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mercoledì 12 agosto 2015

L'ORSO POLARE

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In passato le origini e l'evoluzione sugli orsi polari erano ancora misteriose o alquanto approssimative, giacché la scarsa presenza di resti fossili nell'Artico non permettevano di avere sufficienti informazioni sulle origini dell'orso polare.

Ma, secondo uno studio del Biodiversity and Climate Reseach Centre, analizzando 14 intronidi 45 individui appartenenti a tre specie differenti (Ursus maritimus, Ursus arctos e Ursus americanus), si è scoperto che la specie bruna e quella bianca si sono diramate in modo simile da una stessa linea evolutiva rispetto a quella nera, quindi l'orso polare risalirebbe a 600 mila anni fa (molto di più rispetto a quanto precedentemente ritenuto, ovvero circa 120-150 mila anni fa).

I primi orsi polari dovevano avere un aspetto assai simile a quello di un Grizzly, ma con le generazioni a venire, la pelliccia degli orsi si schiarì notevolmente, fino a diventare completamente bianca.

L'orso polare, nome scientifico Ursus maritimus della famiglia Ursidae, è un grande carnivoro che vive in tutte le regioni artiche ed il suo aerale è limitato solo dalla presenza del ghiaccio. La maggior parte della popolazione vive infatti tra i ghiacci annuali della piattaforma continentale e nelle isole e gli arcipelaghi che circondano il polo.

Le nazioni maggiormente interessate alla sua presenza sono: Canada, Groenlandia, Norvegia, Federazione russa, Alaska e qualche orso è possibile trovarlo anche in Islanda.

Gli orsi polari sono maggiormente concentrati nelle zone dove l'acqua è bassa o dove le correnti rendono il mare ricco di cibo. Prediligono inoltre le zone della banchina dove si formano o dove è possibile fare delle crepe, che altro non sono che degli accessi al mare, suo territorio di caccia.



L'orso polare è un animale dal corpo dalla forma arrotondata tale da rendere minima la dispersione di calore. Sotto la pelle ha uno strato di grasso spesso 10 cm che trattiene il calore del corpo così come la pelle nera assorbe anche le minime quantità di calore. Anche la pelliccia è un elemento importante per la sopravvivenza dell'orso polare: è per lo più di colore bianco ma può essere anche giallastra soprattutto d'estate o assumere tonalità grigie o marroni a seconda della luce ed è formata da lunghi peli molto fitti che ricoprono la lanugine sottostante.

Le zampe sono grandi e larghe e questa conformazione ha il duplice vantaggio di favorire il nuoto e di funzionare come delle racchette che consentono all'orso di non sprofondare nella neve. Gli orsi sono animali plantigradi in quanto poggiano tutta la pianta del piede quando camminano.

La testa è relativamente piccola rispetto al resto del corpo ed è caratterizzata da un muso lungo ed affusolato con orecchie piccole e mascelle molto potenti provviste di 42 robusti denti dei quali i due canini sono particolarmente sviluppati.

Hanno un olfatto molto sensibile mentre la vista e l'udito non sono particolarmente acuti.

L'orso polare è un grande viaggiatore in quanto è sempre in movimento alla ricerca di cibo ed è capace di percorrere anche 1000 km lungo la banchisa polare. Sono inoltre abilissimi nuotatori e possono percorrere lunghi tratti sott'acqua alla ricerca del cibo.

Durante il periodo estivo possono rimanere bloccati sulle isole, in conseguenza del disgelo e sopportare il caldo fino al sopraggiungere dell'inverno.

Gli orsi polari sono animali solitari ed i periodi che passano assieme ai loro simili sono solo quelli in cui la madre si prende cura della prole (circa 2-3 anni) e quando si forma una coppia per pochi giorni finalizzata all'accoppiamento. In particolare le femmine con i piccoli tendono a fare vita solitaria e a star lontani dai maschi perchè questi non esiterebbero ad uccidere i piccoli per nutrirsi.

Non sono rare le competizioni tra orsi sia per il possesso della femmina, essendo molto poche e con periodi di estro molto dilatati nel tempo (la femmina per circa 2-3 anni, fino a quando ha i piccoli, non è disponibile ad accoppiarsi) sia per il cibo.

Gli orsi polari sono animali prettamente carnivori ed il loro cibo principale sono la foca dagli anelli (Pusa hispida) ma mangiano e cacciano senza problemi anche le altre specie di foca, compresi trichechi, gli uccelli marini con le loro uova, piccoli mammiferi, pesci ed anche eventuali carogne di foche o di balena.

In pratica il loro cibo di base è il grasso della foca in quanto molto ricco di calorie.



L'orso polare ha diverse modi di cacciare. Un metodo è quello di appostarsi in prossimità dei buchi presenti nel ghiaccio ed aspettare che una foca emerga per respirare. Un altro metodo è quello di avvicinarsi silenziosamente ad una foca che si trova fuori dall'acqua e scattare all'ultimo momento per catturarla oppure un altro modo è semplicemente quello di inseguire la preda in acqua e catturarla.

Le prede una volta uccise vengono subito consumate e le parti che normalmente vengono mangiate sono la pelle ed il grasso mentre il resto in genere viene lasciato. Questi resti sono consumati da altri orsi polari giovani e meno esperti o dalle volpi artiche.

Gli orsi polari hanno la particolarità, una volta finito di mangiare, di pulirsi in modo da non rimanere sporchi di sangue.

Il periodo degli accoppiamenti per gli orsi polari è il tardo inverno e l'inizio della primavera. Il periodo in cui le femmine sono disponibili all'accoppiamento sono molto radi in quanto una femmina non si accoppia fino a quando ha i piccoli da accudire il che la rende disponibile circa ogni tre anni. L'estro dura pochi giorni e durante questo periodo il maschio e la femmina formano una coppia.

Dopo che si è accoppiata la femmina di orso polare inizia il periodo di gestazione che varia da 195 a 265 giorni e costruisce una tana, in genere nella neve, dove far nascere ed allevare i piccoli. La tana viene costruita entro 8 km dalla costa e durante la gestazione la femmina mangia a tal punto da arrivare a raddoppiare il proprio peso.

I cuccioli nascono tra il mese di novembre e gli inizi di gennaio e la madre rimarrà con i piccoli senza mai separarsene fino al mese di aprile. In genere i cuccioli sono due e pesano alla nascita circa 1/2 kg. Pur essendo così piccoli, grazie al latte materno particolarmente grasso, raggiungono rapidamente i 10-15 kg all'arrivo della primavera, periodo in cui lasciano la tana.

Le madri sono particolarmente ligie nelle cure parentali della prole e rimangono con i piccoli fino a quando non hanno raggiunto l'età di 2-3 anni.

La maturità sessuale di un orso polare viene raggiunta non prima dei 5-6 anni di età.

L'orso polare non ha predatori ad eccezione dell'uomo e degli altri orsi polari. I maschi possono anche uccidere i piccoli se li incontrano lungo la loro strada per nutrirsene.

L'uomo ha cacciato pesantemente l'orso polare sia per la sua pelliccia che per la sua carne.

L'orso polare è classificato nella Red list dell'IUNC tra gli animali vulnerabili VULNERABLE (VU): considerato quindi un animale ad alto rischio di estinzione in natura. E' stato stimato che si avrà una riduzione della sua popolazione di oltre il 30% nel giro di 3 generazioni (circa 45 anni) a causa della forte riduzione del suo habitat. Infatti gli orsi polari per sopravvivere hanno necessità dei ghiacci pertanto una loro qualunque variazione si riflette inesorabilmente sulla popolazione di questo grande carnivoro.

Sono state ipotizzate 19 sottospecie di orso polare per una popolazione totale presente di circa 20.000 - 25.000 esemplari in tutto il mondo.

Mentre le altre specie di orso hanno dimostrato di essere in grado di adattarsi ai mutamenti climatici che comportano cambiamenti nei loro habitat naturali, gli orsi polari sono troppo specializzati per riuscire a sopravvivere a tali cambiamenti. Altri fattori negativi che possono influire sulla loro popolazione sono l'inquinamento, che oramai ha raggiunto il polo (parliamo delle piattaforme petrolifere della Russia, dell'Alaska e del Canada): basti pensare ad esempio all'avvelenamento del loro cibo principale, le foche in quanto il grasso della foca è molto ricettivo nei confronti degli agenti inquinanti.

C'è inoltre da tenere in considerazione il fatto che purtroppo alcune nazioni consentono ancora, nel terzo millennio, la caccia per sussistenza alle popolazioni indigene. Ciò avviene in Alaska (Stati Uniti), in Canada, in Groenlandia mentre sia la Norvegia che la Russia l'hanno vietata anche se in Russia, dopo la caduta dell'Unione Sovietica è considerevolmente aumentato il bracconaggio. In Canada addirittura viene permessa la caccia per sport (giustificandola come sostenibile!) e purtroppo anche la Groenlandia si appresta a seguire la stessa strada.

Se la situazione continuerà a rimanere tale, è stato stimata la scomparsa dell'orso polare nel giro di 100 anni.

Gli orsi polari si trovano nella Appendice II (specie a rischio) del CITES (Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora) .

Gli orsi nei secoli passati sono stati pesantemente cacciati dalle popolazioni indigene per ricavarne pelliccia e carne cosa che purtroppo è ancora consentita in alcune zone per motivi di sussistenza.

Gli orsi polari sono sempre stati visti come degli animali pericolosi per l'uomo anche se, a meno che l'uomo non lo ricerchi, le possibilità di incontrarsi sono molto rare visto la bassa densità di popolazione degli orsi e dell'uomo nelle zone da loro frequentate.

Recenti studi hanno dimostrato che l'orso polare accoppiandosi con l'orso bruno da origine ad una prole fertile. Questo fa pensare che l'orso polare si sia in qualche modo evoluto dall'orso bruno.



LEGGI ANCHE : http://marzurro.blogspot.it/2015/08/i-ghiacci-dei-poli.html






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domenica 15 marzo 2015

LA QUAGLIA

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La quaglia comune è bruna con striature trasversali e longitudinali giallo-ruggine sulle parti superiori, più scura sul capo e sul dorso, ed ha la gola bruno-ruggine, il gozzo giallo-ruggine, il centro dell'addome bianco-gialliccio, e i lati del petto e del ventre rosso-ruggine con strisce longitudinali giallo-chiare. Dalla mascella superiore sopra l'occhio, sul collo e intorno alla gola corre una linea bruno-giallo-chiara, le remiganti primarie mostrano sul fondo bruno-nericcio delle macchie trasversali giallo-ruggine, che nell'insieme costituiscono delle fasce, e le timoniere giallo-ruggine hanno i fusti bianchi e delle macchie nere a forma di nastro. Nelle femmine tutti i colori sono più sbiaditi e indistinti, e particolarmente meno vivace appare la macchia bruno-ruggine della gola; anch'esse hanno gli occhi rossiccio-bruni, il becco grigio-corno e il piede rossiccio o giallo-pallido. Le misure vanno dai diciotto centimetri della lunghezza complessiva agli oltre trenta dell'apertura alare, mentre le singole ali misurano dieci centimetri e la coda appena quattro.

Le regioni del vecchio mondo dalle quali la quaglia è completamente assente sono ben poche: in Europa si incontra dovunque, a parte le regioni più settentrionali; nell'Asia centrale è comune, e dalle une e dalle altre località migra ogni anno verso il sud, attraversando tutta l'Africa settentrionale fino all'Equatore e al Capo di Buona Speranza, come pure verso tutti i paesi meridionali del Continente asiatico.

Le migrazioni delle quaglie presentano parecchi aspetti notevoli: esse avvengono ogni anno, ma differiscono considerevolmente da quelle degli altri uccelli. Alcune si trovano già in Egitto alla fine di agosto, un numero maggiore vi giunge in settembre, e frattanto, in questo stesso mese, e non molto di rado, si incontrano ancora nel centro dell'Europa delle femmine covanti o dei piccoli coperti di piumino. La migrazione principale ha certamente luogo in settembre, ma si prolunga per tutto ottobre e in certi casi anche nel novembre. Prima del viaggio gli uccelli non hanno l'uso di raggrupparsi, e ciascuno si mette in cammino senza curarsi degli altri: solo per la traversata vera e propria si riuniscono a stormi, già numerosi quando i viaggiatori hanno raggiunto il meridione europeo, dove le coste del Mediterraneo formicolano, a cominciare da settembre, di migliaia e migliaia di quaglie. In Grecia, in Turchia, nel sud d'Italia, nella Spagna, intorno al Mar Nero e al Mar Caspio, come pure sulle coste dei mari della Cina e del Giappone, nei cespugli lungo i precipizi, lungo i fossi e i prati, nei pruneti e tra le zolle, dovunque i cacciatori si imbattano nelle quaglie, bastano poche ore per riempire i carnieri.

Stando in osservazione sulle coste settentrionali dell'Africa, si può sovente essere spettatori dell'arrivo delle quaglie. Si scorge una nuvola scura e bassa, aleggiante al di sopra delle onde, che rapidamente si avvicina e si abbassa per precipitare al suolo sul margine estremo delle onde, in una mortale stanchezza. Qui le povere creature giacciono dapprima alcuni minuti come sbalordite e quasi incapaci di muoversi, e passa parecchio tempo prima che si decidano a mettere nuovamente in esercizio gli spossati muscoli del petto: in genere, ciascuna cerca la sua salvezza correndo a cercarsi un rifugio, ed evita accuratamente di alzarsi in volo nei primi giorni dopo l'arrivo. Da quel momento in poi compiono la maggior parte dei loro spostamenti sul terreno, e, tenendosi sempre piuttosto isolate, scelgono per dimora le località che meglio si accordano ai loro gusti, vale a dire le stoppie, le zone coltivate e le steppe. Al cominciare della primavera si ripreparano a partire e si riuniscono sulle coste del mare, mai però in schiere così numerose come d'autunno: sembra che nel ritorno non scelgano sempre la stessa strada percorsa all'andata, ed è certo che, dopo aver superato il mare, si spostano molto lentamente, scomparendo a poco a poco dalle regioni più meridionali alle quali giungono, in genere, durante la primavera, nel mese di aprile.

La residenza preferita dalle quaglie nella stagione estiva è data dalle pianure fertili e ricche di cereali, mentre le regioni elevate e montuose, le paludi e i luoghi acquitrinosi vengono attentamente evitati. Subito dopo il ritorno si trattengono nei campi di frumento e di segala, ed anche se più tardi si mostrano meno esigenti, si può dire che, di regola, non si trovino bene se non laddove vi siano coltivazioni di frumento.

Nei caratteri, nei costumi e in generale nel modo di vivere, la quaglia si differenzia molto dalla pernice. Cammina rapidamente e dimenandosi, ma con brutti atteggiamenti perché ritira la testa, lascia pendere la coda, nicchia continuamente col capo e di rado prende un nobile contegno; il suo volo è celere, interrotto e mai troppo prolungato o elevato, a parte quello cui si affida durante le migrazioni; i suoi sensi, soprattutto la vista e l'udito, si possono dire ben sviluppati. Benché non veramente paurosa, è sempre timida e inquieta, ed assolutamente incapace di qualsiasi socievolezza.

Se si riesce a far loro superare senza danni il primo periodo di ambientazione, durante il quale il prepotente istinto alla libertà le spinge a scagliarsi violentemente contro le pareti che le racchiudono, perdono almeno in parte la loro timidezza, si abituano ben presto alla novità dello stato e non è difficile che si riproducano. Molte prolificano anche nelle gabbie comuni, ma in tali condizioni è difficile che possano allevare la loro prole: nelle vaste uccelliere dei giardini zoologici, invece, si propagano regolarmente e con buon successo.

La femmina incomincia a fabbricare il nido piuttosto tardi, mai prima dell'inizio dell'estate: pratica, per lo più nei campi di frumento o nei prati, una leggera escavazione, la riveste con qualche frammento di pianta secca e vi depone da otto a quattordici uova, macchiate di scuro o di bruno-nero sul fondo bruniccio-chiaro. L'incubazione dura per diciotto o venti giorni, e, dopo che i piccoli sono sgusciati, la madre li conduce con cura alla ricerca del cibo e li sorveglia amorevolmente. Si sviluppano molto rapidamente; nella seconda settimana sono già in grado di svolazzare e abbandonano senza complimenti la madre; nella quinta o nella sesta hanno già raggiunto l'intero sviluppo e sono in grado di intraprendere il viaggio autunnale.

Il nutrimento consiste in semi di vario genere, foglie e gemme, ma soprattutto in ogni specie di insetti; per agevolare la digestione l'uccello inghiotte dei piccoli ciottoli, ed ha naturalmente bisogno d'acqua per estinguere la sete, ma poiché gli bastano le poche gocce di rugiada che riesce a raccogliere sulle foglie, è molto raro che si diriga in luoghi determinati per dissetarsi.

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venerdì 13 marzo 2015

LA CIVETTA

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« Ambarabà ciccì coccò
tre civette sul comò
che facevano l'amore
con la figlia del dottore;
il dottore si ammalò:
ambarabà ciccì coccò! »

La civetta è un uccello rapace.
La civetta è lunga circa 21–23 cm, ha un'apertura alare di 53–59 cm e un peso che varia da 100 a poco più di 200 grammi. Ha forme tozze, capo largo e appiattito senza i tipici ciuffi auricolari del gufo comune, occhi gialli e zampe lunghe parzialmente rivestite di setole. La parte superiore è grigio-bruno macchiata di bianco mentre in quella inferiore è prevalente il bianco, macchiato di brunola. La sua alimentazione varia dai cuccioli di lepre agli insetti.

La civetta si trova in tutto l'Emisfero nord, in Europa, Asia ed Africa del nord. In Italia è un uccello molto comune ed è diffuso in quasi tutta la penisola tranne che sulle Alpi. I suoi habitat preferiti sono nelle vicinanze degli abitati civili, dove c'è presenza umana, in zona collinare. Evita le zone oltre i 1000 m di altitudine poiché la neve limita fortemente le sue fonti alimentari.

Uccello notturno per antonomasia, la civetta in realtà può essere attiva anche nel tardo pomeriggio e di prima mattina, ma è molto vigile anche nel resto della giornata.

Le civette hanno un ampio repertorio vocale. Il maschio emette un malinconico "hu-u-ou" ripetuto ad intervalli variabili, dopo 3-4 secondi. Talvolta, però, le civette emettono versi striduli e fastidiosi come autodifesa.

La civetta è carnivora. Come tutti gli Strigiformi, è capace di ingoiare le prede intere, salvo poi rigurgitare, sotto forma di borre, le parti indigeribili (peli, piume, denti, ossa, guscio cheratinizzato degli insetti). Si ciba di piccoli vertebrati e di grossi insetti.

Nidifica tra marzo e giugno. La femmina depone 2-5 uova bianche in piccole cavità tra le rocce, negli alberi, nei muri di vecchi edifici, in tane abbandonate di mammiferi di media taglia e poi le cova per circa 4 settimane. In quel periodo è aiutata dal maschio nella caccia. Dopo un mese o poco più i piccoli lasciano il nido ma sono completamente indipendenti solo a 2-3 mesi di vita.

La civetta, come molti altri animali notturni, è considerato dalla tradizione popolare un animale che porta sfortuna, e molti si augurano che non si metta a cantare sopra il proprio tetto. Nell'antica Grecia, invece, la civetta era considerata sacra per la dea Atena (da qui il nome del genere: Athene; quello della specie riporta il nome latino dell'uccello: A. noctua, cioè «notturna»), dea della sapienza ed ancora oggi è raffigurata in molti portafortuna.
Con il termine civetta si intende anche una donna vanitosa, leggera, che ama farsi corteggiare attraendo ammiratori con atti e vezzi per lo più leziosi e poco naturali. Questa usanza è data dal fatto che questo rapace, quando veniva usato dai cacciatori come richiamo per ingannare i piccoli passeriformi, li attraeva con un particolare modo di battere le ali, con inchini, ammiccamenti e altri atteggiamenti simili che costituisce un irresistibile spettacolo per le potenziali prede.

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