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giovedì 25 agosto 2016

IL VELO DELLE SUORE

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La prima traccia dell'uso femminile del velo è attestata in un documento legale assiro del XIII secolo a.C. all'interno del quale l'uso del velo è permesso esclusivamente a donne nobili ed è proibito a prostitute e donne comuni. Anche documenti antichi greci e testimonianze scultoree mostrano come il velo sia considerato un modo per proteggere le donne e rendere visibile il loro status sociale.

L’usanza di coprirsi il capo con un velo è antichissima, e documentata da oltre tre millenni in area mesopotamica prima, poi indo-iranica. Fin dall’inizio l’atto di velarsi il capo ha assunto una pluralità di significati alquanto diversificati, dall’attribuzione di un’eccellenza a quella di simbolo dello stigma sociale, sia in ambito sacro che in ambito profano.

Anche nel mondo classico la sua presenza è legata sia al mondo della religione che alla vita quotidiana. Divinità o personaggi mitologici sono quasi sempre raffigurati con un velo che ricopre testa e spalle. A Roma il flamen dialis, il sacerdote incaricato del culto di Giove, aveva l’obbligo di indossare sempre un copricapo, l’apex, salvo quando stava nella sua abitazione. Il cristianesimo riprende l’uso del velo riservandolo alle donne.

Il Nuovo Testamento (1Cor 1,3-17) contiene infatti questa prescrizione di san Paolo: “Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata. L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli. Tuttavia, nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza la donna; come infatti la donna deriva dall’uomo, così l’uomo ha vita dalla donna; tutto poi proviene da Dio. 

Il cristianesimo, fino a non molto tempo fa, ha sempre raffigurato le donne (la Madonna, le sante) con il capo velato; le stesse suore indossano il velo.

L’usanza si è ampiamente tramandata anche nella cultura popolare, tanto che in alcuni comuni del nostro paese l’usanza di portare il velo da parte della donne anziane è tuttora diffusa.

L’usanza di riservare il velo alle donne è diffusa anche nell’islam: all’epoca della predicazione di Maometto non sembra che le donne della penisola arabica apparissero coperte in pubblico: l’obbligo è stato probabilmente mutuato dai ‘vicini’ bizantini.

Anche il Corano contiene un riferimento al velo (Sura 24,31): “E dì alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo (hijab) fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne”. E anche gli Hadith, i detti che la tradizione attribuisce a Maometto, contengono alcuni ambigui riferimenti all’obbligatorietà dell’uso del velo: pertanto, nel mondo islamico, essi vengono utilizzati sia da sostenitori, sia da detrattori dello svelamento (totale o parziale) del viso della donna. Il grande imam dell’università al-Azhar del Cairo, Mohammed Said Tantawi, nel 2009 ha emanato una fatwa con cui ha dichiarato il niqab e il burqa incompatibili con l’islam: a suo dire non sarebbero simboli religiosi, ma soltanto il retaggio di tradizioni locali.

Anche nell’ebraismo vi è obbligo di coprirsi il capo all’interno della sinagoga.



Nelle società contemporanee l’obbligo di coprirsi la testa non è più considerato accettabile, in quanto contrasta con diritti fondamentali, quali la parità tra uomo e donna, che la maggioranza delle religioni non accetta, in quanto attribuiscono al genere femminile un ruolo subalterno (si pensi alle limitazioni nell’accesso al sacerdozio, per esempio). Proprio per questo motivo, però, è difficile comprendere quando una donna decide volontariamente di coprirsi il capo, e quando invece tale abbigliamento le viene imposto dal condizionamento familiare e sociale: in entrambi i casi si rischia di mettere a repentaglio un fondamento della democrazia, la libertà di coscienza. Il dibattito sulla questione all’interno del mondo laico è dunque intenso: e ancor di più lo è sui mezzi di informazione, dove il tema del velo tende a diventare sempre più ‘caldo’ con l’intensificarsi dei fenomeni migratori, il proliferare dei casi di cronaca e l’uso che ne viene fatto all’interno del confronto politico.

Fino al 1175, le donne anglosassoni e anglo-normanne, con l'eccezione delle giovani nubili, indossavano veli che coprivano interamente i capelli e spesso anche collo e mento. Solo a partire dai Tudor (1485), il velo diventa meno comune e l'uso di cappucci si fa più frequente.

Oggigiorno, nel mondo occidentale l'uso del velo è limitato quasi solamente a suore e monache cattoliche, tanto che in italiano l'espressione prendere il velo significa entrare in un ordine o congregazione femminile.

In altri contesti, comunque, sono gli uomini a velarsi: in Mauritania, per esempio, è diffusa l'abitudine maschile di coprirsi il capo con la tagelmust.

La monaca, consacrata nella verginità per essere esclusivamente sposa di Cristo, deve sottrarsi allo sguardo di altri possibili pretendenti e amanti. Essa vive quindi ritirata dal mondo, nel chiostro (claustrum, da cui derivano i termini claustrale, clausura), per essere sempre sotto lo sguardo di Dio e a lui solo piacere per la purezza e l’intensità dell’amore.

Il velo è una specie di clausura nella clausura, poiché anche all’interno del monastero la monaca ha uno stile di vita e un modo di relazionarsi con le altre claustrali molto riservato. Questa consuetudine non ha però nulla di opprimente, anzi il velo è molto caro alla monaca e da lei devotamente portato; lo bacia ogni volta che lo mette e che lo depone. Esso, distogliendola dal divagare con gli occhi, la aiuta a tenere lo sguardo del cuore più direttamente rivolto a Dio, nella contemplazione del suo volto sempre desiderato e cercato. Il velo è inoltre anche il segno del pudore che la nasconde, in certo senso, al suo stesso sposo.

Anticamente il velo era in uso anche di colore rosso, a significare che la vergine era stata riscattata dal sangue dello sposo, Cristo. Sulla base di questa testimonianza, nota l’autrice del volume, la monaca vive quindi in modo sublime il mistero nuziale e materno sul piano soprannaturale; il forte simbolismo del velo indica proprio la generosità e l’intensità con cui la claustrale fa dono di sé a Dio per tutti, rimanendo nascosta, per essere del tutto gratuita.

Il velo delle consacrate può essere acconciato in modo diverso e mutare nel colore e nel tessuto, indicando rispettivamente l’ordine di appartenenza, la funzione svolta dalla religiosa nella comunità o il momento della vita quotidiana.
Il colore dominante è stato storicamente il nero. 

Il velo bianco lo indossano le Serve di Maria, con tonaca (con cintura di cuoio), scapolare e cappa neri. Le Cistercensi all’inizio si vestivano di nero, passando poi a una tonaca di lana greggia naturale, scapolare nero, pantofole di panno dette socci, calze solate con cuoio o zoccoli: tuttavia il loro capitolo del 1481 concede pepli e casacche, purché non preziosi né plissettati. Ma niente veli di seta.

In ogni ordine religioso, esiste la consuetudine di adottare un abito per il coro e uno più semplice per l’uso domestico. Nell’abbigliamento casalingo il velo può essere tolto, restando i capelli semicoperti da una benda e dal soggolo. E anche nelle proprie camere le religiose sono dispensate dall’indossarlo. Il capo coperto è invece prescritto per la recita del breviario che avviene nel coro della chiesa interna, giacché si tratta di un atto solenne che esprime la riverenza dovuta al rapporto con Dio.

L’uso del velo in abito corale prevede un uguale sistema di copertura del capo, ma assai diverso può essere lo spessore della velatura. A fronte del sottilissimo tessuto nero delle benedettine di San Lorenzo, possiamo vedere lo scuro telo delle agostiniane di Santa Caterina di Venezia, documentato dall’immagine che il francescano Vincenzo Coronelli pubblicò nel suo Catalogo degli ordini religiosi in tre volumi, tra il 1707 e il 1715.

Storicamente nel chiostro tipologia e colore del velo, oltre che dell’abito, rivestivano un ruolo di riconoscimento: indicavano lo status delle monache nella struttura claustrale, distinguendo tra loro professe, con velo nero, e novizie, solitamente con velo bianco. Il velo è dunque anche indice di differenza di grado gerarchico.



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domenica 24 luglio 2016

LA STORIA DEI PANTALONI



I pantaloni sono un capo d'abbigliamento portato sulla parte inferiore del corpo, dove le due gambe sono coperte separatamente. Fanno parte dell'abbigliamento maschile, e con alcune differenze estetiche, di quello femminile.

Deve il suo nome a quello del personaggio della Commedia dell’arte, Pantalone, il cui costume porta queste culotte lunghe tipiche.

Storicamente i pantaloni sono legati alla storia della domesticazione del cavallo, essendo indispensabili per montare a cavallo. I pantaloni moderni saranno adottati verso il 1850 sotto il soprannome di "canna fumaria". Non si sono molto evoluti, tranne che sui dettagli, come l'aggiunta del lato posteriore sotto l'impulso di Edoardo VII del Regno-Unito nel 1909. È lo sport che ne popolarizzerà l'indossatura nell'ambiente femminile.

L'arte figurativa preistorica fa risalire l'uso dei pantaloni al Paleolitico superiore. Un esempio caratteristico si trova nelle statuette delle Veneri paleolitiche trovate nei siti siberiani di Malta e di Le Buret. Una parte del tessuto per coprire i genitali e delle bande trasversali ricordano molto i pantaloni portati dai popoli dell'Artico.

Due autentici pantaloni, muniti di copertura per i genitali, sono stati scoperti in Cina, in una tomba alla fine del deserto di Taklamakan : sono stati datati tra il XIII secolo e il X secolo a.C e utilizzati per l'equitazione.

La scoperta di Ötzi, una mummia molto ben conservata, ha permesso di osservare un uomo del Calcolitico indossare leggins in pelle attaccati con una corda alla cintura di un pareo.

Nell'Antichità la storia dei pantaloni è legata alla domesticazione del cavallo. Fanno la prima apparizione nell'ectonografia greca nel VI secolo a.C. I pantaloni, probabilmente portati da entrambi i sessi, sono attestati da degli scultori e da disegni degli Achemenide, nei Medi e Sciti iraniani, i Friginei, i Traci, i Daci, gli Armeni o gli Unni.

I greci antichi utilizzano i termini anaxyris per definire i pantaloni portati dai popoli dell'Est (pantaloni lunghi alla caviglia annodati con una corda) e sarabara per quelli portati dagli Sciti. Non portavano altri modelli, ad eccezion fatta dei loro schiavi, che utilizzavano dei pantaloni collat, perché i padroni li trovavano ridicoli, come attesta l'utilizzo del termine thúlakos (sacco), che si usa per i pantaloni larghi portati dai Persiani sotto le loro tuniche (segno del loro rango socialmente elevato) e degli altri popoli dell'Oriente.

La Repubblica Romana rinnega inizialmente i pantaloni, visti come un emblema dei Barbari. L'espansione dell'Impero Romano al di là del bacino del mediterraneo fece sì che i soldati romani a contatto con questi popoli riconoscessero l'utilità di questo capo che preserva il calore, ed è così progressivamente adottato nell'esercito romano e poi si generalizzò nella società civile III secolo. Due tipi di pantaloni erano in uso: i feminalia (che proteggeva i femori), che si adottò perfettamente ed erano generalmente corti o a metà polpaccio e i femoralia, pantaloni ampi legati alla caviglia. Questi due capi d'abbigliamento, che sono sia in pelle che in lana, cotone o in seta, sono usati inizialmente dai Celti poi si videro usati dai Persiani del Medio-Oriente e dai Teutonici.

In Cina antica, i pantaloni erano portati solo dalla cavalleria. Dopo, furono introdotti dal re Wu di Zhao nel 375 a.C., copiando il costume dei cavalieri turco-mongoli della frontiera settentrionale della Cina.
Le tombe di Yanghai sono un antico, vasto cimitero attribuito alla popolazione cinese Gushi, che si estende per 54 mila metri quadrati di superficie.

Il clima caldo e asciutto dell'area ha contribuito a preservare corpi e manufatti risalenti a migliaia di anni fa.

Prima di quell'epoca gli abitanti della zona si coprivano con tuniche, toghe e mantelli, lunghe vesti perfette per camminare, ma scomode una volta saliti in sella.

«Durante i normali movimenti quotidiani la parte interna della gamba e il cavallo non sono esposti a costante frizione: questo diviene un problema solo quando si cavalca ogni giorno» spiega Mayke Wagner del German Archaeological Institute di Berlino, tra gli scopritori dei pantaloni.

La scoperta avvalora l'ipotesi che ad inventare i pantaloni siano stati pastori nomadi capaci di cavalcare, e che l'innovativo tipo di abbigliamento si sia diffuso nella regione dello Xinjiang grazie a popoli a cavallo - allevatori o forse guerrieri. Nella tomba in cui è stato trovato il reperto, appartenente a due uomini sui 40 anni, sono stati rinvenuti anche una frusta, un morso per cavallo in legno, un'ascia da battaglia e un arco. La datazione è compatibile con le attuali teorie sulla nascita delle prime cavalcate, databili intorno a 4 mila anni fa.

Gli antichi pantaloni sono fatti di tre diversi pezzi di stoffa cuciti l'uno all'altro, uno per ogni gamba e uno per il cavallo: quest'ultimo è realizzato con un tessuto diverso e più resistente, con pieghe lasciate appositamente un po' lasse (per facilitare la salita in sella e non stringere durante la cavalcata) come alcuni pantaloni che vanno di moda oggi.

I calzoni - ipotizzano gli archeologi - dovevano risultare abbastanza scomodi una volta scesi dal destriero. Ma erano comunque, per l'epoca, finemente decorati con motivi geometrici su entrambe le gambe. «Tendiamo a sottostimare i tentativi ornamentali di migliaia di anni fa, perché raramente se ne conserva traccia» spiega Wagner «ma anche all'epoca i vestiti si distinguevano anche per stile e aspetto estetico, e non solo per comodità».

I pantaloni sono stati introdotti in Europa occidentale a più riprese nel corso della storia, specialmente dagli Ungheresi e i Turchi dell'Impero ottomano ma sono diventati comuni soltanto a partire dal XVI secolo.

I pantaloni traggono origine da quelli alla zuava portati dagli uomini del XV secolo. I pantaloni alla zuava erano facili da fabbricare e fissare con dei lacci. Ma poco a poco, i pantaloni alla zuava, sul davanti, lasciarono una grande apertura per i bisogni sanitari. Inizialmente, i bottoni scendevano fino al ginocchio, coprendo il bacino. Ma con l'evoluzione della moda, i bottoni diventano più corti, e diventa necessario per gli uomini coprire le loro parti genitali con una cerniera, che fu aggiunta ai pantaloni alla fine del XVI secolo.

Nel 1788, durante la Rivoluzione francese, coloro che portavano i pantaloni, chi lavorava per il popolo, si sono distinti sotto il nome di Sanculotti, in opposizione a coloro che portavano le culotte, che erano aristocratiche e borghesi. Diventò in seguito una tendenza rivoluzionaria.

Ma è a partire dal 1830 che i pantaloni furono veramente accettati e portati come capo d'abbigliamento da città.

Questo stile fu introdotto in Inghilterra all'inizio del XIX secolo, probabilmente da Beau Brummell, e divenne il capo più portato dalla metà del secolo.
L’eleganza maschile, semplice ma elitaria e aristocratica, all’inizio del nuovo secolo è improntata alla moda inglese e il Principe di Galles, Edoardo VII dal 1901 re d’Inghilterra, ne è l’arbitro. Inaugurò la moda del risvolto quando, visitando le scuderie di Ascot, si rimboccò l’orlo dei pantaloni per non inzaccherarli e dimenticò poi di metterli a posto; a lui si deve anche l’uso di tenere slacciato l’ultimo bottone del gilet, da cui deriva la foggia delle due punte sul mezzo davanti. In fatto di moda
maschile gli esempi del Principe di Galles venivano immediatamente seguiti e consacrati all’ultima moda. La consuetudine inglese raccomandava il completo giacca, pantalone,  gilet; il pantalone continua ad essere tagliato in quattro pezzi, dotato di un risvolto al fondo, riservato esclusivamente ai modelli da mattina, e di una piega tenacemente stirata, nel mezzo davanti e dietro di ogni gamba, che conferiva una linea secca, precisa ed elegante. Le bretelle contribuivano a tenere in forma il pantalone, erano rigorosamente nascoste sotto il gilet, come la parte alta dei pantaloni, perché considerate un accessorio intimo.
Ai completi formali composti da finanziera e pantaloni grigi, si contrappongono mises adeguatamente studiate per poter praticare lo sport.
Dall’Inghilterra, insieme alla giacca Norfolk, monopetto e allacciata molto alta, collo con piccoli revers e cintura incorporata, si diffondono i knickerbockers, pantaloni che si chiudono sotto al ginocchio con una fascetta e due bottoni, o una fibbia di metallo. Sono in tessuto di lana dall’aspetto rustico, quasi sempre assortito alla giacca, e si portano con calzettoni di lana e ghette; sono indossati dagli uomini che vanno in bicicletta, scalano monti, cacciano, pescano, giocano a golf. La versione americana viene chiamata plus-fours, poiché il modello è allungato di quattro pollici in nome di una più comoda vestibilità.
D’estate gli sportivi che giocano a tennis, fanno canottaggio, veleggiano con gli yacht da diporto e affollano le stazioni balneari della mondanità internazionale, hanno un guardaroba fornitissimo di pantaloni diritti, appena più larghi di quelli da sera, in lino bianco, in flanella panna o avorio, abbinate ai cardigan blu  marina e all’immancabile paglietta.
I marinai hanno giocato un ruolo nella diffusione dei pantaloni nel mondo. Nel XVII e XVIII secolo, i marinai portavano dei pantaloni larghi chiamati galligaskins. I marinai sono stati inoltre i primi a portare i jeans. Questi ultimi diventarono popolari alla fine del XIX secolo nell'America dell'Ovest, per la loro resistenza e longevità.

È in Persia che troviamo i primi pantaloni femminili. In Europa, i pantaloni per donna non diventano di moda fino al XX secolo. Prima, a causa delle proibizioni religiose e i valori attribuiti a ciascun genere (coraggio per l'uomo, pudore per la donna) s'imponeva la differenza sessuale nell'abbigliamento, e portare i pantaloni per le donne era proibito e condannato.



In Francia, durante la Rivoluzione, un'ordinanza del prefetto della Polizia di Parigi del 16 brumaio anno IX (7 novembre 1800) regolamentò l'utilizzo dei pantaloni per le donne, impose a quelle che volevano vestirsi con abiti maschili nei 81 comuni del dipartimento della Senna e i comuni di Saint-Cloud, Sèvres e Meudon di presentarsi alla prefettura di polizia per essere autorizzate. Quest'autorizzazione non poteva essere concessa che per motivi medici. Contrariamente a ciò che si è spesso affermato, nessuna legge ha generalizzato questa restrizione.

Due circolari prefettizie (1892 e 1909) attenuato il bando, autorizzarono l'uso di pantaloni femminili se la donna teneva per mano il manubrio della bicicletta o le redini di un cavallo. Poco tempo dopo, le donne non portarono i pantaloni, seguita dall'affermazione popolare «una donna che porta i pantaloni è una donna che si porta male» perché «una donna onesta ha le ginocchia sporche». Alcune donne nel corso del XIX secolo, portarono i pantaloni, artiste come Rose Bonheur o George Sand, che beneficiarono di una relativa complicità delle autorità.

Ma è la pratica dello sport come l'alpinismo o il ciclismo che hanno allargato l'uso dei pantaloni. C'erano sempre delle resistenze: nel 1930, alla campionessa olimpica Violette Morris fu respinto il suo ricorso contro la Federazione femminile sportiva di Francia che l'aveva rimosse a causa del suo comportamento e del suo abbigliamento maschile, giudicando "deplorevole" l'esempio che lei dava alla gioventù.

I pantaloni non erano tollerati tranne nel caso che le donne facessero un mestiere da uomo. Così, in Inghilterra, le donne che lavoravano nelle miniere di carbone di Wigan furono tra le prima a portare i pantaloni per compiere il loro lavoro pericoloso. Portavano una tuta al di sotto dei pantaloni, ma questa tuta era avvolta fino alla vita per non rovinare i loro movimenti. La loro divisa scioccò la società vittoriana dell'epoca. Nell'Ovest dell'America, nel XIX secolo, le donne lavoravano nei ranch portando i pantaloni per poter cavalcare.

All'inizio del XX secolo, aviatrici e donne attive incominciarono a portarli. Tre attrici celebri, Marlène Dietrich, Greta Garbo e Katharine Hepburn, portavano volentieri i pantaloni, vedere lo smoking, ad Hollywood negli anni 1930, scioccò molto l'America puritana e in crisi, ma le prime due furono considerate dalla stampa femminile come le rappresentanti di una sofisticazione europea un po' esotica, poiché l'anticonformismo di Katharine Hepburn era mal giudicato. Ma questa contribuì più progressivamente a democratizzare una capo "maschile" per le donne "ordinarie".

Durante la Prima Guerra Mondiale e la Seconda Guerra Mondiale, le donne lavoravano nelle fabbriche o eseguivano altri "lavori per uomini" e cominciarono a portare i vestiti civili dei loro mariti mobilizzati, compresi i pantaloni. Nel dopo-guerra, i pantaloni sono diventati un capo di tendenza accettato per il giardinaggio, la spiaggia, e le altre attività di piacere.

Le nuove generazioni degli anni Sessanta rifiutano i modelli esistenti e cercano forme nuove, di rottura con il passato. Il veicolo principale di questo contagio è la musica rock inglese e americana, impersonata da gruppi e cantanti che rompono con le tradizioni attraverso le parole, i suoni delle loro canzoni, i comportamenti  e il look. E poiché questi cantanti sono per lo più uomini, è proprio l’abbigliamento maschile quello che per primo subisce le più traumatiche trasformazioni. I teddy boys e i motociclisti sulle Harley Davidson indossano pantaloni di cuoio nero tenuti da un cinturone torchiato, infilati negli stivali. I pantaloni di pelle hanno conservato, dai loro lontani antenati persiani, un aspetto maschio e virile, e nell’abbigliamento dei “centauri selvaggi”, reso celebre da films come The Wild One e Easy Rider, hanno assunto valenze simbolico-feticiste dichiarando gli istinti aggressivi di chi li indossa.
A Londra i giovani trovano la loro identificazione specchiandosi nei Beatles: indossano pantaloni newedwardians, ispirati ai modelli italiani, in colori sobri e scuri, alternati a tartan, camicie dai colli alti e si spostano in Vespa o Lambretta: in Carnaby Street le piccole sartorie assecondano l’influenza dell’Italian look.
Jeans attillati, capelli lunghi, stivaletti, maglie a righe diventano la mise giovanile di strada: è dal Settecento che l’uomo non dava di sé  un’immagine tanto vistosa e sessualmente provocatoria, arrivando a mettere in ombra la figura femminile.
L’ideologia femminista e la rivalsa della parità sessuale nella generazione degli anni Sessanta portano al fenomeno del tutto nuovo dell’unisex: le ragazze cominciano ad indossare gli stessi capi dei coetanei maschi, pantaloni e magliette attillate accompagnate da un trucco marcato, capelli lunghi e cotonati.
Ragazzi e ragazze si scambiano pullover e maglioncini corti in vita, camicie, giacche e pantaloni colorati.
Immancabili i jeans, diritti o affusolati, di velluto liscio o a coste, così stretti che per chiuderli con la zip è consigliato sdraiarsi sul letto e trattenere il respiro.
Poi il pantalone scende sotto il punto vita, stretto al bacino e nella coscia, si allarga sotto il ginocchio a zampa di elefante, secondo i dettami del look delle rock stars del momento. Durante gli anni settanta la linea maschile subisce un mutamento d’immagine: diviene più smilza e il corpo più fasciato.
Superate le stravaganze della contestazione, verso la metà del decennio Settanta-Ottanta
ritornano modelli di pantaloni a quattro pinces con tasche tagliate in diagonale, a gamba larga ma non più scampanata.
Le stesse linee dei pantaloni maschili diventano parte integrante del guardaroba femminile per l’abbigliamento sia casual sia formale.
Risale al 1966 la proposta di Yves Saint Laurent dello smoking da donna e la comparsa del tailleur pantalone nell’uso comune in versione da giorno, lavorato in velluto rasato, a coste, in tweed e da sera in georgette o fibre di seta.
Negli anni Ottanta la battaglia dei pantaloni per le donne è stata del tutto vinta: il tailleur giacca e pantalone al femminile emula l’immagine dello yuppie, formale e in carriera. I calzoni valorizzano la figura e sottolineano le gambe sia nei modelli ampi, sciolti e morbidi, realizzati in tessuti leggeri, sia nei modelli a tubo più corti con spacchetti o nei pantacollant aderenti e in lycra.
La versione corta, modulata in tutte le lunghezze e realizzata in tutti i materiali, compare nell’abbigliamento casual, sportivo, giovanile, e nei completi giacca e shorts in versione trendy.
Negli ultimi vent’anni, i pantaloni vengono presentati nella moda femminile in svariati e fantasiosi modelli, di atmosfera classica maschile, country, etnica, elegante, sofisticati, trasparenti e sexy, immancabili i jeans in tutte le lavorazioni. Oggi sono una tipologia indispensabile nel guardaroba femminile, e di uso corrente, al punto da essere il capo più amato e utilizzato dalle donne di tutte le generazioni, tanto da diventare i veri protagonisti delle collezioni di prèt à porter.

Nel 2003, il deputato Jean-Yves Hugon che proponeva l'abrogazione di questa legge francese, si è sentito rispondere dal ministro delegato alla Parità e Uguaglianza professionale, Nicole Ameline, che in questo genere di casi, lasciare una legge non applicata è meglio che fare adottare un testo abrogato. Nel settembre 2010,i consigli municipali di Parigi, alla domanda degli eletti Verdi e Comunisti, fanno la stessa domanda e viene loro risposto dal prefetto, che lui ha meglio da fare che occuparsi di archeologia legislativa. Nel 2013, in risposta ad una domanda simile di un senatore, Alain Houpert, il ministro dei Diritti delle Donne constata l'abrogazione implicita dell'ordinanza, dal fatto della sua incompatibilità «...con i principi d'uguaglianza tra le donne e gli uomini che sono scritti nella Costituzione e gli impegni europei della Francia».

Nel Sudan, la legge che vieta l'uso del capo d'abbigliamento indecente è interpretata dalle autorità sudanesi come un divieto dell'uso dei pantaloni per le donne e chiunque di loro li indossi è punita con quaranta colpi di frusta.

Nel corso dei secoli, alcuni termini, oggi obsoleti, sono stati utilizzati per definire i pantaloni:
i braies, portati dai Celti e dai Germani, composti da due gambe indipendenti la cui parte alta si avvolgeva sul bacino;
la rhingrave, una sorta di jupe-culotte maschile del XVI secolo, plissettata e ornata di pizzo;
i pantaloni alla zuava, pantaloni del X secolo, che risalgono fino alla vita;
la culotte che, nel XVIII secolo, scendeva fino al ginocchio.

I pantaloni possono essere classificati secondo la loro lunghezza. Si parla di :
short, quando la gamba si ferma a metà coscia;
bermuda, quando la gamba si ferma al di-sopra del ginocchio;
pantaloncini, per pantaloni stretti la cui gamba si ferma al di-sotto del ginocchio (così come per i ciclisti).
Un gran numero di materiali possono essere utilizzati nella produzione di pantaloni:
la tela così come il lino sono destinati ad essere portati in estate;
il velluto è destinato ad essere portato in inverno;
il denim, utilizzato nella produzione di blue jeans;
la pelle;
la gomma, il lattice o il vinile;
tessuti elastici, come l'elastane (lycra), utilizzati nella produzione di leggins o pantaloni fuseau.

I pantaloni si classificano secondo tre altezze di vita :
pantaloni a vita alta, la cui cintura arriva all'altezza della giro vita ;
pantaloni a vita giù (o abbassata), la cui cintura arriva a 3 o a 4 cm sotto il giro vita.
pantaloni a vita bassa, la cui cintura arriva a 5 o a 6 cm sotto il giro vita. Il baggy appartiene a questa categoria, il quale è spesso realizzato con taglio dritto, molto largo dei fianchi fino alla base dei pantaloni.

Numerosi termini permettono di qualificare la forma e il taglio dei pantaloni:
Pantaloni affusolati : pantaloni molto rettificati la cui base si ristringe.
Pantaloni regular fit : pantaloni il cui taglio è dritto.
Pantaloni relaxed fit : pantaloni i cui fianchi sono molto abbondanti.
Pantaloni slim o sigaretta : pantaloni stretti.
Pantaloni skinny : pantaloni molto stretti, assomiglia molto ai leggins
Pantaloni oversize : pantaloni molto larghi.
Pantaloni bootcut : pantaloni le cui gambe sono svasate a partire dal polpaccio.
Pantaloni flare : pantaloni le cui gambe sono svasate a partire dal ginocchio.
Pantaloni extra-flare : pantaloni più svasati di quello flare
Pantaloni a zampa di elefante: pantaloni della moda degli anni 1970, stretti in alto e sui fianchi, terminano in un tubo molto largo sulle caviglie. Ridiventati di moda negli anni 2010.
Pantaloni a pieghe: pantaloni con delle pieghe fatto a ferro caldo.
Pantaloni a clip : pantaloni con una cucitura sul fianco che creano una piega lungo l'intera lunghezza o larghezza con freccette nella parte anteriore. Sono stati inventati negli anni 1920-1930 «...in un momento in cui abbiamo cercato di amplificare il contrasto tra una grande e una dimensione molto stretto coscia per dare la larghezza e profondità alla gamba», osserva Le Figaro Magazine coniugati a una vita alta e larghe spalle di giacca per dare una parte centrale. Le clip posso essere fino a tre. Questi pantaloni erano un capo standard degli anni 1940 prima di cadere in disuso, specialmente a causa dei costumi, i cui tessuti sono divenuti più fini e supportano meno la piega e di fatto i pantaloni si portano ora più stretti.

I pantaloni si formano spesso con una chiusura a cerniera o con dei bottoni, situati sul davanti.

Possono anche essere chiusi sui fianchi attraverso un punto, un pezzo di tessuto che si attacca alla vita mediante bottoni.

Alcuni modelli di pantaloni femminili hanno la chiusura posteriore.

Infine, alcuni pantaloni si mantengono con un elastico all'anca. È il caso dei pantaloni sportivi, come il jogging.

La maggior parte dei pantaloni sono muniti di passante, al fine di poterci infilare una cintura.

I pantaloni sono all'origine dei soprannomi, per esempio in bretone, Maryann ar Bragou o Marianne le pantalon ("Marianna pantaloni"), soprannome di una moglie-amante. Come "portare le culotte, cioè "portare i pantaloni", si dice di una donna che comanda la casa.
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sabato 6 febbraio 2016

GLI ASSORBENTI



L’argomento mestruazioni è sempre stato tabù.

Le donne però hanno sempre mestruato, anche se molto meno di adesso, considerando che venivano trascorsi periodi molto lunghi nelle numerose gravidanze e successivi allattamenti, necessarie per proseguire la specie, considerando l’altissima mortalità infantile (oltre alla mortalità materna al momento del parto).

Le donne egizie utilizzavano papiro ammorbidito per creare assorbenti interni. Nella Grecia antica, gli assorbenti interni venivano fatti in casa con garza avvolta attorno a piccoli pezzetti di legno. Presso gli antichi romani, assorbenti esterni o interni erano fatti di morbida lana. In altre parti del mondo carta, muschio, lana, pelli animali ed erba sono stati utilizzati per escogitare modi di assorbire il flusso mestruale.
La protezione mestruale più semplice era fatta con tamponi rudimentali fatti con spugne, foglie e fibre vegetali prima (per esempio le pioniere americane usavano i fiori di cotone per la loro assorbenza) e poi con stracci e, per le donne più ricche, appositi avanzi di tessuto. Gli storici discutono però di come facessero le contadine a mantenere al loro posto questi antenati degli assorbenti, perché la mutanda, come la conosciamo noi, è rimasto indumento ignoto alle donne contadine, anche italiane, fino alla fine dell'Ottocento: probabilmente venivano fermati e legati a cinture tenute intorno alla vita sotto le gonne.  Ancora le nostre nonne e bisnonne preparavano per i loro corredi delle “pezze” apposite, sagomate in cotone, lino o canapa, magari ricamate con le proprie cifre (se dovevano essere mandate a lavare fuori) con occhielli per fermarle ad apposite cinture.



Dal punto di vista antropologico è interessante notare come in tutte le religioni e le culture le donne mestruate venissero considerate “da tenere da parte”: i numerosi tabù delle civiltà contadine, presenti anche nelle nostre campagne fino a pochi decenni fa  (le donne mestruate fanno inacidire le conserve e danneggiano le piante), se non altro permettevano alle donne di essere esentate almeno per alcuni giorni al mese da particolari incombenze.

Naturalmente l’evoluzione degli assorbenti femminili è parallela a quella dei pannolini per bambini: il passaggio epocale ai prodotti commerciali usa e getta risale alla fine dell’Ottocento in Germania e poi negli Stati Uniti, nonostante l’impatto ambientale cui si è iniziato a pensare molto più tardi ha comunque semplificato e facilitato enormemente la vita delle donne. Sembra che siano state le infermiere americane durante la Grande Guerra a sperimentare l’uso delle bende di cellulosa e cotone e quindi ad aver davvero lanciato su grande scala l’invenzione degli assorbenti usa e getta, seguiti poi negli anni Trenta dai tamponi interni, pare inventati da un medico americano per la moglie ballerina. In Europa però arrivano solo a cavallo della Seconda Guerra Mondiale e in Italia decisamente dopo. I primi erano senza adesivo e da firmare con spille, fatti solo da cotone idrofilo pressato avvolto in una reticella, molto ingombranti e non certo pubblicizzati su giornali e sulla televisione. Anche oggi comunque, se ci fate caso, tutti i liquidi usati per le pubblicità di assorbenti sono azzurri, probabilmente perché il rosso del sangue è ancora un tabù e fa paura!

Nel 1950 avviene un importante sviluppo tecnico: la macchina annodatrice automatica introdotta a Falkenberg, in Svezia, rivoluziona il prodotto, che finalmente non dovrà più essere annodato a mano.
Nel 1960 l'assorbente diventa finalmente adesivo, abolendo l'esigenza di una cintura speciale e la superficie viene considerevolmente migliorata e resa super asciutta.
Nel 1980 viene introdotto l'involucro singolo, in modo tale che le donne potessero portare sempre con sè nella borsetta un assorbente.
Dagli anni 90 gli assorbenti migliorano di anno in anno. Vengono introdotte le "ali", lo spessore diminuisce sempre di più, l'evoluzione continua in modo tale che diventino sempre più adattabili al corpo e ai movimenti.

Attualmente ci sono una varietà di prodotti da cui le donne possono scegliere: assorbenti esterni, rivestimenti, assorbenti interni, e coppette mestruali. Considerando che in alcune zone del mondo le donne devono ancora isolarsi durante le mestruazioni a causa di norme religiose e/o culturali, la gamma di prodotti per l’igiene femminile cui la maggior parte delle donne ha facile accesso oggi ha davvero avuto un effetto liberatorio.



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giovedì 28 gennaio 2016

CASALINGHE E DIPENDENZE

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Giovani, casalinghe, pensionati, disoccupati. La dipendenza non conosce classi.

Il fenomeno non è recente, ma solo da qualche anno è stato riconosciuto e diventato oggetto di studi. La dipendenza da “soap opera” o da “telenovela” è qualcosa di diverso dalla semplice dipendenza televisiva, agendo profondamente sull’inconscio di chi ne resta vittima, con conseguenze che possono rivelarsi gravi, soprattutto sul piano relazionale e sfociando talvolta in patologie.
A differenza di altri prodotti televisivi, come i telefilm o le cosiddette “situation comedy”, le soap operas portano in se elementi che agiscono a livello inconscio nello spettatore, favorendo una dipendenza dalla quale non è facile liberarsi, anche perché raramente riconosciuta e più spesso mantenuta nascosta (o sottodimensionata) dal “dipendente”.

Il termine “soap opera” significa letteralmente “opera saponetta” , con riferimento alla tipologia delle sponsorizzazioni che ne hanno accompagnato la nascita e lo sviluppo. La prima soap opera della storia andò in onda su una emittente radiofonica americana nel gennaio 1931: “Clara, Lu’n Em” era una storia a puntate incentrata sulla vita quotidiana di tre donne, Clara, Lu ed Emma ed era sponsorizzata da una azienda, la Colgate-Palmolive-Peet specializzata in prodotti per la casa e per l’igiene personale. La principale azienda impegnata nella diffusione del genere fu però la Procter & Gamble, il cui dirigente Neil McElroy (diventato in seguito segretario alla Difesa del governo statunitense) viene considerato l’inventore della soap opera nella sua forma televisiva, un serial pensato espressamente per essere interrotto frequentemente da pubblicità, quasi sempre di detersivi, anche in considerazione del target di riferimento, che per molti anni è stato costituito in larga parte da casalinghe. La Procter & Gamble, azienda leader nel campo della comunicazione commerciale e pubblicitaria, sponsorizzò tra gli altri la trasmissione radiofonica “The Guiding Light” che iniziata nel 1937 sarebbe migrata in televisione nel 1952 e qui sopravvissuta fino ai giorni nostri (in Italia viene trasmessa con il titolo “Sentieri”), guadagnandosi il primato della serie più longeva di tutti i tempi. Non fu, tuttavia la prima soap opera ad andare in onda in televisione, primato che spetta alla serie “Faraway Hill” (1946), a cadenza settimanale e a “These Are My Children” (1949), la prima ad andare in onda tutti i giorni, per quindici minuti. Tra il 1940 e il 1970, le soap operas hanno trovato un pubblico sempre più numeroso e fedele fino al vero e proprio “boom” degli anni ’80 durante i quali la popolarità raggiunta da alcuni personaggi della serie – e di conseguenza delle situazioni che li vedevano protagonisti – ha permesso ad una soap opera come “General Hospital” (trasmessa anche in Italia) di raggiungere punte di oltre 30 milioni di telespettatori. Dopo gli anni ’80 il fenomeno, dal punto di vista produttivo, si è notevolmente ridimensionato in virtù dell’emancipazione femminile e della necessità da parte della donna di contribuire all’economia familiare, trascorrendo così sempre meno tempo in casa. Già dalla metà degli anni ‘70, però, le soap opera venivano esportate con successo fuori dagli Stati Uniti ove, come in Italia, iniziavano a trasmettere le emittenti televisive commerciali, introducendo la pratica dell’interruzione pubblicitaria, linfa vitale delle soap operas dal punto di vista produttivo. Nello stesso periodo, facevano la loro apparizione in Italia le telenovelas di produzione sudamericana, anch’esse di origine radiofonica (“radionovelas”) e prodotte fin dal 1951 in Paesi come Cuba, Messico e Brasile, anche qui sponsorizzate da ditte di prodotti per la pulizia e l’igiene personale ma destinate, al contrario di quelle statunitensi, alla fascia oraria del “prime time”, godendo quindi di un pubblico molto più eterogeneo che non le casalinghe. Benché in seguito prodotte e realizzate in quasi tutti i Paesi dell’America Latina, le “telenovele” che avrebbero conosciuto maggiore diffusione fuori dai confini patri sono quella brasiliane, che facendo leva sulle sensibilità comuni e affrancandosi da riferimenti troppo marcati alle situazioni socioculturali del Paese di appartenenza hanno finito per essere le più esportate del mondo, in particolare in Africa e in Europa.



Entrambi i prodotti – soap operas e telenovelas – sono riconducibili, dal punto narrativo, al genere del melodramma e la differenza tra loro, a parte le ambientazioni, sono da ricercare nelle finalità nell’uso dei sentimenti umani. Nelle soap operas, infatti, le traversie sentimentali dei personaggi (elemento basilare di entrambe le tipologie) hanno il solo scopo di movimentare la storia dal punto di vista spettacolare, in un contesto in cui agiscono fortemente altri elementi, come il dramma familiare, la competizione  professionale ecc. Nelle telenovelas i sentimenti si pongono al centro delle vicende, condizionando le azioni dei personaggi caratterizzati per la loro perenne infelicità ed incapacità di realizzarsi sentimentalmente. Esse, inoltre, sono spesso ambientate in epoche lontane, in gran parte nell’Ottocento mentre le soap opera sono quasi esclusivamente di ambientazione moderna.
Non sono questi, tuttavia, gli elementi che favoriscono la dipendenza dello spettatore. Il più importante è quello di essere dei prodotti seriali, strutturati cioè in brevi puntate che vanno in onda regolarmente, ogni giorno, alla stessa ora. Rispetto alla serialità, la differenza tra soap operas e telenovelas è che le seconde difficilmente durano più di una stagione, strutturate come sono in 200-250 puntate. Le “soap opera”, invece, non hanno una durata complessiva predeterminata e possono andare avanti anche per molti anni, cessando le trasmissioni solo a fronte di una significativa perdita di spettatori. La presenza di un’offerta elevata delle une e delle altre, fa sì che i suoi utenti (per lo più di sesso femminile, con un’alta percentuale di anziani) seguano anche più di una soap opera o “telenovela”,ma difficilmente potranno sviluppare forme di dipendenza nei confronti di un numero superiore a due prodotti.
Le trame delle “soap operas” e delle telenovelas sono concepite per attirare in tempi estremamente brevi l’affezione dello spettatore per il prodotto. In seguito, pur conservando caratteristiche di semplicità e immediatezza nello svolgimento, si svolgeranno in modo tale da mantenere sempre desta l’attenzione dello spettatore, soprattutto in prossimità delle interruzioni pubblicitarie, che non dovranno indurre a cambiare canale.

La dipendenza, dunque, viene sollecitata dalla regolarità con la quale si seguono le vicende delle soap operas, tanto che anche la perdita di un singolo episodio può provocare dei “sintomi di privazione”. I segnali più allarmanti di un’eventuale dipendenza, però, si rivelano in occasione dei fine settimana, durante i quali viene sospesa la loro programmazione. Se lo spettatore più “organizzato” potrà ricorrere al videoregistratore rivedendosi qualche puntata e mantenendo quindi il “contatto” con l’oggetto della sua dipendenza, gli altri dovranno fare i conti con fenomeni quali forti stati di ansia, agitazione e scollamento dalla vita reale. Le trame delle soap operas saranno sempre al centro dei loro pensieri, perché più semplici da gestire mentalmente che non i problemi della vita di tutti i giorni. L’empatia con i protagonisti, quindi, provocherà nel tempo uno stato confusionale per il quale lo spettatore non saprà più distinguere la finzione dalla realtà, arrivando a pensare che i personaggi delle soap operas vivano per davvero ciò che accade nel piccolo schermo. E finendo quindi per partecipare emozionalmente alle loro traversie, più di quanto sia lecito aspettarsi da uno spettatore comune, tanto più se un personaggio presenta elementi caratteriali che fanno scattare meccanismi di identificazione.

Più in generale, l’ossessione per una soap opera può provocare danni molto gravi sul piano relazionale, guastando irrimediabilmente i rapporti con amici, colleghi o familiari.

Il doppio lavoro con i suoi multipli ruoli, la nascita e la cura  di uno o più figli; il conflitto con il partner con  eventi o meno di violenza, separazione, perdita; il distacco dai figli; la perdita del lavoro del coniuge o il pensionamento, la cura degli anziani e dei malati (suoceri e genitori).

Questi eventi  sono occasioni   intorno alle quali si concretizzano i fattori di rischio tipici della vita di una donna:
-la presenza di un sovraccarico, ovvero l'eccesso di compiti e di fatica connessa;
-la dipendenza , ovvero l'impossibilità al cambiamento delle relazioni;
- il senso di  fallimento di un progetto di realizzazione personale pensato intorno alla relazione con l'altro (partner, figli) accompagnato dal vissuto depressivo ( allora...non sono capace, non valgo, ecc).

Questi eventi tipici della vita della donna possono definire una  serie di "sindromi della vita quotidiana femminile" che sono alla base della depressione:
sindrome risarcitoria  e dipendenza dal partner:  il fallimento della relazione di supporto e confidenza  all'interno della coppia;
sindrome emancipazionistica e dipendenza dal lavoro familiare:  il fallimento dell'armonizzazione dei ruoli familiari ed extra-familiari;
sindrome del focolare e dipendenza dal lavoro familiare: il fallimento della realizzazione di una soddisfazione personale nel progetto di una famiglia unita ed autarchica ;
sindrome dello svincolo e dipendenza dal partner dipendente: il fallimento di un progetto di autonomia dalla famiglia di origine  del partner;
sindrome della maternità e dipendenza dal modello materno: il fallimento di un rapporto materno risarcitorio ed alternativo (compensativo e diverso da quello sperimentato nella propria storia infantile-adolescenziale).
sindrome del nido vuoto e dipendenza dai figli: il fallimento di un progetto di realizzazione personale attraverso i figli (la mancata realizzazione di un rapporto di prolungamento di sè nei figli).

LEGGI ANCHE : http://pulitiss.blogspot.it/2015/02/noi-casalinghe.html




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martedì 19 gennaio 2016

L'ARROTINO



“Donne, è arrivato l’arrotino. Arrota coltelli, forbici, forbicine, forbici da seta, coltelli da prosciutto. Ripariamo cucine a gasse, abbiamo tutti i pezzi di ricambio per le cucine a gasse. Se avete perdite di gasse noi le aggiustiamo, se la vostra cucina fa fumo, noi togliamo il fumo dalla vostra cucina a gasse“.

Gli arrotini di una volta, quelli con il carretto ambulante o il furgoncino con l’altoparlante. Oggi non ci sono più nemmeno le cucine “a gasse”, i coltelli rotti si buttano, quelli da prosciutto e le forbici da seta ormai chi se li ricorda più.

Spinto dal bisogno economico, l'arrotino andava ampliando gradualmente il territorio del suo lavoro per la ricerca di nuovi mercati di lavoro. Camminando a piedi e spingendo contemporaneamente la carretta, l'arrotino svolgeva il proprio mestiere spostandosi con una sorta di biciclo-carretto dotato di una grossa ruota di legno, rivestita da un cerchione di ferro, oppure portando in spalla gli attrezzi del mestiere. Il carretto, una volta giunto sul luogo di lavoro, veniva letteralmente ribaltato su sé stesso e si trasformava nello strumento di lavoro. Alla ruota veniva agganciato un pedale con vari snodi, veniva fissata la cinghia di trasmissione del movimento alla mola e su una parte sporgente del carretto, fissava poi un secchiello con dell'acqua che sgocciolava sulla mola mediante un piccolo rubinetto dosatore, con funzioni di lubrificante. Col bello o col cattivo tempo era sempre in cammino da un paese all'altro in cerca di lavoro. Era faticoso farsi una clientela, difficile crearsi una zona di lavoro propria e difendere il proprio territorio dalla concorrenza di altri arrotini, per tali ragioni occorreva affinare il proprio mestiere e mantenere prezzi competitivi. Fino agli anni '60 l'esercizio di questo mestiere comportava molti sacrifici. L'arrotino mangiava di solito al sacco in una piazza, poche volte si rifocillava con un piatto caldo, ogni sera era alla ricerca di un alloggio per la notte, di solito un mucchio di fieno o di paglia infilati in un sacco di tela. Faceva le pulizie personali nell'acqua di una fontana o di un ruscello e tornava a casa poche volte all'anno, per Pasqua e Natale, per il taglio del fieno, per la nascita di un figlio o ... per la morte di un parente. Era triste per loro non avere una famiglia da ritrovare la sera. Dopo gli anni '60 per l'arrotino la situazione migliorò, la sola mola fu sostituita dalla bicicletta: sul davanti vi era applicata una ruota in pietra, collegata ai pedali con una cinghia; per arrotare un utensile, l'arrotino imprimeva alla ruota un movimento ben ritmato e continuo e con abili gesti delle mani lo passava sulla mola fino a che la lama non diventava tagliente. Poi la bicicletta fu sostituita a sua volta dalla moto (vespa o lambretta), successivamente dal furgoncino a tre ruote a motore, nel cui vano portabagagli vi erano una o più mole collegate all'albero di trasmissione e altre cose che potevano servire per il proprio lavoro. Questo aspetto permetteva agli arrotini di proporsi per rimettere a nuovo, oltre ai classici coltelli, praticamente ogni tipo di lama come forbici di grandi o piccole dimensioni o prodotti d'acciaio come le forbici da seta (molto più difficili da arrotare e per le quali serve una mola molto veloce e una smerigliatrice) o dal filo particolarmente sottile come i coltelli da prosciutto. Usufruiva di almeno un pasto caldo al giorno in mensa, individualmente oppure in comune con altre persone aveva un locale o due per la notte, qualcuno cominciò anche a portare la propria famiglia nella zona di lavoro. Successivamente aprì una bottega, cessando quasi completamente di fare l'ambulante e riunì la propria famiglia accasandosi sul posto di lavoro, diventando un vero commerciante con un luogo fisso di lavoro.



L’arrotino, si sa, ama le donne. Le predilige e le corteggia sin dalla prima frase. Viene subito al dunque, lui c’è, è arrivato ed è lì per te.  “Donne, è arrivato l’arrotino” è più seducente ed accattivante di un banale “si avvisa la cittadinanza che è giunto l’arrotino”.

L’arrotino sa che, per le donne, le parole sono importanti. Dunque sa che non deve perdersi dietro ad inutili preamboli.

L’arrotino sa che il target è importante, ma sa anche che, per attirare l’attenzione delle donne, deve dichiarare subito quella che è la sua mission.  Annunciare che, per qualsiasi problema, lui ha la soluzione. Perchè lui è la soluzione.  E così, senza dilungarsi in perifrasi arzigogolate, promette solo ciò che è in grado di mantenere. Niente mari e monti, niente luna nel pozzo.  Promette semplicemente di  riparare ciò che è rotto. Solo quello.  E, come pochi, mantiene sempre ciò che promette.

Ecco che l’arrotino diventa l’apoteosi del maschio, un capolavoro di virilità multitasking, il principe azzurro, il genio della lampada.

O forse, è solo un genio del marketing. Ma questo le donne lo sanno, le donne l’han sempre saputo…

Nostalgia di un tempo in cui si produceva, si consumava e si riparava quello che si era consumato. Oggi invece non si ripara più nulla, neanche al male che si è fatto, figuriamoci le cose che, per definizione, sono generiche, astratte. Cose, appunto.

Obsolescenza programmata, si chiama così. Cose progettate e concepite per non durare a lungo. Cose che perdono valore perchè non riescono a stare al passo con i tempi e presto diventano obsolete, superate, scadute.

Generazione usa e getta, ecco cosa siamo. Oggetti ancora nuovi ma ormai passati di moda, caduti in disuso. Rapporti superficiali, computerizzati, macchinosi, destinati ad essere cestinati quando ci hanno stufato. Sentimenti precari con la data di scadenza ben in vista, quasi fossero uno yogurt, un contratto a tempo determinato, uno squallido co.co.pro.

Quando le cose erano fatte per durare trasudavano rispetto per chi le aveva costruite, per chi le aveva maneggiate, per chi le aveva logorate. E se non duravano, le si aggiustava. Niente era costruito per essere buttato, ogni cosa era potenzialmente per sempre. Si lasciava che le cose invecchiassero, ora nulla diventa vecchio perchè nulla ha il tempo di rompersi o di smettere di funzionare. Oggetti senza storia, oggetti che non ci mancheranno una volta buttati. Perchè, quello stesso giorno, correremo a sostituirli con altri.

Voglia di cose fatte per durare, di sentimenti da riparare, di luoghi dove poter affilare pensieri, quasi fossero coltelli da affondare sottopelle.

Attualmente la figura dell'arrotino non è scomparsa, bensì si è specializzata in quanto, per eseguire un lavoro a regola d'arte, occorre possedere nozioni di metallurgia, conoscenza degli acciai e dei trattamenti termici, nozioni sui materiali abrasivi.
Di fatto, quella che una volta era vista come una figura quasi folkloristica, oggi è un'attività che richiede ottime conoscenze tecniche e capacità manuali.

In Italia ci sono 17 mila imprese che praticano antichi mestieri. L’arrotino è uno di questi, una professione che affonda le sue radici nel passato, ma che oggi sta tornando in auge.

Oggi questo mestiere è di nuovo richiesto: complice la crisi, la tendenza è quella di riparare, piuttosto che acquistare. Ed ecco che questi artigiani si fanno rivedere nelle nostre piazze: non è raro scorgerli fermi ai mercati di città o davanti alle macellerie, con furgoni moderni e super attrezzati. Perché con gli utensili sofisticati di oggi, è importante dotarsi di macchinari evoluti, a volte elaborati dall’artigiano stesso, per rendere gli attrezzi sempre più efficaci. Infatti è ben diverso affilare i coltelli da carne o quelli per sfilettare il pesce, le forbici o i rasoi da parrucchiere.

In Italia gli arrotini sono circa 500, ma il loro numero sta crescendo. Per offrire un riferimento a chi voglia intraprendere questa professione, è nata l’Associazione nazionali arrotini e coltellerie, un movimento che punta a creare coesione nella categoria, a far circolare le informazioni e alimentare la conoscenza. Come in molti settori, infatti, anche in questo il sapere è tutto: bisogna avere nozioni sui materiali e le paste abrasive, individuare i vari tipi di pietre per realizzare le mole e sapere come reagiscono le molecole al surriscaldamento e al freddo. Insomma, chi l’avrebbe mai detto? L’arrotino è un po’ anche geologo e chimico.

Ma soprattutto ha una vera abnegazione per il suo lavoro: la formazione, in questo ambiente, avviene davvero solo sul campo. Ci si affianca a un maestro esperto che voglia trasmettere il suo bagaglio di conoscenze e si macinano migliaia di chilometri all’anno. Ma con un buon portafoglio clienti (almeno 6, 7 al giorno) si riesce a guadagnare uno stipendio dignitoso.

Esistono due sculture che rappresentano l'arrotino intento nella propria attività. Si tratta de L'arrotino di Giovan Battista Piamontini, realizzato nel 1754 ed oggi conservato alla National Gallery of Ireland di Dublino, in Irlanda. Altra opera esposta agli Uffizi di Firenze è l'Arrotino, celebre scultura ellenistica che in origine componeva un gruppo statuario, rappresentante il mito di Apollo e Marsia; ritenuto nei secoli scorsi un originale greco, fu considerata una delle statue classiche più belle esistenti al mondo, ma oggi la critica l'ha riconosciuta come semplice copia del I secolo a.C. da un originale ellenistico.
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sabato 7 novembre 2015

NEOMAMMA E LAVORO

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Molte donne, soprattutto libere professioniste, non riescono a dire “Basta” ad impegni lavorativi nemmeno di fronte ad una gravidanza o alla maternità. Questo dovrebbe rappresentare un periodo di riposo e dedizione al bambino che sta per arrivare e al neonato. Ecco che la donna che non riesce a trovare un momento per sé stessa rinunciando a qualche impegno, finisce inevitabilmente per affaticarsi, stressarsi ed esaurire le risorse. A volte fermarsi non significa fallire ma è il modo più giusto per recuperare energie e tornare in campo più forti.

Alcune donne affermano di provare alcuni sentimenti contrapposti con l’arrivo di un bebè: insieme al desiderio e alla felicità di divenire madri, spesso si sentono sopraffatte dal senso di colpa, dalla frustrazione e da un sentimento di inadeguatezza per non aver saputo mantenere il ritmo di vita lavorativo.

L’attesa e la nascita di un bambino però non dovrebbero essere lette come un intoppo alla propria vita, ma un arricchimento. Desiderare di dedicarsi al proprio bambino nei primissimi mesi di vita è normale e la donna che si sente in colpa probabilmente deve imparare a riconsiderare le proprie priorità e legittimarsi a prendersi una pausa. La scelta di accudire un figlio sicuramente ha come conseguenza la messa in pausa della carriera, del lavoro e degli impegni sociali ma non è permanente e duratura. Tentare di mantenere un ritmo incalzante sia in famiglia che sul lavoro è controproducente sia al buon esito degli obiettivi che al benessere psico-fisico.

Molte madri lavoratrici si sentono stressate e “sull’orlo di una crisi di nervi”, ciò dipende dal fatto che la perfezione è per definizione impossibile da raggiungere e provoca inevitabilmente un senso di fallimento, frustrazione ed esaurimento. Senza considerare poi quanto i neonati risentano della stanchezza o dello stress di chi si prende cura di loro.

Avere un figlio, nel 30% dei casi, corrisponde all’abbandono del posto di lavoro. Lo afferma l’Istat in un rapporto alla Camera spiegando che per le donne nate dopo il 1964 il tasso è pari al 25%.
Tra il 2005 e il 2012 il livello di abbandono è passato dal 18,4% al 22,3%. Inoltre, nel 60% dei casi devono passare almeno 5 anni prima del rientro.
Sempre l’Istat fa sapere che, oltre ad avere più interruzioni per motivi familiari, i percorsi lavorativi delle donne sono sempre più caratterizzati da lavori atipici: tra gli occupati, di età compresa tra i 16 e i 64 anni nel 2009 solo il 61,5% delle donne ha avuto un percorso interamente standard, contro il 69,1% degli uomini.
Dagli anni ’90 è progressivamente aumentato il part-time femminile, dal 21% del 1993 al 32,2% del 2014, con conseguenti minori livelli medi di retribuzione e importi più bassi dei contributi versati.
L’Istat fa notare come l’Italia “continua a essere un Paese caratterizzato da un’elevata asimmetria dei ruoli nella coppia (il 72% delle ore di lavoro di cura della coppia con figli sono svolte dalle donne), da una bassa offerta dei servizi per l’infanzia e una crescente difficoltà di conciliazione, soprattutto per le neomadri (dal 38,6% del 2005 al 42,7% del 2012). I differenziali di genere nelle pensioni non verranno colmati fintanto che non saranno superate le disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro, nell’organizzazione dei tempi di vita, e non sarà disponibile una rete adeguata di servizi sociali per l’infanzia”.




Quando si parla di maternità sarebbe giusto e logico pensare ad un cambiamento radicale nella vita di ogni donna. Gli ultimi mesi di gravidanza, il parto, il contatto con il proprio bambino, l’allattamento, la genitorialità: tutto ciò dovrebbe rappresentare un’esperienza unica e irripetibile, da vivere con gioia e serenità.

Tuttavia, il momento di crisi economica che stiamo attraversando rischia di offuscare pesantemente quest’immagine idilliaca della maternità. Sono in aumento, infatti, le donne che lamentano la difficoltà di conciliare maternità e lavoro o che si trovano costrette a rientrare in servizio a tempo di record, per esigenze contrattuali o perché l’assetto organizzativo non consente loro di assentarsi troppo a lungo.

Risulta in aumento, pertanto, il numero di donne che ricorre al congedo a ore, che permette “di rientrare a lavoro in tempi ragionevoli, ma con un orario ridotto, pertanto rinunciando a parte dello stipendio”.

Spesso, ciò dipende anche da questioni di ordine economico e familiare. Secondo una recente indagine ISTAT, infatti, risultano in forte crescita “le famiglie con almeno una persona di 15-64 anni in cui è la donna ad essere l’unica occupata, specialmente tra le madri in coppia. La crescita riguarda 591 mila famiglie (34,5% in più)”. Cresce, di contro, “la quota di donne occupate in gravidanza che non lavora più a due anni di distanza dal parto (dal 18,4% nel 2005 al 22,3% nel 2012), soprattutto nel Mezzogiorno, dove arriva al 29,8%. Aumenta anche la quota di donne con figli piccoli che lamentano le difficoltà di conciliazione tra chi il lavoro lo mantiene (dal 38,6% al 42,7%)”.

A ciò va aggiunto che, anticipando il rientro al lavoro, la madre lavoratrice deve provvedere, in tempi rapidi e in maniera efficace, a riorganizzare l’assetto familiare e ad individuare la figura che si prenderà cura del piccolo in sua assenza. Talvolta questo ruolo viene delegato ai nonni. Spesso, per scelta o per mancanza di alternative, si ricorre all’asilo nido, esperienza che, tuttavia, nelle fasi iniziali può causare una certa sofferenza, tanto alla mamma quanto al bambino, poiché “prima vera esperienza di distacco”.

In questo clima, spesso non sereno, è necessario che la donna consideri la maternità come un momento particolarmente delicato, in cui è necessario prendersi cura, non solo della salute del bambino, ma anche della propria. La stanchezza post-partum, l’immediato rientro al lavoro, talvolta, rendono i primi mesi di vita del bambino più difficoltosi di quanto si possa immaginare. È giusto, quindi, aiutarsi anche attraverso una sana alimentazione, che permetta un introito di nutrienti essenziali per la mamma, affinché riacquisti la forza necessaria per lo svolgimento delle proprie attività quotidiane, nonché per alimentare efficacemente il piccolo mediante l’allattamento.



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venerdì 16 ottobre 2015

IL REGGISENO



Gli antichi romani apparentemente non apprezzavano la vista dei seni femminili troppo grandi quindi le signore adottavano una serie di accorgimenti atti a ridurre il seno:
il mammillare era una fascia di cuoio che serviva per appiattire e contenere la crescita,
lo strophium sosteneva senza comprimere, mentre, per seni più abbondanti, si ricorreva al cestus, un corpetto di cuoio morbido, o addirittura ad una specie di corsetto, che dall'inguine arrivava alla base del petto (il mito narra che fu Venere ad inventarlo e a consigliarlo a Giunone, notoriamente prosperosa, al cui nome si deve l'aggettivo giunonica)
Il primo esempio documentato di reggiseno, nella sua concezione odierna, è stato ritrovato nel 2008 nel castello di Lengberg, in Tirolo, e risale alla metà del XV secolo.

Il reggiseno è nato ufficialmente nel 1889 dalle mani di Hermine Cadolle, bustaia di Parigi. Il primo esemplare era formato da due triangoli di seta rosa, legati da nastri in tinta che si allacciavano sulla schiena. In realtà, questo non era affatto il primo reggiseno della storia. Le antiche romane, per contenere “le grandezze indecorose”, facevano grande uso di fasce che fermavano poi con una cintura da indossare sopra la tunica, alla base del seno. Un’abitudine, quest’ultima, diffusa anche nel XIV secolo, quando le donne di alto rango per alzare il seno ne stringevano la parte inferiore con un’alta fascia. Poi arrivarono gli anni castigati del tardo Medioevo, tempo di corsetti in stoffa rigida e addirittura di armature metalliche.
Nel 1596 Scipione Mercurio dipinge, nella sua opera La commare, un reggiseno per nutrici sorretto da nastri sottili che si legano sul dorso, e da un altro da allacciare intorno al collo. E’ il primo prototipo di reggiseno che a poco a poco prende piede. Dopo i modelli della parigina Cadolle, verranno i “seni falsi”, imbottiti, brevettati in Germania per proteggere dagli urti le sportive (1929). Poi è la volta dei reggiseno gonfiabili (1933) e di quelli abbottonati davanti (1937).

Nel 1907, il reggiseno comparve per la prima volta sulla rivista Vogue, anche se si era ancora lontani dal reale abbandono del corsetto, al quale Paul Poiret e altri sarti innovatori dichiararono guerra, creando una nuova figura femminile non più ad anfora ma con vita molto alta, appena sotto il seno.
In America nel 1913, da un’ideazione di Mary Phelps Jacob, meglio nota come Carezza Crosby, si vide il primo reggiseno di concezione moderna, consistente in una sorta di tracolla in grado di separare il seno servendosi di due fazzoletti e di fasce per neonato.
Nel novembre dell’anno seguente l'inventrice ottenne il brevetto e tentò di commercializzare la sua invenzione, ma fu un fallimento.

Fu solo con l'avvento della Grande Guerra, quando gli uomini erano al fronte e le donne necessitavano di miglior libertà di movimento per lavorare e quindi di un abbigliamento comodo, il reggiseno iniziò ad imporsi sul mercato.
Nel primo dopoguerra, con l’emancipazione femminile, la moda ridusse le differenze fisiche tra uomo e donna, così negli anni '20 le donne iniziarono a portare capelli corti, a fumare sigarette e a portare i pantaloni, che fino a quel momento erano riservati solo al sesso forte.
Il reggiseno si trasformò in una tracolla che appiattiva il seno e gli “donava” un profilo informe: era la moda della donna alla “garçonne”, della quale ne fu testimonial Greta Garbo.

Arrivarono poi gli anni ’30, importanti per la vita del reggiseno poiché proprio in quel periodo si svilupparono tessuti elastici, come la batista o la mussolina in latex; venne inoltre scoperto il nylon e soprattutto il rayon, prima fibra sintetica della storia, il cui aspetto era simile alla seta, ma dai costi meno elevati. Questo fece sì che anche le donne meno abbienti potessero permettersi l’acquisto del reggiseno.
Arriva il secondo dopoguerra e in quel periodo ad andare di moda sono le tanto amate “pin-up”, donne con seno tornito, sferico, ben spinto verso l’alto. Un seno così nella società denutrita del periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale risultava molto rassicurante, un'immagine esteriore da invidiare e tentare di raggiungere. Nasce così il reggiseno Very Secret costituito da cuscini d’aria in grado di aumentare il décolleté persino delle più magre.
Donne famose che incarnavano questo prototipo di bellezza erano Marilyn Monroe, Jane Russell, Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Anita Ekberg. Donne ancora oggi considerate icone di bellezza a livello mondiale, oltre ogni moda e tempo.



Più la società si sviluppa e le persone mangiano a sazietà, e più purtroppo diviene quasi obbligatoria la magrezza nelle donne, vista come sinonimo di bellezza. In piena società dei consumi non stupisce che la bellezza coincida con il fisico asciutto della celebre indossatrice Twiggy. In questo periodo si può dire che il reggiseno sia quasi superfluo.

Altra grande svolta ci fu negli anni Cinquanta con la scoperta della lycra, tessuto fine, morbido, che si presentava come una seconda pelle, assicurando vestibilità e comfort.
Nel 1968 il reggiseno visse un momento particolare, alcune femministe gli diedero simbolicamente fuoco. Era una manifestazione dell’emancipazione femminile, del desiderio bruciante di liberare la donna da tutti gli impedimenti e di differenziarsi dalle generazioni precedenti.

Ma comodità non significa dover rinunciare al reggiseno: nel 1970 in Francia venne lanciato sul mercato il primo reggiseno modellato e senza cuciture, saldato ed impunturato in tutte le sue parti con gli ultrasuoni.
A seguito delle grandi crisi economiche degli anni '70, gli anni ’80 segnano il ritorno di seni fiorenti e donne in carne; nel 1981 si ebbe un vero big-bang dell’intimo. Sul mercato spopolava la varietà di modelli, colori e stampe, uniti a comodità e finezze mai viste.

Nel 1988 la Huit lanciò il reggiseno in felpa di velluto. Era l’era del reggiseno portato a vista, una moda lanciata dalla famosissima cantante Madonna, agli esordi della sua sfavillante carriera. La metà degli anni '90 è ricordata per la straordinaria invenzione che ha permesso alle donne di tutto il mondo di esibire un décolleté sfrontato, anche in mancanza di curve abbondanti: il Wonderbra, letteralmente “reggiseno delle meraviglie”, che grazie al sistema push-up regala quasi una taglia in più.
E da qui si sono sviluppate, una dopo l'altra, tecniche sempre più innovative per sorreggere il seno e dargli risalto, in modo il più possibile comodo. E allora si vedono sul mercato reggiseni ad olio, al silicone, ad aria e così via.



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giovedì 1 ottobre 2015

IL CAMMELLO

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Il cammello è un mammifero alto circa 2 metri, diffuso in Asia centrale, è utilizzato per la carne, il grasso, il latte, la lana e come animale da trasporto.

Quasi tutti i cammelli sono oggi animali domestici, ma in Mongolia, e in particolare in Cina e nel deserto del Gobi, vi sono alcune centinaia di esemplari selvatici, per questo è stato inserito nella lista rossa IUCN delle specie minacciate.

Fra gli Artiodattili è una delle specie più grandi. Può raggiungere i 3-4 metri di lunghezza, l'altezza da terra alla punta della gobba raggiunge anche i 2-3 metri e pesa in media 400–500 kg.
La differenza principale rispetto al suo parente più prossimo, il dromedario (Camelus dromedarius), è la presenza sul suo dorso di due gobbe egualmente sviluppate: il dromedario sembra infatti averne solo una, per estrema riduzione di quella anteriore. Tali appendici sono depositi di grasso, utile come riserva nei periodi di scarsità di cibo; esse, rispetto al dromedario, presentano inoltre la caratteristica di afflosciarsi lateralmente quando sono vuote, invece di ridursi semplicemente di volume. Rispetto al dromedario il cammello ha un pelame più folto, che diventa particolarmente lungo nella zona inferiore del collo.
Il cammello vive nelle zone desertiche e steppose dell'Asia centrale, tra l'Anatolia e la Mongolia. Il nome scientifico ("Bactrianus") gli fu dato da Carl von Linné nel 1758 perché lo riteneva originaria della Battriana, una regione fra l'Afghanistan e l'Uzbekistan.

Introdotto in Italia fin dall'epoca romana come animale da soma, da guerra e da circo, fu utilizzato saltuariamente fino al Settecento. Attualmente allevato solo all'interno di parchi faunistici e circhi.

Nelle steppe al confine tra la Cina e la Mongolia sopravvive un piccolo nucleo di cammelli selvatici, la cui consistenza è stata stimata nel 2009 in circa 900 individui.

Questi cammelli, seppure superficialmente abbastanza simili a quelli domestici, presentano sostanziali differenze rispetto a questi ultimi, ragion per cui la maggior parte della comunità scientifica tende oggi a considerarli appartenenti a una specie affine, ma separata, indicata con il nome di Camelus ferus.

Mentre infatti il cammello domestico e il dromedario presentano lo stesso numero di cromosomi e possono incrociarsi dando vita a prole feconda all'infinito, i cammelli selvatici hanno tre cromosomi in più, e i loro ibridi con quelli domestici risultano sterili, segno che il cammello domestico e il dromedario si sono evoluti a partire da una specie affine ma distinta, oggi scomparsa in natura.

Per quel che riguarda l'aspetto, inoltre, questi cammelli sono più piccoli, hanno una struttura scheletrica più leggera, pelo più corto e più chiaro, e gobbe di dimensioni sensibilmente inferiori, di forma conica, con estremità appuntita anziché arrotondata.

I cammelli vivono di solito in branchi di una ventina di esemplari con a capo un maschio.
Animale forte e resistente, è in grado di trasportare carichi fino a 450 kg. Per diversi giorni, circa 20, sopporta bene la mancanza di cibo e d'acqua, in quanto, quando il grasso delle gobbe viene demolito a scopo energetico, tra i cataboliti finali vi sono considerevoli quantità di acqua "metabolica". Può camminare fino a circa 24 ore consecutive, a una velocità massima di 4 km orari percorrendo fino a circa 50 km al giorno. Come riserva idrica può bere anche 150 litri d'acqua. Sopporta escursioni termiche da -20 °C a oltre 50 °C. La gestazione dei cammelli dura 13 mesi e partoriscono di solito un solo piccolo.
La specie selvatica è considerata in pericolo critico in base ai criteri della IUCN.

La Zoological Society of London, in base a criteri di unicità evolutiva e di esiguità della popolazione, considera Camelus bactrianus una delle 100 specie di mammiferi a maggiore rischio di estinzione.

Il dromedario, chiamato anche cammello arabo o cammello indiano, è un artiodattilo della famiglia dei Camelidi, diffuso in Asia, Africa settentrionale e, per intervento umano, anche in Australia (nel Medioevo anche nella Sicilia musulmana e in al-Andalus). Dal 1622 al 1944 il dromedario è stato massicciamente presente anche a Pisa, nella Tenuta di San Rossore, dove è stato nuovamente introdotto nel 2014.

In base ai resti fossili ritrovati, l'animale popolava alcuni millenni or sono anche l'America settentrionale ma è assai probabile che il dromedario sia stato addomesticato nella Penisola Araba tra il V e il IV millennio a.C.

Qui esso divenne cavalcatura, animale da soma, produttore di latte, carne e pelle: prodotti essenziali ai beduini che conducevano una vita nomade nella steppa e nei deserti rocciosi o sabbiosi peninsulari, tanto che gli studiosi credono che senza tale addomesticamento la vita umana in quegli ambienti sarebbe stata decisamente più limitata e difficoltosa.

Secondo un noto adagio l'uomo sarebbe così diventato il "parassita" del suo dromedario che, con altrettanto nota espressione araba, fu definito safinat al-barr, ovvero "nave del deserto", per la sua capacità di percorrere lunghe distanze su terreni abbastanza accidentati e in carenza di alimenti solidi e liquidi. Il dromedario non è estinto in natura, pur vivendo anche in cattività o al di fuori del suo areale originale.



La caratteristica più evidente del dromedario è la grande gobba sul dorso, differente da quelle del cammello sia per la forma più arrotondata, sia per il fatto che quando il dromedario consuma il grasso la gobba si riduce di volume, invece di afflosciarsi lateralmente come un sacco vuoto. Nonostante appaia il contrario, anche il dromedario ha in realtà due gobbe; il loro sviluppo è tuttavia estremamente asimmetrico, dato che l'anteriore è praticamente atrofizzata e la posteriore molto accentuata.

A livello scheletrico, numerose e cospicue differenze lo distinguono dal cammello. Le vertebre cervicali sono più sottili, inoltre le vertebre toraciche hanno processi spinosi che hanno più o meno la stessa lunghezza di quelli delle vertebre dorsali, mentre nel cammello i processi spinosi delle vertebre toraciche - che debbono sostenere la voluminosa gobba anteriore, appena accennata nel dromedario - sono molto più lunghi. Le costole del dromedario sono più strette e meno incurvate di quelle del cammello, inoltre il segmento terminale dello sterno termina in forma semicircolare e non con due lobi, come accade invece nel cammello.

Il manto del dromedario può assumere le più diverse sfumature del beige, giungendo a tonalità assai scure, fin quasi al nero, o, al contrario, assai chiare, fino al bianco. Le zampe sono formate da due dita rivestite da uno spesso strato calloso, che gli permette di camminare sulla sabbia senza sprofondarvi. Il muso è lungo e le narici sono molto strette, per essere riparate dalla sabbia quando viene sollevata dal vento.

Rinomate sono le femmine, anche per la loro capacità lattifera e per il carattere meno irrequieto. Quanto al lessico, il vocabolario arabo contempla circa 160 sinonimi per identificare i dromedari - dal generico termine jamal al collettivo ibil - in funzione del sesso, dell'età o del colore del manto: cifra ancor più alta pertanto di quella assai consistente riservata al cavallo, altro animale assai amato dalla cultura araba. L'arco di vita del dromedario giunge fino ai 40-50 anni.

Il dromedario è diffuso allo stato domestico in tutta l'Africa del nord, nella Penisola arabica, in India e in gran parte dell'Asia minore, luoghi dove trova le caratteristiche climatiche migliori per la sopravvivenza della sua specie.

Introdotto nell'interno dell'Australia nel 1800 per le sue eccezionali capacità di trasporto in climi aridi, con lo sviluppo sempre più massiccio dei trasporti terrestri via camion ha perduto la sua importanza economica. Non più utile, esso è stato abbandonato a sé stesso e, sfuggito al controllo dell'uomo, è rinselvatichito e si è trasformato in una dannosa specie invasiva, con una popolazione totale di almeno 500.000 capi. Poiché è estinto allo stato selvatico nei luoghi di origine (Sahara e penisola Arabica), i dromedari dell'Australia sono le uniche popolazioni dove si possono ancora fare osservazioni sul comportamento allo stato selvaggio dei dromedari.

Il dromedario, purché il terreno non sia troppo accidentato, è in grado di percorrere fino a 150 km in 15-20 ore, a una velocità che può oscillare fra gli 8 e i 20 km orari, sopportando un carico che può arrivare a 150–200 kg.

La sua capacità più conosciuta è quella di resistere alla sete fino a circa 8 giorni grazie alla particolare struttura del suo organismo. Esso è infatti in grado di evitare la dispersione dell'ettolitro circa d'acqua – che riesce a bere in appena dieci minuti – grazie all'addensamento del plasma sanguigno che riesce a dilatare i globuli rossi fino a 250 volte i suoi valori consueti.

La traspirazione, già di per sé assai limitata per via della particolare struttura dell'epidermide, può essere ancor più rallentata dall'ingestione di vegetali spontanei della steppa, talmente ricchi di sali minerali da avvelenare qualsiasi essere umano. Essi fanno infatti aumentare la pressione osmotica delle cellule dell'animale, impedendo l'evaporazione dei liquidi organici e consentendo quindi una sopravvivenza supplementare di 4-5 giorni del dromedario.

Il suo organismo è altrettanto in grado di sopportare un aumento della propria temperatura corporea fino a 6-7 °C, senza che questo comporti dispersione di liquidi, mentre un'altra fondamentale caratteristica è quella di limitare al massimo l'espulsione dei propri liquidi organici malgrado la forte carica di tossine, grazie al fatto che l'urea prodotta dal fegato non viene filtrata dai reni per la successiva espulsione, tornando invece per via sanguigna allo stomaco per entrare nuovamente in circolo. Se anche questo non bastasse si deve ricordare infine che il dromedario riesce a metabolizzare il grasso del proprio organismo (in particolare della gobba) e a produrre idrogeno che, con l'ossigeno dell'aria, riesce a creare acqua in ragione di 1 litro di liquido per 1 chilo di lipidi.

Dotato di udito e olfatto oltremodo fini (i nomadi ne lodano anche la vista), il dromedario può avvertire la presenza di acque sotterranee tanto da rendere preziosi servigi in ambienti aridi.

Nel Sahara esistono tre razze fondamentali di dromedario, ben distinte per dimensioni, caratteristiche e luogo d'origine. La razza maroki, proveniente dall'Africa mediterranea, è forte e robusta, ma di alto fabbisogno nutritivo e pertanto poco economica e poco allevata. La razza hoggar, originaria dell'omonima catena montuosa nell'Algeria meridionale, è una razza di montagna, leggera, resistente e adattata a terreni sassosi e accidentati; ha però lo svantaggio di essere molto lenta. La terza razza, la sudanese, è la più grande e la più forte, ma presenta l'inconveniente della scarsa resistenza alla siccità e alla fame. La maggioranza dei dromedari allevati in Africa deriva da incroci tra le razze Hoggar e Sudanese.

Di esso si utilizza pressoché tutto: carne (di alta digeribilità), grasso (particolarmente apprezzato quello della gobba), latte (da 2 a 14 litri al giorno), pelle (assai elastica e morbida), pelo (lavorato per produrre pregiati tessuti) e finanche sterco (mescolato con paglia e disseccato al sole per essere impiegato come combustibile nelle fredde notti della steppa).

In tempi relativamente recenti il dromedario è impiegato anche come animale da corsa. Rinomata la razza sud-arabica della regione del Mahra, che dà origine al dromedario da corsa chiamato appunto mehari (arabo mahri, "del Mahra"), e ai corpi cammellati militari definiti meharisti. In quanto animali da corsa, nei paesi del Golfo Persico sono organizzati percorsi rettilinei (il dromedario non ama, in corsa, effettuare rapide evoluzioni o curvare) della lunghezza fino a 28 chilometri per gare che richiamano un gran pubblico di appassionati.

La riottosità dell'animale alle evoluzioni non lo rende in genere ideale (al contrario di quanto si crede) per l'impiego bellico e ad esso si è preferito, quando possibile, il cavallo. Nelle età antiche della civiltà araba i guerrieri giungevano pertanto sui luoghi della battaglia cavalcando il dromedario con il cavallo a rimorchio, per montare questo al momento del combattimento.



Le donne nell'antichità erano considerate l'equivalente generale di tutte le merci. Infatti venivano scambiate con due cammelli o con quattro giumente o con una mandria di capre. Ebbene le donne erano merce, ma erano anche senza nome. La questione donna nel testo occidentale ha quindi posto in rilievo sia lo scambio, il commercio, che la questione della trasmissione del nome. Paradossalmente la donna non aveva nome eppure era supporto del nome: era, cioè, l'unico modo per tramandare il nome di uno degli affiliati all'orda, alla tribù o al clan. E fu così  che il corpo femminile incominciò a circolare in modo diverso, in modo equivoco, e la donna da merce di scambio diventò donna di denari, diventò la prostituta sacra o profana. Una donna che, in assenza di parola, di dispositivo intellettuale, si concedeva per la vita o per un solo momento.


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