley Davidson indossano pantaloni di cuoio nero tenuti da un cinturone torchiato, infilati negli stivali. I pantaloni di pelle hanno conservato, dai loro lontani antenati persiani, un aspetto maschio e virile, e nell’abbigliamento dei “centauri selvaggi”, reso celebre da films come The Wild One e Easy Rider, hanno assunto valenze simbolico-feticiste dichiarando gli istinti aggressivi di chi li indossa.
A Londra i giovani trovano la loro identificazione specchiandosi nei Beatles: indossano pantaloni newedwardians, ispirati ai modelli italiani, in colori sobri e scuri, alternati a tartan, camicie dai colli alti e si spostano in Vespa o Lambretta: in Carnaby Street le piccole sartorie assecondano l’influenza dell’Italian look.
Jeans attillati, capelli lunghi, stivaletti, maglie a righe diventano la mise giovanile di strada: è dal Settecento che l’uomo non dava di sé  un’immagine tanto vistosa e sessualmente provocatoria, arrivando a mettere in ombra la figura femminile.
L’ideologia femminista e la rivalsa della parità sessuale nella generazione degli anni Sessanta portano al fenomeno del tutto nuovo dell’unisex: le ragazze cominciano ad indossare gli stessi capi dei coetanei maschi, pantaloni e magliette attillate accompagnate da un trucco marcato, capelli lunghi e cotonati.
Ragazzi e ragazze si scambiano pullover e maglioncini corti in vita, camicie, giacche e pantaloni colorati.
Immancabili i jeans, diritti o affusolati, di velluto liscio o a coste, così stretti che per chiuderli con la zip è consigliato sdraiarsi sul letto e trattenere il respiro.
Poi il pantalone scende sotto il punto vita, stretto al bacino e nella coscia, si allarga sotto il ginocchio a zampa di elefante, secondo i dettami del look delle rock stars del momento. Durante gli anni settanta la linea maschile subisce un mutamento d’immagine: diviene più smilza e il corpo più fasciato.
Superate le stravaganze della contestazione, verso la metà del decennio Settanta-Ottanta
ritornano modelli di pantaloni a quattro pinces con tasche tagliate in diagonale, a gamba larga ma non più scampanata.
Le stesse linee dei pantaloni maschili diventano parte integrante del guardaroba femminile per l’abbigliamento sia casual sia formale.
Risale al 1966 la proposta di Yves Saint Laurent dello smoking da donna e la comparsa del tailleur pantalone nell’uso comune in versione da giorno, lavorato in velluto rasato, a coste, in tweed e da sera in georgette o fibre di seta.
Negli anni Ottanta la battaglia dei pantaloni per le donne è stata del tutto vinta: il tailleur giacca e pantalone al femminile emula l’immagine dello yuppie, formale e in carriera. I calzoni valorizzano la figura e sottolineano le gambe sia nei modelli ampi, sciolti e morbidi, realizzati in tessuti leggeri, sia nei modelli a tubo più corti con spacchetti o nei pantacollant aderenti e in lycra.
La versione corta, modulata in tutte le lunghezze e realizzata in tutti i materiali, compare nell’abbigliamento casual, sportivo, giovanile, e nei completi giacca e shorts in versione trendy.
Negli ultimi vent’anni, i pantaloni vengono presentati nella moda femminile in svariati e fantasiosi modelli, di atmosfera classica maschile, country, etnica, elegante, sofisticati, trasparenti e sexy, immancabili i jeans in tutte le lavorazioni. Oggi sono una tipologia indispensabile nel guardaroba femminile, e di uso corrente, al punto da essere il capo più amato e utilizzato dalle donne di tutte le generazioni, tanto da diventare i veri protagonisti delle collezioni di prèt à porter.

Nel 2003, il deputato Jean-Yves Hugon che proponeva l'abrogazione di questa legge francese, si è sentito rispondere dal ministro delegato alla Parità e Uguaglianza professionale, Nicole Ameline, che in questo genere di casi, lasciare una legge non applicata è meglio che fare adottare un testo abrogato. Nel settembre 2010,i consigli municipali di Parigi, alla domanda degli eletti Verdi e Comunisti, fanno la stessa domanda e viene loro risposto dal prefetto, che lui ha meglio da fare che occuparsi di archeologia legislativa. Nel 2013, in risposta ad una domanda simile di un senatore, Alain Houpert, il ministro dei Diritti delle Donne constata l'abrogazione implicita dell'ordinanza, dal fatto della sua incompatibilità «...con i principi d'uguaglianza tra le donne e gli uomini che sono scritti nella Costituzione e gli impegni europei della Francia».

Nel Sudan, la legge che vieta l'uso del capo d'abbigliamento indecente è interpretata dalle autorità sudanesi come un divieto dell'uso dei pantaloni per le donne e chiunque di loro li indossi è punita con quaranta colpi di frusta.

Nel corso dei secoli, alcuni termini, oggi obsoleti, sono stati utilizzati per definire i pantaloni:
i braies, portati dai Celti e dai Germani, composti da due gambe indipendenti la cui parte alta si avvolgeva sul bacino;
la rhingrave, una sorta di jupe-culotte maschile del XVI secolo, plissettata e ornata di pizzo;
i pantaloni alla zuava, pantaloni del X secolo, che risalgono fino alla vita;
la culotte che, nel XVIII secolo, scendeva fino al ginocchio.

I pantaloni possono essere classificati secondo la loro lunghezza. Si parla di :
short, quando la gamba si ferma a metà coscia;
bermuda, quando la gamba si ferma al di-sopra del ginocchio;
pantaloncini, per pantaloni stretti la cui gamba si ferma al di-sotto del ginocchio (così come per i ciclisti).
Un gran numero di materiali possono essere utilizzati nella produzione di pantaloni:
la tela così come il lino sono destinati ad essere portati in estate;
il velluto è destinato ad essere portato in inverno;
il denim, utilizzato nella produzione di blue jeans;
la pelle;
la gomma, il lattice o il vinile;
tessuti elastici, come l'elastane (lycra), utilizzati nella produzione di leggins o pantaloni fuseau.

I pantaloni si classificano secondo tre altezze di vita :
pantaloni a vita alta, la cui cintura arriva all'altezza della giro vita ;
pantaloni a vita giù (o abbassata), la cui cintura arriva a 3 o a 4 cm sotto il giro vita.
pantaloni a vita bassa, la cui cintura arriva a 5 o a 6 cm sotto il giro vita. Il baggy appartiene a questa categoria, il quale è spesso realizzato con taglio dritto, molto largo dei fianchi fino alla base dei pantaloni.

Numerosi termini permettono di qualificare la forma e il taglio dei pantaloni:
Pantaloni affusolati : pantaloni molto rettificati la cui base si ristringe.
Pantaloni regular fit : pantaloni il cui taglio è dritto.
Pantaloni relaxed fit : pantaloni i cui fianchi sono molto abbondanti.
Pantaloni slim o sigaretta : pantaloni stretti.
Pantaloni skinny : pantaloni molto stretti, assomiglia molto ai leggins
Pantaloni oversize : pantaloni molto larghi.
Pantaloni bootcut : pantaloni le cui gambe sono svasate a partire dal polpaccio.
Pantaloni flare : pantaloni le cui gambe sono svasate a partire dal ginocchio.
Pantaloni extra-flare : pantaloni più svasati di quello flare
Pantaloni a zampa di elefante: pantaloni della moda degli anni 1970, stretti in alto e sui fianchi, terminano in un tubo molto largo sulle caviglie. Ridiventati di moda negli anni 2010.
Pantaloni a pieghe: pantaloni con delle pieghe fatto a ferro caldo.
Pantaloni a clip : pantaloni con una cucitura sul fianco che creano una piega lungo l'intera lunghezza o larghezza con freccette nella parte anteriore. Sono stati inventati negli anni 1920-1930 «...in un momento in cui abbiamo cercato di amplificare il contrasto tra una grande e una dimensione molto stretto coscia per dare la larghezza e profondità alla gamba», osserva Le Figaro Magazine coniugati a una vita alta e larghe spalle di giacca per dare una parte centrale. Le clip posso essere fino a tre. Questi pantaloni erano un capo standard degli anni 1940 prima di cadere in disuso, specialmente a causa dei costumi, i cui tessuti sono divenuti più fini e supportano meno la piega e di fatto i pantaloni si portano ora più stretti.

I pantaloni si formano spesso con una chiusura a cerniera o con dei bottoni, situati sul davanti.

Possono anche essere chiusi sui fianchi attraverso un punto, un pezzo di tessuto che si attacca alla vita mediante bottoni.

Alcuni modelli di pantaloni femminili hanno la chiusura posteriore.

Infine, alcuni pantaloni si mantengono con un elastico all'anca. È il caso dei pantaloni sportivi, come il jogging.

La maggior parte dei pantaloni sono muniti di passante, al fine di poterci infilare una cintura.

I pantaloni sono all'origine dei soprannomi, per esempio in bretone, Maryann ar Bragou o Marianne le pantalon ("Marianna pantaloni"), soprannome di una moglie-amante. Come "portare le culotte, cioè "portare i pantaloni", si dice di una donna che comanda la casa.
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INCENDI ESTIVI

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Le cause naturali che possono scatenare un incendio boschivo sono estremamente rare. La presenza di una gran quantità di combustibile, la vegetazione, e di comburente, l’aria, non basta da sola a provocare il fuoco. Quello che manca, in un bosco, è il calore necessario per una reazione chimica a catena. I roghi, quando non dipendono da irresponsabilità o distrazione, sono quasi tutti dolosi, ossia appiccati con l’intenzione di radere al suolo la vegetazione. In parte si spiegano con la tradizione agropastorale che considera il fuoco un mezzo per procurarsi nuovo pascolo o, nel caso dei contadini, per rigenerare la fertilità del terreno. Nel resto dei casi, l’incendio doloso si lega quasi sempre a interessi speculativi legati all’edilizia, ma non solo: in alcune regioni il numero di incendi crea o conferma assunzioni di operai forestali precari. Non raramente è capitato che ad accendere un rogo siano stati proprio coloro che erano pagati per spegnerlo. Già nel 2001 il Sisde denunciava la responsabilità degli stagionali in Sicilia, la pattuglia più folta con oltre 30.000 addetti sui 68.000 del totale nazionale. Il 2007 è stato l’annus horribilis per i boschi italiani con oltre 10.000 incendi. Al fenomeno degli incendi dolosi l’Italia è storicamente vulnerabile ma negli ultimi anni ha aumentato le difese. Grazie a una campagna di sensibilizzazione e a una miglior organizzazione dell’apparato antincendio della Protezione civile e delle Regioni, gli interventi spesso evitano il peggio. Gli strumenti principali per frenare la devastazione delle aree protette restano però l’applicazione di leggi per evitare la speculazione sulle aree incendiate, il rafforzamento dei divieti e l’istituzione del catasto regionale delle aree attraversate dal fuoco.

Il primo dei grandi pericoli che ogni anno corre il nostro territorio è quello degli incendi. Bisogna ricordare che i 500 mila ettari di bosco bruciati nel nostro Paese negli ultimi quindici anni costituiscono un autentico disastro per l’equilibrio ecologico della penisola, oltre a un ingentissimo danno economico. L’azione di prevenzione e di spegnimento riesce a limitare solo parzialmente i danni di questi incendi, che ormai sono diventati il funesto rituale delle nostre estati. Il Corpo forestale dello Stato suddivide i danni in diretti e indiretti: i primi sono rappresentati dal valore della massa legnosa; i secondi, più difficilmente stimabili, sono quelli legati alla difesa idrogeologica, alla produzione di ossigeno, alla conservazione naturalistica, al richiamo turistico, alle possibilità occupazionali di numerose categorie di lavoratori. Il clima svolge un ruolo fondamentale nel creare le condizioni favorevoli allo sviluppo e alla propagazione degli incendi e, in caso di fulmini - eventi assai rari - anche nel provocarli direttamente. Un dato importante da tener presente, infatti, è il grado di umidità della vegetazione, in particolar modo di quella erbacea del sottobosco, che varia a seconda dell’andamento stagionale. Tuttavia, condizioni climatiche simili e pari coefficienti di umidità in zone diverse non producono un uguale numero di incendi. Ciò significa che sono altre le cause che favoriscono le combustioni. Tra queste possono essere annoverate l’afflusso turistico, l’abbandono delle campagne, l’attività di particolari pratiche agronomiche e della pastorizia, le vendette personali e le speculazioni. Una correlazione interessante è quella degli incendi boschivi con la circolazione delle autovetture: a un progressivo aumento degli autoveicoli circolanti e dello sviluppo viario, aumentano in modo esponenziale gli incendi boschivi e, dal rilevamento dei punti di innesco del fuoco, si evince come numerosi incendi abbiano inizio dal bordo di strade e autostrade. In base all’andamento meteorologico e climatico, ogni anno si registrano due periodi a grave rischio: l’uno, quello estivo, più marcato nelle regioni del centro-sud e in Liguria; l’altro, quello invernale, specialmente nelle zone dell’arco alpino. In genere, è l’uomo la vera causa dell’inizio di un incendio, mentre il fenomeno dell’autocombustione è assolutamente eccezionale. Negli ultimi anni, il servizio antincendi del Corpo forestale dello Stato ha iniziato alcuni studi che entrano nel merito delle cause effettive. Nello specifico, sono state indicate una serie di motivazioni ripartite in: cause dolose, o volontarie e cause colpose, o involontarie. Al primo gruppo sono da ascrivere gli incendi da cui gli autori sperano di trarne un profitto (distruzione di massa forestale per la creazione di terreni coltivabili e di pascolo a spese del bosco; bruciatura di residui agricoli quali stoppie e cespugli per la pulizia del terreno in vista della semina; incendio del bosco per trasformare un terreno rurale in area edificabile; incendio del bosco per determinare la creazione di posti di lavoro); gli incendi legati alle attività di ricostituzione e di spegnimento (impiego del fuoco per operazioni colturali nel bosco per risparmiare mano d’opera; incendio nel bosco per perseguire approvvigionamento di legna); incendi da cui gli autori non traggono un profitto concreto (risentimento contro azioni di esproprio o altre iniziative dei pubblici poteri; rancori tra privati; proteste contro restrizioni all’attività venatoria; proteste contro la creazione di aree protette e l’imposizioni di vincoli ambientali; atti vandalici). Le cause colpose o involontarie sono invece legate all’imprudenza, alla negligenza, alla disattenzione o all’ignoranza degli uomini che, involontariamente, provocano incendi o, molto più raramente, all’azione della natura. Diviene dunque buona cosa far sapere che gli incendi boschivi rappresentano un reato punibile con 10 anni di reclusione, che possono diventare addirittura 15 nel caso in cui un incendio riguardi una riserva naturale o un’area protetta.

In entrambi i periodi dell'anno, anche se con differente intensità e pur variando da zona a zona, si determinano le condizioni d'aridità, predisponenti il fenomeno.

Generalmente, la causa determinante l'incendio dei boschi è di origine antropica, eccezion fatta per i casi dovuti ai fulmini. L'autocombustione, sovente citata a sproposito, è da ritenersi una giustificazione quanto mai semplicistica ed erronea, in quanto, nei nostri climi, non si verifica che in casi del tutto eccezionali e al più limitata ai soli fienili o discariche.

Le condizioni che influenzano sia l'inizio che la prima propagazione dell'incendio, sono principalmente rappresentate:

- dalla quantità d'acqua che si trova nei tessuti delle piante, che può variare dal 2 al 200% nei tessuti morti, in dipendenza delle condizioni atmosferiche ed in particolar modo dell'umidità relativa dell'aria;

- dal vento, che oltre a favorire l'afflusso dell'ossigeno, quale comburente, determina l'avanzamento della linea del fuoco, provoca il preriscaldamento del materiale legnoso e quindi nuovi punti d'inizio e di continuazione del fuoco;



- dalla quantità, dimensioni, disposizioni dei materiali combustibili, i quali, se sottili e non pressati, offrono maggiore superficie esterna all'ossigeno comburente.

Le condizioni favorevoli per l'inizio dell'incendio nel bosco, si verificano, più frequentemente, in presenza di copertura morta disseccata, con soprassuoli giovani, specialmente di essenze lucivaghe di resinose.

Le differenti condizioni meteorologiche: regime pluviometrico, dominanza dei venti, unitamente alle diverse tipologie forestali, al loro governo e trattamento, influenzano la frequenza stagionale degli incendi.

Oggi non vi e’ paesaggio naturale e vegetale che non sia stato modellato piu’ o meno intensamente dal fuoco.

Vasti e frequenti incendi forestali degli ultimi anni, uniti alla irregolarita’ delle precipitazioni, possono aggravare i rischi di desertificazione.

Tale pericolo e’ presente in tutta la parte Sud dell'area mediterranea e incomincia a interessare anche la parte Nord ed a preoccupare seriamente gli organismi internazionali, poiché minaccia i programmi di riforestazione e di utilizzazione delle risorse forestali.

Di fronte a tale problema i paesi più colpiti stanno organizzando il potenziamento dei mezzi di lotta e formulando progetti pilota alla CEE per contribuire al mutuo soccorso tra Stati Membri in caso di incendi di particolare gravità.

La statistica delle cause è purtroppo molto meno completa di quella dei sinistri.

Per questi motivi, la questione delle cause non può essere chiarita con dati certi e documentati e richiede una analisi profonda e molto allargata delle possibili motivazioni degli incendiari, per conoscere l'origine del fenomeno.

Il clima e l'andamento stagionale giocano un ruolo fondamentale nel predisporre una situazione di favore allo scoppio dell'incendio, per cui, periodi di non pioggia e di alte temperature, determinano condizioni di estrema pericolosità. E quando in luglio ed agosto ad altitudini comprese sino ai 700 m.s.l.m. la vegetazione erbacea e secca, il potenziale combustibile aumenta considerevolmente; viceversa, in pieno rigoglio vegetativo, l'innesco del fuoco è difficile.

Non vi è dubbio che la causa prima degli incendi boschivi vada ricercata essenzialmente nell'alto grado di depauperamento e di forte spopolamento delle zone dell'alta collina e della montagna. Un simile evento ha determinato nel tempo I'abbandono di tutte quelle pratiche agronomiche e selvicolturali che di contro in passato venivano effettuate nelle campagne e nei boschi, con il risultato di rendere il bosco meno soggetto nei confronti del fuoco.

I diradamenti, le ripuliture, il pascolo disciplinato, eventuali colture ed in alcuni casi anche il fuoco controllato, facevano si che il sottobosco non fornisse esca e nel contempo, la presenza attiva dell'agricoltore e del pastore era garanzia e sicurezza per un rapido intervento anche qualora l'incendio scoppiava.

Così, anche quando gli agricoltori, involontariamente potevano essere causa dell'incendio, essi stessi provvedevano a spegnerlo direttamente; cio’ era possibile grazie alla cospicua presenza demografica nelle zone di campagna, oggi di contro, fortemente diminuita ed invecchiata.

La situazione è ora cambiata, tanto che le operazioni selvicolturali tradizionali sono molto trascurate; e pratiche agronomiche e pastorali, nelle quali si fa uso anche del fuoco, oggi assumono, per i boschi limitrofi ai campi ed ai pascoli, un pericolo costante, poiché l'esodo da tali zone, in particolare quello giovanile, è stato massiccio. Ma, se questa è la ragione prima di certi tipi d'incendio, non diverse sono le considerazioni da fare per quanto concerne l'incendio boschivo determinato dalla presenza di altri potenziali utenti.

Anche tali casi riguardano l'uso del territorio, così carente di strutture e di servizi atti ad assicurarne il mantenimento, dal punto di vista fisico ed economico, in funzione dell'uso e non dell'abuso più intenso.

Una correlazione interessante è quella degli incendi boschivi con la circolazione veicolare. Infatti si vede che ad un progressivo aumento degli autoveicoli circolanti e dello sviluppo viario, aumentano in progressione gli incendi boschivi. E dal rilevamento dei punti d'innesco del fuoco si evince come moltissimi incendi abbiano inizio dal bordo di strade ed autostrade.

Qualsiasi strategia di prevenzione e lotta al fuoco, per quanto valida nei suoi principi ispiratori, è destinata a fallire se non sostenuta dalla partecipazione della gente, sia in termini di convincimenti che di azioni materiali.

Di qui la necessità di indicare alcuni orientamenti volti ad integrare il piano organizzativo anticendio, soprattutto quando lo studio delle cause del fenomeno induce a ritenere che il comportamento dell'uomo, doloso o colposo che sia (83,5%), è all'origine del diffondersi degli incendi boschivi e della distruzione dei delicati equilibri ambientali.

Valgono, pertanto, le seguenti considerazioni:

- La salvaguardia e la tutela dei boschi sono oggi strettamente connesse al grado di civiltà degli uomini, alla loro cultura e sensibilità.
Si rilevano, infatti, insufficienti i divieti e le sanzioni, i sistemi di lotta tecnologicamente avanzati, o altre iniziative adottate, in presenza di una coscienza sociale poco attenta alle esigenze dell'ambiente.

- La difesa del bosco e degli alberi, è ormai quasi esclusivamente connessa alla qualità dei rapporti che l'uomo è in grado di stabilire con l'ambiente. Al riguardo, l'opera di sensibilizzazione delle popolazioni e di informazione dei cittadini, anche con il coinvolgimento dei mass media, non sarà mai pienamente efficace se non mira a realizzare una cultura della tutela del patrimonio forestale inteso come bene imprescindibile che appartiene alla stessa collettività.
É necessario, pertanto, dare opportuno impulso a tutte quelle azioni di carattere informativo e formativo che concorrono alla crescita di una cultura dell'ambiente e del bosco, promuovendo la consapevolezza che uomini e alberi appartengono al medesimo contesto naturale.

- La disattenzione verso tale ultimo interesse e valore (il bosco ha oggi un valore più pubblico che privato, più generale che locale, più culturale che materiale, più ecologico che economico) spesso addebitabile all'incuria, alla scarsa attenzione ed educazione, alla superficiale conoscenza del bosco e del suo significato ambientale, in non rari casi nasconde mire speculative che andrebbero, sempre e ovunque, contrastate, tenuto conto del divieto di cui all'art. 9 della legge 1 Marzo 1975, n. 47 e di analoghe disposizioni regionali in materia.
La predetta legge vieta l'insediamento di costruzioni di qualsiasi tipo nelle zone boscate distrutte o danneggiate dal fuoco, impedendo, altresì, che tali zone assumano una destinazione diversa da quella avuta prima dell'incendio.
La tutela giuridica è stata in seguito integrata dalla Legge Galasso, n. 431 dell' 8 Agosto 1985, che sottopone al vincolo paesaggistico i terreni boscati percorsi dalle fiamme.

- I materiali di risulta dall'agricoltura o della ripulitura dei boschi, le paglie, un tempo risorse da utilizzare negli allevamenti zootecnici, oggi sono considerati solo uno scarto da distruggere con l'incendio.
Da questi fuochi disseminati nelle campagne si origina un consistente numero di incendi, cosiddetti "involontari", riconducibili, alla stregua della bruciatura delle stoppie, soprattutto nell'Italia meridionale, alla medesima preoccupante tendenza al disinteresse e alla disattenzione per le risorse naturali.
Una più assidua vigilanza sull'osservanza delle norme, statali e regionali, che vietano tali operazioni nei periodi di massimo rischio per gli incendi, sicuramente circoscriverebbe la proporzione del fenomeno.

- Oggi si è promossa l'immagine del bosco come elemento del paesaggio e richiamo turistico, provocando l'effetto di un aumento della mobilita’ di massa e della presenza umana all'interno dei complessi boscati.
Una presenza, spesso, che si traduce in azioni devastatrici ed inquinanti, mediante comportamenti irresponsabili, come l'accendere fuochi ed abbandonare rifiuti nei boschi; una presenza, molte volte, poco consapevole del valore delle risorse naturali di cui beneficia e non in grado di capire il significato e l'importanza del ruolo che esse svolgono nell'ambito territoriale, ne’ il livello di produttivita’ che tali risorse raggiungono sia in termini di biomassa che di servizi forniti alla società.

- L'analisi dell'incidenza percentuale degli incendi sul tipo di proprietà e sul tipo di bosco bruciato evidenzia come le superfici colpite da maggiori aggressioni siano quelle in cui coesistono la proprietà privata e la presenza del ceduo, tipo di bosco più frequentemente destinato all'abbandono.
Se a queste informazioni si aggiunge la considerazione che quasi il 30% degli incendi si verifica nelle aree di collina interna e circa il 34% in quelle di montagna interna, e possibile argomentare che la ricorrente frequenza degli incendi va correlata anche al complesso dei problemi che ostacolano il corretto recupero delle stesse aree.
I fattori che rendono un bosco vulnerabile al fuoco non sono diversi da quelli che concorrono a determinare la marginalità economica e sociale del contesto territoriale del quale esso fa parte. II bosco, infatti, si configura sempre più come sito destinato ad essere toccato dalla stessa pericolosa fragilità ambientale del territorio che lo comprende.

- Lo studio analitico del fenomeno evidenzia che molti incendi si verificano lungo le ferrovie, strade ed autostrade, a partire dalle scarpate e dalle cunette spesso interessate da vegetazione facilmente infiammabile, oppure lungo le piste e i sentieri che si addentrano nei boschi.
Questi fuochi possono essere prevenuti sia con azioni tendenti a rendere più consapevole e responsabile il comportamento dell'uomo, che con interventi di vigilanza delle Amministrazioni preposte.

- Per la prevenzione degli incendi volontari, che spesso assumono la forma dell'atto vandalico o del ricatto alle istituzioni, e opportuno attuare tutte le misure tendenti a ridurre le tensioni sociali che potrebbero degenerare nell'uso del fuoco.

- Oggi gli interventi contro il fuoco sono affidati a personale altamente addestrato e all'impiego di mezzi terrestri ed aerei.
Da scoraggiare e’ la morbosa curiosità con la quale di solito la gente assiste passivamente all'incendio, quasi che l'incendio stesso costituisca uno spettacolo.
Seppure non si può nascondere che l'incendio susciti emozioni spettacolari, è pur vero che si tratta di un quadro desolante nel quale si consumano una parte della natura, della nostra storia, della nostra cultura e si distrugge un patrimonio naturale difficilmente ricostituibile nella sua originaria complessità ecologica.
E’ indispensabile dunque che nel corso di un incendio tutti si adoperino a collaborare con i forestali e con quanti sono preposti a compiti di spegnimento, astenendosi da ogni intralcio o disturbo.

- Chiunque scopra un incendio che ha attaccato o minaccia di attaccare un bosco è tenuto a dare l'allarme perchè possa essere immediatamente avviata l'opera di spegnimento.



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lunedì 18 luglio 2016

LE LENTI A CONTATTO

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La nascita della lente a contatto si fa risalire a Leonardo da Vinci, che nel 1508 verificò che immergendo l'occhio in una sfera contenente acqua, esisteva un cambiamento ottico fra la superficie interna della sfera di vetro, e quella esterna della cornea.

Successivamente, nel 1636, Cartesio pubblica La diottrica, in cui perfeziona l'idea di Leonardo, spiegando che un tubo riempito d'acqua e appoggiato sulla cornea, avente una lente all'estremità che sia perfettamente sovrapponibile alla cornea stessa, annulla o riduce le anomalie refrattive dell'occhio.

Le lenti a contatto modernamente intese vanno fatte risalire alle scoperte di Adolf Gaston Eugen Fick, E. Kalt, A.E. Muller, rispettivamente in Svizzera, Francia e Germania. Queste lenti erano in materiale vetroso, ad appoggio sulla sclera, di grande diametro e mal sopportate fisiologicamente.

Le prime lenti in materiale plastico si devono all'ungherese Josef Dallos e all'americano William Feinbloom. I vantaggi rispetto al vetro sono immediati, diminuendo notevolmente il peso. Le prime lenti a contatto corneali rigide nascono nel 1950, aventi diametro inferiore a quello corneale, progettate da Norman Bier. Sono oggi note come semirigide e sono ancora utilizzate per la correzione di irregolarità corneali come l'astigmatismo ed il cheratocono.

Agli inizi degli anni '60 due ricercatori cecoslovacchi, Drahoslav Lim e Otto Wichterle, progettarono le prime lenti a contatto in idrogel, le morbide, che oggi sono disponibili sul mercato in una gran varietà di materiali con resistenza agli ammiccamenti e permeabilità diversi.

Alla fine degli anni '60 iniziarono ad essere utilizzate anche le prime lenti rigide ortocheratologiche, sviluppate in contemporanea ed indipendentemente sia in Italia che in America con lo scopo di modificare il profilo corneale fino a correggere il difetto refrattivo. Oggi le lenti per ortocheratologia utilizzano materiali super permeabili all'ossigeno e sono utilizzate per fini correttivi solo durante il sonno, ma inizialmente venivano applicate durante tutto il giorno. Le lenti per ortocheratologia nel 2002 hanno ricevuto l'approvazione della Food and Drug Administration per la correzione della miopia fino a -6.00 diottrie con astigmatismo miopico fino a -2.00 diottrie, limite che si sposta ogni giorno grazie alle innovazioni tecnologiche. Oggi si possono correggere anche leggere ipermetropie.

Dal 2013 sono in corso studi per ottenere lenti a contatto con zoom per lo più a scopi militari, dove per ottenere lo zoom è necessario utilizzare degli occhiali con lenti polarizzate.

Dal 2015 si cerca di realizzare un "sandwich" di lenti con incorporato un dispositivo per il controllo della glicemia attraverso la lacrima e un'antenna per trasmettere i dati direttamente ai computer degli ospedali.

Le principali proprietà dei materiali utilizzati da tenere presente per la costruzione delle lenti a contatto sono: permeabilità all'ossigeno, bagnabilità, durezza, resistenza ai depositi, conducibilità termica, peso specifico e spessore, biocompatibilità. permeabilità all'ossigeno – questa è una caratteristica fondamentale per una buona tollerabilità delle lenti a contatto, dato che la presenza di ossigeno è un fattore indispensabile per il metabolismo corneale. La capacità di trasmettere ossigeno viene indicata come “valore Dk”: “D” rappresenta il coefficiente di diffusione del gas attraverso il materiale, mentre “k” è una costante che indica la quantità di ossigeno presente nel materiale stesso; bagnabilità – si definisce così la capacità di un liquido di ricoprire una superficie solida ed ha particolare importanza in relazione al mantenimento del film lacrimale, il cui mantenimento è condizione necessaria per la compatibilità tra occhio e lente; biocompatibilità – si definisce in questo modo la mancanza assoluta di reazioni avverse da parte dell'organismo verso un materiale. La ricerca scientifica applicata alla contattologia ha portato alla realizzazione di numerosi materiali che posseggono questa particolare caratteristica.

La permeabilità è indicata col termine Dk, dove D è uguale alla diffusività di materia attraverso un materiale e K la solubilità della stessa. Questa caratteristica, ovvero la capacità di un materiale di trasmettere attraverso di sé il gas, è fissa per ogni polimero, ma può variare con la temperatura. Fattore di forte influenza nel passaggio dell'ossigeno è anche lo spessore della lente presa in esame. Una corretta valutazione della permeabilità prescinde necessariamente da esso. Per definire quindi l'esatto apporto di ossigeno proveniente alla cornea con l'applicazione di lenti a contatto, bisogna parlare di trasmissibilità all'ossigeno, ovvero del valore Dk posto in relazione con lo spessore t: Dk/t.

Le lenti a contatto morbide sono caratterizzate dalla presenza, nella loro struttura, di una percentuale di acqua che va dal 36% al 75% e dalla permeabilità dell'ossigeno (possibilità dell'ossigeno di passare attraverso la lente e raggiungere la cornea).

Normalmente, in condizione idratata, le dimensioni di una lente a contatto morbida sono comprese tra i 13 e i 15mm con uno spessore da 0,06 a 0,4mm. Spesso hanno una leggera colorazione (detta tinta di visibilità o più semplicemente v.t.).

L'elevata quantità d'acqua e il materiale in cui sono realizzate fanno sì che queste lenti a contatto possano sporcarsi facilmente e per questo necessitino di una accurata pulizia.

Le lenti a contatto morbide possono essere scelte, oltre all'esigenza correttiva, in base alla durata di utilizzo, alla quale è importante attenersi scrupolosamente. Il portatore di lenti a contatto può optare per:
lenti a contatto giornaliere da utilizzare per una sola giornata e poi gettate;
lenti a contatto disposable o “usa e getta” che possono avere una durata settimanale quindicinale o mensile;
lenti a contatto ad uso continuo per un porto ininterrotto giorno e notte fino a 30 giorni;
lenti a contatto a ricambio frequente la cui durata va da 3 a 6 mesi;
lenti a contatto morbide convenzionali o a sostituzione programmata che durano 12 mesi.

Le lenti a contatto rigide sono più piccole ed hanno una consistenza e una struttura più “sostenuta” rispetto a quelle morbide. Sono realizzate in pMMA (polimetilmetacrilato), sostanza che non si lascia attraversare dall'ossigeno, il quale raggiunge così l'occhio solo attraverso il ricambio lacrimale.

Chiamate anche, impropriamente, semirigide, le lenti a contatto rigide gas permeabili, a differenza delle rigide, si lasciano invece attraversare dall'ossigeno, assicurando così un maggior comfort grazie alla migliore ossigenazione corneale.

Sono disponibili due tipi di lenti a contatto colorate: opache e intensificanti. Le lenti opache coprono tutta l'iride e, pertanto, la superficie visibile non è altro che il colore della lente stessa; le lenti intensificanti non cambiano il colore degli occhi ma rendono più forte quello già presente. Esistono lenti a contatto colorate che oltre ad avere una funzione puramente cosmetica possono correggere i difetti visivi. le lenti a contatto cosmetiche sono sempre dispositivi medici e per questo soggette allo stesso tipo di manutenzione.



La manutenzione della lente a contatto ha lo scopo di mantenere integre nel tempo le caratteristiche chimico-fisiche del materiale.

L'azione di pulizia è essenziale per la rimozione dalla superficie della lente di muco e cosmetici, e precede l'azione disinfettante della stessa. La presenza di questi composti diminuisce l'effetto di disinfezione effettuato posteriormente, diminuisce la bagnabilità del materiale ed il comfort d'utilizzo. Gli agenti pulenti possono essere di natura anionica, non ionica o anfotera. I secondi sono i tensioattivi maggiormente utilizzati, per la loro caratteristica di emulsionare i lipidi, solubilizzando i depositi e rimuovendo i contaminanti presenti nella lacrima.

L'azione di disinfezione ha come scopo principale il prevenire uno stato patologico iniziale proveniente da un agente eziologico presente sulla superficie della lente a contatto.

Le soluzioni utilizzate per la disinfezione sono composte da uno o più antisettici, quali il Benzalconio cloruro, il thimerosal e la clorexidina, e da un chelante, quale l'EDTA.

L'azione di risciacquo ha la funzione di eliminare gli scarti provenienti dall'azione di disinfezione, mantenere la bagnabilità della superficie e svolgere ruolo di tampone, ovvero di mantenere il livello del pH su valori neutri o lievemente basici (intervallo PH=7,0/7,4). Le soluzioni utilizzate sono prevalentemente saline. Vanno utilizzati solamente i liquidi appositi: le lenti a contatto non vanno mai risciacquate sotto l'acqua corrente, che può invece provocare gravi infezioni oculari (causate, ad esempio, da una patologia come la cheratite).

L'azione di lubrificazione è necessaria per mantenere l'idrofilia del materiale, essenzialmente idrofobo. L'azione di ricopertura del film lacrimale protegge inoltre la superficie della lente durante l'applicazione, prevenendo la trasmissione dalle dita di depositi sebacei.

I componenti maggiormente utilizzati come agenti umettanti sono l'alcool polivinilico, l'ossido di polietilene, l'idrossietilcellulosa e la metilcellulosa.

Pratiche e sicure, le lenti a contatto sono la soluzione preferita da decine di migliaia di italiani per correggere i difetti visivi. Hanno il vantaggio di poter essere indossate in tutte occasioni e consentono una visione nitida a 360 gradi, a differenza degli occhiali che permettono la perfetta visione solo quando lo sguardo è rivolto al centro della lente. Eppure solo una minoranza dei portatori di lenti presta le dovute attenzioni al loro corretto uso, alla manutenzione e alla scelta dei prodotti in base alle proprie caratteristiche visive. 
  
Le lenti a contatto sono i grado di correggere tutti i difetti visivi ma non tutti quelli che hanno un difetto visivo possono portare le lenti a contatto. Molto dipende dalle caratteristiche dell’occhio, come la sua lacrimazione e la morfologia della superficie oculare, che devono essere tali da permettere la sicura indossabilità delle lenti senza alcun rischio. 
   
Per chi soffre di allergie che causano fastidi e pruriti agli occhi, l’utilizzo delle lenti può essere un’ulteriore causa di irritazione. I colliri contro le allergie possono inoltre essere assorbiti dalla lente e danneggiarla.  
   
Le lenti a contatto possono essere tranquillamente indossate dalle donne che si truccano, a patto che queste assumano alcuni accorgimenti, come quello di indossare la lente prima di truccarsi e ricorrere anche in questo caso alle lenti giornaliere. Si dovrebbe inoltre cercare di scegliere trucchi ipoallergenici a base di acqua e soprattutto senza oli, i quali possono causare depositi lipidici sulla lente e danneggiarla. 
      
Potenziare le capacità percettive della visione, durante la pratica di un'attività sportiva, permette agli atleti professionisti ed amatoriali di migliorare sensibilmente le loro prestazioni. Basti infatti pensare che nell'uomo, se si raggruppassero tutte le informazioni sensoriali che dall'esterno giungono al cervello, ben due terzi sarebbero  di tipo visivo. E' quindi ovvio che l'atleta, per ottenere delle buone performance sportive, abbia la necessità di servirsi di tutte le potenzialità delle funzioni oculari; ad esempio l'acuità visiva, che è la capacità di individuare due punti vicini, misurata dall'angolo minimo sotto cui devono essere visti, di modo tale che l'occhio possa percepirli come due punti distinti. Ma questa caratteristica non è che una delle tante qualità che possiedono i nostri occhi. 
L'importanza della vista nel rendimento sportivo è sottolineato anche dall'esistenza, da ormai vent'anni, di una vera e propria Accademia Europea di Sport Vision, che si occupa di efficienza visiva e implicazione nelle attività sportive.
Oggi, chi fa attività fisica ed ha bisogno di una correzione della vista, perché affetto da miopia, astigmatismo o altri disturbi visivi, oltre ai comuni occhiali, può contare sull'uso delle lenti a contatto. Infatti, gli occhiali da vista per uso sportivo garantiscono l'acuità visiva, ma spesso sono scomodi da portare, o addirittura vietati nei casi di sport che prevedono frequenti e pericolosi contatti fisici. Attualmente vi sono diverse chiavi di successo dell'applicazione ed espansione del mercato della contattologia al mondo dello sport.  
Preferire le lenti a contatto agli occhiali presenta diversi vantaggi: garantiscono una maggiore sicurezza negli sport di contatto, sono indipendenti dagli sbalzi di temperatura e regalano all'atleta un campo visivo più ampio. 

La lente morbida, a differenza di quella rigida, non si perde con facilità anche durante gli scontri con l'avversario, oppure dopo aver colpito la palla di testa, per questo è la soluzione ideale dove è richiesta una particolare stabilità della lente anche quando viene sollecitata da ripetuti contatti fisici come boxe, basket, arti marziali, lotta.

Anche negli sport ad immersione sono da prediligere le lenti morbide: con le lenti semirigide, si potrebbe infatti presentare l'inconveniente formazione di bolle d'aria tra lente ed occhio.
Per chi pratica il nuoto, le lenti "usa e getta" abbassano il rischio di contaminazione batterica, se utilizzate con la dovuta cura e manutenzione. E' comunque doveroso ricordare che per tutti i soggetti allergici al cloro, potrebbero presentarsi delle irritazioni congiuntivali anche dopo aver rimosso le lenti; inoltre, indossando le lenti a contatto in piscina, si aumenta il rischio di infezioni oculari a causa dei microorganismi presenti nell'acqua.

Per gli sport invernali come lo sci e lo snowboard, a causa del vento e del freddo, è sempre consigliato l'uso di maschere ed occhiali protettivi. Molti sciatori professionisti usano lenti a contatto morbide, siccome in ambienti freddi, vengono sopportate più facilmente anche da quelle persone che di solito trovano difficoltà a tollerarle; in più, associate ad un occhiale leggero e dotato di lenti filtranti ai raggi solari, permettono di aumentare il confort e la sicurezza dell'atleta durante la discesa, caratteristiche che verrebbero meno se si usasse invece un modello di occhiale con lenti fortemente graduate.

Per il tennis esistono particolari lenti morbide siliconate, che raramente si staccano anche se sottoposte a bruschi movimenti e, contemporaneamente, evidenziano il colore giallo della pallina. 
Esistono inoltre delle particolari lenti colorate, ideali per il golf, che aumentano l'acuità visiva e permettono di visualizzare meglio la pallina in determinate condizioni di campo (pendenza, distanza, ecc) o atmosferiche.


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domenica 17 luglio 2016

LA FILARIA

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La filariosi è una malattia veicolata dalle zanzare ed in particolare, secondo recenti studi, è la zanzara tigre la maggiore responsabile della diffusione della malattia. A seconda del parassita veicolato, la filariosi può presentare una forma cardiopolmonare (causato da Dirofilaria immitis) oppure cutanea (causato da Dirofilaria repens).

La forma più grave è la filariosi cardiopolmonare. La malattia è diffusa soprattutto al Nord, in particolare in tutta la Pianura Padana, nelle zone attorno al Po e nelle zone lacustri. Purtroppo sono in costante aumento i casi di malattia anche in altre aree geografiche: in tutta la Toscana, nelle zone pianeggianti e costiere della Sardegna e in alcune aree della Sicilia e della Campania.

Le larve del parassita Dirofilaria immitis entrano nel sistema circolatorio e, una volta diventati vermi adulti (lunghi anche 15 cm), si insediano nelle vicinanze di cuore e polmoni, provocando disturbi cardiaci e respiratori. Crescono e si diffondono in maniera massiccia tanto che, se la malattia non viene diagnosticata e curata in tempo, può portare alla morte del nostro animale. I vermi adulti delle larve di Dirofilaria Repens, invece, vanno a localizzarsi nel sottocute, procurando danni decisamente minori.

La filariosi può manifestarsi anche a distanza di mesi rispetto al momento del contagio, è perciò importante eseguire periodicamente un test di controllo presso il veterinario di fiducia per verificare che il nostro amico a quattro zampe stia davvero bene.

Le filariasi che interessano l'uomo si possono distinguere secondo la localizzazione nell'organismo delle loro forme adulte.

Filariasi cutanee, provocate da Loa loa (loiasi), da Onchocerca volvulus (oncocercosi) e da Mansonella streptocerca (mansonelliasi). Alcuni autori comprendono tra le filariasi cutanee anche la dracunculiasi.
Filariasi linfatiche, provocate da Wuchereria bancrofti (filariasi di Bancroft), Brugia malayi e Brugia timori (filariasi brugiana).
Filariasi delle cavità sierose, provocate da Mansonella perstans e da Mansonella ozzardi.
Altre filarie di interesse per lo più veterinario possono essere patogene per l'uomo, occasionalmente e in modo incompleto, perché nell'ospite accidentale non maturano nelle forme adulte. Tra queste si ricordano le dirofilariasi, date da Dirofilaria immitis (filariosi cardiaca del cane), Dirofilaria (Nochtiella) repens e Dirofilaria tenuis (filariosi cardiaca del procione).

Come per tutti i nematodi, il ciclo vitale delle filarie prevede 5 stadi di sviluppo larvale, nell'ospite definitivo vertebrato e nell'ospite intermedio (vettore) artropode. Le femmine adulte producono migliaia di forme larvali al I stadio, dette microfilarie, che vengono ingerite dall'insetto vettore. Alcune microfilarie hanno una periodicità circadiana (di 24 ore) e si trovano nel circolo dell'ospite vertebrato in massima concentrazione una volta al dì, nel momento in cui abitualmente l'insetto vettore ematofago si nutre. Le microfilarie passano due stadi di sviluppo nel vettore. La larva al III stadio viene inoculata di nuovo dal vettore nell'ospite vertebrato definitivo, durante il suo pasto ematico. La larva passa altri due stadi di sviluppo prima di diventare adulta e raggiungere la sua localizzazione definitiva, a seconda della specie.

La filariosi cardiopolmonare nel cane non sembra avere una predilezione di età o di razza; tuttavia sembra che i cani maschi siano colpiti più frequentemente delle femmine.
Naturalmente, cani di grossa taglia che generalmente sono abituati a vivere all'aperto, sono più a rischio di cani di piccola taglia che invece vivono in casa. Inoltre, contrariamente a quello che si pensa, la lunghezza del pelo dell'animale non sembra avere molta influenza.



Prima che i parassiti della filaria raggiungano la maturità sessuale, e si insedino a livello cardiaco (nel cuore) e delle arterie polmonari, passano svariati mesi.
Poi, prima che i parassiti adulti raggiungano un numero tale da provocare dei sintomi evidenti nel cane, trascorre un ulteriore lasso di tempo. Dunque, quando il proprietario nota dei segni di malattia nel proprio animale, questo è stato infestato già da parecchi mesi o anche anni.
I cani colpiti da Filaria solitamente vengono divisi in 4 classi sintomatiche (in base ai segni che mostrano), a seconda della gravità dell'infestazione (che corrisponde al numero dei parassiti adulti presenti nelle arterie polmonari e nel  cuore, quindi al tempo dell'invasione della Filaria nell'animale):
Classe 1 (forma subclinica o lieve), il cane non ha modificazioni dello stato di salute, si presenta bene, non mostra segni e sintomi di malattia, ma agli esami di laboratorio risulta però positivo al test di ricerca degli antigeni (elementi del parassita che vengono ricercati per identificarlo) della Filaria (in pratica, i parassiti sono presenti ma ancora non provocano danni così grandi da compromettere la salute del cane) ;
Classe 2 (forma moderata), i parassiti della Filaria hanno raggiunto, all'interno delle arterie polmonari e del cuore destro (quella parte del cuore che riceve il sangue venoso e lo "pompa" ai polmoni), dimensioni e numero tali da determinare sintomi quali affaticamento del cane, tosse occasionale, scarso rendimento con dispnea (difficoltà respiratoria) sotto sforzo (ad esempio dopo una corsa o dopo aver giocato), possibili soffi cardiaci (alterazioni della funzionalità delle valvole cardiache) e possibile perdita di peso;
Classe 3 (forma grave), la Filaria ha parassitato l'animale da così tanto tempo da aver raggiunto dimensioni e numero tali da provocare numerosi danni al cuore e alle arterie polmonari, che si possono manifestare con: una scarsa condizione fisica del cane (il quale si presenta anche dimagrito), dispnea o tachipnea (aumento di frequenza del respiro), tosse, anemia (diminuzione dei globuli rossi nel sangue, in quanto la Filaria si nutre delle cellule sanguigne), aumento di volume dell'addome, insufficienza cardiaca destra (scarsa funzionalità), epistassi (perdita di sangue dal naso), alterazioni polmonari e fenomeni tromboembolici (frammenti di parassiti, assieme a trombi - ovvero coaguli di sangue provocati dai parassiti stessi - possono determinare delle occlusioni improvvise di vasi sanguigni);
Classe 4 (sindrome della vena cava), i parassiti della filaria sono così grandi e numerosi da occupare non solo le arterie polmonari e il cuore destro, ma da risalire nell'atrio destro fino alla vena cava (grande vaso che porta sangue al cuore) ostruendola e compromettendo gravemente la vita dell'animale.

Questa malattia ha bisogno di due protagonisti per manifestarsi: il parassita Filaria e la zanzara (Culex, Aedes ed Anopheles). In mancanza di uno dei due, perciò, il nostro cane non si può ammalare.
Per ridurre la possibilità che l'ospite intermedio (zanzara) venga in contatto col nostro animale (quindi pungendolo possa trasmettergli la Filaria), si possono utilizzare sostanze repellenti e impiegare regolarmente degli insetticidi.
Bisognerebbe inoltre tenere i cani in posti chiusi (soprattutto di notte quando cominciano ad esserci le zanzare) e, se possibile, utilizzare delle zanzariere.



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domenica 10 luglio 2016

MANDRAGORA

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La mandragora è un genere di piante appartenenti alla famiglia delle Solanaceae comunemente note come mandragola.
Le loro radici sono caratterizzate da una peculiare biforcazione che ricorda la figura umana (maschile e femminile); insieme alle proprietà anestetiche della pianta, questo fatto ha probabilmente contribuito a far attribuire alla mandragola poteri sovrannaturali in molte tradizioni popolari.

La mandragola costituì uno degli ingredienti principali per la maggior parte delle pozioni mitologiche e leggendarie. Innanzitutto il nome, probabilmente di derivazione persiana (mehregiah), le è stato assegnato dal medico greco Ippocrate. Nell'antichità le venivano accreditate virtù afrodisiache; era utilizzata anche per curare la sterilità.

Alla mandragora venivano nel Medioevo attribuite qualità magiche e non è un caso se era inclusa nella preparazione di varie pozioni. È raffigurata in alcuni testi di alchimia con le sembianze di un uomo o un bambino, per l'aspetto antropomorfo che assume la sua radice in primavera. Da ciò ne è derivata la leggenda del pianto della mandragola ritenuto in grado di uccidere un uomo e per questo, come ricorda Machiavelli nell'omonima sua commedia, il metodo più sicuro per coglierla era legarla al guinzaglio di un cane e quindi lasciarlo libero di modo che, tirando la corda, questi avrebbe sradicato la mandragola udendone il lamento straziante e morendo all'istante, consentendo così al proprietario di coglierla.

La mandragora veniva considerata una creatura a metà del regno vegetale e animale, come il meno noto agnello vegetale di Tartaria. Nel 1615, in alcuni trattati sulla licantropia, tra i quali quello di Njanaud, appariva l'informazione dell'uso di un magico unguento a base di mandragora che permetteva la trasformazione in animali.

Secondo le credenze popolari, le mandragore nascevano dallo sperma emesso dagli impiccati in punto di morte. La mandragola può essere ricondotta ad alcune usanze della stregoneria nelle quali era utilizzata come surrogato delle più famose bambole di cera. È considerata una pianta magica anche dalla Wicca moderna, in particolare nei giorni di plenilunio.

La pianta della mandragora viene pure ricordata nell'omonima rappresentazione teatrale di Niccolò Machiavelli, fra le piante magiche del romanzo fantasy Harry Potter e la camera dei segreti e dell'omonimo film da esso tratto, nel nome di due personaggi dell'anime e manga I Cavalieri dello zodiaco, nonché nel lungometraggio Il labirinto del fauno e nel film di Stefano Bessoni Krokodyle dove una mandragola viene utilizzata nel processo di fabbricazione di un homunculus. Inoltre viene descritta in Haunting Ground per le sue proprietà rivitalizzanti. Nel videogioco Pokémon, Oddish è ispirato a questa pianta. Nel romanzo di Luigi Santucci Il mandragolo il protagonista Demo (un essere deforme, ma dotato di straordinari poteri medianici) viene paragonato alla pianta magica. Nel film prodotto da Iginio Straffi Winx Club - Il Segreto del Regno Perduto uno dei personaggi, ostili alle fate, si chiama Mandragora.

La mandragora aveva (ed ha tutt’oggi) anche un impiego medicinale, afrodisiaco e psicoattivo. In Oriente, è citata nel Vecchio Testamento in Genesi e nel Cantico dei Cantici con il nome di dudaim, “amore e paura”. Nel primo episodio, Rachele, disperata per non avere figli, supplicò Lea di darle una delle mandragore trovate dal figlio Ruben, concedendole in cambio il marito per una notte. Nel secondo episodio, Shulammite invita il suo amante ad andare nei campi dove crescono le mandragore. Flavio Giuseppe, nella Guerra Giudaica, menziona una pianta nota come baaras, “ardore”, probabilmente la mandragora, che “ verso sera emette una luce brillante, elude le persone che tentano di raccoglierla, a meno che non si pongano su essa certe secrezioni del corpo umano. Applicata al paziente, la radice fa espellere i demoni”.

Un nome significativo è quello attribuito nell’Arabia preislamica, cioè abu ‘lruh, “signore del respiro vitale” o “signore dello spirito”, a indicare la carica spirituale della mandragora e probabilmente la sua identificazione con una divinità. Con l’avvento dell’Islam, ritroviamo Tufah al-jinn, “mele del demonio”, Baydal-jinn, “testicoli del demonio” e anche “candela del diavolo”. Questo valore negativo attribuito dagli Arabi alla mandragora si ritrova in una formula per la preparazione di un veleno a base di radici decomposte della pianta. In Persia, il nome è sag-kan, “scavata da un cane”.



Nell’Europa medievale, alla mandragora furono attribuiti numerosi epiteti, per esempio “mela di Satana”, “testicoli di Satana”, “mela dello stolto” e “mela dell’amore”. Per i Germani era nota come Drachenpuppe, “pupazzo-dragone”, e Galgenmännlein, “piccolo uomo delle forche”, mentre in Islanda come thjofarot, “radice dei ladri”. Altre denominazioni ricordavano l’effetto narcotico e le streghe. Una della caratteristiche della mandragora che suscitò la fantasia degli antichi fu la somiglianza della sua radice con la figura umana. Sembra che sia stato Pitagora uno dei primi a descrivere la radice come antropomorfa. E come per tutte le piante magiche, estirparla era pericoloso. Occorreva seguire un preciso rituale e rispettare certe precauzioni. Teofrasto di Lesbo, poi ripreso da Plinio il Vecchio, scrive che per raccoglierla bisogna tracciarle attorno tre cerchi con una spada e tagliarla rivolgendosi a ovest. Tagliandone una seconda parte, si dovrebbe danzarle attorno e dire “quante più cose è possibile sui misteri dell’amore”.

Durante il Medioevo, il rituale prevedeva di recarsi sul posto il venerdì al crepuscolo, con un cane nero affamato. Dopo essersi tappate le orecchie, si facevano tre segni di croce sulla pianta, si scavava attorno e si poneva attorno alla radice una corda, poi annodata al collo o coda del cane. Poco lontano si poneva del cibo per l’animale, il quale strattonando staccava la radice che emetteva un grido. In questo modo, il cane moriva al posto dell’uomo.

C’è addirittura chi fa nascere la mandragora nel Giardino dell’Eden: i primi Esseri umani non sarebbero stati che giganti mandragore sensitive; essi avrebbero poi mantenuto per sempre intimi rapporti con la Pianta Madre specie per quanto riguarda l’aspetto delle sue radici.

Essendo una pianta potenzialmente bisex, quindi ambivalente nei suoi rapporti con l’Essere umano, essa poteva sia guarire la mente e il corpo, come anche portarlo alla perdizione: sia donargli il sonno ristoratore che provocargli la pazzia; sia proteggerlo contro il veleno dei serpenti che ucciderlo senza pietà; oppure lenire il dolore, o (in forti dosi) produrre allucinazioni e deliri.

Nel I secolo d.C. Dioscoride testimonia l’impiego della radice di mandragora, stemperata nel vino, come antidolorifico nei pazienti sottoposti a incisioni e cauterizzazioni.

Sempre come analgesico, a Roma lo stesso preparato (importato dall’Egitto) era anche in uso (come anche la coda essiccata di vipera) contro il mal di denti. Gli erbari medioevali attribuivano poteri prodigiosi a tutte le parti di questa pianta, non di rado tuttavia vicini alla realtà, quali ad esempio la proprietà di indurre anestesia. E verso la fine del XIII secolo Arnaldo da Villanova, tra i rappresentanti più eminenti della famosa Scuola Medica di Montpellier, nella sua Opera omnia improntata alle dottrine della Medicina araba (allora all’avanguardia) riporta una “ricetta anestetica” consistente nell’applicare sul naso e sulla fronte del paziente un panno imbibito di un miscuglio acquoso di oppio, mandragora e giusquìamo in parti eguali, che consentiva di far “cadere il paziente in un sonno così profondo da poterlo operare senza che sentisse dolore e potergli quindi fare qualsiasi cosa”.

Tuttavia, nel Rinascimento molte delle tante virtù medicinali ascritte alla mandragora furono contestate, talvolta derise, anche se le farmacie erano stracolme dei preparati più diversi a base della pianta. Poiché comunque la gente continuava a credere che bastasse possedere un po’ di mandragora, anche senza utilizzarla, per assicurarsi la felicità, la salute e la ricchezza, la richiesta era molto alta. E laddove per le condizioni climatiche e del terreno di mandragora DOC non ne cresceva, abilissimi sofisticatori provvedevano a soddisfare le crescenti e lucrose richieste trasformando in “autentiche” piante che le assomigliavano solo vagamente.

Superfluo dire che le leggende legate alle proprietà magiche della mandragora sono ormai sfatate. La moderna Scienza ne ha riconosciuto i reali effetti sul corpo umano nel suo contenuto in principi chimici attivi come la scopolamina, l’atropina e la josciamina, le cui proprietà vengono oggi utilizzate dalla farmacologia ufficiale in dosi ben determinate e non arbitrarie come un tempo. Tuttavia, nei secoli, nella medicina popolare la mandragora ha continuato ad avere avuto gli impieghi più diversi e fantasiosi: oltre che contro l’epilessia e la depressione, ad esempio, anche contro l’insonnia (commista a rosso d’uovo e latte di donna) e contro l’incontinenza urinaria, nonché (in piccole dosi) come anestetico e antiveleno.

Tuttavia, nonostante le attuali convalidate conoscenze scientifiche circa la reale natura chimica e gli effetti farmacologici dei suoi princìpi attivi, nella fantasia popolare la mandragora ha mantenuto pressoché immutato l’antico fascino. All’Orto Botanico di Berlino si è addirittura rinunciato a coltivarla: le Autorità comunali preferiscono mantenere vuoto lo spazio riservato alla sua coltivazione piuttosto che vederlo continuamente espoliato dai continui furti. E - assicurano gli esperti, nel convulso mondo odierno di super-computer e di missili interplanetari, esiste tuttora un fiorentissimo commercio di “preparati” di mandragora, contenenti frammenti delle sue radici (ma talora sono di rapa), variamente commisti a grani di papavero o di giusquìamo, a polvere di mirra o di ferro calamitato, e (nelle confezioni più ambìte e costose) a sangue di pipistrello.



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