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sabato 8 ottobre 2016

AMULETI PORTAFORTUNA

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In tutte la civiltà sono stati utilizzati oggetti portafortuna come monili, ornamenti, pietre, fiori, cortecce d’albero ecc. chiamati anche ” amuleti e talismani” oggetti in grado di scacciare la cattiva sorte e di garantire la fortuna e la felicità ai loro possessori. Secondo alcuni risultati di una ricerca di un’università americana, però”I portafortuna possono rendere realmente fortunati, a patto che si creda nella sua azione benefica”…

Dal più classico, il cornetto al più stravagante “oggetto o gesto scaramantico”, alzi la mano, chi di noi, non ha portato o porta con sé un oggetto portafortuna o, ha compiuto un gesto scaramantico per propiziarsi la buona sorte o come aiuto per la vita di tutti i giorni. Gli amuleti e i talismani, oggetti antichissimi, il loro uso si perde infatti, nella notte dei tempi, sono comuni a tutte le culture della nostra civiltà, nella convinzione popolare hanno la funzione di proteggere dal male, di attirare la fortuna o di far succedere un evento particolarmente desiderato, C’è, però una differenza fra amuleti e talismani.

Lo scrittore antico Plinio il Giovane, definisce “amuleto” un oggetto raccolto in natura oppure realizzato a mano, volto a preservare il proprietario da pericoli, dolori e rischi causati dagli spiriti maligni. Protegge chi lo indossa dalle malattie, dalle maledizioni e da altre forze pericolose. Il talismano è invece un portafortuna, ha il compito di attirare le energie positive oppure di ampliare la sfera del bene già esistente: benessere, salute e successo professionale.

L’Amuleto infatti è, un piccolo oggetto naturale (una pietra, un osso, un pezzo di legno, di ferro, ecc.;) più o meno lavorato dall’uomo (quando è lavorato, è importante che sia lavorato a mano, affinché sia unico), indossato, preserva da qualsiasi tipo di malattia o di influsso maligno, ha quindi, la funzione di proteggere e difendere chi li indossa da influssi di natura negativa, ed è è considerato “protettivo/passivo”.

Il Talismano invece è un oggetto artificiale, lavorato appositamente per uno scopo, secondo le corrispondenze astrologiche e consiste in un disegno, che può essere di molti tipi, di solito è un grafico ed è inciso su cartone, lamine di rame, argento, legno, terracotta ecc. Il talismano viene indossato come polo d’attrazione, o induttore, delle forze benevole, per la cosiddetta “buona sorte”, funge da calamita per tutti quegli influssi positivi e benefici per la persona, il suo compito è “protettivo/attivo”.

Il termine “amuleto” proviene probabilmente dall’area linguistica araba, dove hamalet (appendice) indica una striscia di tessuto o di pergamena su cui sono riportati aforismi. Il concetto di “talismano” proviene dalla Turchia: le parole talis e talismon possono essere tradotte come “immagine miracolosa” (nelle regioni arabe, il termine tilisman designa ora proprio un’immagine magica). Anche i sacerdoti turchi che si occupavano di questi oggetti venivano chiamati talismani. Furono ancora una volta gli Egizi a porre le basi della pratica dei talismani. Furono i primi, insieme alle stirpi caldea, ebraica e indiana, a rappresentare le stelle e le costellazioni, ma anche simboli di animali e uomini, e a utilizzarli per scopi magici. I talismani non venivano solo indossati sul corpo, ma anche fissati alle case e agli oggetti di uso comune per instaurare relazioni favorevoli con dei, demoni e spiriti.

Secondo la tradizione, per funzionare gli amuleti non possono essere rubati ad altri o estorti con l’inganno, ma trovati casualmente o donati da una persona amica.

Non tutti gli oggetti o le forme possono essere amuleti mentre qualsiasi oggetto può diventare, attraverso la purificazione e consacrazione, un talismano.

L’ Amuleto è un piccolo oggetto che, indossato, preserva da qualsiasi tipo di malattia o di influsso maligno.

Se una coccinella si posa su una mano assicura fortuna per un numero di mesi pari al numero dei puntini presenti sulle sue elitre rosse. La fortuna, poi, sarà maggiore se l’insetto si posa il tempo necessario per contare fino a ventidue. Una coccinella, se vola vicino o si posa addosso, porta fortuna e denaro (se non viene scacciata o infastidita). Per lo stesso motivo si indossano monili con la sua forma.
Il corno o cornetto è da secoli il simbolo di fortuna e fertilità. Portafortuna per eccellenza, e molto diffuso nell’Italia meridionale, esso protegge dal malocchio, dalle invidie e dai tiri mancini. L’origine di questa credenza è confusa, ma probabilmente deriva dalla “cornucopia” (corna di capra cave ricolme d’oro, pietre preziose e prodotti della terra, anch’essa simbolo di abbondanza). I poteri del corno, inteso come amuleto, vengono sentiti perlopiù nella città di Napoli, famosa per i suoi “cornetti” rossi. Secondo le credenze popolari, facendo le “corna” col dito indice e mignolo, si allontana il malocchio.
Quello classico è rosso e dovrebbe essere fatto a mano. Attenzione però, mai comprare un corno vero o un ciondolo di questa forma in metallo: è una pratica funesta che mette in gioco degli influssi negativi. Ma se lo si trova o lo si riceve in regalo, protegge dalle invidie, annienta le cospirazioni e i brutti tiri di cui si può essere vittime.
Il ferro di cavallo è forse il più comune tra i portafortuna. La credenza dei poteri sovrannaturali di questo oggetto proviene da un’antica leggenda. Essa racconta che in Inghilterra viveva un fabbro, San Dunstano, talmente bravo che un dì, un potente spirito maligno, gli chiese di ferrargli uno zoccolo.
Il fabbro, in qualche modo, riuscì a fare in modo che il demone provasse dolore appena poggiato lo zoccolo a terra. Per placare il suo dolore, il demone promise a San Dunstano di risparmiare dalle sue maledizioni tutte le case che recassero un ferro di cavallo affisso alla porta. Per questo ancora oggi si pensa che questo ferro sia capace di allontanare gli spiriti maligni.
Il ferro di cavallo è uno degli amuleti più potenti e di conseguenza uno dei più conosciuti e dei più efficaci. La sua popolarità proviene indubbiamente dalla sua forma e dal fatto che il ferro è il metallo più attivo contro il malocchio. Il suo potere è tale che, una volta, quando si voleva cacciare una strega da una regione, si gettava un ferro di cavallo nel fuoco, giacché si pensava che il calore sprigionato facesse allontanare gli spiriti maligni. Le origini sulla credenza delle sue proprietà come amuleto si possono ricondurre a due elementi: la forma a mezzaluna, simbolo di Iside, ed il metallo con cui è prodotto, appunto, il ferro.
Già gli antichi romani usavano il ferro di cavallo come amuleto per difendersi dalla peste e, nel Medioevo, veniva addirittura usato dai medici come mezzo di guarigione. Oggi il ferro di cavallo è utilizzato in tutto il mondo come talismano contro il malocchio, con l’unica avvertenza di appenderlo con le punte rivolte in alto. Se appeso alla parete, o da qualche altra parte, per funzionare deve avere sempre le estremità rivolte verso l’alto. Toccarlo porta fortuna e ricchezze, ma non dev’essere nuovo, bensì appartenuto e perso dal quadrupede. Si dice che se proviene dagli zoccoli posteriori, porti sfortuna: “Ferru davanti a casa va avanti, ferru d’arréri a casa va d’arréri” (Pitrè).
Il lucchetto dona longevità, buona salute e la fertilità. Possiamo aquistare un piccolo lucchetto e portarlo con un portachiavi, oppure utilizzarlo come tale. Possiamo anche procurarcene uno d’oro o d’argento e portarlo come ciondolo; se indossato come fermaglio di un braccialetto, simbolizzerà l’affetto verso la persona che ce lo ha donato.
Di mano (monile) ce ne sono con diverse posizioni delle dita: a pugno con indice e mignolo sollevato (le classiche corna), è contro la malasorte e il malocchio (indice e mignolo puntano agli occhi dello “jettatore”); la manufica, con pugno chiuso e pollice che spunta tra indice e medio è contro il malocchio, tipico dell’area mediterranea, in particolare la Sardegna; la mano di Fatma (o Fatima), aperta con da tre a sei dita distese ed unite, e una pietra, un disegno o un occhio al centro del palmo, è contro la negatività in generale e contro le malattie (in particolare se presente l’occhio). Frequente nei paesi Arabi.
L'occhio (monile) contro il malocchio viene anche considerato efficace nel prevenire in particolare gli incidenti.



La pelle di serpente sotto forma di braccialetto, con chiusura d’oro, tiene lontane le malattie.
Il pesce (monile) aiuta a trasformare i sogni in realtà.
Il quadrifoglio è il portafortuna per eccellenza. Trovarne uno indica che la buona sorte è dalla propria parte. Andare per sentieri e casualmente trovare un quadrifoglio per la leggenda nordica è segno di benevolenza da parte degli Elfi. Caratteristico è il fatto che deve nascere in mezzo ai trifogli, la sua forma rappresenta la croce ed ogni fogliolina ha un significato, REPUTAZIONE, RICCHEZZA, SALUTE e AMORE SINCERO.
Una ruota di carretto come “ornamento” casalingo aiuta a far girare la sorte all’occorrenza. Se tutto va bene, non si deve toccarla; se le cose vanno male, farla girare aiuta il cambiamento.
La zampa di coniglio (o di lepre) è un altro “oggetto” considerato un grande portafortuna.
Il gatto è lo spirito protettore della casa e della famiglia. Il gatto amuleto viene spesso rappresentato con la zampina sollevata per scacciare gli spiriti maligni. Il gatto era un animale molto importante anche per gli antichi Egizi. A questi felini, inoltre, vengono attribuiti numerosi poteri magici e psichici.
Il grillo è ritenuto un portafortuna. Allontana le disgrazie e favorisce la buona sorte. Inoltre si ritiene che se una persona di animo puro catturi un grillo, esso dovrà esaudire un suo desiderio. Il grillo come animale è un simbolo di fortuna, assicura guadagni ai commercianti ed è un buon auspicio sentirli cantare intorno alla propria abitazione. Non bisogna ucciderli se non si vuole capovolgere la propria fortuna.
La civetta è considerata il simbolo della saggezza e della sapienza. Monili e oggetti a forma di civetta vengono utilizzati per attirare la fortuna o scacciare il malocchio. Questo animale era sacro alla Dea Athena, Dea della Saggezza, che viene spesso denominata, infatti, “la Dea dall’occhio di civetta”.
Lo scarabeo è uno degli amuleti più potenti dell’Antico Egitto. Rappresenta il Dio Kephera, il gigantesco scarabeo stercorario che ha il compito di spingere il sole nel cielo. Piccole statuette e spille a forma di scarabeo vengono utilizzate come portafortuna e scaccia-malocchio. Questo amuleto veniva posto anche nei sarcofagi dei defunti, in quanto li proteggevano da Ammit il Divoratore, un terribile mostro (un incrocio tra un leone, un ippopotamo ed un coccodrillo) che custodiva la bilancia della giustizia nell’aldilà.
Il ranocchio è una delle armi più comuni per difendersi dal malocchio.
La Croce Egizia è il simbolo della vita per eccellenza. I suoi poteri sono immensi… infatti protegge dalla morte ed allunga la vita fino ad arrivare all’immortalità. Viene anche detta ankh.
La spina di rosa è un discreto amuleto contro le forze del male. Se viene inserita nel portafogli, ci proteggerà e terrà lontano il malocchio e gli incantesimi oscuri. Per saperne di più, approfondire sulle proprietà magiche della rosa.
Il diamante se portato sulla parte sinistra del corpo, diventa uno degli amuleti più potenti. Ecco perché le donne portano tradizionalmente un anello di diamanti, e la pietra dev’essere incastonata in modo che il diamante sia sempre a contatto con la pelle. È la pietra dello Scorpione, dell’Ariete e di tutti i segni posti sotto l’influsso di Marte. Il diamante ha un tale potere che può proteggere da tutti i mali, dà valore a tutte le azioni e la volontà di riuscire. È il simbolo della resistenza e della tenacia.
Il pentacolo è uno dei simboli più arcani ed ha origini antichissime. Nell’antica Grecia, questo amuleto era chiamato pentalpha, in quanto la sua forma ricordava cinque lettere “alfa” incrociate. Enormi sono i suoi poteri magici: il pentacolo, detto anche Radice di Druido o Stella di Strega, è una amuleto potentissimo, e il suo simbolo viene utilizzato anche per i rituali curativi e per qualsiasi tipo di incantesimo.
L'elefante è in genere un simbolo di fortuna, a patto che la proboscide sia disposta verso l’alto. Indossato come ciondolo aiuta a prendere le decisioni migliori al momento delle scelte difficili, ed assicura nello stesso tempo la prosperità. Al contrario, un elefante con la proboscide verso il basso attira gli influssi negativi.
Se un elefante dalla proboscide eretta orna la nostra casa, dovremo, ogni 29 del mese, inserirgli nella proboscide una banconota della più piccola taglia possibile, piegata sei volte nel senso della lunghezza: questo assicurerà il successo dei nostri affari. Se il 29 cade di venerdì, garantisce inoltre l’arrivo di una somma insperata di denaro.
Nei paesi del nord Europa è molto diffusa un’antica credenza legata alla felce, si ritiene che questa pianta assicuri sempre abbondanza di denaro. Affinché tutto questo abbia effetto, bisogna cogliere la Felce con la luna in fase crescente e di sabato. Le foglie verranno fatte essiccare per tre giorni e poi conservate nel portafogli, in una bustina di plastica trasparente perfettamente chiusa.
La Mezza Luna è il simbolo femminile della Dea Iside, di ciò che identifica gli esseri deboli, sensibili, le ragazze, i bambini, i giovani malati. Questo amuleto evita le discussioni e la violenza sulle donne e ai bambini, così come le aggressioni e i pericoli imprevisti. Non ha alcun valore per gli uomini.
La moneta forata è molto propizia per tutti coloro che vogliono tentare la sorte. Sarà preferibilmente un pezzo in corso, d’oro, d’argento o di rame, ma mai fatto con una lega di nichel; molti pezzi correnti non potranno quindi servire. Se si tratta di un pezzo antico, è meglio che l’anno della fabbricazione sia dispari. Qualora lo si realizzi da sé, è utile se viene offerto, perché agisce solo su chi lo trova o lo riceve in regalo. Porta fortuna nel gioco d’azzardo.
Il maialino è stato anche per i Celti e gli Etruschi, legato alla Dea della fecondità della terra, simbolo beneaugurante: simbolo di abbondanza, buona sorte e forse per questo usato poi come salvadanaio. Ora è ritratto sulle immaginette di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali.
Anticamente si usava portare con sé un'immagine del cavalluccio marino poiché un potente amuleto, e se ne trovano dipinti sui muri esterni di molte case di Pompei per allontanare la sfortuna.
L'Occhio di Horus è un potente amuleto contro l’invidia, la sfortuna. Molto usato per la Protezione, allontana ogni sorta di negatività. Si può trovare sia quello rivolto a destra, che a sinistra, definito come il maschile e il femminile, ossia il Sole e la Luna.
Con esso si trovano bracciali, collane, portachiavi, e via dicendo. Prima dell’uso si raccomanda sempre di purificarlo e consacrarlo per l’uso che si desidera farne.

Per gli antichi egizi, la rana era un simbolo di fertilità e, a causa della sua straordinaria prolificità, era sacra a Heket, dea della nascita. Anche gli antichi romani indossavano amuleti a forma di rana, e Plinio stesso lasciò scritto che un amuleto a forma di rana aveva il potere di attirare gli amici  e di conservare l’amore. Se una rana salta in casa, insieme a lei entra la fortuna. In Inghilterra si usa tenere in tasca delle ossicine di rana per attirare i buoni auspici.

Simbolo solare della luce e dell’alba, il gallo è anche sinonimo di fierezza e coraggio. E’ possibile proteggere la propria casa attaccando sopra la porta una raffigurazione-un dipinto o, meglio, un galletto di ferro di questo animale. Volendo è anche possibile fare un ciondolo con questo animale. Attira la fortuna ed il coraggio e, nel contempo allontana le malelingue, le negatività e i disastri.

Dente di Squalo: ottimo anti-jella, specie per quel che riguarda le malattie. Rappresenta il vigore, la forza e svolge un’azione respingente nei confronti della cattiva sorte. E’ bene tenere un dente di squalo nel portafoglio se si ha a che fare con la borsa o la finanza in genere, ma è utile anche nelle cause giudiziarie per propiziare la riuscita della stessa. Attenzione alle truffe durante l’acquisto di questo oggetto.

L’artemisia è un’erba piuttosto comune, tenuta in gran considerazione già da Alberto Magno per i suoi magici poteri. Secondo la tradizione questo vegetale tiene lontano gli spiriti maligni e attira la buona sorte. Per essere un vero amuleto vegetale deve essere raccolto direttamente nei campi la notte di San Giovanni ( 24 giugno), alla mezzanotte precisa. In Italia è anche conosciuta con il nome di amarella, erba del fuoco e canapaccia.

Il Loto in tutto l’oriente è considerato un simbolo di purificazione e di buona fortuna. Essendo di colore bianco candido simboleggia la purezza della materia che si trasforma dallo staot grezzo a quello immacolato e perfetto. Per favorire la fortuna è bene appendere un’immagine del fiore di loto nella propria camera da letto: terrà lontano la negatività e i sonni agitati. L’emblema del loto stimola la creatività e l’attività artistica.

Sulla mandragora si sono versati fiumi d’inchiostro. Si tratta di un vegetale dai fiori bianchi e dalle foglie lanceolate; caratteristica è la radice, spesso biforcuta, somigliante a due gambe umane, di cattivo odore. Nella tradizione antica ne venivano attribuite proprietà afrodisiache. Oggi è rara da trovare; e chi fosse così fortunato da trovare una mandragora, dovrà strapparla dalla terra con un solo colpo netto e preciso e dopo averla ripulita potrà conservarla in un barattolo di vetro e esporla alla luce della luna piena. Questo diventa un talismano universale.

se vi sentite vulnerabili, fate le corna. Se per esempio siete a contatto con qualcuno che vi trasmette una negatività sia essa sconosciuta come persona o conosciuta. Questo gesto è da fare con la mano sinistra, rivolti nella direzione  in cui vi è questa sensazione e tenendo teso il braccio lungo il corpo.  Anche incrociare le dita è molto utile ponendo il dito medio sopra l’indice. La spiegazione sta nel fatto che la croce è un simbolo universale che mette ordine nel caos.

Il sale da cucina è un ottimo agente anti-jella (meglio benedetto), in special modo quello fine. Metterne un pò nella pellicola color acciaio e arrotolare.  Esso ha una doppia azione: da una parte allontana jella e malocchi e dall’altra attira la fortuna. Una tradizione afferma che bisogna mettere un piattino di terracotta da sistemare poi sotto il proprio letto, tenendolo per almeno sette giorni e sette notti di fila. Al termine il sale va bruciato o gettato nell’acqua corrente. Il sale blocca quindi le negatività. E’ utile se si vuole allontanare le negatività gettarlo dietro dalla spalla sinistra, perchè è proprio lì che secondo antiche credenze albergano spiriti maligni. Se si dubita di avere parecchie negatività in casa, si può anche metterlo negli angoli della casa; inoltre possiamo portare dei chicchi di sale nelle proprie tasche o nella propria auto. Può anche essere inserito sempre in pellicola, tra il materasso e la rete del letto, per aiutare un sonno privo di incubi.

Il suono di una campanella scaccia i cattivi spiriti e con questo anche la malasorte, aprendo così la via campanella alla fortuna. Si tratta di un portafortuna di origine orientale. Le campanelle si agitano ad ogni soffio di vento e producono tintinnii sommessi e delicati che interrompono la quiete domestica. Con il suono si pulisce l’ambiente, spezzano la staticità e quindi toglie la negatività. Si può usare in casa quando ne sentiamo l’esigenza oppure appenderla al lampadario o alle tende.
Tenere in casa un piccolo mazzetto di spighe appeso alle pareti, è sinonimo di buona fortuna. Esse sono simbolo di abbondanza e prosperità.
Anche toccare il legno, è un rituale scaramantico. Gli alberi per gli antichi erano creature semidivine. Ogni albero aveva associato un angelo custode del vegetale stesso, e toccare un albero significava ingraziarsi lo spirito e chiedergli protezioni e benefici. Così l’usanza è rimasta specialmente nei popoli del nord Europa, ma poi si è diffusa in altre aree geografiche e perfino alle nostre latitudini.



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domenica 7 febbraio 2016

L'AVORIO

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Ritrovamenti archeologici europei indicano che l'avorio delle zanne di mammuth fosse utilizzato in tempi preistorici come materiale per creare piccoli oggetti scolpiti, raffiguranti animali e talvolta figure umane, in particolare famose sono alcune veneri paleolitiche rinvenute in scavi in grotte.

Tra gli oggetti del passato, rinvenuti per lo più nel corso di scavi archeologici operati nel bacino del Mediterraneo, sono da considerare i più antichi finora conosciuti alcuni bracciali appartenenti ad un gruppo di reperti presumibilmente risalenti al 4000 a.C.

Ritrovati a Mostagedda, in una tomba dell'Egitto predinastico, i bracciali, piuttosto piccoli, potrebbero essere stati ornamento di donne o bambini, forse come oggetti di distinzione sociale o tribale.

In India, sono stati rintracciati reperti di lavorazioni con avorio a Taxila, risalenti già al II secolo a.C.

Fiorente fu l'arte cretese dell'avorio come testimoniato dalle statuine rinvenute nel Palazzo di Cnosso, e da qui si trasferì sul continente.

Documenti scritti testimoniano l'uso dell'avorio in Grecia dove lo scultore Fidia realizzò magnifiche ed enormi statue delle divinità, tra cui quella di Zeus, statua composita da elementi in oro ed avorio, dette crisoelefantina, che non sono giunte sino a noi ma di cui l'antichità era a conoscenza. Le donne greche e romane usavano collane, bracciali, pettini, spille, fermacapelli in avorio, materiale usato anche nelle decorazioni degli interni delle case e anche delle navi da parata. Una spilla per capelli, ritrovata nella Britannia romana testimonia della diffusione dell'avorio sino ai margini del mondo mediterraneo.

Anche in Etruria non mancarono esempi di produzioni di statuette e tavolette in stile fenicio e nel mondo romano si diffuse ampiamente l'arte eburaria, che raggiunse il suo massimo splendore durante la sua epoca finale, confermata dai dittici come quello di Probiano e di Stilicone.

L'Africa che poteva godere direttamente dell'uso di questo materiale, ne faceva pur sempre oggetti di pregio che avevano spesso funzione religiosa e sociale. Di questo tipo erano certamente alcuni bracciali del Benin in cui, tra quelli più recenti, appare il tentativo di riproporre forme mutuate dai gioielli di stile europeo. Essi sono ornati con figure in altorilievo e propongono immagini di soldati con la corazza. Risalgono al XVI secolo, quando il Benin, un impero dalla struttura complessa, il cui sovrano era ritenuto di origini divine, allargò il suo dominio sui territori circostanti. Le figure militari fanno ritenere di uso virile i due bracciali.

In Europa, alla fine del primo millennio, l'avorio era sfruttato per creare oggetti non solo ornamentali ma anche liturgici e raggiunse una ricca e pregevole produzione nel mondo bizantino. In età romanica divennero usuali soprattutto i pastorali e i reliquiari architettonici, mentre nell'Età gotica la Francia assunse il primato di queste attività artistiche.
In Sicilia e Spagna gli Arabi, che vi si erano insediati, facevano un grande uso dell'avorio che trattavano in maniera particolare, riuscendo a tagliare circolarmente le zanne degli elefanti in fogli sottili con cui poi ricoprivano cofanetti in legno che istoriavano e su cui incidevano le sure del Corano o scrivevano testi sacri. La Chiesa richiedeva lavori particolari, come reliquiari, pastorali, immagini della Madonna e dei Santi, crocifissi, acquasantiere. Principi e re collezionavano oggetti d'ogni genere tra cui straordinari avori preziosamente incisi. A tal proposito, capolavoro assoluto è il ciclo degli Avori Salernitani del XII secolo e frutto di varie maestranze, nonché unica opera giunta quasi nella sua interezza fino ai giorni nostri, e raffigurante scene bibliche.

L'avorio venne utilizzato anche per costruire i pezzi del gioco degli scacchi.

La tendenza al collezionismo si fece più frequente dal XVI secolo in poi, anche per il desiderio di acquisire raccolte di naturalia e artificialia, ovvero di oggetti strani prodotti spontaneamente dalla natura e di oggetti originali creati dalle mani dell'uomo che vanno a confluire nelle cosiddette Wunderkammer, ossia le Camere delle meraviglie, che ospitavano mostri di natura e opere d'arte ricercate, perle, coralli, zanne di elefante al naturale e oggetti d'avorio abilmente lavorati.
Dal 1600 in poi, almeno per quattro generazioni, alla corte dei re di Danimarca non solo fu collezionata una quantità incredibile di oggetti acquistata o ricevuta in dono dai sovrani ma essi stessi si dilettarono a lavorare l'avorio servendosi del tornio, cosa che anche le dame di corte consideravano un passatempo prediletto. Il castello di Rosenborg, presso Copenaghen, custodisce ancora il banco da tornitore appartenuto a Sofia Maddalena moglie di Cristiano V.



Dalla Germania e dalle Fiandre giunse, nei secoli di cui parliamo, sino in Sicilia una copiosa produzione di oggetti in avorio acquisita sia dai privati sia dalla Chiesa.

Dal XII al XVII secolo vengono creati oggetti di varia destinazione, come per esempio degli agorai, che erano considerati indispensabili componenti dei corredi delle fanciulle nobili. Di grandezza variabile dai 14 ai 40 centimetri, erano tutti minuziosamente intagliati e istoriati con immagini della vita dei Santi e con gli stemmi della famiglia a cui apparteneva la damigella proprietaria dell'oggetto. La parte superiore dell'agoraio recava i buchi per gli aghi che vi dovevano essere conservati.

Nella produzione tedesca talvolta ai motivi sacri si sostituivano quelli profani, tratti dal mondo classico, come la scultura, opera di un anonimo maestro del XVII secolo, che riproduce il cavaliere romano Marco Curzio nell'atto di immolarsi agli Dei per salvare Roma. La scultura, come altre di pregevole fattura, è ospitata nel Museo degli Argenti di Palazzo Pitti, a Firenze.

Altre opere di carattere devozionale furono create in Sicilia tra il XVII e il XVIII secolo: sculture riproducenti l'immagine della Madonna, soggetti ispirati ad argomenti o personaggi delle Sacre scritture, presepi o parti di essi.
Sebbene di tali opere non si conoscano i nomi degli autori, per molti riferimenti è possibile attribuirle a maestranze trapanesi abituate a lavorare anche il corallo.

Molte di esse, pervenute sino al XX secolo come tanti altri oggetti da wunderkammer, si trovavano nel Museo di San Martino delle Scale presso Palermo, il cui contenuto è ora stato suddiviso tra la Galleria Regionale della Sicilia e il Museo Nazionale di Palermo.

Tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo l'interesse per la lavorazione dell'avorio andava diminuendo.
L'unico filone lavorativo che resisteva era quello riferibile ad oggetti di interessi femminili.
Agorai di limitate dimensioni, oggetti posti in vendita come souvenirs, collane, braccialetti, orecchini, monili di poco prezzo avevano ancora un certo mercato, come crocifissi, rosari, cornici.

Dalla fine del secolo XX in Europa la maggior parte di questi oggetti è andata in disuso: l'avorio è ricercato solo se di esso si trova qualche pezzo realizzato nel passato e che perciò rientra nel mercato dell'antiquariato. La domanda odierna è comunque notevole in Asia e in Africa e il prezzo si mantiene ovunque piuttosto alto per l'impossibilità di reperire la materia prima, vincolata dai divieti di raccolta e commercio delle zanne imposti per legge.

Al British Museum a Londra vi è esposto il paio di zanne più pesanti al mondo lunghe 3,5 metri, con un diametro di 47 cm, con un peso di 97 e 102 kg e provenienti dal Kenya.

Un intarsio in avorio risalente al XIX secolo è esposto al Lizzardo Museum of Lapidary Art di Elmhurt negli Stati Uniti.

Presso Heidelberg è stato aperto un museo dedicato all'avorio con materiali prevalentemente compresi in un periodo compreso tra il XVI ed il XVIII secolo.

In Italia vi sono famose opere d'arte storiche in avorio: la cattedra vescovile di Massimiano a Ravenna; il trittico degli Embriachi nella Certosa di Pavia; il dittico di Stilicone, il dittico di Claudiano e il dittico di re Davide e san Gregorio a Monza; gli Avori Salernitani a Salerno; gli Avori di Grado a Grado.

L'avorio è un materiale che si ricava dalle zanne degli elefanti e che veniva lavorato per farne oggetti di vario uso quali gioielli, suppellettili e oggettistica per la casa.

Si parla impropriamente di avorio anche quando ci si riferisce al materiale di cui sono composti i denti di altri animali, come l'ippopotamo e il cinghiale, o di cui sono fatti i corni del rinoceronte anche se erroneamente in quanto questi sono composti da cheratina la stessa sostanza di cui sono fatte le unghie umane. Anche alcuni mammiferi marini, come il capodoglio, il narvalo o il tricheco - con i suoi denti simili a zanne - venivano uccisi per sottrarre i loro i denti che forniscono una sostanza simile all'avorio. È fatta di polvere di avorio la cosiddetta "avorina".

Non si è trovato alcun materiale che fosse pari per bellezza ed elasticità all'avorio fornito dagli elefanti, neanche quello che si trova nel sottosuolo della Russia e dell'Alaska e che apparteneva ai grandi mammut vissuti in quelle zone quarantamila anni or sono ed ora fossilizzati. Di questo tipo d'avorio si fa oggi un uso abbastanza copioso ma esso, dopo tanti millenni di fossilizzazione, ha sviluppato una sostanza, la vivianite, assente nell'avorio nuovo, che sottoposta ai raggi ultravioletti diventa rossa, alterando il colore dell'avorio antico di mammuth, il quale per altro si trova già di rado di colore chiaro, perché col tempo è diventato verde, nero, blu o rossastro.

Conosciuto e adoperato sin dall'antichità dagli egizi, dai greci, dagli indiani, dai cinesi e dai giapponesi, ha avuto una considerevole diffusione nei tre continenti del mondo antico. Il suo uso tuttavia ha comportato una continua e sempre più ingente soppressione degli elefanti, dei quali oggi rimane un numero limitato tanto che ne è stato vietato l'abbattimento se non in rarissimi casi. Ciò ha determinato sul mercato una diminuzione dell'offerta a fronte di un aumento crescente della domanda che ormai interessa quasi solamente l'Asia e l'Africa.

Fra tutti i materiali con cui si è tentato di sostituire l'avorio originale si annoverano l'avoriolina, l'ivorina, la plastica, ma anche porcellana, vetro e il cosiddetto avorio vegetale, ossia un materiale ricavato dai durissimi semi di due tipi di palma, il corozo e la dum, che in ogni modo possono servire solo per imitare i chicchi delle collane o per realizzare piccoli oggetti. Tuttavia il colore, la grana, la lucidità dell'avorio originale non sono facilmente riproducibili con comuni imitazioni.

Esistono diversi tipi di avorio artificiale, fabbricati già dall'Ottocento. I falsi avori spesso non presentano macchie, sono perfettamente bianchi sulla superficie, troppo per essere credibili.

Nell'Ottocento fu prodotta avoriolina, un materiale ottenuto da amalgame di cellulosa opportunamente inumidita ed ossa polverizzate o scarti d'avorio e resine polimeriche, colate in stampi.

Plastiche a base di caseina (sostanza chimica derivata dal latte) furono prodotte invece agli inizi del Novecento. La caseina oltre ad essere più leggera dell'avorio, ha una superficie priva di grana che al tatto risulta simile alla cera.

La celluloide, inventata da John Wesley Hyatt negli anni Sessanta dell'Ottocento, è stata utilizzata anch'essa come avorio artificiale. Si può distinguere dall'avorio dal minore peso specifico, dalla maggiore fragilità, dal contenuto in canfora (il cui odore viene liberato strofinando energicamente) o infine dall'osservazione delle venature, che tentano di imitare le "linee di Schreger" (le linee di accrescimento naturale) ma risultano nel caso della celluloide troppo regolari.

In Africa subsahariana l’avorio è diventato una merce preziosa contrabbandata da terroristi, bande criminali e contadini alla disperata ricerca di una fonte di sostentamento.
A farne le spese sono gli elefanti africani, abbattuti per le loro zanne al ritmo di 30 mila esemplari ogni anno e ormai sull’orlo dell’estinzione.
Lanciando l’allarme sulle dimensioni assunte dal fenomeno, il New York Times ha pubblicato  un lungo reportage dalla Cina, che per via della forte domanda interna rappresenta la principale destinazione dell’avorio illegale.
«I cinesi hanno in mano il futuro agli elefanti» – ha dichiarato Iain Douglas-Hamilton, fondatore dell’organizzazione Save the Elephants – «perché se non cambieranno le loro abitudini riguardo all’avorio, molti paesi africani potrebbero veder presto scomparire questa specie».
Se il 70% delle zanne trafugate finisce sul mercato cinese, il motivo è soprattutto culturale. La Cina ha alle spalle una lunga tradizione nella lavorazione dell’avorio, che viene trasformato in sculture, suppellettili, anelli, spille, tazze, pettini eccetera.
Un business divenuto irresistibile per gli estremisti islamici di al-Shabaab, come per le milizie Janjaweed del Sudan e per i guerriglieri ugandesi del Lord’s resistance army (Lra). Sono loro che, per soddisfare la richiesta asiatica, si stanno imponendo a suon di mitragliatrice come i principali protagonisti del commercio illecito, provocando un’ecatombe di elefanti mai vista da quando negli anni Ottanta venne introdotto il divieto internazionale sul commercio di avorio.
La situazione appare talmente disperata da far nascere una semplice quanto inquietante domanda: fino a quando la Cina sarà disposta a rimanere legata a una tradizione che, sterminando gli elefanti, finanzia indirettamente il terrorismo?
Se lo chiamano “oro bianco” ci sarà un perché. Il prezzo di un chilo di avorio sul mercato nero può raggiungere i 3 mila dollari. Significa che il valore di una sola zanna d’elefante equivale a circa 10 volte il salario medio percepito dai cittadini di molti paesi africani. Sono dati di fatto che hanno portato a risultati impietosi: nel solo 2011 sono state sequestrate in tutto il mondo quasi 40 tonnellate di avorio, che certificano l’uccisione di almeno 4 mila elefanti per mano di bande armate che agiscono impunemente in molte riserve africane.
Questi numeri non rivelano che la parte emersa di questo grave problema. Il mercato sommerso dell’avorio è infatti infinitamente più grande e il suo sviluppo non mette in pericolo solo la fauna africana.
La sicurezza globale è infatti legata a doppio filo all’andamento di questo commercio illegale, più che raddoppiato dal 2007 a oggi. Al-Shabaab, Janjaweed e Lra si contendono il controllo del contrabbando tra Africa e Asia, sfruttando la corruzione dilagante dei funzionari pubblici. Come per la droga, per spostare da un continente all’altro centinaia di chili di zanne, i trafficanti utilizzano navi mercantili in partenza soprattutto dai porti di Mombasa, in Kenya, e Dar es Salaam, in Tanzania.
«Cambiano costantemente le rotte e il modo in cui muovono la merce per beffare la legge» ha spiegato al New York Times Tom Milliken, direttore dell’Elephant Trade Information System, un progetto nato per monitorare il commercio mondiale di avorio. I professionisti del terrore sembrano aver capito che è più redditizio dare la caccia agli elefanti piuttosto che ad altri uomini armati.
L’avorio è perfetto per finanziare il terrorismo, perché per averlo c’è chi è disposto a pagare molti soldi, ma all’occorrenza può essere anche utilizzato come merce di scambio per ottenere armamenti e viveri. Così terroristi e guerriglieri sfoderano sempre più spesso i mitra nella savana e nelle riserve, dove le poche guardie, mal pagate e mal armate, non possono arginare il loro strapotere.
Falcidiando i pachidermi con sventagliate di proiettili, fanno diventare lo sterminio una routine: gli AK-47 dei bracconieri-terroristi mirano agli animali più piccoli, ben sapendo che gli esemplari anziani, invece di scappare, non esiteranno a mettere a rischio la loro vita per cercare di proteggerli.
I mammiferi più imponenti crollano a terra solo dopo diversi colpi. Muoiono infine tra immense sofferenze, quando l’ultimo atto della barbarie sta per essere compiuto: la testa degli elefanti viene amputata con i machete per avere le zanne. In questo modo sono scomparsi centinaia di branchi di elefanti africani.
Al-Shabaab, il gruppo islamista somalo legato ad al Qaida divenuto tristemente noto per l’assalto al centro commerciale Westgate a Nairobi costato la vita a oltre 70 persone, si finanzia anche con il bracconaggio. Una stima fornita dall’Elephant action league (Eal) indica che l’uccisione degli elefanti assicura ad al-Shabaab «fino al 40% dei fondi necessari per la sua attività criminale». Il dato non può essere verificato. Tuttavia, secondo l’Eal, il reddito mensile della milizia islamista ottenuto dal contrabbando di avorio si aggirerebbe tra i 200 mila e i 600 mila dollari.
Una cosa è certa: la preoccupazione degli ambientalisti per i risvolti incontrollabili del bracconaggio è condivisa anche da Barack Obama, che ha recentemente firmato un ordine esecutivo che innalza il livello di attenzione sul commercio di fauna selvatica.
Il fenomeno è stato descritto dalla Casa Bianca come una «piaga internazionale che continua a crescere», che genera «miliardi di dollari di ricavi illeciti ogni anno, contribuendo all’economia illegale, alimentando l’instabilità e minando la sicurezza». Ottanta milioni di dollari sono stati stanziati dall’amministrazione Usa per combattere il bracconaggio e il traffico di avorio, visto ora come una minaccia diretta agli interessi degli Stati Uniti.
Nel suo complesso, il mercato nero delle specie selvatiche (elefanti, rinoceronti, grandi felini, scimmie e altri animali meno conosciuti) vale 19 miliardi di dollari all’anno. Sono stati proprio gli elefanti ad aver subito negli anni la più veloce e inesorabile decimazione.
L’associazione keniota David Sheldrick wildlife trust sostiene che ogni 15 minuti, in Africa, un elefante viene ucciso per le sue zanne. La Cina rimane senza dubbio il paese più affamato di avorio illegale, ma la smania di “oro bianco” ha contagiato anche la Thailandia, le Filippine e gli stessi Stati Uniti.


Ecco perché sono in molti a volersi spartire i guadagni di questo crudele commercio milionario. Oltre ai già citati gruppi criminali, sono impegnati nel bracconaggio vari soggetti che bramano questa insperata fonte di ricchezza, come alcune frange degli eserciti regolari ugandesi, congolesi e del Sud Sudan, che si convertono per soldi in cacciatori di frodo. E se in Tanzania anche molti semplici contadini diventano bracconieri attirando in trappola gli elefanti con delle zucche avvelenate, in Gabon la miseria trasforma i ragazzi del luogo in spietati cacciatori, assoldati al volere dei clan che speculano sull’avorio illegale.
Lo sterminio degli elefanti interessa ormai quasi tutto il continente. Sono stati 650 gli elefanti uccisi in Camerun nel 2012, mentre in una sola notte nel sud del Ciad sono stati uccisi lo scorso marzo ben 89 animali, tra cui 30 femmine in stato di gravidanza. In Kenia, nei primi 8 mesi del 2013, sono stati sterminati 190 pachidermi, che arrivano quasi a mille se si estende il calcolo agli anni compresi tra il 2009 e il 2013. Ne deriva che in meno di 30 anni la popolazione di elefanti che abita il paese è passata da 167 mila ad appena 35 mila esemplari.
La Tanzania ha perso in 3 anni la metà dei suoi elefanti. Oltre 2.500 esemplari sono finiti preda dei bracconieri in Mozambico negli ultimi 4 anni e altri mille sono stati trucidati nella Repubblica Democratica del Congo. Il governo di Kinshasa ha riferito che gli elefanti rimasti allo stato selvatico nelle foreste del paese non sono più di 7 mila: erano 100 mila nel 1980. In Sierra Leone e Senegal le cose vanno anche peggio: l’avidità dei trafficanti di oro bianco ha già portato gli elefanti all’estinzione.

Una somma che va dai 50 ai 100 dollari al chilogrammo è la ricompensa che spetta ai cacciatori impegnati in prima linea. Tantissimo per la povertà in cui sono costretti a vivere molti individui in Africa, un’inezia se si pensa all’incremento di prezzo che l’avorio subisce man mano che si avvicina all’ultimo compratore.In Zimbabwe ad esempio, dove è avvenuto il peggior massacro di elefanti del 2013 (oltre 300 esemplari sterminati nel Hwange National Park), i clan di bracconieri sono in grado di vendere le zanne sottratte agli animali uccisi a 482 dollari al chilo.
A questo punto la via dell’avorio insanguinato porta in Sudafrica, dove secondo il tribunale che sta indagando sull’orribile episodio avvenuto nel Hwange Park, le stesse zanne possono essere rivendute per oltre mille e 600 dollari al chilo, prima di finire nuovamente sulla piazza in attesa di un compratore, solitamente asiatico, disposto a pagarle ancora di più.
Nell’ultimo anno, ben 150 cittadini cinesi sono finiti sotto accusa in vari paesi africani per aver acquistato dell’avorio frutto di contrabbando. Se la caveranno, così come i bracconieri sorpresi in flagranza di reato, con delle piccole multe o delle brevi pene detentive. Proprio come nel caso di Ghislain “Pepito” Ngondjo, boss dei cacciatori di elefanti congolesi, condannato per aver ucciso centinaia di animali ad appena 5 anni di reclusione.

L’avvenire degli elefanti africani è cupo. Le stime non concordano, ma confermano che la conservazione della specie è sempre più a rischio.
Tra gli ambientalisti c’è chi ritiene che questi mammiferi scompariranno dal loro ambiente naturale nel giro di 50 anni e chi afferma che la caccia illegale anticiperà la loro estinzione al 2025. La variabile che potrebbe anche raddoppiare o triplicare il tasso di mortalità degli elefanti è la mancanza di misure idonee per arginare la piaga del bracconaggio. Per John Scanlon, segretario generale della Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione, è necessario «trattare i crimini compiuti ai danni della fauna selvatica come dei reati gravi, al pari del traffico di stupefacenti e di armi».
Pene più severe fin da subito dunque. In alcune parti dell’Africa, dove quella ai trafficanti d’avorio è una guerra vera, c’è persino chi propone misure shock. La proposta di Khamis Kagasheki, ministro del governo della Tanzania, è quella di permettere alle guardie forestali di «sparare per uccidere» i bracconieri «sul posto». Tra chi appoggia l’iniziativa, vista come un deterrente necessario, e chi si oppone per timore di un inasprimento della violenza, emerge un altro lato del problema finora non considerato.
Il ministro ha spiegato che i provvedimenti da lui richiesti al governo Dar es Salaam non avrebbero come unico scopo quello di frenare la strage di elefanti, ma anche e soprattutto di proteggere l’incolumità degli agenti attivi contro i bracconieri. Nella sola Tanzania, infatti, sono morti nei conflitti a fuoco circa mille guardie forestali negli ultimi dieci anni.
Esseri umani ed elefanti, entrambi vittime della guerra per l’oro bianco.

Una mattanza forse purtroppo irreparabile per una specie già fortemente decimata dall'uomo. Il genocidio di questi ultimi anni assume proporzioni persino maggiori rispetto alle stragi degli anni ottanta che portarono alla messa al bando internazionale del commercio d'avorio.




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