martedì 20 giugno 2017

L'ARTIGLIO DEL DIAVOLO


L'artiglio del diavolo è una pianta perenne rampicante che appartiene alla famiglia delle Pedaliacee. Il genere Harpagophytum è lo stesso del sesamo.

Cresce in Africa Meridionale e soprattutto nelle regioni orientali e sud-orientali della Namibia, nel sud del Botswana, nella regione del Kalahari, nel Northern Cape e in Madagascar.
L'artiglio del diavolo deve il suo nome alle quattro appendici dure e nastriformi che caratterizzano i suoi frutti ovoidali. Queste escrescenze sono dotate di robusti uncini che, penetrando nel corpo o nelle zampe degli animali, procurano serie ferite, costringendoli a compiere una danza "indiavolata".
La parte usata a scopo medicamentoso è costituita dalle escrescenze laterali della radice tuberosa (dette radici secondarie), che contengono alte percentuali di principi attivi.

L'uso etnobotanico dell'artiglio del diavolo ha avuto origine in Africa Meridionale.
Questa pianta è uno degli “emblemi floreali” del Botswana, dove si crede possa essere utile nel trattamento di varie condizioni dolorose.
L’artiglio del diavolo è un ottimo rimedio da utilizzare quando i muscoli riprendono l’allenamento dopo un periodo di inattività per far fronte, in modo naturale, a contusioni, strappi e sciatalgie (i dolori dovuti all’infiammazione del nervo sciatico).

Giunge in Europa agli inizi del Novecento e qui ne viene confermata l’ azione antidolorifica, antinfiammatoria, antireumatica e spasmolitica, specialmente a livello muscolare e articolare. Inoltre, stimola la digestione, riduce l’assorbimento del colesterolo e aiuta nella fase premestruale facilitando lo sfaldamento dell’endometrio e calmando i dolori.



Queste proprietà sono dovute a particolari sostanze presenti nel suo fitocomplesso: in particolare, i fitosteroli (beta-sitosterolo) ovvero dei composti vegetali che manifestano un’azione antinfiammatoria simile al cortisone e l’arpagosite, un monoterpene che ha dimostrato di contrastare la formazione di alcuni mediatori dell’infiammazione (prostaglandine e ossido nitrico), responsabili di dolore e gonfiore.

Sono le radici secondarie dell’artiglio del diavolo, che possono raggiungere il peso di ben 600 grammi, ad essere raccolte, sminuzzate e trattate per ottenere le diverse formulazioni. Tradizionalmente applicata in crema, si può assumere allo stesso tempo anche in estratto secco e tintura madre per potenziarne l’azione.

L’azione dell’artiglio del diavolo, completamente naturale e priva di tossicità, anche per lo stomaco, lo rende utilizzabile per un tempo prolungato. Gli effetti si manifestano dopo una settimana ed è preferibile assumere il rimedio in modo ciclico in quanto, oltre i due mesi continuativi, può dare assuefazione e perdere la sua efficacia. Si possono manifestare reazioni locali di tipo allergico, generalmente di rossore sulla pelle, che spariscono sospendendo l’applicazione. Può interferire con alcune classi di farmaci: antinfiammatori cortisonici e non steroidei, anticoagulanti, antiaritmici. È sconsigliato in caso di diabete, ipertensione, reflusso gastroesofageo, gastrite, ulcera, gravidanza e allattamento. In ogni caso è consigliabile consultare il proprio medico di base.

Il suo uso è diffuso ampiamente e ben noto anche nel mondo dello sport, dove i disagi causati dalle malattie reumatiche sono vissuti in contemporanea all’impossibilità di assumere certe categorie di farmaci, considerati dopanti, che possono essere sostituiti da medicinali di origine naturale, come appunto i derivati di questa pianta. Può essere impiegata anche come antispastico per i dolori mestruali e per i dolori intestinali di origine nervosa.
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giovedì 20 aprile 2017

ZORBING

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Lo zorbing è un'attività ricreativa consistente nel rotolare in discesa lungo una collina chiusi in una grande sfera, generalmente di plastica trasparente, chiamata zorb. Tale sport è stato inventato da David e Andrew Akers nel 1994. In genere viene eseguito lungo una lieve pendenza, ma può essere fatto anche su una superficie piana, permettendo un maggiore controllo. In assenza di colline, alcuni gestori di parchi di zorbing hanno costruito delle rampe di legno, di metallo, o gonfiabili.

Ci sono due tipi di zorbing: dry zorb e wet zorb, con o senza imbragatura, rispettivamente.

Per garantire la massima sicurezza non è consentito superare i 50 km/h; a volte se si vogliono provare sensazioni più forti il percorso viene completato con ostacoli o rampe. La pendenza della discesa varia a seconda dello sforzo e delle emozioni che si vogliono provare.



Per fare zorbing non serve una grande preparazione ma certamente potrà essere utile una certa consapevolezza dei propri limiti; in ogni caso per chi fosse alle prime armi con questo sport meglio iniziare dai terreni in piano, posto che esistono degli istruttori e si possono frequentare dei corsi di modo da poter fare zorbing in assoluta sicurezza.

Anche se lo zorbing sembra uno sport buffo e innocuo gli incidenti possono capitare, il più delle volte in questi casi ce la si cava con una distorsione o, alla peggio, con una frattura; tuttavia negli ultimi anni ci sono anche stati degli incidenti che hanno avuto esito letale.


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martedì 18 aprile 2017

TULIPANI

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Tulipa L., 1753 è un genere della famiglia Liliaceae originario della Turchia e suo simbolo nazionale floreale. Comprende specie bulbose alte 10–50 cm, tra cui alcune spontanee in Italia note col nome comune di tulipano.

Il genere ha avuto origine nei monti del Pamir e nelle montagne dell'Hindu Kush e del Tien Shan.

L'ambito di crescita del genere si estende verso est dalla penisola iberica, attraverso il Nordafrica la Grecia, i Balcani, la Turchia e attraverso il levante (Siria, Israele, Territori Palestinesi, Libano, Giordania) e Iran, verso nord fino all Ucraina, al sud della Siberia e Mongolia e ad est verso il nord-ovest della Cina.

Un certo numero di specie e molti cultivar ibridi crescono in giardini o come piante da vaso.

Il nome deriva dal turco «tullband», che significa copricapo, turbante, per la forma che il fiore sembra rappresentare. Questo fiore ebbe una grande popolarità in Turchia nel XVI secolo durante il regno di Solimano il Magnifico, che lo volle sviluppare in numerose varietà ed impiantare ovunque.

Tra le numerose varietà si ricordano il Tulipa oculus-solis St.-Am., il Tulipa australis e il Tulipa sylvestris L.; tra le specie utilizzate come piante ornamentali si ricordano il Tulipa fosteriana Hort., il Tulipa greigii Regel, il Tulipa lanata Regel e il Tulipa kaufmanniana Regel, tutte originarie della Turchia e Kazakistan.

Fu portato per la prima volta in Europa nel 1554 dal fiammingo Ogier Ghislain de Busbecq, ambasciatore di Ferdinando I alla corte di Solimano il Magnifico, che ne spedì alcuni bulbi al botanico Carolus Clusius, responsabile dei giardini reali olandesi. Clusius trovò un modo per sviluppare molte varietà di tulipani, nei più svariati colori e forme. La sua coltivazione nei Paesi Bassi iniziò all'incirca a partire dal 1593. I tulipani divennero rapidamente una merce di lusso e uno status symbol, non solo per il loro valore decorativo, ma anche per il valore economico, e crebbero rapidamente di prezzo. Si contrattavano in casa del mercante Jacob van der Buerse (da cui prese il nome la Borsa), generando tra il 1634-37 la prima bolla speculativa documentata della storia del capitalismo, la famosa bolla dei tulipani, che scoppiò il 5 febbraio 1637.

Sebbene molti siano convinti che il fiore che simboleggia l'amore sia la rosa questo non è del tutto vero: il vero simbolo dell'amore perfetto, quello onesto, eterno e disinteressato è il tulipano, almeno stando a ciò che la letteratura e le antiche leggende popolari ci tramandano.
Questo fiore, caratterizzato dalla sua particolare forma, è comunemente coltivato per la grande varietà di colori e i numerosi ibridi disponibili, che lo rendono perfetto per colorare parchi e giardini.



Secondo un'antica leggenda persiana, la più antica tra tutte quelle che vedono il tulipano come protagonista, questo nacque dalle gocce di sangue di un giovane ragazzo suicidatosi in seguito ad una terribile delusione amorosa.
Anche nella celebre raccolta di fiabe "Le mille e una notte" il tulipano viene associato all'amore: secondo i racconti infatti il sultano lasciava cadere un tulipano rosso ai piedi di una delle donne dell'harem per indicare loro quale fosse la prescelta,

A prescindere dall'origine fiabesca che ritrae questo splendido fiore come una conseguenza di una delusione d'amore attualmente si ritiene che esso sia un'allusione alle relazioni perfette, non tanto a quelle sfortunate e deleterie, sebbene esista un'altra interpretazione secondo cui il tulipano rappresenti proprio i sentimenti più scostanti: questo andrebbe contro le credenze più antiche, o, forse, è semplicemente un altro modo di vedere l'amore: bello, passionale, onesto, ma caratterizzato da continui capricci e contrasti tra due anime unite.
Ma la particolarità del tulipano sta nelle sue tonalità: così come l'amore, che a seconda della persona può essere vissuto in mille modi diversi ed evocare altrettante sensazioni diverse così anche lui con le sue sfumature descrive le tante facce di un sentimento complesso e meraviglioso allo stesso tempo, quasi fosse un dono per chi, meno abile di altri o semplicemente spaventato nell'ammettere alla persona amata ciò che prova nel cuore, voglia donare qualcosa che simboleggi una sensazione per lui difficile da esprimere.
Esistono più di cento specie di tulipani, e altrettante possono essere le sfumature. Queste sono le più classiche:
il tulipano rosso è il fiore perfetto per una dichiarazione d'amore in piena regola. Regalare un tulipano rosso è come dire "ti amo e ti amerò per sempre", una promessa e un impegno da non sottovalutare;
il tulipano violetto è il tulipano della modestia. Forse la dichiarazione di chi non ha la presunzione di promettere qualcosa di eccessivo? meno incisivo e passionale del tulipano rosso ma comunque nobile e dolce;
il tulipano giallo è un dono perfetto per un amore solare, spensierato, e caldo, reso tale da una persona disinibita e con gioia di vivere.
il tulipano screziato caratterizzato da sfumature di brillanti colori che rispecchiano la lucentezza degli occhi di chi riceve questo dono, dolce e aggraziato.
Le diverse specie presentano notevoli differenze anche per quanto riguarda il fiore, che può essere grande, piccolo, semplice, doppio, arricciato o liscio.
Le mille sfumature del fiore e del suo significato fanno sì che, a seconda della cultura, il tulipano sia uno dei fiori più utilizzati per composizioni e regali dai più svariati significati: oltre al classico significato nell'impero Ottomano era simbolo di ricchezza e potere, ma anche di intimità e tenerezza (non è insolito che il tulipano fiorisca nelle vicinanze di qualche residuo di neve ed è tra i primi a sbocciare ogni anno); spesso vengono utilizzati anche per augurare alle persone amate un felice Natale, o un felice matrimonio, soprattutto se in primavera.

Diversamente dall'antico significato, quello che descrive l'amore come qualcosa di puro ma anche di eterno e, quindi, se vogliamo, costante, è curioso notare come il significato occidentale attribuito al tulipano sia quello dell'incostanza: secondo alcune interpretazioni questo può comunque essere accomunato all'amore stesso, perché, sotto certi punti di vista, l'amore, con i suoi alti e i suoi bassi, è incostante.
Il tulipano è uno dei pochi fiori consigliati anche per un regalo ad un uomo, grazie ai suoi colori e alla corolla, entrambi molto decisi, che lo rendono più adatto ad un pensiero del genere rispetto a molti altri fiori che, seppur meno romantici, hanno un aspetto più aggraziato e femminile.



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domenica 9 aprile 2017

LA CIMICE ASIATICA

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La cimice asiatica è un insetto parassita più grande e più aggressivo della cimice nostrana. Distrugge frutta e ortaggi causando ingenti danni al raccolto. Le sue origini sono orientali: proviene da Cina, Giappone e Corea. E’ stata segnalata per la prima volta in Europa nel 2007, nel 2010 ha raggiunto gli Stati Uniti e nel 2012 è sbarcata anche in Italia.

La cimice asiatica è arrivata in Italia seguendo le rotte commerciali, al riparo tra imballaggi di cartone e contenitori di legno provenienti dall’estremo oriente. .

La Halyomrpha halys non è nociva per l’uomo in modo diretto ma che può arrecare consistenti danni economici all’agricoltura nostrana: la cimice asiatica è molto prolifera, si moltiplica velocemente e anche famelica. Dato l’assenza di predatori naturali nel nostro Paese, la cimice asiatica ha campo libero e può arrecare forti danni alle coltivazioni in orto o in azienda agricola.

Il suo ciclo di vita è annuale e nel nostro Paese, per fortuna, compie solo una generazione all’anno. In Asia, nel suo habitat naturale, la cimice asiatica arriva a fare 4 – 6 generazioni all’anno.

Gli adulti sono presenti nelle coltivazioni da luglio a settembre, anche a partire da giugno se le condizioni climatiche sono favorevoli.

Da maggio a giungo la femmina adulta depone le uova che dalla schiusa diventeranno individui adulti mediante cinque stadi di sviluppo.

Le cimici asiatiche passano l’inverno al riparo, in forma adulta, nascoste sotto le cortecce di alberi, arbusti, sotto le pietre o tra la vegetazione disseccata. In condizioni favorevoli, nel periodo invernale, la cimice asiatica può rifugiarsi anche in casa.

Il clima caldo, la siccità prolungata e la presenza di vegetazione molto fitta (quindi anche in caso di coltivazioni infestata da erbacce o piante non correttamente distanziate) sono dei fattori che favoriscono la proliferazione della cimice asiatica.

La cimice asiatica raggiunge una lunghezza compresa tra 1.5 e 1.7 cm (quindi è più grande) e ha un colore molto caratteristico: la cimice asiatica è grigio-marrone scuro, quasi marmorizzata.
Questo insetto è comparso per la prima volta nel 2012 , si è diffuso in particolare in Nord Italia a una velocità spaventosa. Questa cimice color marrone deposita 3-400 uova un paio di volte l'anno (fino a sei volte nei Paesi di origine). Qui da noi non ha predatori naturali noti e attacca frutteti e colture orticole (per esempio pomodori e peperoni) ed erbacee (per esempio mais e soia) provocando ingenti danni.



Il primo passo da fare per intraprendere una lotta alle cimici asiatiche consiste con la corretta cura dell’orto e delle coltivazioni. La presenza di afidi e cocciniglie può favorire l’attacco da parte della cimice asiatica.

Eliminare la cimice asiatica non è affatto semplice. In assenza di un’infestazione vera e propria e se avete notato solo pochi esemplari di cimice asiatica sulle vostre coltivazioni, potete irrorare una soluzione liquida data da acqua e sapone di Marsiglia.

In alternativa potete provare con del macerato di ortica, di assenzio e tanaceto. La lotta non è solo chimica: la cimice asiatica si combatte anche con trappole per catturare gli individui adulti.

Per impedire l'ingresso delle cimici nelle abitazioni:

- collocare zanzariere o reti anti-insetto alle finestre, attorno ai comignoli dei camini non in uso, sulle prese d'aria;

- sigillare crepe, fessure e tutti quegli accessi che consentono il passaggio delle cimici (tubazioni, canalizzazioni, feritoie, ecc.)

Per eliminare gli ospiti indesiderati:

- utilizzare strumenti di pulizia per la casa a vapore per stanare gruppi di cimici annidate in cassonetti, infissi, tubature, ecc.

- utilizzare l'aspirapolvere per raccogliere le cimici che si trovano in posti più facilmente raggiungibili (soffitti, verande) o dopo averle stanate col vapore. E' possibile usare anche bottigliette di ghiaccio spray per fare cadere le cimici a terra.

Le cimici raccolte non vanno liberate all'esterno, ma vanno eliminate immediatamente (si consiglia di immergere il contenitore utilizzato per raccoglierle in una bacinella d'acqua saponata per alcuni minuti) per evitare che si annidino altrove e che la primavera successiva ritornino in campagna a danneggiare le coltivazioni. Non vanno mai buttate nel water in quanto l’acqua presente, non saponata, non è sufficiente ad annegarle. E' sconsigliato invece l'uso domestico di insetticidi che risultano poco efficaci e possono diventare dannosi per le persone, mentre possono essere utilizzati per il trattamento esterno degli infissi, dei cassonetti o di altri punti critici (solo nel caso che si lasci l'abitazione per alcuni giorni) e di ambienti non abitativi in cui non vi siano prodotti alimentari.



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LA MUSERUOLA

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La museruola nasce per impedire che l’animale morda.

Il proprietario e il detentore di un cane tra le varie misure da adottare hanno anche quella di “portare con sé una museruola, rigida o morbida, da applicare al cane in caso di rischio per l’incolumità di persone o animali o su richiesta delle autorità competenti”.

La museruola quindi non per forza deve essere indossata, se non su esplicita richiesta, ma dobbiamo averla assolutamente a portata di mano.

A favore della museruola c’è un fattore educativo. Ben utilizzata la museruola in realtà favorisce il processo formativo e ci aiuta a gestire adeguatamente il nostro animale anche in condizioni di potenziale disagio.

Se si abitua alla museruola il proprio animale sin dalla tenera età, in modo graduale e non punitivo, con tanto di premi e un pizzico di ironia e leggerezza, non è affatto una imposizione drammatica. Anzi, se abbiamo cani di grossa stazza, molto vigorosi, la museruola cani ci può anche far sentire più sereni.



È importante che sia morbida, comoda, quasi come un guanto. Non deve assolutamente avere parti in metallo acuminate, punte, uncini e va verificato che sia in linea con la sua stazza e il muso, perché calzi bene.

Non deve essere mostrata o utilizzata a seguito di un suo errore, perchè in quel caso diventerebbe uno strumento coercitivo piuttosto che educativo. La museruola per cani purtroppo però può comportare anche degli svantaggi causati dalla disattenzione del proprietario. La prima caratteristica di una buona museruola per cani è che rispetti la respirazione e non la ostacoli, stessa cosa per i movimenti della mandibola e che non schiacci il muso. Deve essere sia morbida che comoda e non và assolutamente decorata con metallo, punte o qualsiasi altra decorazione che potrebbe fare del male al cane.



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SARIN

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Il 4 Aprile 2017 il Sarin è stato, probabilmente, utilizzato per compiere un attacco terroristico nel villaggio di Khansheikhoun a Idleb in Siria. L'attacco ha provocato piu di 60 morti e oltre 170 feriti. Secondo fonti russe invece, la dispersione del gas nell' aria è stata causata dal bombardamento, da parte dell'aviazione lealista, di un deposito di gas sarin in mano alle milizie dello stato islamico.

ll gas sarin fu reso famoso soprattutto da Saddam Hussein che lo utilizzò nel 1988 per uccidere migliaia di curdi nella città irachena di Halabja. Il 20 marzo 1995, il sarin fu utilizzato per l'attacco terroristico alla metropolitana di Tokyo da parte della setta religiosa Aum Shinrikyo.

Il Sarin o GB è un gas nervino della famiglia degli organofosfati classificato come arma chimica di distruzione di massa. Fu ottenuto per la prima volta alla fine del 1938 da scienziati tedeschi della IG Farben durante i tentativi di sviluppare sostanze ad azione biocida.

A temperatura ambiente è un liquido di aspetto da incolore a giallo-bruno ed inodore, estremamente volatile. Il suo vapore è inodore ed incolore. L'intossicazione può avvenire per inalazione e attraverso contatto cutaneo. Un'adeguata concentrazione di vapori è in grado di attraversare la pelle, rendendo non sufficiente l'uso di una maschera antigas.

Come gli altri agenti nervini, il Sarin colpisce il sistema nervoso degli organismi viventi. I primi sintomi dell'esposizione a Sarin sono difficoltà respiratoria e contrazione delle pupille. Segue una perdita progressiva del controllo delle funzioni corporee, spesso si verifica vomito e perdita di urina e feci. La parte finale dell'esposizione al gas consta in uno stato comatoso che porta al soffocamento a seguito di spasmi convulsivi. Un individuo esposto a contaminazione da Sarin, sebbene in quantità non letali, può presentare danni neurologici irreversibili.

La dose letale LD50 per ingestione nel topo è di 0,55 mg/kg, per esposizione cutanea sul coniglio è di 0,925 mg/kg.



È letale anche in concentrazioni minime se non avviene tempestivamente la somministrazione di un antidoto, ad esempio l'atropina. Tuttavia una più efficace terapia antidotale si basa sulla somministrazione di sostanze che riattivano l'enzima "target" di tale agente tossico.

L'atropina è infatti solo un antagonista colinergico: essa agisce impedendo gli effetti dannosi determinati da una eccessiva permanenza dell'acetilcolina (neurotrasmettitore) negli spazi intersinaptici. In condizioni normali l'acetilcolina viene immediatamente distrutta dall'acetilcolinesterasi, un enzima presente in corrispondenza delle sinapsi nervose; in questo modo viene garantita la corretta trasmissione dell'impulso nervoso.

È l'acetilcolinesterasi l'enzima "target" dei nervini. Il sito recettoriale di quest'ultima, luogo della molecola dove avviene la degradazione dell'acetilcolina, viene occupato più o meno stabilmente dal nervino; in conseguenza di ciò l'enzima non è più in grado di svolgere il proprio compito; tuttavia, se si interviene immediatamente (entro minuti - ore a seconda del nervino), si può riattivare.

Come agenti riattivatori si usano alcune ossime (obidossima, pralidossima) che sono in grado, se somministrate prontamente, di riattivare l'acetilcolinesterasi "staccando" il nervino e rendendo perciò il sito recettoriale nuovamente pronto a degradare fisiologicamente l'acetilcolina.

I primi sintomi dell'esposizione sono difficoltà respiratoria e contrazione delle pupille. Segue una perdita progressiva del controllo delle funzioni corporee, spesso si verifica vomito e perdita di urina e feci. Il sarin è più pesante dell'aria, e quando si libera scivola su ogni superficie come una gigantesca nuvola di mercurio, quello dei termometri: si annida negli angoli, sguscia sotto le porte e rotola giù per scalinate e pendii.

Il 20 marzo 1995, il Sarin fu utilizzato per l'attacco terroristico alla metropolitana di Tokyo da parte della setta religiosa Aum Shinrikyo.

Nell'agosto 2013 è stato utilizzato in un attacco con razzi ad un sobborgo di Damasco, nel corso della Guerra civile siriana, relativamente a tale attacco l'ONU non ha attribuito responsabilità.



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domenica 26 marzo 2017

LAMPEGGIANTI BLU

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Fino alla metà degli anni cinquanta i mezzi di pubblica sicurezza non disponevano di dispositivi luminosi lampeggianti. Da quel periodo venne così stabilito che i mezzi di soccorso dovessero disporre di un faro a luce intermittente di colore rosso, modello americano. Così nel 1959 successe la vera e propria svolta, quando il nuovo codice della strada sancì l'installazione di un faro di colore azzurro; tale disposizione però fu riservata solo a gran parte dell'autoparco dei mezzi adibiti a soccorso pubblico; non poterono ottenere tale beneficio i reparti con ridotti autoparchi, quelli non svolgenti mansioni di pronto intervento, e Reparti Celeri e Mobili fino agli anni settanta. Venne così disposta la sostituzione o l'aggiunta della luce lampeggiante rossa, e venne previsto che tale faro avesse una particolare forma a cupola o a campana, in modo da ottenere un effetto lampeggiante conservato tutt'oggi, provocato mediante una paletta rotante metallica ad effetto specchio, inserita in una calotta di plastica di colore blu. Tale assortimento aggiuntivo venne applicato, ad esempio, nella Fiat Campagnola, che venne dotata di un supporto metallico a sostegno del lampeggiante, della lunghezza di una ventina di centimetri, posto esattamente sulla tettuccio della versione telonata.

Le prime modifiche del lampeggiante avvennero intorno al 1993, quando su molte delle nuove vetture iniziò ad essere installato un nuovo tipo di dispositivo, questa volta di tipo elettronico: la frequenza di lampeggiamento infatti, veniva interamente guidata da un circuito integrato. Questo sistema venne introdotto esclusivamente per pochi mezzi; su tutti gli altri, si continuava a vedere il vecchio lampeggiante ad effetto rotante: il girofaro. Con l'introduzione dell'Alfetta in dotazione a Carabinieri e Guardia di Finanza intorno alla metà degli anni Settanta, per la prima volta un mezzo delle Forze dell'Ordine venne equipaggiato con doppio lampeggiante. Nel 1995 con la smilitarizzazione del Corpo degli Agenti di Custodia, il nuovo Corpo di Polizia Penitenziaria adottò anch'esso, su una parte di mezzi, il doppio dispositivo luminoso d'emergenza su due modelli in particolare: Alfa Romeo 75 e Fiat Croma. Vennero poi allestiti altri mezzi, tra cui cellulari e ambulanze, i quali disponevano da 2 fino a 4 lampeggianti a veicolo; anche se in ridotte quantità, gli altri mezzi tra cui Fiat Campagnola, Fiat Punto, Fiat Tipo e Fiat Uno, erano dotati di un unico girofaro posizionato sulla cappotta. Solo la Polizia decise di mantenere l'unicità fra le Forze dell'Ordine, conservando un singolo girofaro di colore blu, a livello centrale del tettuccio del mezzo.

Nel 1996 venne presentata l'ennesima evoluzione del lampeggiante, una vera e propria rivoluzione radicale del sistema luminoso finora adottato. Si trattò della barra lampeggiante, un nuovo dispositivo elettronico composto principalmente da una barra luminosa di colore blu, applicato inizialmente sulla Fiat Marea e successivamente su altri modelli. Tale lampeggiante, impropriamente chiamato a questo punto girofaro, deriva da un tipo di dispositivo a doppia luce lampeggiante alternata arancione, fino ad allora adottato dalla Società Autostrade, installato su alcuni modelli di Alfa Romeo 155. Vennero dotati di tale sistema solo le prime due serie, esclusa la versione 16v, con lo scopo di aumentare la visibilità delle pattuglie da grande distanza. Poco dopo, il medesimo equipaggiamento venne montato in via sperimentale anche sulla III serie della Fiat Croma e sul Fiat Ulysse della società autostradale Autovie Venete.

Tale esperimento durò circa tre anni e non ebbe seguito; nel contempo lo si può considerare il preambolo di una nuova generazione di lampeggianti. Dal 1998/99, periodo di effettivo ingresso in servizio delle prime Fiat Marea, le vetture della Polizia di Stato assumono l'aspetto delle “american police cars”, ovvero delle tipiche auto della polizia americana, con l'applicazione di un nuovo modello costruito dalla Federal Signal Vama, nominato ATV8000. Si tratta di una barra composta da due luci stroboscopiche alternate, perfettamente sincronizzate tra loro, quattro fari supplementari da ricerca di forma circolare con calotta bianca: due posizionati anteriormente e altri due lateralmente, infine due fari lampeggianti intermittenti anch'essi di forma circolare e di colore arancione, ripetitori della segnalazione luminosa di pericolo (funzionamento simultaneo di tutti gli indicatori luminosi di direzione) posizionati nella parte posteriore. Al centro dell'apparecchio è inserito un altoparlante esterno, commutabile sia come sirena bitonale, sia come amplificatore esterno, qualora l'equipaggio trovandosi fuori dal mezzo, dovesse comunicare via radio, o qualora gli operatori dovessero comunicare dall'interno del mezzo, con l'esterno.



Per quanto concerne la Polizia Stradale, il discorso è un po' diverso, infatti se nel 1996 il modello veniva utilizzato sia sui veicoli della specialità in questione, che sulla Fiat Marea berlina della Squadra volante, nel 1998 questo cambia sostanzialmente. Vengono apportate alcune modifiche al dispositivo base: nel lato anteriore del lampeggiante infatti, viene eliminato l'altoparlante posto al centro della barra, mentre sul lato posteriore viene applicato, tra i due fari stroboscopici blu, un display luminoso. È proprio in questo periodo che anche il Fiat Ducato dei reparti autostradali viene equipaggiato con un grande tabellone sollevabile installato sul tetto, nel quale veniva riprodotta a livello luminoso la diversa segnalazione utile agli automobilisti in situazioni di emergenza, quali: “nebbia”, “coda”, “rallentare”, “incidente”, “alt polizia”, “accostare”.

Tale allestimento andò a sostituire la dotazione della prima serie del Fiat Ducato della Società Autostrade; questo mezzo disponeva della segnaletica stradale a livello cartellonistico, di tre girofari particolari, di forma allungata, alti e squadrati, con base metallica rialzante, in modo da garantire maggiore visibilità.

Nonostante le numerose innovazioni dei dispositivi lampeggianti sui mezzi della Polizia Stradale, altri mezzi quali fuoristrada, autovetture meno operative e furgoni, continuarono a montare i classici lampeggianti, mantenendo la medesima forma estetica, il medesimo colore, ma con un nuovo funzionamento: la luce stroboscopica. Mantenendo prevalentemente la precedente disposizione sui furgoni, questi nuovi lampeggianti vennero posizionati sul tetto del mezzo secondo l'ordine: due posteriori ai lati ed uno anteriore centrale, oppure uno su ogni lato.

Il 1998 fu un anno di grande movimento ed innovazione per quanto riguarda i mezzi delle Forze dell'Ordine e per i loro allestimenti. Anche l'Arma dei Carabinieri organizzò una nuova dotazione per il nuovo modello di "gazzella". Il 28 luglio del 1998 infatti, la Benemerita acquistò ben 375 esemplari di Alfa Romeo 156, dotati di un particolare assortimento di dispositivi luminosi. Su tale mezzo infatti, vennero installati due lampeggianti stroboscopici a luce blu, rivestiti da una seconda calotta di colore trasparente in plastica rinforzata, di un faro direzionale con calotta trasparente di forma "a goccia" posto in posizione centra anteriore del tettuccio, e di un grosso pannello estraibile meccanicamente applicato sulla parte posteriore della cappotta o mo' di spoiler. Tale pannello conteneva un display, utilizzato dagli operatori su strada; se nei veicoli della Stradale le luci componenti le lettere erano di colore arancione, sulle 156 dei Carabinieri erano di colore rosso; pressoché identiche invece erano le diverse segnalazioni scritte sul display in questione, infatti cambiarono solamente la dicitura da "ALT POLIZIA" a "CARABINIERI", ed aggiunsero "CONTROLLO" e "AUTOCOLONNA MILITARE". Da non dimenticare infatti che fino al 2000 i Carabinieri erano un'arma dell'Esercito Italiano.

La medesima dotazione, ad eccezione del pannello luminoso, venne così adottata successivamente per alcuni veicoli da: Polizia Penitenziaria come normale allestimento sulle Alfa Romeo 146, e come allestimento senza faro direzionale sui Fiat Doblò, sui Mercedes Sprinter e sui Fiat Ducato, Guardia di Finanza come normale allestimento sulle Alfa Romeo 156, sulle Citroën Xsara, sulle Fiat Stilo e sui Subaru Forester, come allestimento ad unico lampeggiante sulle Citroën Saxo, e Vigili del Fuoco sulle Fiat Stilo. Solo la Polizia di Stato mantenne il suo tradizionale allestimento ad un unico lampeggiante, su gran parte dei modelli in dotazione.
Si arriva così fino al 2006, anno in cui subentrano le nuove tecnologie per quanto riguarda i dispositivi luminosi: viene reintrodotto il classico girofaro, ma stavolta in versione LED.

L'unico Corpo dello Stato che ha conservato fino al 2014 su buona parte dei modelli, in particolare sui mezzi pesanti operativi, il vecchio girofaro, chiaramente rivisitato con nuove tecnologie ma mantenente l'originario principio del lampeggiamento, è il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, il quale ha continuato a dotare con tali allestimenti diverse autopompe. A partire dal 2015 si iniziano a vedere anche su diversi mezzi del Corpo i lampeggianti LED.

L'art. 151 CdS, stabilisce:

l'uso della segnalazione visiva a luce lampeggiante gialla o arancione, affermando che tale dispositivo è di carattere supplementare, deve essere installato:
sui veicoli eccezionali o per trasporti in condizioni di eccezionalità
sui mezzi d'opera
sui veicoli adibiti alla rimozione o al soccorso
sui veicoli utilizzati per la raccolta di rifiuti solidi urbani
per la pulizia della strada e la manutenzione della strada
sulle macchine agricole ovvero operatrici
sui veicoli impiegati in servizio di scorta tecnica
l'uso della segnalazione visiva a luce lampeggiante blu affermando l'utilizzo del dispositivo di carattere supplementare installato sui motoveicoli e sugli autoveicoli riportati all'articolo 177 del CdS, ovvero su mezzi:
adibiti a servizi di polizia
antincendio
di protezione civile come individuati dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti su proposta del Dipartimento della Protezione Civile della Presidenza del Consiglio dei ministri
del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico del Club alpino italiano, nonché degli organismi equivalenti esistenti nella regione Valle d'Aosta e nelle province autonome di Trento e di Bolzano
di soccorso umano quali autoambulanze e veicoli assimilati adibiti al trasporto di plasma ed organi
di soccorso per il recupero degli animali o di vigilanza zoofila
I conducenti dei veicoli sopra descritti, non sono tenuti a osservare gli obblighi, i divieti e le limitazioni relativi alla circolazione, le prescrizioni della segnaletica stradale e le norme di comportamento in genere, esclusivamente durante l'espletamento di servizi urgenti di istituto, qualora usino congiuntamente al dispositivo di segnalazione visiva a luce lampeggiante blu, il dispositivo acustico supplementare di allarme. Ogni conducente è obbligato comunque ad osservare le segnalazioni degli agenti del traffico, nel rispetto comunque delle regole di comune prudenza e diligenza.

Polizia e carabinieri non possono azionare i lampeggianti blu senza attivare, nello stesso tempo, la sirena acustica. Questo perché l’impiego della sola luce blu, in modalità “crociera”, non è previsto dal codice della strada. È quanto chiarito dal Ministero dei Trasporti con un recente parere.

Non capita di rado di vedere le auto della polizia zig-zagare nel traffico, con le luci intermittenti accese, a volte anche a velocità superiore a quella consentita dal codice della strada, ma senza le sirene spiegate. Spesso e volentieri le lasciamo passare, mentre in altri casi rallentiamo per timore di un possibile controllo sugli eccessi di velocità.

Tuttavia, questo diffuso impiego della sola luce blu sulle strade – specifica il Ministero dei Trasporti – pur non essendo aprioristicamente escluso dal codice della strada, non legittima comunque le autorità a derogare alle norme di comportamento e di sicurezza sulla circolazione previste dal codice della strada. In buona sostanza non basta attivare i dispositivi luminosi per decretare l’emergenza e, quindi, accelerare, andando oltre i limiti di velocità o violando le regole di sicurezza nel traffico che impongono di rimanere entro la stessa corsia di marcia, salvo l’attivazione delle frecce. A maggior ragione non è possibile utilizzare i dispositivi a luce blu in modalità da crociera, conclude il ministero.

In passato, il ministero degli Interni ha specificamente caldeggiato le mezze luci blu per evidenziare la presenza degli organi di polizia sulle strade; tuttavia, secondo il ministero dei trasporti tale scelta non è regolare.



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lunedì 20 marzo 2017

I BERSAGLIERI



Obbedienza
Rispetto
Conoscenza assoluta della propria arma
Molto addestramento
Ginnastica di ogni genere sino alla frenesia
Cameratismo
Sentimento della famiglia
Rispetto alle leggi ed onore al capo dello Stato
Onore alla Patria
Fiducia in se stessi sino alla presunzione.

Decalogo di La Marmora


Il Corpo dei bersaglieri venne istituito, con regio brevetto del 18 giugno 1836, da re Carlo Alberto di Savoia su proposta dell'allora capitano del Reggimento guardie Alessandro La Marmora, e ricevette il battesimo del fuoco l'8 aprile 1848 nella battaglia di Goito durante la prima guerra di indipendenza italiana.

Il compito assegnato alla nuova specialità prevedeva le tipiche funzioni della fanteria leggera - esplorazione, primo contatto con il nemico e fiancheggiamento della fanteria di linea (senza però schierarsi e frammischiarsi con quest'ultima) - ma si caratterizzava, come nelle intenzioni del suo fondatore, per un'inedita velocità di esecuzione delle mansioni affidate ed una versatilità d'impiego che faceva dei suoi membri, ancorché appiedati, oltreché dei cacciatori, anche delle guide e dei guastatori ante litteram.

Dotato di ampia autonomia operativa, il corpo era formato da uomini addestrati alla corsa ed al tiro con moderni fucili a retrocarica pronti ad agire, anche isolatamente, per impegnare di sorpresa l'avversario in azioni di disturbo col preciso intento di sconvolgerne i piani, organizzati in piccoli gruppi schierati in quadrato, però, i bersaglieri potevano essere impiegati anche in contrasto alla cavalleria per romperne la carica.

La creazione dei bersaglieri è legata al nome dell'allora capitano dei granatieri-guardie, Alessandro Ferrero della Marmora, il quale "convinto dei servizi importanti che potrebbe rendere una truppa di abili bersaglieri, particolarmente nelle montagne e paesi rotti" sottopose a re Carlo Alberto la Proposizione per la formazione di una compagnia di bersaglieri e modelli di uno schioppo per l'uso loro.

In questa "proposizione" che costituisce la carta fondamentale del corpo, che tanta gloria doveva raccogliere sui campi di battaglia tanto da assurgere a simbolo dell'esercito italiano, sono contenuti i criteri circa l'impiego tattico della nuova truppa nonché quelli relativi al reclutamento del personale, all'organizzazione della compagnia, al vestiario, all'equipaggiamento e all'istruzione. Si legge in essa che, mentre "l'officio della truppa leggera consiste nel distendersi, coprire di fuoco la linea, e correre sparando, questi bersaglieri devono invece portarsi in siti coperti, non sparare che dopo giunti a precisa portata, concentrare li spari su d'un punto solo, e non porre altra cura che di colpire con esattezza".

Per quanto egli affermasse non doversi i bersaglieri considerare "come una vera truppa leggera, piuttosto come una specie di artiglieria a piccola portata e di grande movibilità", tuttavia, in realtà, essi non potevano essere che una vera fanteria leggera, la quale, per effetto della scelta accurata del personale e del particolare addestramento, congiungeva ad una grande abilità nel tiro la massima mobilità. E invero queste sono le caratteristiche essenziali dei bersaglieri e tali si sono sempre conservate in seguito e tali sono ancora oggi, per quanto notevolmente modificati ne siano l'armamento ed i compiti.

La proposta del La Marmora venne tradotta in atto il 1° luglio dello stesso anno 1836 con la costituzione della 1ª compagnia bersaglieri, alla quale se ne aggiunse una 2ª nel 1837 e due altre (la 3ª e la 4ª) tra il 1840 e il 1843. Il La Marmora si dedicò con fervore all'addestramento dei bersaglieri, cercò di dotarli della massima velocità e prontezza nelle mosse e per essi inventò e costruì un'apposita carabina col concorso del fratello Alfonso.

Le balde truppe create dal La Marmora si affermarono non senza contrasti da parte dei soldati scettici e dei nemici delle novità. Il favore che essi incontrarono fin dall'inizio fu notevole anche all'estero, tanto che presto trovarono numerosi imitatori.

Nel 1848 le compagnie bersaglieri vennero portate prima a 6 e poi, allo scoppio della guerra con l'Austria, a 7 con l'aggiunta di una compagnia volontari studenti. Esse furono riunite in due battaglioni: il 1° di 4 compagnie, il 2° di 3, ma l'unità tattica restò sempre la compagnia. I due battaglioni suddetti parteciparono alla guerra, ognuno alle dipendenze di un corpo d'armata, ed ebbero il battesimo del fuoco al ponte di Goito (8 aprile), dove la 2ª compagnia con splendido ardimento si lanciò attraverso le rovine di uno dei parapetti del ponte fatto saltare dagli Austriaci, benché tenuto sotto fuoco micidiale, e riuscì a metterli in fuga catturando anche due cannoni.

Nello stesso anno 1848 il numero dei battaglioni venne portato a 5 e ai primi del 1849 a 7, con l'incorporazione del "Corpo dei bersaglieri lombardi", costituito fin dal maggio del 1848 dal governo provvisorio lombardo, e con la "legione trentina", formata a Brescia nella stessa epoca. I 7 battaglioni furono formati tutti su 4 compagnie numerate progressivamente nel complesso del corpo: l'unità di guerra continuò ad essere la compagnia. Nella campagna del 1849 i battaglioni bersaglieri, parte ripartiti fra le divisioni e parte tenuti presso il quartier generale principale, diedero in tutti i combattimenti, anche in quelli più sfortunati, le più belle prove di ardimento e di eroismo. Qui, per la prima volta, si videro manovrare come unità tattiche interi battaglioni di bersaglieri.

L'infausto esito della campagna si ripercosse anche sul corpo dei bersaglieri che sul finire di quell'anno venne ridotto a soli 3 battaglioni, portati però subito dopo a 5. Il 6° battaglione e parte del 7°, licenziati dal governo piemontese, si portarono a Roma, dove presero parte alla difesa di questa, finchè, arresasi la città, vennero sciolti.

La riorganizzazione delle forze piemontesi, compiuta dal nuovo ministro della guerra, Alfonso La Marmora, comprese fra l'altro l'aumento dei battaglioni bersaglieri che furono portati prima ad 8, poi a 9 e quindi, nel 1852, a 10, posti sotto un unico comando, tenuto da un colonnello, mentre l'alta sorveglianza ed ispezione venne affidata a un maggior generale, Alessandro La Marmora, che ne conservò la direzione finché visse, benché promosso luogotenente generale. Nel 1855, per la spedizione di Crimea, con le prime due compagnie dei 10 battaglioni vennero costituiti 5 "battaglioni provvisorî bersaglieri" assegnati in ragione di uno per brigata di fanteria, i quali scrissero nuove gloriose pagine nella storia, immortalandosi alla Cernaia. Al ritorno dalla Crimea, nel 1856, i battaglioni provvisorî vennero sciolti e le compagnie rientrarono ai rispettivi reparti. Venne creato anche l'ispettorato del corpo dei bersaglieri affidato al generale Enrico Cialdini.

Allo scoppio della guerra del 1859 i 10 battaglioni bersaglieri vennero assegnati in ragione di due per divisione, e in tutti i combattimenti ai quali presero parte, da Vinzaglio a Palestro, da Magenta a Solferino, raccolsero nuovi allori, meritandosi le più ambite ricompense e confermando così la loro ormai salda tradizione di valore e ardimento. Nel giugno dello stesso anno, con 4 delle compagnie deposito costituitesi allo scoppio della guerra presso i battaglioni, venne formato l'11° battaglione, che però non poté intervenire alle operazioni nel frattempo terminate.

L'annessione della Lombardia fece ritenere opportuno l'aumento di 5 battaglioni bersaglieri, numerati dal 12° al 16° (settembre 1859) ai quali si aggiunsero successivamente, dopo le nuove annessioni, 3 battaglioni toscani (17°, 18° e 19°) e 7 emiliani (dal 21° al 27°). Nel luglio del 1860 venne creato, a Cuneo, anche il 20° battaglione. Con r. decr. del 15 aprile 1869 venne poi sanzionato lo stato di fatto e il corpo rimase costituito da 27 battaglioni e 14 compagnie deposito. Fu soppressa allora la carica di ispettore, e il comando del corpo venne affidato a un generale anziché a un colonnello.

La costituzione del regno d'Italia con l'annessione delle provincie meridionali determinò un sensibile aumento dell'esercito italiano e così pure dei bersaglieri i quali, con r. decreto 13 gennaio 1861, vennero portati a 36 battaglioni attivi e a 6 battaglioni deposito, creati con il raggruppamento delle compagnie deposito. Ogni battaglione ebbe 4 compagnie, che furono numerate progressivamente per battaglione (da 1 a 4) e non più per intero corpo: così anche ufficialmente l'unità tattica non fu più la compagnia, bensì il battaglione. Per effetto del nuovo ordinamento fu abbreviata la denominazione "Corpo dei bersaglieri" in "Bersaglieri" e fu abolito il comando generale del corpo. I 36 battaglioni attivi furono raggruppati in 6 "comandi bersaglieri di corpo d'esercito" ognuno di 6 battaglioni, costituenti unità amministrative, alle quali non mancava che il nome di reggimento. Questo infatti venne ufficialmente dato loro alla fine dello stesso anno.

Portate a 20, nel 1862, il numero delle divisioni dell'esercito, si ritenne necessario, per dotare ogni divisione di due battaglioni bersaglieri, di portare a 40 il numero di questi, ma ragioni finanziarie non consentendo tale aumento, si ricorse al ripiego di costituire i 4 battaglioni occorrenti trasformandone in attivi altrettanti deposito, riducendo a 6 le compagnie deposito e a 5 il numero dei reggimenti, che risultarono così formati su 8 battaglioni.

Le compagnie deposito vennero poi soppresse nel 1865 per essere ricostituite, in numero di 8, nell'aprile del 1866 quando apparve imminente la guerra con l'Austria. Vennero anche formati in tale anno altri 10 battaglioni bersaglieri che furono ripartiti fra i 5 reggimenti esistenti, i quali vennero così a comprendere 10 battaglioni ognuno.

Dei 50 battaglioni, però, solo i primi 41 poterono prender parte alla campagna del 1866, essendo gli altri 9 rimasti al campo di Ghiardo con la riserva generale. E dei 41 solo 23 furono impegnati in fatti d'arme, specie a Custoza dove "primi ad avanzarsi ed ultimi a retrocedere, essi affermarono ancora una volta il loro diritto alla fama che li circonda, sopportando, in proporzione alla forza, un terzo di più di perdite che l'esercito intero, e questo terzo tutto in morti e feriti; segno non dubbio d'ordine e di disciplina pari al valore, risposta inconfutabile ad avventate censure prodottesi di poi" (Fea, Storia dei Bersaglieri).

Nel settembre dello stesso anno gli ultimi 5 battaglioni vennero sciolti e sul finire dell'anno furono soppresse anche le quarte compagnie dei battaglioni. I 5 reggimenti restarono così costituiti tutti su 8 battaglioni di sole tre compagnie.

Dopo la presa di Roma, riordinatosi l'esercito su 10 corpi d'armata, i bersaglieri vennero costituiti su 10 reggimenti, assegnati in ragione di uno per corpo d'armata come truppa suppletiva. Ogni reggimento risultò formato da uno stato maggiore, una compagnia deposito e 4 battaglioni di 4 compagnie. Vennero sciolti così 5 battaglioni (dal 41° al 45°) e inoltre i battaglioni sostituirono la vecchia numerazione nel complesso del corpo con quella progressiva nell'interno del reggimento, da 1 a 4.



Portato nel 1882 il numero dei corpi d'armata a 12, anche i bersaglieri furono ordinati, con r. decreto 18 giugno 1883, su 12 reggimenti, però di tre soli battaglioni ognuno. Si dovette perciò addivenire allo scioglimento di altri 4 battaglioni (quelli prima numerati dal 37° al 40°).

Nel 1885 i bersaglieri parteciparono alla campagna d'Africa con un battaglione su 4 compagnie, fornite dai reggimenti 1°, 4°, 7° e 8° e che prese il nome di "1° battaglione bersaglieri d'Africa". Successivamente furono inviati in colonia altri due battaglioni bersaglieri d'Africa (2° e 3°) costituiti in modo analogo al 1°, con compagnie fornite dai vari reggimenti, e un battaglione bersaglieri volontari formato con elementi tratti da tutti i 12 reggimenti. Questi 4 battaglioni vennero poi riuniti nel "reggimento bersaglieri d'Africa" che, a operazioni ultimate, rientrò in patria.

Nel 1896 un nuovo corpo di spedizione fu inviato in Eritrea e di esso fecero parte due reggimenti bersaglieri costituiti esclusivamente di volontari forniti dai 12 reggimenti: il 1° reggimento ebbe 4 battaglioni, il 2° ne ebbe 3. Due battaglioni del 1° reggimento, già vittoriosi a Mai Maret, parteciparono alla battaglia di Adua, dove vennero quasi completamente distrutti.

Nel 1905 si costituì, per la spedizione in Cina, un battaglione con 4 compagnie tratte dai reggimenti 2°, 4°, 5° e 8°.

Nel frattempo poche modificazioni erano state introdotte nell'ordinamento dei bersaglieri: nel 1886, in occasione del cinquantenario della fondazione del corpo, venne restituita ai battaglioni la numerazione tradizionale; l'anno successivo venne ripristinata la carica d'ispettore dei bersaglieri, soppressa nuovamente alla fine del 1894.

Intanto i continui progressi realizzati nella meccanica e le applicazioni di essa nel campo militare fecero sorgere l'idea dei primi nuclei di bersaglieri ciclisti, da impiegare specialmente nell'esplorazione in mancanza della cavalleria o in concorso con questa. Dopo i primi esperimenti, eseguiti nelle manovre di cavalleria del 1899, alle quali prese parte una compagnia ciclisti formata con elementi del 12° bersaglieri, si addivenne, tra il 1900 e il 1901, alla costituzione di due altre compagnie ciclisti e poi, nel 1908, alla trasformazione della 12ª compagnia di ogni reggimento in compagnia ciclisti. I soddisfacenti risultati ottenuti portarono, nel 1907 alla costituzione, a titolo di esperimento, di un battaglione ciclisti formato con le compagnie cicliste dei reggimenti 2°, 3°, 6° e 9°. Tale battaglione, compiuto brillantemente il giro d'Italia agli ordini del maggiore Cantù, fu poi costituito definitivamente nel 1908 con le compagnie ciclisti dei reggimenti 3°, 5°, 6° e 9°.

Le esperienze eseguite nelle manovre degli anni successivi, dimostrando quale prezioso contributo poteva dare tale nuova specialità nel campo tattico, sia in unione alla cavalleria, sia da sola, indussero, nel 1910, alla costituzione di un battaglione ciclisti presso ogni reggimento, riunendo le quarte compagnie dei tre battaglioni.

I reggimenti vennero così a risultare costituiti su 4 battaglioni di 3 compagnie ognuno:

Alla guerra italo-turca del 1911-12 presero parte tre reggimenti bersaglieri: l'11° a Tripoli, l'8° a Homs e il 4° a Bengasi, rinforzati con elementi tratti dagli altri reggimenti; il 4° fu poi trasportato a Rodi, dove concorse efficacemente all'accerchiamento del presidio turco a Psitos. Durante le operazioni i bersaglieri confermarono ancora una volta le antiche tradizioni di valore e di eroismo: nella tragica imboscata di Sciara Sciat, a Henni, a Bir Tobras e poi a Zuara, al Mergheb e in numerosi altri combattimenti essi si dimostrarono degni successori dei bersaglieri delle guerre d'indipendenza. L'11° reggimento conquistò a Tripoli la medaglia d'oro al valor militare.

Dopo la pace di Ouchy restarono in Libia solo tre battaglioni (3°, 15° e 31°), uno per reggimento, e furono sostituiti in patria con 3 battaglioni di nuova formazione: 37°, 38° e 39°. All'inizio del 1915 dovettero essere inviate nuove truppe in Libia per sedare la rivolta scoppiata fra gl'indigeni. Venne così inviato in Tripolitania l'intero 1° reggimento bersaglieri e tre battaglioni (2°, 22° e 11°) deì reggimenti 2°, 5° e 7°, oltre ad un altro battaglione (26°) del 4° a Rodi.

Frattanto l'intero 100 bersaglieri era stato inviato a Valona, primo nucleo di quello che doveva poi essere il corpo speciale d'occupazione dell'Albania.

Nei primi mesi del 1915, in vista della guerra imminente, si costituirono 30 nuovi battaglioni bersaglieri. Alcuni di essi sostituirono presso i reggimenti in patria i battaglioni dislocati oltre mare, di cui, in primo tempo, assunsero lo stesso numero con l'aggiunta dell'indicazione bis, mentre altri restarono autonomi. All'inizio della guerra, sulla fronte italiana si ebbero perciò 44 battaglioni bersaglieri ordinati in 11 reggimenti (33 battaglioni) e 11 battaglioni autonomi: 40°, 41°, 42°, 45°, 47°, 48°, 49°, 50°, 54°, 56°.

Ogni reggimento disponeva di una sezione mitragliatrici su 2 armi.

Due battaglioni bersaglieri di nuova costituzione (il 52° e il 55°) erano già stati inviati in Tripolitania.

Alla fine del 1915 i battaglioni bis assunsero la denominazione progressiva e 5 dei battaglioni autonomi, insieme con 4 di nuova costituzione, furono raggruppati in 3 nuovi reggimenti.

I 48 battaglioni bersaglieri restarono ordinati in 14 reggimenti (42 battaglioni) e 6 battaglioni autonomi: 41°, 42°, 45°, 47°, 48°, 56°.

Nella primavera del 1916 anche i battaglioni vennero dotati di una sezione mitragliatrici.

Sino all'aprile 1917 vennero costituiti altri 12 battaglioni bersaglieri (dal 64° al 75°) coi quali, e con 3 dei battaglioni autonomi, si formarono 5 nuovi reggimenti.

I tre battaglioni autonomi 47°, 48° e 56° restarono tali per tutta la durata della guerra.

Nello stesso anno 1917 vennero costituiti anche 3 reparti di assalto bersaglieri (26°, 72°, 19° poi 23°) e tutti i battaglioni vennero dotati di una compagnia mitragliatrici su 6 armi (restando da questa assorbita anche la sezione mitragliatrici reggimentale), nonché di una sezione pistole mitragliatrici e di una sezione lanciatorpedini.

Gli avvenimenti militari del novembre 1917 indussero allo scioglimento di 4 reggimenti bersaglieri (4°, 9°, 15° e 21°).

Poche variazioni organiche sono da segnalare nel 1918: l'aumento ad 8 delle armi delle compagnie mitragliatrici, la sostituzione con lanciabombe da 76 (Stokes) dei lanciatorpedini e l'assegnazione ad ogni reggimento d'una sezione lanciafiamme, di un plotone d'assalto e di un reparto cannoncini da 37 su 4 pezzi.

Durante la guerra alcuni reggimenti bersaglieri vennero riuniti in brigate e in divisioni: all'inizio della campagna 4 reggimenti (6°, 9°, 11° e 12°) vennero infatti raggruppati in una "divisione speciale bersaglieri" che fu impiegata nella zona del Monte Nero. Venne poi sciolta nel marzo 1916.

Successivamente si costituirono, in varie epoche, sette brigate bersaglieri (dalla 1ª alla 7ª), tutte su 2 reggimenti, ma che non ebbero composizione costante. Alcune brigate vennero riunite, per qualche tempo, in divisioni; così la 1ª e la 5ª brigata formarono, nell'agosto 1917, la 66ª divisione, poi la 68ª, quindi la 47ª e finalmente, durante il ripiegamento di Caporetto, la 79ª divisione speciale bersaglieri, meglio nota come "divisione speciale Boriani" dal nome del suo comandante e che fu poi ridotta a 3 soli reggimenti dopo lo scioglimento del 9°. Nelle tre settimane di vita tale divisione ebbe modo di rendere segnalati servigi, contrastando efficacemente il passo alla irrompente marea nemica, sì che meritò di essere additata, in un comunicato del Comando supremo, alla riconoscenza del paese.



Un'altra brigata, la 3ª, concorse alla formazione della 51ª divisione (marzo-giugno 1917) e nel settembre 1918 due altre brigate bersaglieri (6ª e 7ª) formarono, riunite, la 23ª divisione.

Fin dal principio della guerra i battaglioni ciclisti vennero staccati dai rispettivi reggimenti e impiegati isolatamente o a gruppi, in genere di 3 battaglioni, in unione con la cavalleria, ma più spesso con la fanteria. Essi dipesero però sempre direttamente dal Comando supremo che, a seconda delle circostanze, li assegnava alle divisioni. Verso la fine del 1916 alcuni battaglioni ciclisti vennero riuniti in gruppi di tre, di composizione variabile, che assunsero il nome del comandante. A tale epoca rimonta anche la formazione della Direzione battaglioni bersaglieri ciclisti, organo di collegamento tra Comando supremo e battaglioni, avente mansioni essenzialmente disciplinari. Nell'ottobre 1917 tale direzione venne soppressa; per contro, nei primi del gennaio successivo, si fissò la costituzione dei gruppi bersaglieri ciclisti in modo definitivo.

Di tali gruppi due (il 2° e il 3°) vennero sciolti dopo la vittoriosa battaglia del giugno 1918, insieme con 4 dei battaglioni che li formavano. Gli altri 2z battaglioni (il 3° e l'11°) passarono alle dipendenze delle due divisioni di assalto.

Anche i battaglioni ciclisti ebbero, verso la metà del 1917, una compagnia mitraglieri che fu sempre di 6 armi e poi anche le sezioni pistole mitragliatrici, che nel 1918 furono aumentate in ragione di una per compagnia.

Nel novembre 1917 vennero formate alcune sezioni di moto-mitragliatrici che poi, nell'agosto del 1918, vennero riunite in una 1ª compagnia su 6 armi alla quale successivamente se ne aggiunsero altre 4 che poterono partecipare alla battaglia di Vittorio Veneto.

Il carattere assunto dalla guerra 1915-18 non permise un impiego dei bersaglieri sostanzialmente differente da quello della fanteria di linea. Tuttavia, nei numerosi combattimenti ai quali presero parte, i bersaglieri non smentirono mai le gloriose tradizioni e si prodigarono generosamente su tutti i settori dell'ampia fronte, dal Monte Nero al Carso, dagli altipiani al Grappa, dall'Isonzo al Piave, gareggiando in valore con fanti e alpini. Ne sono eloquente indice l'alta cifra dei caduti, circa 32.000, e le ricompense meritate: 40 medaglie d'oro e oltre 7800 di argento e bronzo.

Nel dopoguerra l'ordinamento dei bersaglieri subì notevoli trasformazioni. Per un momento prevalse la tendenza a ridurne notevolmente l'entità, preludio alla loro completa abolizione. E difatti, nel 1919, si sciolsero tutte le brigate, i reggimenti di nuova formazione e tutti i battaglioni ciclisti, tranne due; poscia, l'ordinamento dell'aprile 1920 previde solo 4 reggimenti riuniti in due brigate: la 1ª composta dai reggimenti 4° e 9° e la 2ª dal 2° e 3°. Ogni reggimento restò costituito su due battaglioni effettivi ed uno quadro e vennero aboliti anche gli ultimi due battaglioni ciclisti. Tuttavia gli altri 8 reggimenti continuarono a vivere, ridotti però a un solo battaglione.

L'ordinamento del 1923 riportò a 12 i reggimenti bersaglieri, di cui 6 furono trasformati in ciclisti: ogni reggimento ebbe due battaglioni. In tale occasione venne istituito l'ufficio del "generale a disposizione per i bersaglieri".

Tale ordinamento fu successivamente perfezionato nel 1924 con la trasformazione in ciclisti di tutti i 12 reggimenti, e nel 1926 cambiando in "ispettorato dei bersaglieri" l'ufficio del generale a disposizione per i bersaglieri. L'ordinamento attuale comprende quindi 12 reggimenti ciclisti su due battaglioni.

Ogni battaglione è su tre compagnie, il cui armamento principale è costituito da mitragliatrici leggere.

L'avvenuta trasformazione in ciclisti di tutti i reggimenti bersaglieri apre loro nuove e più vaste possibilità e tende a spostare la loro azione dal campo tattico a quello strategico.

Nella guerra dell'avvenire i bersaglieri ciclisti avranno certamente una parte importante, ora agendo da soli, ma più spesso in unione con la cavalleria e con i carri armati, sia per l'esplorazione lontana sul davanti delle armate, sia per sfruttare un successo delineatosi dopo una battaglia di rottura, sempre per portare celeremente una potente massa di fuoco sul nemico per renderne irreparabile la rotta o per arrestarne lo slancio offensivo.

Il Museo storico dei bersaglieri, inaugurato a Roma nel 1904, costituisce una preziosa raccolta di cimeli, cominciata nel 1891 dal generale Bruto Bruti, allora ispettore capo.

La bandiera fu adottata con regio decreto di Carlo Alberto dell'11 aprile 1848.

I bersaglieri, in quanto ordinati al livello massimo di battaglione, non avevano né potevano avere la bandiera, affidata soltanto ai reggimenti. Non la ebbero nemmeno alla fine del 1870 quando i loro battaglioni furono ordinati in Reggimenti. Si ritenne, forse, che essa con le sue dimensioni, impedisse all'alfiere di sfilare di corsa alla testa del reggimento. Quando, infatti, si giunse – il 19 ottobre 1920 – a consegnare anche ad essi il drappo tricolore, si ricorse al labaro col quale la corsa si effettuava agevolmente.

Il 7 giugno del 1938, infine, il labaro venne sostituito dalla bandiera nazionale, adottando un “formato ridotto” che offrisse meno resistenza al vento nella corsa. Con l'avvento della Repubblica, il “formato ridotto” lasciò il posto al “tipo unico”. L'alfiere dei bersaglieri, tuttavia, ha continuato a sostenerla in modo da farla sventolare in alto, visibile da lontano a tutto il reparto.

La fanfara è nata con la prima compagnia di bersaglieri «…marciavano in testa dodici soldati colla carabina sulla spalla sinistra, tenendo nella destra corni da caccia con cui suonavano una marcia allegra, vivace e tale da far venire la voglia di correre anche agli sciancati…» (Quarenghi)

Era il 1º luglio 1836, la prima volta che i bersaglieri uscirono dalla caserma “Ceppi” in Torino, dove erano nati. I bersaglieri non possono eseguire una sfilata in mancanza della fanfara. Infatti l'atto costitutivo del 18 giugno 1836 stabiliva che per ogni compagnia vi fossero 13 trombette ed un caporale trombettiere. La riunione per l'addestramento musicale dei trombettieri delle varie compagnie diede origine alla fanfara di battaglione, che dopo pochi anni si formò come reparto a sé, mentre le compagnie continuarono a disporre di propri trombettieri. Alle trombe si sono con il tempo aggiunti altri strumenti a fiato.

Oggi è l'unica banda al mondo ad esibirsi a passo di corsa. L'uso deriverebbe, secondo la tradizione popolare, dall'ingresso in Roma, alla breccia di Porta Pia, che doveva effettuarsi a passo di carica, ma che invece divenne spontaneamente una corsa dei soldati.

L'inno dei bersaglieri è stato composto nel 1860 dal giovanissimo ufficiale del bersaglieri Giulio Ricordi con testo del poeta Giuseppe Regaldi. Nel 1862 Pietro Luigi Hertel ne fece una versione titolata "Flik Flok". L'arrangiamento attuale fu nel 1886 del maestro Raffaele Cuconato come "Marcia dei Bersaglieri".

Il piumetto è composto di piume di gallo cedrone. Il cappello circolare ed ampio all'inizio veniva usato come protezione dal sole per l'occhio destro, quello che aveva il compito di mirare, e infatti quasi tutti i cacciatori dei vari eserciti, all'epoca della formazione del corpo, ricoprivano il berretto di penne e pennacchi.

Il cappello piumato, in gergo chiamato vaira in onore di Giuseppe Vayra che per primo vestì la divisa del corpo, che si porta inclinato sul lato destro in modo da tagliare a metà il sopracciglio fino a coprire il lobo dell'orecchio, è l'emblema del Corpo ed il simbolo delle sue tradizioni. A riprova di tale affermazione si ricorda tradizionalmente l'episodio che vide protagonista il tenente colonnello Negrotto, Comandante del 23º Battaglione bersaglieri, che colpito a morte sul Mrzli (campo trincerato di Gorizia) nel 1915, durante la prima guerra mondiale, pose il suo cappello sulla punta della sciabola lanciandolo poi al di là del reticolato nemico gridando: «Bersaglieri, quella è la vostra Bandiera! Andate a prenderla!».

Il fregio è in metallo di colore oro: bomba da granatiere con fiamma a sette lingue, cornetta da cacciatore e due carabine intrecciate. La particolarità del trofeo è la fiamma la quale non sale dritta come per le altre armi, quella del bersagliere è inclinata e fuggente rappresentante della corsa dei bersaglieri.

Il cordone verde servì a sostenere la fiaschetta della polvere da sparo (che cadeva sul fianco destro) fino a quando non entrò in dotazione la cartuccia completa. Servì anche per le trombette ed i corni. Attualmente viene indossata con l'uniforme da parata.

Il colore cremisi comparve nelle mostreggiature e filettature della prima giubba di panno azzurro-nero della truppa, e nelle spalline, colletto, bande e manopole degli Ufficiali. Oggi è conservato nelle fiamme.

I guanti neri vennero adottati, nel 1839, a soli tre anni dalla fondazione del Corpo a simboleggiare lo sprezzo della morte. La Marmora li volle neri perché quelli sperimentati nello stesso anno, blu scuro come la divisa, perdevano il colore. Inoltre all'epoca il guanto calzato era un segno di classe signorile. Gli Ufficiali ed i Sottufficiali dei Bersaglieri, in qualsiasi circostanza di tempo e di luogo e con qualsiasi uniforme nella quale ne sia prescritto l'uso, devono sempre indossare guanti neri di pelle.

Il fez ha la sua origine in Marocco, ma i bersaglieri lo incontrarono in Crimea (1855), dove gli Zuavi, reparti speciali del Corpo di spedizione francese, entusiasmati dal valore dei bersaglieri (battaglia della Cernaia), offrirono il loro copricapo, il fez, in segno di ammirazione. Prima, i bersaglieri portavano un “berrettino di maglia di cotone, che copriva le orecchie e poteva tenersi anche sotto il cappello”; di colore rosso aveva un fiocco turchino. Dopo il cappello piumato (chiamato vaira) il fez diventò, ed è tuttora, un elemento tipico del bersagliere. Il regolamento disciplina il trattamento del fez: non dev'essere riposto in tasca, né arrotolato in mano, né piegato sotto la spallina. La nappa azzurra (la "ricciolina") deve avere il cordoncino corto (massimo 30 cm) in modo da consentirgli di dondolare rapido da una spalla all'altra.

Il 19 giugno 2011 a Torino, in occasione del 59º raduno nazionale del Corpo, fu presentato un nuovo basco nero che prese il posto del tradizionale fez. Sotto il fregio dei bersaglieri, apposto sul lato sinistro del basco, vi è una sottopannatura quadrata di colore cremisi e, in corrispondenza di questa, un piumetto nero: entrambi elementi che ricordano la tradizionale iconografia del Corpo. A partire dal 1º novembre 2015, il piumetto sul basco è stato tuttavia abolito. Il Fez resta il copricapo per la truppa (VFP1 e VFP4).



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venerdì 17 marzo 2017

LA CALLA

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Le calle sono il fiore simbolo dello stile liberty.

La Zantedeschia è un genere di piante appartenente alla famiglia Araceae, originario dell'Africa.

Le specie appartenenti al questo genere sono conosciute in italiano col nome di calle o gigli del Nilo.

Il genere Zantedeschia comprende sette specie a radice rizomatosa, alte fino ad oltre 1 m, delle quali la più conosciuta come pianta ornamentale è la Zantedeschia aethiopica (sin.: Richardia africana), originaria dell'Africa meridionale tra il Sudafrica e il Malawi. Chiamata comunemente Calla, è una pianta perenne a foglie sempreverdi o decidue, dotata di un rizoma oblungo, di grandi dimensioni, foglie basali largamente sagittate, con lunghi piccioli, infiorescenze primaverili, solitarie, di colore bianco, composte da una lunga spata a forma d'imbuto, e da uno spadice biancastro eretto, fiori monoici. Altre specie coltivate sono la Zantedeschia elliottiana originaria dell'Africa nord-orientale, con fiori colorati di giallo, poco rustica teme le basse temperature; la Zantedeschia nelsonii dai fiori giallo-zolfo con una macchia purpurea, la Zantedeschia rehmannii con i fiori colorati di bianco sfumati di rosa.

Il botanico tedesco Kurt Sprengel (1766 - 1833) dedicò questo genere a Giovanni Zantedeschi (1773-1846), medico e botanico Italiano di Molina (VR).

Essendo piante molto amate dai fioristi e, ultimamente, anche nei giardini, gli ibridatori si sono molto impegnati nella ricerca di nuove cultivar di colori, forme e dimensioni diverse.
Sono per lo più utilizzate come fiori da taglio o piante da vaso. Risultano infatti di non semplice coltivazione perché poco rustiche.

Le calle bianche sono di coltivazione molto semplice; si pongono a dimora, in autunno, in un buon terreno soffice e fresco, abbastanza ricco, in un angolino semiombreggiato del giardino; queste piante non temono il freddo, anche perchè nelle zone con clima invernale rigido le calle tendono a perdere l'intera parte aerea, entrando in riposo vegetativo per tutta la stagione fredda. Ricominceranno a svilupparsi all'arrivo dei primi tepori primaverili; non appena le calle ricominciano a sviluppare i primi germogli è bene riprendere le annaffiature, e mantenere il terreno leggermente umido, anche se possono sopportare brevi periodi di siccità.
Quindi le annaffiature verranno intensificate all'arrivo del caldo estivo, per evitare che la pianta deperisca rapidamente; in genere può risultare utile porre a dimora la nostra calla in un luogo vicino a un corso d'acqua o al laghetto presente in giardino. Ogni 10-12 giorni forniamo un buon concime per piante da fiore.
Il cespuglio di foglie costituito da una calla bianca in completo sviluppo può raggiungere tranquillamente i 90-100 cm di altezza, ed i 70-90 cm di larghezza; se lasciati costantemente a dimora questi rizomi tendono a produrre periodicamente nuovi rizomi, causando l'allargarsi del cespo di calle; volendo è possibile, in settembre-ottobre, dissotterrare i rizomi, e dividerli, in modo da ottenere più cespi di calle.
I fiori di calla possono venire utilizzati come fiori recisi, poiché si mantengono freschi per molti giorni.
La coltivazione della calla non è tra le più semplici, soprattutto nel caso non si disponga di un ambiente adatto.
Si deve tenere presente che sono vegetali originari delle paludi tropicali la cui caratteristica peculiare è di asciugarsi completamente di tanto in tanto. Bisognerebbe quindi, anche in coltivazione, cercare di replicare questi ritmi per ottenere fioriture rigogliose.
Generalmente possono essere suddivise in due categorie principali: quelle a fioritura precoce e quelle a fioritura tardiva.
Le prime sono più rustiche e più tolleranti in generale. Fanno parte di questa categoria le più diffuse e in particolare Zantedeschia aethiopica. Fioriscono tra febbraio e maggio.
Le seconde invece hanno dimensioni più contenute, producono le spate tra aprile ed ottobre e necessitano di un clima più caldo, intorno ai 20°C.



Le calle colorate tendono ad essere leggermente più delicate rispetto a quelle bianche; questo si traduce in cespi meno ampi, fiori di dimensioni più contenute, rizomi più piccoli, e spesso ogni singolo rizoma tende a produrre un solo fiore. Inoltre le calle colorate tendono a temere maggiormente il freddo, quindi vengono spesso coltivate in vaso, in modo da poter riporre il contenitore in luogo riparato durante la stagione invernale.
Anche queste calle prediligono posizioni semiombreggiate,e temono il sole diretto, soprattutto nelle giornate più calde; in genere tendono a svilupparsi un poco più tardi rispetto alle zantedeschie aethiopiche, cominciando a produrre il fogliame in primavera inoltrata, o già in estate.
Possiamo spesso trovare le calle colorate già in piena vegetazione anche in inverno, in vivaio, questo perchè si usa molto coltivare questa piante in appartamento, dove possono venire tranquillamente forzate a fiorire in qualsiasi periodo dell'anno.
Le calle colorate necessitano di annaffiature abbondanti e regolari, e prediligono un terreno fresco e profondo, ricco in materia organica.
Se coltivate in vaso attendiamo sempre che il substrato nel contenitore asciughi prima di annaffiare nuovamente.
Durante i mesi invernali, se viviamo in luoghi con temperature minime molto rigide, è opportuno coltivare queste piante in serra, oppure coprire il terreno occupato dai rizomi con uno spesso strato di materiale pacciamante, in modo che i rizomi non entrino in contatto con il gelo intenso.
In generale queste calle ibride sono di colore vario, dal rosa al giallo, dal fucsia al viola; in effetti esistono anche calle ibride bianche, non appartenenti alla specie aethiopica. Quando acquistiamo una calla quindi informiamoci dal vivaista sulla specie a cui appartiene, per non rischiare di perdere il rizoma all'arrivo dell'inverno.

In linea generale l’annata si divide in due periodi: quello vegetativo e il periodo di riposo.
Durante il primo (che inizia con la fine dell’inverno e termina quando i fiori cominciano ad appassire) si deve irrigare abbondantemente. Inizialmente le dosi di acqua aumenteranno gradatamente per poi mantenersi costanti fino a quando la pianta non smetterà di emettere spate. A quel punto si tornerà a dilazionarle sempre di più.
Il loro habitat di provenienza sono gli stagni nelle aree tropicali e subtropicali. Necessitano quindi, per vivere bene, anche di una buona percentuale di umidità nell’aria. Se la nostra casa risultasse troppo secca possiamo vaporizzare le foglie utilizzando possibilmente acqua demineralizzata o piovana (per evitare che si macchino). Diversamente possiamo utilizzare dei sottovasi in cui abbiamo posto uno strato di argilla espansa e due dita di acqua.
Quando le foglie cominciano ad ingiallire gli interventi andranno quasi totalmente sospesi. Si interverrà solo nel caso il terreno diventi troppo secco.

Le zantedeschie possono essere moltiplicate principalmente tramite divisione (che consente di mantenere le caratteristiche della pianta madre) e tramite semina (dagli esiti imprevedibili).
Nel primo caso si dovrà procedere al termine del periodo vegetativo (cioè settembre-ottobre), contestualmente al rinvaso. Si dividerà il rizoma in più sezioni (ponendo attenzione che ognuna di esse sia dotata di almeno un occhio). Andrà poi messa a dimora separatamente. È sicuramente consigliabile spolverarle leggermente con dello zolfo in maniera da scoraggiare l’instaurarsi di patogeni. Ideale è lasciarle in una ambiente caldo e asciutto per circa 5 giorni prima di metterle a dimora in maniera che si disperda l’eventuale eccessiva umidità.
La profondità ideale nel vasetto è 10 cm. Si dovranno tenere ad una temperatura di circa 20 gradi fino a quando non produrranno le prime foglioline. A quel punto potremo spostarli in contenitori più grandi e tenerli fino alla primavera in un locale poco riscaldato.
Le calle si possono, come abbiamo detto, moltiplicare anche per seme. Quelli della aethiopica, la cui maturazione avviene in agosto, vanno collocati in terrine in un composto che andrà sempre mantenuto ben umido.
La zantedeschia elliottiana, invece, si semina a dicembre. In questo caso i rizomi andranno trapiantati a partire dal secondo anno, quando saranno diventati molto resistenti.

Perché queste erbacee possano vivere e fiorire a lungo, mantenendosi negli anni, è importante concedere loro dei periodi di riposo dopo che hanno prodotto le spate e le foglie. Sarà necessario ridurre drasticamente le annaffiature.
È altrettanto importante intervenire verso settembre dividendo i rizomi principali dai tubercoli laterali. Questi, infatti, ne riducono di molto la vitalità; di conseguenza nell’annata successiva avremmo una forte predominanza di produzione fogliare a tutto discapito della fioritura.

Può capitare che vengano attaccate da insetti (quali cocciniglie o afidi) oppure da acari. Nel primo caso si interverrà con insetticidi specifici. Se questo inconveniente si verificasse con una certa regolarità, per le piante in vaso, è possibile ricorrere anche a pastiglie di fitofarmaco da inserire direttamente nel terreno. Di solito durano circa tre mesi e hanno un’azione continua.
Per il ragnetto rosso, invece, soprattutto in caso di affezioni forti, si rende necessaria la distribuzione di acaricidi specifici. Per evitare l’insorgere di questa problematica si possono porre gli esemplari in una zona meno esposta e aumentare considerevolmente l’umidità ambientale.



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