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domenica 9 agosto 2015

IL FLAUTO DI PAN



Il flauto di Pan è uno strumento a fiato in uso specialmente presso le popolazioni pastorali dell’antica Grecia; era costituito da una canna, con uno o più fori (per cui è da assimilarsi allo zufolo), o da più canne (originariamente 6 o 7, in età ellenistica anche in numero maggiore), tenute insieme mediante cera, cordicelle ecc., con imboccature allo stesso livello ma diverse per lunghezza, intonate secondo la serie del genere diatonico. Detto anche siringa nome da una ninfa dell’Arcadia, Siringa , amata da Pan, che fu da questi inseguita finché si mutò in canna, sulle rive del fiume Ladone.

Il Flauto di Pan è utilizzato soprattutto negli altopiani andini, e in paesi come Bolivia, Ecuador, Perù e Colombia. Il suo sviluppo è iniziato intorno al V secolo dell'era cristiana, la cultura Huari o Wari, che si trova in Perù. Da quel momento ad oggi ci sono stati una grande varietà di loro. Oggi essi possono essere raggruppati in tre gruppi principali: il SIKU o sikuri (in lingua aymara in castigliano significa "tubo che da suono"), la Antara o Bodhisattva e rondador.


Una variante chiamata firlinfeu, è tradizionalmente in uso nella Brianza; il paese europeo dove lo strumento conosce il maggior successo è probabilmente la Romania; è presente anche in altre regioni del mondo, quali ad esempio la Cina o le Isole Salomone, ma ha il suo massimo sviluppo in America del Sud, nell'area andina, dove è chiamato zampoña o siku.

Il Flauto di Pan va suonato tenendo la fila di canne inferiori (se disposto su due file come da modello andino) rivolte verso di sé, e comunque con le canne più corte, che emettono suoni acuti, verso la sinistra di chi suona.

Il soffio deve essere emesso a labbra strette, in modo da lasciare una fessura né troppo stretta né troppo larga, abbastanza per far passare un flusso d'aria leggera e veloce, da spingere sgonfiando i polmoni, per intenderci, senza movimenti dei muscoli addominali. Inoltre, bisogna accertarsi che il Flauto di Pan abbia le canne secche, poiché se le canne si seccano man mano che lo strumento viene suonato l'intonazione cambia e cala. Normalmente, riguardo alle tonalità, le siringhe si rifanno ai luoghi d' origine, le siringhe africane sono senza tonalità fissa, anche se la nota più grave è sempre un do e quella più acuta è spesso un sol, le siringhe dei mahori sono in diverse tonalità che si possono paragonare, come estensione,ai flauti soprano, contralto, tenore e basso.

Il flauto di Pan è uno strumento che viene molto usato nella musica popolare germanica, più precisamente in Germania, Austria, provincia autonoma di Bolzano e Svizzera tedesca. Ma è proprio in quest'ultima che viene utilizzato di più dai cantanti, tanto da renderlo uno degli strumenti tipici della cultura svizzera.


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lunedì 3 agosto 2015

LE ARMI DA FUOCO

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Nell'evoluzione dell'uomo l'arma ha rappresentato lo strumento per eccellenza; la necessità di difendersi e di cacciare trasformò lentamente l'ominide in un essere che poteva afferrare oggetti, usarli per percuotere, scagliarli, che doveva procedere eretto per poter usare gli arti anteriori per questi movimenti. Nel corso di millenni, a partire da 500.000 anni fa, si perfezionarono amigdale, asce, lance, finché nel paleolitico vi fu la prima invenzione "meccanica": l'arco che sfruttava l'elasticità del legno per lanciare la freccia. Durante altri millenni il progresso fu limitato al miglioramento dei materiali usati per costruire le armi, ma, in effetti, l'unica vera nuova invenzione si ebbe in una fase avanzata della nostra civiltà, con la costruzione di macchine da guerra ad opera dei romani, quali la catapulta e la balista, da cui nel medioevo deriverà la balestra.

La vera rivoluzione tecnologica nelle armi si ebbe però attorno al 1250 quando gli alchimisti pervennero, con tutta verosimiglianza in Germania, a scoprire le giuste proporzioni con cui mescolare salnitro purificato, carbone polverizzato e zolfo, per ottenere la polvere da sparo o polvere nera. E' questione del tutto oziosa il cercare di individuare un inventore della polvere da sparo. Per questa invenzione, come per altre importantissime, quale l'elettricità, vale la regola secondo cui non vi sono mai invenzioni subitanee, ma solo delle idee, delle intuizioni di più persone che vengono affinate con un continuo lavoro di decenni, da parte di infiniti altri soggetti. Già 75 anni dopo i cannoni iniziano a far la loro comparsa nelle cronache (Cividale del Friuli, 1331), seguiti, dopo alcuni decenni, dalla prima arma portatile, lo schioppo (1364, in una cronaca della città di Perugia).

La prima "arma a fuoco" di cui si abbia conoscenza in Europa, nacque dopo il 500 ed era denominata "candela romana" (termine che oggi indica un tipo di fuoco d'artificio), mentre altrove "fuoco greco". Si basava su un grosso vaso in cui veniva versata della polvere pirica. Successivamente, su questa veniva posato un proiettile composto di stracci imbevuti di oli incendiabili. I soldati davano fuoco al proiettile e questo incendiava la carica sottostante che lo "sparava" oltre le mura delle città, appiccando il fuoco sui tetti delle case. Da menzionare che "fuoco greco" era chiamato anche una mistura di cui non è conosciuta esattamente la composizione, se non il fatto di essere presumibilmente a base di bitume, che veniva usato come materiale incendiario in campo navale lanciato da catapulte imbarcate sulle galee da guerra, vista la sua capacità di non spegnersi a contatto con l'acqua (presumibilmente per la presenza di calce viva nel composto).

L'inizio della storia delle armi da fuoco è comunque legata alla scoperta della polvere da sparo, già conosciuta dai cinesi a partire dal IX secolo: già il secolo dopo era di uso comune in Cina l'utilizzo di razzi a scopo militare ed a partire dal XIII secolo si ha menzione dell'uso dei primi cannoni.

In Europa, solo dopo il 1200 si riuscì finalmente ad ottenere la formula ancor oggi usata per la fabbricazione della polvere nera che fu usata fino agli anni trenta del XX secolo: già nel 1331 le cronache menzionano la comparsa dei primi cannoni in Europa a Cividale del Friuli, seguiti dalle prime armi portatili (in questo caso lo "schioppo") nel 1364 (cronache di Perugia). Oggi nei bossoli delle munizioni utilizzate nelle armi da fuoco moderne, non si usa più polvere nera ma polvere senza fumo, un composto esplosivo a base di nitrocellulosa.

Per le prime armi da fuoco Europee nel XIV secolo, l'accensione della carica di polvere avveniva attraverso un foro (chiamato "focone") alla base chiusa della canna con un "fiammifero", poi con una miccia, quindi seguì una evoluzione che portò ad utilizzare una miccia riutilizzabile la cui parte "accesa", anziché infilarsi direttamente nel focone, si appoggiava su uno scodellino, ricavato a fianco del focone stesso, che veniva chiamato "bacinetto" o "scodellino" e sul quale era posta una piccola parte di polvere da sparo. Successivamente si utilizzò una pietra focaia che, provocando scintille, accendeva la polvere posta all'interno del bacinetto (acciarino a pietra) e quindi l'uso di piccole capsule che infiammavano la polvere della carica propellente vera e propria quando venivano percosse dal cane che vi si abbatteva premendo il grilletto: le capsule erano poste su di un cilindretto cavo collegato al focone (il luminello).



Tutti questi sistemi riguardavano armi che si caricavano dalla bocca della canna, inserendo prima la polvere di lancio, poi un disco di feltro o cartoncino detto "borra" (ancora oggi presente nelle munizioni per fucili a canna liscia) ed infine la pallottola (inizialmente in pietra e quasi subito sostituita da una palla in piombo) che veniva avvolta per i 3/4 da uno straccetto per evitare che i gas generati dall'esplosione della polvere fluissero davanti alla palla da lanciare, dato che esisteva un discreto spazio tra il diametro esterno della palla ed il diametro interno della canna entro la quale scorreva la palla stessa, per via delle tolleranze di lavorazione enormi a quel tempo. Si premeva poi il tutto con una bacchetta in dotazione (queste erano infatti armi ad avancarica, esattamente come i primi cannoni usati sui campi di battaglia terrestri e sulle navi a vela).

Successivamente viene creata la "cartuccia" consistente appunto in un cartoccio di carta nitrata contenente la polvere da sparo, la borra e la pallottola o proietto. Bastava strappare con i denti la parte inferiore della cartuccia ed infilarla nella canna, con una sola operazione e con cariche di polvere più costanti. Una curiosità: nel passato i soldati erano riformati se mancanti degli incisivi, ciò derivava dall'impossibilità dei soldati stessi di strappare la cartuccia, legge mantenuta anche dopo l'avvento delle armi a retrocarica, addirittura sino alla I Guerra Mondiale. Uno dei pericoli maggiori consisteva (e consiste tutt'oggi nelle moderne armi ad avancarica) nel forzare troppo con la bacchetta la palla nel momento in cui si avverte una resistenza della stessa, pur non essendo arrivata nel punto previsto; può succedere infatti che nello spazio tra polvere e palla si formi una bolla d'aria che a causa della pezzuola non fuoriesce. Due o tre colpi ben assestati con la bacchetta sono sufficienti a comprimere l'aria a pressioni molto elevate che possono causare il cosiddetto effetto Diesel, cioè il surriscaldamento dell'aria a tal punto da far esplodere la polvere, con effetti ben immaginabili per chi sta caricando l'arma.

Il fatto di doverle caricare dalla bocca, rendeva le prime armi da fuoco estremamente lente nel reiterare l'azione di fuoco in quanto i tempi di ricarica erano lunghi e dipendenti dall'addestramento di chi la eseguiva. Inoltre erano frequenti i malfunzionamenti dovuti alla mancata accensione della polvere da sparo che fungeva da carica di lancio: era sufficiente che la polvere si impregnasse di umidità (cosa frequente sul campo di battaglia) per ottenere le cosiddette "cilecche". Per superare il primo problema e quindi avere la possibilità di sparare rapidamente più colpi in successione, vennero costruite armi a canna multipla (cosa che venne studiata già da Leonardo da Vinci verso il 1500) che però erano limitate generalmente a due/tre canne (massimo quattro per alcune realizzazioni) per questioni legate alla portabilità, visto che ogni canna in più rappresentava un discreto peso aggiuntivo. Per questo motivo, le armi ad avancarica multicanna di antica data erano soprattutto pistole: le canne più corte erano più leggere, oltre ad essere armi destinate ad un utilizzo a distanze brevi o brevissime, dove la possibilità di sparare più colpi verso bersagli multipli a distanze pericolosamente brevi, poteva rappresentare la differenza tra la propria vita e la propria morte.

Armi a canne multiple, rimasero comunque realizzazioni abbastanza rare, spesso confinate a realizzazioni non portatili (come il "ribauldequin", una sorta di piccolo pezzo d'artiglieria multicanna).

Il primo passo per ottenere vere armi a ripetizione fu quello dell'invenzione del "revolver" ad opera di Samuel Colt in base ad un suo brevetto del 1835: si trattava dell'utilizzo del "tamburo", una sorta di cilindro con più "camere di scoppio", ognuna delle quali destinata ad accogliere una carica completa di proiettile che veniva sparato quando la camera era allineata con l'asse della canna (che invece era singola): l'allineamento avveniva ogniqualvolta si arretrava il "cane", mentre lo sparo avveniva quando si premeva il "grilletto". Questo liberava il cane stesso che, quindi, si abbatteva percuotendo le capsule al fulminato di mercurio poste sulla circonferenza posteriore del tamburo che, a loro volta, innescavano la carica di lancio contenuta nella corrispondente camera sottostante. Con questo tipo di armi, si rimaneva nell'ambito delle armi ad avancarica (ogni colpo era caricato singolarmente inserendo i vari componenti anteriormente in ogni camera del tamburo), ma si era entrati in una nuova era: quello delle armi a ripetizione monocanna.

In seguito, con il passaggio alle armi a retrocarica e l'adozione generalizzata della cartuccia, si ebbe un ulteriore sviluppo con l'adozione del sistema di accensione "a percussore lanciato" reso possibile dalla nascita della cartuccia stessa, con l'involucro che ben presto divenne il bossolo metallico come lo conosciamo oggi. Tra i primi esempi di tali armi, si può ricordare il fucile "Chassepot" con percussore ad ago e cartucce di carta con l'innesco situato direttamente a contatto della parte posteriore della palla. Oggi, la carica, l'innesco e il proiettile sono tutti contenuti in un bossolo (generalmente d'ottone, ma può essere anche di plastica o cartone con fondello metallico) e l'insieme costituisce la cartuccia, mentre l'arma provvede (dopo essere stata caricata ed avendo alloggiata una munizione nella "camera di cartuccia" all'interno della canna) a percuotere l'innesco tramite un percussore (a sua volta azionato o meno da un "cane"), che vi si abbatte sopra come un martello.

Il fatto che l'intera munizione fosse diventato un unico oggetto, ha permesso anche lo sviluppo di sistemi di alimentazione, di scatto e di gestione della ripetizione del colpo che hanno portato a produrre armi da fuoco automatiche con cadenze di tiro di parecchie centinaia di colpi al minuto: una mitragliatrice da fanteria di questo tipo è l'M60 americano. Le armi automatiche con maggiore cadenza di tiro attualmente in uso discendono dal cannone General Electric Vulcan da 20 mm americano (anni cinquanta) che a sua volta riprende l'idea mutuata dalla mitragliatrice inventata dall'americano Gatling nel 1861 e sono munite di un affusto con più canne rotanti: ad esempio, l'arma principale dell'aereo anticarro A-10 Thunderbolt II è un cannoncino a 7 canne rotanti in grado di sparare 4000 colpi (esplosivi o perforanti in uranio impoverito) da 30 mm al minuto.


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giovedì 23 aprile 2015

L' ORGANO A CANNE


L’organo è uno strumento antichissimo. Si ha notizia di un organo greco del sec. III a.C, molto evoluto, con vari registri e un’estesa tastiera, alimentato da aria compressa attraverso un sistema idraulico. I bizantini lo usavano nelle festività pubbliche. Il primo esemplare d’organo giunto in occidente fu probabilmente quello donato nel 757 dall’imperatore d’oriente donato al re dei franchi Pipino. Nel medioevo l’organo, divenne lo strumento liturgico per eccellenza ti trattava di uno strumento di piccola estensione, con una sola serie di canne, la cui tastiera era costituita da leve. Nel
sec. X la tastiera assunse una forma simile a quella odierna, e fu introdotta la pedaliera; nel secolo successivo gli organari toscani aumentarono l’estensione dello strumento fino a quattro ottave e introdussero i primi registri. Oltre agli organi delle cattedrali, dotati di grandi canne e di enormi mantici, per il cui funzionamento erano impiegate decine di persone, vennero costruiti organi di dimensioni assai più ridotte: l’organo portativo (detto così perché facilmente trasportabile), che si suonava con la mano destra, mentre la sinistra aziona va un piccolo mantice; e l’organo positivo, poco più grande del portativo, che si suonava con le due mani, mentre un’altra persona era addetta al mantice. Gli organi italiani dei secc. XVI e XVII continuarono a essere di proporzioni abbastanza contenute, con una sola tastiera e con un solo corpo. Nei paesi nordici invece (soprattutto nella Germania del nord) si affermarono i primi strumenti con più tastiere e con i vari corpi separati; la pedaliera si estese notevolmente e acquistò un’importanza crescente .
Nell’Ottocento si cercò di costruire organo in grado di produrre sonorità orchestrali: si introdussero a questo scopo nuovi registri e la cosiddetta cassa espressiva che, superando la dinamica a scalini
fino allora in uso, permetteva di graduare il suono in crescendo e in diminuendo. Nella seconda metà dell’Ottocento fu introdotta la trasmissione elettrica dalla tastiera al somiere, e per l’alimentazione dell’aria si adottarono ventilatori azionati da un motore elettrico. Nel nostro secolo si sono sviluppate due tendenze: la prima tesa a riportare l’organo all’originaria purezza di timbro, rinunciando alle velleità sinfoniche di tipo romantico, soprattutto è stata sottolineata l’esigenza di eseguire la musica degli antichi maestri su strumenti dell’epoca, oppure su strumenti con caratteristiche tecniche e timbriche analoghe a quelle degli organi per cui era stata concepita; la seconda che vede nella ricerca di nuovi spazi acustici ed espressivi il futuro di questo strumento, anche attraverso l’introduzione di tecnologie digitali nell’arte organaria.

L'organo è uno strumento musicale della famiglia degli aerofoni. Viene suonato per mezzo di una o più tastiere, dette manuali, e, quando presente, di una pedaliera. Nasce come vera e propria invenzione nel 275 a.C. circa in Alessandria d'Egitto e, attraverso circa 2300 anni di storia, è appartenuto a diversi popoli e culture.

Prima di essere scelto come strumento privilegiato all'interno delle varie chiese europee d'impronta cristiana, ha svolto diversissime funzioni, nel mondo ellenico, bizantino, romano e medievale, tra le quali, alla nascita, quello di automa sperimentatore dell'azione delle forze naturali. Successivamente, per la sua valenza musicale, diventato molto di moda nel mondo antico, è stato usato negli stadi per competizioni musicali o accompagnamento di gare sportive o ludi gladiatori.

A Bisanzio era oggetto di meraviglia, suonato a palazzo solo dalla corte imperiale e successivamente commento delle notti bizantine nei palazzi nobiliari. Nel mondo romano diventa talmente di moda, da costituire una specie di pianoforte verticale ante litteram, entrando in quasi tutte le case romane che potevano permetterselo e venendo riprodotto in bassorilievi, stele, monete, mosaici, affreschi e perfino in lucerne con la sua forma. Successivamente, ripudiato e osteggiato dai Padri della Chiesa (come la musica) per la sua fortissima valenza profana, sparisce dalla circolazione e si rifugia nei monasteri come strumento privilegiato per lo studio dell'armonia e della nascente prepolifonia. L'organo dovette ancora assolvere diversi compiti profani prima di divenire, con qualche eccesso, strumento principe della musica sacra occidentale. Tra essi, anche quello di macchina bellica, trainata su un carro, adatta a terrorizzare i nemici con un suono potentissimo, che si poteva udire a miglia di distanza. Visto l’uso ancora ibrido, l’inizio della piena accettazione nelle chiese avvenne soprattutto attraverso la mediazione dell’insegnamento.

Nell’872 papa Giovanni VIII chiese l’invio a Roma di uno strumento costruito in Baviera, assieme allo specialista che sapeva suonarlo, per l’apprendimento della musica da parte dei chierici romani. Ancora oggi l'organo, oltre all'uso liturgico, oggi piuttosto negletto soprattutto in Italia, riveste quello d'intrattenimento. Nel Novecento commentava i primi film muti in sostituzione del pianoforte, è stato ed è tuttora usato nel jazz, pop, rock e nel commento di partite di baseball. Negli auditorium o in grandi magazzini americani intrettiene i clienti, sia in veri e propri concerti, sia in esibizioni estemporanee in stile organ bar.

Il suono è prodotto da un sistema di canne, metalliche o di legno, di grandezza, lunghezza e fattura variabili secondo la nota e il timbro che esse devono riprodurre.

L'organo ha un ruolo di primo piano nella musica sacra e nella liturgia. Ispirandosi al concetto di organo consegnato dalle storiche tradizioni organarie, nei secoli altri strumenti sono stati ideati e costruiti, di pari passo con l'avanzare delle migliori tecnologie dell'epoca e del gusto musicale: nell'Ottocento è stato inventato l'harmonium e nel Novecento, con i progressi dell'elettronica, ha visto la luce l'organo Hammond.
Esistono, oramai, ancor più sofisticati strumenti digitali, in cui il suono può essere stato creato artificialmente o campionato da strumenti acustici. Benché queste soluzioni tecnologiche permettano di ridurre enormemente i costi e gli ingombri rispetto agli organi tradizionali, dandone così la disponibilità a molti studenti e a piccole chiese, gli strumenti tradizionali conservano pienamente il loro ruolo nell'ambito concertistico e liturgico.

L'estensione dell'organo è potenzialmente la più ampia fra tutti gli strumenti musicali, dal momento che ne esistono alcuni capaci di superare le dieci ottave. Inoltre, per merito dei numerosi e vari registri (o "voci") associabili ai manuali e alla pedaliera, l'organo è in grado di produrre, a parità di tasti premuti, una complessa sinfonia di suoni che lo rende simile a una vera e propria orchestra in miniatura.

Il più grande organo a canne esistente, anche se non completamente funzionante, è quello della Boardwalk Hall di Atlantic City, U.S.A.

La "facciata" o "prospetto"  è la porzione di canne che è visibile all'esterno. La facciata, anche detta "mostra", di un organo differisce di caratteristiche stilistiche a differenza delle influenze artistiche delle varie aree geografiche.

Nell'organo italiano la mostra si presenta sempre costituita da una cassa armonica, generalmente lignea, a forma di parallelepipedo decorata più o meno sfarzosamente, secondo le occasioni: vi sono alcune casse che hanno soltanto un timpano rettangolare sulla sommità, altre che sono decorate da colonne, fregi, archi e dipinti. Un'altra caratteristica della facciata dell'organo all'Italiana è che, talvolta, lo spazio delle canne - in alcuni casi mute - può essere chiuso da portelle lignee dipinte ed intagliate.

Gli organi francesi hanno generalmente una mostra costituita da una cassa armonica irregolare nella forma (molto spesso a nicchia) all'interno delle quali si trovano le canne. Lo schema che accomuna gran parte delle mostre francesi è costituito dall'alternarsi di canneti "a triangolo" ad alcuni circolari, che accolgono le canne più grandi, ovvero quelle che producono il suono più grave. Nelle mostre degli organi di tipo francese è abbastanza frequente la presenza di statue.

Gli organi di tipo tedesco puntano soprattutto alla ricchezza ed alla maestosità della mostra. Quindi, soprattutto negli organi barocchi, possiamo ammirare delle complesse facciate costituite dall'alternarsi di canneti a triangolo e semicircolari e di statue e stucchi. Una particolarità assoluta dello stile tedesco, che si diffuse anche in tutte le Fiandre, è quella propria degli organi situati sopra le cantorie in cui la consolle, guardando dal basso, è nascosta da un piccolo corpo d'organo situato sulla balaustra della balconata, detto Rückpositiv (positivo tergale).

Le canne sono l'elemento che produce il suono dell'organo. Le canne si distinguono inoltre in base al modo con cui viene prodotto il suono: canne dette ad ancia e canne dette ad anima (queste ultime chiamate anche labiali). Le canne ad ancia dispongono di una lamina che, vibrando al passaggio dell'aria, mette in moto l'aria contenuta nelle canne producendo così il suono. Venivano raggruppate in file ordinate generalmente dietro le tastiere ma, con l'avanzare della tecnologia pneumatica, elettrica ed elettronica, le canne possono essere poste in qualsiasi luogo e quindi si possono porre dove risultano meglio per l'acustica e per gli spazi dell'ambiente.

Il somiere è la parte principale dell'organo, si tratta di una "cassa" destinata a distribuire l'aria prodotta dal mantice alle canne, disposte sopra la suddetta cassa, a mezzo di opportuni sistemi di passaggio dell'aria comandati dall'organista. Normalmente ogni manuale ha un proprio somiere sul quale sono inserite le canne.

Esistono diversi tipi di somieri secondo il sistema costruttivo, in passato i più noti erano del sistema detto "a tiro" o "a vento", entrambi avevano la caratteristica di disporre del "canale per tasto" (ogni tasto aziona il ventilabro corrispondente a quel canale), ma con la sola differenza di azionare i registri in modalità diverse (il passaggio dell'aria alle canne). In epoche più recenti sono stati integrati altri sistemi per ottenere analoghi risultati quali i sistemi "a pistoni" e "a membrane" che utilizzavano tecnologie derivanti dalla pneumatica per poi gradatamente perfezionarsi con l'elettricità e con l'elettronica. Oggi i modelli di somiere più diffusi sono il somiere a tiro che viene riproposto con tecnologie costruttive più sicure nei riguardi dei difetti nativi legati alla tenuta d'aria in particolar modo per l'aderenza delle stecche entro la loro sede di scorrimento. L'azionamento dei registri oggi è opzionale sia con sistema meccanico che elettrico, ma normalmente nelle console poste nella cassa stessa dello strumento, le tastiere sono meccaniche.

Il somiere a tiro è fornito appunto di una serie di stecche di legno con dei fori, e ogni stecca permette l'inserimento di un registro in quanto scorrendo su una serie di fori permette a piacimento l'apertura o la chiusura di questi ultimi per gestire l'intera fila di canne poste sopra il somiere. Questo tipo di somiere è generalmente più semplice e intuitivo da costruire e da riparare, ma se l'incollaggio o la tenuta d'aria delle parti non è corretta avvengono queste principali tipologie di difetti ben conosciute:

Il cosiddetto "imprestito", (ovvero il passaggio dell'aria da un canale all'altro o da una nota all'altra) avviene per l'errato incollaggio dei separatori non più "a tenuta d'aria" nel primo caso, oppure tramite le stecche stesse dei registri (passaggio dell'aria che si infiltra tra il gioco della stecca dal foro corrispondente a un altro semitono vicino).
Lo "strasuono" è il termine indicato invece per i casi in cui il ventilabro (comandato dal tasto) non chiude con la propria pelle perfettamente il canale e permette un lieve passaggio dell'aria che fa suonare la canna della nota appartenente a quel canale e corrispondente al registro che si è aperto pur non premendo alcun tasto. Questo difetto è più "abbordabile" in quanto può esserci semplicemente della sporcizia.
Come è stato detto i sistemi moderni di costruzione di un somiere a tiro vengono incontro a queste perdite.

Nel somiere a vento (che raramente viene riproposto di nuova realizzazione), invece, ogni stecca comanda una serie di piccole valvole (dette ventilabrini), ciascuna dotata di una piccola molla di chiusura. Dette valvole sono presenti all'interno del "canale per tasto" stesso, e le canne sono poste sui loro rispettivi fori esattamente sopra il separatore di ciascun canale. In questo tipo di somiere non ci sono perdite d'aria, nel senso che se costruito correttamente è nativamente efficiente, ma la costruzione e la riparazione sono più difficili. Anche il somiere a vento, comunque, può essere molto affidabile e durevole nel tempo (quello dell'organo Antegnati di S. Giuseppe a Brescia funziona perfettamente dopo quasi 500 anni).

Entrambi i tipi di somiere sono documentati in Italia fin dall'inizio del Cinquecento, ma i grandi maestri organari della tradizione italiana cinquecentesca (Facchetti, Zeffirini, Cipri, Antegnati) prediligevano il somiere a vento, specie per gli strumenti importanti o di grandi dimensioni. A partire dal XVII secolo diventa prevalente, sia in Italia che in Europa, l'uso del somiere a tiro. Attualmente sembrano prevalere i somieri a tiro per la facilità con cui vengono elettro-asserviti.

I mantici sono una parte fondamentale dell'organo. Ora hanno la funzione di semplici serbatoi di supporto al motore e di stabilizzatori di pressione, ma nei tempi antichi erano una delle parti dell'organo più curata in quanto l'unica fonte di produzione del vento. Il compito dei mantici è quello di mantenere a pressione costante l'aria all'interno dei somieri indipendentemente dalla quantità che viene consumata.

I mantici hanno forme differenti: "a cuneo" e "a lanterna", a seconda della modalità di apertura.

Quelli a cuneo si sollevano solo da un lato, proprio con la forma di un cuneo quando aperti. La pressione dei mantici viene impostata in sede di "prova" dei somieri e successivamente con una previa intonazione in laboratorio tramite "zavorre" sulla sommità del mantice che stabiliranno il giusto equilibrio di pressione richiesto dal funzionamento generale dello strumento. In luogo delle zavorre sono impiegate anche delle molle metalliche, in particolare quando l'asse del movimento della tavola mobile del mantice non è più verticale (mantice a parete o capovolto) per le ovvie ragioni di gravità.

Negli organi antichi la quantità di mantici era regolata dalla grandezza dell'organo, infatti più l'organo era grande e maggiore era il numero di mantici necessari. Il flusso costante d'aria era assicurato dall'"alzamantici", una persona che grazie ad una discreta forza fisica risollevava i mantici che si sgonfiavano durante il suono dell'organo. Questo imponeva che un organista per suonare doveva avere anche un alza mantici, mentre un organista per un concerto poteva essere affiancato da più alza mantici, da un tiraregistri e da un volta pagine. Il sollevamento dei mantici veniva effettuato tramite una leva, una corda oppure tramite un sistema di gonfiaggio a manovella composto da una ruota inerziale collegata ad un perno sagomato che agiva su dei piccoli manticetti "pompa" che caricavano il mantice principale (meccanismo in uso principalmente per organi di modeste dimensioni).

Con l'avvento dell'elettricità il compito dell'alzamantici è stato completamente sostituito da un elettro-ventilatore a chiocciola, ovvero una pompa centrifuga che immette aria nel mantice. L'aria in ingresso è regolata attraverso valvole, solitamente una valvola detta "a tendina" che si chiude pian piano, come una piccola tapparella, solidale al movimento del mantice in sollevamento. Quando il mantice è completamente pieno, questa valvola risulta quasi completamente chiusa e l'aria viene parzialmente bloccata e si stabilisce una situazione di equilibrio. Con l'abbassamento del mantice, ovvero quando l'organo suona, la valvola si apre il tanto necessario per equilibrare l'aria in uscita. Sono tuttora esistenti organi dove la valvola invece di interrompere l'aria in ingresso apre un'uscita, ovvero uno "sfogo" dove l'aria in eccedenza esce senza sovraccaricare il mantice.

Le diverse file di canne vengono selezionate attraverso i tiranti dei registri. Questi vengono impiegati dall'organista per variare il timbro dello strumento in parte secondo le indicazioni della partitura, molto spesso secondo le circostanze e la personale sensibilità. L'insieme dei registri di un organo, riferito alla loro appartenenza rispetto alle varie tastiere e alla pedaliera, si chiama disposizione fonica.

Il numero che viene indicato accanto al nome del registro indica la lunghezza in piedi del do più basso (un registro di 8 piedi (8') suona all'ottava reale, uno di 16' una sotto, uno di 4' una sopra quella reale, uno di 2' due sopra e così via), o meglio di una canna aperta che produca un suono corrispondente a tale nota. Per registro di 8', qualsiasi sia la tipologia timbrica, si intende che il La di riferimento, usualmente preso in considerazione come campione di 440 Hz, in un organo si identifica al La3 (il terzo "la" della tastiera partendo dalla parte sinistra "grave").

Spesso i registri fanno suonare contemporaneamente più canne di altezza diversa, combinate secondo la serie degli armonici naturali: questo permette di ottenere diversi timbri, risultanti dalla combinazione di file, senza la necessità di costruire ulteriori file di canne. Il registro di ripieno può essere ad esempio composto da due fino a quindici file.

Registri particolari sono quelli detti violeggianti, che imitano il suono degli archi orchestrali, e i registri oscillanti, come la Voce umana, la Voce celeste o l'Unda maris) cioè registri in cui suonano contemporaneamente una fila di canne intonata correttamente ed una leggermente crescente o calante. Il suono ricavato è molto suggestivo, e dà l'idea di un coro di fanciulli.

In alcuni organi troviamo anche registri detti accessori, cioè registri volti a creare particolari effetti, come per esempio l'usignolo, la superottava e la subottava, che uniscono la corrispettiva ottava alta o bassa della nota premuta. Altri registri accessori sono anche le campane, le campane tubolari, i campanelli, il tuono e i timpani (sono canne di legno che producono delle vibrazioni che assomigliano al rullo di un timpano). In alcuni organi sono presenti anche i piatti, la grancassa e il rollante (denominato anche rollo o rullo).

Può essere considerato "accessorio" anche un sistema che muove la colonna d'aria di un numero di "sbalzi" e oscillazioni regolari, detto "tremolo" o "tremolante". Detto accessorio conferisce una suggestiva "ondulazione" al registro che si sta utilizzando.

Dalla tastiera i comandi di apertura con un sistema meccanico (per mezzo di leve e bilancieri), pneumatico (col passaggio dell'aria attraverso un tubicino), elettrico (per mezzo di relè), elettronico (con microchip) o misto pervengono ai "ventilabri", ossia valvole poste all'interno del somiere, che permettono il passaggio dell'aria alle canne quando viene premuto un tasto. Ultima generazione è la trasmissione digitale: l'originalità di questa trasmissione consiste nel collegare il corpo canne alla consolle con un semplice cavo schermato a due poli (universalmente utilizzato per i computer, quindi di sicura affidabilità nell'uso e nella durata). Quale canna, o quale gruppo di canne vengono attivate dipende anche dalle impostazioni dei registri e delle unioni. Si noti che le canne suonano sempre facendo passare l'aria attraverso di esse, l'unica differenza è come la pressione del tasto implica il passaggio dell'aria. Infatti ogni ausilio non direttamente controllato dal tasto ma funzionante come "servomeccanismo" non permette di recepire in alcun modo il naturale fenomeno dello "stacco" del ventilabro che dà quello che si può considerare il "tocco" di un organo a canne, come avviene per un clavicembalo per intenderci.

La trasmissione meccanica richiede che la consolle dell'organo sia vicina o solidale al corpo delle canne, e negli strumenti di una certa dimensione risulta più sensibile l'appesantimento del tocco nell'utilizzare molti registri perché aumenta la resistenza richiesta per lo stacco del ventilabro, ma ciò non deve essere inteso come un "difetto" ma come una caratteristica. Tornando ai vari tipi di trasmissione, quella pneumatica ha presentato inizialmente qualche difetto nativo circa l'immediatezza tasto - ventilabro, anche a distanze ridotte se non ben realizzata; essa è stata decisamente soppiantata da quella elettrica (anch'essa non esente da difetti alle sue prime comparse). In ambienti stranieri, dove lo studio sulle trasmissioni di strumenti molto grandi ha implicato maggiore ricerca, si è giunti a risultati decisamente più felici, rispetto all'Italia, anche per la sola pneumatica; ciò soprattutto con l'introduzione della "leva Barker" che, mediante un piccolo mantice, moltiplicava la potenza richiesta, risultando utile per la gestione di grossi somieri e quindi rivoluzionando i "limiti" della trasmissione meccanica per "macchine" di una certa dimensione. In genere ogni trasmissione non meccanica non dà problemi per l'utilizzo di molti registri simultaneamente, in quanto tale trasmissione si avvale di "servomeccanismi" che designano al tasto la sola funzione di "comando" o di "interruttore", ma non di tocco. Allontanare la consolle dal somiere introduce un ritardo tra l'azionamento dei tasti e l'emissione del suono, ma ciò è avvertito dall'organista in quanto esso si trova a distanza dal corpo delle canne. Trasmissione elettrica ed elettronica sono immediate, e permettono anche con relativa semplicità di avere più somieri distinti.

Nonostante si siano studiate e attuate diverse soluzioni di trasmissione, rimane fuori discussione che la trasmissione integralmente meccanica conferisce allo strumento qualità e durata nel tempo insuperate, a fronte del deterioramento e della inevitabile obsolescenza delle componenti elettroniche.

Per consolle si intende il luogo di "comando" dello strumento da parte dell'organista: è l'insieme dei manuali, dei pedali, delle staffe, dei comandi di registro, di unione e di cancellazione a disposizione sullo strumento. A volte la consolle è posta anche a notevole distanza dai somieri e dalle canne, ma con questo termine, che modernamente viene identificato con la consolle elettrica distaccata dal corpo delle canne, si indica anche semplicemente la "finestra" che racchiude tastiera, pedaliera e registri in una cassa d'organo, detta appunto "consolle a finestra" negli organi meccanici. Non sono rari gli organi che possono essere comandati da più di una consolle, soprattutto per esigenze liturgiche o per la presenza del coro.



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mercoledì 25 marzo 2015

LA SCHIRIBILLA

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La Schiribilla è un gruiforme dalle esigenze ecologiche estremamente specializzate. Talmente specializzate da essere un uccello che vive praticamente tutta la sua vita all’interno dei canneti. Addirittura, è più comune coglierla mentre tenta di arrampicarsi sulle canne, piuttosto che in volo.

La schiribilla eurasiatica misura 18–20 cm di lunghezza, ha un'apertura alare di 34–39 cm e pesa 35-60 g. Il maschio presenta le regioni superiori di colore bruno-olivastro, con delle striature biancastre e delle macchie più scure. Le regioni inferiori sono grigio-ardesia, così come i lati del collo e la faccia. I fianchi sono grigi. Il becco è verde con la base rossa. Le zampe e i piedi sono verdi.

La femmina ha la gola bianca, e il petto e l'addome giallastri. I fianchi sono marroncini, striati di grigio e bianco. Il becco e le zampe sono verdi.

La voce della schiribilla eurasiatica non è molto forte, e si ode da una certa distanza solo di notte, quando l'uccello canta più di frequente, sebbene talvolta canti anche di giorno. Il grido di allarme del maschio è una sorta di gracidio sonoro e basso, che accelera e si dissolve alternativamente.

Altri tipi di richiamo possono essere uditi durante le parate.

La schiribilla eurasiatica vive prevalentemente nelle regioni comprese tra l'Europa orientale e la Siberia occidentale, mentre in Europa centrale è comune solo nelle regioni orientali e sud-orientali. Il suo areale comprende le paludi delle pianure del Paleartico occidentale, dal livello del mare a 430 m di quota. Le regioni dove essa è più numerosa sono le steppe dell'Europa orientale. A nord il confine dell'areale è costituito dalla regione di transizione tra foresta e steppa, mentre a sud dalla fascia dei semideserti. In Europa centrale, si incontra soprattutto nelle pianure della Polonia e della Germania orientale, e nella cosiddetta «pianura pannonica». Piccole popolazioni isolate sono presenti anche nell'Europa occidentale e sud-occidentale. Sverna nell'Europa sud-orientale, nella regione mediterranea, nell'Europa orientale e nel Nordafrica. Abbandona i territori di nidificazione in ottobre e vi ritorna in marzo. La sottospecie visibile da noi è la schiribilla intermedia, la più grande e colorata della specie ed è distribuita in Europa e Africa. In Italia è specie di doppio passo molto più rara della congenere Schiribilla. Le informazioni su possibili nidificazioni sono del tutto occasionali e frammentarie prive di conferme recenti.

Occupa le paludi, le aree dominate da canne e carici, e la vegetazione arbustiva sui bordi degli specchi d'acqua.

È più incline a vivere tra la vegetazione che circonda gli stagni e le paludi meno estese, in particolare sulle rive dei canali stretti con poca acqua e una vegetazione ripariale.

La schiribilla eurasiatica è migratrice. Gli spostamenti avvengono di notte. Esce raramente allo scoperto, soprattutto la sera. Nuota con più facilità di altre schiribille e predilige i canneti immersi in acque poco profonde.

La schiribilla eurasiatica si nutre principalmente di insetti, piccoli molluschi, vermi, semi di piante acquatiche, boccioli e foglie.

Il nido della schiribilla eurasiatica viene generalmente installato tra la vegetazione palustre, appoggiato a essa o fissato ai suoi steli, a una certa altezza sull'acqua. Si tratta di una piattaforma costruita dalla femmina, con canne e foglie di piante acquatiche. È una sorta di sfera con una apertura sulla parte superiore.

La femmina depone 6-8 uova color ocra, con macchie più scure. L'incubazione, effettuata da entrambi i partner, dura circa 21 giorni. I pulcini si spostano rapidamente tra la vegetazione, dove sono nutriti dai genitori. Si involano dopo circa 50 giorni.

Il suo buffo nome sembra calzare a pennello su una specie affascinante eppure estremamente schiva, vero “incubo” per birdwatcher anche esperti. Rarissima, anch’essa, come altri Gruiformi, abituata a stare nascosta nel fitto dei canneti, raramente si osserva in volo. Fanno eccezione le prime luci dell’alba e il tramonto, quando la Schiribilla si avventura in brevi voli sulla palude: ma anche in quei casi, la scarsa illuminazione rende estremamente difficile distinguerla da altre specie simili.



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