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domenica 29 marzo 2015

IL PUNGITOPO

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Il Pungitopo o Ruscolo pungitopo (Ruscus aculeatus) è un piccolo arbusto sempreverde, dioico, alto sino a 80 cm, molto comune nell’area mediterranea.

Il nome “pungitopo” deriva dall’antico uso delle foglie acuminate di questa pianta che venivano poste attorno ai formaggi o ad altre derrate alimentari per difenderli dai roditori.

Il pungitopo, il cui nome scientifico è Ruscus aculeatus, appartiene alla famiglia delle Liliaceae ed è una pianta originaria del bacino del Mediterraneo ma la ritroviamo dall'Europa centrale, al nord Africa e al sud ovest dell'Asia fino ad un'altitudine di 1200 m.

E' una pianta sempreverde, caratterizzata da numerose spine e forma dei cespugli molto intricati.

Il Ruscus aculeatus è provvisto di un rizoma strisciante dal quale si sviluppano sia le radici avventizie legnose che i fusti (turioni) che assumo portamento eretto e rigido, alti anche 1m, di colore verde molto scuro.

Da questo fusto si formano dei fusti secondari che prendono il nome di cladodi disposti in modo alternato, appiattiti (in pratica sono quelli che normalmente confondiamo con le foglie). Questi cladodi sono molto importanti nella fisiologia della pianta in quanto sono preposti allo svolgimento della fotosintesi clorofilliana perchè le vere foglie  non sono visibili nella parte aerea della pianta in quanto sono delle piccole squame che avvolgono la parte sotterranea del fusto e sono di colore rossastro-bianco nella pagina inferiore.

Il pungitopo è una pianta dioica vale a dire che esistono piante che portano solo fiori femminili e piante che portano solo fiori maschili.

I fiori femminili sono solitari, privi di picciolo  e sono inserito al centro della pagina inferiore dei cladodi all'ascella di una piccola foglia verde o bianca e portano 6 tepali divisi a gruppi di tre (tre interni più corti e 3 esterni più lunghi). Di solito compaiono a partire dal mese di febbraio e fino a giugno ed in autunno.

I fiori maschili  sono provvisti di picciolo e formati da sei stami uniti a due a due.

Il frutto del pungitopo è una bacca di colore rosso vivo e contiene 1-2 semi.

I principi attivi del pungitopo (Ruscus aculeatus) sono:  oli essenziali quali canfora, acetato di linalile, acetato di bornile, linalolo, anetolo e resine. Contengono inoltre diversi sali minerali quali calcio e nitrato di potassio;  fitosteroli quali la ruscogenina, neuroscogenina, ruscina ed altri; diversi flavonoidi; zuccheri; acidi grassi ed acidi organici.

Le sue proprietà sono legate principalmente ai fitosteroli che conferiscono al pungitopo proprietà diuretiche con l'eliminazione dei cloruri, sedativo ed antinfiammatorio delle vie urinarie, ha effetti benefici nei confronti dei calcoli renali, cistiti, gotta, artrite e reumatismi non articolari.

Il pungitopo è utile anche nella terapia delle vene varicose con un'azione vasocostrittore esercitata soprattutto a livello dei capillari (è infatti il più potente vasocostrittore naturale che si conosca). Ha un'azione antinfiammatoria che agisce diminuendo la fragilità capillare, aumentando il tono della parete venosa favorendo quindi la circolazione del sangue che si traduce in diminuzione della pesantezza e del gonfiore delle gambe.

Esplica anche un effetto benefico nei confronti delle emorroidi e delle flebiti.

Il pungitopo dalla vecchia farmacopea è considerato un diaforetico entra infatti nella "composizione delle cinque radici"  assieme al finocchio, asparago, prezzemolo e sedano.

Del pungitopo si utilizza il rizoma che va raccolto in autunno o all'inzio della primavera, prima della comparsa dei turioni. Va ripulito dalla terra e quindi tagliato e fatto essicare al sole o in stufa e conservato in sacchetti di carta.

Possono essere usati anche i turioni del pungitopo in quanto contengono gli stessi principi attivi.

Il rizoma o i turioni essiccati possono essere utilizzati per uso interno come tintura da bere per le infezioni delle vie urinarie; come decotto contro le emorroidi, varici, flebiti e come diuretico.

Per uso esterno è usato per le gambe gonfie e per le emorroidi facendo dei lavaggi, bagni, pediluvi o impacchi con garze imbevute di decotto.

L'estratto secco viene usato per l'igiene intima e come anticellulite e per tutti i trattamenti contro le pelli sensibili ed infiammate. E' ottimo anche come dopobarba. Si possono anche usare le creme a base di pungitopo in caso di couperosa e rossori permanenti.

Gli antichi romani usavano il pungitopo (Ruscus aculeatus) come talismano perchè credevano che piantandolo intorno alla casa allontanasse i malefici.

Le proprietà del pungitopo erano note fin dall'antichità. Ne parlava Plinio dicendo che il decotto di radici con il vino veniva usato per le infezioni renali. Anche Dioscoride dava le stesse indicazioni solo che consigliava di far macerare foglie e bacche nel vino contro la flogosi renale.

Nel medioevo si usava la "Pozione delle cinque radici", usata tutt'ora assieme la prezzemolo, al finocchio, al sedano e all'asparago come diuretica.

Il Pungitopo è una potente pianta medicinale.

I principi attivi presenti nelle piante di Pungitopo sono: oli essenziali quali canfora, acetato di linalile, acetato di bornile, linalolo, anetolo e resine. Contengono inoltre diversi sali minerali quali calcio e nitrato di potassio;  fitosteroli quali la ruscogenina, neuroscogenina, ruscina ed altri; diversi flavonoidi; zuccheri; acidi grassi ed acidi organici.
Le sue proprietà sono legate principalmente ai fitosteroli che conferiscono al pungitopo proprietà diuretiche con l’eliminazione dei cloruri, sedativo ed antinfiammatorio delle vie urinarie, ha effetti benefici nei confronti dei calcoli renali, cistiti, gotta, artrite e reumatismi non articolari.

Il pungitopo è il più potente vasocostrittore naturale che si conosca, utile nella terapia delle vene varicose con un’azione vasocostrittore esercitata soprattutto a livello dei capillare. Esplica un’azione antinfiammatoria che agisce diminuendo la fragilità capillare, aumentando il tono della parete venosa favorendo quindi la circolazione del sangue che si traduce in diminuzione della pesantezza e del gonfiore delle gambe.
Esplica anche un effetto benefico nei confronti delle emorroidi e delle flebiti.

A Primavera, da marzo a maggio, spuntano i nuovi getti del pungitopo (i turioni), che nel dialetto dell’Alto Vastese, sono chiamati “Vriscare”, come detto sopra.

I giovani getti vengono assiduamente ricercati dagli intenditori per essere consumati, previa cottura, o conservati sott’olio o sott’aceto, come gli asparagi. Il sapore è simile a quello degli asparagi ma più amaro per tale ragione spesso vengono cotti in abbondante acqua e aceto per attenuare un pò l’amaro e poi preparato in conserve. Sono veramente squisiti come antipasto o per accompagnare carni, uova, in frittate, risotti e anche con i gamberetti.

La raccolta dei turioni di pungitopo va effettuata quando sono ancora tenerissimi. Taluni li raccolgono praticamente quando sono ancora sotto terra sono biancastri o violacei, quando appena spuntati. Passata questa fase, assumono una consistenza legnosa e diventano amarissimi.

Poichè in molte regioni è considerato simbolo di buon augurio, specialmente durante il periodo natalizio, la sua raccolta indiscriminata ha fatto si che sia diventata una specie protetta in molte regioni italiane. Pertanto prima di raccoglierlo, accertatevi di poterlo fare.

Il pungitopo fin dai tempi degli antichi romani era considerato un talismano e per questo motivo si portavano i suoi ramoscelli durante i saturnali, vale a dire nei giorni che precedevano il solstizio d'inverno. Affermavano che avere il pungitopo nelle vicinanze della propria casa, tenesse lontano i malefici.

Questo aspetto si pensa sia legato al fatto che il pungitopo con le sue foglie aguzze, coriacee e pungenti rappresentasse quasi una difesa. Il fatto poi del suo aspetto imponente con il suo colore verde intenso e lucido, i fusti diritti e rigidi, sempreverde, evocava la durata, la sopravvivenza, la prosperità.

I frutti rossi e globosi del pungitopo, presenti tutto l'inverno evocavano la rinascita del sole al solstizio ad augurare un anno nuovo.

Quindi il pungitopo ha un significato più che positivo.

Gli antichi popoli Germanici lo utilizzavano per onorare gli spiriti dei boschi e nelle loro case avevano sempre dei rami di pungitopo. Anche per i popoli Latini erano un importante simbolo di augurio ed infatti si scambiavano rami di pungitopo durante le celebrazioni come buon auspicio. Per i Cristiani erano un simbolo di fertilità ed abbondanza. Da queste antiche tradizioni deriva l’utilizzo del pungitopo nelle feste natalizie, proprio per augurare felicità nell’anno nuovo.

La pianta secca, legata ad una pertica, è usata in alcune regioni per ripulire i camini, come avviene con l’asparago pungente o come scopa rudimentale.


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LA GINESTRA SPINOSA

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La ginestra spinosa è una pianta arbustiva della famiglia delle Fabaceae, tipica degli ambienti di gariga e macchia mediterranea.

Pianta arbustiva, alta fino a 1.5 metri con rami lassi e talvolta ricurvi, con robuste spine, densamente pubescenti. Foglie trifogliate poco pelose, con segmenti ovali interi, bianco-argentee di sotto. Fiori gialli isolati o a gruppi di due, papilionacei, distribuiti su tutto il ramo. I frutti sono legumi lineari, oblunghi di 2.5-3 cm, glabri o scarsi peli. Semi rotondeggianti, di colore bruno scuro.

Fiorisce in maggio- giugno e fruttifica in giugno-luglio.

Vegeta in macchie e garighe, luoghi rocciosi e declivi assolati con suolo acido da 0 -800 m . Contrariamente alla C. villosa questa specie preferisce un clima più fresco e più riparato dai venti salmastri. In Sardegna ricopre i versanti esposti a Nord e vegeta bene nel sottobosco.

La pianta ha proprietà cardiotoniche e diuretiche.
Le parti verdi della pianta, se ingerite, possono provocare vomito e diarrea, i semi sono tossici per il loro contenuto in alcaloidi: agiscono sul sistema nervoso, producendo intensa salivazione e in forti dosi, paralisi respiratoria, che può portare alla morte.



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mercoledì 11 marzo 2015

VAIRONE

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Il vairone è un tipo di pesce d'acqua dolce endemico dell'Italia centrosettentrionale, della Svizzera meridionale (corsi d'acqua tributari del Po) e del sud-est della Francia (torrente Bevera). Il suo ambiente ideale sono i fiumi nella Zona dei Ciprinidi a deposizione litofila con acque trasparenti, ossigenate e pulite e fondi sabbiosi o ghiaiosi.

Appare simile al comune cavedano da cui è immediatamente riconoscibile per la bocca molto più piccola, in posizione terminale, per le scaglie piccole e per la diversa livrea che è brunastra sul dorso con una banda longitudinale scura, spesso con riflessi metallici. Le dimensioni sono modeste raggiungendo solo eccezionalmente i 20 cm.

Per molti ittiologi è solo una sottospecie del vairone occidentale (Telestes souffia).

La specie effettua migrazioni riproduttive portandosi negli affluenti minori dei corsi d'acqua. L'accoppiamento avviene nelle acque basse con forte corrente.

Esclusivamente carnivoro, si nutre di larve, insetti, crostacei e molluschi.

Viene catturato soprattutto con la tecnica della passata con montature estremamente sottili ed anche con la tecnica della pesca a mosca sia sommersa che a galla. Ambito da molti pescatori di trote che lo utilizzano come esca per i pregiati salmonidi. Le sue carni sono ottime per le fritture, ma ricche di spine.

LEGGI ANCHE : http://pulitiss.blogspot.it/p/e-dog-sitter-dalla-passeggiata.html

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venerdì 27 febbraio 2015

IL CARDELLINO

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Il cardellino (Carduelis carduelis Linnaeus, 1758) è un uccello appartenente alla famiglia dei Fringillidi. Il nome deriva dalla pianta cardo dei cui semi (specialmente di quelli del cardo rosso) questi uccelli sono ghiotti.

Il cardellino è facilmente riconoscibile per la mascherina rossa sulla faccia e per l'ampia barra alare gialla. Il resto del piumaggio va dal bianco delle guance, al nero della nuca, della coda e della parte esterna delle ali, al marrone scuro del dorso.

Nel periodo della migrazione (ottobre/novembre) si trova in numerosi gruppetti nei pressi dei campi coltivati, dove poi si ferma numeroso fino a metà febbraio. Già da febbraio iniziano a formarsi le coppie che poi andranno a riprodursi, quindi si spostano isolate nelle campagne dove andranno a costruire i nidi, qui finite le cove si riuniscono in numerosi gruppetti e si fermano fino ai primi di settembre.

Il canto del cardellino, o trillo, è molto bello, ed è uno dei motivi per cui viene allevato, oltre che per la bellezza, e l'ibridazione con il canarino.

Si nutre prevalentemente di semi di cardo, cardo dei lanaioli e girasole, oltre a questi si nutre anche di semi di acetosa, agrimonia, cicoria, romice, senecio, tarassaco, crespigno.

La riproduzione inizia nella tarda primavera, e generalmente una coppia porta a termine tre covate, l'incubazione dura circa 12 giorni nelle sottospecie meridionali, qualche giorno in più per quelle settentrionali. Il nido viene costruito generalmente su una pianta di conifera o su alberi da frutto a qualche metro dal suolo. Le uova deposte variano da un minimo di due ad un massimo di sette. I piccoli vengono svezzati intorno al trentacinquesimo giorno e vengono alimentati con semi immaturi e afidi.

Incardellato è il nome dell'ibrido nato dall'accoppiamento tra un cardellino maschio (Carduelis carduelis) e una canarina femmina (Serinus canaria). Il nome è valido anche se i parentali sono invertiti, ovvero canarino maschio per cardellina femmina.

Secondo la mitologia greca il cardellino sarebbe in realtà una delle Pieridi, Acalante, trasformata in uccello da Atena; il mito è raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi.
L'uccello, solitamente un cardellino, nella antica cultura pagana rappresentava l'anima dell'uomo che al momento della morte vola via, mantiene tale significato anche in ambito cristiano.
Il cardellino è inoltre simbolo della passione, si dice si chiami così perché anticamente si pensava vivesse tra cardi e spine. La sua connessione con il Cristo bambino è giustificata a fortiori da una leggenda cristiana ove si narra che un cardellino si fosse messo ad estrarre le spine della corona che trafiggeva il Cristo crocifisso, e che si fosse trafitto a sua volta, macchiandosi anche con il sangue di Gesù: l'uccellino così sarebbe rimasto sempre con la macchia rossa sul capo.
Nella Madonna del cardellino dipinta nel 1505-1506 da Raffaello Sanzio, San Giovanni Battista offre il cardellino al Cristo come simbolo della futura Passione.
Anche Carlo Crivelli ha rappresentato il cardellino nelle sue opere, spesso nelle mani del Bambino Gesù: nella Madonna della Passione, nella Madonna col Bambino di Ancona, nella Madonna col Bambino di New York; nel Beato Gabriele Ferretti in estasi lo rappresenta invece poggiato su di un ramo, con un abile scorcio da dietro.
Altri artisti, oltre al Crivelli hanno raffigurato un cardellino nelle mani del Cristo Bambino, come ad esempio nella "Madonna col Bambino, Angeli e i SS. Domenico, Andrea, Giovanni Evangelista e Tommaso d'Aquino" di Biagio d'Antonio o nella "Madonna e Gesù Bambino" di Cima da Conegliano.
Nella Sacra Famiglia di Federico Barocci Giovanni Battista tiene nelle mani un cardellino mantenendolo alto al di fuori della portata di un gatto interessato.
Altri pittori celebri che raffigurarono cardellini sono: Jacopo del Casentino, nella Madonna del Rosario; Pieter Paul Rubens, nella Sacra Famiglia di Colonia; Giambattista Tiepolo nella Madonna del cardellino; il Guercino nella Madonna col Bambino e un cardellino che scappa,
La crudele abitudine di rinchiudere i cardellini in gabbia è stata raffigurata da William Hogarth ne I bambini Graham, Francisco Goya in Manuel Osorio Manrique de Zuñiga e infine da Joan Mirò in Nord Sud.
Antonio Vivaldi scrisse un concerto per flauto detto "Il Gardellino" RV 428 (Op. 10 No. 3) in cui, con il suono del flauto, viene imitato in più punti il canto del cardellino.


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