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lunedì 28 settembre 2015

IL ROSMARINO

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Il rosmarino è un arbusto appartenente alla famiglia delle Lamiaceae.

Originario dell'Europa, Asia e Africa, è ora spontaneo nell'area mediterranea nelle zone litoranee, garighe, macchia mediterranea, dirupi sassosi e assolati dell'entroterra, dal livello del mare fino alla zona collinare, ma si è acclimatato anche nella zona dei laghi prealpini e nella Pianura Padana nei luoghi sassosi e collinari.

Pianta arbustiva che raggiunge altezze di 50–300 cm, con radici profonde, fibrose e resistenti, ancoranti; ha fusti legnosi di colore marrone chiaro, prostrati ascendenti o eretti, molto ramificati, i giovani rami pelosi di colore grigio-verde sono a sezione quadrangolare.

Le foglie, persistenti e coriacee, sono lunghe 2–3 cm e larghe 1–3 mm, sessili, opposte, lineari-lanceolate addensate numerosissime sui rametti; di colore verde cupo lucente sulla pagina superiore e biancastre su quella inferiore per la presenza di peluria bianca; hanno i margini leggermente revoluti; ricche di ghiandole oleifere.

I fiori ermafroditi sono sessili e piccoli, riuniti in brevi grappoli all'ascella di foglie fiorifere sovrapposte, formanti lunghi spicastri allungati, bratteati e fogliosi, con fioritura da marzo ad ottobre, nelle posizioni più riparate ad intermittenza tutto l'anno.
Ogni fiore possiede un calice campanulato, tomentoso con labbro superiore tridentato e quello inferiore bifido; la corolla di colore lilla-indaco, azzurro-violacea o, più raramente, bianca o azzurro pallido, è bilabiata con un leggero rigonfiamento in corrispondenza della fauce; il labbro superiore è bilobo, quello inferiore trilobo, con il lobo mediano più grande di quelli laterali ed a forma di cucchiaio con il margine ondulato; gli stami sono solo due con filamenti muniti di un piccolo dente alla base ed inseriti in corrispondenza della fauce della corolla; l'ovario è unico, supero e quadripartito.

L'impollinazione è entomofila poiché avviene tramite insetti pronubi, tra cui l'ape domestica, attirati dal profumo e dal nettare prodotto dai fiori.

I frutti sono tetracheni, con acheni liberi, oblunghi e lisci, di colore brunastro.

Richiede posizione soleggiata al riparo di muri dai venti gelidi; terreno leggero sabbioso-torboso ben drenato; poco resistente ai climi rigidi e prolungati.

Si può coltivare in vaso sui terrazzi, avendo cura di porre dei cocci sul fondo per un drenaggio ottimale, rinvasando ogni 2-3 anni, usando terriccio universale miscelato a sabbia, concimazioni mensili con fertilizzante liquido miscelato all'acqua delle annaffiature, che saranno controllate e diradate d'inverno.

In primavera si rinnova l'impianto cimando i getti principali, per ottenere un aspetto cespuglioso, senza dover ricorrere ad interventi di potatura.

Si moltiplica facilmente per talea apicale dei nuovi getti in primavera prelevate dai germogli basali e dalle piante più vigorose piantate per almeno 2/3 della loro lunghezza in un miscuglio di torba e sabbia; oppure si semina in aprile-maggio, si trapianta in settembre o nella primavera successiva; oppure si moltiplica per divisione della pianta in primavera.

Per effetto dei meccanismi di difesa dal caldo e dall'arido (tipici della macchia mediterranea), la pianta presenta, se il clima è sufficientemente caldo ed arido in estate e tiepido in inverno, il fenomeno della estivazione cioè la pianta arresta quasi completamente la vegetazione in estate, mentre ha il rigoglio di vegetazione e le fasi vitali (fioritura e fruttificazione) rispettivamente in tardo autunno o in inverno, ed in primavera. In climi più freschi ed umidi le fasi di vegetazione possono essere spostate verso l'estate. Comunque in estate, specie se calda, la pianta tende sempre ad essere in una fase di riposo.

Il rosmarino è una delle piante aromatiche più conosciute. Molto apprezzata sia in cucina che nell’ambito dei rimedi naturali, le proprietà del Rosmarinus officinalis lo rendono consigliabile per una varietà importante di disturbi. Tra le possibili applicazioni soprattutto il benessere delle alte vie respiratorie.

All’interno del rosmarino trova posto un’ampia varietà di oli essenziali tra i quali spicca l’eucaliptolo, che dona a questa pianta aromatica ottime proprietà balsamiche. Presenti anche alfa e beta pinene, borneolo, canfene, canfora, cineolo, diterpeni, linalolo e triterpeni.

Presenti anche buone quantità di antiossidanti, tra i quali l’acido rosmarinico (polifenolo) e alcuni altri acidi fenolici, la colina, la vitamina C e i tannini.
Le proprietà balsamiche fornite dall’eucaliptolo donano al rosmarino un’efficace azione di contrasto dei disturbi delle vie aeree, contribuendo a migliorare la situazione in caso di raffreddore, congestione nasale e tosse. Possibile utilizzare questa pianta per realizzare un decotto, con il quale poi eseguire dei suffumigi.

Recenti studi hanno inoltre collegato l’aroma emanato dal rosmarino al miglioramento della memoria e come possibile rimedio naturale preventivo, insieme con la menta, per contrastare l’Alzheimer. A sostenerlo sono stati rispettivamente i ricercatori della Northumbria University di Newcastle, nel Regno Unito, e della Saint Louis University School of Medicine, negli USA.
Uno studio dell’Università dell’Illinois (USA) attribuisce invece al rosmarino e all’origano una certa efficacia nel limitare la presenza di glucosio nel sangue, offrendo di conseguenza protezione dal diabete.

Adatto per la profumazione degli ambienti, contribuendo così anche a migliorare le prestazioni cognitive, favorisce un generale rilassamento. Il suo contenuto di vitamine e antiossidanti si rivela poi utile nel mantenere in salute la pelle e contrastare alcune forme tumorali.
Traggono beneficio dal rosmarino anche i capelli, con riferimento alla minore tendenza a diventare bianchi e a una ridotta perdita. L’efficacia di questa pianta aromatica porta benefici anche al fegato, del quale favorisce lo smaltimento delle tossine accumulate.

Il rosmarino è una delle erbe aromatiche più antiche, tanto che i Greci e gli Egizi ne conoscevano già le proprietà; oggi è presente un po’ dappertutto e non vi è casa di campagna o orto che non ne possegga un cespuglio.

Le foglie di rosmarino contengono saponine, acido rosmarinico, flavonoidi e tannini. Molte di queste sostanze, una volta isolate e analizzate, hanno mostrato forti proprietà antiossidanti.

Cento grammi di foglie fresche di rosmarino contengono ben 6,65 mg. di ferro, circa l’80% della dose giornaliera consigliata.

Il rosmarino è anche un’ottima fonte di Vitamina C: 100 gr. di rosmarino contengono 22 mg. di questa preziosa vitamina.

Secondo recenti ricerche, l’uso regolare del rosmarino mantiene giovani e, grazie al significativo apporto di ferro, migliora la circolazione sanguigna, aiutando soprattutto chi si sente privo di forze e debilitato, magari a causa di cali di pressione. Grazie ai suoi potenti antiossidanti il rosmarino svolge un ruolo protettivo dei riguardi del fegato, organo che risente più di tutti gli effetti dello stress.

Secondo uno studio condotto dall’Università di Kioto, in Giappone, il rosmarino contiene una sostanza, l’acido carnosico, che ha la proprietà di combattere i radicali liberi del cervello; questo significa che il rosmarino aiuta a prevenire l’invecchiamento celebrale.

Uno studio condotto dal Sanford-Burnham Medical Research Institute, il rosmarino avrebbe proprietà molto salutari nei confronti degli occhi, in particolar modo contro la degenerazione maculare.

Già nell’epoca romana il rosmarino veniva utilizzato per uso curativo al fine di lenire il mal di denti o slogature e torcicollo; oggi lo si usa per curare la colite o la nausea, come rimedio ai dolori reumatici, le fitte cardiache o i problemi di digestione.

Viene impiegato in cosmetica grazie alle sue proprietà deodoranti, tonificanti e purificanti; utile in caso di pelle grassa.

È un ingrediente molto diffuso per gli shampoo, nello specifico per la fortificazione del capello.
Come per tutte le piante con proprietà stimolanti, il rosmarino va assunto con attenzione, soprattutto in caso di pressione alta ed insonnia. Non usare in gravidanza e non impiegare l’olio essenziale in soggetti affetti da epilessia.

Il rosmarino fresco, laddove non sussistono problemi di pressione alta, alle dosi normali consigliate ha solo effetti benefici; solo ad alti dosaggi la pianta può provocare disturbi di tipo gastrico.

Nel medioevo il rosmarino veniva utilizzato durante gli esorcismi per scacciare gli spiriti maligni dalle persone possedute.

Per lunghissimo tempo venne impiegato come sostanza fumigante per disinfettare le stanze dei malati.

Ancora oggi i rametti di rosmarino vengono riposti in cassetti ed armadi per profumare e tenere alla larga le tarme dagli indumenti.

Durante la civiltà egizia il rosmarino era addirittura utilizzato come simbolo di eternità tanto che venne rinvenuto in alcune tombe di faraoni.

Grazie alla sua proprietà di rinforzare la memoria è appunto ritenuta la pianta del ricordo; nella celebre opera di Shakespeare Ofelia pronuncia queste parole: “Ecco laggiù il rosmarino, la pianta del ricordo“.




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domenica 29 marzo 2015

IL PUNGITOPO

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Il Pungitopo o Ruscolo pungitopo (Ruscus aculeatus) è un piccolo arbusto sempreverde, dioico, alto sino a 80 cm, molto comune nell’area mediterranea.

Il nome “pungitopo” deriva dall’antico uso delle foglie acuminate di questa pianta che venivano poste attorno ai formaggi o ad altre derrate alimentari per difenderli dai roditori.

Il pungitopo, il cui nome scientifico è Ruscus aculeatus, appartiene alla famiglia delle Liliaceae ed è una pianta originaria del bacino del Mediterraneo ma la ritroviamo dall'Europa centrale, al nord Africa e al sud ovest dell'Asia fino ad un'altitudine di 1200 m.

E' una pianta sempreverde, caratterizzata da numerose spine e forma dei cespugli molto intricati.

Il Ruscus aculeatus è provvisto di un rizoma strisciante dal quale si sviluppano sia le radici avventizie legnose che i fusti (turioni) che assumo portamento eretto e rigido, alti anche 1m, di colore verde molto scuro.

Da questo fusto si formano dei fusti secondari che prendono il nome di cladodi disposti in modo alternato, appiattiti (in pratica sono quelli che normalmente confondiamo con le foglie). Questi cladodi sono molto importanti nella fisiologia della pianta in quanto sono preposti allo svolgimento della fotosintesi clorofilliana perchè le vere foglie  non sono visibili nella parte aerea della pianta in quanto sono delle piccole squame che avvolgono la parte sotterranea del fusto e sono di colore rossastro-bianco nella pagina inferiore.

Il pungitopo è una pianta dioica vale a dire che esistono piante che portano solo fiori femminili e piante che portano solo fiori maschili.

I fiori femminili sono solitari, privi di picciolo  e sono inserito al centro della pagina inferiore dei cladodi all'ascella di una piccola foglia verde o bianca e portano 6 tepali divisi a gruppi di tre (tre interni più corti e 3 esterni più lunghi). Di solito compaiono a partire dal mese di febbraio e fino a giugno ed in autunno.

I fiori maschili  sono provvisti di picciolo e formati da sei stami uniti a due a due.

Il frutto del pungitopo è una bacca di colore rosso vivo e contiene 1-2 semi.

I principi attivi del pungitopo (Ruscus aculeatus) sono:  oli essenziali quali canfora, acetato di linalile, acetato di bornile, linalolo, anetolo e resine. Contengono inoltre diversi sali minerali quali calcio e nitrato di potassio;  fitosteroli quali la ruscogenina, neuroscogenina, ruscina ed altri; diversi flavonoidi; zuccheri; acidi grassi ed acidi organici.

Le sue proprietà sono legate principalmente ai fitosteroli che conferiscono al pungitopo proprietà diuretiche con l'eliminazione dei cloruri, sedativo ed antinfiammatorio delle vie urinarie, ha effetti benefici nei confronti dei calcoli renali, cistiti, gotta, artrite e reumatismi non articolari.

Il pungitopo è utile anche nella terapia delle vene varicose con un'azione vasocostrittore esercitata soprattutto a livello dei capillari (è infatti il più potente vasocostrittore naturale che si conosca). Ha un'azione antinfiammatoria che agisce diminuendo la fragilità capillare, aumentando il tono della parete venosa favorendo quindi la circolazione del sangue che si traduce in diminuzione della pesantezza e del gonfiore delle gambe.

Esplica anche un effetto benefico nei confronti delle emorroidi e delle flebiti.

Il pungitopo dalla vecchia farmacopea è considerato un diaforetico entra infatti nella "composizione delle cinque radici"  assieme al finocchio, asparago, prezzemolo e sedano.

Del pungitopo si utilizza il rizoma che va raccolto in autunno o all'inzio della primavera, prima della comparsa dei turioni. Va ripulito dalla terra e quindi tagliato e fatto essicare al sole o in stufa e conservato in sacchetti di carta.

Possono essere usati anche i turioni del pungitopo in quanto contengono gli stessi principi attivi.

Il rizoma o i turioni essiccati possono essere utilizzati per uso interno come tintura da bere per le infezioni delle vie urinarie; come decotto contro le emorroidi, varici, flebiti e come diuretico.

Per uso esterno è usato per le gambe gonfie e per le emorroidi facendo dei lavaggi, bagni, pediluvi o impacchi con garze imbevute di decotto.

L'estratto secco viene usato per l'igiene intima e come anticellulite e per tutti i trattamenti contro le pelli sensibili ed infiammate. E' ottimo anche come dopobarba. Si possono anche usare le creme a base di pungitopo in caso di couperosa e rossori permanenti.

Gli antichi romani usavano il pungitopo (Ruscus aculeatus) come talismano perchè credevano che piantandolo intorno alla casa allontanasse i malefici.

Le proprietà del pungitopo erano note fin dall'antichità. Ne parlava Plinio dicendo che il decotto di radici con il vino veniva usato per le infezioni renali. Anche Dioscoride dava le stesse indicazioni solo che consigliava di far macerare foglie e bacche nel vino contro la flogosi renale.

Nel medioevo si usava la "Pozione delle cinque radici", usata tutt'ora assieme la prezzemolo, al finocchio, al sedano e all'asparago come diuretica.

Il Pungitopo è una potente pianta medicinale.

I principi attivi presenti nelle piante di Pungitopo sono: oli essenziali quali canfora, acetato di linalile, acetato di bornile, linalolo, anetolo e resine. Contengono inoltre diversi sali minerali quali calcio e nitrato di potassio;  fitosteroli quali la ruscogenina, neuroscogenina, ruscina ed altri; diversi flavonoidi; zuccheri; acidi grassi ed acidi organici.
Le sue proprietà sono legate principalmente ai fitosteroli che conferiscono al pungitopo proprietà diuretiche con l’eliminazione dei cloruri, sedativo ed antinfiammatorio delle vie urinarie, ha effetti benefici nei confronti dei calcoli renali, cistiti, gotta, artrite e reumatismi non articolari.

Il pungitopo è il più potente vasocostrittore naturale che si conosca, utile nella terapia delle vene varicose con un’azione vasocostrittore esercitata soprattutto a livello dei capillare. Esplica un’azione antinfiammatoria che agisce diminuendo la fragilità capillare, aumentando il tono della parete venosa favorendo quindi la circolazione del sangue che si traduce in diminuzione della pesantezza e del gonfiore delle gambe.
Esplica anche un effetto benefico nei confronti delle emorroidi e delle flebiti.

A Primavera, da marzo a maggio, spuntano i nuovi getti del pungitopo (i turioni), che nel dialetto dell’Alto Vastese, sono chiamati “Vriscare”, come detto sopra.

I giovani getti vengono assiduamente ricercati dagli intenditori per essere consumati, previa cottura, o conservati sott’olio o sott’aceto, come gli asparagi. Il sapore è simile a quello degli asparagi ma più amaro per tale ragione spesso vengono cotti in abbondante acqua e aceto per attenuare un pò l’amaro e poi preparato in conserve. Sono veramente squisiti come antipasto o per accompagnare carni, uova, in frittate, risotti e anche con i gamberetti.

La raccolta dei turioni di pungitopo va effettuata quando sono ancora tenerissimi. Taluni li raccolgono praticamente quando sono ancora sotto terra sono biancastri o violacei, quando appena spuntati. Passata questa fase, assumono una consistenza legnosa e diventano amarissimi.

Poichè in molte regioni è considerato simbolo di buon augurio, specialmente durante il periodo natalizio, la sua raccolta indiscriminata ha fatto si che sia diventata una specie protetta in molte regioni italiane. Pertanto prima di raccoglierlo, accertatevi di poterlo fare.

Il pungitopo fin dai tempi degli antichi romani era considerato un talismano e per questo motivo si portavano i suoi ramoscelli durante i saturnali, vale a dire nei giorni che precedevano il solstizio d'inverno. Affermavano che avere il pungitopo nelle vicinanze della propria casa, tenesse lontano i malefici.

Questo aspetto si pensa sia legato al fatto che il pungitopo con le sue foglie aguzze, coriacee e pungenti rappresentasse quasi una difesa. Il fatto poi del suo aspetto imponente con il suo colore verde intenso e lucido, i fusti diritti e rigidi, sempreverde, evocava la durata, la sopravvivenza, la prosperità.

I frutti rossi e globosi del pungitopo, presenti tutto l'inverno evocavano la rinascita del sole al solstizio ad augurare un anno nuovo.

Quindi il pungitopo ha un significato più che positivo.

Gli antichi popoli Germanici lo utilizzavano per onorare gli spiriti dei boschi e nelle loro case avevano sempre dei rami di pungitopo. Anche per i popoli Latini erano un importante simbolo di augurio ed infatti si scambiavano rami di pungitopo durante le celebrazioni come buon auspicio. Per i Cristiani erano un simbolo di fertilità ed abbondanza. Da queste antiche tradizioni deriva l’utilizzo del pungitopo nelle feste natalizie, proprio per augurare felicità nell’anno nuovo.

La pianta secca, legata ad una pertica, è usata in alcune regioni per ripulire i camini, come avviene con l’asparago pungente o come scopa rudimentale.


LEGGI ANCHE : http://pulitiss.blogspot.it/p/verde.html

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martedì 24 marzo 2015

LA VIOLA DEL PENSIERO



Le viole del pensiero sono piante erbacee e possono essere annuali o biennali. Il fusto può raggiungere l'altezza di 15-45 cm e si eleva dal sottosuolo con diverse ramificazioni delle radici. Le foglie sono solitamente verde scuro, hanno una forma ovale piuttosto allungata e sono incorniciate da un margine dentato. I fiori sono abbastanza grandi- 1,5 cm circa- , hanno steli eretti e filiformi provvisti in cima di petali, da tre a cinque, molto colorati ( una particolarità del fiore è che i petali hanno sia colori sgargianti sia il semplice bianco e nero) e con una forma tondeggiante, che a volte ricorda un cuore.
Il centro del fiore è solitamente scuro o giallo, comunque sempre in contrasto con gli altri petali.
Alcuni petali inoltre, grazie alle loro venature scure danno al fiore l'aspetto di un viso.
Le viole del pensiero durante la stagione calda producono piccoli semi di colore nero-grigiastro, i quali serviranno poi per la riproduzione e la futura fioritura.
Appartengono alla viola tricolor anche le sue due varietà: la Viola tricolor arvensis- pianta di piccole dimensioni con petali solitamente bianchi- e la Viola tricolor vulgaris- anch'essa di piccole dimensioni tuttavia i suoi petali sono di un viola intenso-. Infine la viola tricolor è una pianta priva di profumo.

La fioritura avviene generalmente alla fine dell'inverno e dura per gran parte dell'estate.
La riproduzione della viola tricolor avviene infatti a fine estate o attraverso la riproduzione per Talea o per Seme.
La talea è la parte del fiore, che, interrata, emette delle radici, provocando la divisione mitotica del nucleo e generando un nuovo individuo. Questo tipo di riproduzione si verifica generalmente alla fine dell'inverno mentre la riproduzione per seme è tipica del periodo autunnale o inizio primaverile. Essa consiste nell'emissione di alcuni semi, piccoli e scuri, che si svilupperanno naturalmente nel sottosuolo e una volta germogliati daranno vita ad un nuovo piccolo fiore. Entrambi i tipi di riproduzione quindi sono asessuate. La riproduzione asessuata è tipica delle piante e viene chiamata infatti Riproduzione Vegetativa.

La viola tricolor è provvista di diversi nomi: Viola del Pensiero, Suocera e Nuora, Malastra. E proprio a quest'ultimo appellativo è legata una leggenda popolare piemontese molto interessante:
si narra infatti che il nome Malastra indichi la posizione privilegiata di una matrigna- malastra appunto- e delle sue figlie sulle figliastre acquisite dalla donna dopo aver sposato un ricco cittadino. Il petalo più basso del fiore infatti, che è anche il più grande, indica il luogo sul quale sarebbe posta la "malastra". I due petali ai lati indicherebbero invece il posto delle due figlie della donna e infine il petalo in alto mostrerebbe il solaio nel quale sono costrette a vivere le figliastre.
Inoltre a ricordare questa leggenda è presente una buonissima minestra, tipica proprio della Valle del Cervo: "Ris e Manastre"                                                          
la ricetta:
Cuocere delle patate già sbucciate in poca acqua, aggiungendo delle malastre( viole del pensiero) appena colte.
Dopo aver cotto le patate metterle in un piatto e schiacciarle con una forchetta e un pezzetto di burro così da creare un impasto omogeneo. Nella stessa pentola far cuocere del riso ( aggiungendo del sale), e versare poi del latte caldo, con ancora sopra della schiuma, sul riso aggiungendo subito dopo le patate schiacciate.
Dopo 10 minuti di cottura lenta scodellare la minestra e cospargerla con qualche altra malastra. Lasciare intiepidire la minestra facendo galleggiare su di essa alcuni fiori. Dopo pochi minuti, quando la minestra avrà un colore giallino e si sarà formato un velo di panna, mescolare e servire caldo.

La viola tricolor è molto utilizzata anche in campo farmaceutico e nelle erboristerie:infatti per la presenza di molti principi attivi come mucillagini, flavonoidi, gaulterina, tannidi e derivati salicilici questo fiore è utilizzato per depurare la pelle e curare acne e reumatismi, inoltre questa viola è utilizzata anche perchè diuretica, analgesica ed emolliente. Dalla viola inoltre si ottengono polveri a scopo filoterapeutico.

Il nome deriva da una leggenda latina: si narra infatti che un giorno Ade, signore degli Inferi, innamoratosi di una fanciulla chiamata Persefone, la rapì, portandola nell'oltretomba.  La madre di Persefone, la dea Demetra iniziò allora a cercare la figlia per tutta la terra finchè scoprì cosa era accaduto alla giovane. Disperata Demetra rese la terra sterile e scura. Intervenne allora Zeus, il padre degli dei, il quale convinse Ade a lasciare libera di tornare con la madre, almeno per sei mesi ogni anno, la bella Persefone. Saputo ciò Demetra trovò un po' di pace e rese la terra nuovamente fertile. Quando Pesefone tornò nel mondo dei vivi Demetra l'accolse con la creazione di nuovi fiorellini, delicati e vellutati: erano dei "Pensieri d'Amore" per Persefone. Fu così che da allora questi fiori furono chiamati Viole del Pensiero.  Altri nomi per indicare questo fiore sono Malastra e Suocera e Nuora, per i colori contrastanti dei petali.
 
La viola del pensiero è molto legata al tema amoroso: dall'antichità, quando si raccontava che cupido avesse riposato su questo fiore, all'età più moderna, la viola del pensiero è la chiave della commedia " Sogno di una notte di mezza estate" di Shakespeare,  fino a oggi ,in quanto il significato di questo fiore è " Pensa sempre a me, io penso a te".

La viola del pensiero è un fiore molto semplice ma al contempo affascinante, ha le sue origini nell’altro emisfero (arriva infatti da America del Sud, Nuova Zelanda e Australia) anche se alcuni sostengono sia nata in Arabia con il nome di “Kheyry”.

Utilizzato da sempre da arabi e romani per rendere le bevande più profumate e gradevoli, ai nostri giorni viene soprattutto utilizzata per estrarre oli essenziali.


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martedì 17 marzo 2015

L' IPPOCASTANO

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L'ippocastano o castagno d'India (Aesculus hippocastanum L., 1753) è un albero appartenente alla famiglia Sapindaceae, diffuso in Europa.

Il nome della specie deriva dal greco ἵππος hippos, cavallo, e castanon, castagno, per l'uso dei frutti di questo albero come alimento stimolante per i cavalli.

L'Ippocastano può arrivare a 25-30 metri di altezza; presenta un portamento arboreo elegante ed imponente. La chioma è espansa, raggiunge anche gli 8-10 metri di diametro restando molto compatta. L'aspetto è tondeggiante o piramidale, a causa dei rami inferiori che hanno andamento orizzontale.

I rami sono lenticellati, presentano grandi gemme opposte, rossastre, ed una terminale di notevoli dimensioni, ricoperte da una sostanza collosa. La corteccia è bruna e liscia e si desquama con l'età.
Le foglie dell'ippocastano sono decidue, palmato-settate, con inserzione opposta, mediante un picciolo di 10–15 cm, su rametti bruni o verdastri e leggermente pubescenti. Ciascuna foglia, che può arrivare a oltre 20 cm di lunghezza, è costituita da 5-7 lamine obovate con apice acuminato e base stretta. Il margine è doppiamente seghettato, la nervatura risulta ben marcata. Il picciolo non ha stipole, ma una base allargata ed una fenditura che lo solca. Le foglie sono di color verde brillante nella pagina superiore e verde chiaro, con una leggera tomentosità sulle nervature, in quella inferiore.
La pianta ha fiori ermafroditi a simmetria bilaterale, costituiti da un piccolo calice a 5 lobi ed una corolla con 5 petali bianchi, spesso macchiati di rosa o giallo al centro. I fiori sono riuniti in infiorescenze a pannocchia di grandi dimensioni (fino 20 cm di grandezza e 50 fiori). La fioritura avviene nei mesi di aprile - maggio.
I frutti sono grosse capsule rotonde e verdastre, munite di corti aculei, che si aprono in tre valve e contengono un grosso seme o anche più semi di colore bruno lucido che prendono il nome di castagna matta. Hanno un sapore amaro e sviluppano un odore molto sgradevole durante la cottura; sono leggermente tossici quindi non commestibili.
Longevo e rustico, tollera le basse temperature e non ha particolari esigenze in fatto di suolo, anche se cresce meglio nei terreni fertili. È poco resistente alla salinità del terreno e gli agenti inquinanti atmosferici, ai quali reagisce con arrossamento dei margini fogliari e disseccamento precoce della lamina.
Originario dell'Europa orientale (penisola balcanica, Caucaso); è stata introdotta a Vienna nel 1591 da Charles de l'Écluse e a Parigi, da Bachelier, nel 1615. In Italia è diffusa in tutte le regioni, soprattutto in quelle centro-settentrionali, dalla pianura fino a 1200 metri di altitudine.

L'ippocastano, di cui si utilizzano estratti ottenuti dai semi, esercita un'azione di riduzione della permeabilità capillare, ha un effetto antinfiammatorio, migliora il drenaggio linfatico ed aumenta la pressione venosa. Per tale motivo, trova applicazione nel trattamento dell'insufficienza venosa cronica, determinando un miglioramento dei segni e sintomi presenti agli arti inferiori: edema, dolore, prurito, varici, ulcere, senso di tensione e/o affaticamento. Inoltre offre proprietà antinfiammatorie, antiedematose e antiessudative; inibisce la distruzione della vitamina C e viene consigliata nel caso di vene varicose.

La miscela di saponine (altrimenti detta escina) sembra essere il principio responsabile dell'azione farmacologica ed oggigiorno gli estratti di ippocastano sono standardizzati in modo tale che la quantità giornaliera di escina sia di 100–150 mg. Riduce la permeabilità dei capillari aumentandone la resistenza e l'elasticità. Parte di questa azione è stata anche attribuita alla presenza nell'estratto di flavonoidi come la quercetina e la rutina (o fattore vitaminico P), che sono notoriamente trofici per l'endotelio capillare.

Alcuni effetti collaterali derivanti dall'uso di ippocastano (che comunque sembrano verificarsi raramente) sono: disturbi gastrointestinali e prurito.

L'escina si lega alle proteine plasmatiche per cui si sospetta che possa alterare il trasporto di alcuni farmaci. Si ipotizza inoltre che alte dosi di escina possano danneggiare i glomeruli ed i tubuli renali per cui se ne sconsiglia l'uso in caso di insufficienza renale.

La presenza di cumarine antitrombotiche fa sì che l'associazione di ippocastano con farmaci anticoagulanti venga sconsigliata per la sua potenziale pericolosità, anche se al momento non sono stati descritti casi in merito.

Il gemmoderivato non presenta gli inconvenienti sopra riportati.

Nel passato i frutti venivano utilizzati come mangime per animali (da cui deriva il nome, letteralmente castagno per cavalli). I semi venivano utilizzati per produrre farina e, dopo averli tostati, un surrogato del caffè. I frutti hanno un effetto moderatamente narcotico e i semi non trattati sono tossici. Il legno è di cattiva qualità. La corteccia era usata come febbrifugo. L'ippocastano è uno dei fiori di Bach, white chestnut.

In Gran Bretagna i semi, chiamati conker, vengono usati per un popolare gioco da bambini.

LEGGI ANCHE : http://pulitiss.blogspot.it/p/verde.html

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venerdì 13 marzo 2015

IL LUPPOLO

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Il luppolo (Humulus lupulus, L. 1753) è una pianta a fiore (Angiosperma) appartenente alla famiglia delle Cannabaceae; ordine delle Urticali.

Pianta perenne, con rizoma ramificato dal quale si estendono esili fusti rampicanti che possono raggiungere i 7 metri d'altezza.
Le foglie sono cuoriformi, picciolate, opposte, munite di 3-5 lobi seghettati. La parte superiore si presenta ruvida al tatto, la parte inferiore è invece resinosa.
Essendo una specie dioica, i fiori, unisessuali e di colore verdognolo, sono presenti su individui separati. I fiori maschili (o staminiferi) sono riuniti in pannocchie pendule e ciascuno presenta 5 tepali fusi alla base e 5 stami; i fiori femminili (o pistilliferi) presentano un cono membranoso che circonda un ovario munito di 2 lunghi stimmi pelosi. Si trovano raggruppati alle ascelle di brattee fogliacee, costituendo un'infiorescenza dalla caratteristica ed inconfondibile forma a cono.
La fioritura avviene in estate. L'impollinazione è anemofila (trasporto per mezzo del vento) e in settembre-ottobre, con la maturazione dei semi, le brattee assumono una consistenza cartacea che aumenta la dimensione del cono. I frutti sono degli acheni di colore grigio-cenere.
Le infiorescenze femminili sono ricche di ghiandole resinose secernenti una sostanza giallastra e dal sapore amaro, composta da α-acidi (luppolina, umulone e lupulone), e da polifenoli (es. flobafeni, xantumolo) e numerosi oli essenziali, che vengono utilizzati per aromatizzare e conferire alla birra il suo gusto caratteristico.

Il luppolo predilige ambienti freschi e terreni fertili e ben lavorati. Cresce spontaneamente sulle rive dei corsi d'acqua, lungo le siepi, ai margini dei boschi, dalla pianura fino ad un'altitudine di 1.200 metri se il clima non è troppo ventoso ed umido. La sua presenza è molto comune nell'Italia settentrionale. La coltivazione del luppolo in Italia fu introdotta, a partire dal 1847, dall'agronomo Gaetano Pasqui di Forlì, che promosse anche una fabbrica di birra in attività già dagli anni '60 dell'Ottocento.

Nei coni di luppolo sono state finora identificate più di 1000 sostanze chimiche, che possono essere raggruppate in componenti dell’olio essenziale, acidi amari e flavonoidi prenilati. Sono presenti anche glicosidi flavonolici (astragalina, kempferolo, quercetina, quercitrina, rutina) e quantità apprezzabili di tannini (2-4%).

Il luppolo viene usato soprattutto nel processo produttivo della birra, dove assume l'importantissimo ruolo di conferire la caratteristica più comune alla birra, ovvero il sapore amaro, oltre all'aroma, molto accentuato nelle Pilsner, dove viene utilizzato soprattutto il tipo Saaz di provenienza boema. Nel processo di preparazione della birra si usano i fiori delle piante femminili.Le piante maschili non vengono coltivate in quanto di solito si attua la propagazione vegetativa delle sole piante femminili, per mantenere i caratteri delle varietà selezionate (tranne in Inghilterra dove i fiori maschili vengono utilizzati nelle birre ad alta fermentazione tipiche di quella regione). Nella lavorazione artigianale viene utilizzato proprio il fiore del luppolo, mentre nella lavorazione industriale si usa un concentrato (più comodo ed economicamente vantaggioso). Prima del luppolo venivano utilizzate altre piante e spezie per bilanciare il dolce del malto.

L'uso del luppolo funge anche da conservante naturale della birra in quanto possiede proprietà antibatteriche, per questo motivo certi tipi di birra  venivano abbondantemente luppolati per migliorarne la conservazione. L'uso del luppolo infine aiuta a coagulare le proteine in sospensione nella birra rendendola più limpida (chiarificazione), inoltre aiuta nella tenuta della schiuma.

In cucina gli apici, della lunghezza di circa 20 cm, della pianta di luppolo vengono raccolti in primavera (marzo-maggio) e utilizzati come il più noto asparago (e a volte sono erroneamente chiamati "asparagi selvatici"). Da notare come, a differenza della maggior parte dei germogli utilizzati per uso culinario, i getti di luppolo selvatico siano più gustosi quanto più sono grossi. Una volta lessati per 5-10 minuti, con poca acqua o al vapore, si possono consumare direttamente con classico condimento "all'agro", oppure saltare qualche minuto in padella per servirli con riso o utilizzare per risotti, frittate e minestre.

Non vanno confusi con i rami fioriferi di altre piante solo a prima vista simili, quali l'Ornithogalum o Latte di gallina, un genere che conta molte specie assai tossiche. Tra queste, l'Ornithogalum pyrenaicum, è invece commestibile ed apprezzato.

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