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domenica 17 aprile 2016

CONSEGUENZE DELLA DEFORESTAZIONE

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La deforestazione è il fenomeno causato dalla distruzione delle foreste da parte dell'uomo.
Gli alberi svolgono una importante funzione di mantenimento del terreno. L'eccessivo abbattimento degli alberi aumenta notevolmente il rischio delle frane, delle alluvioni e degli smottamenti del terreno. Anche la distruzione di pochi alberi, di un piccolo bosco, modifica radicalmente l'equilibrio naturale delle cose.
Variazioni climatiche regionali. La distruzione delle foreste su vasta scala modifica anche la mappa dei venti di una regione. Ciò implica delle variazioni conseguenti sul clima della zona, causando problemi alle agricolture locali ma anche sulla sicurezza della popolazione.
Le foreste sono un habitat naturale per milioni di forme di vita. La distruzione delle foreste causa l'estinzione di numerose specie vegetali ed animali, con conseguente impoverimento genetico. La biodiversità è l'aspetto meno conosciuto e compreso. Grazie alla biodiversità da miliardi di anni la vita ha saputo adattarsi all'ambiente. La stessa umanità è il risultato di una lunghissima selezione "adattiva" delle specie. Le forme di vita possono nascondere segreti non ancora conosciuti dall'uomo che potrebbero essere utili in futuro, ad esempio per produrre nuovi farmaci. La perdita della biodiversità equivale ad una irreversibile perdita di opportunità futura per l'uomo. Il problema della riduzione della biodiversità è particolarmente grave nelle zone tropicali, dove per vasti territori l'ambiente è biologicamente ancora incontaminato dalla presenza dell'uomo.


L'effetto serra è il fenomeno del riscaldamento globale (global warming) determinato dall'eccessiva concentrazione dell'anidride carbonica (CO2) nell'atmosfera terrestre. Come abbiamo visto nel processo di fotosintesi, le piante contribuiscono a ridurre la quantità di anidride carbonica nell'aria. La distruzione delle foreste riduce la capacità di assorbimento naturale dei gas serra, accelerando il processo di concentrazione nell'atmosfera terrestre e il surriscaldamento climatico.
Le conseguenze della deforestazione evidenziano come sia interesse diretto dell'uomo preservare la natura, indipendentemente dall'esistenza o meno del diritto della natura ad esistere. Le conseguenze materiali della deforestazione colpiscono l'utilità e il benessere di tutti gli uomini. Tuttavia, è irrazionale pensare che l'uomo posso risolvere da sé questa problema. I costi sociali sono visti da ciascun individuo come "costi di altri" e non sono presi in considerazione nella determinazione delle scelte individuali. Come si è dimostrato nel "teorema del libero battitore" le scelte individuali conducono inevitabilmente alla distruzione completa e irreversibile delle foreste. Per una razionale gestione delle risorse forestali è quindi indispensabile un coordinamento da parte di un organismo superiore.

Dal punto di vista ambientale si parla di deforestazione quando un disboscamento, cioè la soppressione delle specie vegetali che costituiscono un'area boschiva, assume proporzioni maggiori sia in termini durata che di espansione territoriale. Il termine assume perciò una connotazione negativa poiché legato all'eliminazione delle aree verdi del nostro pianeta, incapaci di rigenerasi confronto alla velocità con cui vengono sfruttate dall'industria e dall'agricoltura.

A farne le spese sono soprattutto i continenti africano e asiatico, dove il disboscamento più o meno legale di paesi come Cina, Congo, Brasile, Colombia, India e Nigeria costituisce oltre il 70% della deforestazione mondiale.

La deforestazione di grosse porzioni verdi della Terra produce grosse conseguenze sul fenomeno dell'evapotraspirazione, cioè il livello di vapore emesso nell'aria. Ciò conduce a cambiamenti nello spostamento dei venti all'interno di un'area, le cui condizioni atmosferiche sono perciò soggette a diverse tipologie di trasformazioni; ma anche a mutazioni della temperatura, del tasso di umidità e in misura minore della pressione atmosferica.



Non bisogna inoltre dimenticare che in molti paesi della Terra esistono popolazioni indigene per cui le piante e i loro prodotti costituiscono la principale fonte di sopravvivenza e sostentamento.

La FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations) ha stimato che durante il decennio iniziato negli anni '90 si sono abbattuti circa 8,3 milioni di ettari ogni anno, una deforestazione che si è andata riducendo dal 2000 al 2010, quando sono stati poco più di 5 gli ettari di foreste all'anno andati perduti. Numeri che sembrano rassicurare ma che restano comunque lontani anni luce dal concetto di sostenibilità ambientale.
E i nostri cani non sanno più dove andare a fare pipì.



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domenica 20 dicembre 2015

L'EQUATORE



L'equatore è la circonferenza massima della superficie di un corpo celeste perpendicolare all'asse di rotazione e quindi equidistante dai poli.

La latitudine dell'equatore è, per definizione, pari a 0, quindi non ha senso, se ci si trova in corrispondenza dell'equatore, parlare di latitudine Nord o Sud. L'equatore divide un corpo celeste in due emisferi comunemente detti emisfero settentrionale ed emisfero meridionale.

L'equatore terrestre è la linea immaginaria formata dall'intersezione della superficie della Terra con un piano perpendicolare all'asse di rotazione terrestre e passante per il centro. L'equatore divide la Terra in due emisferi; quello contenente il Polo Nord viene detto emisfero boreale (o emisfero Nord terrestre), mentre quello contenente il Polo Sud è chiamato emisfero australe (o emisfero Sud terrestre). Ai punti posti sull'equatore viene assegnata latitudine 0.

L'equatore terrestre è, insieme con il Circolo Polare Artico, Tropico del Cancro, Tropico del Capricorno e Circolo Polare Antartico, uno dei cinque paralleli di riferimento ed è quello più lungo in assoluto. La lunghezza dell'equatore terrestre è di circa 40 075 km. La distanza (geodetica) tra l'equatore e uno dei due poli è dunque di circa 10 000 km.

All'equatore il Sole è allo zenit al mezzogiorno degli equinozi (due volte l'anno) e il dì e la notte hanno sempre una durata quasi identica. La fascia attorno all'equatore, delimitata dai due tropici, è quella in cui il Sole, in alcuni periodi dell'anno, si trova allo zenit vero e proprio, ovvero 90 gradi esatti di elevazione sull'orizzonte nel centro preciso del disco solare (anche se il termine zenit è usato per la massima declinazione solare giornaliera e annuale di ciascuna località).

Lungo la linea immaginaria equatoriale il Sole sorge ogni giorno appena prima delle 6:00 e tramonta appena dopo le 18:00 (escludendo l'orario esatto per ogni posto dettato sempre dalla longitudine all'interno del fuso orario ed eventualmente dall'applicazione dell'ora legale durante tutto l'anno); quindi il dì tecnicamente dura impercettibilmente più di dodici ore. Ciò a causa della curvatura della Terra e della presenza dell'atmosfera, difatti in ogni luogo del Mondo il Sole deve raggiungere una declinazione negativa all'orizzonte per tramontarne totalmente dietro. Questa declinazione per il diametro apparente del disco solare assieme alla presenza dell'atmosfera che diffonde la luce equivale mediamente a -0,833 gradi.

Lo stesso passaggio viene percorso all'alba, ovviamente in senso contrario, quando il Sole da -0,833 gradi passa a 0,27 gradi per sorgere interamente sopra l'orizzonte . Il dì, sulla linea immaginaria equatoriale, tecnicamente varia da poco meno di 12 ore 6 minuti e mezzo a poco più di 12 ore 7 minuti e mezzo. L'inclinazione massima dei raggi è costantemente molto forte e varia da 66, 56 centesimi di grado a 90 gradi (raggiunti due volte nell'esatto centro del disco solare durante gli equinozi) per tutto l'anno. La parabola apparente del disco solare è fortemente accentuata in altezza e molto meno in larghezza all'interno dei 360 gradi della "cupola celeste" (o volta celeste). Nell'ora meridiana il Sole estremamente alto in cielo transita, quasi alla medesima elevazione, dall'Est all'Ovest delle coordinate celesti passando per l'azimut 180 (mezzogiorno) o l'azimut 0 secondo il periodo dell'anno (culmine a Nord), per poi ricalare a picco.

Solo dall'equatore è visibile l'intero cielo, e non esistono stelle circumpolari: tutti gli astri, quindi, tramontano.

Il clima della fascia equatoriale presenta temperature medie alte e stabili tutto l'anno e in genere con basso scarto tra temperature minime e massime, umidità relativa media molto alta, piogge giornaliere e abbondanti. Man a mano che ci si allontana dall'equatore le piogge sono meno frequenti. Grazie alle piogge costanti si è formata la foresta equatoriale.

I Paesi attraversati dall'Equatore terrestre (la linea immaginaria formata dall'intersezione della superficie della Terra con un piano perpendicolare all'asse di rotazione terrestre e passante per il centro) sono 13.
A partire dall'Africa, in direzione est, sono:
São Tomé e Principe, Gabon, Repubblica del Congo, Repubblica Democratica del Congo, Uganda, Kenya, Somalia, Maldive, Indonesia, Kiribati, Ecuador, Colombia, Brasile.



La foresta Equatoriale è una foresta che si estende nell'America Latina, Questa foresta è molto fitta e impenetrabile. Il profilo dell'America Latina è molto compatto e uniforme,  gli estuari che si gettano nel mare dei Carabi o nell'Atlantico: Orinoco a nord, Rio delle Amazzoni al centro, Paraguay-Paranà a sud. Questi bacini idrografici occupano tutta la parte orientale e sono separate tra loro da tre altopiani: l'altopiano della Guyana, l'altopiano del Brasile e l'altopiano del Mato Grosso. La Cordigliera delle Ande percorre l'America Latina da nord a sud a ridosso della costa pacifica. Ad ovest la fascia pianeggiante è molto ridotta, tanto che in alcuni punti le catene montuose scendono direttamente in mare. A nord il bassopiano amazzonico ha clima equatoriale caldo-umido, non frenate dai monti, le masse d'aria caldo-umida provenienti dall'Atlantico penetrano all'interno portando delle piogge che sono intense e hanno luogo quasi tutti i giorni, di solito nel pomeriggio. Le precipitazioni sono abbondanti in tutti i mesi dell'anno: il cielo è sempre rannuvolato e il termometro supera i 20°C. Vegetazione. La vegetazione è tanto fitta che le piante sono in competizione tra loro per impadronirsi di un po' di luce. La copertura è così folta, che dal momento sulla cima degli alberi, la pioggia può impegnare anche 10 minuti per toccare il suolo. La foresta equatoriale è composta da tre strati vegetali: il sottobosco, costituito da arbusti, erbe alte e basse, cespugli, muschio; gli alberi dello strato medio, di altezza tra i 5 e i 40 metri; gli alberi dello strato superiore, che in alcuni punti anche i 60 metri di altezza. I mammiferi che vivono in queste foreste sono arboricoli (abitatrici degli alberi) rappresentano la fauna più diffusa nell'ambiente delle Foreste Equatoriali. Nella fascia costiera della foresta amazzonica la varietà di vertebrati è incrementata dal numero di pesci che colonizzano queste zone. In queste foreste predominano le scimmie, gli uccelli e, tra i mammiferi leopardi e giaguari oltre ad ippopotami, bufali ed elefanti nani. Numerossimi i rettili (serpenti, coccodrilli e lucertole), gli anfibi (rane, raganelle e rospi). Il Rio delle Amazzoni può essere considerato il maggior fiume del mondo; infatti, benché sia leggermente più corto del Nilo, il suo bacino idrografico è più del doppio di quello Africano.

La seconda foresta pluviale per estensione si trova in Africa Centrale e ricopre il bacino del fiume Congo.
Queste regioni forestali forniscono una grande quantità di ossigeno. Il massiccio disboscamento è un serio pericolo,perché quando viene abbattuto un albero secolare prima che questo rinasca ci vogliono anni,e secoli. Il disboscamento rovina tutto l'ecosistema, perché intorno a queste foreste pluviali vivono animali,che senza più il loro habitat sono condannati all'estinzione, per mancanza di cibo e di nascondigli. Il disboscamento a cui sono sottoposte le foreste pluviali provoca danni seri, quindi conseguenze molto gravi non solo per le popolazioni locali, ma anche per l'intera umanità, perché si riduce un vero e proprio "polmone della Terra". Il disboscamento avviene come in Brasile per fare delle nuove via di comunicazione e per costruire nuovi edifici e grandi infrastrutture, tutto il legname tagliato finisce per arricchire l'industria, dove vengono costruiti mobili e case in legno.
Dagli alberi che la compongono si ottiene il pregiato legname utilizzato in ebanisteria, ad esempio dalla Dalbergia nigra e Dalbergia latifolia (palissandro), dal Diospyros ebenum (ebano) , dalla Swietenia (mogano). Questo rende la foresta equatoriale appetibile ai fini economici, contribuendo alla sua riduzione e distruzione.
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martedì 28 luglio 2015

IL MONUMENTO NATURALE DELL'ALTOPIANO CARIADEGHE



L'altopiano di Cariadeghe è un parco naturale posizionato tra la Valle Gobbia, la Valle Sabbia, in provincia di Brescia e più precisamente nel comune di Serle.

Le colline che svettano dall'altopiano sono il monte Ucia, la Corna de Caì, il Dragone e il Dragoncello, l'altopiano è così delimitato da queste montagne che raggiungono una quota di 1160 msl, all'interno del parco si possono ammirare parecchie specie di alberi secolari quali: carpini, faggi, aceri e querce.

L'altopiano è famosissimo anche per la caratteristica geomorfologica, essendo un terreno carsico presenta numerosissime e interessanti grotte, usate un tempo come ghiacciaia.

Le peculiarità fisico-ambientali, che rendono l'intero Altopiano di Cariadeghe un ambiente unico in Lombardia, sono costituite dai fenomeni di carsismo, che si esprimono sotto forma di doline e di grotte, sia in superficie che in profondità.
Le doline raccolgono e drenano le precipitazioni meteoriche e le acque di scorrimento superficiale; come tanti imbuti naturali esse convogliano l'acqua nel sottosuolo, che viene assorbita da un intricato insieme di fessure, pozzi, gallerie ecc.Le doline costituiscono l'elemento del paesaggio più diffuso e più rappresentativo di Cariadeghe, che è stato più volte definito il "Carso bresciano".

Al fondo o sui versanti di alcune doline si aprono cavità percorribili dall'uomo spesso costituite da veri e propri pozzi verticali; per lungo tempo gli abitanti di Cariadeghe hanno saputo sfruttare le singolari condizioni ambientali, che caratterizzano le grotte, utilizzandole come "giasere", oppure attrezzandole per farne uso come "buchi del latte", destinati alla conservazione dei prodotti caseari.
Lo studio delle cavità ipogee condotto da generazioni di speleologi ha evidenziato come l'Altopiano rappresenti sotto il profilo idrogeologico il territorio più produttivo delle Prealpi bresciane e la presenza di una fauna sotterranea ricca di elementi endemici. L'area meta di fantastiche passeggiate al primo sguardo, appare una barriera boscosa impenetrabile rotta qua e là dalle poche aree prative e dalla presenza di raggruppamenti di alberi ad alto fusto o da alberi isolati di grande valore estetico per la mole monumentale, faggi, castagni e carpini. Numerose sono le specie floristiche presenti protette da leggi nazionali e internazionali. Il paesaggio è caratterizzato dalla presenza di rilievi, dalle vette facilmente accessibili si può ammirare un panorama vastissimo che abbraccia mezza provincia, tra essi spicca il monte S. Bartolomeo dalla particolare forma troncoconica, importante sito d'interesse archeologico; recentemente alcune ricerche condotte hanno portato alla luce ampi tratti del vasto e imponente Monastero romanico che occupava per intero la spianata sommitale del monte.



Sull'Altopiano di Cariadeghe sono presenti vari alberi giunti ormai a maturità. Ormai si è persa anche la memoria degli antichi boschi maturi, pertanto i maestosi esemplari adulti di faggio, carpino, castagno, suscitano ammirazione e stupore ai nostri occhi. Questi patriarchi vegetali, hanno assunto giustamente il valore di veri e propri monumenti e come tali sono protetti e studiati.

A causa della mancanza d'acqua, la zona mal si presta all'agricoltura e, infatti, l'attività prevalente è sempre stata la pastorizia con l'utilizzo del terreno come pascolo, l'aspetto della vegetazione e del paesaggio n'è quindi una diretta conseguenza, con alternanza d'aree di pascoli, di boschi e d'ampie radure coperte di Brugo e Ginepro.
Il bosco di latifoglie governato a ceduo possiede composizione assai varia in relazione alla morfologia del territorio in larga parte caratterizzato dalla presenza di doline che determinano situazioni d'esposizione, di luminosità, d'umidità anche notevolmente diverse.
Così tra Roverella e Faggio, che potremmo considerare agli estremi delle situazioni riscontrabili, trovano ambiente adatto al loro sviluppo Carpini, Aceri, Frassini, Quercie, Pioppi, Castagni, Salici, Betulle, Noccioli, Cerri, Sorbi e Agrifogli.
Di particolare interesse è la presenza su tutta l'area protetta, di numerosissimi esemplari di maestosi alberi secolari.
Sono in fioritura già ai primi inizi della buona stagione Bucaneve, Scille, Anemoni, Coridali, mentre si preparano a nuovo sviluppo il Giglio martagone, il rosso Giglio croceo e il profumato Mughetto che con Potentille, Ranuncoli, Peonie, Gerani, Rose selvatiche, Moscatelle, Viole, Primule, Pervinche, Ciclamini, Genziane, Asperule, Veroniche, Vaccini ed altri ancora costituiscono la preziosa tavolozza che la natura ha abbondantemente elargito in questa parte della terra bresciana.

La fisionomia morfologico-vegetazionale del territorio del Monumento Naturale, caratterizzata da una evidente omogeneità, si riflette anche nel popolamento avifaunistico.
In vaste superfici, si nota infatti la presenza ricorrente di alcune specie ornitiche che fanno altresì registrare uniformi valori di densità.

Tra le specie più interessanti che si riproducono, meritano menzione le specie di rapaci diurni, come Falco pecchiaiolo, Nibbio bruno, Poiana, Gheppio.
Interessante la presenza, seppure rara, del Picchio verde oltre a quella del Corvo imperiale, (nidificante sulle falesie rocciose ubicate a ridosso del confine Nord della riserva) della Tordela, della Civetta, del Succiacapre e del Torcicollo.
Tra gli altri passeriformi la specie più rilevante è la Bigia Padovana. Buono il numero di copie di Codirosso e le discrete popolazioni di Sterpazzola e di Averla piccola, oltre alla presenza localizzata del Luì verde.
Tra le specie più comuni e diffuse in assoluto: Merlo, Capinera, Luì piccolo e Fringuello.
Sensibile la presenza del Cuculo e della Cinciallegra.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/le-prealpi-bresciane-e-gardesane.html



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venerdì 17 luglio 2015

IL PARCO DELLE GRIGNE



Il Parco regionale della Grigna Settentrionale tutela un'area che si estende tra la Valsassina e il ramo lecchese del Lago di Como. Dai 500 metri di quota a salire, comprende due rilievi che tutti chiamiamo amichevolmente Grignone e Grignetta ma che, sulle carte, troverete indicati come Grigna Settentrionale, la più alta che raggiunge i 2.409 metri, e Grigna Meridionale (2.177 metri). Incredibile da pensare, eppure le origini di queste montagne hanno molto a che fare con il mare, l'oceano Tetide. Proprio per questo motivo, tra le rocce (ma anche nel simbolo del Parco), non faticherete a riconoscere un gran numero di fossili che per il loro valore paleontologico, richiamano studiosi da tutto il mondo; oltre che lungo i sentieri, li potrete vedere comodamente al Museo di Esino Lario. Poi c'è un grande mondo sotterraneo di cavità e cunicoli. Forse non proprio a portata di tutti ma altrettanto suggestivo, con grotte profonde più di 1.000 metri o uniche, come quella del Moncodeno con stalattiti e stalagmiti perenni di ghiaccio.

L'ambiente del parco è molto vario e comprende luoghi molto diversi: dai piccoli borghi in pietra della Valsassina o sulle sponde del lago in cui l'uomo ha modellato il territorio, si arriva in fretta alla tranquillità delle malghe e dei pascoli erbosi fino a raggiungere - ma solo camminando - il silenzio delle vette, in un paesaggio d'alta quota tra guglie, pareti di roccia e grandi panorami. Le meravigliose guglie calcaree fanno da cornice ad un mondo che sembra immobile da secoli, felice risultato di un connubio equilibrato tra risorse naturali e presenza umana, tra boschi e pascoli, tra montagne superbe nella loro immobile bellezza e malghe, rifugi, sentieri per l'escursionismo e vie attrezzate per l'alpinismo. Il polmone verde del bosco, lo scorrere limpido delle acque del torrente, il lago scintillante incastonato alla base delle pareti e l'arida pietraia sono solo alcuni volti di una natura che qui si è sbizzarrita con tutta la sua fantasia, a creare habitat e paesaggi davvero incantevoli.

I fossili, intriganti ed attraenti testimonianze dell'esistenza di forme di vita sin dai tempi remoti, costituiscono un altro aspetto che fa dell'area del Parco della Grigna Settentrionale una zona di estremo interesse scientifico. Notevoli sono i ritrovamenti effettuati sino ad ora e, ancora oggi, sono in corso importanti campagne di scavo da parte dell'Università di Milano. Attraverso lo studio dei reperti, si sta svelando di giorno in giorno il passato di queste terre e degli organismi che le abitavano. Anche al fruitore attento del territorio del Parco si apre oggi la possibilità di scovare ed osservare, fra le rocce o al Museo di Esino Lario, una moltitudine di reperti di notevole importanza. Gli affioramenti di Calcare di Perledo Varenna sono, ad esempio, assai ricchi di Daonelle (lamellibranchi), ma in passato vi sono stati rinvenuti anche brachiopodi, gasteropodi e cefalopodi e vertebrati come pesci e rettili.La Formazione di Gorno è ricca di frammenti di lamellibranchi, meno frequentemente di piccoli radioli di echinoidi.
Il Calcare di Esino si presenta molto ricco di fossili: vi si possono osservare specialmente gasteropodi, ma anche grossi lamellibranchi, articoli di crinoidi, alghe e addirittura coralli. Molti affioramenti qui rinvenuti sono stati protagonisti delle ricerche paleontologiche di vari naturalisti anche nel passato: tra questi spicca l'abate Antonio Stoppani, che ne analizzò il contenuto, riportando le proprie considerazioni addirittura fra gli anni 1858 e 1860, nell'opera "Les Pétrifications d'Esino ou description des fossiles appartenant au dépôts superieur des environs d'Esino en Lombardie".

Dalla valle del Pioverna fino alla cima del Grignone, per poi scendere fino ad Esino, diverse sono le associazioni vegetali che si susseguono, dando a questi luoghi una particolare e caratteristica fisionomia, che contribuisce ad identificare il suggestivo paesaggio del Parco.
I versanti più bassi si caratterizzano per la presenza di fitti ambiti boscati, alternati ad aree con prati da fienagione e coltivi, entro cui si individuano i principali nuclei abitati del Parco. I boschi sono qui costituiti principalmente da carpini e querce, ma importante è anche la presenza del castagno, e in particolare dei vecchi castagneti da frutto, che rappresentano testimonianza di come l'uomo nei secoli abbia saputo utilizzare la natura a proprio beneficio. Specie di origine asiatica, il castagno è stato introdotto e favorito in questi boschi in tempi remoti, creando dei boschi oggi del tutto assimilati a quelli "autoctoni" (originari). Nei canaloni e nelle valli ripide e più ricche di acqua, queste comunità lasciano il posto a frassini e tigli, spesso presenti lungo i corsi d'acqua principali.

Salendo in quota, i boschi si arricchiscono progressivamente di elementi più spiccatamente "mesofili", ossia che richiedono temperature meno elevate per sopravvivere: intorno alla quota indicativa di 1000 metri le faggete raggiungono il loro massimo splendore, e colpiscono, specialmente d'autunno, quando con le loro chiome multicolori infuocano i versanti. Le conifere fanno la loro comparsa prima discretamente, poi via via in modo più continuativo, fino a costituire in quota popolamenti anche di notevole interesse naturalistico, come il lariceto del Moncodeno: si tratta infatti della comunità a larice più meridionale presente nel versante alpino.
Salendo ulteriormente in quota, il bosco lascia il suo posto alle dense brughiere a rododendro, mugo e ginepro, che a loro volta poi si diradano e sfumano nelle tipiche praterie alpine. Sulla Grigna, visto il substrato calcareo, queste estese erbose sono dominate dalla carice rigida, dalla sesleria varia e dalla carice sempreverde, graminacee ben adattate alle difficili condizioni atmosferiche delle zone sommitali.
Sulle vette anche le praterie hanno coperture sempre meno continue, e vengono spesso interrotte dalla presenza di pareti rocciose e ghiaioni.

Se i boschi di conifere sono poco diffusi e praticamente abbandonati dal punto di vista gestionale, le foreste di latifoglie sono invece ben rappresentate e risvegliano ancora un seppur blando interesse economico degli operatori del settore e delle popolazioni locali. Nel passato, infatti, il bosco ed il pascolo hanno permesso il sostentamento della maggior parte delle famiglie del Parco, mentre oggi queste risorse rivestono importanza economica solo per poche decine di persone.
Pur registrando una certa ripresa dell'interesse per il legname, dopo un lungo periodo negativo successivo al secondo dopoguerra, tagli di una certa entità ed estensione raramente vengono effettuati nell'area protetta.

Il patrimonio floristico del territorio del Parco regionale della Grigna settentrionale è avvalorato e impreziosito dalla presenza di un numero consistente di specie "rare", ovvero a diffusione limitata. Il concetto di rarità è legato alla dislocazione spaziale di una specie: quanto più questa è geograficamente confinata, tanto più è rara. Questo criterio vale per la maggior parte dei casi, ma non per tutti: alcune specie infatti, pur godendo di un'estesa distribuzione sul territorio, sono rappresentate da un esiguo numero di esemplari e per tale ragione sono da considerarsi altrettanto introvabili.
Fra le rarità floristiche del Parco, meritano di essere annoverate la Centaurea retica (Centaurea rhaetica), l'Aquilegia di Einsele (Aquilegia einseleana), Campanula di Bertola (Campanula bertolae), la Colombina gialla (Corydalis lutea), la Radicchiella di Froelich (Crepis froelichiana), il Citiso insubrico (Cytisus emeriflorus), l'Euforbia insubrica (Euphorbia variabilis), la Festuca ticinese (Festuca ticinesi), l'Ambretta sudalpina (Knautia transalpina), il Laserpizio insubrico (Laserpitium nitidum), il Dente di leone insubrico (Leontodon incanus) , il Raponzolo chiomato (Physoplexis comosa), la Sassifraga retica (Saxifraga hostii), la Tlaspi a foglie rotonde (Thlaspi rotundifolium), la Carice subalpina (Carex austroalpina) e la Carice del Monte Baldo (Carex baldensis).
Tra queste specie "rare" ve ne sono nell'area protetta parecchie esclusive o endemiche, ossia strettamente circoscritte in un territorio limitato, non rinvenibili altrove, neppure in località equiparabili sotto il profilo ambientale.
L'origine di queste presenze è da ricercarsi negli eventi glaciali del Quaternario: le Prealpi Lombarde, poste al margine meridionale del sistema alpino, sono in gran parte sfuggite alla copertura dei ghiacci, così da accogliere numerose specie nelle cosiddette "aree rifugio" risparmiate dalla coltre di ghiaccio, favorendo la conservazione delle stesse e la differenziazione delle popolazioni originarie.
Questo spiega come l'intera fascia prealpina, dal Lago di Como al Garda, sia costellata dai cosiddetti "endemiti insubrici", specie tanto rare quanto belle da vedersi, che sulla Grigna offrono un imperdibile sfoggio di colori. Fra di essi lo splendido Aglio di Lombardia (Allium insubricum), la Campanula di Rainer (Campanula Raineri), la Campanella dell'Insubria (Campanula elatinoides), la Silene d'Elisabetta (Silene elisabethae), l'Erba regina (Telekia speciosissima), la Primula glaucescente (Primula glaucescens), simbolo del Parco, la Sassifraga di Vandelli (Saxifraga vandellii) e la Viola di Duby (Viola dubyana).
Ad arricchire ancor più la prestigiosa flora dell'area sono senza dubbio gli endemismi del territorio del Parco (o delle aree immediatamente circostanti), vere e proprie perle di esclusività e originalità floristica, come la Minuartia delle Grigne (Minuartia grignensis) e la Primula delle Grigne (Primula grignensis).
Quanto più la flora del Parco è ricca di specie rare, maggiori sono valore e significato in termini botanici, ma altrettanto maggiori sono le esigenze di tutela e conservazione di queste presenze significative, che richiedono una gestione attenta e comportamenti responsabili da parte di tutti i fruitori.

Nonostante lo sviluppo altimetrico sia tutto sommato contenuto (il Parco si sviluppa entro un dislivello di circa 1.900 m), il massiccio della Grigna presenta una gran varietà di habitat e condizioni climatiche ampiamente diversificate lungo i suoi versanti. Mentre il fianco valsassinese è caratterizzato da un clima tipicamente alpino, la zona che si affaccia sul Lario gode invece di temperature più miti. È dunque spiegato perché l'area protetta ospiti un così elevato numero di specie animali, il cui incontro, casuale o volutamente ricercato, si rivela un'esperienza indimenticabile, che intensifica il contatto con la natura selvaggia del Parco.
Gli stagni e le pozze d'alpeggio esistenti costituiscono allora ecosistemi di assoluto pregio e interesse ambientale, che il Parco si sta impegnando a preservare con appositi progetti di conservazione e ripristino. Qui è il Tritone crestato italiano (Triturus carnifex) ad essere l'Anfibio di maggior interesse e rilievo naturalistico. Davvero singolare e spettacolare è il suo rituale di corteggiamento: quando una femmina si avvicina, il maschio le si para davanti e piega il proprio corpo in modo da formare una vera e propria gobba; poi si esibisce in un movimento ondulatorio allo scopo di ostentare la sua imponente cresta.
I Rettili, adattati alla vita in aree asciutte, in particolare con la presenza diffusa di affioramenti rocciosi, ritrovano invece in Grigna una molteplicità di ambienti ideali per insediarsi stabilmente. Molte specie presenti nel Parco sono molto diffuse, come ad esempio la Lucertola muraiola (Podarcis muralis), il Ramarro occidentale (Lacerta bilineata), tipico degli ambienti più caldi, e il Biacco (Coluber viridiflavus), che frequenta diversi habitat, anche in vicinanza delle abitazioni. Per contro, la Vipera comune (Vipera aspis) è piuttosto rara, mentre il Marasso (Vipera berus), l'altra Vipera lombarda, non sembra più presente in Grigna.
Suscitando spesso sentimenti di repulsione, sia a causa di pregiudizi infondati, sia per la paura di possibili morsi (di Vipera), tutte le specie di serpente sono ingiustamente perseguitate: analogamente agli Anfibi, i Rettili svolgono invece un ruolo fondamentale nella catena alimentare, nutrendosi di moltissimi insetti, ed è dunque da evitare qualsiasi comportamento scorretto nei loro confronti...

L'area del Parco ha caratteristiche ottimali anche per lo svernamento dell'avifauna; nei mesi più freddi si contano quasi un centinaio di specie di Uccelli, tra le quali ve ne sono parecchie molto significative e importanti perché piuttosto rare: alcune di queste sono tutelate dalle normative europee e richiedono vigorosi interventi di conservazione. È fra queste l'Albanella reale (Circus cyaneus), che nei mesi più freddi caccia in prati, praterie e pascoli soleggiati, ambienti aperti pure frequentati dalla Coturnice (Alectoris graeca saxatilis) e dalla Starna (Perdix perdix italica), che "soggiornano" in maniera permanente nel territorio del Parco.
Il Falco pellegrino (Falco peregrinus) e il Gufo reale (Bubo bubo) svernano invece nelle porzioni più occidentali del massiccio delle Grigne, presso le pareti che rifiniscono aspramente il Lario, habitat di estrema rilevanza per le fasi di nidificazione di questi Rapaci. Il rispetto e l'attenzione verso tali siti, dal forte pregio paesaggistico e naturalistico, rientrano negli aspetti focali della gestione del territorio e delle specie faunistiche del Parco.
Il Picchio nero (Dryocopus martius) e la Civetta capogrosso (Aegolius funereus) prediligono invece le foreste di conifere di alta quota, con vecchi esemplari di larice o faggio, nei quali il primo scava le proprie tane, utilizzate dalla Civetta per la nidificazione. Il caratteristico e curioso Gallo forcello (Tetrao tetrix tetrix) è un galliforme piuttosto esigente perché, a seconda delle stagioni, frequenta tipologie diverse di boschi, richiede una certa abbondanza di insetti e frutti per alimentare la prole e predilige ambienti variegati, con radure e aree a vegetazione più fitta. Nella stagione dell'amore esemplari sono le sue parate nuziali, che lo vedono impegnato in vere e proprie "arene" di canto.
Il rapace più grande presente sul massiccio della Grigna, ma anche su tutte le montagne lecchesi è l'Aquila reale (Aquila chrysaetos): pur non avendo bisogno di presentazioni, forse non tutti sanno che si tratta di una specie per certi versi "simile" all'uomo, poichè forma coppie fisse che durano per tutta la vita, ciascuna occupa un territorio molto vasto, che dipende direttamente dalla disponibilità di cibo reperibile, in particolare durante la fase riproduttiva. La sua preda principale è la Marmotta (Marmota marmota) che in Grigna e nel Parco è rappresentata ancora da un esiguo numero di individui.
Al contrario delle specie che svernano nel nostro territorio, ne esistono altre che in inverno lo abbandonano in cerca del caldo dell'Africa: il Nibbio bruno (Milvus migrans) è fra queste; frequenta i boschi posti su pareti e versanti ripidi e poco accessibili, dove nidifica anche su roccia. Il Falco pecchiaiolo (Pernis apivorus) è un uccello raro che ha la peculiarità di nutrirsi esclusivamente di vespe, o pecchie, dalle quali deriva il suo nome.
L'emblema della conservazione dell'avifauna è poi il Re di quaglie (Crex crex): si tratta di una specie legata alla presenza di prati grassi da sfalcio nei quali compie tutto il ciclo riproduttivo: è pertanto importante preservare questi ambienti, tutelando lo sfalcio legato alle attività agricole di montagna. Negli stessi habitat possiamo trovare anche la Quaglia (Coturnix coturnix), l'Allodola (Alauda arvensis), il Calandro (Anthus campestri), il Codirossone (Monticola saxatilis). Degni di nota sono pure il Succiacapre (Caprimulgus europaeus), con abitudini notturne, e l'Averla piccola (Lanius collurio), per contro attiva durante il giorno. Se la quasi totalità dei Mammiferi presenti nel Parco è stanziale, ovvero si limita al più a compiere brevi spostamenti da monte a valle con il variare delle stagioni, una piccola rappresentanza si comporta diversamente. Si tratta dei Pipistrelli, dalle risapute abitudini notturne e carnivore: alcune specie possono compiere migrazioni lunghe persino qualche centinaio di chilometri! Vivono per lo più in colonie e si insediano abitualmente, o trovano riparo, all'interno di edifici e manufatti dell'uomo.
A causa di un generale peggioramento della qualità ambientale, della rimozione di molti alberi longevi, ottimi come rifugi, della modificazione dei sottotetti delle vecchie case, dell'aumento del disturbo notturno, sia acustico che luminoso, le specie di Pipistrelli denunciano in generale uno stato di crisi allarmante.
Fra le presenze di maggior spicco del Parco si citano il Rinolofo maggiore (Rhinolophus ferrumequinum), il Rinolofo minore (Rhinolophus hipposideros), il Vespertilio di Capaccini (Myotis capaccinii), rigorosamente tutelati dalle normative europee.
Abbandonando i Chirotteri, grazioso roditore e benvoluto dai più è lo Scoiattolo (Sciurus vulgaris), piccolo animale facilmente avvistabile passeggiando nei boschi del Parco; più difficili da rinvenire sono il Moscardino (Muscardinus avellanarius) e il Quercino (Eliomys quecinus) che nei secoli passati hanno subito forti cali a causa del continuo "ritirarsi" delle aree boscate, a favore del pascolamento e dei tagli a ceduo. Specie importanti per la conservazione della biodiversità sono i Mustelidi: Tasso (Meles meles), Donnola (Mustela nivalis) e Faina (Martes foina), che, con un po' di fortuna, si possono incrociare nell'area protetta.
In Grigna non mancano affatto i Mammiferi di grossa taglia, quelli più noti e appariscenti: non è raro avvistare la Lepre comune (Lepus europaeus) in una sua fugace corsa, la Volpe (Vulpes vulpes), presenza curiosa che s'avvicina senza paura alcuna agli abitati, il Cervo (Cervus elaphus) dall'eleganza superba, il Capriolo (Capreolus capreolus), timido ungulato dai balzi rapidi e leggeri, e il Camoscio delle Alpi (Rupicapra rupicapra), splendido animale che vive principalmente in prossimità delle impervie pareti della Grigna, popolando quella fascia di montagna selvaggia e apparentemente ostinata contro ogni forma di vita.


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IL PARCO DEI COLLI BERGAMO

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Il Parco comprende la zona storico-monumentale della Città Alta di Bergamo e le circostanti colline, ricche di aree boscate e di versanti terrazzati con orti, prati e vigneti, fino agli ambienti fluviali di pianura, lungo il Serio e il Brembo. Di particolare pregio naturalistico le fustaie di latifoglie sui versanti del Canto Alto e nella Valle del Giongo e nei boschi di Astino e dell'Allegrezza. Inseriti nel paesaggio naturale del versante collinare occidentale di Bergamo si trovano numerosi edifici rurali e residenziali di notevole pregio architettonico e monumentale, oltre al complesso dell'ex monastero di Astino e ai ruderi del Castello dell'Allegrezza.

Il Parco è considerato il polmone verde della città dove vi è la presenza di un orto botanico con un percorso didattico.

Questo territorio presenta alcuni caratteri particolari nonostante la sua superficie sia piuttosto limitata. Qui infatti si possono osservare la prevalenza di spazi verdi coltivati che si trovano in ambienti sia pianeggianti che collinari che montuosi. Sin dall'antichità il complesso collinare di Bergamo è stato particolarmente ospitale all'insediamento umano, soprattutto lungo i pendii poco marcati che si trovano a mezzogiorno. Anche per questo i paesaggi sono estremamente vari anche grazie al susseguirsi delle attività dell'uomo che ha così modificato questo paesaggio.

La locazione del parco appartiene alle Alpi Meridionali. L'età della nascita dei colli risale tra i 200 e i 70 milioni di anni fa, nell'epoca del Triassico. Le rocce presenti sono di tipo sedimentario; sono presenti inoltre molti tipi di rocce calcaree come le Calcare di Sedrina, Calcare di Moltrasio, Calcare marnoso di Domaro. Sono anche presenti depositi quaternari rappresentati dalle argille lacustri con sabbie nella zona di Almè e Petosino.

Istituito nel 1977 per rispondere all'esigenza di salvaguardare e valorizzare un equilibrio tra la natura e la presenza umana (L.R. n. 36 del 18 agosto 1977), è il terzo parco regionale dopo quelli del Ticino e delle Groane.
È in questo variegato mosaico di ambienti che è ancora oggi conservato un prezioso patrimonio faunistico e floristico, il cui studio e la cui salvaguardia sono da sempre tra i principali obbiettivi del Parco.

I boschi di latifoglie costituiscono l'habitat più rappresentativo del Parco con oltre 2300 ettari di superficie. Prevalgono i boschi misti disetanei di castagno, robinia, carpino nero. Più localizzati ma caratteristici sono i querceti a farnia, gli aceri-frassineti e gli ontaneti con ontano nero, salice, pioppo nero e platano. Tra le specie esotiche, introdotte dall’uomo, il Parco annovera, oltre la robinia, la quercia rossa, il liriodendro e alcune conifere da rimboschimento quali pino nero e pino strobo.
Nel sottobosco troviamo il nocciolo, il sambuco, il biancospino, il maggiociondolo, il ligustro, il nespolo selvatico, il caprifoglio, l’evonimo, il viburno, il pungitopo e alcune specie di felci. Per quanto riguarda la flora, ricordiamo la peonia selvatica, il giglio rosso, gli iris, il bucaneve, i mughetti, le genziane, il narciso selvatico, la timonella, le primule e varie specie di orchidee selvatiche.

I diversi habitat del Parco sono colonizzati da molteplici specie animali. La classe più rappresentata è quella degli uccelli tra cui ricordiamo il picchio rosso maggiore, il picchio verde, il rampichino, il picchio muratore e la ghiandaia, abitanti dei boschi di latifoglie, e la rondine, la tortora selvatica, il succiacapre e l’averla piccola tipiche delle zone agricole. Tra le specie ubiquitarie più comuni vi sono anche il fringuello, lo scricciolo, il codirosso, la capinera, la cinciallegra e la cinciarella.
Numerose anche le specie di rapaci nidificanti sul territorio del Parco: la poiana, il falco pecchiolo, il falco pellegrino, il gheppio e lo sparviere; e tra i notturni l'allocco, il barbagianni, la civetta e il gufo comune.
Molto diffusi anche gli anfibi tra cui rospi, rane rosse e verdi, raganelle, tritoni e salamandre.
Tra i rettili sono presenti alcune specie di sauri, quali il ramarro e la lucertola muraiola e diversi serpenti come biacco e saettone; rara e localizzata nei settori montani la vipera.
Tra i mammiferi ricordiamo le specie più note come il ghiro, lo scoiattolo, il riccio, il tasso, la volpe, la faina, la donnola e il capriolo.

L'antico monastero benedettino di Valmarina, recentemente restaurato, è la nuova sede del Parco dei Colli di Bergamo.
L'antico monastero è situato nella valletta detta di Valmarina, verso la località Ramera in comune di Bergamo, caratterizzata da un suggestivo paesaggio composto da terrazze a prato e coltivi.
La presenza di un monastero benedettino femminile nell'area è attestata sin dal 1150.
L'edificio ospitava una piccola comunità di religiose benedettine; il restauro recentemente realizzato ha permesso di conservare e valorizzare i locali "canonici" della vita benedettina (chiesa, refettorio, sala del capitolo).



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martedì 7 luglio 2015

LA RISERVA NATURALE DELLE VALLI DI SANT'ANTONIO



Posta a cavallo tra la Valtellina e la Valle Camonica, la Riserva viene istituita all'inizio degli anni '80 ed interessa gli ambiti fluviali dei torrenti Valle di Campovecchio, Val Brandet e Valle di Sant'Antonio, area oggi tutelata anche dall'Unione Europea come Sito d'Importanza Comunitaria. Due sono i colori predominanti che colpiscono chi risale le valli: il verde dei versanti ed il bianco dei torrenti la cui acqua, impetuosa e spumeggiante, solca la roccia e corre rapida nei fondovalle. Prati e foreste, laghi alpini e crinali, vette e pietraie si avvicendano a diversificare i paesaggi naturali, che nelle valli ben si integrano con quelli culturali. I fienili e le baite si richiamano alle dimore Walser, con pareti ottenute da travi di abete lavorate con un sistema ad incastro denominato "blockbau". Ma la storia dell'uomo non si legge solo nelle sue dimore: ci sono le incisioni rupestri, le miniere di ferro e rame ed i forni fusori. Respirare l'identità di questi luoghi lasciandosi stupire dai profili delle vette sui laghi, dal fragore di un torrente e dal profumo del bosco equivale a fare un viaggio interiore, alla scoperta di se stessi e della propria natura.
L’architettura dell'antico di sant'Antonio borgo ci rimanda al tempo in cui nelle valli vi era ancora una viva economia rurale e l’intervento dell’uomo era necessariamente in perfetta armonia con la natura circostante.
Dalla montagna si traeva quasi tutto il necessario per vivere: le pietre per costruire le case, le lastre di ardesia per i tetti. Minuscoli orti nelle zone piu’ protette dal freddo erano coltivati come piccoli giardini dalle donne mentre, nel periodo estivo, gli uomini conducevano il bestiame all’alpeggio.
Il paese e’ incastonato tra le acque di due torrenti che si uniscono a valle del centro abitato originando il breve, impetuoso torrente S. Antonio, affluente dell’Ogliolo. I due torrenti in questione sono il Campovecchio e il Brandet e danno il nome a due splendide vallate creando un paesaggio di tale bellezza da meritarsi la creazione della “ Riserva Naturale Paesistica delle Valli di S. Antonio”.
Nonostante l’area tutelata interessi esclusivamente gli invasi dei tre torrenti, fino ad un’altitudine variabile tra i 1200 e i 1700 mt., tutti gli ambienti ad altitudine superiore sono interessanti e di grande pregio naturalistico soprattutto per le evidenti tracce lasciate dai ghiacciai del Quaternario, tra cui numerose morene e circhi glaciali nei quali si sono originati vari suggestivi laghetti alpini, quali il Torsolazzo, il lago Piccolo e i laghetti del monte Culvegla.
Le due vallate sono separate da una catena di cime che si sviluppa da Nord a Sud con la Cima Tre Monti (1647 mt.), il Corno dell’Agna, il Monte Sessa, il Monte Borga (2733 mt.) ed il Monte Culvegla. Il graduale sviluppo altitudinale della riserva consente di osservare il naturale avvicendamento delle specie arboree tipiche delle nostre Alpi, intervallato da zone che l’uomo ha disboscato per fare spazio ai pascoli, ai prati da sfalcio ed alle caretteristiche abitazioni rurali.
Partendo da fitti boschi di Abete rosso con gruppi isolati di Abete bianco si passa, salendo, ad un associazione di Abeti e Larici. Questi ultimi prendono decisamente il sopravvento man mano ci si avvicina al limite superiore dell’orizzonte montano (verso i 1900 mt.), dove, dopo la lariceta rada, troviamo ancora qualche isolato e contorto esemplare di questa specie tra gli arbusti di Rododendro e Mirtillo.
Ad altitudini superiori anche gli arbusti contorti scompaiono per fare posto ai pascoli d’alta quota ed infine alle rocce spesso ingentilite dalla tipica vegetazione alpina a pulvini: fittissimi cespuglietti tondeggianti, sovente ricoperti di splendidi fiori.
La fauna di montagna si alterna adattandosi ai vari ambienti vegetazionali appena menzionati, per cui nelle vallate più basse vivono Cervi, Caprioli, Mufloni introdotti 1971 nella Valle Belviso, Volpi, Scoiattoli ed altri piccoli mammiferi, alle quote piu’ elevate e’ possibile avvistare il Camoscio mentre molto piu’ difficile e’ l’incontro con l’Ermellino, la Martora e la Lepre alpina. Altrettanto interessante l’avifauna per la presenza di molte specie tipiche della montagna tra cui il raro Gallo cedrone, il Gallo forcello, la Pernice bianca, l’Aquila reale, la Coturnice. Nel bosco vivono le varie specie di Picchi, la Nocciolaia, lo Sparviere e l’Astore, oltre a tutte le varie ed interessanti specie di Passeriformi.

La Riserva Naturale "Valli di S. Antonio", concepita con felice intuizione da uomini lungimiranti e istituita già nel 1983 (fra le prime in Lombardia), ha finalità di tutela del patrimonio naturale e paesistico; promozione delle attività agro-silvo-pastorali e della ricerca scientifica; regolamentazione delle utilizzazioni ricreative. Attorno ai confini comunali poi è tutto un accalcarsi di realtà naturali pregiate, in vario modo protette: dal Parco delle Orobie Valtellinesi a quello dell'Adamello, dalla Riserva Naturale di Piangembro all'Osservatorio Eco-Faunistico Alpino di Aprica, realizzazione unica e originale ne suo genere sulle Alpi.
Detto delle attrattive naturalistiche, all'interno della Riserva vi sono due bei rifugi alpini, ampie aree da picnic, sentieri attrezzati percorribili a piedi, a cavallo o in mountain-bike. Pittoreschi i ponti in legno coperti sui torrenti e le tipiche baite, alcune ristrutturate, coi tetti in "scandole".

Il substrato che caratterizza la zona in esame è caratterizzato dalla presenza di rocce di natura silicatica. L’evoluzione del suolo è fortemente condizionata anche dai caratteri geomorfologici del luogo: la conformazione a U delle vallate testimonia l’origine glaciale di tutta la porzione più alta delle due testate vallive di Brandet e Campovecchio, mentre nella parte bassa l’azione erosiva delle acque di scorrimento superficiale ha modellato un tipico profilo a V a partire da quota 1300 m slm fino alla confluenza con il Fiume Ogliolo. La pendenza dei versanti è generalmente molto accentuata, mentre le uniche zone semipianeggianti si riscontrano sul fondovalle, al di sopra del terrazzo morenico cui corrispondono i più antichi insediamenti rurale di Campovecchio e Brandet.
Dal punto di vista idrografico assumono un ruolo di fondamentale importanza i corsi d’acqua, rispondenti alle finalità istitutive proprie della riserva naturale. Le due vallate principali sono solcate dai torrenti Brandet e Campovecchio che confluiscono nella Valle di Sant’Antonio a quota 1.110 m slm, nei pressi dell’omonimo borgo.
Da qui un corso d’acqua di portata cospicua scende con moto turbolento superando anfratti rocciosi e massi ciclopici spettacolari fino a raggiungere la località Fucine (quota 1000 m slm), per poi immettersi nell’Ogliolo quale affluente di destra.
Sia in Valle di Campovecchio che in Val Brandet si trovano numerose vallecole laterali, tutte caratterizzate da acclività molto accentuata, che alimentano i corsi d’acqua principali: le valli di Pasò, di Enet, della Sessa e del Forame in Val di Campovecchio e le valli del Foppone, della Marosa, del Piccolo, Lizza, Bondone, Sonno, Garzoneta in Val Brandet sono le più rilevanti.
La parte alta del bacino idrografico delle Valli di Sant’Antonio, fuori Riserva ma comprese entro il SIC, ospita anche numerosi laghi alpini di notevole rilevanza paesaggistica, tra cui domina senza dubbio per importanza e dimensioni il Lago di Piccolo (2.380 m slm), che detiene l’importante primato di essere il più grande lago alpino naturale della Provincia di Brescia e delle Orobie, circondato da una serie di altri piccoli specchi d’acqua aventi la medesima origine glaciale, il più importante dei quali è senza dubbio il Lago di Culvegla (2.290 m slm).

Elemento caratterizzante le valli di Sant’Antonio rimane però l’acqua, che scorre copiosa e spumeggiante in quelli che devono ritenersi i torrenti più belli della Lombardia: solo marginalmente interessati da opere di regimazione idraulica, conservano ancora un’eccezionale naturalità. La grande vocazionalità ittica delle acque richiede una graduale conversione delle popolazioni artificiali oggi immesse per la pesca, in popolazioni autoctone di Trota fario (Salmo trutta trutta) e Scazzone (Cottus gobio) in grado di sostenere il proprio ciclo riproduttivo.
I caratteri qualitativi e quantitativi dei due principali corsi d’acqua (Valle di Campovecchio e di Brandet) che confluiscono nella Valle di Sant’Antonio poco più a valle dell’abitato omonimo (punto di confluenza a quota 1.110 m slm), conferiscono all’ambiente naturale prerogative e peculiarità uniche e di elevatissimo pregio naturalistico, tanto da giustificare l’istituzione della riserva nell’ormai lontano  1983 con obiettivi di salvaguardia ambientale ben specifici.
Nella riserva naturale è possibile pescare, limitatamente ai periodi di apertura che vanno dalla primavera fino all’inizio di  ottobre, dietro corresponsione di un canone da versare al Comune di Corteno Golgi, al quale la Provincia di Brescia ha affidato in concessione la gestione della pesca su tutto il territorio comunale.
La pesca può essere inoltre esercitata in forme diverse a seconda dei tratti considerati, come stabilito dal regolamento e indicato anche sui cartelli informativi: nel Torrente Brandet sono attuabili diverse tecniche di pesca, mentre al torrente Campovecchio è riservata la Pesca a mosca. Il tratto più basso della Valle di Sant’Antonio viene invece utilizzato secondo le più svariate tecniche di pesca, sempre entro i limiti imposti dal regolamento vigente. A monte della confluenza fra la Valle di Sant’Antonio e  l’Ogliolo (loc.tà Fucine 1000 m slm) vi è la zona di ripopolamento ittico.
Al di là dell’aspetto estetico-visuale estremamente vario e spettacolare, le peculiarità naturalistiche del luogo legate alle sue qualità idrobiologiche si rendono del tutto evidenti anche nella composizione faunistica non necessariamente relegata alla classe dei pesci, ma strettamente dipendente dall’ecosistema acquatico d’acqua dolce. Prova ne sono la presenza di alcuni particolari indicatori biologici, che vanno da alcune specie rane e di tritoni, alla salamandra, alla biscia d’acqua, al merlo acquaiolo, al martin pescatore e altre specie che stabiliscono una relazione di stretta dipendenza con il corso d’acqua, fino a considerare attendibili anche alcune segnalazioni relative alla presenza della lontra che, pur essendo ormai scomparsa, sembra sia stata rinvenuta fino a non molti anni or sono lungo l’Ogliolo.



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lunedì 6 luglio 2015

IL PARCO REGIONALE DELL'ADAMELLO

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Il Parco dell’Adamello è situato nelle Alpi Retiche, e prende il nome dal massiccio omonimo dell’Adamello. In un territorio così vasto esistono naturalmente diverse tipologie ambientali, sia dal punto di vista geologico, sia rispetto alla flora e alla fauna. All’interno del Parco si incontrano boschi di castagni, di latifoglie e, più in alto, di conifere, fino ad una fascia di arbusti e di splendidi fiori di montagna. In tutta l’area protetta sono presenti diversi animali: volatili di varie specie (anche l’aquila reale e il gallo cedrone), pesci, rettili e mammiferi, tra cui cervi, caprioli, stambecchi (appena reintrodotti), lepri e marmotte. Le vie di accesso al Parco sono numerose, esistono alcuni centri-visita (Vezza d’Oglio e Saviore dell’Adamello) e sono presenti varie aree da pic-nic, molti rifugi alpini e bivacchi, e considerevoli tracce della Grande Guerra (trincee, postazioni, resti di baracche).


L'importanza del Parco dell'Adamello è accresciuta dalla sua posizione, perché esso funge da ponte tra i due parchi che gli sono limitrofi: al suo limite orientale si trova il Parco trentino Adamello-Brenta, al limite settentrionale il Parco dello Stelvio, a sua volta limitrofo del Parco Nazionale svizzero dell'Engadina. In tal modo si è venuta a costituire nel cuore dell'Europa un'area protetta di 250.000 ettari, la più grande delle Alpi e tra le più affascinanti. Di essa il Parco dell'Adamello rappresenta la punta meridionale.

Il Gruppo dell'Adamello, sede del ghiacciaio più vasto d'Italia (secondo le stime attuali circa 18 km² di superficie), presenta una conformazione a raggiera, per cui dai ghiacciai centrali dell'acrocoro culminante si dipartono creste e catene montuose che, a loro volta, si articolano nei sottogruppi del Baitone, del Frisozzo e del Blumone. Cime, creste, monti dominano il complesso di numerose valli diramate per tutto il Parco, in modo da dividere le varie catene.

La flora del Parco regionale dell Adamello è composta da varie specie di piante aghiformi come l'abete rosso (Picea abies) pianta molto diffusa con tronco rosso, l'abete bianco (Abies alba), il larice(Larix decidua) con tronco diritto tendente al bianco ed il pino cembro o cirmolo (Pinus cembra) pino di alta montagna ottimo per le sculture per la sua composizione molle. Vi sono inoltre molte piante di caducifoglie come il carpino nero, legno molto duro adatto per il fuoco, presenta foglie seghettate, il carpino bianco (Carpinus betulus) meno duro del fratello, con tronco sottile e foglie seghettate , l' acero (Acer pseudoplatanus) con la tipica foglia a stella e dal quale si ricava lo sciroppo, il faggio (Fagus sylvatica) altro albero da fuoco con foglia liscia, il tiglio (Tiliae platyphyllos) in primavera emette un profumo talmente intenso da non far quasi respirare, il nocciolo (Corylus avellana) che cresce in famiglie: gruppi uniti di alberi in uno spazio ristretto, cresce all inizio del bosco dove picchia il sole, il viburno (Viburnum opulus) sembra quasi un germoglio ed è flessibilissimo, si usava per fare corde o lacci, la quercia Quercus coccifera) pianta grande che per frutti ha le ghiande e le foglie con vari ed ampi lobi, il rovere (Quercus petraea) stessa famiglia della quercia con la differenza che è più piccolo e con solcature sul tronco più profonde, la betulla ( Betula alba) albero bianco che cresce diritto per circa 10-20m, l acacia con lunghe spine e legno durissimo da lavorare ed il frassino (Fraxcinur excelsior) con curve mai brusche che ricordano un corpo femminile. Per quanto riguarda i fiori o piante erbacee vi sono i cardi(Carduus spp.) e le tipiche stelle alpine( Leontopodium alpinum) insieme ad innumerevoli altri fiori presenti in tutto l arco alpino. Crescono anche funghi di una varietà incredibile dovuta ai vari ambienti che offre il parco: boschi umidi ricchi di muschio dove abbondano amanite o porcini; colline soleggiate dove raccogliere chiodini e boschi soleggiati dove si trovano le mazze di tamburo e le vesce, che in queste zone sono chiamate in dialetto "scurese del uf" per via della tecnica di riproduzione che questo fungo adotta quando marcisce: se lo si preme emette nuvolette gialle ricche di spore che ricordano delle flatulenze e che, trasportate dal vento, vanno a depositarsi nelle varie zone boschive. Vi sono funghi mortali come le amanite phalloides facilmente confondibili con altri funghi commestibili, perciò occorre essere attrezzati di libro, conoscenza e di licenza. Crescono anche frutti di bosco come lamponi, more e ribes. Attenzione anche in questo campo a riconoscere quelli commestibili da quelli maligni come la belladonna dalle bacche rosse facilmente ingannevoli.
Numerose altre specie meritano di essere citate in quanto di grande interesse fitogeografico grazie alla loro rarità. Tra queste si annoverano la meravigliosa Scarpetta di Venere, Cypripedium calceolus, Leontopodium alpinum, Andromeda polifolia, Lycopodiella inundata, Vaccinium microcarpum, Utricularia minor, Carex microglochin, C. pauciflora, Scheuchzeria palustris, Menyanthes trifoliata, Tulipa australis, Listera cordata, Dactylorhiza cruenta, D. lapponica, Trientalis europaea, Primula minima, Vitaliana primulaeflora, Gentianella tenella, Saussurea alpina, Ranunculus seguieri.
Per la maggior parte queste specie costituiscono dei relitti glaciali, conservatisi nella fascia nivale dell'Arco Alpino in quanto unico ambiente residuo dell'epoca glaciale, durante la quale gli endemismi sopra descritti sono giunti sulle Alpi dai Paesi Nord Europei.
La fauna del parco regionale dell'Adamello è la tipica fauna presente in tutto l arco alpino e in altre regioni come Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli, Piemonte e Valle d Aosta. Gli animali che caratterizzano questo parco hanno adottato tecniche per vivere nell'ambiente ostile in cui vivono sviluppando corporature ben precise e abitudini invernali- estive differenti. la stagione più dura è sicuramente l' inverno, molto rigido con fitte nevicate e temperature che possono scendere fino a -30 °C. Per superare questa stagione le tecniche utilizzate dagli animali per sopravvivere sono tre: letargo, migrazione o adattamento all'ambiente invernale pur mantenendo le normali abitudini. Un altro aspetto fondamentale che caratterizza la fauna dell Adamello è la biodiversità, ovvero l' insieme di tutti gli esseri viventi e degli ecosistemi presenti nel medesimo ambiente. La biodiversità è un parametro fondamentale per stabilire la ricchezza e la contaminazione di un territorio in quanto una buona e vasta catena alimentare può esistere solo in ambienti non compromessi, soprattutto dall'influenza umana. Le specie e le famiglie di animali che popolano la valle sono molte e differenti: pesci come le trote fario, uccelli come il prispolone o l' aquila reale, mammiferi di piccola dimensione come la martora o di grande dimensione come il camoscio, rettili come la vipera e anfibi come la rana temporaria.


Nel Parco Adamello è presente tutta la fauna alpina compreso l'orso (Ursus arctos) che da qualche anno ormai interessa con la sua presenza anche i territori del nostro Parco. Al momento non si hanno indicazioni certe sulle aree di svernamento, ma in diverse zone e in diversi periodi la presenza di questo splendido animale è data ormai per assodata. E' comunque in atto un progetto di monitoraggio di orso (Ursus arctos) e lupo (Canis lupus) per meglio comprendere le dinamiche di ripopolamento sul territorio da parte di queste specie.
In corrispondenza dei fondovalle e nei boschi di latifoglie e conifere vivono alcuni tra i più noti rappresentanti della famiglia dei Mustelidi: il tasso (Meles meles), elusivo carnivoro dalle abitudini notturne che predilige ambienti boscosi, soleggiati e cespugliati a margine dei coltivi, la faina (Martes foina), diffusa in prossimità dei coltivi e degli incolti, la martora (Martes martes), specie arboricola legata alla foresta matura e la donnola (Mustela nivalis), presente nei boschi dell'orizzonte montano in Val Paghera di Ceto, conca del Lago d'Arno, piana del Gaver.
Il riccio (Erinaceus europaeus), specie insettivora, è ampiamente diffuso dal piano basale fino a 1500 metri circa di quota, nei boschi di latifoglie frammisti a radure e al margine dei seminativi.
Fra i Roditori arboricoli è facile avvistare lo scoiattolo (Sciurus vulgaris), che predilige i boschi di latifoglie e conifere dai 500 ai 2000 metri di quota, mentre il ghiro (Glis glis), seppur legato alle foreste mature di caducifoglie, può essere avvistato anche in prossimità dei fienili.
La volpe (Vulpes vulpes), specie ubiquitaria, predilige ambienti selvaggi ricchi di copertura vegetale, anfratti cespugliati e rocce che le permettono di stabilirvi le tane, dai 500 fino ai 2000 metri di quota. Le foreste miste a radure dell'orizzonte submontano e montano sono frequentate, rispettivamente, dal toporagno (Sorex araneus) e dal toporagno alpino (Sorex alpinus).
Tra i 500 e i 1800 metri, in ampie radure al margine delle foreste miste di latifoglie e conifere e nelle peccete non chiuse vive il cervo (Cervus elaphus), regale Ungulato appartenente alla famiglia dei Cervidi.
Lo stesso habitat, seppure provvisto di un ricco sottobosco cespugliato, è occupato dal capriolo (Capreolus capreolus), aggraziato cervide dalle abitudini elusive.
Tra i Lagomorfi la lepre comune (Lepus europaeus) è distribuita uniformemente tra i fondovalle e i 1500 metri di quota, in prossimità degli incolti e dei boschi di latifoglie ricchi di radure.
In corrispondenza del piano culminale, nelle praterie alpine e nelle pietraie vivono la lepre variabile (Lepus timidus), l'ermellino (Mustela erminea) e la marmotta (Marmota marmota), grosso Roditore diffuso, nel Parco, tra i 1800 e i 2800 metri di altitudine. L'organizzazione sociale di questa specie prevede che un componente della colonia funga da sentinella e segnali la presenza di potenziali nemici attraverso l'emissione di un fischio stridulo. L'arvicola delle nevi (Microtus nivalis) è un piccolo Roditore che vive in tane scavate nel terreno nell'orizzonte subalpino ed alpino.
Oltre il limite della vegetazione arborea è possibile osservare il camoscio (Rupicapra rupicapra) e lo stambecco (Capra ibex), eleganti Ungulati appartenenti alla famiglia dei Bovidi, che prediligono le rocce più impervie e scoscese del Parco. Il camoscio, animale dalle abitudini gregarie, si differenzia dallo stambecco, oltre che per le dimensioni ridotte e per la presenza, in entrambi i sessi, di piccole corna ripiegate ad uncino, per la maggiore elusività.

Numerosissime sono le specie di avifauna che vivono nei diversi ambienti dei Parco. Caratteristici dei boschi dell'orizzonte submontano sono i Picidi quali il picchio verde (Picus viridis), il picchio rosso maggiore (Picoides major) -facilmente individuabile grazie al caratteristico richiamo, un breve e acuto kik che viene emesso molto velocemente - ed il raro picchio nero (Dryocopus martius), la cui presenza è strettamente legata alla disponibilità di vecchi alberi marcescenti. Durante la primavera e l'estate esso si nutre soprattutto di larve di insetti parassiti degli alberi, che ricerca scavando buchi nel tronco; in autunno ed in inverno si nutre degli insetti svernanti sotto le cortecce e dei semi delle pigne. Per poter estrarre i pinoli il picchio incastra le pigne in una fessura della corteccia di un albero, generalmente sempre lo stesso, che si riconosce per le pigne già utilizzate che si accumulano alla sua base.
La civetta capogrosso (Aegolius funereus) è uno Strigiforme che vive nei boschi d'alto fusto con presenza di larice e nidifica volentieri nelle cavità prodotte dai picchi. Altri rapaci notturni che vivono nel Parco sono la civetta nana (Glaucidium passerinum), l'allocco (Strix aluco) e il gufo comune (Asio otus), che predilige i boschi frammisti a radure. Fra i rapaci diurni si ricordano il falco pecchiaiolo (Pernis apivorus), lo sparviere (Accipiter nisus), la poiana (Buteo buteo), il gheppio (Falco tinnunculus), l'astore (Accipiter gentilis) presente nelle foreste di conifere a quote comprese tra i 1000 ed i 1800 metri di quota.
Nel Parco vivono anche i Tetraonidi, uccelli di particolare interesse a causa della loro rarità e delle notevoli esigenze ecologiche. Nei boschi misti con ricco sottobosco è possibile avvistare il francolino di monte (Bonasia bonasia), mentre il fagiano di monte o gallo forcello (Tetrao tetrix) predilige i lariceti e gli arbusteti alpini tra i 1600 ed i 2200 m di quota. Il gallo forcello è una specie poligama in cui il corteggiamento avviene, dopo un susseguirsi di inseguimenti e combattimenti tra maschi per aggiudicarsi, mediante parate, danze e canti alle prime luci dell'alba, la migliore arena di canto (area in genere pianeggiante e priva di vegetazione che viene riutilizzata ogni anno). Nelle arene di canto, al termine delle esibizioni, avviene l'accoppiamento delle femmine con i maschi dominanti.
Rarissimo è il gallo cedrone (Tetrao urogallus), specie che vive solo in ambienti naturali integri e che è ormai relegata, con consistenze irrisorie, in pochi ambiti boscati della Val Paghera di Vezza d'Oglio e della località Olda di Sonico. Il suo habitat è essenzialmente costituito da foreste miste di latifoglie e conifere, con abbondante sottobosco erbaceo ed arbustivo, rigogliosa rinnovazione e presenza di vetusti esemplari arborei necessari alla specie come posatoi e per l'involo. Il gallo cedrone è particolarmente sensibile al disturbo antropico.
La pernice bianca (Lagopus mutus) è il tetraonide che vive alle quote più elevate. Analogamente alla lepre variabile ed all'ermellino in inverno assume una livrea completamente bianca che le consente di mimetizzarsi perfettamente con l'ambiente da lei frequentato, al limite delle nevi perenni a quote comprese tra i 2300 ed i 2800 m di quota. Nel piano culminale era un tempo diffusa la coturnice (Alectoris graeca), specie rupicola il cui habitat ideale coincide con i versanti aridi esposti a sud tra i 1700 ed i 2300 metri di quota.
La prateria alpina è abitata dal culbianco (Oenanthe oenanthe), dal sordone (Prunella collaris) e dal fringuello alpino (Montifringilla nivalis).
Sui dirupi rocciosi degli orizzonti estremi nidificano l'aquila reale (Aquila chrysaëtos) ed il gracchio alpino (Pyrrhocorax graculus). L'aquila, specie territoriale e monogama, durante l'estate si nutre soprattutto di marmotte, giovani ungulati, ricci, volpi, corvidi e passeriformi. In inverno e primavera consuma le carcasse degli erbivori selvatici e del bestiame domestico travolto da slavine.

Nelle acque correnti la specie ittica più frequente è la trota fario (Salmo trutta fario), presente sia per le periodiche immissioni di ripopolamento sia per la sua elevata capacità riproduttiva. La sottospecie originariamente autoctona è ampiamente diffusa nella media ed alta Val Camonica e nell'alta Valle del Caffaro, fino ad oltre 2000 m di quota. Altri Salmonidi presenti, seppure non autoctoni, sono la trota marmorata (Salmo trutta marmoratus) e la trota iridea (Salmo gairdneri). La fauna ittica del Parco comprende anche lo scazzone (Cottus gobio), presente nell'areale della trota fario seppure a quote più basse, e la sanguinerola (Phoxinus phoxinus), conosciuta con certezza solamente per i tratti inferiori dei principali torrenti del Parco Adamello.
Legati all'acqua e più in generale agli ambienti umidi almeno nelle prime fasi del ciclo vitale, sono gli Anfibi. Agli Urodeli appartengono salamandre e tritoni. La salamandra pezzata (Salamandra salamandra) abita le vallecole umide del bosco misto. Nel Parco è indicata per la Valle dei Re a Niardo, la Val Paghera di Ceto, la Val Saviore, la Val Malga e la Val d'Avio. La salamandra alpina (Salamandra atra) è più alto-montana ed alpina ed è ovunque vicariante della salamandra pezzata. Vive nei siti umidi e ombrosi dei bosco di conifere ed è presente fino alla fascia degli arbusti contorti, nella prateria e nei macereti alpini, in luoghi con elevato tasso di umidità ambientale. Nel Parco è segnalata solo per la Val Braone e per l'alta Val Malga (dintorni del Lago Baitone e presso il Rifugio Tonolini). Il tritone crestato (Triturus carnifex) è specie planiziale con ampia distribuzione submontana e montana, nelle valli interne può raggiungere anche la fascia subalpina. Predilige acque a lento corso, o stagnanti. Nel Parco, nonostante la sua ampia adattabilità, è segnalato solo per la località Lagoja, sopra Berzo Demo. Il tritone alpino (Triturus alpestris), proprio dei siti alto-montani, nelle Alpi frequenta laghi e laghetti nonché le anse dei torrenti ove la corrente è meno forte. Per il territorio del Parco è segnalato esclusivamente in alta Val d'Avio, presso Malga Lavedole.
La rarità dei tritoni in Valle Camonica è ritenuta dagli esperti anche conseguenza delle indiscriminate immissioni di trote, vere e proprie predatrici di Urodeli. Per quanto riguarda gli Anfibi Anuri, nel Parco sono presenti rane verdi, rane rosse e rospi propriamente detti. La rana verde per eccellenza (Rana esculenta) è segnalata unicamente per i dintorni di Breno, ma la sua presenza è possibile anche lungo il fondovalle di tutto il medio corso dell'Oglio. Al gruppo delle rane rosse è riferibile la rana temporaria (Rana temporaria), specie montana e subalpina solo temporaneamente acquatica: infatti, gli adulti si trovano dispersi sul territorio, anche lontano dall'elemento che ha assicurato il loro sviluppo. Nel Parco è segnalata in numerosissime località, anche oltre i 2000 metri di quota.
Il rospo comune (Bufo bufo), notoriamente erratico negli ambienti submontani e montani più diversi, è invece indicato solamente in Val Saviore e Val Malga.
La natrice dal collare (Natrix natrix) e la natrice tessellata (Natrix tessellata) sono legate alle acque stagnanti tra i 300 e i 1800 metri di quota. Le natrici sono segnalate nel territorio di Breno, Niardo, Cedegolo, Malonno, Vezza d'Oglio e Temù. In ambienti secchi con arbusti, ai margini boschivi, nelle radure e negli incolti, è possibile imbattersi nel biacco (Coluber viridiflavus) indicato, fra 650 e 1300 m di quota, per i dintorni di Breno, Ceto, Capo di Ponte, Berzo Demo, Valle di Saviore, Malonno e Sonico. Nello stesso orizzonte, ma più arboricolo, è possibile trovare il colubro di Esculapio (Elaphe longissima), che frequenta boschi, radure e ambienti ruderali. Un Colubride più xerofilo è il colubro liscio (Coronella austriaca), indicato per Breno, Val di Saviore e Val d'Avio. Fra gli Ofidi, le uniche specie velenose sono la vipera comune (Vipera aspis), ampiamente diffusa fra 500 e 1200 m, e il marasso (Vipera berus) che non pare condividere il territorio con essa e può essere considerato suo vicariante, diffuso fra l'orizzonte montano superiore e quello altoalpino. Fra i Rettili Sauri sono diffusi l'orbettino (Anguis fragilis), che vive nella lettiera dei boschi e nei terreni ricchi di humus, la lucertola muraiola (Podarcis muralis), il ramarro (Lacerta bilineata), che abita gli arbusteti, i pendii e le radure dei boschi soleggiati. Il Sauro più interessante dal punto di vista naturalistico è però la lucertola vivipara (Lacerta vivipara), presente in molte località, per lo più nel rodoreto e nei siti esposti ma umidi, o addirittura presso i ruscelli, da 1230 a 2550 m.

A differenza degli altri complessi montuosi di origine sedimentaria appartenenti alle Alpi Meridionali, le rocce costitutive del Gruppo dell'Adamello hanno origine magmatica, intrusiva. Il processo di raffreddamento dei "plutoni" provenienti dal centro della Terra e penetrati nelle fratture di rocce preesistenti ha preso inizio circa 42 milioni di anni fa, a partire dalla zona del Monte Re di Castello ed è terminata, estendendosi verso nord (Monte Presanella), circa 29 milioni di anni fa.
I tipi principali di rocce magmatiche presenti nel massiccio adamellino sono i seguenti:
quarzodioriti (Monte Adamello, Monte Avio)
tonaliti a grana grossa (Corno Baitone, Val Miller, Val Salarno, Valle Adamé)
granodioriti (Monte Re di Castello, Cima Laione, Cima Terre Fredde, Alta Valle di Stabio).
Queste ultime formano il nucleo del Gruppo (M. Adamello, M. Fumo, Valli d'Avio e Paghéra).
Tonaliti a grana grossa costituiscono il Corno Baitone, le Valli Miller, di Salarno e Adamé; mentre di quelle a grana minuta sono il Re di Castello, M. Listino, la Val di Stabio ecc.
Tra i minerali fondamentali delle rocce dell'Adamello si trovano il quarzo, il feldspato, l'orneblenda, il plagioclasio. Il magma incandescente, sgorgato dal profondo, ha metamorfosato "per contatto" le preesistenti rocce di origine sedimentaria, derivanti da antiche barriere coralline, di cui oggi rimangono significativi resti solamente nella porzione meridionale del Parco, in particolare in Val fredda e Val di Cadino. Calcari e dolomie sono stati trasformati in marmi saccaroidi e calcefiri (Corna Bianca), mentre nella parte più settentrionale del Parco le arenarie sono state metamorfosate in granati (Corno delle Granate). La natura cristallina ed impermeabile delle rocce del Gruppo dell'Adamello, agendo in modo sinergico con la presenza del ghiacciaio, determina una significativa abbondanza di sorgenti e corsi d'acqua, che un tempo davano origine a torrenti di grande portata e cascate suggestive e spettacolari.
I calcari puri si sono trasformati in marmi, i materiali argillosi in rocce microcristalline con frattura scheggiosa (usate tradizionalmente come piòde per coprire gli edifici rurali in Valle Camonica) o in formazioni cristalline che contengono minerali accessori come miche e granati.
Le forme attuali delle montagne sono in gran parte modellate dalla plurimillenaria azione dei ghiacciai e dai successivi fenomeni di erosione prodotti dagli agenti atmosferici.
Nella prima metà del Novecento ha preso avvio un'azione di sbarramento e captazione di numerosi corpi idrici del Parco, in particolare nelle conche del Lago d'Arno e del Lago Baitone, in Val Salarno e Val d'Avio, opere facenti capo a due imponenti impianti idroelettrici, quelli di S. Fiorano e di Edolo.



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