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mercoledì 18 maggio 2016

IL MATERASSO

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Il materasso è il vero protagonista del nostro riposo quotidiano e risalendo indietro nel tempo, pare che gli antichi lo sapessero bene.

Riposare bene per vivere meglio. Il sonno, insieme al cibo, influisce notevolmente sulla qualità della vita. Si pensi che ogni essere umano trascorre 1/3 della sua esistenza dormendo, mediamente 2.900 ore all’anno. Per questo è importante scegliere un materasso adatto alle proprie caratteristiche ed esigenze fisiche. Se nella preistoria bastava adagiarsi per terra su un giaciglio di fortuna, ricavato da un cumulo di foglie secche e paglia ricoperte da pelle di animale, nel corso dei secoli l’evoluzione tecnologica ha portato a tipologie di materassi sempre più confortevoli e personalizzate.

Il materasso nacque nel Neolitico. I giacigli vennero sollevati dal terreno per evitare lo sporco e l'umidità del terreno. Il primo materasso era probabilmente una catasta di foglie secche o di paglia, coperto da una pelle di animale.
Intorno al 3600 a.C pelli di capra ripiene di acqua furono usate in Persia.
Nel 3400 a.C.g li egiziani dormivano su archi di rami di palma ammucchiati negli angoli delle loro case.
I materassi dell'Antica Roma nel 200 a.C. consistevano in sacchi di stoffa ripieni di fieno o lana e, per le persone più facoltose, di piume di uccelli.
Durante il rinascimento, i materassi erano pieni di baccelli di pisello, paglia o qualche volta piume, coperti con velluti, broccati o sete.
Nei secoli XVI e XVII si riempivano i materassi con paglia o piume e messi su di un letto che consisteva in una cornice di legname con reticolati di appoggio di corda o cuoio.
Primi anni del XVIII secolo i materassi erano pieni di cotone o di lana.
Nella metà del XVIII secolo le fodere dei materassi cominciano ad essere fatte di lino o cotone. L'ossatura del materasso è in canne di bambù e lo stesso è ripieno di fibre naturali come fibra di cocco, cotone, lana o crine.
Nella Contea di Somerset in Inghilterra durante il 1824 fu brevettato il primo materasso ad aria.
Nel 1871 il tedesco Heinrich Westphal inventò il materasso a molle. Egli successivamente morì in povertà, non avendo avuto alcun profitto dalla sua invenzione.
Nel 1870 Zalmon G. Simmons inventa il primo materasso a molle fondando la Simmons Bedding Company, la quale sarà la prima azienda ad utilizzare le molle insacchettate singolarmente.
Sir James Paget (medico personale del principe di Galles) nel 1873 presentò un materasso pieno di acqua per il trattamento dei degenti affetti da piaghe da decubito.
Nel 1928 viene realizzato il primo materasso in lattice di gomma da John Boyd Dunlop, fondatore dell'omonima società di pneumatici.
Nel 1930 i materassi a molle divengono abbastanza comuni e le imbottiture in materiali artificiali cominciano ad essere usate in maniera abbastanza diffusa.
Il chimico tedesco Otto Bayer riuscì a sintetizzare un polimero ottenuto per reazione di isocianato e poliolo; nel 1935 nasce il poliuretano (PUR). Il suo successo fu immediato grazie alla grande versatilità d'impiego che ne ha permesso l'utilizzo per una gamma molto ampia di applicazioni. Inizia la produzione di materassi in schiuma sintetica.



Nel 1966 nei laboratori “Ames Research Center” gli scienziati Chiharu Kubokawa e Charles A. Yost sviluppano, per conto della NASA, una schiuma sintetica a lento ritorno elastico (Memory Foam) per migliorare la sicurezza nei seggiolini dei veicoli spaziali. Inizia così l'impiego di schiume tecniche nella produzione di materassi.
Nel 1980 viene costruito il materasso ad aria.
Esistono diversi materiali e tipologie costruttive che vengono addottate per realizzare i materassi che si trovano in commercio.

Tra i più comuni si trovano quelli in lattice, poliuretano o waterfoam, molle, molle insacchettate, memory foam e gonfiabili.

Tra i materassi ergonomici il materasso in lattice naturale era ed è uno dei più performanti ed ergonomici in assoluto, ma il prezzo non è spesso tra i più economici poiché il lattice è un materiale ricavato dall'incisione di una pianta chiamata anche albero della gomma, albero non invasivo per la fauna locale ma che necessita una particolare lavorazione oltre al tantissimo materiale per creare un materasso matrimoniale appunto in lattice. Il primo "materasso in lattice" viene prodotto nel 1928 da John Boyd Dunlop, fondatore dell'omonima società di pneumatici. Da allora il materasso in lattice è molto cambiato. Il cuore del materasso è costituito da una lastra di lattice di gomma, miscelato con altre sostanze, rivestito da una fodera più o meno trapuntata. Il materasso in lattice ha un'elasticità che gli permette di assecondare le curve fisiologiche del corpo evitando pressioni anomale sulla circolazione del sangue e sulle terminazioni nervose. Inoltre il materasso in lattice evita la formazione di polvere all'interno e per questo è particolarmente apprezzato da chi è allergico agli acari della polvere. Annosa è la questione sulle percentuali di lattice naturale con cui vengono prodotte le lastre, in realtà una percentuale di sostanze di origine naturale diverse dal lattice è sempre presente nelle lastre ed è funzionale ad una corretta vulcanizzazione del lattice stesso. I fattori da considerare nell'acquisto di un materasso in lattice sono altri cioè innanzi tutto lo spessore della lastra, infatti una lastra di spessore ridotto, inferiore ai 15 cm non ha un'elevata capacità elastica ed avrà una minore durata nel tempo. Altro elemento importante da considerare prima di procedere all'acquisto è la qualità dei tessuti di rivestimento e dell'imbottitura, infatti il lattice elimina lentamente il calore e l'umidità che il corpo perde durante il sonno ecco perché i tessuti e le imbottiture devono essere di ottima qualità per mitigare questo inconveniente.Poi sono arrivati i materassi di ultima generazione ortopedici salutati (con certificazione LGA) composti da schiuma medicale derivati da materiali naturali anallergici che consentono di garantire la corretta postura della colonna vertebreale, del capo, delle spalle e delle gambe in qualsiasi posizione assunta nel materasso, ideali per dare sollievo a diverse patologie croniche.

I materassi ad aria o di acqua, servono per usi speciali, adottati particolarmente per i malati lungodegenti per evitare le piaghe da decubito.

I materassi in memory (memory foam) o in poliuretano hanno un prezzo più accessibile dei materassi in lattice. Vengono commercializzati come buoni supporti per dormire grazie al fatto che il "memory foam" assorbe il peso del corpo per poi tornare alla forma originale al rilascio. Questo materiale quindi sostiene tutti i punti di pressione del corpo riempendo "i buchi" del corpo normalmente scoperti sostenendo in modo ottimale ogni punto di pressione donando inoltre una sensazione di benessere. I materassi in memory vengono quindi abbinati a particolari poliuretani che devono dare al materasso una portanza rigida altrimenti il corpo affonderebbe nel materasso. Esistono quindi materassi con più o meno centimetri di memory, di base si parla di almeno 4/5 cm per garantire una giusta efficacia.

Un aspetto negativo di questo materiale è che trattiene il calore, il memory foam è infatti termosensibile e si adatta al calore del corpo). In inverno, se la camera da letto è particolarmente fredda il memory risulterà più denso rispetto ad una stanza calda che farà "ammorbidire" il materasso. La scarsa traspirabilità è un ulteriore fattore da prendere in considerazione.

Materassi con scarsi materiali possono indurre ad avere anche problemi di nausee o di asma perché possono essere trattati con sostanze chimiche, colle, stabilizzanti e coloranti (che di norma vengono utilizzate nell'assemblaggio di memory e poliuretani) di scarsissima qualità.

I materassi gonfiabili sono diventati popolari grazie alla comodità di utilizzo, ai costi ridotti (rispetto ai materassi tradizionali) ed alla facilità con cui possono essere utilizzati per creare delle soluzioni letto temporanee o d'emergenza. Questi materassi sono realizzati con plastiche e gomme speciali, combinate a fibre tessili mediante il procedimento di floccaggio che conferisce loro un aspetto vellutato e che fa in modo che le lenzuola aderiscano al materasso.



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sabato 7 novembre 2015

NEOMAMMA E LAVORO

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Molte donne, soprattutto libere professioniste, non riescono a dire “Basta” ad impegni lavorativi nemmeno di fronte ad una gravidanza o alla maternità. Questo dovrebbe rappresentare un periodo di riposo e dedizione al bambino che sta per arrivare e al neonato. Ecco che la donna che non riesce a trovare un momento per sé stessa rinunciando a qualche impegno, finisce inevitabilmente per affaticarsi, stressarsi ed esaurire le risorse. A volte fermarsi non significa fallire ma è il modo più giusto per recuperare energie e tornare in campo più forti.

Alcune donne affermano di provare alcuni sentimenti contrapposti con l’arrivo di un bebè: insieme al desiderio e alla felicità di divenire madri, spesso si sentono sopraffatte dal senso di colpa, dalla frustrazione e da un sentimento di inadeguatezza per non aver saputo mantenere il ritmo di vita lavorativo.

L’attesa e la nascita di un bambino però non dovrebbero essere lette come un intoppo alla propria vita, ma un arricchimento. Desiderare di dedicarsi al proprio bambino nei primissimi mesi di vita è normale e la donna che si sente in colpa probabilmente deve imparare a riconsiderare le proprie priorità e legittimarsi a prendersi una pausa. La scelta di accudire un figlio sicuramente ha come conseguenza la messa in pausa della carriera, del lavoro e degli impegni sociali ma non è permanente e duratura. Tentare di mantenere un ritmo incalzante sia in famiglia che sul lavoro è controproducente sia al buon esito degli obiettivi che al benessere psico-fisico.

Molte madri lavoratrici si sentono stressate e “sull’orlo di una crisi di nervi”, ciò dipende dal fatto che la perfezione è per definizione impossibile da raggiungere e provoca inevitabilmente un senso di fallimento, frustrazione ed esaurimento. Senza considerare poi quanto i neonati risentano della stanchezza o dello stress di chi si prende cura di loro.

Avere un figlio, nel 30% dei casi, corrisponde all’abbandono del posto di lavoro. Lo afferma l’Istat in un rapporto alla Camera spiegando che per le donne nate dopo il 1964 il tasso è pari al 25%.
Tra il 2005 e il 2012 il livello di abbandono è passato dal 18,4% al 22,3%. Inoltre, nel 60% dei casi devono passare almeno 5 anni prima del rientro.
Sempre l’Istat fa sapere che, oltre ad avere più interruzioni per motivi familiari, i percorsi lavorativi delle donne sono sempre più caratterizzati da lavori atipici: tra gli occupati, di età compresa tra i 16 e i 64 anni nel 2009 solo il 61,5% delle donne ha avuto un percorso interamente standard, contro il 69,1% degli uomini.
Dagli anni ’90 è progressivamente aumentato il part-time femminile, dal 21% del 1993 al 32,2% del 2014, con conseguenti minori livelli medi di retribuzione e importi più bassi dei contributi versati.
L’Istat fa notare come l’Italia “continua a essere un Paese caratterizzato da un’elevata asimmetria dei ruoli nella coppia (il 72% delle ore di lavoro di cura della coppia con figli sono svolte dalle donne), da una bassa offerta dei servizi per l’infanzia e una crescente difficoltà di conciliazione, soprattutto per le neomadri (dal 38,6% del 2005 al 42,7% del 2012). I differenziali di genere nelle pensioni non verranno colmati fintanto che non saranno superate le disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro, nell’organizzazione dei tempi di vita, e non sarà disponibile una rete adeguata di servizi sociali per l’infanzia”.




Quando si parla di maternità sarebbe giusto e logico pensare ad un cambiamento radicale nella vita di ogni donna. Gli ultimi mesi di gravidanza, il parto, il contatto con il proprio bambino, l’allattamento, la genitorialità: tutto ciò dovrebbe rappresentare un’esperienza unica e irripetibile, da vivere con gioia e serenità.

Tuttavia, il momento di crisi economica che stiamo attraversando rischia di offuscare pesantemente quest’immagine idilliaca della maternità. Sono in aumento, infatti, le donne che lamentano la difficoltà di conciliare maternità e lavoro o che si trovano costrette a rientrare in servizio a tempo di record, per esigenze contrattuali o perché l’assetto organizzativo non consente loro di assentarsi troppo a lungo.

Risulta in aumento, pertanto, il numero di donne che ricorre al congedo a ore, che permette “di rientrare a lavoro in tempi ragionevoli, ma con un orario ridotto, pertanto rinunciando a parte dello stipendio”.

Spesso, ciò dipende anche da questioni di ordine economico e familiare. Secondo una recente indagine ISTAT, infatti, risultano in forte crescita “le famiglie con almeno una persona di 15-64 anni in cui è la donna ad essere l’unica occupata, specialmente tra le madri in coppia. La crescita riguarda 591 mila famiglie (34,5% in più)”. Cresce, di contro, “la quota di donne occupate in gravidanza che non lavora più a due anni di distanza dal parto (dal 18,4% nel 2005 al 22,3% nel 2012), soprattutto nel Mezzogiorno, dove arriva al 29,8%. Aumenta anche la quota di donne con figli piccoli che lamentano le difficoltà di conciliazione tra chi il lavoro lo mantiene (dal 38,6% al 42,7%)”.

A ciò va aggiunto che, anticipando il rientro al lavoro, la madre lavoratrice deve provvedere, in tempi rapidi e in maniera efficace, a riorganizzare l’assetto familiare e ad individuare la figura che si prenderà cura del piccolo in sua assenza. Talvolta questo ruolo viene delegato ai nonni. Spesso, per scelta o per mancanza di alternative, si ricorre all’asilo nido, esperienza che, tuttavia, nelle fasi iniziali può causare una certa sofferenza, tanto alla mamma quanto al bambino, poiché “prima vera esperienza di distacco”.

In questo clima, spesso non sereno, è necessario che la donna consideri la maternità come un momento particolarmente delicato, in cui è necessario prendersi cura, non solo della salute del bambino, ma anche della propria. La stanchezza post-partum, l’immediato rientro al lavoro, talvolta, rendono i primi mesi di vita del bambino più difficoltosi di quanto si possa immaginare. È giusto, quindi, aiutarsi anche attraverso una sana alimentazione, che permetta un introito di nutrienti essenziali per la mamma, affinché riacquisti la forza necessaria per lo svolgimento delle proprie attività quotidiane, nonché per alimentare efficacemente il piccolo mediante l’allattamento.



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