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domenica 24 luglio 2016

INCENDI ESTIVI

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Le cause naturali che possono scatenare un incendio boschivo sono estremamente rare. La presenza di una gran quantità di combustibile, la vegetazione, e di comburente, l’aria, non basta da sola a provocare il fuoco. Quello che manca, in un bosco, è il calore necessario per una reazione chimica a catena. I roghi, quando non dipendono da irresponsabilità o distrazione, sono quasi tutti dolosi, ossia appiccati con l’intenzione di radere al suolo la vegetazione. In parte si spiegano con la tradizione agropastorale che considera il fuoco un mezzo per procurarsi nuovo pascolo o, nel caso dei contadini, per rigenerare la fertilità del terreno. Nel resto dei casi, l’incendio doloso si lega quasi sempre a interessi speculativi legati all’edilizia, ma non solo: in alcune regioni il numero di incendi crea o conferma assunzioni di operai forestali precari. Non raramente è capitato che ad accendere un rogo siano stati proprio coloro che erano pagati per spegnerlo. Già nel 2001 il Sisde denunciava la responsabilità degli stagionali in Sicilia, la pattuglia più folta con oltre 30.000 addetti sui 68.000 del totale nazionale. Il 2007 è stato l’annus horribilis per i boschi italiani con oltre 10.000 incendi. Al fenomeno degli incendi dolosi l’Italia è storicamente vulnerabile ma negli ultimi anni ha aumentato le difese. Grazie a una campagna di sensibilizzazione e a una miglior organizzazione dell’apparato antincendio della Protezione civile e delle Regioni, gli interventi spesso evitano il peggio. Gli strumenti principali per frenare la devastazione delle aree protette restano però l’applicazione di leggi per evitare la speculazione sulle aree incendiate, il rafforzamento dei divieti e l’istituzione del catasto regionale delle aree attraversate dal fuoco.

Il primo dei grandi pericoli che ogni anno corre il nostro territorio è quello degli incendi. Bisogna ricordare che i 500 mila ettari di bosco bruciati nel nostro Paese negli ultimi quindici anni costituiscono un autentico disastro per l’equilibrio ecologico della penisola, oltre a un ingentissimo danno economico. L’azione di prevenzione e di spegnimento riesce a limitare solo parzialmente i danni di questi incendi, che ormai sono diventati il funesto rituale delle nostre estati. Il Corpo forestale dello Stato suddivide i danni in diretti e indiretti: i primi sono rappresentati dal valore della massa legnosa; i secondi, più difficilmente stimabili, sono quelli legati alla difesa idrogeologica, alla produzione di ossigeno, alla conservazione naturalistica, al richiamo turistico, alle possibilità occupazionali di numerose categorie di lavoratori. Il clima svolge un ruolo fondamentale nel creare le condizioni favorevoli allo sviluppo e alla propagazione degli incendi e, in caso di fulmini - eventi assai rari - anche nel provocarli direttamente. Un dato importante da tener presente, infatti, è il grado di umidità della vegetazione, in particolar modo di quella erbacea del sottobosco, che varia a seconda dell’andamento stagionale. Tuttavia, condizioni climatiche simili e pari coefficienti di umidità in zone diverse non producono un uguale numero di incendi. Ciò significa che sono altre le cause che favoriscono le combustioni. Tra queste possono essere annoverate l’afflusso turistico, l’abbandono delle campagne, l’attività di particolari pratiche agronomiche e della pastorizia, le vendette personali e le speculazioni. Una correlazione interessante è quella degli incendi boschivi con la circolazione delle autovetture: a un progressivo aumento degli autoveicoli circolanti e dello sviluppo viario, aumentano in modo esponenziale gli incendi boschivi e, dal rilevamento dei punti di innesco del fuoco, si evince come numerosi incendi abbiano inizio dal bordo di strade e autostrade. In base all’andamento meteorologico e climatico, ogni anno si registrano due periodi a grave rischio: l’uno, quello estivo, più marcato nelle regioni del centro-sud e in Liguria; l’altro, quello invernale, specialmente nelle zone dell’arco alpino. In genere, è l’uomo la vera causa dell’inizio di un incendio, mentre il fenomeno dell’autocombustione è assolutamente eccezionale. Negli ultimi anni, il servizio antincendi del Corpo forestale dello Stato ha iniziato alcuni studi che entrano nel merito delle cause effettive. Nello specifico, sono state indicate una serie di motivazioni ripartite in: cause dolose, o volontarie e cause colpose, o involontarie. Al primo gruppo sono da ascrivere gli incendi da cui gli autori sperano di trarne un profitto (distruzione di massa forestale per la creazione di terreni coltivabili e di pascolo a spese del bosco; bruciatura di residui agricoli quali stoppie e cespugli per la pulizia del terreno in vista della semina; incendio del bosco per trasformare un terreno rurale in area edificabile; incendio del bosco per determinare la creazione di posti di lavoro); gli incendi legati alle attività di ricostituzione e di spegnimento (impiego del fuoco per operazioni colturali nel bosco per risparmiare mano d’opera; incendio nel bosco per perseguire approvvigionamento di legna); incendi da cui gli autori non traggono un profitto concreto (risentimento contro azioni di esproprio o altre iniziative dei pubblici poteri; rancori tra privati; proteste contro restrizioni all’attività venatoria; proteste contro la creazione di aree protette e l’imposizioni di vincoli ambientali; atti vandalici). Le cause colpose o involontarie sono invece legate all’imprudenza, alla negligenza, alla disattenzione o all’ignoranza degli uomini che, involontariamente, provocano incendi o, molto più raramente, all’azione della natura. Diviene dunque buona cosa far sapere che gli incendi boschivi rappresentano un reato punibile con 10 anni di reclusione, che possono diventare addirittura 15 nel caso in cui un incendio riguardi una riserva naturale o un’area protetta.

In entrambi i periodi dell'anno, anche se con differente intensità e pur variando da zona a zona, si determinano le condizioni d'aridità, predisponenti il fenomeno.

Generalmente, la causa determinante l'incendio dei boschi è di origine antropica, eccezion fatta per i casi dovuti ai fulmini. L'autocombustione, sovente citata a sproposito, è da ritenersi una giustificazione quanto mai semplicistica ed erronea, in quanto, nei nostri climi, non si verifica che in casi del tutto eccezionali e al più limitata ai soli fienili o discariche.

Le condizioni che influenzano sia l'inizio che la prima propagazione dell'incendio, sono principalmente rappresentate:

- dalla quantità d'acqua che si trova nei tessuti delle piante, che può variare dal 2 al 200% nei tessuti morti, in dipendenza delle condizioni atmosferiche ed in particolar modo dell'umidità relativa dell'aria;

- dal vento, che oltre a favorire l'afflusso dell'ossigeno, quale comburente, determina l'avanzamento della linea del fuoco, provoca il preriscaldamento del materiale legnoso e quindi nuovi punti d'inizio e di continuazione del fuoco;



- dalla quantità, dimensioni, disposizioni dei materiali combustibili, i quali, se sottili e non pressati, offrono maggiore superficie esterna all'ossigeno comburente.

Le condizioni favorevoli per l'inizio dell'incendio nel bosco, si verificano, più frequentemente, in presenza di copertura morta disseccata, con soprassuoli giovani, specialmente di essenze lucivaghe di resinose.

Le differenti condizioni meteorologiche: regime pluviometrico, dominanza dei venti, unitamente alle diverse tipologie forestali, al loro governo e trattamento, influenzano la frequenza stagionale degli incendi.

Oggi non vi e’ paesaggio naturale e vegetale che non sia stato modellato piu’ o meno intensamente dal fuoco.

Vasti e frequenti incendi forestali degli ultimi anni, uniti alla irregolarita’ delle precipitazioni, possono aggravare i rischi di desertificazione.

Tale pericolo e’ presente in tutta la parte Sud dell'area mediterranea e incomincia a interessare anche la parte Nord ed a preoccupare seriamente gli organismi internazionali, poiché minaccia i programmi di riforestazione e di utilizzazione delle risorse forestali.

Di fronte a tale problema i paesi più colpiti stanno organizzando il potenziamento dei mezzi di lotta e formulando progetti pilota alla CEE per contribuire al mutuo soccorso tra Stati Membri in caso di incendi di particolare gravità.

La statistica delle cause è purtroppo molto meno completa di quella dei sinistri.

Per questi motivi, la questione delle cause non può essere chiarita con dati certi e documentati e richiede una analisi profonda e molto allargata delle possibili motivazioni degli incendiari, per conoscere l'origine del fenomeno.

Il clima e l'andamento stagionale giocano un ruolo fondamentale nel predisporre una situazione di favore allo scoppio dell'incendio, per cui, periodi di non pioggia e di alte temperature, determinano condizioni di estrema pericolosità. E quando in luglio ed agosto ad altitudini comprese sino ai 700 m.s.l.m. la vegetazione erbacea e secca, il potenziale combustibile aumenta considerevolmente; viceversa, in pieno rigoglio vegetativo, l'innesco del fuoco è difficile.

Non vi è dubbio che la causa prima degli incendi boschivi vada ricercata essenzialmente nell'alto grado di depauperamento e di forte spopolamento delle zone dell'alta collina e della montagna. Un simile evento ha determinato nel tempo I'abbandono di tutte quelle pratiche agronomiche e selvicolturali che di contro in passato venivano effettuate nelle campagne e nei boschi, con il risultato di rendere il bosco meno soggetto nei confronti del fuoco.

I diradamenti, le ripuliture, il pascolo disciplinato, eventuali colture ed in alcuni casi anche il fuoco controllato, facevano si che il sottobosco non fornisse esca e nel contempo, la presenza attiva dell'agricoltore e del pastore era garanzia e sicurezza per un rapido intervento anche qualora l'incendio scoppiava.

Così, anche quando gli agricoltori, involontariamente potevano essere causa dell'incendio, essi stessi provvedevano a spegnerlo direttamente; cio’ era possibile grazie alla cospicua presenza demografica nelle zone di campagna, oggi di contro, fortemente diminuita ed invecchiata.

La situazione è ora cambiata, tanto che le operazioni selvicolturali tradizionali sono molto trascurate; e pratiche agronomiche e pastorali, nelle quali si fa uso anche del fuoco, oggi assumono, per i boschi limitrofi ai campi ed ai pascoli, un pericolo costante, poiché l'esodo da tali zone, in particolare quello giovanile, è stato massiccio. Ma, se questa è la ragione prima di certi tipi d'incendio, non diverse sono le considerazioni da fare per quanto concerne l'incendio boschivo determinato dalla presenza di altri potenziali utenti.

Anche tali casi riguardano l'uso del territorio, così carente di strutture e di servizi atti ad assicurarne il mantenimento, dal punto di vista fisico ed economico, in funzione dell'uso e non dell'abuso più intenso.

Una correlazione interessante è quella degli incendi boschivi con la circolazione veicolare. Infatti si vede che ad un progressivo aumento degli autoveicoli circolanti e dello sviluppo viario, aumentano in progressione gli incendi boschivi. E dal rilevamento dei punti d'innesco del fuoco si evince come moltissimi incendi abbiano inizio dal bordo di strade ed autostrade.

Qualsiasi strategia di prevenzione e lotta al fuoco, per quanto valida nei suoi principi ispiratori, è destinata a fallire se non sostenuta dalla partecipazione della gente, sia in termini di convincimenti che di azioni materiali.

Di qui la necessità di indicare alcuni orientamenti volti ad integrare il piano organizzativo anticendio, soprattutto quando lo studio delle cause del fenomeno induce a ritenere che il comportamento dell'uomo, doloso o colposo che sia (83,5%), è all'origine del diffondersi degli incendi boschivi e della distruzione dei delicati equilibri ambientali.

Valgono, pertanto, le seguenti considerazioni:

- La salvaguardia e la tutela dei boschi sono oggi strettamente connesse al grado di civiltà degli uomini, alla loro cultura e sensibilità.
Si rilevano, infatti, insufficienti i divieti e le sanzioni, i sistemi di lotta tecnologicamente avanzati, o altre iniziative adottate, in presenza di una coscienza sociale poco attenta alle esigenze dell'ambiente.

- La difesa del bosco e degli alberi, è ormai quasi esclusivamente connessa alla qualità dei rapporti che l'uomo è in grado di stabilire con l'ambiente. Al riguardo, l'opera di sensibilizzazione delle popolazioni e di informazione dei cittadini, anche con il coinvolgimento dei mass media, non sarà mai pienamente efficace se non mira a realizzare una cultura della tutela del patrimonio forestale inteso come bene imprescindibile che appartiene alla stessa collettività.
É necessario, pertanto, dare opportuno impulso a tutte quelle azioni di carattere informativo e formativo che concorrono alla crescita di una cultura dell'ambiente e del bosco, promuovendo la consapevolezza che uomini e alberi appartengono al medesimo contesto naturale.

- La disattenzione verso tale ultimo interesse e valore (il bosco ha oggi un valore più pubblico che privato, più generale che locale, più culturale che materiale, più ecologico che economico) spesso addebitabile all'incuria, alla scarsa attenzione ed educazione, alla superficiale conoscenza del bosco e del suo significato ambientale, in non rari casi nasconde mire speculative che andrebbero, sempre e ovunque, contrastate, tenuto conto del divieto di cui all'art. 9 della legge 1 Marzo 1975, n. 47 e di analoghe disposizioni regionali in materia.
La predetta legge vieta l'insediamento di costruzioni di qualsiasi tipo nelle zone boscate distrutte o danneggiate dal fuoco, impedendo, altresì, che tali zone assumano una destinazione diversa da quella avuta prima dell'incendio.
La tutela giuridica è stata in seguito integrata dalla Legge Galasso, n. 431 dell' 8 Agosto 1985, che sottopone al vincolo paesaggistico i terreni boscati percorsi dalle fiamme.

- I materiali di risulta dall'agricoltura o della ripulitura dei boschi, le paglie, un tempo risorse da utilizzare negli allevamenti zootecnici, oggi sono considerati solo uno scarto da distruggere con l'incendio.
Da questi fuochi disseminati nelle campagne si origina un consistente numero di incendi, cosiddetti "involontari", riconducibili, alla stregua della bruciatura delle stoppie, soprattutto nell'Italia meridionale, alla medesima preoccupante tendenza al disinteresse e alla disattenzione per le risorse naturali.
Una più assidua vigilanza sull'osservanza delle norme, statali e regionali, che vietano tali operazioni nei periodi di massimo rischio per gli incendi, sicuramente circoscriverebbe la proporzione del fenomeno.

- Oggi si è promossa l'immagine del bosco come elemento del paesaggio e richiamo turistico, provocando l'effetto di un aumento della mobilita’ di massa e della presenza umana all'interno dei complessi boscati.
Una presenza, spesso, che si traduce in azioni devastatrici ed inquinanti, mediante comportamenti irresponsabili, come l'accendere fuochi ed abbandonare rifiuti nei boschi; una presenza, molte volte, poco consapevole del valore delle risorse naturali di cui beneficia e non in grado di capire il significato e l'importanza del ruolo che esse svolgono nell'ambito territoriale, ne’ il livello di produttivita’ che tali risorse raggiungono sia in termini di biomassa che di servizi forniti alla società.

- L'analisi dell'incidenza percentuale degli incendi sul tipo di proprietà e sul tipo di bosco bruciato evidenzia come le superfici colpite da maggiori aggressioni siano quelle in cui coesistono la proprietà privata e la presenza del ceduo, tipo di bosco più frequentemente destinato all'abbandono.
Se a queste informazioni si aggiunge la considerazione che quasi il 30% degli incendi si verifica nelle aree di collina interna e circa il 34% in quelle di montagna interna, e possibile argomentare che la ricorrente frequenza degli incendi va correlata anche al complesso dei problemi che ostacolano il corretto recupero delle stesse aree.
I fattori che rendono un bosco vulnerabile al fuoco non sono diversi da quelli che concorrono a determinare la marginalità economica e sociale del contesto territoriale del quale esso fa parte. II bosco, infatti, si configura sempre più come sito destinato ad essere toccato dalla stessa pericolosa fragilità ambientale del territorio che lo comprende.

- Lo studio analitico del fenomeno evidenzia che molti incendi si verificano lungo le ferrovie, strade ed autostrade, a partire dalle scarpate e dalle cunette spesso interessate da vegetazione facilmente infiammabile, oppure lungo le piste e i sentieri che si addentrano nei boschi.
Questi fuochi possono essere prevenuti sia con azioni tendenti a rendere più consapevole e responsabile il comportamento dell'uomo, che con interventi di vigilanza delle Amministrazioni preposte.

- Per la prevenzione degli incendi volontari, che spesso assumono la forma dell'atto vandalico o del ricatto alle istituzioni, e opportuno attuare tutte le misure tendenti a ridurre le tensioni sociali che potrebbero degenerare nell'uso del fuoco.

- Oggi gli interventi contro il fuoco sono affidati a personale altamente addestrato e all'impiego di mezzi terrestri ed aerei.
Da scoraggiare e’ la morbosa curiosità con la quale di solito la gente assiste passivamente all'incendio, quasi che l'incendio stesso costituisca uno spettacolo.
Seppure non si può nascondere che l'incendio susciti emozioni spettacolari, è pur vero che si tratta di un quadro desolante nel quale si consumano una parte della natura, della nostra storia, della nostra cultura e si distrugge un patrimonio naturale difficilmente ricostituibile nella sua originaria complessità ecologica.
E’ indispensabile dunque che nel corso di un incendio tutti si adoperino a collaborare con i forestali e con quanti sono preposti a compiti di spegnimento, astenendosi da ogni intralcio o disturbo.

- Chiunque scopra un incendio che ha attaccato o minaccia di attaccare un bosco è tenuto a dare l'allarme perchè possa essere immediatamente avviata l'opera di spegnimento.



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lunedì 3 agosto 2015

LE ARMI DA FUOCO

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Nell'evoluzione dell'uomo l'arma ha rappresentato lo strumento per eccellenza; la necessità di difendersi e di cacciare trasformò lentamente l'ominide in un essere che poteva afferrare oggetti, usarli per percuotere, scagliarli, che doveva procedere eretto per poter usare gli arti anteriori per questi movimenti. Nel corso di millenni, a partire da 500.000 anni fa, si perfezionarono amigdale, asce, lance, finché nel paleolitico vi fu la prima invenzione "meccanica": l'arco che sfruttava l'elasticità del legno per lanciare la freccia. Durante altri millenni il progresso fu limitato al miglioramento dei materiali usati per costruire le armi, ma, in effetti, l'unica vera nuova invenzione si ebbe in una fase avanzata della nostra civiltà, con la costruzione di macchine da guerra ad opera dei romani, quali la catapulta e la balista, da cui nel medioevo deriverà la balestra.

La vera rivoluzione tecnologica nelle armi si ebbe però attorno al 1250 quando gli alchimisti pervennero, con tutta verosimiglianza in Germania, a scoprire le giuste proporzioni con cui mescolare salnitro purificato, carbone polverizzato e zolfo, per ottenere la polvere da sparo o polvere nera. E' questione del tutto oziosa il cercare di individuare un inventore della polvere da sparo. Per questa invenzione, come per altre importantissime, quale l'elettricità, vale la regola secondo cui non vi sono mai invenzioni subitanee, ma solo delle idee, delle intuizioni di più persone che vengono affinate con un continuo lavoro di decenni, da parte di infiniti altri soggetti. Già 75 anni dopo i cannoni iniziano a far la loro comparsa nelle cronache (Cividale del Friuli, 1331), seguiti, dopo alcuni decenni, dalla prima arma portatile, lo schioppo (1364, in una cronaca della città di Perugia).

La prima "arma a fuoco" di cui si abbia conoscenza in Europa, nacque dopo il 500 ed era denominata "candela romana" (termine che oggi indica un tipo di fuoco d'artificio), mentre altrove "fuoco greco". Si basava su un grosso vaso in cui veniva versata della polvere pirica. Successivamente, su questa veniva posato un proiettile composto di stracci imbevuti di oli incendiabili. I soldati davano fuoco al proiettile e questo incendiava la carica sottostante che lo "sparava" oltre le mura delle città, appiccando il fuoco sui tetti delle case. Da menzionare che "fuoco greco" era chiamato anche una mistura di cui non è conosciuta esattamente la composizione, se non il fatto di essere presumibilmente a base di bitume, che veniva usato come materiale incendiario in campo navale lanciato da catapulte imbarcate sulle galee da guerra, vista la sua capacità di non spegnersi a contatto con l'acqua (presumibilmente per la presenza di calce viva nel composto).

L'inizio della storia delle armi da fuoco è comunque legata alla scoperta della polvere da sparo, già conosciuta dai cinesi a partire dal IX secolo: già il secolo dopo era di uso comune in Cina l'utilizzo di razzi a scopo militare ed a partire dal XIII secolo si ha menzione dell'uso dei primi cannoni.

In Europa, solo dopo il 1200 si riuscì finalmente ad ottenere la formula ancor oggi usata per la fabbricazione della polvere nera che fu usata fino agli anni trenta del XX secolo: già nel 1331 le cronache menzionano la comparsa dei primi cannoni in Europa a Cividale del Friuli, seguiti dalle prime armi portatili (in questo caso lo "schioppo") nel 1364 (cronache di Perugia). Oggi nei bossoli delle munizioni utilizzate nelle armi da fuoco moderne, non si usa più polvere nera ma polvere senza fumo, un composto esplosivo a base di nitrocellulosa.

Per le prime armi da fuoco Europee nel XIV secolo, l'accensione della carica di polvere avveniva attraverso un foro (chiamato "focone") alla base chiusa della canna con un "fiammifero", poi con una miccia, quindi seguì una evoluzione che portò ad utilizzare una miccia riutilizzabile la cui parte "accesa", anziché infilarsi direttamente nel focone, si appoggiava su uno scodellino, ricavato a fianco del focone stesso, che veniva chiamato "bacinetto" o "scodellino" e sul quale era posta una piccola parte di polvere da sparo. Successivamente si utilizzò una pietra focaia che, provocando scintille, accendeva la polvere posta all'interno del bacinetto (acciarino a pietra) e quindi l'uso di piccole capsule che infiammavano la polvere della carica propellente vera e propria quando venivano percosse dal cane che vi si abbatteva premendo il grilletto: le capsule erano poste su di un cilindretto cavo collegato al focone (il luminello).



Tutti questi sistemi riguardavano armi che si caricavano dalla bocca della canna, inserendo prima la polvere di lancio, poi un disco di feltro o cartoncino detto "borra" (ancora oggi presente nelle munizioni per fucili a canna liscia) ed infine la pallottola (inizialmente in pietra e quasi subito sostituita da una palla in piombo) che veniva avvolta per i 3/4 da uno straccetto per evitare che i gas generati dall'esplosione della polvere fluissero davanti alla palla da lanciare, dato che esisteva un discreto spazio tra il diametro esterno della palla ed il diametro interno della canna entro la quale scorreva la palla stessa, per via delle tolleranze di lavorazione enormi a quel tempo. Si premeva poi il tutto con una bacchetta in dotazione (queste erano infatti armi ad avancarica, esattamente come i primi cannoni usati sui campi di battaglia terrestri e sulle navi a vela).

Successivamente viene creata la "cartuccia" consistente appunto in un cartoccio di carta nitrata contenente la polvere da sparo, la borra e la pallottola o proietto. Bastava strappare con i denti la parte inferiore della cartuccia ed infilarla nella canna, con una sola operazione e con cariche di polvere più costanti. Una curiosità: nel passato i soldati erano riformati se mancanti degli incisivi, ciò derivava dall'impossibilità dei soldati stessi di strappare la cartuccia, legge mantenuta anche dopo l'avvento delle armi a retrocarica, addirittura sino alla I Guerra Mondiale. Uno dei pericoli maggiori consisteva (e consiste tutt'oggi nelle moderne armi ad avancarica) nel forzare troppo con la bacchetta la palla nel momento in cui si avverte una resistenza della stessa, pur non essendo arrivata nel punto previsto; può succedere infatti che nello spazio tra polvere e palla si formi una bolla d'aria che a causa della pezzuola non fuoriesce. Due o tre colpi ben assestati con la bacchetta sono sufficienti a comprimere l'aria a pressioni molto elevate che possono causare il cosiddetto effetto Diesel, cioè il surriscaldamento dell'aria a tal punto da far esplodere la polvere, con effetti ben immaginabili per chi sta caricando l'arma.

Il fatto di doverle caricare dalla bocca, rendeva le prime armi da fuoco estremamente lente nel reiterare l'azione di fuoco in quanto i tempi di ricarica erano lunghi e dipendenti dall'addestramento di chi la eseguiva. Inoltre erano frequenti i malfunzionamenti dovuti alla mancata accensione della polvere da sparo che fungeva da carica di lancio: era sufficiente che la polvere si impregnasse di umidità (cosa frequente sul campo di battaglia) per ottenere le cosiddette "cilecche". Per superare il primo problema e quindi avere la possibilità di sparare rapidamente più colpi in successione, vennero costruite armi a canna multipla (cosa che venne studiata già da Leonardo da Vinci verso il 1500) che però erano limitate generalmente a due/tre canne (massimo quattro per alcune realizzazioni) per questioni legate alla portabilità, visto che ogni canna in più rappresentava un discreto peso aggiuntivo. Per questo motivo, le armi ad avancarica multicanna di antica data erano soprattutto pistole: le canne più corte erano più leggere, oltre ad essere armi destinate ad un utilizzo a distanze brevi o brevissime, dove la possibilità di sparare più colpi verso bersagli multipli a distanze pericolosamente brevi, poteva rappresentare la differenza tra la propria vita e la propria morte.

Armi a canne multiple, rimasero comunque realizzazioni abbastanza rare, spesso confinate a realizzazioni non portatili (come il "ribauldequin", una sorta di piccolo pezzo d'artiglieria multicanna).

Il primo passo per ottenere vere armi a ripetizione fu quello dell'invenzione del "revolver" ad opera di Samuel Colt in base ad un suo brevetto del 1835: si trattava dell'utilizzo del "tamburo", una sorta di cilindro con più "camere di scoppio", ognuna delle quali destinata ad accogliere una carica completa di proiettile che veniva sparato quando la camera era allineata con l'asse della canna (che invece era singola): l'allineamento avveniva ogniqualvolta si arretrava il "cane", mentre lo sparo avveniva quando si premeva il "grilletto". Questo liberava il cane stesso che, quindi, si abbatteva percuotendo le capsule al fulminato di mercurio poste sulla circonferenza posteriore del tamburo che, a loro volta, innescavano la carica di lancio contenuta nella corrispondente camera sottostante. Con questo tipo di armi, si rimaneva nell'ambito delle armi ad avancarica (ogni colpo era caricato singolarmente inserendo i vari componenti anteriormente in ogni camera del tamburo), ma si era entrati in una nuova era: quello delle armi a ripetizione monocanna.

In seguito, con il passaggio alle armi a retrocarica e l'adozione generalizzata della cartuccia, si ebbe un ulteriore sviluppo con l'adozione del sistema di accensione "a percussore lanciato" reso possibile dalla nascita della cartuccia stessa, con l'involucro che ben presto divenne il bossolo metallico come lo conosciamo oggi. Tra i primi esempi di tali armi, si può ricordare il fucile "Chassepot" con percussore ad ago e cartucce di carta con l'innesco situato direttamente a contatto della parte posteriore della palla. Oggi, la carica, l'innesco e il proiettile sono tutti contenuti in un bossolo (generalmente d'ottone, ma può essere anche di plastica o cartone con fondello metallico) e l'insieme costituisce la cartuccia, mentre l'arma provvede (dopo essere stata caricata ed avendo alloggiata una munizione nella "camera di cartuccia" all'interno della canna) a percuotere l'innesco tramite un percussore (a sua volta azionato o meno da un "cane"), che vi si abbatte sopra come un martello.

Il fatto che l'intera munizione fosse diventato un unico oggetto, ha permesso anche lo sviluppo di sistemi di alimentazione, di scatto e di gestione della ripetizione del colpo che hanno portato a produrre armi da fuoco automatiche con cadenze di tiro di parecchie centinaia di colpi al minuto: una mitragliatrice da fanteria di questo tipo è l'M60 americano. Le armi automatiche con maggiore cadenza di tiro attualmente in uso discendono dal cannone General Electric Vulcan da 20 mm americano (anni cinquanta) che a sua volta riprende l'idea mutuata dalla mitragliatrice inventata dall'americano Gatling nel 1861 e sono munite di un affusto con più canne rotanti: ad esempio, l'arma principale dell'aereo anticarro A-10 Thunderbolt II è un cannoncino a 7 canne rotanti in grado di sparare 4000 colpi (esplosivi o perforanti in uranio impoverito) da 30 mm al minuto.


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sabato 27 giugno 2015

I POMPIERI



Augusto con due riforme, una del 26 e l'altra del 6 avanti Cristo che diede a Roma una vera e propria difesa contro il fuoco, con criteri organizzativi e funzionali di notevole interesse tecnico. Con queste due riforme Roma ebbe, infatti, un Corpo speciale di guardie notturne sotto il comando di un 'Prefectus Vigilum'. Tale Corpo, denominato Militia Vigilum Regime,  era organizzato in sette Coorti di 'Vigiles' e 49 Centurie (sette per ogni coorte) per un totale di circa 7.000 uomini; ogni coorte assicurava il servizio nel territorio di due regioni (Augusto aveva diviso Roma in 14 regioni) collocando una caserma (statio) in una di esse, ed un distaccamento (excubitorium) nell'altra. In Trastevere, nei pressi del ponte Garibaldi, esiste ancora oggi un'antichissima costruzione della fine del II secolo d.C., distinta da un'iscrizione corrosa dai secoli. L'iscrizione indica che quell'edificio, nell'epoca romana dell'Impero, era adibito ad excubitorium della VII coorte dei 'Vigiles', preposta al controllo della XIV regione Transtiberim.

Fu nel 1699 che l'industriale Dumourrier-Duperrier propose ed ottenne di costituire, egli stesso, un servizio completo ed autonomo antincendio, valendosi dei suoi operai. Da questa organizzazione, ideata e realizzata da un industriale, nacque poi, oltre un secolo dopo, e precisamente il 18 settembre 1811, il Corpo dei Sapeurs-Pompiers che della struttura organizzativa del Dumourrier-Duperrier conservò le caratteristiche fondamentali. Il Reggimento dei Sapeurs-Pompiers di Parigi è ancora oggi in Francia è il fulcro tecnico ed organizzativo intorno al quale si svolge e dal quale prende vita tutta la difesa antincendio di quel Paese.
L'unità d'Italia trovò, in materia di servizio antincendio, una situazione quanto mai varia e certo non brillante: ai pochi Corpi pompieristici locali a carattere volontario e limitati alle circoscrizioni comunali, facevano riscontro vaste zone, addirittura intere regioni, completamente prive di qualsiasi difesa organizzata contro il fuoco. I pompieri comunali, là dove esistevano, erano ancora organizzati con concezioni ed ordinamenti quasi medioevali e tutto il complesso antincendio italiano appariva anacronistico, insufficiente, mal distribuito, alla mercè dei mezzi e delle tradizioni locali. Pochi, pochissimi Corpi, e solo quelli delle grandi città, ma neppure di tutte le grandi città potevano rispondere alle esigenze di un'efficace difesa antincendio.
Occorre arrivare al 1935 prima che questo problema così importante, sia riconosciuto in Italia a carattere nazionale.

Lo scopo della sua creazione fu quello di garantire un adeguato soccorso a tutta la popolazione italiana, dopo aver visto le difficoltà che si erano create nel terremoto calabro-siculo del 1908 in occasione del quale operarono insieme vari corpi di Civici Pompieri provenienti da numerose città italiane, ognuno con le proprie attrezzature, insieme ai primi soccorsi prestati dalla Regia Marina e dal Regio Esercito italiano. Durante il ventennio fascista venne affidato l'incarico di effettuare una riforma organica ad uno degli ex arditi della prima guerra mondiale, Alberto Giombini, viene chiamato dal Ministero dell'Interno, per coordinare la nascita di un unico corpo di vigili del fuoco in Italia. L'attività di Gombini fu fondamentale per la riorganizzazione del corpo, egli diventò inoltre il primo direttore della "Direzione generale servizi antincendi" (DGSA).

Allo scopo di uniformare la materia, che non aveva mai avuto una disciplina unitario a livello nazionale, venne emanato il regio decreto legge 10 ottobre 1935-XIV, n. 2472 istituì il Corpo Pompieri, e posto alla diretta dipendenza del Ministero dell'interno, con organizzazione su base provinciale e distaccamenti nei centri più importanti. Il successivo regio decreo legge 16 giugno 1938-XVI n. 1021 sostituì alla parola pompieri quelle di vigili del fuoco'. Il regio decreto-legge 27 febbraio 1939-XVII, convertito in legge 22 maggio 1939-XVII, n.960, abolì tutti i vari servizi pompieristici e le relative coordinazioni nazionali, nonché le varie organizzazioni provinciali.

Con l'istituzione del servizio antincendio comunale, ad opera della legge 27 dicembre 1941 n. 1570, il corpo subì un primo riordino, ed assunse la denominazione di corpo nazionale dei vigili del fuoco, e posto alle dirette dipendenza del Ministero dell'interno. Nel 1942 viene creato il Battaglione Santa Barbara e la creazione avviene in un momento particolare della guerra, quando cioè le sorti della guerra si ribaltano a favore degli anglo-americani, segnata da episodi quali la seconda battaglia difensiva del Don, e la seconda battaglia di El Alamein.

Nello stesso anno venne concepita l'idea dell'invasione di Malta, chiamata operazione C3; l'attacco avrebbe dovuto svolgersi a mezzo delle autoscale dei vigili del fuoco, montate su posamine che avrebbero dovuto raggiungere e circondare l'isola e poi, sviluppate le volate delle scale, far salire i soldati che avrebbero così invaso il territorio. Giombini, in gran segreto, chiese a tutti i corpi una lista di volontari per il suddetto battaglione e le richieste furono tanto numerose che si videro costretti ad effettuare una selezione rigidissima per il personale da arruolare: la richiesta minima parlava di personale con età anagrafica inferiore ai 42 anni. In ottobre i selezionati si ritrovarono a Roma, non alloggiati presso la Scuole Centrali Antincendi a Capannelle, bensì attendati accanto nel terreno adiacente, ed il comando venne affidato l'ing. Osvaldo Piermarini. L'operazione militare, fu però di colpo abbandonata nello stesso mese di ottobre, il battaglione venne sciolto, ed ai primi di novembre, causa l'aumento dei bombardamenti anglo-americani sulle città italiane, gli uomini furono suddivisi in 5 centurie ed inviati nelle città maggiormente colpite dai bombardamenti delle forze alleate (Torino, Genova, Roma, Napoli, Milano) in aiuto ai vigili del fuoco dei comandi interessati. Le scale smontate furono restituite ai comandi ed il personale che aveva fatto parte del battaglione fu autorizzato a portare sulla divisa lo stemma della "S. Barbara", ebbe un diploma di appartenenza e l'amministrazione statale si riservò la prerogativa, in caso di necessità, di ricostituire lo stesso.

Con la fine della seconda guerra mondiale il corpo venne ulteriormente riordinato e "smilitarizzato" con la legge 13 maggio 1961 n. 469, venendo nuovamente posto sotto le dirette dipendenze del Ministero dell'interno. A partire dal secondo dopoguerra è inoltre stato impegnato in diverse iniziative umanitarie, come ad esempio nel 1989, da quando cioè ha ricevuto la nomina di "ambasciatore di buona volontà" da parte del Comitato italiano per l'Unicef. Tra le iniziative cui il corpo ha partecipato, c'è Yes for Children, per un manifesto dei diritti dell'infanzia.

Nel 1992, con l'emanazione della legge 24 febbraio 1992 , n. 225 è l'istituzione del Dipartimento della protezione civile, il corpo è entrato a far parte istituzionalmente nel Servizio nazionale della protezione civile, il d. lgs. 30 luglio 1999, n. 300 prevedeva che questo dipendesse funzionalmente da una istituenda Agenzia della protezione civile e gerarchicamente dal Ministero dell'Interno, da cui dipende funzionalmente anche per le attività diverse dalla protezione civile tuttavia il decreto legge 7 settembre 2001, n. 343, convertito in legge 9 novembre 2001, n. 401, eliminò tale previsione, riportando la dipendenza funzionale al dicastero. Infine nel 2005 è stato dotato di un proprio ordinamento, diverso dalle altre forze di polizia italiane.


L'organizzazione degli uffici centrali e dirigenziali è stata operata con il D.P.R. 7 settembre 2001, n. 398; al vertice del corpo vi è il Dipartimento dei vigili del fuoco, del soccorso pubblico e della difesa civile, presso il Ministero dell'Interno. A capo del Dipartimento dei vigili del fuoco vi è invece un prefetto, nominato dal Ministro dell'Interno, che non appartiene ai ruoli del corpo (ma alla carriera prefettizia) mentre il capo del C.N.VV.F. è un dirigente generale proveniente dal corpo stesso. L'ordinamento del corpo è regolato dal d.lgs 8 marzo 2006 n. 139.

Il corpo è presente in tutte le regioni italiane in oltre cento comandi provinciali con alle dipendenze un numero variabile di distaccamenti, situati prevalentemente nei comuni più estesi e popolati della provincia, nonché in comuni distanti dal capoluogo di provincia. I comandi provinciali ed i distaccamenti sono organizzati secondo una serie di livelli che determinano il numero di personale ivi assegnato nonché la dotazione di attrezzature.

Le competenze, le funzioni e di compiti del corpo sono stabilite dal dal d.lgs 8 marzo 2006 n. 139; in particolare esso esercita attività di vigilanza sull'applicazione della normativa di prevenzione incendi in relazione alle attività, costruzioni, impianti, apparecchiature e prodotti assoggettati ad essa, soccorso pubblico e di difesa civile, oltre a tutte le attività assegnate al corpo da eventuali ed ulteriori leggi e e regolamenti; le competenze principali consistono nell'individuare le cause degli incendi e stabilire se si tratti di incendi dolosi, anche attraverso l'attività del nucleo investigativo antincendi (NIA), ed operando anche se necessario in collaboraizone con le altre forze di polizia italiane. In particolare, nel caso degli incendi, la competenza riguarda anche quelli di tipo boschivo che possano mettere in pericolo persone o cose, invece negli altri casi riguardanti tale tipi di incendio è competente il Corpo forestale dello Stato.

Tra i compiti rientrano quindi la salvaguardia di persone, animali e beni, il soccorso tecnico urgente; inoltre il corpo si adopera per garantire la sicurezza dello stato in casi di emergenza, anche da aggressioni esterne. Il Ministero della Difesa prevede la stesura di un piano nazionale che definisce le minacce, quali: chimiche, batteriologiche, radioattive e nucleari.

L'ordinamento dei ruoli del personale è regolato dal d.lgs 13 ottobre 2005 n. 217 del ("Ordinamento del personale del Corpo nazionale dei vigili del fuoco"), emanato ai sensi della legge delega 30 settembre 2004 n. 252. Il personale operativo del CNVVF riveste la qualifica di agente o ufficiale di polizia giudiziaria e la qualifica di agente di pubblica sicurezza, nonché di polizia amministrativa e di polizia giudiziaria. Il D.P.R. 21 marzo 2005, n. 85 ne ha disciplinato la consitenza organica, dando la facoltà al Ministero dlel'Interno di provvedere a nuove determinazioni in funzione di sopravvenute necessità. Il d.lgs 8 marzo 2006, n. 139 ha provvedutto ad un ulteriore riassetto delle funzioni e dei compiti del corpo il cui personale, nostante abbia un rapporto di lavoro disciplinato dal CCNL del comparto Vigili del fuoco e soccorso pubblico, istituito ai sensi della legge del 2004, è in linea generale oggetto di disciplina di diritto pubblico.

Il personale amministrativo, appartenente al servizio amministrativo, tecnico ed informatico (S.A.T.I.), è costituito da impiegati civili dello stato, non appartenente a ruoli operativi.

Dopo la sospensione delle chiamate al servizio militare di leva in Italia e dopo il nuovo ordinamento del corpo di cui al d.lgs 217/2005, il reclutamento del personale è aperto sia a civili che militari (con incompatibilità riguardo questi ultimi nel caso dei vigili volontari); il reclutamento avviene previo superamento di un concorso pubblico bandito dal Ministero dell'Interno. Le norme sul reclutamento, avanzamento di carriera ed impiego dei vigili sono stabilite dal d.lgs 13 ottobre 2005 n. 217.

Tra i requisiti richiesti vi sono limiti di età, previsti dal decreto del ministero dell'interno dell'8 ottobre 2012 n. 197: in particolare 30 anni per i vigili operativi semplici e 37 anni per i vigili del fuoco volontari. Ulteriori prescrizioni psico-fisiche sono previste dal decreto del Ministero dell'Interno 3 maggio 1993, n. 228 e dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 27 aprile 1993, n. 233. Le norme sul reclutamento, avanzamento ed impiego del personale volontario invece sono regolate del DPR del 6 febbraio 2004 n. 76. ("Regolamento recante norme sul reclutamento, avanzamento ed impiego del personale volontario del Corpo nazionale dei vigili del fuoco."). Inoltre, alcune norme sono contenute nel d.lgs 15 marzo 2010 n. 66 ("Codice dell'ordinamento militare") che, oltre a prevedere disposizioni di carattere generale, contempla anche riserva in posti nei casi tassativamente indicati dalla legge.

Infine, le modalità di selezione del personale del ruolo SATI avviene tramite concorso pubblico, secondo le modalità stablite dal decreto del Ministero dell'Interno 24 luglio 2014, n. 131.




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lunedì 16 marzo 2015

LA SALAMANDRA

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Salamandra Garsault, 1764 è un genere di anfibi urodeli della famiglia Salamandridae.

Hanno una lingua estroflessibile con cui catturano le prede più distanti. Hanno delle ghiandole sulla pelle che emanano una secrezione nociva e irritante. Come tutti gli anfibi, si nutrono di insetti e altri invertebrati.

Le specie del genere Salamandra sono distribuite in Europa, Nord Africa e Asia occidentale.

Vivono in zone umide e con un clima fresco tutto l'anno, in collina e montagna, dove frequentano il sottobosco.

Alla salamandra furono attribuite nell'antichità, ed in particolare nel medioevo, proprietà e relativi simboli.

La caratteristica principale è che si riteneva che la salamandra avesse la capacità di resistere al fuoco diretto. Tale caratteristica (presunta) ne fece quindi un animale con un'alta carica simbolica. Essa viene spesso rappresentata accanto od addirittura in mezzo alle fiamme ed è divenuta anche una figura araldica. Essa fu scelta come simbolo araldico anche da Francesco I, re di Francia, associandola al motto, in lingua latina, Nutrisco et extinguo, che riprende una delle caratteristiche leggendarie dell'animale, che era ritenuto capace di alimentare il "fuoco buono" e spegnere quello "cattivo".

Identificata con il fuoco stesso, fu scelta dagli alchimisti come simbolo della operazione di calcinazione.

Anche Johann Wolfgang Goethe raccoglie questa nomea quando, nel Faust, fa pronunciare al protagonista dell'opera lo "scongiuro dei quattro".

Così la salamandra era diventata emblema della Verginità e della Castità, virtù che consentono agli esseri umani di attraversare un mondo di tentazioni senza cadere nel peccato. La deduzione di una sua capacità di distinguere il fuoco buono, quello che dà calore e vita, da quello cattivo, che tutto distrugge, alimentando il primo e spegnendo il secondo, ne ha fatto anche il simbolo dell'uomo giusto e in particolare della Giustizia distributiva del Cristo. Inoltre l'affermazione di Cristo: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso!» e la sua "discesa agl'inferi", cioè nel fuoco eterno, uscendone vittorioso, come detto nell'antico Simbolo degli Apostoli, hanno fatto della salamandra addirittura un simbolo del Cristo stesso.

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