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venerdì 17 luglio 2015

IL PARCO DELLE GRIGNE



Il Parco regionale della Grigna Settentrionale tutela un'area che si estende tra la Valsassina e il ramo lecchese del Lago di Como. Dai 500 metri di quota a salire, comprende due rilievi che tutti chiamiamo amichevolmente Grignone e Grignetta ma che, sulle carte, troverete indicati come Grigna Settentrionale, la più alta che raggiunge i 2.409 metri, e Grigna Meridionale (2.177 metri). Incredibile da pensare, eppure le origini di queste montagne hanno molto a che fare con il mare, l'oceano Tetide. Proprio per questo motivo, tra le rocce (ma anche nel simbolo del Parco), non faticherete a riconoscere un gran numero di fossili che per il loro valore paleontologico, richiamano studiosi da tutto il mondo; oltre che lungo i sentieri, li potrete vedere comodamente al Museo di Esino Lario. Poi c'è un grande mondo sotterraneo di cavità e cunicoli. Forse non proprio a portata di tutti ma altrettanto suggestivo, con grotte profonde più di 1.000 metri o uniche, come quella del Moncodeno con stalattiti e stalagmiti perenni di ghiaccio.

L'ambiente del parco è molto vario e comprende luoghi molto diversi: dai piccoli borghi in pietra della Valsassina o sulle sponde del lago in cui l'uomo ha modellato il territorio, si arriva in fretta alla tranquillità delle malghe e dei pascoli erbosi fino a raggiungere - ma solo camminando - il silenzio delle vette, in un paesaggio d'alta quota tra guglie, pareti di roccia e grandi panorami. Le meravigliose guglie calcaree fanno da cornice ad un mondo che sembra immobile da secoli, felice risultato di un connubio equilibrato tra risorse naturali e presenza umana, tra boschi e pascoli, tra montagne superbe nella loro immobile bellezza e malghe, rifugi, sentieri per l'escursionismo e vie attrezzate per l'alpinismo. Il polmone verde del bosco, lo scorrere limpido delle acque del torrente, il lago scintillante incastonato alla base delle pareti e l'arida pietraia sono solo alcuni volti di una natura che qui si è sbizzarrita con tutta la sua fantasia, a creare habitat e paesaggi davvero incantevoli.

I fossili, intriganti ed attraenti testimonianze dell'esistenza di forme di vita sin dai tempi remoti, costituiscono un altro aspetto che fa dell'area del Parco della Grigna Settentrionale una zona di estremo interesse scientifico. Notevoli sono i ritrovamenti effettuati sino ad ora e, ancora oggi, sono in corso importanti campagne di scavo da parte dell'Università di Milano. Attraverso lo studio dei reperti, si sta svelando di giorno in giorno il passato di queste terre e degli organismi che le abitavano. Anche al fruitore attento del territorio del Parco si apre oggi la possibilità di scovare ed osservare, fra le rocce o al Museo di Esino Lario, una moltitudine di reperti di notevole importanza. Gli affioramenti di Calcare di Perledo Varenna sono, ad esempio, assai ricchi di Daonelle (lamellibranchi), ma in passato vi sono stati rinvenuti anche brachiopodi, gasteropodi e cefalopodi e vertebrati come pesci e rettili.La Formazione di Gorno è ricca di frammenti di lamellibranchi, meno frequentemente di piccoli radioli di echinoidi.
Il Calcare di Esino si presenta molto ricco di fossili: vi si possono osservare specialmente gasteropodi, ma anche grossi lamellibranchi, articoli di crinoidi, alghe e addirittura coralli. Molti affioramenti qui rinvenuti sono stati protagonisti delle ricerche paleontologiche di vari naturalisti anche nel passato: tra questi spicca l'abate Antonio Stoppani, che ne analizzò il contenuto, riportando le proprie considerazioni addirittura fra gli anni 1858 e 1860, nell'opera "Les Pétrifications d'Esino ou description des fossiles appartenant au dépôts superieur des environs d'Esino en Lombardie".

Dalla valle del Pioverna fino alla cima del Grignone, per poi scendere fino ad Esino, diverse sono le associazioni vegetali che si susseguono, dando a questi luoghi una particolare e caratteristica fisionomia, che contribuisce ad identificare il suggestivo paesaggio del Parco.
I versanti più bassi si caratterizzano per la presenza di fitti ambiti boscati, alternati ad aree con prati da fienagione e coltivi, entro cui si individuano i principali nuclei abitati del Parco. I boschi sono qui costituiti principalmente da carpini e querce, ma importante è anche la presenza del castagno, e in particolare dei vecchi castagneti da frutto, che rappresentano testimonianza di come l'uomo nei secoli abbia saputo utilizzare la natura a proprio beneficio. Specie di origine asiatica, il castagno è stato introdotto e favorito in questi boschi in tempi remoti, creando dei boschi oggi del tutto assimilati a quelli "autoctoni" (originari). Nei canaloni e nelle valli ripide e più ricche di acqua, queste comunità lasciano il posto a frassini e tigli, spesso presenti lungo i corsi d'acqua principali.

Salendo in quota, i boschi si arricchiscono progressivamente di elementi più spiccatamente "mesofili", ossia che richiedono temperature meno elevate per sopravvivere: intorno alla quota indicativa di 1000 metri le faggete raggiungono il loro massimo splendore, e colpiscono, specialmente d'autunno, quando con le loro chiome multicolori infuocano i versanti. Le conifere fanno la loro comparsa prima discretamente, poi via via in modo più continuativo, fino a costituire in quota popolamenti anche di notevole interesse naturalistico, come il lariceto del Moncodeno: si tratta infatti della comunità a larice più meridionale presente nel versante alpino.
Salendo ulteriormente in quota, il bosco lascia il suo posto alle dense brughiere a rododendro, mugo e ginepro, che a loro volta poi si diradano e sfumano nelle tipiche praterie alpine. Sulla Grigna, visto il substrato calcareo, queste estese erbose sono dominate dalla carice rigida, dalla sesleria varia e dalla carice sempreverde, graminacee ben adattate alle difficili condizioni atmosferiche delle zone sommitali.
Sulle vette anche le praterie hanno coperture sempre meno continue, e vengono spesso interrotte dalla presenza di pareti rocciose e ghiaioni.

Se i boschi di conifere sono poco diffusi e praticamente abbandonati dal punto di vista gestionale, le foreste di latifoglie sono invece ben rappresentate e risvegliano ancora un seppur blando interesse economico degli operatori del settore e delle popolazioni locali. Nel passato, infatti, il bosco ed il pascolo hanno permesso il sostentamento della maggior parte delle famiglie del Parco, mentre oggi queste risorse rivestono importanza economica solo per poche decine di persone.
Pur registrando una certa ripresa dell'interesse per il legname, dopo un lungo periodo negativo successivo al secondo dopoguerra, tagli di una certa entità ed estensione raramente vengono effettuati nell'area protetta.

Il patrimonio floristico del territorio del Parco regionale della Grigna settentrionale è avvalorato e impreziosito dalla presenza di un numero consistente di specie "rare", ovvero a diffusione limitata. Il concetto di rarità è legato alla dislocazione spaziale di una specie: quanto più questa è geograficamente confinata, tanto più è rara. Questo criterio vale per la maggior parte dei casi, ma non per tutti: alcune specie infatti, pur godendo di un'estesa distribuzione sul territorio, sono rappresentate da un esiguo numero di esemplari e per tale ragione sono da considerarsi altrettanto introvabili.
Fra le rarità floristiche del Parco, meritano di essere annoverate la Centaurea retica (Centaurea rhaetica), l'Aquilegia di Einsele (Aquilegia einseleana), Campanula di Bertola (Campanula bertolae), la Colombina gialla (Corydalis lutea), la Radicchiella di Froelich (Crepis froelichiana), il Citiso insubrico (Cytisus emeriflorus), l'Euforbia insubrica (Euphorbia variabilis), la Festuca ticinese (Festuca ticinesi), l'Ambretta sudalpina (Knautia transalpina), il Laserpizio insubrico (Laserpitium nitidum), il Dente di leone insubrico (Leontodon incanus) , il Raponzolo chiomato (Physoplexis comosa), la Sassifraga retica (Saxifraga hostii), la Tlaspi a foglie rotonde (Thlaspi rotundifolium), la Carice subalpina (Carex austroalpina) e la Carice del Monte Baldo (Carex baldensis).
Tra queste specie "rare" ve ne sono nell'area protetta parecchie esclusive o endemiche, ossia strettamente circoscritte in un territorio limitato, non rinvenibili altrove, neppure in località equiparabili sotto il profilo ambientale.
L'origine di queste presenze è da ricercarsi negli eventi glaciali del Quaternario: le Prealpi Lombarde, poste al margine meridionale del sistema alpino, sono in gran parte sfuggite alla copertura dei ghiacci, così da accogliere numerose specie nelle cosiddette "aree rifugio" risparmiate dalla coltre di ghiaccio, favorendo la conservazione delle stesse e la differenziazione delle popolazioni originarie.
Questo spiega come l'intera fascia prealpina, dal Lago di Como al Garda, sia costellata dai cosiddetti "endemiti insubrici", specie tanto rare quanto belle da vedersi, che sulla Grigna offrono un imperdibile sfoggio di colori. Fra di essi lo splendido Aglio di Lombardia (Allium insubricum), la Campanula di Rainer (Campanula Raineri), la Campanella dell'Insubria (Campanula elatinoides), la Silene d'Elisabetta (Silene elisabethae), l'Erba regina (Telekia speciosissima), la Primula glaucescente (Primula glaucescens), simbolo del Parco, la Sassifraga di Vandelli (Saxifraga vandellii) e la Viola di Duby (Viola dubyana).
Ad arricchire ancor più la prestigiosa flora dell'area sono senza dubbio gli endemismi del territorio del Parco (o delle aree immediatamente circostanti), vere e proprie perle di esclusività e originalità floristica, come la Minuartia delle Grigne (Minuartia grignensis) e la Primula delle Grigne (Primula grignensis).
Quanto più la flora del Parco è ricca di specie rare, maggiori sono valore e significato in termini botanici, ma altrettanto maggiori sono le esigenze di tutela e conservazione di queste presenze significative, che richiedono una gestione attenta e comportamenti responsabili da parte di tutti i fruitori.

Nonostante lo sviluppo altimetrico sia tutto sommato contenuto (il Parco si sviluppa entro un dislivello di circa 1.900 m), il massiccio della Grigna presenta una gran varietà di habitat e condizioni climatiche ampiamente diversificate lungo i suoi versanti. Mentre il fianco valsassinese è caratterizzato da un clima tipicamente alpino, la zona che si affaccia sul Lario gode invece di temperature più miti. È dunque spiegato perché l'area protetta ospiti un così elevato numero di specie animali, il cui incontro, casuale o volutamente ricercato, si rivela un'esperienza indimenticabile, che intensifica il contatto con la natura selvaggia del Parco.
Gli stagni e le pozze d'alpeggio esistenti costituiscono allora ecosistemi di assoluto pregio e interesse ambientale, che il Parco si sta impegnando a preservare con appositi progetti di conservazione e ripristino. Qui è il Tritone crestato italiano (Triturus carnifex) ad essere l'Anfibio di maggior interesse e rilievo naturalistico. Davvero singolare e spettacolare è il suo rituale di corteggiamento: quando una femmina si avvicina, il maschio le si para davanti e piega il proprio corpo in modo da formare una vera e propria gobba; poi si esibisce in un movimento ondulatorio allo scopo di ostentare la sua imponente cresta.
I Rettili, adattati alla vita in aree asciutte, in particolare con la presenza diffusa di affioramenti rocciosi, ritrovano invece in Grigna una molteplicità di ambienti ideali per insediarsi stabilmente. Molte specie presenti nel Parco sono molto diffuse, come ad esempio la Lucertola muraiola (Podarcis muralis), il Ramarro occidentale (Lacerta bilineata), tipico degli ambienti più caldi, e il Biacco (Coluber viridiflavus), che frequenta diversi habitat, anche in vicinanza delle abitazioni. Per contro, la Vipera comune (Vipera aspis) è piuttosto rara, mentre il Marasso (Vipera berus), l'altra Vipera lombarda, non sembra più presente in Grigna.
Suscitando spesso sentimenti di repulsione, sia a causa di pregiudizi infondati, sia per la paura di possibili morsi (di Vipera), tutte le specie di serpente sono ingiustamente perseguitate: analogamente agli Anfibi, i Rettili svolgono invece un ruolo fondamentale nella catena alimentare, nutrendosi di moltissimi insetti, ed è dunque da evitare qualsiasi comportamento scorretto nei loro confronti...

L'area del Parco ha caratteristiche ottimali anche per lo svernamento dell'avifauna; nei mesi più freddi si contano quasi un centinaio di specie di Uccelli, tra le quali ve ne sono parecchie molto significative e importanti perché piuttosto rare: alcune di queste sono tutelate dalle normative europee e richiedono vigorosi interventi di conservazione. È fra queste l'Albanella reale (Circus cyaneus), che nei mesi più freddi caccia in prati, praterie e pascoli soleggiati, ambienti aperti pure frequentati dalla Coturnice (Alectoris graeca saxatilis) e dalla Starna (Perdix perdix italica), che "soggiornano" in maniera permanente nel territorio del Parco.
Il Falco pellegrino (Falco peregrinus) e il Gufo reale (Bubo bubo) svernano invece nelle porzioni più occidentali del massiccio delle Grigne, presso le pareti che rifiniscono aspramente il Lario, habitat di estrema rilevanza per le fasi di nidificazione di questi Rapaci. Il rispetto e l'attenzione verso tali siti, dal forte pregio paesaggistico e naturalistico, rientrano negli aspetti focali della gestione del territorio e delle specie faunistiche del Parco.
Il Picchio nero (Dryocopus martius) e la Civetta capogrosso (Aegolius funereus) prediligono invece le foreste di conifere di alta quota, con vecchi esemplari di larice o faggio, nei quali il primo scava le proprie tane, utilizzate dalla Civetta per la nidificazione. Il caratteristico e curioso Gallo forcello (Tetrao tetrix tetrix) è un galliforme piuttosto esigente perché, a seconda delle stagioni, frequenta tipologie diverse di boschi, richiede una certa abbondanza di insetti e frutti per alimentare la prole e predilige ambienti variegati, con radure e aree a vegetazione più fitta. Nella stagione dell'amore esemplari sono le sue parate nuziali, che lo vedono impegnato in vere e proprie "arene" di canto.
Il rapace più grande presente sul massiccio della Grigna, ma anche su tutte le montagne lecchesi è l'Aquila reale (Aquila chrysaetos): pur non avendo bisogno di presentazioni, forse non tutti sanno che si tratta di una specie per certi versi "simile" all'uomo, poichè forma coppie fisse che durano per tutta la vita, ciascuna occupa un territorio molto vasto, che dipende direttamente dalla disponibilità di cibo reperibile, in particolare durante la fase riproduttiva. La sua preda principale è la Marmotta (Marmota marmota) che in Grigna e nel Parco è rappresentata ancora da un esiguo numero di individui.
Al contrario delle specie che svernano nel nostro territorio, ne esistono altre che in inverno lo abbandonano in cerca del caldo dell'Africa: il Nibbio bruno (Milvus migrans) è fra queste; frequenta i boschi posti su pareti e versanti ripidi e poco accessibili, dove nidifica anche su roccia. Il Falco pecchiaiolo (Pernis apivorus) è un uccello raro che ha la peculiarità di nutrirsi esclusivamente di vespe, o pecchie, dalle quali deriva il suo nome.
L'emblema della conservazione dell'avifauna è poi il Re di quaglie (Crex crex): si tratta di una specie legata alla presenza di prati grassi da sfalcio nei quali compie tutto il ciclo riproduttivo: è pertanto importante preservare questi ambienti, tutelando lo sfalcio legato alle attività agricole di montagna. Negli stessi habitat possiamo trovare anche la Quaglia (Coturnix coturnix), l'Allodola (Alauda arvensis), il Calandro (Anthus campestri), il Codirossone (Monticola saxatilis). Degni di nota sono pure il Succiacapre (Caprimulgus europaeus), con abitudini notturne, e l'Averla piccola (Lanius collurio), per contro attiva durante il giorno. Se la quasi totalità dei Mammiferi presenti nel Parco è stanziale, ovvero si limita al più a compiere brevi spostamenti da monte a valle con il variare delle stagioni, una piccola rappresentanza si comporta diversamente. Si tratta dei Pipistrelli, dalle risapute abitudini notturne e carnivore: alcune specie possono compiere migrazioni lunghe persino qualche centinaio di chilometri! Vivono per lo più in colonie e si insediano abitualmente, o trovano riparo, all'interno di edifici e manufatti dell'uomo.
A causa di un generale peggioramento della qualità ambientale, della rimozione di molti alberi longevi, ottimi come rifugi, della modificazione dei sottotetti delle vecchie case, dell'aumento del disturbo notturno, sia acustico che luminoso, le specie di Pipistrelli denunciano in generale uno stato di crisi allarmante.
Fra le presenze di maggior spicco del Parco si citano il Rinolofo maggiore (Rhinolophus ferrumequinum), il Rinolofo minore (Rhinolophus hipposideros), il Vespertilio di Capaccini (Myotis capaccinii), rigorosamente tutelati dalle normative europee.
Abbandonando i Chirotteri, grazioso roditore e benvoluto dai più è lo Scoiattolo (Sciurus vulgaris), piccolo animale facilmente avvistabile passeggiando nei boschi del Parco; più difficili da rinvenire sono il Moscardino (Muscardinus avellanarius) e il Quercino (Eliomys quecinus) che nei secoli passati hanno subito forti cali a causa del continuo "ritirarsi" delle aree boscate, a favore del pascolamento e dei tagli a ceduo. Specie importanti per la conservazione della biodiversità sono i Mustelidi: Tasso (Meles meles), Donnola (Mustela nivalis) e Faina (Martes foina), che, con un po' di fortuna, si possono incrociare nell'area protetta.
In Grigna non mancano affatto i Mammiferi di grossa taglia, quelli più noti e appariscenti: non è raro avvistare la Lepre comune (Lepus europaeus) in una sua fugace corsa, la Volpe (Vulpes vulpes), presenza curiosa che s'avvicina senza paura alcuna agli abitati, il Cervo (Cervus elaphus) dall'eleganza superba, il Capriolo (Capreolus capreolus), timido ungulato dai balzi rapidi e leggeri, e il Camoscio delle Alpi (Rupicapra rupicapra), splendido animale che vive principalmente in prossimità delle impervie pareti della Grigna, popolando quella fascia di montagna selvaggia e apparentemente ostinata contro ogni forma di vita.


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IL CAPRIFOGLIO



Il Caprifoglio è un arbusto legnoso, rampicante, deciduo, che, durante l’estate, decora le siepi di campagna e i boschi di tutta Europa; alcune varietà vengono coltivate anche nei nostri giardini.

Il termine del genere (Lonicera) fu coniato da Linneo nel 1753 adattando al latino il cognome "Lonitzer", volendo ricordare il botanico Adam Lonitzer (1528-1586) - in italiano questo cognome si pronuncia Adamo Lonicer - medico condotto a Francoforte.
Il nome comune (caprifolium) deriva dal latino ed è composto da due termini: “capra” e “folium” (capra e foglia). Probabilmente questa dizione deriva dal fatto che le capre usano brucare le foglie di alcune specie di questo genere.
Degli altri nomi assegnati a questo genere si può citare Dioscoride che insieme ai greci chiamava queste piante "periclymenon", che tradotto liberamente significa “accerchiamento” (termine che probabilmente deriva dal verbo “perikleio”, “io mi intreccio”). Ma un'altra etimologia fa derivare questo nome dal “polimorfo” personaggio di Periclimeno, figlio di Neleo, descritto da Omero nell'Odissea.
“Madreselva”, altro nome per queste piante, si trova per la prima volta nell'opera dedicata ai medicamenti del medico romano Scribonio Largo.
Gli altri nomi (Vincibosco – Ligabosco) sono di derivazione rinascimentale toscana.

Il portamento sotto il quale si presentano le varie specie del genere è assai diverso: può comprende piante legnose e arbusti a portamento cespuglioso, sarmentoso, cespitoso (e quindi anche eretto), ma anche rampicante o lianoso (e quindi volubile); possono essere coltivate anche in diversi esemplari ibridi, sempreverdi o caducifoglia.
Delle specie spontanee italiane ad esempio metà sono volubili e lianose, l'altra metà invece hanno un abito eretto-arbustivo.
Le piante di questo genere sono molto longeve, ma presentano dei cicli vegetativi intermedi caratterizzati dal fatto che dopo pochi anni di vita si essiccano quasi completamente. A questo punto dalla ceppaia vengono emessi nuovi polloni, che naturalmente dopo un certo numero di anni si atrofizzano e muoiono, ripetendo da capo il ciclo appena descritto.

L'altezza del fusto è molto variabile: da 20 cm fino a 7 m e in genere è molto ramoso. Questa ramosità quasi cespitosa è data dalla presenza di gemme multiple, soprannumerali e in serie sovrapposte nelle zone ascellari del fusto.
Un'altra particolarità del fusto è che questo è caratterizzato dalla formazione di un unico strato di fibre “liberiane” (fibre a membrana ispessita che entrano nella costituzione del “libro”, all'interno della corteccia), per ciascun ciclo vegetativo annuale, facilitando così la determinazione della sua età.

Le foglie possono essere persistenti, semi-persistenti o caduche; la lamina quasi sempre è semplice di forma più o meno ovata; la disposizione delle foglie lungo il fusto è opposta a 2 a 2; possono essere picciolate (specialmente nei rami sterili – senza fiori) o sessili. Spesso sono connate ossia sono appaiate e saldate alla base tra di loro e formano quindi una unica foglia amplessicaule attraversata nel centro dal fusto (lamina perfogliata). Le pagine fogliari possono essere glabre o vellutate. In alcuni casi sono presenti delle stipole. La dimensioni delle foglie va 1 cm a 10 cm.

L'infiorescenza può essere ascellare o terminale. I fiori sono variamente disposti ma sempre in numero relativamente piccolo per ogni infiorescenza. A volte possono essere brevemente pedicellati su 2 brattee e 4 bratteole. Altre volte si hanno capolini sessili o infiorescenze cimose (corte o allungate).

I fiori sono zigomorfi, ermafroditi, tetraciclici (calice– corolla – androceo – gineceo) e pentameri; sono inoltre profumati da sostanze di natura benzoloide (essenze nelle quali prevalgono i composti ad anello benzoico). Questa profumazione si rileva anche spezzando i fusti della pianta.
Sono piante a fecondazione entomogama (insetti e farfalle). I fiori delle varie specie attraggono soprattutto le sfingidi e grossi imenotteri come i Bombi che con la loro lunga proboscide riescono a raccogliere il nettare contenuto, fino a metà altezza, nel lungo tubo corollino.
Il frutto è una bacca succosa di colore rosso - violaceo o nero spesso tossica per la presenza di xilosteina. Contiene da pochi a numerosi semi discoidi.

Queste piante allo stato libero crescono su un vastissimo territorio che comprende oltre all'Europa, qualsiasi altra zona posta nell'Emisfero boreale come l'Asia, l'Africa e l'America, con particolare rilevanza per le regioni montuose dell'Asia centrale e orientale. Possiamo infatti considerare l'Himalaya, a una altitudine compresa tra i 3000 e 4000 m s.l.m., l'area di origine del genere Lonicera. comprese comunque anche le zone montuose della Cina occidentale.

In alcune zone dell'Himalaya si consumano le bacche zuccherine della L. angustifolia, mentre in Siberia sono ricercate quelle del L. coerulea (grande arbusto a grossi frutti). Altre specie commestibili sono due piante americane: L. involucrata e L. ciliata (questa informazione viene dal Ministero dell'Agricoltura di Washington).
Inoltre alcuni fiori delle Lonicere producono un dolce nettare commestibile che può essere utilizzato come sciroppo o sorbetto o in altri dolci.

L'impiego maggiore di queste piante si ha nel giardinaggio: sembra che almeno un terzo delle specie che si conoscono siano oggetto di coltivazione nei vari giardini d'Europa e degli altri paesi.
Sono considerati arbusti rustici o semi-rustici, a seconda del clima locale, i cui pregi di profumazione, dei fiori e di portamento assicurano a essi una larga diffusione commerciale. Le specie rampicanti sono utilizzate soprattutto per ricoprire muri o pergolati o creare galleria nel giardino. Quelle arbustive si prestano ottimamente per la formazione di macchie arbustive, per formare siepi o dividere zone diverse dei giardini.
Alcune specie fioriscono subito in Primavera (L. fragrantissima); ma la maggior parte delle specie di questo genere fiorisce nella stagione più calda (estate o anche fine dell'estate). Ci sono poi specie più delicate (L. sempervirens) alle quali vanno destinate zone più calde e protette. Altre sono striscianti (L. japonica-flexuosa) e allora saranno lasciate libere di vegetare come l'edera.

Con il legno della pianta L. tartarica vengono costruiti dei giocattoli per i gatti in quanto contiene il nepetalactone, un terpene, che è ritenuto essere un surrogato dei feromoni sessuali felini (come ad esempio le sostanze contenute nell'erba gatta).
In alcune zone (come negli Stati Uniti o nella Nuova Zelanda) alcune specie di questo genere (L. japonica e L. maackii) sono considerate erbe infestanti invasive. Infatti il taglio della pianta o anche il fuoco non eliminano la possibilità di rigenerazione dai ceppi sotterranei che rimangono ancora attivi.
Durante la notte si ha l’intensità massima del profumo del Caprifoglio, emesso per attrarre gli insetti impollinanti anche a lunga distanza.

In alcuni paesi, si dice che portare fiori di Caprifoglio in casa, significa che entro l’anno si celebrerà un matrimonio. Nel linguaggio dei fiori, il Caprifoglio rappresenta l’amore vero e la fedeltà.

Il caprifoglio è una pianta rampicante dalla fioritura molto caratteristica ed interessante. Il suo modo di avvinghiarsi attorno a tutto ciò che incontra accanto a se, ha fatto sì che nella scelta del suo nome ricordasse la capacità delle capre di arrampicarsi. Caprifolium significa infatti “foglia di capra”. Per ciò che riguarda il suo significato principale, esso è direttamente collegato alla dolcezza del suo nettare. La sua fioritura infatti, se regalata, è simbolo di dolcezza d’animo.

Se si raccoglie un ramo di caprifoglio, secondo la tradizione, si fa in modo di donare alla propria famiglia pace e serenità. Tutte le storie ad essa legate, in qualche modo sono riconducibili all’amore. Ed in particolare all’amore di una donna che si “attacca” e rimane così avvinghiata all’uomo simbolo del suo amore.

In Inghilterra, regalare un ramo di caprifoglio è ancora significato di promessa di fedeltà.  A seconda della popolazione che vi si è trovata ad avere a che fare, questa pianta ha assunto connotati diversi. Per i popoli di origine celtica  i fiori di caprifoglio possedevano la capacità di effettuare degli incantesimi d’amore, essendo gli stessi in grado di combattere il “veleno” prodotto dalla nostalgia d’amore. E’ utilizzato anche nella medicina tradizionale cinese, per la quale questa pianta è in grado di rafforzare la libido e la potenza sessuale.

Il caprifoglio, insieme al nocciolo è fortemente legato alla storia epica di Tristano ed Isotta, giovani amanti sfortunati della letteratura. Si narra infatti che Tristano, cacciato da Re Marco perché innamorato della regina, visse confinato per un anno intero, in preda alla disperazione ed alla solitudine perché impossibilitato a stare con il suo amore.  Tornato di nascosto nei boschi per vederla passare in seguito ad un trasferimento incise il suo nome in un ramo di nocciolo per farsi “vedere” e poterla incontrare. Già nel passato il caprifoglio ed il nocciolo avevano fatto da teatro al loro amore. Dopo mille peripezie ed un amore tormentato, saranno il contorno delle loro tombe, dove i due amanti, come le piante avvinghiate l’una all’altra, saranno inseparabili.


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IL PINO STROBO



Il pino strobo, detto anche pino bianco americano o pino di Weymouth, è una grande conifera nativa del Nord-America orientale.

È un albero di grandi dimensioni, il più alto del nord-america ad est delle Montagne Rocciose. Raggiunge spesso i 40-45 metri ed in casi eccezionali supera i 50 metri. Il Boogerman Pine, nel Parco nazionale di Great Smoky Mountains, era alto 63 metri prima di perdere la cima durante un uragano in ottobre del 1995. Attualmente è alto 57,54 metri.

È un pino che possiede aghi sottili e morbidi, lunghi 5-12 cm, riuniti a gruppi di 5. I 5 aghi presentano una guaina alla base e sono disposti a raggiera tutt’intorno al rametto. Hanno sezione triangolare e sono leggermente dentellati. La colorazione, molto decorativa, è verde-azzurro.

Il genere, Pinus, è di origine incerta: secondo alcuni autori deriva dal latino pix, ‘pece, resina’ e sottolinea la caratteristica escrezione resinosa del legno delle piante appartenenti al genere. Per altri autori l’origine è da ricercarsi nel celtico pen, ‘testa’, ed è da mettere in relazione con la chioma allungata e conica. La specie, strobus, dal greco stròbilos, ‘corpo girante, trottola’, allude alle lunghe pigne ricurve.

È un’essenza originaria delle regioni orientali del Nord America, dove forma estesi boschi. Fu introdotta in Gran Bretagna nel XVIII secolo da Lord Weymouth, cui è dedicata la denominazione corrente, “Pino di Weymouth”.

È una conifera imponente, nei paesi d’origine può raggiungere 50 metri di altezza, caratterizzata da una crescita rapida, fornisce in poco tempo una grande quantità di legname pregiato. In Europa, dove è molto diffusa come essenza forestale, si è ben acclimatata tanto da naturalizzarsi nelle regioni centrali. La specie in esame risulta sensibile a una malattia fungina nota come “ruggine vescicolare” che ne ha limitato nel tempo l’impiego. Il fungo (Peridermium strobi) attacca la parte superiore del fusto e in breve tempo uccide la pianta. Questa malattia, partita dall’Europa si è propagata in America dove ha provocato danni ingenti causando la distruzione di estese foreste. In Italia, la cui coltivazione su larga scala è iniziata solo nella prima metà del 1900, la pianta è utilizzata sia come essenza forestale sia come esemplare
paesaggistico. A Milano il Pino strobo è presente con numerosi esemplari nei parchi e nelle piazze dove ci sia spazio a disposizione per l’ampia chioma.

Le strutture riproduttive maschili e femminili sono portate sulla stessa pianta. Gli strobili maschili sono ovoidali, gialli e si presentano in strette spighe alla base dei giovani germogli; si aprono tra aprile e l’inizio di giugno. Gli strobili femminili sono coni piccoli, di colore verde rosato, lunghi 1 cm, in numero ridotto, si trovano all’apice del nuovo germoglio.

Le pigne, lunghe 10-20 cm, hanno un breve picciolo, sono pendule ed appuntite. Hanno l’asse leggermente curvo (la forma della pigna ricorda quella della banana), la superficie esterna è macchiata di resina bianca, le squame sono ispessite all’apice in modo caratteristico.
Maturano in due anni, dapprima sono verdi poi diventano bruno-violaceo. Una volta raggiunta la maturità si aprono e lasciano cadere dei piccoli semi alati, permangono sulla pianta fino alla primavera successiva.

I giovani rametti possono presentare una leggera tomentosità brunastra nel punto di inserzione degli aghi.

Le gemme sono ovato-acuminate.

Il tronco è dritto, alto e slanciato, con palchi inseriti dalla base. La corteccia è sottile, ad eccezione della parte inferiore del tronco degli individui adulti. Inizialmente liscia, di colore grigio-verde, si fessura con l’età sfaldandosi in placche irregolari e prendendo un colore bruno-arancio.

La chioma è a forma conica più o meno regolare, con rami orizzontali e ascendenti. Tende a diradarsi con gli anni nella parte interna.

In passato il legno del pino strobo era molto ricercato per costruire l'alberatura delle navi a vela. Grandi quantità di legname furono vendute alla Royal Navy per tale uso. Nell'epoca coloniale degli Stati Uniti era molto usato per l'edilizia, l'arredamento e la pavimentazione di case. In seguito fu gradualmente sostituito da essenze più pregiate. Tuttavia il pino strobo è ancora molto coltivato in silvicoltura in diverse aree degli Stati Uniti.

Gli aghi di questa specie hanno un contenuto di vitamina C cinque volte superiore, in peso, ai limoni. Vengono quindi usati per preparare tisane.

La resina è usata per l'impermeabilizzazione di natanti ed è impiegata anche dall'industria chimica per la produzione di trementina.



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IL PINO NERO



Il pino nero è un albero della famiglia delle Pinacee presente esclusivamente nelle regioni montuose mediterranee. Il suo areale è estremamente frammentato in quanto si tratta di una specie relitta pioniera.

Alcuni caratteri morfologici sono comuni a tutto il gruppo dei Pini neri, altre, come ad esempio la lunghezza e la rigidità degli aghi, sono distintive a livello di sottospecie.
In Italia arriva a 25-40 metri di altezza. Gli esemplari giovani hanno la ramificazione verticillata che genera una chioma piramidale che tende a aprirsi con l’andare del tempo, assumendo una conformazione irregolare, spesso affascinante e più o meno densa a seconda della sottospecie. Il tronco che può superare il metro di diametro può essere dritto oppure contorto, a volte diviso in due, e ha una corteccia grigia a scaglie che nel tempo diventa sempre più fessurata. Gli aghi più o meno pungenti a margine denticolato sono dritti o incurvati, color verde scuro o chiaro a seconda della sottospecie, riuniti a coppie da una guaina, lunghi da 4 a 24 cm, con sezione semicircolare e un numero variabile di bande stomatifere. La fioritura avviene tra aprile e giugno con microsporofilli maschili situati alla base dei rami dell’anno che sono gialli a maturazione, e macrosporofilli femminili in gruppi che da verdi diventano rosso intenso quando sono maturi e sono terminali sui rami dell’anno. I coni fecondati maturano nel giro di due anni, diventando pigne lucide e legnose con squame dalla caratteristica unghia nera, lunghe 5-12 cm, color marrone chiaro, che si aprono durante l’inverno e dopo aver disperso i semi cadono, di solito a primavera. I semi sono grigi, con un’ala lunga. L’apparato radicale è estremamente robusto, esteso sia in profondità con un grosso fittone che lateralmente, e in simbiosi micorrizia con varie specie fungine tra cui anche lo scorzone, il tartufo nero invernale, il bianchetto, e il tartufo nero. Non è molto longevo, ma in compenso cresce abbastanza velocemente.

L'areale è oromediterraneo si trova dal Nordafrica all'Anatolia. Specie molto diffusa dalla Spagna alla Crimea, si trova anche in Asia minore (Cipro, Anatolia) e sulle montagne dell'Africa settentrionale. Abusato come ornamentale nei giardini. Si è naturalizzato in qualche area dell'America settentrionale. È presente in Italia ed è molto comune da Nord a Sud e cresce sia a basse quote fino a quote alte (a Nord). In Italia crea dei boschi più o meno puri ma è anche associato ad altri alberi come il Pino silvestre, il Pino mugo, il Pino marittimo, l'Abete rosso e bianco.

Il Pino nero è naturalmente presente in gran parte della penisola italiana con l’esclusione di Piemonte e Val d’Aosta, Sardegna, Puglia, e Basilicata. Il suo areale di distribuzione va da 0 a 1200 metri sul livello del mare. E’ un albero eliofilo, che in fatto di terreno non ha preferenze particolari per quanto riguarda la granulometria. Il pH del suolo invece determina la diffusione delle varie sottospecie di Pino nero, oltre che influire sulla qualità del legno dell’albero. Di norma il cosiddetto Pino austriaco cresce su suoli calcarei, mentre il Pino laricio cresce su quelli acidi. Il terreno ideale comunque è molto ben drenato. Sopporta molto bene i venti salmastri, i venti forti, l’aridità, il freddo.

La propagazione del Pino nero avviene per seme. La germinazione presenta alta percentuale e temperature ideali che vanno da 15 a 20°C a seconda dell’area di provenienza della semente (per cui è sempre buona regola seminare varietà locali di Pino nero in modo da poter controllare le condizioni ambientali ideali per lo sviluppo dei semenzali). La semina di solito viene effettuata subito dopo la raccolta dei semi e direttamente in contenitori singoli, protetti da marciumi e nematodi, per evitare di danneggiare le plantule con il ripicchettamento. La messa a dimora deve avvenire quanto prima, avendo cura di proteggere il giovane pino nero dal gelo invernale per i primi due anni. Vanno evitati i trapianti soprattutto per piante più alte di 90 cm. Come molti altri pini anche gli aghi del Pino nero producono sostanze inibenti la germinazione che una volta cadute sul terreno per dilavamento ad opera della pioggia rendono difficile da coltivare le piante sotto la sua chioma. Si consigliano hosta, ortensie (soprattutto le Hydrangea serrata e macrophylla che cambiano colore dei fiori a seconda del pH del terreno, creando effetti cromatici piacevoli) e azalee o rododendri. Le varietà nane sono adatte a spazi contenuti. Alcune cultivar possono essere potate secondo le regole dell’ars topiaria, altre sono adatte a giardini minuscoli, magari associate ad altre conifere in miniatura per creare piccole collezioni giocate sugli accostamenti di diverse tessiture e le differenti tonalità di verde degli aghi.

Tra i parassiti tipici del Pino nero ricordiamo la Processionaria del pino Thaumetopoea pityocampa, gli afidi, alcuni coleotteri e lepidotteri. Tra le malattie segnaliamo soprattutto la ruggine e vari tipi di attacchi fungini.

Il Legno di Pino nero varia molto a seconda della sua provenienza, ma in ogni caso è un legno resinoso non durevole (va sottoposto a trattamenti), utilizzato per produrre parta di cellulosa e mobilio grezzo.

I vantaggi dell’uso delle erbe medicinali sono preziosi per il nostro benessere ma ci sono alcuni rimedi che sono meno noti di altri e tra questi c’è il pino nero, che offre utili proprietà benefiche attraverso l’infusione di alcune sue parti, in particolare foglie, corteccia e resina.

È particolarmente indicato nel trattamento di fastidi all’apparato respiratorio perché ha capacità espettoranti, facilita la liberazione delle vie respiratorie, riduce la possibilità di infiammazioni. Ma risulta utile anche nel trattamento di dolori articolari, artriti e indolenzimenti. È però anche un potente diuretico che aiuta ad eliminare le tossine dall’apparato urinario.


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IL PARCO DEI COLLI BERGAMO

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Il Parco comprende la zona storico-monumentale della Città Alta di Bergamo e le circostanti colline, ricche di aree boscate e di versanti terrazzati con orti, prati e vigneti, fino agli ambienti fluviali di pianura, lungo il Serio e il Brembo. Di particolare pregio naturalistico le fustaie di latifoglie sui versanti del Canto Alto e nella Valle del Giongo e nei boschi di Astino e dell'Allegrezza. Inseriti nel paesaggio naturale del versante collinare occidentale di Bergamo si trovano numerosi edifici rurali e residenziali di notevole pregio architettonico e monumentale, oltre al complesso dell'ex monastero di Astino e ai ruderi del Castello dell'Allegrezza.

Il Parco è considerato il polmone verde della città dove vi è la presenza di un orto botanico con un percorso didattico.

Questo territorio presenta alcuni caratteri particolari nonostante la sua superficie sia piuttosto limitata. Qui infatti si possono osservare la prevalenza di spazi verdi coltivati che si trovano in ambienti sia pianeggianti che collinari che montuosi. Sin dall'antichità il complesso collinare di Bergamo è stato particolarmente ospitale all'insediamento umano, soprattutto lungo i pendii poco marcati che si trovano a mezzogiorno. Anche per questo i paesaggi sono estremamente vari anche grazie al susseguirsi delle attività dell'uomo che ha così modificato questo paesaggio.

La locazione del parco appartiene alle Alpi Meridionali. L'età della nascita dei colli risale tra i 200 e i 70 milioni di anni fa, nell'epoca del Triassico. Le rocce presenti sono di tipo sedimentario; sono presenti inoltre molti tipi di rocce calcaree come le Calcare di Sedrina, Calcare di Moltrasio, Calcare marnoso di Domaro. Sono anche presenti depositi quaternari rappresentati dalle argille lacustri con sabbie nella zona di Almè e Petosino.

Istituito nel 1977 per rispondere all'esigenza di salvaguardare e valorizzare un equilibrio tra la natura e la presenza umana (L.R. n. 36 del 18 agosto 1977), è il terzo parco regionale dopo quelli del Ticino e delle Groane.
È in questo variegato mosaico di ambienti che è ancora oggi conservato un prezioso patrimonio faunistico e floristico, il cui studio e la cui salvaguardia sono da sempre tra i principali obbiettivi del Parco.

I boschi di latifoglie costituiscono l'habitat più rappresentativo del Parco con oltre 2300 ettari di superficie. Prevalgono i boschi misti disetanei di castagno, robinia, carpino nero. Più localizzati ma caratteristici sono i querceti a farnia, gli aceri-frassineti e gli ontaneti con ontano nero, salice, pioppo nero e platano. Tra le specie esotiche, introdotte dall’uomo, il Parco annovera, oltre la robinia, la quercia rossa, il liriodendro e alcune conifere da rimboschimento quali pino nero e pino strobo.
Nel sottobosco troviamo il nocciolo, il sambuco, il biancospino, il maggiociondolo, il ligustro, il nespolo selvatico, il caprifoglio, l’evonimo, il viburno, il pungitopo e alcune specie di felci. Per quanto riguarda la flora, ricordiamo la peonia selvatica, il giglio rosso, gli iris, il bucaneve, i mughetti, le genziane, il narciso selvatico, la timonella, le primule e varie specie di orchidee selvatiche.

I diversi habitat del Parco sono colonizzati da molteplici specie animali. La classe più rappresentata è quella degli uccelli tra cui ricordiamo il picchio rosso maggiore, il picchio verde, il rampichino, il picchio muratore e la ghiandaia, abitanti dei boschi di latifoglie, e la rondine, la tortora selvatica, il succiacapre e l’averla piccola tipiche delle zone agricole. Tra le specie ubiquitarie più comuni vi sono anche il fringuello, lo scricciolo, il codirosso, la capinera, la cinciallegra e la cinciarella.
Numerose anche le specie di rapaci nidificanti sul territorio del Parco: la poiana, il falco pecchiolo, il falco pellegrino, il gheppio e lo sparviere; e tra i notturni l'allocco, il barbagianni, la civetta e il gufo comune.
Molto diffusi anche gli anfibi tra cui rospi, rane rosse e verdi, raganelle, tritoni e salamandre.
Tra i rettili sono presenti alcune specie di sauri, quali il ramarro e la lucertola muraiola e diversi serpenti come biacco e saettone; rara e localizzata nei settori montani la vipera.
Tra i mammiferi ricordiamo le specie più note come il ghiro, lo scoiattolo, il riccio, il tasso, la volpe, la faina, la donnola e il capriolo.

L'antico monastero benedettino di Valmarina, recentemente restaurato, è la nuova sede del Parco dei Colli di Bergamo.
L'antico monastero è situato nella valletta detta di Valmarina, verso la località Ramera in comune di Bergamo, caratterizzata da un suggestivo paesaggio composto da terrazze a prato e coltivi.
La presenza di un monastero benedettino femminile nell'area è attestata sin dal 1150.
L'edificio ospitava una piccola comunità di religiose benedettine; il restauro recentemente realizzato ha permesso di conservare e valorizzare i locali "canonici" della vita benedettina (chiesa, refettorio, sala del capitolo).



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martedì 7 luglio 2015

IL PARCO DELL'ALTO SEBINO



Il Parco presenta un'altitudine media del territorio variabile dai 1.879,8 metri sul livello del mare del Monte Pora ai circa 183 (o 185) metri sul livello del mare della superficie del Lago d'Iseo (Sebino). La sua collocazione geografica è nel settore prealpino (Valle Camonica-Sebino) più precisamente compreso tra le pendici dell'alto Sebino, il fondovalle dell'Oglio, le pendici della destra idrografica del Fiume Oglio, le valli interne e la dorsale Monte Pora e Monte Alto nonché tra il fondovalle e le pendici della bassa Valle Borlezza.
Il territorio interessato dal Parco presenta una mescolanza di ambienti con vocazioni che vanno dal naturale al turistico per giungere ad attività di tipo agro-silvo-pastorale, il tutto in buono stato di equilibrio ecologico e produttivo. Il Parco comprende aree per la maggior parte agricole e boschive. La complessa geografia, a seconda delle particolari situazioni topografiche e della presenza mitigante del lago, la frammentazione degli ambienti con differenti caratteristiche ecologiche, la ripartizione per fasce altitudinali, ha portato ad una notevole e molteplice presenza di specie vegetali anche di carattere endemico. Altrettanto è stata l'influenza sulla fauna, ricca e diversificata. Rappresenta pertanto un territorio ricco di specificità in ogni settore, specificità che non si fermano certo al confine del parco locale ma si raccordano al resto del territorio.
Non va esclusa o valutata negativamente l'azione antropica, soprattutto nei fondovalle, essendo legata all'esigenza di vita della popolazione, ma occorre considerare il parco locale come un'occasione per riequilibrare le situazioni urbanistiche meno positive esistenti e un riferimento per una lettura della situazione ambientale del territorio.

I valori ambientali complessivi risultano di grande interesse e sono dovuti alla collocazione geografica del Parco nel settore prealpino racchiuso tra il Sebino e le valli dell'Oglio, del Borlezza e del Dezzo. Il territorio del Parco si affaccia sul profondo ed ampio solco vallivo camuno protendendosi verso la Val Borlezza e racchiudendo entro il suo perimetro il M. Pora. I rilievi e le valli secondarie definiscono un paesaggio vario e articolato, ricco di ambienti ad elevata biodiversità e dove i caratteri geologici stupiscono per l'eterogeneità delle formazioni rocciose, per la suggestione delle impronte glaciali e carsiche e per la natura delle strutture determinate dalla declinazione locale dei grandi eventi orogenetici alpini. Il quadro naturalistico è reso ulteriormente complesso dagli effetti della profonda e secolare presenza umana che ha modificato gli assetti vegetazionali originari. Questo territorio fa parte delle Alpi Calcaree Meridionali che abbraccia la fascia di rilievi compresi tra la Valtellina e la pianura padana; questi corrugamenti presentano uno stile tettonico e una costituzione litologica con caratteristiche che li differenziano dal resto della catena alpina. L'ossatura generale dei rilievi del Parco è costituita, infatti, da rocce di varia natura, ma riconducibili tutte ad un comune ambiente di formazione: un braccio di mare che si estendeva tra i continenti europeo e africano. Le incisioni vallive e lo svettare dei rilievi mettono a giorno rocce diverse che nell'insieme delineano le complesse vicende formative mesozoiche e deformative cenozoiche del territorio. Il solco camuno-sebino e la Val Borlezza mettono a nudo formazioni geologiche che abbracciano un arco di tempo considerevole - 50 milioni di anni circa - che va dalla fine dell'Era Primaria con le rocce permiane che affiorano presso i settori settentrionali del Parco in Comune di Rogno a quelle norico-retiche che affiorano a meridione, in Val Borlezza e a Castro. La topografia del Parco è il frutto combinato e complesso dell'azione dei fattori esogeni che hanno agito sulle rocce fin dal momento dell'emersione della catena alpina dalle acque del mare. Le deformazioni, le dislocazioni tettoniche e l'erodibilità delle rocce hanno imposto i lineamenti fisici dominanti del paesaggio. A lasciare un'impronta determinante nella morfologia del territorio, sono stati gli eventi glaciali; inoltre, la natura prevalentemente calcarea delle rocce ha determinato spettacolari aspetti geomorfologici legati al carsismo.

Il clima, la natura del suolo, l'esposizione delle superfici e la secolare azione umana hanno creato il superbo scenario verde del paesaggio del PLIS. Ciò che appare in distanza, un manto verde che riveste in maniera quasi continua ogni valle e monte del Parco, in una visione ravvicinata mostra tutta la ricchezza e la diversità di una vegetazione composta, di volta in volta, da specie con esigenze ecologiche diverse, in una mirabile corsa all'affermazione della vita. La complessa geografia del Parco, a seconda delle particolari situazioni topografiche e della presenza del lago con effetti mitiganti sul clima, presenta una diversa distribuzione dei tipi vegetazionali, anche nell'ambito di una individuabile e classica ripartizione per fasce altitudinali. Se la vegetazione ha risentito in misura diretta del modo di utilizzo dei suoli, secondo sfruttamenti certamente più incisivi e diffusi rispetto all'oggi, la flora si è in proporzione assai meno impoverita, mantenendo la sua continuità biologica pur nella riduzione degli habitat. In generale, anche grazie alla frammentazione degli ambienti, che presentano differenti caratteristiche ecologiche, il Parco può vantare la presenza di una flora con elevata diversità specifica. A solo titolo di esempio si citano alcuni preziosi endemici quali la meringia d'Insubria, la primula di Lombardia, il citiso insubrico, la vulneraria, la vedovella celeste, la campanula della Carnia, la campanula d'Insubria, il raponzolo di Scheuchzer, il dente di leone insubrico, l'erba regina, il forasacco eretto e la carice del M. Baldo. Numerose anche le orchidee, di cui sono state censite oltre 23 specie diverse.
Tra le comunità vegetali si segnalano quelle acquatiche, presenti lungo le aste fluviali dell'Oglio e del Borlezza, caratterizzate da molte specie del genere Salix, tra cui predominano il salice bianco, il salice ripaiolo e il salicone, il pioppo nero, l'ontano nero e l'ontano bianco. A queste specie arboree si associano vari arbusti come ad esempio il sambuco nero, il pallon di maggio, il corniolo e il sanguinello. La vegetazione e rupicola del Parco, pur avendo un'estensione areale molto limitata, riveste un grande significato biogeografico in quanto ospita alcune tra le specie più rare, tra cui la preziosa Campanula elatinoides. Interessanti anche le praterie, siano esse quelle soggette a sfalcio sia quelle situate in altura (triseteti e nardeti), ma sicuramente di straordinario valore ecologico sono le praterie aride ricchissime di specie e particolarmente delicate in quanto soggette a rapida trasformazione se non adeguatamente gestite. Tra le altre tipologie di vegetazione presenti nel PLIS si segnalano gli orno-ostrieti, boschi che colonizzano i versanti nella porzione più bassa; le specie edificanti tali boschi sono il carpino nero e l'orniello, a cui spesso si associa, soprattutto sui versanti esposti a sud, la roverella. Non mancano anche gli acero-frassineti, i boschi di betulla, i castagneti, i faggeti e le boscaglie a pino mugo.

Il territorio del PLIS, vasto, articolato morfologicamente e coperto da una vegetazione in massima parte spontanea ed in equilibrio con i caratteri ecologici dell'ambiente ospita anche una fauna altrettanto ricca e diversificata. L'ornitofauna abituale dei boschi delle pendici e delle zone più aperte è composta da numerose presenze, tra cui l' averla piccola, il balestruccio, il beccafico, il cardellino, la cesena, le civette, i pettirossi, i picchi, il rigogolo e numerose altre specie facilmente osservabili da occhi esperti. Alle quote più elevate non mancano specie quali l'allodola, l'aquila, l'averla piccola, il falco pellegrino, il fagiano di monte, il francolino di monte, la poiana che, assieme alle altre specie di uccelli presenti nell'area contribuiscono ad un ricco patrimonio di ornitofauna. Lungo la foce dell'Oglio, infine, le zone umide presenti costituiscono importanti habitat per numerose altre specie di uccelli, tra cui l'airone cenerino, il beccaccino, la nitticora e il porciglione, tutti nidificanti. Ugualmente interessanti sono le specie migratrici, tra cui spiccano: il cormorano, il forapaglie, l'ortolano, il piovanello e il voltolino. Tra le specie acquatiche si segnala lo svasso maggiore, la ballerina gialla, la ballerina bianca, il cigno reale e il germano reale. Per quanto riguarda i mammiferi sono presenti il capriolo, il cinghiale, la donnola, l'ermellino, la faina, il ghiro, la lepre, la martora, il moscardino, la puzzola, lo scoiattolo, il tasso e la volpe.



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SOLDANELLA ALPINA



Il nome Soldanella deriva dalla forma rotondeggiante delle robuste foglie, simili a monete perdute in mezzo all’erba ancor secca dei prati al disgelo. Il nome inglese Alpine snowbell, campanella delle nevi, è appropriato alla forma e alla delicatezza del fiore azzurro sul bianco della neve al disgelo. Un tempo le radici avevano uso purgativo.
Pianta erbacea perenne dall’aspetto esile e gracile alta 5 – 15 cm con fusto bruno privo di foglie arrossato e incurvato in cima a sorreggere un solo fiore di colore azzurro violaceo. Il calice, con forma a campanula, presenta caratteristiche frange irregolari di 3 – 6 mm. Le foglie sono tutte alla base della pianta, tondeggianti (a forma di soldo, da cui il nome Soldanella), coriacee e glabre, di colore verde scuro.

In Italia è presente nell'arco alpino e raramente su quello appenninico, è assente nelle isole. Vive nei boschi radi di conifere, prati e pascoli piuttosto umidi o abusteti da 1000 a 2500 metri di altitudine.

Periodo di fioritura: Tra maggio a luglio.



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LA SCARPETTA DI VENERE



La scarpetta di Venere è una pianta della famiglia delle Orchidaceae.

Pianta alta dai 40 ai 50 cm, con radice a rizoma orizzontale che si spande a tappeto. Predilige i terreni calcarei o raramente ghiaie. Le foglie sono oblunghe, di color verde smeraldo, in numero che varia da tre a cinque per stelo, dotate di marcate nervature. Stelo pubescente senza ramificazioni.

I fiori sono molto vistosi, tanto da renderla la più minacciata orchidacea italiana per la raccolta eccessiva. Sono strutturati in un primo verticillo esterno di due sepali color bruno violaceo (che in realtà sarebbero tre perché il sepalo inferiore risulta dalla fusione di due distinti), e dal verticillo dei petali (anch'essi bruno-violacei) e del labello. Fiorisce tra maggio e luglio.

Il labello è giallo dorato, lungo dai 3 ai 5 cm, e dà il nome alla pianta: all'interno è vuoto e ricorda vagamente una pantofola (in greco pedion, in latino calceolus).

Si riproduce per impollinazione entomofila. Gli insetti pronubi (di solito piccoli imenotteri del genere Andrena), attratti dal nettare, rimangono intrappolati nel labello e per uscirne devono strisciare contro gli stami, caricandosi di polline e favorendone la diffusione.

È una specie a diffusione cosmopolita, presente dall'Europa all'Asia. In Italia è presente in tutto l'arco alpino e in tre stazioni appenniniche (Appennino abruzzese). Vive in sottoboschi umidi di latifoglie, conifere o faggete.

Gli indiani d'America usavano il rizoma contro le malattie nervose e per calmare il mal di testa.

La scarpetta di Venere è chiamata con questo nome in allusione alla forma del labello del fiore, tipicamente a “pantofola”. La scarpetta di Venere viene altresì chiamata pianella (o scarpetta) della Madonna. Il nome botanico è Cypripedium calceolus o Cypripedium pubescens: la radice del genere ha derivazione greca (Cupris = Cipride, soprannome di Venere), mentre la desinenza –pedilon significa calzatura. Nonostante il nome corretto sia "Cypripedilon", la scarpetta di Venere viene comunque indicata con Cypripedium, a seguito di un errore di scrittura di Linneo.
La scarpetta di Venere, a differenza di quanto si possa pensare, non è coltivata solamente per il suo aspetto estetico particolare: trova infatti impiego anche in ambito omeopatico e fitoterapico.

La scarpetta di Venere si distingue dalle altre specie per il fascino e l'eleganza; la preziosità della pianta è peraltro correlata anche alla sua rarità, tanto da esser considerata il gioiello fiorito d'Italia. Purtroppo, lo splendore del fiore ha da sempre attirato l'attenzione di escursionisti e turisti, i quali - colpiti dalla sua eleganza - lo raccolgono indiscriminatamente: per ovviare a questo problema, la scarpetta di Venere è attualmente considerata una specie rara e protetta.
Originaria dell'America del nord, la bellissima scarpetta di Venere può crescere potenzialmente in tutte le aree dell'emisfero settentrionale, malgrado la sua coltivazione non sia sempre così semplice.

La bellezza del fiore nasconde virtù più profonde: la meravigliosa scarpetta di Venere può essere sfruttata anche per le preziose proprietà medicamentose. I tannini, i glucosidi amari, i fenantrachinoni non terpenoidi e l'olio essenziale (estratto in particolare da radici e rizoma) conferiscono alla pianta funzioni antispasmodiche, toniche ed eupeptiche, oltre a renderla utile come blando sedativo. Tant'è che l'azione sedativa conferitale sembra essere paragonabile a quella della valeriana: a tal proposito, l'estratto di radice e rizoma della scarpetta di Venere viene consigliato in particolare per il trattamento di alcune forme di isterismo e di ansia negli infanti.
In omeopatia, la scarpetta di Venere viene impiegata per indurre l'addormentamento.
Sembra, inoltre, che la pianta sia utile per contrastare irritazione gastrica e bruciore di stomaco dovuti all'abuso di sostanze pseudo-irritanti, quali caffè o tè.

L'estratto ottenuto dalla radice della scarpetta di Venere, in dosi eccessive, può indurre allucinazioni ottiche, eccitazione mentale e reazioni psichedeliche; inoltre, i peli ghiandolari del fusto della scarpetta di Venere possono creare irritazione a livello cutaneo.



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IL PINO CEMBRO



Il Pino cembro o Cirmolo è originario delle montagne dell'Europa centrale (Alpi, Carpazi, Tatra). In Italia si trovano boschi di Cirmolo in Trentino-Alto Adige e in alcune zone delle Alpi Occidentali. Tollera bene i climi freddi e ventosi delle alte quote.

Alto circa 20 metri, ha una chioma compatta di colore verde scuro un po' glauco.
Tronco robusto, contorto negli alberi vecchi, con corteccia grigio-brunastra, screpolata.
Foglie aghiformi inserite a gruppi di 5 sui brachiblasti, lunghe 7-9 cm, di sezione triangolare.
In estate, sui rami dell'anno nella parte superiore della chioma, compaiono i coni: i maschili gialli, i femminili rosso-violacei. Due anni dopo la fioritura maturano le pigne che cadono intere, ancora con i semi, nella primavera del terzo anno. Raggiunge i 500 anni di età.

Specie montana, l'areale è disgiunto, con areale principale in Siberia centrale e disgiunzioni sull'arco alpino più due zone nei Balcani e in Europa centrale. Cresce a partire dai 1200 metri di quota fino al limite superiore dei boschi di conifere subalpini, trovando condizioni ottimali tra i 1600 e i 2100 m di altitudine, predilige suoli a reazione acida, ma può vivere anche su substrati calcarei acidificati o dilavati in superficie dall'azione delle acque meteoriche. Il pino cembro può formare boschi misti con l'abete rosso e meno frequentemente con il larice o anche boschi puri, particolarmente pregiati, come il famoso Bosco dell'Alevè della Valle Varaita, nelle Alpi Cozie. In Piemonte è presente sulle Alpi Cozie e Marittime (nelle valli Varaita, Gesso, Maira, Stura, Susa, Chisone, Pesio) mentre è rara in Val Sesia e Ossola. Forma cembrete pure (1.500 ettari) e miste al larice (3.500 ettari) o con abete rosso; in passato è stata eliminata per far spazio al lariceto pascolato, oggi è in lenta ripresa. In Lombardia è molto diffuso nel Bormiese e nel Livignasco, dove forma sia boschi misti con il larice sia boschi puri, come la cembreta di Valfurva, mentre è presente solo in boschi misti nell'alta Val Chiavenna, Val Malenco, alta Val Camonica e Adamello, raro sulle Orobie. In Trentino è diffuso perlopiù in boschi misti in alta Val di Pejo, Val di Fumo, alta Val di Fassa e Val Travignolo. In Alto Adige è presente in tutta la provincia, ma forma boschi puri soprattutto sulle Dolomiti in Val Gardena, Val Badia e alta Pusteria. Nel Veneto non forma mai boschi puri ma partecipa a formazioni miste con il larice e l'abete rosso, spingendosi a est fino alla conca di Misurina. Manca nei boschi del Friuli, grazie al clima umido delle Alpi Carniche e Giulie.

Legno tenero e di facile lavorazione utilizzato per la costruzione di mobili e per i lavori di intarsio (Val Gardena). In passato i semi rappresentavano una importante risorsa alimentare per le popolazioni di montagna.
L'olio essenziale di pino cembro è espettorante, disinfettante e germicida; ha un effetto calmante e balsamico sulle vie respiratore. Il suo profumo è molto simile a quello del pino mugo: rispetto a quest'ultimo risulta leggermente più delicato e dolce.

Con la sua innata capacità di proteggersi dal freddo estremo, dalle tempeste, dall’aridità e dai forti raggi solari, ci dimostra proprio come le piante di montagna sono in grado di sopravvivere nelle più difficili condizioni climatiche. La sua tranquillità di fronte a fattori estremi e a particolari forze contrarie, rendono il cembro un potente strumento di benessere anche per l’uomo. Per migliorare il sonno, per ottimizzare la regolazione vegetativa, per equilibrare l’armonia e il clima della stanza.
Il legno di pino cembro, conosciuto e stimato già da secoli, ha effetti assolutamente benevoli sul sonno e sulla circolazione sanguigna. Esso stimola anche la nostra regolazione vegetativa, permettendo di risparmiare circa 3500 battiti al giorno (un’intera ora notturna di attività cardiaca).
Questo migliora notevolmente il riposo: nei letti di pino cembro, questo dicono le ultime scoperte scientifiche, non si avvertono i cambiamenti climatici e meteorologici. Il legno ha un’azione antibatterica, contrasta l’azione delle tarme e impedisce la formazione di muffe. Un prodotto quindi assolutamente pregiato che cresce in montagna.

Il nome del genere è forse connesso col sanscrito "pitu" = "resinoso"; secondo altra fonte potrebbe derivare dal celtico "pen" o "pin" = "testa", per la forma della chioma. L'appellativo specifico è di incerta derivazione, ma potrebbe rifarsi al termine germanico "zimbar" = "legno da costruzione".


In passato il legno, che non viene attaccato dai tarli, veniva anche impiegato, come rivestimento, nell'arredo di interni rustici e nella costruzione di armadi, cassettoni e serramenti. La caratteristica fragranza che esso emana è dovuta all'oleoresina denominata "balsamo dei Carpazi", contenuta nei numerosi canali resiniferi del fusto.
I semi di cembro, detti "pinocchini", sono eduli, come quelli del pino domestico e contengono un ottimo, pur se poco durevole, olio aromatico.
L'olio essenziale può essere ricavato anche distillando rametti, gemme ed aghi ed ha proprietà simili a quelle del mugolio (del pino mugo): balsamiche, anticatarrali, antisettiche. Per il particolare profumo viene spesso usato nei diffusori e nelle saune. Interessante è anche l'impiego di gemme, giovani getti e strobili per aromatizzare la grappa.

Uno dei fattori determinanti per l'attecchimento e l'affermazione di giovani piantine di cirmolo si dimostra essere la durata del periodo d'innevamento. Una prolungata copertura nevosa può infatti contrarre eccessivamente il già breve periodo vegetativo della specie e favorire l'attività di agenti parassitari molto nocivi, tra i quali i discomiceti Phacidium infestans Karst. e Lophodermium pinastri (Schrad.) Chov., entrambi facilitati nel loro ciclo vitale dalla presenza della coltre nevosa.
Ambedue si manifestano con un colore più pallido degli aghi sulle piante attaccate allo scioglimento della neve, colore che presto vira verso il rosso-bruno. Gli attacchi del primo sono più pericolosi e possono portare al rapido deperimento dei soggetti più giovani, mentre i più grandi riescono a resistere fino alla regressione del parassita; quelli del secondo sono più blandi, ma causano rallentamento della crescita e perdita d'incremento legnoso.


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