venerdì 27 febbraio 2015

IL TIGLIO

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Tilia L., 1753 (nome comune tiglio) è un genere di piante della famiglia Tiliaceae (Malvaceae secondo la classificazione APG), originario dell'emisfero boreale.
Il nome deriva dal greco ptilon (= ala), per la caratteristica brattea fogliacea che facilita la diffusione eolica dei grappoli di frutti.

Sono alberi di notevoli dimensioni, molto longevi (arrivano fino a 250 anni), dall'apparato radicale espanso, profondo. Possiedono tronco robusto, alla cui base si sviluppano frequentemente numerosi polloni, e chioma larga, ramosa e tondeggiante. La corteccia dapprima liscia presenta nel tempo screpolature longitudinali. Ha foglie alterne, asimmetriche, picciolate con base cordata e acute all'apice, dal margine variamente seghettato.

I fiori, ermafroditi, odorosi, hanno un calice di 5 sepali e una corolla con 5 petali di colore giallognolo, stami numerosi e saldati alla base a formare numerosi ciuffetti; il pistillo è unico con ovario supero pentaloculare; sono riuniti a gruppi di 3 (o anche 2-5) in infiorescenze dai lunghi peduncoli dette antele (cioè infiorescenze in cui i peduncoli fiorali laterali sono più lunghi di quelli centrali). Le infiorescenze sono protette da una brattea fogliacea ovoidale di colore verde-pallido, che rimane nell'infruttescenza e come un'ala agevola il trasporto a distanza dei frutti. Questi sono delle nucule ovali o globose, della grossezza di un pisello, con la superficie più o meno costoluta, pelosa e con un endocarpo legnoso e resistente, chiamata carcerulo.

Il tiglio vegeta nelle zone dal Castanetum al Fagetum in luoghi freschi e ombreggiati.

Comprende specie arboree che si incrociano facilmente tra loro, dando luogo a numerosi ibridi dalle caratteristiche intermedie; ne deriva che la classificazione delle specie risulta poco agevole, con opinioni contrastanti tra i botanici, e un numero di specie considerate autonome che può variare da 18 a 65 a seconda dell'autore considerato.

Le specie spontanee in Italia sono:

Tilia cordata Mill. (= Tilia parvifolia Ehrh., Tilia sylvestris Desf.) noto col nome di tiglio selvatico
Tilia platyphyllos Scop. (= Tilia europea L.) noto col nome di tiglio nostrale o tiglio nostrano.
Le specie citate vengono considerate da alcuni autori come sottospecie della linneana Tilia europaea nota come tiglio europeo o tiglio comune; citiamo inoltre la Tilia x vulgaris Hayne noto col nome di tiglio intermedio, che è un ibrido tra la Tilia cordata e la Tilia platyphyllos, con caratteristiche intermedie tra le specie originarie, molto diffuso in Italia.

Tra le specie ornamentali coltivate in Italia, oltre a Tilia cordata, ricordiamo Tilia americana L. e le numerose varietà, originaria del Nord America e nota come tiglio americano; si presenta come un albero di 23–40 m di altezza, a foglie decidue, ovate-cordate di colore verde scuro e piccoli fiori ermafroditi, primaverili, di colore giallognolo, frutti secchi e duri, pubescenti, contenenti uno o due semi. La famiglia del tiglio è "Tigliacee"; il nome scientifico è "Tilia x europaea L.".

Come pianta ornamentale nei viali, parchi e giardini.

Il legno biancastro, omogeneo, leggero (peso specifico 0,90 fresco, 0,65 stagionato) è idoneo a lavori di intaglio, intarsio, scultura, parti di strumenti musicali e per la realizzazione di oggetti vari.
In particolare è utilizzato per i corpi di chitarre e bassi "solid body" in liuteria elettrica. La varietà utilizzata è normalmente indicata con l'inglese basswood.
I fiori forniscono il nettare per il miele, e vengono utilizzati per la preparazione di infusi e tisane.
Nell'arboricoltura da legno vengono utilizzate per il governo a ceduo o fustaia, grazie al rapido vigore vegetativo.
Come pianta medicinale, nella farmacopea ufficiale vengono utilizzati i fiori col nome di Tiliae flores per la presenza del glucoside Tiliacina, e di tannini, mucillagini, ecc.

Il decotto di corteccia dei giovani rami raccolto in primavera ha proprietà astringenti, per uso esterno utilizzato come clistere per la cura di diarree e infezioni intestinali
L'infuso, la tisana e lo sciroppo dei fiori con le brattee, raccolti in giugno-luglio e fatti seccare all'ombra, vantano proprietà anticatarrali, bechiche, sudorifere, emollienti, antispasmodiche, vasodilatatrici e calmanti nei confronti di stati d'ansia
Per uso esterno l'infuso di fiori viene usato per bagni calmanti e ristoratori, mentre il decotto serve per gargarismi curativi di stomatiti, faringiti, glossiti, angine
L'estratto acquoso di alburno (la parte esterna del legno) dei rami, avrebbe un'azione contro gli spasmi intestinali, biliari ed epatici, vanterebbe inoltre un'attività antipertensiva e dilatatrice delle coronarie.
Il decotto dei giovani rami ha un'azione diuretica.
Il carbone vegetale ottenuto dal legno viene utilizzato come assorbente antiputrido intestinale.
Il tiglio contiene principi attivi come polifenoli, flavonoidi (tiliroside), mucillaggini e oli essenziali. I suoi fiori si usano principalmente sotto forma di infuso.

L'infuso di tiglio ha la caratteristica di favorire la sudorazione durante malattie infettive acute febbrili o raffreddori ed è il rimedio naturale più indicato in caso di disturbi alle vie aeree dei bambini, perché le mucillagini che si trovano soprattutto nei fiori hanno una proprietà mucolitica e antinfiammatoria contro tosse e catarro.

In fitoterapia, i fiori di tiglio sono utili anche contro l'insonnia, la tachicardia, stati d'ansia, nervosismo e mal di testa. Il tiglio, infatti, svolge un'azione rilassante sul sistema circolatorio, provocandone un abbassamento della pressione. Nessuna controindicazione nei casi di gravidanza e allattamento, ma sentite prima il parere del vostro medico!
Per l'infuso: mettete 2 grammi di pianta in una tazza di acqua bollente e lasciate riposare per 10 minuti circa.

Usato come tonico dopo la pulizia del viso, l'infuso di tiglio depura e rinfresca la pelle, distende le rughe e aiuta nei casi di arrossamento cutaneo. Per lo stesso motivo, un impacco esterno con il decotto di fiori di tiglio risulta efficace per scottature, eritemi solari e dermatiti.
Impacchi per gli occhi: imbevete delle compresse di garza in un infuso di tiglio e applicatele sugli occhi per ottenere un'azione decongestionante e rinfrescante su occhiaie e palpebre gonfie e infiammate.

Piante frugali, poco esigenti come esposizione alla luce e tipo di terreno, anche se preferiscono suoli fertili e freschi, eliminare i polloni periodicamente.

Si moltiplicano per semina, propaggine, talea e in alcuni casi per innesto.

Il tiglio è una pianta molto longeva. È famoso il tiglio del cimitero di Macugnaga, in provincia di Verbania, con una circonferenza di 833 cm a petto d'uomo, alto dodici metri; i locali sostengono che sia stato messo a dimora nel XIII secolo, esperti botanici almeno due secoli più tardi. Ne parla Tiziano Fratus, cercatore di alberi nei suoi libri "Homo Radix. Appunti per un cercatore di alberi" e "Terre di Grandi Alberi. Alberografie a Nord-Ovest".
In Germania si trova un tiglio, la cui chioma misura 133 metri di circonferenza; i suoi rami sono sostenuti da 106 colonne di pietra.
Nel comune di Malborghetto (UD) si trova un tiglio secolare dichiarato monumento vegetale. È protetto da funi e sostegni e raggiunge un'altezza di 25 m.
A Massaquano accanto alla chiesa Parrocchiale esiste un tiglio plurisecolare, ancora vegeto, interamente cavo, dove è possibile entrarvi e uscire sui rami.
Le proprietà benefiche e calmanti del tiglio erano già conosciute nell'antichità, tanto che Filira (cioè "tiglio" in greco antico) era la madre del saggio centauro Chirone, esperto delle arti mediche (fu lui a curare l'eroe Achille).
Nell'Alta Pianura lombarda, a ridosso della fascia prealpina, era pratica diffusa includere nei toponimi locali Tüss (la forma dialettale riferita a tale essenza arborea) con cui si indicavano alcune località agricole o fuori dai centri abitati. In talune località dell'area bosina e dell'alto saronnese piante secolari di tiglio possono essere ancora osservate in corrispondenza di alcune di queste località, che creano un riferimento notevole nel panorama di piccole aziende agricole e boschi di robinie e betulle.

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IL FRINGUELLO

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Il fringuello (Fringilla coelebs Linnaeus, 1758) è un piccolo uccello passeriforme della famiglia Fringillidae.

Misura circa 15 cm. Le piume di questo uccellino sono di colore ardesia sulla regione dorsale, bianco sulla regione ventrale. Il becco ha color carnicino. Il maschio si differenzia dalla femmina per la livrea più colorata. Infatti, mentre la femmina è bruno-giallastra, il piumaggio del maschio comprende l'azzurro della testa, il verde del groppone, il rosa intenso del petto, il bianco delle barre alari e il nero dell'estremità delle ali.

Amante dei climi freddi, vive sulle montagne.

Il suo canto è stranamente simile al suono di un campanello.

Si nutre di semi e frutti. D'inverno si avvicina ai campi coltivati in cerca di cibo.

Il fringuello ha un ampio areale che si estende dall'Europa al Nord Africa all'Asia. In Italia è presente in tutta la penisola.

Generalmente è comune nei boschi, tra alberi sparsi e cespugli, lungo le siepi, nei campi, nei frutteti e ovunque ci sia della vegetazione, ma, in inverno, può arrivare anche nelle periferie delle città, dove è più facile trovare cibo.

In Italia è specie protetta in base alla legge sulla caccia 157/1992: chi abbatte fringillidi in numero non superiore a cinque va incontro ad una sanzione amministrativa da Euro 103,29 a Euro 619,75, mentre se il numero è superiore a cinque la sanzione diventa penale con ammenda fino a Euro 1549,37 e sospensione della licenza di porto di fucile per uso caccia, in caso di recidiva, per un periodo da uno a tre anni.


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DIAMANTE MANDARINO

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Il diamante mandarino, conosciuto anche come diamantino o, meno correttamente, come bengalino (Taeniopygia guttata Vieillot, 1817) è un uccello passeriforme della famiglia degli Estrildidi.

In passato il diamante mandarino è stato classificato nel genere Lonchura col nome di Lonchura guttata: in seguito esso è stato spostato nel genere Poephila assieme ad altre specie di diamante australiano. Attualmente, esso viene ascritto al genere Taeniopygia assieme al diamante di Bichenov (che alcuni autori preferirebbero collocare in un proprio genere Stizoptera, sicché Taeniopygia diverrebbe anch'esso un genere monospecifico col solo diamante mandarino ascritto), che nell'ambito della sottofamiglia Lonchurinae forma un clade con il diamante variopinto.

Vengono generalmente riconosciute due sottospecie di diamante mandarino:

Taeniopygia guttata guttata, endemica dell'isola indonesiana di Timor, caratterizzata da taglia media minore e dall'assenza delle striature nere sul petto;
Taeniopygia guttata castanotis, di taglia maggiore, diffusa in Australia e capostipite degli attuali diamanti mandarini che vengono allevati come uccelli da gabbia;
Il nome scientifico della specie deriva dal latino gutta ("goccia"), in riferimento alla caratteristica striscia nera sotto gli occhi che ricorda una lacrima che riga la faccia.

Il diamante mandarino è naturalmente diffuso in ampie zone costiere dell'Australia orientale e meridionale, oltre che su varie isole della Sonda come Flores, Timor, Alor, Wetar e Sumba. Questo uccello è stato inoltre introdotto in buona parte dell'Indonesia ed in Tasmania, dove si è naturalizzato: grazie alla sua resistenza e rusticità, inoltre, popolazioni di individui sfuggiti alla cattività si trovano sparse anche nell'emisfero boreale.

L'habitat originario del diamante mandarino è rappresentato dalle aree di savana e dalle aree secche subtropicali a copertura erbosa e con presenza sporadica di cespugli od alberi. Si tratta tuttavia di una specie molto rustica e adattabile che tollera un ampio range di temperature e può vivere in ambienti che vanno dal semidesertico al temperato, passando per aree a forte disturbo antropico dove si adatta molto bene alla convivenza con l'uomo: la sua presenza è tuttavia legata alla concomitante presenza di fonti permanenti d'acqua dolce.

Si tratta di uccelli di piccole dimensioni, che misurano fra gli 8 e i 12 cm di lunghezza per un peso che può raggiungere i 12 grammi: a parità d'età, i due sessi hanno dimensioni simili. Gli esemplari domestici, anche nelle varietà "ancestrali" (ossia con forma e colore immutate rispetto agli esemplari selvatici), tendono ad essere più pesanti per via della nutrizione più costante, arrivando ai 40 g di peso.

Il corpo è piuttosto robusto ed arrotondato, con coda dai margini squadrati e becco tozzo e robusto.

Questa specie presenta un netto dimorfismo sessuale per quel che concerne la colorazione del piumaggio: ambo i sessi si presentano di colore grigio topo sul dorso, con tendenza a schiarirsi nella zona ventrale, fino a divenire bianco su ventre e sottocoda, mentre sulle ali il grigio tende a sfumare nel brunastro. La coda è nera con bande bianche, e sotto gli occhi è presente una caratteristica "lacrima" nera che raggiunge il mento e delimita due mustacchi di colore bianco sporco ai lati del becco. Il maschio di diamante mandarino presenta inoltre una caratteristica macchia di colore arancio su ciascuna guancia (anch'essa delimitata dalla "lacrima"), un disegno zebrato su gola e petto, dove tale disegno culmina in una banda orizzontale nera, oltre a una bavetta anch'essa nera sul mento ed una banda di color rosso mattone punteggiata di bianco sui fianchi. Il becco è di colore arancio-rosato nella femmina, mentre nel maschio esso si presenta di colore rosso corallo: le zampe sono di color arancio in ambo i sessi.

Sono state inoltre selezionate in cattività numerose varianti (circa 50 accreditate) di colore di questo uccello, fra cui "bianco", "pezzato", "guancia nera", "petto nero" etc., le cui particolarità sono facilmente intuibili dal nome.

Si tratta di uccelli diurni e dalle abitudini gregarie, che tendono a muoversi in piccoli stormi di almeno una decina di esemplari d'ambo i sessi, che si tengono in contatto fra loro mediante richiami emessi molto di frequente e che consistono in dei brevi cinguettii la cui complessità è maggiore nei maschi, dove è riscontrabile una diversità individuale del canto con similitudini direttamente proporzionali alla strettezza della parentela fra gli esemplari: ciascun maschio tende infatti a ricalcare il proprio canto su quello del proprio padre, apportando qualche piccola variante che può provenire dall'ascolto di canti di altri maschi o da suoni dell'ambiente circostante. Recenti studi hanno dimostrato che esibirsi in assoli canori alle femmine è un'esperienza gratificante per i maschi. Le femmine, dal canto loro, non sono in grado di formulare canti articolati in quanto durante lo sviluppo embrionale non avviene la produzione degli estrogeni in ormoni simil-testosteronici, i quali presiedono allo sviluppo dell'area cerebrale preposta all'evoluzione dell'abilità canora.

I richiami hanno inoltre la funzione di identificare ciascun uccello nell'ambito del gruppo, con gli appartenenti allo stesso che tendono a scacciare gli estranei, specialmente durante il periodo riproduttivo.

Questi uccelli tendono ad essere sedentari, ma non esitano a compiere spostamenti anche di notevole entità in caso di scarsità di cibo od acqua.

Si tratta di uccelli principalmente granivori, che si nutrono principalmente di miglio ben maturo; tuttavia, grazie al grosso becco i diamanti mandarini sono in grado di avere ragione anche di semi molto duri, purché di piccole dimensioni. Altri cibi assai graditi sono frutta, verdura e bacche, mentre è abbastanza raro che questi uccelli si cibino anche di piccoli insetti e larve: ciò avviene specialmente durante il periodo riproduttivo e durante la muta, ossia quando è richiesta una maggiore quantità di nutrienti per far fronte alla deposizione ed alla cura dei nidiacei o alla ricrescita del piumaggio.

In cattività, essi accettano di buon grado una comune miscela di semi per esotici, integrata di tanto in tanto con pezzi di frutta e verdura e pastone all'uovo.

Si tratta di uccelletti molto voraci, che tendono a nutrirsi velocemente lasciando cadere molto cibo al suolo: questo comportamento in natura risulta molto utile per la dispersione dei semi.

L'evento riproduttivo avviene generalmente in concomitanza con le piogge e non segue una stagionalità precisa, dimodoché i diamanti mandarini sono in grado di riprodursi non appena le condizioni atmosferiche si mostrino favorevoli. Il corteggiamento consiste in una serie di richiami vocali anche elaborati da parte del maschio, che al contempo si esibisce in una sorta di danza fatta di saltelli attorno alla femmina: una volta formatesi, le coppie restano assieme per tutta la vita, sebbene non siano rari casi di infedelà da parte di ambo i partner.

Ambedue i sessi collaborano nella costruzione del nido, che comincia circa una settimana prima della deposizione: mentre il maschio si occupa dell'architettura generale del nido, la femmina provvede alla sua imbottitura. Il nido ha una caratteristica forma sferica, misura circa 15 cm di diametro e si compone di vari strati di materiale filamentoso finemente intrecciato (principalmente steli d'erba e piccole radici di lunghezza inferiore ai 5 cm, ma anche lanugine, piume, foglie ed in cattività sfilacci di iuta). Il nido viene generalmente ubicato in un luogo appartato e sopraelevato, come la cavità di un albero, il folto di un cespuglio, una tana abbandonata, o anche una cavità nel muro di un edificio: all'interno di esso la femmina depone dalle 2 alle 8 (nella maggior parte dei casi 5) uova di circa 15 mm di lunghezza, deponendone generalmente uno al giorno cominciando a covare attivamente solo dopo la deposizione del secondo o del terzo. Durante la cova (che dura all'incirca due settimane) il maschio tende a sorvegliare i paraggi appollaiandosi sulla sommità del nido e segnalando l'eventuale presenza di pericoli oppure scacciando eventuali rivali (siano essi anche i suoi stessi figli, appartenenti ad una covata precedente): ambo i sessi tuttavia dormono insieme nel nido durante la notte.

I pulli alla nascita sono completamente implumi e si differenziano di circa un giorno d'età l'uno dall'altro, sicché in covate particolarmente numerose non è raro che i nidiacei più grandi si discostino anche di una settimana dagli ultimi schiusi, il che spesso porta alla morte per inedia di questi ultimi, incapaci di competere adeguatamente per il cibo. Come anche negli altri estrildidi, i nidiacei posseggono un disegno particolare e papille in rilievo sul palato, caratteristiche queste che essendo specie-specifiche permettono ai genitori di riconoscerli come conspecifici e di stimolare l'imbeccata vedendo il becco aperto. I diamantini sono genitori solerti ed imbeccano frequentemente i propri pulli, con entrambi i genitori che si alternano in questa operazione.

Ai nidiacei cominciano a spuntare le prime penne attorno alla settimana di vita, mentre tra le due e le tre settimane dalla schiusa essi cominciano generalmente ad avventurarsi fuori dal nido e, qualche giorno dopo, ad involarsi. Essi continuato tuttavia a passare la notte nel nido assieme ai genitori per altre due settimane dopo l'involo, quando si allontanano volontariamente oppure vengono scacciati in maniera aggressiva dai genitori in procinto di portare avanti una nuova nidiata.

Gli esemplari giovani si presentano solitamente di colorazione molto simile a quella delle femmine, eccezion fatta per il becco, che è di colore nero fino al mese di vita, quando esso assume la colorazione tipica del sesso dell'animale: le guance del maschio cominciano a colorarsi attorno ai due mesi dalla schiusa.

La maturità sessuale viene raggiunta dopo i tre mesi, con le femmine che a parità d'età tendono ad accoppiarsi più tardi.

L'aspettativa di vita del diamante mandarino in natura si aggira attorno ai 2-3 anni, mentre in cattività questi animali sono più longevi e vivono fino a 7 anni.

Il diamante mandarino, in virtù della sua rusticità e resistenza, unite alla bella colorazione ed alla vivacità, viene allevato e riprodotto in cattività da secoli. Proprio in virtù della facilità di riproduzione, alla monogamia che rende possibile l'allevamento di numerosi esemplari in un unico ambiente ed alla velocità del ciclo vitale, questo uccello viene utilizzato anche come organismo modello nella ricerca scientifica, in particolare per quello che concerne il sistema uditivo ed il meccanismo di raccolta ed immagazzinamento dati nel cervello.

Nelle aree dove è naturalmente diffuso, il diamante mandarino è molto comune e ben rappresentato, tanto da essere considerato come "a rischio minimo" dallo IUCN. Le popolazioni di questo uccello soffrono tuttavia l'inquinamento, la distruzione dell'habitat e la pressione predatoria da parte di altri animali (soprattutto topi e ratti che depredano i nidi, ma anche dasiuri).

Pur non essendo minacciato, il diamante mandarino (come anche tutte le specie native) nella sua forma selvatica è protetto in Australia dal 1960 e ne viene severamente proibita l'esportazione, a meno di specifiche deroghe concesse dal governo.

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LE LUCCIOLE

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I Lampiridi (Lampyridae Latreille, 1817) sono una piccola famiglia di coleotteri malacodermi diffusa in tutto il mondo con circa 2000 specie, comunemente chiamate lucciole.

I Lampiridi sono caratterizzati da tegumenti morbidi, pronoto ricoprente più o meno completamente il capo, grandi occhi sferici e zampe corte.
Tutte le specie sono caratterizzate da atterismo più o meno spinto, fatto che dona loro un aspetto larviforme. Questa caratteristica è generalmente presente nelle femmine, ma talvolta anche nei maschi di alcuni generi (Phosphaenus).
Tutte le specie, sia allo stadio di larva che di adulto, sono inoltre caratterizzate dalla capacità di produrre luce da uno o più segmenti addominali, da cui il nome della famiglia. A tale fenomeno è stato dato di nome di bioluminescenza.
I maschi alati delle specie europee sono generalmente caratterizzati da colori smorti, gialli o rossi sul pronoto e bruni o neri sulle elitre. Le femmine sono generalmente giallastre o brunastre.

Le larve dei Lampiridi sono caratterizzate, come gli adulti, da un pronoto che ricopre più o meno completamente il capo.
Sono di colore scuro, completamente nere (Phosphaenus), nere a macchie rosa (Lampyris) oppure brune a macchie gialle (Lamprohiza). Queste ultime assomigliano alle larve dei genere Cychrus (Carabidae).

Le larve dei lampiridi sono attive durante la notte, ma possono essere rinvenute anche durante il giorno. Si nutrono di gasteropodi polmonati, per cui sono estremamente rare o addirittura scomparse dalle zone agricole in cui si utilizzano regolarmente lumachicidi. Inoltre le lucciole stanno scomparendo dalle zone industrializzate e abitate a causa delle troppe luci presenti che non permettono alle lucciole di "incontrarsi" e quindi di riprodursi, ma anche a causa dei concimi chimici, che rendono difficile il loro nutrimento, e dell'inquinamento.

Diversamente dalle larve, gli adulti dei Lampiridi i maschi pare non si nutrano, nonostante abbiano apparato boccale completo, le femmine pare siano fitofaghe. Bisogna fare delle precisazioni per le specie tropicali, alcune delle quali si nutrono di diversi insetti e talora persino dei loro simili.
Entomologi americani hanno potuto constatare che alcune femmine del genere Photuris sono in grado di modificare la frequenza e la luminosità della propria luce, in modo da simulare la luce delle femmine di altre specie di lampiridi, attirarne i maschi e poi divorarli.

La luce emessa da questi insetti è dovuta all'ossidazione del substrato fotogeno luciferina ad ossiluciferina, che avviene in presenza di ossigeno grazie alla catalisi operata dall'enzima luciferasi.
Alcuni segmenti addominali, generalmente gli ultimi, sono trasparenti sul lato ventrale e riccamente percorsi da trachee e tracheidi che conducono l'ossigeno necessario alla reazione di ossidazione. Regolando il flusso dell'aria l'insetto può regolare la frequenza del lampeggiamento.

Si tratta di una luce fredda, la cui lunghezza d'onda oscilla fra i 500 ed i 650 nanometri. L'intensità invece varia a seconda delle specie.
L'emissione luminosa è presente sia negli adulti che nelle larve. Negli adulti la funzione è collegata all' accoppiamento: i maschi, infatti, emettono segnali ritmici luminosi, cercando di attirare l'attenzione delle femmine, che a loro volta emettono luce a ritmi differenti. L'intensità invece varia a seconda delle specie. Anche le uova sono luminescenti.


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AILANTHUS

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Ailanthus Desf., 1786 è un genere di piante della famiglia Simaroubaceae, che comprende sette specie di alberi originari delle zone tropicali dell'Asia e dell'Australia, che possono raggiungere altezze poco superiori ai 25 m.

Il nome del genere deriva dalla parola ailanto, termine che in cinese significa letteralmente "albero così alto da raggiungere il cielo". La presenza dell'"h" è dovuta ad una sovrapposizione del termine greco άνθος che significa "fiore".

Pianta infestante, molto aggressiva, dalla rapidissima proliferazione, le cui radici si estendono in larghezza fino anche a trenta metri sul suolo, dando luogo a colonie di nuove piante figlie. È noto il cattivo odore delle sue foglie. Il fusto è generalmente eretto e molto ramificato con corteccia grigio-brunastra più chiara sui rami giovani. Le foglie sono composte, pennate, spiralate o opposte, e prive di stipole. I fiori, riuniti in infiorescenze a spiga o a pannocchia, sono generalmente unisessuali. Produce frutti secchi indeiscenti (samare).

In Europa si è ormai diffusa in modo sostanzialmente incontrollabile la specie Ailanthus altissima (P. Mill.) Swingle, nota volgarmente col nome di albero del paradiso che può raggiungere i 25 m di altezza, molto ramificato, con numerosi polloni basali, originario della Cina e della Corea.

Questa specie, introdotta in Italia per un tentativo di allevamento del lepidottero Philosamia cynthia originario dell'estremo Oriente per la produzione della seta, ormai si trova rinselvatichita nei boschi, sulle ripe, sui greti e anche su terreni aridi, sassosi e instabili, dalla pianura fino ai monti, diventando un'infestante molto aggressiva. Sostituisce piano piano la vegetazione preesistente, formando colonie. Si trova sempre più spesso anche in città, dove è usata, inopinatamente, come rapido rimedio contro i raggi solari; la pianta è infatti nota anche per l'estrema rapidità di crescita in altezza. Le sue caratteristiche infestanti, tuttavia, dovrebbero suggerire un attento controllo della sua propagazione.

Coltivata come pianta ornamentale, e in silvicoltura per il rimboschimento di terreni incoerenti e franosi grazie all'apparato radicale profondo e ramificato.
È usata anche per fare miele di Ailanto.
La corteccia viene utilizzata per le proprietà medicinali.

L'infuso e la polvere della corteccia prelevata in primavera o in autunno, ha proprietà antidiarroiche e antielmintiche
Per uso topico il cataplasma delle foglie fresche pestate vanta proprietà revulsive

Predilige gli spazi aperti e luminosi, si adatta a qualunque tipo di terreno; per la resistenza all'inquinamento, al freddo o caldo torrido e alla siccità possono essere utilizzati per viali o ripe franose e sterili, in giardini e parchi. Si moltiplica facilmente per seme, diventando rapidamente infestante, o per talea dei polloni basali, dei rami o delle radici.

Si consiglia di evitarne la diffusione in quanto danneggia le specie forestali endemiche italiane. Anche nei giardini può creare problemi per la sua invadenza e i continui interventi necessari per contenerla.

Pianta rusticissima ha pochi nemici ad esclusione delle larve del saturniide Philosamia cynthia, che non provocano generalmente grossi danni.


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IL CANARINO

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Le prime notizie dei canarini in cattività risalgono al 1100, quando alcuni esemplari furono portati in Europa da marinai inglesi. L'allevamento sistematico dei canarini fu avviato dai monaci, che tenevano per sé le femmine e vendevano i maschi (gli unici a cantare), tenendo però per sé i migliori come razzatori.

Non essendo quindi riproducibili (mancando le femmine), il commercio dei canarini era riservato ai monaci ed in genere assai alto: in una data imprecisata, tuttavia, in Italia sbarcarono delle femmine di canarino e si diede il via all'allevamento di questi uccelli su larga scala, così che il prezzo scese considerevolmente ed il canarino domestico divenne assai popolare in Europa.

Con l'allevamento intensivo, cominciarono ad essere selezionate delle razze di diverse tonalità cromatiche.

Le razze riconosciute attualmente sono circa 30, in base alla selezione si parla di "canarini di colore", "canarini da canto" e "canarini di forma e posizione". Tra le razze riconosciute o in via di riconoscimento ve ne sono parecchie create da allevatori Italiani. Tali razze comprendono il Gibber Italicus, il Padovano, il Milanbianco (estinto), il Milanbianco gibbuto (estinto), il Canarino Comune Italico (estinto), l'Arricciato Gigante Italiano, il Fiorino, il Rogetto, la Razza Capitolina, il Salentino, il Fiume o Usignolato Italiano (estinto) ed altre. Il canarino domestico è molto spesso utilizzato per ibridazioni con specie affini, come il Cardellino, il Verdone, il Lucherino, oppure esotici come Cardinalino del Venezuela, Carpodaco messicano, e così via. Gli ibridi F1 di Cardellino X Canarino, noti agli appassionati come "incardellati", possono raggiungere quotazioni di tutto rispetto quando, oltre a colori brillanti ed appariscenti, esibiscono doti canore particolari, soprattutto quando sanno cantare strofe da Cardellino, ma con la potenza di voce di un canarino.

Oltre che per il canto e la compagnia, almeno fino al 1986 i canarini erano regolarmente usati nelle miniere di carbone, come primitivo sistema di allarme. La presenza di gas tossici, come il monossido di carbonio, avrebbe ucciso i canarini prima ancora di avere effetto sui minatori. Poiché i canarini tendono a cantare per gran parte del tempo, fornivano a questo scopo un segnale visibile e udibile.

Poiché a qualsiasi età un canarino è in grado di memorizzare e ripetere melodie, o di arrangiare melodie conosciute e crearne di nuove, la ricerca ha spesso utilizzato questi uccelletti per lo studio della neurogenesi (nascita di nuovi neuroni nel cervello dell'adulto). Il canarino è anche utilizzato come modello per lo studio dei processi di apprendimento del cervello dei vertebrati.


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IL CARDELLINO

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Il cardellino (Carduelis carduelis Linnaeus, 1758) è un uccello appartenente alla famiglia dei Fringillidi. Il nome deriva dalla pianta cardo dei cui semi (specialmente di quelli del cardo rosso) questi uccelli sono ghiotti.

Il cardellino è facilmente riconoscibile per la mascherina rossa sulla faccia e per l'ampia barra alare gialla. Il resto del piumaggio va dal bianco delle guance, al nero della nuca, della coda e della parte esterna delle ali, al marrone scuro del dorso.

Nel periodo della migrazione (ottobre/novembre) si trova in numerosi gruppetti nei pressi dei campi coltivati, dove poi si ferma numeroso fino a metà febbraio. Già da febbraio iniziano a formarsi le coppie che poi andranno a riprodursi, quindi si spostano isolate nelle campagne dove andranno a costruire i nidi, qui finite le cove si riuniscono in numerosi gruppetti e si fermano fino ai primi di settembre.

Il canto del cardellino, o trillo, è molto bello, ed è uno dei motivi per cui viene allevato, oltre che per la bellezza, e l'ibridazione con il canarino.

Si nutre prevalentemente di semi di cardo, cardo dei lanaioli e girasole, oltre a questi si nutre anche di semi di acetosa, agrimonia, cicoria, romice, senecio, tarassaco, crespigno.

La riproduzione inizia nella tarda primavera, e generalmente una coppia porta a termine tre covate, l'incubazione dura circa 12 giorni nelle sottospecie meridionali, qualche giorno in più per quelle settentrionali. Il nido viene costruito generalmente su una pianta di conifera o su alberi da frutto a qualche metro dal suolo. Le uova deposte variano da un minimo di due ad un massimo di sette. I piccoli vengono svezzati intorno al trentacinquesimo giorno e vengono alimentati con semi immaturi e afidi.

Incardellato è il nome dell'ibrido nato dall'accoppiamento tra un cardellino maschio (Carduelis carduelis) e una canarina femmina (Serinus canaria). Il nome è valido anche se i parentali sono invertiti, ovvero canarino maschio per cardellina femmina.

Secondo la mitologia greca il cardellino sarebbe in realtà una delle Pieridi, Acalante, trasformata in uccello da Atena; il mito è raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi.
L'uccello, solitamente un cardellino, nella antica cultura pagana rappresentava l'anima dell'uomo che al momento della morte vola via, mantiene tale significato anche in ambito cristiano.
Il cardellino è inoltre simbolo della passione, si dice si chiami così perché anticamente si pensava vivesse tra cardi e spine. La sua connessione con il Cristo bambino è giustificata a fortiori da una leggenda cristiana ove si narra che un cardellino si fosse messo ad estrarre le spine della corona che trafiggeva il Cristo crocifisso, e che si fosse trafitto a sua volta, macchiandosi anche con il sangue di Gesù: l'uccellino così sarebbe rimasto sempre con la macchia rossa sul capo.
Nella Madonna del cardellino dipinta nel 1505-1506 da Raffaello Sanzio, San Giovanni Battista offre il cardellino al Cristo come simbolo della futura Passione.
Anche Carlo Crivelli ha rappresentato il cardellino nelle sue opere, spesso nelle mani del Bambino Gesù: nella Madonna della Passione, nella Madonna col Bambino di Ancona, nella Madonna col Bambino di New York; nel Beato Gabriele Ferretti in estasi lo rappresenta invece poggiato su di un ramo, con un abile scorcio da dietro.
Altri artisti, oltre al Crivelli hanno raffigurato un cardellino nelle mani del Cristo Bambino, come ad esempio nella "Madonna col Bambino, Angeli e i SS. Domenico, Andrea, Giovanni Evangelista e Tommaso d'Aquino" di Biagio d'Antonio o nella "Madonna e Gesù Bambino" di Cima da Conegliano.
Nella Sacra Famiglia di Federico Barocci Giovanni Battista tiene nelle mani un cardellino mantenendolo alto al di fuori della portata di un gatto interessato.
Altri pittori celebri che raffigurarono cardellini sono: Jacopo del Casentino, nella Madonna del Rosario; Pieter Paul Rubens, nella Sacra Famiglia di Colonia; Giambattista Tiepolo nella Madonna del cardellino; il Guercino nella Madonna col Bambino e un cardellino che scappa,
La crudele abitudine di rinchiudere i cardellini in gabbia è stata raffigurata da William Hogarth ne I bambini Graham, Francisco Goya in Manuel Osorio Manrique de Zuñiga e infine da Joan Mirò in Nord Sud.
Antonio Vivaldi scrisse un concerto per flauto detto "Il Gardellino" RV 428 (Op. 10 No. 3) in cui, con il suono del flauto, viene imitato in più punti il canto del cardellino.


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ARA

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Ara Lacépède, 1799 è un genere di uccelli della famiglia Psittacidae diffuso nell'ecozona neotropicale.
Sono pappagalli molto grandi dotati di lunghe code, di ali lunghe e strette e di un piumaggio dai colori vivaci. Presentano tutte una caratteristica zona di pelle nuda attorno agli occhi. I maschi e le femmine hanno piumaggi simili. Molte di queste specie sono animali da compagnia molto popolari e proprio per questo motivo alcune di esse sono divenute piuttosto rare in natura.

Le specie del genere Ara sono grossi pappagalli che variano in grandezza dai 46–51 cm e 285-287 g dell'ara frontecastana ai 90–95 cm e 1708 g dell'ara rossoverde. Come tutte le specie di pappagallo che devono spostarsi su grandi distanze per trovare il cibo, anche queste are hanno ali lunghe e strette. Sono munite di un grosso ramo superiore del becco curvato all'ingiù e di una zona di pelle glabra attorno agli occhi che si estende fino alla base del becco. In questa zona nuda vi sono minuscole piume disposte in linee di aspetto variabile da una specie all'altra, tranne che nell'ara scarlatta, che ne è priva. In quasi tutte le specie il becco è nero, ma quello dell'ara scarlatta e dell'ara rossoverde ha il ramo superiore color corno e quello inferiore nero.

I colori del piumaggio delle specie di Ara sono spettacolari. Quattro specie sono prevalentemente verdi, due sono azzurre e gialle e tre (compresa l'ormai estinta ara di Cuba) sono quasi tutte rosse. Nel piumaggio non vi è dimorfismo sessuale e anche quello degli immaturi è simile a quello degli adulti, sebbene in alcune specie sia un po' più scialbo.

Come per tutte le are e la maggior parte dei pappagalli, semi e frutti costituiscono la parte principale della dieta delle specie del genere Ara. I tipi e la gamma di cibo variano da una specie all'altra. Diversamente da molti uccelli, le are sono predatrici di semi e non loro dispensatrici e utilizzano il loro robustissimo becco per frantumare perfino i rivestimenti più duri. La loro dieta è la stessa di quella di alcune specie di scimmie; in uno studio sulle are rossoverdi del Venezuela è stato visto che questi uccelli vivono sugli stessi alberi occupati dai saki barbuti, ma in alcuni casi mangiano i semi quasi acerbi ignorati dalle scimmie, dato che contengono più veleno. Talvolta le are, come altri pappagalli, assumono argilla per assorbire le sostanze tossiche prodotte da alcuni semi velenosi di cui si nutrono. In altri casi queste sostanze vengono neutralizzate da alcuni composti, come i tannini, presenti in altri cibi consumati dalle are.

Come quasi tutti i pappagalli, le specie di Ara nidificano in cavità. La maggior parte delle specie fa il nido nelle cavità degli alberi, sia in vita che secchi. Utilizzano sia le cavità naturali, presenti soprattutto negli alberi secchi, che quelle create da altre specie; in Messico le are militari utilizzano ancora le cavità scavate dal picchio imperiale, ormai rarissimo. Oltre che sugli alberi, le are militari e le are rossoverdi nidificano anche nelle fessure naturali delle scarpate. L'ara fronterossa nidifica solamente in queste ultime, dato che nell'arido habitat in cui vive non vi sono alberi sufficientemente grandi.

Le specie del genere Ara vivono nella regione neotropicale e sono diffuse dal Messico all'Argentina. Il maggior numero di specie vive nel Bacino del Rio delle Amazzoni e nella regione al confine tra Panama e Colombia; in entrambe le zone abitano insieme quattro specie (o perfino cinque, in talune zone ai margini dell'Amazzonia occidentale dove si spinge l'ara militare). In Bolivia vivono sette specie, ma in nessuna località del Paese (così come in ogni altra zona) coabitano più di quattro specie. La specie dall'areale più vasto, l'ara scarlatta, è (o meglio era) diffusa in quasi tutta l'America Centrale e l'Amazzonia. Viceversa, l'ara golablu e l'ara fronterossa vivono solo in poche zone della Bolivia. L'areale di molte specie è diminuito notevolmente negli ultimi secoli a causa dell'intervento dell'uomo. L'ara militare è diffusa dal Messico settentrionale all'Argentina settentrionale, ma ha una diffusione discontinua: una popolazione si trova in Messico, una seconda, a molti chilometri di distanza, abita la Cordigliera della Costa venezuelana e una terza è diffusa lungo le Ande, dal Venezuela occidentale all'Argentina settentrionale. L'ara gialloblu è scomparsa da Trinidad negli anni '60 ed è divenuta molto rara nell'Argentina settentrionale; sembra che anche altre specie siano scomparse da alcune isole dei Caraibi.

Le specie del genere Ara si adattano molto bene a tutti gli ambienti della zona dove abitano; come si può facilmente intuire, dato il suo vasto areale, la specie più adattabile è l'ara scarlatta, che vive in una vasta gamma di habitat, dalle foreste pluviali umide alle boscaglie aperte e alle savane. L'unico requisito di cui necessita è la disponibilità di grandi alberi dove possa trovare cibo e cavità in cui nidificare. Le altre specie sono un po' più esigenti, ma anch'esse necessitano di grandi alberi. L'ara golablu vive generalmente nelle «isole» di foresta circondate dalla savana e l'ara fronterossa predilige boscaglie aride e boschetti di cactus.

All'interno del loro areale questi uccelli effettuano migrazioni stagionali alla ricerca di cibo. Non compiono però migrazioni su vasta scala, ma piccoli spostamenti locali da un habitat all'altro.

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LA MALVA

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La malva selvatica (Malva sylvestris L., 1753) è una pianta appartenente alla famiglia delle Malvaceae.

È una pianta erbacea annuale o perenne. Presenta un fusto eretto alto anche 1 metro.
Le foglie di forma palminervia con 5 lobi e margine seghettato irregolarmente.

I fiori sono riuniti all'ascella delle foglie, di colore rosaceo, con petali bilobati. Il frutto è un poliachenio circolare.

Pianta originaria dell'Europa e Asia temperata, è presente nei prati e nei luoghi incolti di pianura.

Il nome deriva dal latino malva ed ha il significato di molle, cioè capace di ammorbidire.
Viene usata in erboristeria: i principi attivi si trovano nei fiori (Malvae flos) e nelle foglie (Malvae folia F.U.XI) che sono ricchi di mucillagini, usati per le loro proprietà emollienti e bechiche, nelle forme catarrali delle prime vie bronchiali. La pianta trova largo uso come emolliente e calmante delle infiammazioni delle mucose, oftalmica.
La malva può essere assunta sotto forma di verdura contro la stipsi, infuso per idratare e ammorbidire l'intestino, e per regolarne le funzioni grazie alla sua azione lassativa, dovuta alle proprietà delle mucillagini di rigonfiare l'intestino, stimolandone la contrazione e quindi agevolandone lo svuotamento. In Cucina si usano i germogli, i fiori freschi o le foglioline.

Grazie alle mucillagini contenute, la malva ha proprietà benefiche sulla pelle, in particolar modo riduce gli arrossamenti, protegge, ammorbidisce e rinfresca la pelle. Le mucillagini esercitano effetti benefici anche sulle mucose ed è per questo motivo che la malva viene spesso utilizzata per placare i malanni della brutta stagione; una tisana di fiori e foglie di malva bevuta due volte al giorno ha proprietà curative nei confronti di tosse, raffreddore, mal di gola e stati influenzali.

Grazie alle sue proprietà emollienti la malva apporta benefici anche in caso di infiammazioni del tubo gastroenterico ed è quindi indicata nei casi di coliti e gastroenteriti.

La malva, consumata come verdura, ha proprietà lassative e viene quindi utilizzata come rimedio per la stipsi.

Infusi di malva possono essere utilizzati per risciacqui alla bocca per curare gengiviti ed ascessi.

Un decotto di malva miscelato all'acqua del bagno viene utilizzato a scopo rilassante e sedativo.

La malva torna utile anche in caso di punture di insetto, le foglie strofinate sulla punture ne diminuiscono il dolore ( o il prurito ) e ne contengono il rigonfiamento.

La tisana di malva si prepara mettendo a bollire un paio di cucchiaini di malva secca in un pentolino d'acqua per due minuti; in seguito si filtra, vi si aggiungono un paio di cucchiani di miele e di succo di limone e si lascia raffreddare un po' prima di bere.

Pitagora sosteneva che la malva dovesse essere mangiata ogni giorno per calmare le passioni e purificare la mente. Cicerone ne era ghiottissimo, e Marziale oltre che usarla come antidoto alle sue notti brave, la consigliava a chi aveva problemi di stitichezza. Orazio l’accompagna alla cicoria e Apicio la consacra nella cucina ricca, pur essendo cibo contadino e popolano, dedicandole due ricette.
Continuiamo a ritrovare la malva nei secoli successivi, e la Scuola Salernitana la loda perché “risana e scioglie il corpo”.
Durante il medioevo veniva comunemente coltivata negli orti e i suoi principi attivi, utilizzati diffusamente fino al ‘900, erano il rimedio contro artriti, accessi, infiammazioni gengivali, stitichezza e obesità.
Oggi in gastronomia le foglie di malva, appena spuntate, sono mangiate crude nelle insalate, oppure cotte nelle minestre con orzo o riso. Sempre le foglie cotte, entrano come ingrediente nella preparazione di ripieni per ravioli e polpette.
Le contadine del secolo scorso d’alcune regioni, mettevano dei fiori di malva nel corredo della sposa perché si diceva aiutassero a conservare la bellezza anche con l’avanzare dell’età.


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LA CANAPA

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La  canapa è un genere di piante angiosperme della famiglia delle Cannabaceae. Attualmente comprende un'unica specie, la Cannabis sativa, la pianta storicamente più diffusa in occidente, che a sua volta comprende diverse varietà e sottospecie.

Originaria dell'Asia centrale e sacra per la gente hindu, la pianta era indicata in sanscrito con i termini bhanga, vijaya e ganjika; in hindi, ganja. È generalmente accettata l'ipotesi secondo cui la canapa sia giunta nelle Americhe dopo Colombo; tuttavia alcuni scienziati hanno trovato residui di cannabis, nicotina e cocaina in numerose mummie (115-1500 d.C.) scoperte in Perù.

La canapa è una pianta erbacea a ciclo annuale la cui altezza varia tra 1,5 e 2 metri, e in alcune sottospecie può arrivare fino a 5 m. Presenta una lunga radice a fittone e un fusto, eretto o ramificato, con escrescenze resinose, angolate, a volte cave, specialmente al di sopra del primo paio di foglie.

Le foglie sono picciolate e provviste di stipole; ciascuna di esse è palmata, composta da 5 a 13 foglioline lanceolate, a margine dentato-seghettato, con punte acuminate fino a 10 cm di lunghezza ed 1,5 cm di larghezza; nella parte bassa del fusto le foglie si presentano opposte, nella parte alta invece tendono a crescere alternate, soprattutto dopo il nono/decimo nodo della pianta, ovvero a maturazione sessuale avvenuta (dopo la fase vegetativa iniziale, nota popolarmente come "levata").

Salvo rari casi di ermafroditismo, le piante di canapa sono dioiche e i fiori unisessuali crescono su individui di sesso diverso. I fiori maschili (staminiferi) sono riuniti in pannocchie terminali e ciascuno presenta 5 tepali fusi alla base e 5 stami.

I fiori femminili (pistilliferi) sono riuniti in gruppi di 2-6 alle ascelle di brattee formanti corte spighe; ognuno mostra un calice membranaceo che avvolge strettamente un ovario supero ed uniloculare, sormontato da due stili e due stimmi.

La pianta germina in primavera e fiorisce in estate inoltrata. L'impollinazione è anemofila (trasporto tramite il vento). In autunno compaiono i frutti, degli acheni duri e globosi, ciascuno trattenente un seme con un endosperma carnoso ed embrione curvo.


Il contenuto di metaboliti secondari vincola la tassonomia in due sottogruppi o chemiotipi a seconda dell'enzima preposto nella biosintesi dei cannabinoidi. Si distingue il chemiotipo CBD, caratterizzato dall'enzima CBDA-sintetasi che contraddistingue la canapa destinata ad usi agroindustriali e terapeutici e il chemiotipo THC caratterizzato dall'enzima THCA-sintetasi presente nelle varietà di cannabis destinate a produrre droga e medicamenti. L'ibrido f1 manifesta la contemporanea presenza di entrambi i maggiori cannabinoidi CBD e THC confermando l'aspetto politipico della cannabis.

I preparati psicoattivi come l'hashish e la marijuana sono costituiti dalla resina e dalle infiorescenze femminili ottenuti appunto dal genotipo THCA-sintetasi. Tale sottogruppo fu coltivato fino alla seconda metà del secolo scorso, nonostante fosse stato proibito nella decade '20-'30 l'uso come medicina (ma affrontando la questione terapeutica nei casi previsti impiegando tinture o estratti fitogalenici). Tali genotipi, fino ad allora, erano, per così dire, "domesticati" (se confrontati con i valori odierni), venendo impiegati nella costituzione di ibridi altamente produttivi utilizzati in campo industriale.

Analogamente, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, furono selezionate dapprima in Francia, Polonia e Russia le varietà destinate ad usi esclusivamente agroindustriali, ottenute dal genotipo CBDA-sintetasi, distinte da un contenuto ormai irrisorio (se riferito ai valori originari) sia del metabolita specifico sia in cannabinoidi minori.

Le fibre (tuttora utilizzate dagli idraulici come guarnizione) per migliaia di anni della civiltà umana sono state importanti grezzi per la produzione di tessili e corde. Per centinaia di anni (e fino a 50 anni fa) sono state la materia prima per la produzione di carta. Oggigiorno sono disponibili varietà selezionate di cannabis libere da principi psicoattivi, liberamente coltivabili in alcuni stati per usi tessili.

La resina può contenere a seconda dei casi fino a 60 cannabinoidi, 100 terpenoidi, 20 flavonoidi.

Cannabinoidi
tetraidrocannabinolo.
La struttura chimica dei cannabinoidi può essere descritta come quella di un terpene unito ad un resorcinolo a sostituzione alchilica, oppure come quella di un sistema ad anello benzopiranico. Le due descrizioni implicano anche una nomenclatura differente, con la prima il principale cannabinoide viene definito come delta-1-tetraidrocannabinolo (delta-1-THC) mentre con la seconda diventa delta-9-THC (entrambi chiamati più semplicemente THC).

I cannabinoidi finora riscontrati si possono dividere in "tipi" chimici (tra parentesi l'abbreviazione e il numero di composti):

tipo cannabigerolo (CBG; 6);
tipo cannabicromene (CBC; 5);
tipo cannabidiolo (CBD; 7);
tipo delta-9-THC (D-9-THC; 9);
tipo delta-8-THC (D-8-THC; 1, prob. artefatto);
tipo cannabinolo (CBN; 1, prob. artefatto);
tipo cannabinodiolo (prob. artefatto);
tipo cannabiciclolo (3);
tipo cannabielsoino (5);
tipo canabitriolo (9);
tetraidrocannabivarina (THCV)
Contenuto in THC
Nelle varietà con effetti psicoattivi, la percentuale di THC può variare dal 7% al 14%.
È stato ipotizzato da alcuni che il mercato illegale della cannabis britannico sia dominato da varietà estremamente ricche in THC, fino a 4 volte i livelli normali, ovvero fino ad una concentrazione del 30% (si veda teoria del 16 percento in tal senso), ma nel settembre del 2007 studi non ancora pubblicati dell'università di Oxford ma anticipati dal Professor Iversen[7][8] asseriscono che per quanto riguarda il mercato della cannabis britannica, i contenuti in THC della droga in vendita non sono in media superiori al 14%, ovvero sono solo raddoppiati dal 1995 al 2005, e che il campione con il più elevato tenore di THC non supererebbe il 24%. A facilitare il percorso verso percentuali più elevate è stata la tecnica di coltura indoor che permette di ottimizzare la qualità del prodotto. Infatti, non è detto che non esistano varietà molto più ricche in THC, ma esse non sono dominanti sul mercato e probabilmente limitato ad una cerchia più ristretta del mercato.

Terpenoidi
Principali: beta-mircene; beta-cariofillene; d-limonene; linalolo; pulegone; 1,8-cineolo; alfa-pinene; alfa-terpineolo; terpinen-4-olo; p-cimene; borneolo; delta-3-carene; beta-farnesene; alfa-selinene; fellandrene; piperidina.

Flavonoidi
Principali: apigenina; quercetina; cannaflavina.

Al di là delle controversie sull'uso della canapa come stupefacente, va considerato che essa è stata per migliaia di anni un'importante pianta medicinale, fino all'avvento del proibizionismo della cannabis. Ad ogni modo negli ultimi decenni si è accumulato un certo volume di ricerche sulle attività farmacologiche della cannabis e sulle sue possibili applicazioni.

Il più noto promotore, nonché studioso, degli usi terapeutici della pianta di cannabis e della sua decriminalizzazione è il prof. Lester Grinspoon, psichiatra e professore emerito dell'Università di Harvard. Il più famoso attivista antiproibizionista è stato forse l'americano Jack Herer, autore del best-seller del 1985 The Emperor Wears No Clothes.

Una meta-analisi del 2001 (che analizza tutti gli studi clinici pubblicati fino al 2000) conclude che la Cannabis è efficace nel dolore neuropatico e spastico, meno in altri tipi di dolore. Ma successivi studi clinici hanno mostrato effetti significativi anche nel dolore tumorale, ed hanno confermato l'ottima attività per il dolore neuropatico e per i sintomi dolorosi nella sclerosi multipla (spasticità, sintomi della vescica, qualità del sonno).

Effetti stabiliti da studi clinici contro: nausea e vomito, anoressia e cachessia, spasticità, condizioni dolorose (in particolare dolore neurogeno)
Effetti relativamente ben confermati contro: disordini del movimento, asma e glaucoma
Effetti meno confermati contro: allergie, infiammazioni, infezioni, epilessia, depressione, disordini bipolari, ansia, dipendenza, sindrome d'astinenza
Effetti allo stadio di ricerca contro: malattie autoimmuni, cancro, neuroprotezione, febbre, disordini della pressione arteriosa.
Sono anche numerose le testimonianze di coloro che sono riusciti a superare la dipendenza dall'alcol o dalla cocaina grazie all'utilizzo della cannabis, che a differenza delle precedenti sostanze, non porta ad una dipendenza fisica confrontabile, ad esempio, con quella generata dalla nicotina.

Si stanno inoltre testando nel mondo farmaci che contengono una versione sintetica di alcuni dei principi attivi della cannabis (dronabinol, HU-210, levonantradolo, nabilone, SR 141716 A, Win 55212-2), ma questi per ora hanno mostrato molti più effetti collaterali e svantaggi rispetto alla pianta naturale.
Il Canada, il 20 giugno 2005, è stato il primo paese ad autorizzare la messa in commercio di un estratto totale di Cannabis sotto forma di spray sublinguale Sativex standardizzato per THC e CBD, per il trattamento del dolore neuropatico dei malati di sclerosi multipla e cancro. Nel 2006 il Sativex è stato approvato negli Stati Uniti per essere sottoposto a studi clinici di Fase III per dolore intrattabile in pazienti con tumore.

I cannabinoidi si legano a specifici recettori (recettori CB, di tipo 1 e 2) nel sistema cannabinergico, un sistema legato alla presenza di cannabinoidi endogeni o endocannabinoidi. I recettori CB1 e CB2 sono distribuiti in maniera molto differente, con i CB1 sostanzialmente concentrati nel sistema nervoso centrale (talamo e corteccia, ma anche altre strutture) ed i CB2 sostanzialmente nelle cellule del sistema immunitario. Il legame dei cannabinoidi ai recettori CB1 causa una inibizione presinaptica del rilascio di vari neurotrasmettitori (in particolare NMDA e glutammato), ed una stimolazione delle aree della sostanza grigia periacqueduttale (PAG) e del midollo rostrale ventromediale (RVM), che a loro volta inibiscono le vie nervose ascendenti del dolore. A livello del midollo spinale il legame dei cannabinoidi ai recettori CB1 causa una inibizione delle fibre afferenti a livello del corno dorsale, ed a livello periferico il legame dei cannabinoidi con i recettori CB1 e CB2 causa una riduzione della secrezione di vari prostanoidi e citochine proinfiammatorie, la inibizione di PKA e C e del segnale doloroso. Inoltre è stato dimostrato che il THC interagisce con il sistema endorfinico ed in particolare con i recettori oppioidi μ1, causando il rilascio di dopamina nel nucleus accumbens e generando la tipica sensazione di piacere cannabinoide.

Come sostanza psicoattiva vengono usate solo alcune parti, prevalentemente i fiori femminili (marijuana) e la loro resina (hashish) fumati, inalati o ingeriti. Il principale agente psicoattivo della cannabis è il THC. La temperatura elevata raggiunta durante la cottura o la combustione provoca la decarbossilazione dell'acido tetraidrocannabinoico in THC, aumentando la quantità assorbita di quest'ultimo.

L'hashish preparato per scopi commerciali contiene un'elevata quantità di sostanze variabili (naturali e non) allo scopo di aumentarne il peso per trarre maggiore profitto. La canapa è una droga "dispercettiva" che amplifica le sensazioni, e gli effetti dell'assunzione sono dunque molteplici. Tra quelli più frequentemente descritti si possono elencare: una sensazione di benessere, ilarità, maggiore coinvolgimento nelle attività ricreative, alterazione della percezione del tempo e assenza di atti aggressivi o reazioni violente (al contrario dell'alcool). La generale intensificazione delle sensazioni e delle emozioni può comprendere anche quelle legate a situazioni o pensieri spiacevoli, normalmente tollerabili o inconsci e può determinare, in questi casi, stati fortemente ansiosi, atteggiamenti e pensieri paranoici, limitatamente alla durata dello stato di intossicazione. Uno studio pubblicato dall'università di Oxford ha dimostrato che l'uso cronico a lungo termine della cannabis non arreca danni di tipo cognitivo.

Nel marzo 2007, la rivista scientifica The Lancet ha pubblicato uno studio dal quale si evince la minore pericolosità della marijuana rispetto ad alcool, nicotina o benzodiazepine: ricerche confermano questo studio. Non esistono casi documentati di overdose dovuta all'abuso di questa sostanza, in quanto il THC ha una tossicità estremamente bassa e i metodi di assunzione più utilizzati non consentono di assorbirne una quantità così elevata; il rapporto tra la dose letale e quella necessaria per saturare i recettori è di 1000:1. Una ricerca del professor David Nutt dell'Università di Bristol, presidente del comitato britannico che svolge il ruolo di consulente governativo in materia di droghe, conferma la minore pericolosità della cannabis rispetto ad alcool e nicotina.

Uno studio pubblicato nell'edizione dell'aprile 2009 del Journal of Clinical Investigation, condotto all'Università Complutense di Madrid, ha dimostrato che il principio attivo THC potrebbe avere effetti antitumorali.

I ricercatori hanno iniettato una dose quotidiana di THC in topi di laboratorio nei quali erano stati sviluppati tumori ed hanno constatato un processo di autodistruzione per autofagia delle cellule cancerogene. La somministrazione di THC, secondo l'equipe responsabile dello studio, guidata dal professor Guillermo Velasco, ha ridotto di oltre l'80% la crescita dei tumori derivati da vari tipi di cellula.

Un esperimento clinico condotto dall'equipe di Velasco, con iniezioni intracraniche di THC per 26-30 giorni, su due pazienti colpiti da un tumore aggressivo al cervello ha mostrato un processo di morte delle cellule.

I preparati sistemici (orale) hanno effetti distensivi, appetitostimolanti e leggermente anestetici ed euforizzanti.
I preparati topici (spalmati localmente) sono spasmolitici e analgesici e specialmente utilizzati per dolori cronici.
Si usava anche la resina come callifugo.

Prima dell'avvento del proibizionismo della cannabis le diverse varietà della canapa erano coltivate in tutto il mondo fin dall'antichità, e utilizzate in vari e numerosissimi campi: il fusto costituiva la materia prima per la produzione di carta, fibre tessili in genere (corde, abbigliamento, ecc.), fibre plastiche, e concimi naturali; nella medicina umana e veterinaria le foglie e soprattutto i fiori erano molto utilizzati per vari scopi fra i quali, ad esempio, l'uso antinfiammatorio e sostituivano in quel periodo molti dei farmaci presenti oggi sul mercato. Con la canapa si possono produrre anche cosmetici come creme, shampoo e saponi.

Ulteriori utilizzi prima della proibizione sono stati fatti nella creazione di una delle prime automobili prodotte in serie (la Ford T del 1923), un prototipo, detto Hemp Body Car, composto per più del 60% di materiali derivati dalla canapa. Perfino le case erano costruite in buona parte con prodotti derivati dalla cannabis (vernici, colle, mattoni, rivestimenti).

I semi sono molto ricchi di acidi linoleici, vitamine e amminoacidi essenziali, e costituiscono un alimento completo; sono usati anche per la spremitura di un olio, l'olio di semi di canapa, che ha un uso alimentare, ma è valido anche come combustibile.

Con la proibizione della canapa il maggior uso della pianta nei paesi occidentali si è ridotto a quello ricreativo. Alcune varietà della pianta presentano infatti un'elevata percentuale di THCA, il cannabinoide non psicoattivo costituente gran parte del sistema immunitario della pianta il quale, se ingerito e/o sottoposto ad alte temperature degrada per decarbossilazione nel THC (psicoattivo). I cannabinoidi sono sostanze chimiche di origine naturale, biochimicamente classificati come terpenofenoli. Sono composti accomunati dalla capacità di interagire con i recettori cannabinoidi del corpo umano e degli altri animali.

I semi di canapa costituivano un ingrediente tradizionale di molte cucine orientali (ad esempio in Nepal) e di alcune zone della Russia, che li impiegavano in una sorta di farinata, tipicamente nei periodi di carestia. Il seme di canapa infatti fornisce all'uomo un altissimo nutrimento, tanto che poche fonti vegetali possono competere con il suo valore nutrizionale. La farina ricavata dalla macinazione del seme della canapa può essere usata anche per fare una pasta in tutto simile a quella di grano tenero, ma dal colore più scuro.

La composizione proteica del seme di canapa è ad ogni modo unica nel regno vegetale, ed è tra le fonti vegetali più ricche di acidi grassi polinsaturi. Il 65% delle proteine sono globuline edestine; il contenuto di edestina, eccezionalmente alto, combinato con l'albumina, altra proteina globulare presente in tutti i semi, rende immediatamente disponibili tutti gli amminoacidi. Le proteine del seme di cannabis permettono poi di ottenere il massimo nutrimento per chi soffre di tubercolosi, e altre malattie che provocano un blocco del sistema digestivo.

Gli estratti di semi di canapa, come quelli di soia, possono essere insaporiti per avere il gusto di pollo, di carne di manzo, o di maiale, e possono essere usati per produrre una sorta di tofu, panna o margarina, a un costo inferiore di quello dei fagioli di soia. La germinazione di qualsiasi seme aumenta il suo valore nutrizionale, e anche il seme di canapa può essere maltato e usato come ogni altro nelle insalate o nelle ricette. I semi germinati di canapa danno latte, come i fagioli di soia. Possono infine essere macinati e usati come farina, oppure cotti, addolciti e mescolati con il latte per farne una nutriente colazione, simile alle creme di avena o di grano. Questo tipo di farinata è nota come gruel, cioè quasi una farinata d'avena.

I semi contengono oltre a proteine e carboidrati - circa 30% - un olio molto ricco di acidi linolenici senza alcun effetto psicoattivo. L'olio ha un gusto fortemente linolico e viene ancora usato come olio speziato. È anche diffuso in molti prodotti cosmetici. Il sottoprodotto dei semi pressati per estrarre l'olio è un agglomerato altamente proteico. Questo agglomerato è stato uno dei principali mangimi per animali fino al secolo scorso. Il seme di canapa può fornire una dieta quasi completa per tutti gli animali addomesticati (cani e gatti), per molti animali da fattoria e il pollame, e permette il raggiungimento del loro massimo peso con un costo inferiore a quello dei mangimi impiegati. E senza bisogno di usare steroidi per la crescita artificiale e altri farmaci potenzialmente tossici.

L'olio estratto dalla cannabis può essere utilizzato in alcuni tipi di motore, in particolare i motori Diesel.

Nel 1937 Henry Ford creò la Hemp Body Car, in gran parte realizzata in canapa ed alimentata ad etanolo di canapa. Ford morì sei anni dopo e, nel 1955, la coltivazione della canapa venne proibita negli Usa, dunque la vettura non entrò mai in produzione.

Molti ritengono che la proclamazione di leggi proibizionistiche nei confronti della cannabis negli Stati Uniti prima della seconda guerra mondiale sia stata anche legata alla concorrenza tra la nascente industria chimico petrolifera e la possibilità di usare l'olio di questa pianta come combustibile. Questo è dimostrato anche dalla riduzione dei prezzi del petrolio al 50% operata proprio per fare concorrenza all'olio combustibile naturale, prezzo su cui si sono innestati i vari rialzi che hanno portato all'odierna offerta.

L'utilizzo della canapa nel settore automobilistico fu ripreso dalla casa inglese Lotus negli anni del 2000.

Prove dell'utilizzo della cannabis si hanno fin dai tempi del Neolitico, testimoniate dal ritrovamento di alcuni semi fossilizzati in una grotta in Romania.
 Il più antico manufatto umano ritrovato è un pezzo di stoffa di canapa risalente all'8000 a.C. La cannabis fornisce da millenni un'ottima fibra tessile, e principalmente per questo cominciò ad essere coltivata in epoche storiche antiche, in Asia e in Medio Oriente. Già nel XVI secolo si cominciò a coltivarla nell'Inghilterra orientale, ma la sua produzione commerciale si iniziò in Occidente nel XVIII secolo. La fibra di canapa è stata per centinaia di anni la materia prima per la produzione di carta, ma dalla metà del Novecento, con l'avvento del proibizionismo, l'uso delle fibre della canapa è notevolmente ridotto.

La coltura della canapa per usi tessili ha un'antica tradizione in Italia, in gran parte legata all'espandersi delle Repubbliche marinare, che l'utilizzavano grandemente per le corde e le vele delle proprie flotte di guerra. La tradizione di utilizzarla per telerie ad uso domestico è molto antica, e oggetti di artigianato che continuano ad essere prodotti ancora oggi sono per esempio le tovaglie di canapa, tipiche della Romagna, decorate con stampi di rame nei due classici colori ruggine e verde.

La coltivazione della pianta negli Stati Uniti risale probabilmente al XVIII secolo; una delle prime testimonianze in proposito è nel diario di George Washington (1765), dal quale risulta che egli personalmente coltivava piante di canapa.

Il Radicale 200 (麻 o má), il carattere cinese per indicare la canapa, raffigura due piante poste sotto una tettoia. L'uso di cannabis a Taiwan risale ad almeno 10.000 anni fa.
Per quanto riguarda l'uso psicotropo, fumatori di cannabis dell'antichità furono popolazioni Hindu di India e Nepal. Nei Paesi arabi la resina della pianta di canapa fu consumata per secoli per le sue proprietà di alterazione della mente, in particolare dagli Hashashin, presenti in Siria, dai quali prese il nome l'hashish.

La cannabis fu anche utilizzata dagli Assiri, che ne appresero le proprietà psicoattive dagli Arii e grazie ad essi, fu fatta conoscere ed utilizzare anche a Sciti e Traci, che cominciarono a farne uso anche durante i loro riti religiosi. L'imperatore Shen Nung, padre della medicina cinese, includeva la canapa nella sua farmacopea, uno dei più antichi testi di medicina e prima descrizione di questa erba, datata 2700 a.C. La cultura cinese si interessò principalmente alle potenzialità curative, tralasciando quelli che erano i risultati secondari causati dalla sua assunzione. Era usata principalmente sotto forma di bevanda per curare patologie dolorose interne, mentre sotto forma di fumo se ne faceva uso per la cura del mal di denti, di pustole o di lacerazioni al cavo orale. Nel 2003 fu ritrovata in Cina una borsa di pelle contenente alcune tracce di Cannabis e semi risalenti a 2500 anni fa.

Le ripetute migrazioni delle popolazioni nomadi dell'Asia ne favorirono la diffusione nel medio oriente, nel mediterraneo, e infine nell'Europa occidentale. Alcune fonti ne hanno fatto risalire l'uso in Grecia già nell'800 a.C. Lo storico greco Erodoto nel V secolo a. C. racconta che presso gli Sciiti, popolazione nomade indo-iraniana, quest'erba veniva spesso passata in giro e fumata nei banchetti e durante le cerimonie funebri, per mettere allegria.

Nell'Europa centrale, ancor prima dell'espansione dell'Impero romano, la cannabis era già coltivata ed usata nelle isole britanniche dalle tribù dei Celti e dei Pitti (III- IV sec a.C.). Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia menziona le proprietà terapeutiche dell'erba, e ulteriori riferimenti si possono trovare nell'Antica Juliana del medico Nerone Discoprite. Nel Medioevo l'uso proseguì lecitamente sino al 1484 quando una bolla papale ne vietò l'uso ai fedeli.

Nel 1800 l'uso dell'hashish in Europa divenne una vera e propria moda: introdotto dallo psichiatra francese Jacques-Joseph Moreau, che nel 1840 descrisse gli effetti della droga in una relazione scientifica dopo averla provata su di sé, si diffuse ben presto specie negli ambienti artistici di quel tempo; tanto che a Parigi nacque il Club des Hashischins frequentato da poeti e scrittori quali Victor Hugo, Alexandre Dumas, Charles Baudelaire, Honoré de Balzac e Théophile Gautier.

Ganja è il termine in antica lingua sanscrita per la Cannabis, associato soprattutto alla cultura creolo-giamaicana, che utilizza questo termine per indicare la marijuana, ritenuta dai Rastafariani importante per la meditazione e la preghiera. Tale interpretazione ha trovato conferme negli studi dell'antropologa Sula Benet che nella bibbia ha trovato riferimenti ad un uso sacrale della cannabis laddove si parla di kaneh bosm (קְנֵה בֹשֶׂם).

In Europa l'uso della Cannabis come sostanza psicoattiva è abbastanza recente, probabilmente dovuto al fatto che in Europa si diffuse maggiormente la specie Cannabis sativa mentre la Cannabis indica, più ricca di principi attivi stupefacenti, è entrata in Europa molto più tardi, nell'Ottocento, probabilmente grazie a Napoleone, interessato alla proprietà di questa pianta di alleviare il dolore e per i suoi effetti sedativi.

In passato la coltivazione agricola della canapa era molto diffusa nelle zone medio-europee, per la sua facilità a crescere anche su terreni difficili da coltivare con altre specie di piante (terreni sabbiosi e zone paludose nelle pianure dei fiumi), e per la grande quantità di prodotti che se ne ricavavano: soprattutto fibre tessili, carta e corde dai fusti, olio dalla spremitura dei semi, e mangime e altri prodotti commestibili per il bestiame produttivo dalle foglie e dai semi.

Durante i secoli del trionfo della vela e delle grandi conquiste marittime europee la domanda di tele e cordami assicurò la straordinaria ricchezza dei comprensori la cui fertilità assicurava le canape di qualità migliori per l'armamento navale. Eccelsero tra le terre da canapa Bologna e Ferrara. Testimonia la vitalità dell'economia canapacola felsinea il maggiore agronomo bolognese del Seicento, Vincenzo Tanara, con una lunga, accurata descrizione della tecnica colturale. Grazie alla qualità delle sue canape l'Italia, secondo produttore mondiale, assurse a primo fornitore della marina britannica. Con la diffusione delle navi a carbone iniziò il tramonto della produzione, causando nelle province canapicole una lenta ristrutturazione di tutte le rotazioni agrarie che durò un secolo.

Dopo la colonizzazione dell'India e la rivoluzione agricola negli stati meridionali del nordamerica, l'aumento della produzione di tessili di cotone e juta, meno costosi, provocò una ulteriore diminuzione della coltivazione della canapa. Dopo la prima guerra mondiale le corde di sostanze sintetiche sostituirono pian piano le corde di canapa e si sviluppò la tecnica per produrre carta dal legno.

Durante la seconda guerra mondiale, la produzione medioeuropea e mediterranea aumentava velocemente, perché le fibre tessili e gli oli sativi erano più costosi. In più, esisteva l'esigenza di materie prime contenenti molta cellulosa da cui poter ricavare esplosivi ottenuti producendo nitrocellulosa.

Negli anni trenta ci fu un rinnovato interesse per gli usi industriali della canapa: vennero studiati nuovi materiali ad alto contenuto di fibra, materie plastiche, cellulosa e carta di canapa. Con l'olio si producevano già in grande quantità vernici e carburante per auto. In quegli anni il magnate dell'automobile Henry Ford costruì un prototipo di automobile (la cosiddetta Ford Hemp Body Car) in cui parte della carrozzeria era realizzata in fibra di canapa rendendo l'auto molto più leggera della media delle auto allora diffuse. Inoltre il motore funzionava a etanolo di canapa. Negli anni trenta la tecnologia eco-sostenibile della canapa appariva quindi in grado di fornire materie prime a numerosi settori dell'industria.

Tali presupposti non furono però confermati, si sarebbero invece costituiti interessi che si contrapponevano all'uso industriale della canapa. In particolare, la carta di giornale della catena Hearst era fabbricata a partire dal legno degli alberi con processi che richiedevano grandi quantità di solventi chimici a base di petrolio, forniti dalla industria chimica Du Pont. La Du Pont e la catena di giornali Hearst si sarebbero quindi coalizzate e con una campagna di stampa durata anni la cannabis, da allora chiamata con il nome di "marijuana", venne additata come causa di delitti efferati riportati dalla cronaca del tempo. Il nome messicano "marijuana" era stato probabilmente scelto al fine di mettere la canapa in cattiva luce, dato che il Messico era allora un paese "nemico" contro il quale gli Stati Uniti avevano appena combattuto una guerra di confine. "Marijuana" era un termine sconosciuto negli USA, l'opinione pubblica non sarebbe stata adeguatamente informata del fatto che il farmaco dalle proprietà rilassanti chiamato "cannabis" corrispondesse alla "marijuana". Nel 1937 venne quindi approvata una legge che proibiva la coltivazione di qualsiasi tipo di canapa, incluso a scopo industriale o medicamentale. Da allora negli USA e nel resto del mondo sono state arrestate centinaia di migliaia di persone per reati connessi al consumo, alla coltivazione o alla cessione di canapa. Un effetto del proibizionismo è stato quello di ridurne l'uso medico e industriale.

Esiste una controversia filogenetica concernente il considerare tre specie distinte di cannabis (Cannabis sativa, Cannabis indica e Cannabis ruderalis) o una singola specie con più varietà. Molti studiosi oggi ritengono che si tratti di un'unica specie che varia il proprio fenotipo a seconda delle aree in cui cresce, dell'altitudine, delle caratteristiche del suolo.

In questa chiave, la Cannabis varietas sativa è una pianta alta fino ad oltre i 2 metri e stretta, con foglie dalle dita sottili, tipica di ambienti caldi come il Sudafrica, il Marocco, l'America centro-meridionale eccetera; la Cannabis varietas indica è invece una variante acclimatata ai rigidi ambienti di montagna come l'Himalaya, l'Afghanistan, il Nepal (specie bassa, tozza, a forma di cespuglio, con foglie dalle dita molto grosse e contenuto di THC accentuato), mentre la Cannabis varietas ruderalis infine è una variante adattata ai lunghi e rigidi inverni russi, da cui la sua caratteristica specifica di scarso fotoperiodismo ovvero non dipendere dal numero di ore di luce giornaliero, per andare in fioritura (varietà autofiorente) come fanno invece la Cannabis sativa e indica, che sono piante annuali e che hanno bisogno di percepire l'arrivo dell'inverno e la conseguente riduzione di ore solari per fiorire.


Gli effetti dei derivati di Cannabis sativa e Cannabis indica sono lievemente differenti fra loro, sia a causa della percentuale di THC, tetraidrocannabinoli, contenuta che delle diverse concentrazioni, a seconda della specie, di altri cannabinoidi come il CBD, Cannabidiolo, che modificano il tipo di effetto percepito.

Per fare un semplice parallelismo, la Cannabis sativa potrebbe essere paragonabile in questo senso ad un vino bianco, è più "leggera" e dà una sensazione soprattutto "mentale" e "cerebrale", in grado generalmente di stimolare la creatività e l'attività; la Cannabis indica è paragonabile invece ad un vino rosso, con il suo effetto più corposo, "ottundente" e "fisico", che stimola in genere la meditazione e il rilassamento. La ruderalis poi, povera in THC, ha ottenuto successo nell'ambito della produzione di marijuana perché, incrociata appropriatamente con piante di indica e di sativa, è in grado di generare ibridi autofiorenti, che conservano le proprietà psicotrope di una linea genetica ed acquisiscono le proprietà autofiorenti e di fioritura precoce tipiche della ruderalis, qualità apprezzabili nell'ottica della coltivazione indoor.

Tutte le specie (o varietà che siano) di cannabis possono infatti essere incrociate fra loro e generare semi che daranno vita a ibridi fertili. Questa possibilità permette di generare varietà ibride F1, incrociate a percentuale variabile fra indica e sativa, il che fa sì che si possano creare ulteriori ibridi fra le nuove sottospecie stabili, aprendo la possibilità ad un enorme numero di combinazioni differenti esattamente come succede, ad esempio, nel mondo della selezione dei cani.

Ibridare due piante di varietà differenti e riuscire a stabilizzare la nuova varietà (permettere cioè che i caratteri dominanti e recessivi si mantengano poi inalterati ai discendenti se l'esemplare è accoppiato con uno della medesima varietà) consente di selezionare le caratteristiche preferite e dar luogo a innumerevoli varianti, diversissime per aspetto, proprietà organolettiche e psicotrope. Nei Paesi Bassi, dove l'industria della cannabis è in qualche misura tollerata, esistono infatti svariate aziende che offrono in vendita semi (legali anche in Italia in quanto non contenenti THC) di varietà differenti, ognuna con le proprie caratteristiche specifiche e il proprio corredo genetico. In genere le varietà 100% indica o 100% sativa sono sottospecie già presenti in natura come la Durban Poison e la Thai (piante di sativa) o la Ganja indiana e le varietà afghane (piante di indica). Alcune imprese, in genere definite "banche semi", sono ad esempio "Sensi Seed", "Greenhouse", "Dutch Passion", "Mr. Nice", "DNA Genetics", "Serious Seeds", "Ministry of Cannabis" e "Homegrown Fantaseeds".

Alcuni degli incroci più apprezzati prodotti da queste seed bank sono ad esempio "Skunk#1", "White Widow", "Northern Lights", "Cheese", "AK-47", "Orange Bud", "Silver Haze", "G-13", "Hash Plant", "Jack Herrer".

Va infine notato che l'erba più pregiata è sprovvista di semi (sinsemilla) in quanto non viene fatta impollinare dal maschio: la produzione di semi infatti priverebbe la pianta di energie e nutrienti necessari invece, ai fini del raccolto, per creare un maggiore quantitativo di resina. La marijuana comune che si trova in genere sul mercato è invece un'erba povera in THC e contenente di solito semi, coltivata senza cure botaniche particolari allo scopo di essere messa in commercio il prima possibile: gli incroci controllati di cui sopra vengono al contrario ibridati e coltivati generalmente da amatori o professionisti, i quali fanno impollinare solo le piante dalle quali vogliano poi ricavare ulteriori semi.


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