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domenica 13 novembre 2016

L'ALBERO DELLA CANFORA

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L'albero della canfora (Cinnamomum camfora) è un grande albero sempreverde originario dei Paesi asiatici Cina, Taiwan e Giappone, dove la sua crescita è spontanea. Nell'area mediterranea l'albero è presente soltanto se coltivato. Raggiunge un'altezza tra i 20 e i 35 metri ed ha un fusto massiccio ed eretto. La sua chioma è rotonda e molto ramificata. La corteccia è si colore marrone grigiastro con fessure profonde. Le foglie sono ovali e di grandi dimensioni, di colore verde scuro ed un po' appuntite. Nel momento in cui spuntano, le foglie sono rosse con venature verde chiaro. Nella stagione primaverile l'albero della canfora produce spighette formate da fiorellini di colore bianco crema, non molto appariscenti. In seguito, appaiono delle bacche rosse rotonde che, a maturazione conclusa, diventano nere.

Note a tutti sono le proprietà antisettiche e antiparassitarie della canfora, tanto che si è soliti utilizzare la stessa per proteggere gli indumenti. Diversi studi sono stati condotti anche sull’azione repellente della canfora nei confronti di parassiti, funghi e insetti e, quindi, sul suo possibile impiego nell’industria alimentare.

La canfora si è dimostrata utile per la conservazione di semi dall’attacco di parassiti e insetti; altra azione è rivolta contro funghi tossigeni, dove la canfora agisce bloccando la crescita degli stessi.

La canfora è presente in commercio soprattutto sottoforma di olii, unguenti e creme per applicazioni topiche.

La canfora, per uso esterno, è utilizzata per il trattamento di problematiche infiammatorie. Applicata sulla cute è in grado di richiamare il sangue; quest’azione rubefacente è utile nella cura delle nevralgie, delle infiammazioni, distorsioni, reumatismi, crampi e dolori muscolari.

Inoltre la canfora agisce in modo efficace anche nel trattamento di stadi febbrile e bronchiti. La canfora abbassa di poco o nulla la temperatura normale corporea, ma di molto quella febbrile. La canfora ha dimostrato una buona azione antibatterica e antifungina.



Per uso interno è utilizzata raramente come cardiotonico o come rimedio per la tosse. La canfora rappresenta uno dei migliori rimedi per il cuore e la circolazione.

Per uso esterno ed alle dosi massime consigliate la canfora non da reazioni avverse, a meno che la persona non sia sensibile al tale principio attivo.

L'avvelenamento per canfora è rarissimo e in ogni modo i sintomi sono di breve durata; nelle intossicazioni gravi si manifestano nausea, vomito, vertigini, disturbi visivi, movimenti impulsivi, delirio, perdita della coscienza.

Un albero di canfora è stato impiantato nel 1820 dal conte Vitaliano VIII Borromeo (1792-1874) nei giardini del palazzo Borromeo sull'Isola Bella (Stresa), sul Lago Maggiore. Nel 1907 aveva 4,30 m di circonferenza del tronco alla base e un'altezza di 24 m, mentre la chioma raggiungeva un diametro di 16 m, mentre secondo gli elenchi stilati dal Corpo forestale dello Stato ha raggiunto in seguito una circonferenza del tronco di 5,8 m per un'altezza di 17 m. L'albero è citato in Piccolo mondo antico, il romanzo di Antonio Fogazzaro, dove viene ammirato dallo zio di Luisa nel corso di una visita ai giardini del palazzo.

Un esemplare ancora più grande è presente al Parco di Capodimonte a Napoli, presente negli elenchi del Corpo forestale dello Stato è caratterizzato da 6,7 m di circonferenza alla base e 17 m di altezza ed è ritenuto dal corpo un esemplare di eccezionale valore storico e monumentale. Un altro esemplare di notevole importanza è presente nel cosiddetto "giardino segreto" della Regina Maria Amalia di Sassonia, consorte del Re Carlo di Borbone, nel real sito denominato "Reggia di Portici", in provincia di Napoli.



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giovedì 19 maggio 2016

YLANG- YLANG

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La Cananga odorata, comunemente conosciuta come ilang-ilang o ylang-ylang, è un albero della famiglia delle Annonaceae dai cui fiori si ricava l'omonima essenza usata in profumeria.

È un albero a crescita rapida che raggiunge un'altezza media di 12 metri. Le foglie, lucide e scure, sono lunghe e hanno forma lanceolata con margini ondulati. I numerosi e profumatissimi fiori crescono, solitari o riuniti in piccoli grappoli, in autunno e primavera. Sono giallo-verdastri (raramente rosa) e hanno 3-5 petali allungati e arricciati.

Il nome ilang-ilang (o ylang-ylang), di origine tagalog, potrebbe derivare dalla parola ilang, che significa regione selvaggia, o da ilang-ilan, ossia non comune, riferibile all'aroma molto particolare.

La pianta è nativa delle Filippine e dell'Indonesia e cresce comunemente nelle isole della Polinesia, Melanesia e Micronesia.
Cresce in condizioni di pieno sole o semiombreggiatura e preferisce i suoli acidi tipici delle foreste pluviali, suo habitat naturale.

La moltiplicazione avviene per seme o per talea. La facile germinazione dei semi ha contribuito ad una vasta diffusione di questa pianta che in alcune zone viene ritenuta un albero infestante.

Calmante se inalato svolge un'azione rilassante sul sistema nervoso, attenua disturbi come l'ansia, depressione, irritabilità, nervosismo e insonnia. L’olio essenziale di ylang ylang crea armonia in caso di contrasti, collera, rancore e frustrazione, perché favorisce la comprensione e il perdono, dissolve le delusioni e le offese, ripristina il desiderio di amare.
Ipotensivo, l’essenza è in grado di abbassare la pressione arteriosa e di attenuare i disturbi provocati sul sistema cardio-circolatorio dallo stress, come palpitazioni e tachicardia.



Afrodisiaco è un olio essenziale erotico, utile per risvegliare i sensi, in caso di frigidità, impotenza, e per chi non riesce a lasciarsi andare; allontana il dubbio, le insicurezze e i sentimenti bloccati. È di grande aiuto nella femminilità repressa perché libera la gioia, la sensualità, l'euforia e la sicurezza interna.

Tonificante e astringente per la pelle è indicato in caso di acne e produzione eccessiva di sebo: se diluite qualche goccia nel detergente per il viso, il derma recupera tono e luminosità. Se versato in piccole dosi, in olio di cocco o burro di Karitè, è un ottimo nutriente e protettivo per i capelli, soggetti a salsedine, vento e sole.

L'olio essenziale di Ylang Ylang ha un profumo dolce, floreale e femminile; è ascrivibile alla Nota di cuore, in quanto estratto dai fiori, è legato all'Elemento Acqua ed ai Segni Zodiacali Toro e Scorpione.
Si estrae per distillazione dei grossi fiori gialli della pianta tropicale; per 1 litro di olio essenziale occorrono dai 40 ai 60 kg di fiori.

Ci sono almeno quattro diverse qualità principali di questo olio; le prime tre si riferiscono alle prime tre frazioni di distillazione. La qualità "Completo" definisce la distillazione totale, quella più valida in terapia, mentre in cosmetica si usano le altre qualità in quanto più facili da miscelare.


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domenica 9 agosto 2015

L'ALBERO DI GIUDA

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Nella tradizione cristiana si racconta che Giuda per guadagnare 30 denari tradì Gesù dandogli un bacio sulla guancia. Subito dopo si pentì del suo atto ed andò nello stesso luogo dove aveva tradito l' amico, scelse una pianta e vi si impiccò.

L'albero scelto era proprio il Cercis siliquastrum che per questo motivo venne chiamato dalla maggior parte delle persone albero di Giuda . Poiché questo tradimento avrebbe fatto odiare questo albero da tutti coloro che credevano in Dio, il Signore decise, dato che  l'albero non aveva nessuna colpa, di fargli un regalo e gli disse : "Tu albero non hai colpa per il tradimento di Giuda e farò in modo che gli uomini non ti odino, ma si ricordino di te come un albero meraviglioso e quindi ti darò  una chioma piena di bellissimi fiori fucsia e a primavera quando fiorirai  tutti ti guarderanno ammirati" .

L'albero  fu molto contento e ringraziò il Signore.

L'albero di Giuda o di Giudea è un albero appartenente alla famiglia delle Fabaceae (leguminose), utilizzato come pianta ornamentale nei giardini e per le alberature stradali, grazie alla sua resistenza all'atmosfera cittadina.

Il siliquastro si presenta come un piccolo albero alto fino a 10 metri e più spesso come arbusto. Cresce molto lentamente.

Piccolo albero o arbusto deciduo,originario dell'Asia Minore, con vistosi fiori rosa-violacei che sbocciano, prima della nascita delle foglie, sui rami più vecchi (spesso i fiori spuntano anche dal tronco). Presenta delle foglie tonde, cuoriformi o reniformi, verde chiaro, molto ornamentali; ai fiori succedono dei baccelli di semi (legumi), molto numerosi, appiattiti e pendenti, che rimangono sulla pianta fino alla primavera successiva.
Il tronco è spesso tortuoso e di colore scuro, con screpolature brune, i rami presentano una la corteccia rossastra.

L’albero di Giuda o Cercis siliquartum non è l’unico ad affascinare i suoi estimatori. Questa specie infatti annovera diverse varietà di alberi piccoli e medi. Tra questi: cercis canadensis, cercis chinensis e il cercis occidentalis. Il primo, originario del Canada, è alto circa dodici metri e presenta foglie a forma tonda. Il secondo, invece, come suggerisce anche il nome, è originario della Cina. Il terzo, detto anche cercis californica, predilige climi miti e temperati. Da ricordare anche il cercis racemosa, originario del Giappone e con fiori rosa che si sviluppano in primavera. Le varietà appena citate presentano tutti i classici fiori di colore rosa. Esiste anche la varietà cercis alba, che presenta, invece, dei bellissimi fiori bianchi.

Il nome botanico della pianta deriva invece dal greco “kerkis”, che significa ‘navicella’, e dal latino “siliqua”, che significa ‘baccello’, in riferimento alla forma dei frutti dell’albero.

Nel nostro Paese non si conoscono usi particolari di questa pianta. Nei testi del Nord Europa, invece, e nel mondo anglosassone, soprattutto, si fa riferimento all’uso culinario dei fiori. Secondo dei testi di cucina inglese, infatti, i fiori raccolti freschi si possono usare per preparare delle insalate.

Il significato dell’albero di Giuda è legato sempre alle leggende che lo collegano all’apostolo traditore. Le storie relative a Giuda e all’albero cambiano però in base al paese e all’epoca. Alcune leggende narrano che l’albero sia stato il protagonista silenzioso del bacio che Giuda diede a Gesù prima dell’arresto da parte delle guardie del Sinedrio. La leggenda viene rafforzata anche dal comportamento naturale dell’albero, il quale fiorisce proprio durante il periodo di Pasqua. I fiori della pianta compaiono ancor prima delle foglie. Forma e portamento dell’albero vengono persino descritti con particolari significati allegorici. L’apertura dei fiori prima delle foglie viene attribuita alle lacrime di Cristo, mentre il portamento contorto del tronco dell’albero si fa risalire proprio al momento del tradimento da parte di Giuda. Sembra che la pianta, sconvolta dall’evento, dal giorno dell’arresto di Cristo abbia assunto un portamento distorto. Anche la colorazione accesa dei fiori esprime un preciso significato allegorico. I germogli fiorali di colore rosa intenso indicano la perfidia o la vergogna di Giuda. Esiste anche una terza leggenda che lega tra loro tutte quelle che abbiano appena raccontato, ovvero: sembra che Giuda, per suicidarsi, scelse proprio lo stesso albero dove baciò Gesù. Un’altra leggenda ancora più terribile narra che la croce di Cristo era fatta proprio con il legno del Cercis siliquastrum. In alcune zone d’Italia, proprio per tale credenza, l’albero di Giuda viene considerato una pianta maledetta. Naturalmente si tratta solo di leggende mai confermate e quest’albero non è altro che uno dei tanti meravigliosi regali che la natura ci ha donato. E la natura, si sa, non è mai maledetta, anzi è benedetta per tutti i doni che ogni giorno ci offre gratuitamente.

Il siliquastro si trova sparso in tutto l'areale appenninico di bassa quota, fino ad un massimo di 500m circa. È una pianta tipica dei boschi di latifoglie, prediligendo quelli misti in associazione a quercia, orniello e altre essenze forestali. Il siliquastro cresce difficilmente in boschi umidi e ombrosi, mostrando elevata capacità di adattamento e arrivando a colonizzare sia pendii aridi e scoscesi sia addirittura luoghi sassosi, come Cave e pareti rocciose naturali. Questa pianta preferisce i terreni calcarei e sassosi, senza ristagno idrico ma tollera anche quelli moderatamente acidi. Abbastanza resistente al freddo.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/le-prealpi-bresciane-e-gardesane.html






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venerdì 17 luglio 2015

IL PINO STROBO



Il pino strobo, detto anche pino bianco americano o pino di Weymouth, è una grande conifera nativa del Nord-America orientale.

È un albero di grandi dimensioni, il più alto del nord-america ad est delle Montagne Rocciose. Raggiunge spesso i 40-45 metri ed in casi eccezionali supera i 50 metri. Il Boogerman Pine, nel Parco nazionale di Great Smoky Mountains, era alto 63 metri prima di perdere la cima durante un uragano in ottobre del 1995. Attualmente è alto 57,54 metri.

È un pino che possiede aghi sottili e morbidi, lunghi 5-12 cm, riuniti a gruppi di 5. I 5 aghi presentano una guaina alla base e sono disposti a raggiera tutt’intorno al rametto. Hanno sezione triangolare e sono leggermente dentellati. La colorazione, molto decorativa, è verde-azzurro.

Il genere, Pinus, è di origine incerta: secondo alcuni autori deriva dal latino pix, ‘pece, resina’ e sottolinea la caratteristica escrezione resinosa del legno delle piante appartenenti al genere. Per altri autori l’origine è da ricercarsi nel celtico pen, ‘testa’, ed è da mettere in relazione con la chioma allungata e conica. La specie, strobus, dal greco stròbilos, ‘corpo girante, trottola’, allude alle lunghe pigne ricurve.

È un’essenza originaria delle regioni orientali del Nord America, dove forma estesi boschi. Fu introdotta in Gran Bretagna nel XVIII secolo da Lord Weymouth, cui è dedicata la denominazione corrente, “Pino di Weymouth”.

È una conifera imponente, nei paesi d’origine può raggiungere 50 metri di altezza, caratterizzata da una crescita rapida, fornisce in poco tempo una grande quantità di legname pregiato. In Europa, dove è molto diffusa come essenza forestale, si è ben acclimatata tanto da naturalizzarsi nelle regioni centrali. La specie in esame risulta sensibile a una malattia fungina nota come “ruggine vescicolare” che ne ha limitato nel tempo l’impiego. Il fungo (Peridermium strobi) attacca la parte superiore del fusto e in breve tempo uccide la pianta. Questa malattia, partita dall’Europa si è propagata in America dove ha provocato danni ingenti causando la distruzione di estese foreste. In Italia, la cui coltivazione su larga scala è iniziata solo nella prima metà del 1900, la pianta è utilizzata sia come essenza forestale sia come esemplare
paesaggistico. A Milano il Pino strobo è presente con numerosi esemplari nei parchi e nelle piazze dove ci sia spazio a disposizione per l’ampia chioma.

Le strutture riproduttive maschili e femminili sono portate sulla stessa pianta. Gli strobili maschili sono ovoidali, gialli e si presentano in strette spighe alla base dei giovani germogli; si aprono tra aprile e l’inizio di giugno. Gli strobili femminili sono coni piccoli, di colore verde rosato, lunghi 1 cm, in numero ridotto, si trovano all’apice del nuovo germoglio.

Le pigne, lunghe 10-20 cm, hanno un breve picciolo, sono pendule ed appuntite. Hanno l’asse leggermente curvo (la forma della pigna ricorda quella della banana), la superficie esterna è macchiata di resina bianca, le squame sono ispessite all’apice in modo caratteristico.
Maturano in due anni, dapprima sono verdi poi diventano bruno-violaceo. Una volta raggiunta la maturità si aprono e lasciano cadere dei piccoli semi alati, permangono sulla pianta fino alla primavera successiva.

I giovani rametti possono presentare una leggera tomentosità brunastra nel punto di inserzione degli aghi.

Le gemme sono ovato-acuminate.

Il tronco è dritto, alto e slanciato, con palchi inseriti dalla base. La corteccia è sottile, ad eccezione della parte inferiore del tronco degli individui adulti. Inizialmente liscia, di colore grigio-verde, si fessura con l’età sfaldandosi in placche irregolari e prendendo un colore bruno-arancio.

La chioma è a forma conica più o meno regolare, con rami orizzontali e ascendenti. Tende a diradarsi con gli anni nella parte interna.

In passato il legno del pino strobo era molto ricercato per costruire l'alberatura delle navi a vela. Grandi quantità di legname furono vendute alla Royal Navy per tale uso. Nell'epoca coloniale degli Stati Uniti era molto usato per l'edilizia, l'arredamento e la pavimentazione di case. In seguito fu gradualmente sostituito da essenze più pregiate. Tuttavia il pino strobo è ancora molto coltivato in silvicoltura in diverse aree degli Stati Uniti.

Gli aghi di questa specie hanno un contenuto di vitamina C cinque volte superiore, in peso, ai limoni. Vengono quindi usati per preparare tisane.

La resina è usata per l'impermeabilizzazione di natanti ed è impiegata anche dall'industria chimica per la produzione di trementina.



LEGGI ANCHE : http://pulitiss.blogspot.it/2015/07/il-parco-dei-colli-bergamo.html




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IL PINO NERO



Il pino nero è un albero della famiglia delle Pinacee presente esclusivamente nelle regioni montuose mediterranee. Il suo areale è estremamente frammentato in quanto si tratta di una specie relitta pioniera.

Alcuni caratteri morfologici sono comuni a tutto il gruppo dei Pini neri, altre, come ad esempio la lunghezza e la rigidità degli aghi, sono distintive a livello di sottospecie.
In Italia arriva a 25-40 metri di altezza. Gli esemplari giovani hanno la ramificazione verticillata che genera una chioma piramidale che tende a aprirsi con l’andare del tempo, assumendo una conformazione irregolare, spesso affascinante e più o meno densa a seconda della sottospecie. Il tronco che può superare il metro di diametro può essere dritto oppure contorto, a volte diviso in due, e ha una corteccia grigia a scaglie che nel tempo diventa sempre più fessurata. Gli aghi più o meno pungenti a margine denticolato sono dritti o incurvati, color verde scuro o chiaro a seconda della sottospecie, riuniti a coppie da una guaina, lunghi da 4 a 24 cm, con sezione semicircolare e un numero variabile di bande stomatifere. La fioritura avviene tra aprile e giugno con microsporofilli maschili situati alla base dei rami dell’anno che sono gialli a maturazione, e macrosporofilli femminili in gruppi che da verdi diventano rosso intenso quando sono maturi e sono terminali sui rami dell’anno. I coni fecondati maturano nel giro di due anni, diventando pigne lucide e legnose con squame dalla caratteristica unghia nera, lunghe 5-12 cm, color marrone chiaro, che si aprono durante l’inverno e dopo aver disperso i semi cadono, di solito a primavera. I semi sono grigi, con un’ala lunga. L’apparato radicale è estremamente robusto, esteso sia in profondità con un grosso fittone che lateralmente, e in simbiosi micorrizia con varie specie fungine tra cui anche lo scorzone, il tartufo nero invernale, il bianchetto, e il tartufo nero. Non è molto longevo, ma in compenso cresce abbastanza velocemente.

L'areale è oromediterraneo si trova dal Nordafrica all'Anatolia. Specie molto diffusa dalla Spagna alla Crimea, si trova anche in Asia minore (Cipro, Anatolia) e sulle montagne dell'Africa settentrionale. Abusato come ornamentale nei giardini. Si è naturalizzato in qualche area dell'America settentrionale. È presente in Italia ed è molto comune da Nord a Sud e cresce sia a basse quote fino a quote alte (a Nord). In Italia crea dei boschi più o meno puri ma è anche associato ad altri alberi come il Pino silvestre, il Pino mugo, il Pino marittimo, l'Abete rosso e bianco.

Il Pino nero è naturalmente presente in gran parte della penisola italiana con l’esclusione di Piemonte e Val d’Aosta, Sardegna, Puglia, e Basilicata. Il suo areale di distribuzione va da 0 a 1200 metri sul livello del mare. E’ un albero eliofilo, che in fatto di terreno non ha preferenze particolari per quanto riguarda la granulometria. Il pH del suolo invece determina la diffusione delle varie sottospecie di Pino nero, oltre che influire sulla qualità del legno dell’albero. Di norma il cosiddetto Pino austriaco cresce su suoli calcarei, mentre il Pino laricio cresce su quelli acidi. Il terreno ideale comunque è molto ben drenato. Sopporta molto bene i venti salmastri, i venti forti, l’aridità, il freddo.

La propagazione del Pino nero avviene per seme. La germinazione presenta alta percentuale e temperature ideali che vanno da 15 a 20°C a seconda dell’area di provenienza della semente (per cui è sempre buona regola seminare varietà locali di Pino nero in modo da poter controllare le condizioni ambientali ideali per lo sviluppo dei semenzali). La semina di solito viene effettuata subito dopo la raccolta dei semi e direttamente in contenitori singoli, protetti da marciumi e nematodi, per evitare di danneggiare le plantule con il ripicchettamento. La messa a dimora deve avvenire quanto prima, avendo cura di proteggere il giovane pino nero dal gelo invernale per i primi due anni. Vanno evitati i trapianti soprattutto per piante più alte di 90 cm. Come molti altri pini anche gli aghi del Pino nero producono sostanze inibenti la germinazione che una volta cadute sul terreno per dilavamento ad opera della pioggia rendono difficile da coltivare le piante sotto la sua chioma. Si consigliano hosta, ortensie (soprattutto le Hydrangea serrata e macrophylla che cambiano colore dei fiori a seconda del pH del terreno, creando effetti cromatici piacevoli) e azalee o rododendri. Le varietà nane sono adatte a spazi contenuti. Alcune cultivar possono essere potate secondo le regole dell’ars topiaria, altre sono adatte a giardini minuscoli, magari associate ad altre conifere in miniatura per creare piccole collezioni giocate sugli accostamenti di diverse tessiture e le differenti tonalità di verde degli aghi.

Tra i parassiti tipici del Pino nero ricordiamo la Processionaria del pino Thaumetopoea pityocampa, gli afidi, alcuni coleotteri e lepidotteri. Tra le malattie segnaliamo soprattutto la ruggine e vari tipi di attacchi fungini.

Il Legno di Pino nero varia molto a seconda della sua provenienza, ma in ogni caso è un legno resinoso non durevole (va sottoposto a trattamenti), utilizzato per produrre parta di cellulosa e mobilio grezzo.

I vantaggi dell’uso delle erbe medicinali sono preziosi per il nostro benessere ma ci sono alcuni rimedi che sono meno noti di altri e tra questi c’è il pino nero, che offre utili proprietà benefiche attraverso l’infusione di alcune sue parti, in particolare foglie, corteccia e resina.

È particolarmente indicato nel trattamento di fastidi all’apparato respiratorio perché ha capacità espettoranti, facilita la liberazione delle vie respiratorie, riduce la possibilità di infiammazioni. Ma risulta utile anche nel trattamento di dolori articolari, artriti e indolenzimenti. È però anche un potente diuretico che aiuta ad eliminare le tossine dall’apparato urinario.


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domenica 5 aprile 2015

IL LIMONE

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Il limone (Citrus × limon L.Burm.f.) è un albero da frutto appartenente al genere Citrus e alla famiglia delle Rutaceae. Il nome comune limone si può riferire tanto alla pianta quanto al suo frutto.

Secondo alcuni studi genetici, il limone è un antico ibrido, probabilmente tra il pomelo e il cedro, ma da secoli è una specie autonoma, la quale si riproduce per innesto e talea.

Sebbene le origini del limone siano incerte, si pensa che i primi luoghi in cui sia cresciuto siano la Cina, dove veniva coltivato già prima della Dinastia Song (960-1279 d.C.), la regione indiana dell'Assam e il nord della Birmania.

Secondo alcuni studiosi, gli antichi romani conoscevano già i limoni. Tale ipotesi è supportata dalle raffigurazioni di limoni presenti in alcuni mosaici a Cartagine e affreschi a Pompei, ma secondo altri studiosi è possibile che gli autori di tali opere avrebbero semplicemente importato tali agrumi o li avrebbero visti nei loro paesi di origine. Non ci sono infatti prove in ambito paleobotanico o letterario che avvalorino tale ipotesi.

Intorno al 700 d.C. il limone si diffuse in Persia, Iraq e Egitto. Dal termine persiano لیمو, che si pronuncia līmū e indica genericamente gli agrumi, deriva il termine "limone".

Le prime descrizioni letterarie del limone si hanno in scritti arabi del X e XII secolo, ad opera di Qustus al-Rumi e Ibn Jami’. Gli alberi di limoni furono utilizzati inizialmente dagli arabi come piante ornamentali.

In Europa la prima coltivazione di limoni è stata avviata in Sicilia, dopo il X secolo e più tardi a Genova (a metà del XV secolo). I limoni compaiono nelle Azzorre nello stesso periodo, nel 1493, ad opera Cristoforo Colombo, che portò i semi del limone fino all'isola di Hispaniola.

Nel 1747 il medico scozzese James Lind consigliò l'utilizzo del succo di limone come cura contro lo scorbuto.

Nel XIX secolo il limone iniziò ad essere coltivato intensivamente in Florida e California.

Il limone è un albero che raggiunge dai 3 ai 6 metri di altezza. I germogli e i petali sono bianchi e violetti.
Il frutto è giallo all'esterno e quasi incolore all'interno, di forma sferica fino ad ovale, spesso con una protuberanza all'apice e appuntito all'altra estremità. La buccia può essere da molto ruvida a liscia, più o meno foderata all'interno con una massa bianca spugnosa detta albedo. Solitamente i limoni si coltivano per la produzione di frutti ma la pianta può essere coltivata in vaso a scopo ornamentale. Per le coltivazioni in vaso è consigliata terra specifica per agrumi e il rinvaso annuale prima del ricovero invernale in serra.
In clima favorevole, il limone fiorisce e fruttifica due volte l'anno. La fioritura dura almeno due mesi e il frutto maturo può attendere altri due mesi sull'albero prima di venir colto, il che favorisce una raccolta sistematica. La fioritura primaverile produce i frutti migliori, la cui raccolta dura poi tutto l'inverno, da novembre ad aprile o maggio. La seconda fioritura, a volte forzata nelle piantagioni commerciali, avviene in agosto e settembre, i frutti si possono raccogliere da maggio in poi, subito dopo quelli invernali. In condizioni favorevoli, un albero adulto può dare da 600 a 800 frutti all'anno.

Il limone viene coltivato in tutto il mondo nella fascia subtropicale, dove il clima è sufficientemente caldo ed umido ed è un importante prodotto di esportazione per molti paesi al di fuori dell'Unione Europea nel periodo "fuori stagione". Il produttore maggiore è l'India (16% della produzione mondiale di limone e lime), subito seguita da Messico (~14,5%), Argentina (~10%), Brasile (~8%) e Spagna (~7%). Altri paesi sono Cile, Uruguay e Cipro, ed USA dove i limoni sono coltivati prevalentemente in Florida e California. Dalla metà degli anni '80 tuttavia l'importanza economica della coltivazione del limone è in fase di forte decremento. In Italia il limone si coltiva a scopo produttivo principalmente nel Meridione, in particolare in Sicilia, Calabria e Campania.

Il limone è ricco di oli essenziali, il principale dei quali è il limonene, concentrato prevalentemente nella scorza. Gli oli essenziali del limone hanno un elevato potere antibiotico e disinfettante. Applicati sulla pelle, svolgono anche un’azione revulsiva (richiama il sangue in superficie) e per tale motivo risultano utili in caso di reumatismi, inoltre, sono cicatrizzanti.

Il limone è il vegetale con il più alto contenuto di acido citrico, una sostanza essenziale per il ricambio energetico delle cellule. Contiene inoltre citrati di sodio e di potassio, che hanno un notevole potere depurativo.
Dal limone lo scienziato ungherese Albert Szent-Gyorgy riuscì per primo a isolare la vitamina C, di cui il frutto è particolarmente ricco.
Anche in questo caso, come spesso accade, non è tanto la presenza di questo o di quell’elemento a essere efficace, quanto piuttosto l’armonico contributo di diverse sostanze che interagiscono tra loro (è proprio grazie alla relazione con altre sostanze che la vitamina C contenuta nel limone cura lo scorbuto: la stessa vitamina, ottenuta in laboratorio, risulta inefficace).

Discreto è l’apporto di vitamine del gruppo B e della vitamina P. Nella scorza si trova un’altissima quantità di flavonoidi.

Riduce i livelli di colesterolo e contrasta l’arteriosclerosi: grazie all’azione fluidificante dei citrati di sodio e di potassio, il sangue circola più liberamente nelle arterie e passa facilmente attraverso le pareti dei capillari, apportando alle cellule una maggiore quantità di sostanze nutritive. Se bevuto abitualmente e in quantità significative, il succo di limone aumenta i livelli di colesterolo HDL, il cosiddetto ‘colesterolo buono’ e abbassa il livello di colesterolo LDL, ‘quello cattivo’. Riduce inoltre i livelli di omocisteina messa in relazione con alti rischi d’infarto.

Combatte reumatismi, artrite e gotta: il limone contiene oligoelementi che sciolgono i cristalli di acido urico. L’acido citrico, inoltre, ha un effetto depurativo.

Allevia i sintomi di mal di gola, raffreddore e influenza: per le loro proprietà antivirali e antibatteriche gli oli essenziali del limone sono efficaci nel contrastare le malattie infettive. Per stroncare un raffreddore sul nascere, ai primi sintomi, quando la gola inizia a pizzicare, si consiglia di mangiare un limone intero, buccia e semi compresi (di produzione biologica); in caso di mal di gola, si consiglia di fare gargarismi con il succo di limone. Se il naso è otturato, instillate alcune gocce di succo di limone direttamente nel naso.

Aiuta a digerire i grassi: il limone si è dimostrato utile a chi ha tendenza a formare calcoli alla cistifellea. Uno dei sintomi più frequenti è la difficoltà a digerire i grassi, dovuta alla presenza di piccoli calcoli. A digiuno o lontano dai pasti, bevete il succo di almeno tre limoni nell’arco della giornata.

Cura le affezioni della pelle: per le sue proprietà antivirali e antisettiche, il succo di limone favorisce la guarigione in caso di verruche, foruncoli, vescicole, afte, pustole, ferite e piaghe. Si consiglia di mettere sulla zona interessata qualche goccia di limone, due o tre volte il giorno.

Disinfetta: in caso di punture d’insetti (zanzare, pulci o altro) strofinate sulla zona interessata una fettina di limone.

Nello svezzamento: come tutti gli agrumi, il limone può essere introdotto nell’alimentazione del bambino all’ottavo mese. Una o due gocce di questo frutto possono però essere offerte anche nei mesi precedenti, in caso di singhiozzo. Si fa tuttavia eccezione a tali indicazioni se in famiglia vi sono predisposizioni alle allergie: in questi casi per offrire gli agrumi è bene aspettare dopo l’anno, anche qualora il bambino abbia il singhiozzo e comunque, sentire prima il proprio pediatra.

Grazie alle sue mucillagini, il succo di limone ammorbidisce la pelle e la nutre con gli oligoelementi di cui è ricco. Inoltre, grazie al suo contenuto di vitamina C, di acidi citrico e malico, la tonifica, riduce la secrezione di sebo e mantiene la giusta acidità.

Tonico per pelli grasse: massaggiate il viso due volte il giorno (la mattina e la sera), con un batuffolo di ovatta imbevuto di succo di limone (avendo l’accortezza di evitare gli occhi). Lasciate seccare e poi ripetete l’operazione. Alla fine lavate il viso con acqua fredda.

Maschera per pelli grasse: sbattete un tuorlo d’uovo con due cucchiai di miele liquido, aggiungete due cucchiai di olio extra vergine d’oliva, amalgamate bene aggiungendo – se necessario – altro olio e infine due/tre cucchiai di succo di limone. Ungete il viso con questa crema e lasciatela seccare. Poi, lavatevi con acqua tiepida.

Per ottenere denti bianchi: ogni giorno – per una settimana – affondate i denti in un grosso spicchio di limone (completo di buccia), assicurandovi che penetrino nella polpa e nella parte bianca, quindi passate lo spicchio avanti e indietro per tutta la dentatura.

Per rafforzare le unghie fragili: spremete il succo di due/tre limoni in 50 ml di olio di avocado (si trova in erboristeria), miscelate bene e ogni sera ungete le unghie con questo miscuglio. Per evitare, di macchiare la biancheria, indossate guanti di cotone bianco.

Il limone deve avere buccia soda, sottile, liscia, senza macchie e di colore brillante. Per verificare che sia fresco controllate che la rosetta a cui è attaccato il picciolo sia di colore verde. Una buccia rugosa e spessa, macchie verdi, deformità, ammaccature e cicatrici, dovute a grandine o ad attacchi di parassiti, sono da considerarsi difetti. Utilizzate limoni maturi, più ricchi di aroma.
Al momento dell’acquisto accertatevi che i frutti non siano trattati in superficie con una sostanza che impedisce lo sviluppo delle muffe, detta ‘difenile’ o ‘bifenile’. Nel corso di esperimenti di laboratorio condotti su animali, il difenile non si è dimostrato nocivo, ma altera il sapore del frutto. Qualora vogliate utilizzare la scorza, soprattutto se a scopi curativi, si consiglia di acquistare limoni non trattati.

Per conservare i limoni maturi la temperatura ideale è di 0 – 4°C, mentre i limoni verdi possono essere mantenuti a una temperatura di 11 – 14°C. E’ consigliabile, quindi, tenere i limoni maturi in frigorifero, mentre i limoni verdi possono rimanere in un ambiente fresco.
Attenzione: chi soffre d’irritazione allo stomaco o dei postumi di un’ulcera può risultare insofferente al limone. In questi casi bisogna iniziare ad assumere il limone gradualmente. Alcuni sopportano meglio il succo di mezzo limone diluito in acqua fredda, preso prima dei pasti. Altri preferiscono assumerlo dopo il pasto, disciolto in acqua calda addolcita con un po’ di miele.
Inoltre, è del tutto priva di fondamento la credenza, piuttosto diffusa, che il limone possa togliere calcio alle ossa (rendendole fragili), al contrario, l’acido citrico contenuto nel frutto favorisce l’assimilazione del calcio da parte dell’intestino.

È buona abitudine grattugiare un po’ di scorza di limone sulle verdure e sulle insalate, oltre a dare sapore al piatto, la scorza è particolarmente ricca di limonene; è anche possibile sostituire il limone all’aceto di vino nel condire le insalate. Il limone ha un aroma meno aggressivo dell’aceto, si adatta a vivande delicate come pesci, crostacei o verdure di gusto non accentuato. Il succo di limone ha la capacità di ‘cuocere’ le carni, ammorbidendone le fibre e rendendole più digeribili.

La scorza grattugiata del limone conferisce un aroma gradevole a dolci, gelati, paste frolle e lievitate, creme, carni e salse (grattugiarne solo la parte gialla e non quella bianca che è amara).

Per evitare che i carciofi puliti anneriscano, immergeteli in acqua acidulata con succo di limone.

Aggiungete una fettina di scorza di limone al caffè (secondo la tradizione popolare, aiuta la digestione di un pasto ‘pesante’).

Per eliminare l’odore del cavolfiore, durante la bollitura, mettete mezzo limone nell’acqua di cottura.

Nella preparazione delle marmellate, durante la cottura della frutta, aggiungete succo di limone. Impedisce che le marmellate inacidiscono (nonostante il limone abbia un sapore acidulo).

Bere acqua tiepida e limone è un modo per disintossicarsi e rimineralizzarsi in maniera naturale.

Tra i maggiori effetti positivi troviamo il miglioramento della digestione. Inoltre, il limone è un potente alcalinizzante, che può aiutare a compensare eventuali situazioni di acidosi.

E' bene bere l'acqua e limone al mattino, a digiuno. Evitate l'acqua fredda per la preparazione dell'acqua e limone, poiché richiederebbe un maggior dispendio di energia da parte dell'organismo per l'assimilazione della bevanda. E' utile grattugiare la scorza dei limoni prima di spremerli, in modo da poterla conservare ed utilizzare per cucinare.
I 10 benefici dell'acqua e limone
1) Migliora la digestione
Il succo di limone stimola la produzione della bile da parte del fegato, necessaria nel coso della digestione. I limoni sono ricchi di vitamine e di sali minerali, che aiutano ad espellere le tossine accumulatesi nel tratto digerente. Le proprietà digestive del limone contribuiscono ad alleviare i sintomi della digestione, come bruciore di stomaco e gonfiore. L'American Cancer Society suggerisce di somministrare acqua e limone ai malati di cancro per stimolare i movimenti intestinali.
2) Depurativa e diuretica
L'acqua e limone ha un effetto depurativo e diuretico. Bere acqua e limone aiuta l'organismo a liberarsi delle tossine, in gran parte poiché questa bevanda stimola la diuresi. Le tossine vengono espulse più rapidamente, garantendo la salute dell'apparato urinario. L'acido citrico presente nei limone contribuisce a massimizzare la funzione degli enzimi che stimolano il fegato e aiutano il corpo a disintossicarsi.
3) Stimola il sistema immunitario
I limoni presentano un elevato contenuto di vitamina C, utile nel contrastare e nel prevenire l'influenza. Sono ricchi di potassio, che stimola la funzionalità dei nervi e del cervello. Il potassio aiuta inoltre a ridurre la pressione sanguigna. La vitamina C ha effetti antinfiammatori e viene utilizzata come aiuto contro l'asma ed altri sintomi respiratori. Inoltre, migliora l'assorbimento del ferro da parte dell'organismo. Il ferro è importante affinché il sistema immunitario funzioni in modo corretto. I limoni inoltre riducono la quantità di muco prodotta nel nostro corpo.
4) Regola il pH
I limoni sono tra gli alimenti più alcalinizzanti. L'acido citrico in essi contenuto infatti non crea acidità nel corpo, una volta metabolizzato. Acido citrico e vitamina C contribuiscono a ridurre i livelli di acidità del sangue. Bere acqua e limone regolarmente aiuta ad evitare una situazione di acidosi nell'organismo. Ad esempio, la presenza di acido urico a livello delle articolazioni è una delle cause principali di infiammazione.
5) Purifica la pelle
La vitamina C e gli antiossidanti contenuti nel limone aiutano a contrastare i danni provocati dai radicali liberi e la formazione delle rughe. La vitamina C è fondamentale per avere una pelle splendente e la sua natura alcalina uccide alcune tipologie di batteri responsabili dell'acne. Essa ringiovanisce la pelle agendo dall'interno dell'organismo.
6) Energia e buonumore
L'energia che riceviamo dal cibo che mangiamo deriva dagli atomi e dalle molecole che lo compongono. Il limone ed il suo succo contengono ioni negativi che permettono di donare all'organismo maggiore energia durante la digestione. L'aroma di limone possiede inoltre la proprietà di stimolare il buonumore e di ridurre ansia e depressione.
7) Guarigione
La vitamina C contenuta nel succo di limone stimola la guarigione delle ferite ed è un nutriente essenziale per mantenere la salute delle ossa, del tessuto connettivo e della cartilagine. Possiede inoltre proprietà anti-infiammatorie. La vitamina C contribuisce al mantenimento di una buona salute e al suo recupero dopo la malattia o un infortunio.
8) Rinfresca l'alito
I limoni rinfrescano l'alito, aiutano a liberarsi dal mal di denti e dalla gengivite. L'acido citrico contenuto nei limoni può erodere lo smalto. Per questo motivo si consiglia di attendere per un po' di tempo nel lavarsi i denti dopo aver bevuto acqua e limone, o di lavarli prima di berla. E' utile inoltre risciacquare la bocca con della semplice acqua dopo aver bevuto acqua e limone. Per proteggere lo smalto, si consiglia inoltre di assumere la bevanda con una cannuccia.
9) Idratazione
L'acqua e limone contribuisce all'idratazione dell'organismo e supporta il sistema linfatico. Se l'organismo non risulta idratato a sufficienza, possono insorgere alcuni sintomi, tra i quali troviamo stanchezza, scarse difese immunitarie, stress, mancanza di chiarezza mentale e di energia, pressione alta o troppo bassa, insonnia e stitichezza.
10) Dimagrire
Bere acqua e limone può stimolare la perdita di peso. I limoni sono ricchi di pectina, una fibra che aiuta a contrastare la fame improvvisa. Alcuni studi hanno dimostrato che coloro che seguono una dieta alcalinizzante riescono a perdere peso più rapidamente.


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L' ABETE BIANCO

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L'abete bianco è un albero maestoso, slanciato e longevo, e data anche la sua notevole altezza (in media 30 metri, alcuni esemplari possono superare 50 metri), è soprannominato "il principe dei boschi".

L'abete bianco è un albero sempreverde e monoico (cioè presenta sulla stessa pianta fiori maschili e femminili distinti e separati). È una pianta vascolare (Tracheobionta), con semi (Spermatophyta) contenuti in un cono portato eretto. Vive ad altitudini comprese fra 500 e 1.900 metri, in alcune zone oltre 2.000 metri e risulta essere un albero molto longevo: può superare i seicento anni d'età.

L'abete bianco è una specie sciafila (cioè che può vivere in zone d'ombra); allo stato di giovane, può restare sotto copertura anche per trent'anni, con conseguente malformazione del fusto, mentre allo stato adulto ha la necessità di vegetare in piena luce. L'abete bianco ama umidità, terreni freschi e profondi, tipici delle zone ombreggiate e piovose.

L'abete bianco può crescere fino a un'altezza di circa 50 metri, presenta un fusto diritto che può arrivare ad un diametro di 3 metri. Se la pianta cresce isolata, il fusto si caratterizza fin dalla base dalla presenza di fitti rami, se invece la pianta cresce a contatto con altre piante, il fusto risulta spoglio per gran parte della sua altezza. La chioma, di colore verde-blu cupo, ha forma piramidale negli esemplari giovani, mentre negli adulti (ossia dopo 60-80 anni) si forma un appiattimento, definito "nido di cicogna", in quanto la punta principale ferma la crescita e i rami sottostanti continuano a svilupparsi fino a formare una specie di conca. Tale pianta ha una ramificazione molto regolare: i rami principali sono raggruppati in palchi regolari e disposti orizzontalmente e mai penduli (ramificazione simpodiale). I rami secondari sono disposti lungo il tronco seguendo un andamento a spirale.

Il più grande abete bianco d'Europa era l'Aveδòn, un esemplare alto 60 metri e con una circonferenza di circa 10 metri e situato in Val Noana (in Italia, provincia di Trento), ora è un altro esemplare alto 50 metri e con circonferenza di 4,8 metri. Si trova a Lavarone, sempre in Trentino, in località Malga Laghetto, ed è chiamato dalla gente locale Avez del Prinzipe.

La corteccia, negli esemplari giovani, è liscia, ha un colore bianco-grigio argenteo e presenta delle piccole sacche resinose che, se premute, diffondo odore di trementina; nelle piante più vecchie (oltre i cinquant'anni d'età) la corteccia si ispessisce tendendo a desquamarsi in placche sottili e diventa, partendo dalla base, rugosa, screpolata (fessurata) e di colore tendente al nero.

La corteccia di abete bianco è tra le specie di Abies una delle meno ricche in tannino (solo il 5%). Tuttavia, a differenza di altre conifere che possiedono un legno resinoso, nell'abete bianco il legno ne è poco ricco mentre nella corteccia sono presenti delle sacche da cui è possibile estrarre la trementina.

Le foglie sono persistenti (8-10 anni) e costituite da aghi appiattiti, rigidi e inseriti singolarmente e separatamente sui rametti, secondo una disposizione a pettine (cioè come i denti di un doppio pettine). Gli aghi sono lunghi circa 1,5–3 cm e larghi 1,5–2 mm, leggermente ristretti alla base, con la punta arrotondata non pungente e i margini lisci. La pagina superiore, di colore verde scuro, è lucida, mentre quella inferiore presenta due caratteristiche linee parallele biancastre-azzurrognole, dette bande stomatifere, che presentano 6-8 file di stomi e canali resiniferi marginali. Altra caratteristica tipica di questa specie sono i rametti coperti da sottili peli di colore bruno chiaro.

Alle nostre latitudini la fioritura dell'abete bianco avviene tra maggio e giugno. Parlare di fioritura delle conifere è in realtà inesatto, dal momento che queste piante sono gimnosperme e non producono fiori come siamo abituati ad intenderli né frutti. Gli organi riproduttivi consistono di sporofilli raggruppati a formare coni o strobili: gli sporofilli maschili (microsporofilli), cui si deve la formazione del polline, sono riuniti in coni maschili o strobili; gli sporofilli femminili (macrosporofilli) portano alla formazione degli ovuli e sono riuniti in coni femminili (le pigne).

I macrosporofilli si rinvengono nella parte superiore dei rametti del primo anno e nella parte alta della chioma. Sono eretti e formano infiorescenze cilindrico-ovali di colore verde o rosso-violaceo, con squame copritrici più lunghe delle squame ovulifere;
I microsporofilli fioriscono nella parte centrale e alta della chioma, sono più piccoli e numerosi di quelli femminili, raggruppati sul lato inferiore dei rametti. Hanno forma ovoidale, sono di colore giallastro e presentano due antere che contengono il polline di colore giallo. Il polline viene facilmente trasportato in alto dall'aria calda.
Le strutture comunemente chiamate "pigne" derivano dai coni femminili che possono lignificare e rimanere sui rami. Sono quasi cilindrici, si trovano soprattutto nella parte superiore della chioma e, a differenza dell'abete rosso, sono rivolti verso l'alto. Formati da squame fitte con brattee sporgenti dentate che proteggono i semi all'interno, gli strobili sono lunghi dai 10 ai 18 cm e larghi 3–5 cm; inizialmente di colore verde, diventano rosso-bruno quando giunti a maturità. A settembre-ottobre gli strobili si sfaldano, le squame cadono una ad una insieme ai semi, lasciando l'asse centrale, detto rachide, nudo sul ramo, dove può rimanere anche diversi anni (tipica caratteristica del genere Abies).

La produzione dei semi è piuttosto tardiva, soprattutto per le piante in bosco in quanto avviene dopo i cinquant'anni; trent'anni, invece, per le piante isolate. Le squame degli strobili hanno consistenza legnosa, variano in numero da 150-200 e ogni squama porta due semi. In totale ogni "pigna" contiene circa una cinquantina di semi fertili. Questi sono di forma triangolare, lunghi 6–9 mm, di colore giallo-bruno e presentano un'ala 3-4 volte più grande, saldamente attaccata al seme stesso, che gli permette, una volta liberati, di volteggiare in aria.

L'apparato radicale è inizialmente di tipo fittonante: un'unica grande radice che penetra nel terreno raggiungendo una profondità di circa 1,60 metri che ancora saldamente la pianta al suolo; in seguito si formano alcune radici laterali (ramificazione laterale) che continuano ad accrescersi e ingrossarsi spingendosi, se possibile, in profondità. L'abete bianco è, per questo, una delle conifere che meglio si ancora al terreno e risulta quindi poco soggetta a sradicamenti.

L'abete bianco vegeta in zone montane, ad altitudini comprese tra i 500 e i 2100 m s.l.m., trovando il suo clima ideale nelle zone a piovosità e umidità atmosferica medio-alte comprese tra i 900 e i 1800 m. L'abete bianco è una specie sciafila che raramente forma boschi puri (abetine), è invece una componente importante dei boschi misti del piano montano e subalpino, ad esempio può formare estese foreste associandosi al faggio (Fagus sylvatica), albero con il quale condivide esigenze climatiche e pedologiche, mentre a quote subalpine si può trovare associato al larice (Larix decidua) e all'abete rosso (Picea abies), inoltre, nelle Alpi sud-occidentali forma una caratteristica associazione (denominata Rhododendro-Pinetum uncinatae subas. abietosum) con il rododendro rosso (Rhododendron ferrugineum) e con il pino uncinato ( Pinus mugo subsp. uncinata).

L'abete bianco ha un areale europeo ampio ma frazionato, caratterizzato da quattro subareali più o meno collegati tra loro e collocati rispettivamente sui rilievi della Germania centro-meridionale, nei Carpazi, sulle catene montuose della penisola balcanica centro settentrionale e lungo la catena alpino-appenninica. Il nucleo principale è sicuramente quello centro-europeo, dove si possono trovare bellissime abetine come quella della Selva Nera. I genotipi presenti in Italia sono costituiti da quelli di origine balcanica nelle Alpi orientali, e nelle Alpi occidentali da quelli di origine alpino-appenninica.

In nord Italia l'abete bianco è presente sulle Alpi, ma in maniera discontinua: è comune nelle Alpi orientali, mentre è poco diffuso (e talvolta assente su ampi tratti) lungo le aree interne dei settori centrale e occidentale della catena alpina, zone nelle quali le condizioni microclimatiche ed ecologiche favoriscono il larice e (in misura minore) l'abete rosso, ritorna invece ad essere frequente nelle Alpi Marittime e nelle Alpi Liguri.
Nell'Appennino settentrionale (in Toscana e in Emilia-Romagna) l'abete bianco è presente sia con nuclei autoctoni di estensione a volte limitata, sia in associazione al faggio, o in foreste vaste e più o meno pure, di origine sia silvicolturale che spontanea; in Centro Italia si trova in gruppi isolati sui Monti della Laga e nel bacino del Trigno.
Nel Meridione lo si rinviene sia nell'Appennino lucano e sia nell'Appennino calabro: in Basilicata, lo si ritrova nella Riserva regionale Abetina di Laurenzana e nel versante settentrionale Parco nazionale del Pollino, associato al faggio; in Calabria lo si rinviene oltre che in Aspromonte, anche sulla Sila e sulle Serre calabresi. In questa zona è degno di nota il Bosco Archiforo, nel comune di Serra San Bruno, dove sono presenti alcune piante di grandi dimensioni, mentre sulla Sila, specie nei pressi del Gariglione, in provincia di Catanzaro, sono ancora presenti esemplari monumentali.

Le abetine appenniniche, soprattutto quelle toscane, sono, però, da considerare in gran parte non naturali, in quanto sono il risultato di interventi umani di rimboschimento attuati dai granducati e da alcuni ordini monastici oppure sono il prodotto di una selezione, operata all'interno di foreste miste (faggio e abete bianco), che ha favorito la conifera a discapito della latifoglia. Le zone appenniniche dove tale pianta cresce spontanea sono soprattutto il bosco intorno all'Eremo di Camaldoli, nelle Foreste Casentinesi, e a sud del monte Amiata zone in cui l'abete bianco, seppure autoctono, è stato comunque favorito dai tagli selettivi; assai interessante è infine il bosco formato da abete bianco, in associazione con il pino mugo (Pinus mugo subsp. mugo), che si sviluppa in prossimità della vetta del Monte Nero (1752 m) nell'Appennino Ligure orientale e che rappresenta l'estremo lembo relitto di una fitocenosi ad abete bianco e pino mugo, che pare sia stata molto diffusa in tempi preistorici (grossomodo dal 6000 all'800 a.C.) su gran parte dell'Appennino settentrionale e che oggi è attestata da rilievi palinologici.
Durante gli ultimi anni l'abete bianco ha subito una diminuzione di numero. Ad esempio, in 15 anni, nell'Altipiano svizzero, l'abete bianco è diminuito di circa l'11% e al 2004 rappresenta solo il 13% degli alberi, cifra decisamente inferiore al 37% del più diffuso abete rosso. Tale diminuzione è in gran parte dovuta all'azione antropica (cioè dell'uomo) che, nella maggior parte dei casi, ha sfavorito questa conifera a favore di altre piante, in particolar modo del faggio, oppure l'ha eliminata per dar vita ad ampi pascoli. Da non sottovalutare anche il taglio delle giovani piante per l'utilizzo come albero di Natale.

Il ritiro dell'areale dell'abete bianco è comunque un fenomeno generalizzato che si registra a partire dagli ultimi 2000 anni. Le cause non sono ancora state accertate, ma sono probabilmente da ricercarsi nelle variazioni climatiche e nell'azione antropica.

Il legno dell'abete bianco è leggero, abbastanza tenero, di colore chiaro con venature rossastre; ritenuto qualitativamente inferiore a quello dell'abete rosso, è comunque ampiamente impiegato dalle industrie cartiere per ottenere cellulosa tramite il processo al solfito e nelle falegnamerie, dove viene utilizzato per varie costruzioni sia di interni (arredamenti) che per gli esterni, nonostante sia abbastanza vulnerabile a tarli e agenti atmosferici. Alcuni vantaggi rispetto al legno dell'abete rosso si possono trovare nel fatto che tale legno non contiene resina, poiché questa è presente solo nella corteccia, una maggiore resistenza e portata statica ed una superiore attitudine all'impregnazione. Gli svantaggi rispetto all'abete rosso stanno in una maggiore presenza di durame con elevato contenuto di umidità (tale difetto viene definito "cuore bagnato") e nella presenza di "cipollatura", un difetto del legno che consiste in un maggior sfaldamento in corrispondenza degli anelli annuali di accrescimento.
Poiché il legno di abete bianco si spacca facilmente, gli uomini del neolitico lo utilizzavano per produrre tavole, sebbene a quel tempo non esistesse ancora la sega. Nei pressi del Mondsee (lago nella zona di Salisburgo) per la costruzione di piroghe uguali tra loro, una tradizione esistente da oltre 4000 anni, il materiale ideale era dato da grandi abeti bianchi. Per i navigatori d’altura dell’età moderna, queste piante fornirono il legno per gli alberi delle navi. Assenza di resina e di rami per lunghi tratti; questo legno all’apparenza modesto, è oggi nella sua doppia semplicità un piacevole legno per mobili, che si guadagna la stessa considerazione dei legni pregiati nostrani.

Nonostante la sua scarsa presenza nei boschi austriaci (ca. il 4 % in quelli di produzione), l’abete bianco è una specie importante nei boschi misti, per l’apparato radicale profondo e gli aghi velocemente decomponibili (humus). L’albero sviluppa con gli anni una chioma appiattita, definita a nido di cicogna. I rami sono verticillati ed inseriti quasi orizzontalmente. Gli abeti bianchi possono raggiungere i 500 – 600 anni, per l’utilizzazione del legno vengono tagliati a 90 – 130 anni.

Gli anelli annuali sono chiaramente riconoscibili, con passaggio graduale tra legno primaverile e tardivo. Il legno biancogiallo, che può anche assumere riflessi grigi o grigiovioletti, diviene più scuro alla luce del sole. I rami dell’abete bianco hanno una colorazione più scura rispetto a quelli dell’abete rosso, sono circolari e talvolta circondati da anelli neri (spesso nodi cadenti). Il cuore bagnato dell’abete bianco, che compare a volte, nel quale il durame nelle piante appena tagliate ha un contenuto idrico del 100 % invece che del 40 %, può avere due tipi di cause: nel cuore bagnato degli abeti sani la colorazione bruna causata da batteri, parte solitamente dai rami morti della chioma. Esso si sviluppa all’interno del durame ed ha forma regolare. Un cuore bagnato patologico che, in abeti morenti, si sviluppa da ferite nella parte basale del fusto e si espande verso l’alto, ha invece forma irregolare e penetra fin nell’alburno.

Il legno di abete bianco è pesante come quello dell’abete rosso (massa volumica secca di 410 kg/m3), alcune indicazioni in letteratura lo indicano più leggero. Lo stesso vale per le caratteristiche di resistenza. Possiede una buona stabilità, si ritira mediamente e si spacca particolarmente bene. Si possono applicare bene tutti i processi di trattamento della superficie. L’abete bianco si essicca bene. A causa del possibile cuore bagnato non dovrebbe essere mescolato all’abete rosso (nelle costruzioni incollate esso viene scartato). La tendenza a scheggiarsi può portare a problemi nella lavorazione di profili acuti. Per quanto riguarda la durabilità naturale questo legno rientra come l’abete rosso nella classe 4 (poco durevole), l’impregnabilità è media. Il legno di abete bianco ha una notevole resistenza agli acidi e alle basi.

L’abete bianco viene impiegato generalmente come l’abete rosso, solitamente senza distinguere le due specie. Esso serve da legname da costruzione, elementi massicci, tavole massicce, finestre, porte, scale, pavimenti, facciate, balconi, rivestimenti di pareti e soffitti, mobili, imballaggi, cassette. Esso viene preferito laddove il contenuto di resina dell’abete rosso è indesiderato. Per tale motivo viene impiegato per i contenitori di sostanze chimiche liquide. Nella costruzione di strumenti musicali funge da legno di risonanza per strumenti a corda con toni bassi.

Le gemme, che vengono raccolte in primavera, contengono un olio ed un glucoside, detto piceina, che le rende balsamiche, con proprietà sfiammanti, antireumatiche e diuretiche. Il decotto di gemme unito è molto utile per trattare problemi alle vie respiratorie per l'attività antisettica ed espettorante. Tale olio viene anche usato per aromatizzare prodotti da bagno e per massaggi tonificanti. Le foglie, ricche di provitamina A, anticamente venivano utilizzate per curare malattie agli occhi. Dal legno e dalle foglie si ricava l'essenza di trementina, utilizzata in medicina e in veterinaria per strappi e contusioni grazie alle sue proprietà antisettiche e antireumatiche.

L'olio essenziale è utilizzato per massaggi esterni, contro i dolori reumatici, e per massaggi toracici nelle forme catarrali croniche dell'apparato respiratorio (proprietà secretolitiche ed antisettiche). Il gemmoderivato di Abete bianco è indicato nei ritardi e nei deficit del consolidamento osseo (in caso di rachitismo, fratture ossee e ritardi del loro consolidamento, disturbi della dentizione, carie, paradontosi, osteoporosi giovanile e dell'anziano, carenze alimentari di calcio degli adulti e casi di decalcificazione).

Affezioni catarrali dell'apparato respiratorio: associazione di abete con rosa canina nelle rinofaringiti, tracheobronchiti, sinusiti, tonsilliti, adenoidi, otiti  e nei ritardi staturo-ponderali.
Affezioni a livello osseo: con Betulla nei casi di ritardi staturo-ponderali, fratture, osteocondriti giovanili, rachitismo; con Betulla e quercia nei casi di carie dentaria, ecc.

L'olio essenziale di abete può essere responsabile di irritazioni cutanee e di bronscospasmo. Possibili reazioni irritative o allergiche locali o sistemiche. Si sconsiglia l'uso per via orale. L'abete risulta controindicato in caso di asma bronchiale e pertosse.

L'albero di abete bianco era la fonte di "Trementina di Strasburgo”, come descritto dal medico e botanico francese Pierre Belon nel suo “De Arboribus coniferis”, scritto nel 1553, ed è segnalato anche nella Farmacopea di Londra sin dal 1788. La sua produzione è trattata nella celebre opera dedicata alle tecniche di distillazione, la “Liber De Arte Distillandi”, scritta dal medico di Strasburgo Hieronymus Braunschweig. La Trementina di Strasburgo è il prodotto più importante ricavato dall’abete bianco.

E’ emotivamente vitalizzante aumenta l'energia positiva.
Ricetta da utilizzare nei diffusori:
Mescolare i seguenti oli e versarli nell’acqua del brucia essenze o nel diffusore dei termosifoni:

5 gocce di olio essenziale di Abete bianco
5 gocce di olio essenziale di Ginepro
5 gocce di olio essenziale di Cipresso
5 gocce di olio essenziale di Lavanda

In passato, tra il XV e il XVIII secolo, la pianta veniva utilizzata, data la notevole altezza dei suoi fusti, come albero di maestra per le navi, mentre ancora oggi, soprattutto nell'Europa centrale, gli esemplari più giovani vengono utilizzati come alberi di Natale al posto del più usato abete rosso, in quanto i suoi aghi sono aromatici e resistenti, cadendo molto più tardi rispetto a quelli dell'abete rosso. Oggi, però, l'abete bianco è poco utilizzato come albero di Natale, è stato, infatti, in gran parte sostituito dall'abete del Caucaso (che ha un fogliame più denso e attraente), dall'abete rosso (più diffuso ed economico) e da altre specie.
I frati Servi di Maria di Monte Senario (Firenze) producono un liquore con estratti di questa pianta chiamato "Gemma d'Abeto", ideato nel 1865 da fra Agostino Martini da Sant'Agata di Mugello, speziale del convento.
I monaci di Camaldoli (AR) producono un liquore con estratti di questa pianta chiamato "Lacrima d'abeto".
La corteccia dell'abete bianco contiene una resina, da cui si ricava la cosiddetta "Trementina di Strasburgo" o "di Alsazia", utilizzata soprattutto per le vernici.
Ogni tre anni a Spelonga, in occasione della Festa Bella, si taglia un abete bianco e in tre giorni lo si trasporta a mano in paese per rievocare la Battaglia di Lepanto.

L'abete bianco predilige un clima di montagna: può sopportare temperature particolarmente basse (-25 °C), è molto resistente al vento e alle intemperie e tollera condizioni d'ombra (sciafilia). È però sensibile a gelate tardive e per questo non scende nella valli, dove tale fenomeno avviene più spesso. Necessita di elevata piovosità (condizioni ottimali 1500–2000 mm/anno) e soprattutto umidità. Cresce su terreni silicei freschi e profondi, è in grado di superare periodi di siccità, ma non ama il ristagno idrico che causa la marcescenza dell'apparato radicale.

Questa specie non forma mai in natura popolamenti puri ma si incontra sempre in boschi misti: questo è dovuto al fatto che le plantule non trovano un substrato adeguato nell'humus prodotti dalla decomposizione delle foglie degli abeti bianchi adulti per cui possono svilupparsi solo sotto esemplari arborei di altra specie.

Se coltivato al di sotto dei 500 metri, dove il clima è più mite, diviene meno resistente in quanto è costretto a prolungare il ciclo vegetativo a causa della stagione favorevole più duratura. Ciò porta alla formazione di anelli di accrescimento più larghi e contenenti una maggiore quantità d'acqua, rendendolo di fatto più vulnerabile a rotture e attacchi di parassiti.

Questa specie sulle Alpi non è in genere oggetto di impianti selvicolturali e non esistono, quindi, fustaie coetanee ma solo esemplari isolati o a chiazze in popolamenti naturali di faggio ed abete rosso. Il taglio effettuato è quindi del tipo saltuario. Diversa la situazione sull'Appennino, soprattutto toscano dove prevalgono fustaie coetanee di impianto trattate a taglio raso con rinnovazione artificiale. Questo tipo di trattamento è in via di abbandono e questi boschi stanno evolvendo in boschi misti.

L'abete bianco è associato alla luna e al pianeta Giove. I suoi colori sono il blu pezzato e la luce tenue. I suoi uccelli sono l'aquila, la pavoncella e la vacca rossa. Le sue pietre sono tormalina e ambra - una resina associata alla donna. Questo albero appartiene alla triplice Dea nella tradizione celtica, che presiede l’apprendimento, la scelta e il progresso. L'albero è sacro per molte dee: Artemide (la dea greca del parto), Diana e Druantia. E 'anche sacro agli dei Osiride e Attis, che sono stati imprigionati in alberi di Pino.
L'abete bianco è albero magico associato ad intuizione, crescita, protezione, cambiamento, rinascita femminile, e nascita. L'abete bianco e il tasso sono in piedi l’uno accanto all'altro nel cerchio dell'anno e il loro fogliame è quasi identico. Tuttavia, il tasso è conosciuto come l'albero della morte e l'abete bianco è l'albero della nascita o rinascita. L'abete bianco era un albero sacro ai Druidi. Il legno di abete bianco è usato per mutare forma ed è la magia che coinvolge il cambiamento, in quanto offre una chiara percezione del presente e del futuro. I trucioli di legno sono talvolta usati come incenso e il legno può essere utilizzato nella costruzione di strumenti musicali magici. I suoi rami possono essere utilizzati come decorazioni nella celebrazione della festa celtica di Yule, ma anche come corone di fiori o ghirlande, che, poste sui muri delle case, offriranno protezione per la casa e i suoi occupanti.


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domenica 29 marzo 2015

LO SCOTANO

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L'albero della nebbia è un grande arbusto dal portamento molto aperto; notevoli le infruttescenze piumose formate dai peduncoli setoso pelosi dei fiori sterili. I fiori in se sono piccoli e di color verde giallastro. Tutte le sue parti sono leggermente velenose.

Cotinus coggygria Scop., conosciuto comunemente come "scotano" o "albero della nebbia" o come "sommacco" (nei dintorni di Trieste), è un arbusto appartenente alla famiglia delle Anacardiaceae.

Le sue foglie sono ovali, ottuse, di colore verde chiaro, ed in autunno, prima di cadere, assumono colori vivaci. Il fiore è in realtà una infiorescenza simile a quella di un grappolo d'uva, ma con portamento eretto, non diretto verso il basso come nella vite, dove ogni racemo porta un gruppetto di fiorellini insignificanti di colore panna-giallino. L'elemento fortemente ornamentale di questa pianta, in realtà, oltre al bellissimo fogliame sono i "frutti" che, passata la breve fioritura, formano una specie di pennacchio, setoso, piumoso, lungo 15 - 25 cm, con peli inizialmente violetto chiaro e poi color porpora, tendenti al marrone verso la maturazione completa, che danno un'apparenza di leggerezza a tutto l'insieme.

Ama i climi continentali, ma cresce bene anche nei paesi mediterranei, fino agli 800 m s.l.m. di quota, purché siano rispettate le sue condizioni ottimali.

Questa pianta che può raggiungere i 2,50 m di altezza, viene impiegata ottimalmente o come esemplare isolato, oppure a gruppi che nelle stagioni in cui è in piena vegetazione formano delle fitte, ma allo stesso tempo leggiadre "quinte" a causa dei generosi pennacchi che conferiscono all'ambiente un aspetto "nebbioso", ma contemporaneamente "allegro".

Un tempo raccolto e ridotto in polvere serviva nell'ambito della conciature delle pelli, specie dai monaci colombaniani del Monastero di Bardolino che furono i primi a utilizzarlo. Nella provincia di Pesaro-Urbino, tra i comuni Montefabbri e Mombaroccio, si trova il convento francescano di Santa Maria di Scotaneto, dagli arbusti di Scotano che sono in gran numero nel colle e nel convento, poi detti del Beato Sante, dal frate che ci abitò.


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L' ORNIELLO



È diffuso nell'Europa meridionale e nell'Asia minore. Il limite settentrionale della specie è l'arco alpino e la valle del Danubio mentre il limite orientale è la Siria e l'Anatolia.

In Italia è comunissimo in tutta la penisola, dalla fascia prealpina del Carso, fino ai laghi lombardi; penetra nelle valli principali fino al cuore delle Alpi risalendo le pendici montane fin verso i 1000 m di quota al nord e 1500 m al sud di altitudine. Nella pianura padana è quasi assente, torna a popolare gli Appennini (specie quelli settentrionali e centrali) fino a oltre 1.000 metri di altezza, in particolare su quelli del versante orientale della penisola. Specie piuttosto termofila e xerofila preferisce le zone di pendio alle vallette ombrose e fresche. In Sicilia si spinge fino ai 1.400 m di altitudine. Nelle regioni occidentali diviene progressivamente rara, fino a formare tipi localizzati, di cui non è sicura però la distinzione. Cresce principalmente in boschi e foreste in associazione a varie latifoglie, come quercia, Carpino ed è formidabile nel ricolonizzare le zone forestali in cui è avvenuto un incendio o un precedente vecchio rimboschimento, mostrando elevata rusticità e messa a seme.

Ha tronco eretto, leggermente tortuoso, con rami opposti ascendenti con corteccia liscia grigiastra, opaca, gemme rossicce tomentose; la chioma ampia è formata da foglie caduche opposte, imparipennate, con 5-9 segmenti (più spesso 7), di cui i laterali misurano 5-10 cm, si presentano ellittici o lanceolati, brevemente picciolati e larghi un terzo della loro lunghezza. Il segmento centrale, invece, si presenta largo circa la metà della sua lunghezza ed è obovato; la faccia superiore è di un bel colore verde, mentre quella inferiore è più chiara e pelosa lungo le nervature.

Le infiorescenze sono a forma di pannocchie, generalmente apicali e ascellari; i fiori generalmente ermafroditi e profumati, con un breve pedicello, possiedono un calice campanulato con quattro lacinie lanceolate e diseguali di colore verde-giallognolo; la corolla ha petali bianchi leggermente sfumati di rosa, lineari, di 5-6 mm di lunghezza.
Il frutto è una samara oblunga, cuneata alla base, ampiamente alata all'apice, lunga 2-3 cm e con un unico seme compresso di circa un centimetro.

L’impiego dell’orniello come pianta ornamentale si giustifica per la splendida fioritura che avviene secondo l’esposizione, dell’altitudine e dell’andamento stagionale da aprile a maggio. Per un arco di tempo abbastanza lungo, 20 e più giorni, l’albero si ricopre di una gran quantità di fiori bianchi o bianco crema, molto profumati, che lo rendono riconoscibile e visibile anche da lontano. I fiori, con calice campanulato e corolla a quattro petali, sono riuniti in dense pannocchie apicali lunghe 8-10 cm. I petali lineari sono parzialmente concresciuti due a due. La fioritura, contemporanea all’emissione delle foglie, richiama un gran numero di insetti.

L'orniello è una specie interessante per la silvicoltura, in quanto può essere considerata una specie pioniera, resistente a condizioni climatiche difficili, adatta quindi al rimboschimento di terreni aridi e siccitosi. Viene coltivato in Sicilia e Calabria per la produzione della manna, in Toscana nei vigneti viene frequentemente utilizzata come sostegno ai filari di vite. Si moltiplica facilmente con la semina.

Nella silvicoltura per il rimboschimento di suoli poveri, aridi, calcarei o argillosi.
Come pianta ornamentale in parchi e giardini di grandi dimensioni, anche su terreni secchi e poco profondi.
Come pianta officinale e medicinale.
Per l'estrazione di tannini dalla corteccia.
Utilizzando le foglie come foraggio per il bestiame, in zone povere di pascoli.
Per la produzione di legname; il legno di orniello ha il durame bruno chiaro, con anelli ben distinti e provvisti di grossi vasi nella zona primaverile, è elastico e resistente, facilmente lavorabile. Viene utilizzato industrialmente per la produzione di mobilio, per attrezzi vari, per lavori al tornio e come ottimo combustibile.

Le foglie secche e triturate e i frutti posti in infuso in acqua bollente forniscono il tè di frassino.
Le foglie fermentate con acqua e saccarosio servono per preparare bevande alcoliche. accurate.

Il decotto di manna, sostanza solida bianca-giallastra ricavata dal succo zuccherino che sgorga dalle lesioni della corteccia e che si rapprende rapidamente a contatto dell'aria, raccolta in estate, è un blando purgante, ha anche proprietà bechiche e anticatarrali; può essere usato come collirio nelle congestioni oculari; pezzetti di manna sciolti in bocca lentamente hanno proprietà espettoranti.
L'infuso delle foglie raccolte a fine primavera inizio estate ed essiccate al sole, viene utilizzato come emolliente.

La linfa dolce di quest’albero richiama durante l’estate la cicala che se ne nutre pungendone i giovani rami. Anche i calabroni possono fare altrettanto danneggiando le giovani piante.

Si può far risaltare la vistosa fioritura primaverile ponendolo davanti a piante più alte che non fioriscono, come aceri o sempreverdi. Nel resto dell’anno è pianta discreta che non disturba ed in autunno si colore di un giallo tenue. Al suo piede possono essere coltivate bulbose, piante da fiore e cespugli che richiedano una parziale ombreggiatura estiva, o una buona esposizione primaverile, perché l’ornello, non riforma precocemente la chioma.

Non ha la crescita veloce del Fraxinus excelsior e raggiunge il secolo di vita.

Per il vigore contenuto può essere posto anche vicino casa.
I semi dell’orniello sono semi duri e germinano solo dopo un anno, o anche dopo. Per questa ragione si ricorre ad una stratificazione del seme per un anno in sabbia mantenuta umida, ritardando così la semina vera e propria. Le pianticelle ottenute si trapiantano in vivaio a due anni e solo nel terzo o nel quarto anno si pongono a dimora.

Non necessita di cure particolari. Solo in terreni pesanti ed argillosi, può valere la pena effettuare uno scasso (profondità e diametro 100 cm) introducendo due parti di terriccio ed una di sabbia per garantire un efficiente drenaggio.

Sottoposto a taglio, dimostra una forte capacità di ripresa formando ricche ceppaie che possono essere governate a cespuglio.


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