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venerdì 3 giugno 2016

LA GRANDINE

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La grandine è un tipo di precipitazione atmosferica formata da tanti pezzi di ghiaccio (chiamati comunemente "chicchi di grandine"), generalmente sferici o sferoidali, che cadono dalle nubi cumuliformi più imponenti, i cumulonembi.

La grandine è formata da chicchi di ghiaccio che possono avere forma e dimensione diversi. Normalmente la grandezza è quella di una  nocciolina ma non sono rari i casi in cui la grandezza raggiunge quella di una noce o addirittura quella di un'arancia.

La grandine si forma, generalmente, durante i temporali. All'interno dei cumulonembi, le forti correnti ascendenti trasportano le gocce di acqua fino a quote in cui la temperatura è inferiore allo zero. Le goccioline di acqua passano prima allo stato sopraffuso (gocce di acqua allo stato liquido pur in ambiente sottozero) e successivamente si trasformano  in cristalli di ghiaccio. Fin tanto che la forza delle correnti ascendenti riesce a mantenere il cristallo di ghiaccio all'interno della nube, questo avrà la possibilità di aggregarsi con altri nuclei di acqua sopraffusa e di accrescere il suo volume. Quando il peso del chicco di grandine riesce a vincere la forza contraria della corrente ascendente, questo precipita al suolo. La sua grandezza e le sue caratteristiche, dipendono quindi dalle caratteristiche del temporale che lo ha generato. Quando il processo di congelamento interessa stadi molto freddi della nube in cui le goccioline d'acqua sono meno numerose, è normale che nel chicco di grandine finiscano inglobate anche piccole bolle di aria.

Lo spaccato di un chicco di grandine mostra, come un albero, la storia della sua evoluzione. Si possono facilmente distinguere le varie stratificazioni. Alcuni chicchi hanno mostrato fino a 20/25 stratificazioni di ghiaccio l'una sull'altra.

I chicchi di grandine che cadono ad alte temperature sono trasparenti perché privi di bolle d'aria; quelli che cadono a temperature più basse sono bianchi perché viceversa ne contengono molte.

Durante e dopo una grandinata la temperatura si abbassa rapidamente (anche di dieci gradi in mezz'ora) perché il ghiaccio solido per trasformarsi in acqua liquida sottrae calore all'ambiente, con la possibilità a volte di generare trombe d'aria.



I danni più o meno rilevanti non sono proporzionali solamente alla dimensione del chicco, ma dipendono da una somma d'altri fattori. Queste variabili sono cinque e sono costituite da: dimensione del chicco di grandine; velocità di caduta del chicco; durezza del chicco; forma del chicco; orientamento della traiettoria di caduta del chicco.

I chicchi di grandine possono avere le più disparate forme e dimensioni: a volte i chicchi sono sferici od ellissoidi, raramente possono avere forme irregolari ed essere stellati, un fenomeno molto curioso. Si tratta di una precipitazione costituita da chicchi di ghiaccio che possono raggiungere dimensioni tra le più svariate. In Italia le grandinate medie, hanno una dimensione che varia da 5 a 10 mm, con diversi casi ogni anno (sempre più crescenti nel tempo) di chicchi che possono essere maggiori e raggiungere le dimensioni tra la 4 e la 6 della scala TORRO (introdotta nel 1986), corrispondente ad un diametro massimo fino a 6 cm ed oltre. Spesso e volentieri seguendo le indicazioni della scala Torro, i chicchi di grandine vengono paragonati ad oggetti ed a frutti noti, come acini d'uva, noci, pesche.

Le tempeste di grandine possono provocare ingenti danni, fino a provocare il decesso di esseri viventi e il danneggiamento dell'agricoltura. Nel nord dell'India, nel 1888, chicchi di dimensioni superiori a 5 cm uccisero 246 persone e 1600 tra pecore e capre. Nel 1932, una tempesta nella provincia dello Hunan (nel sud-est della Cina) causò la morte di almeno 10 persone, così come una grandinata su Bogotà in Colombia avvenuta nel 2007.

Secondo lo Storm Prediction Center, agenzia meteorologica statunitense, fra il 1975 e il 1994 la grandine negli Stati Uniti ha ucciso 8 persone.

Più di recente in Italia, nel nord ovest della Lombardia con epicentro nel comune di Casorezzo si verificò il 18 agosto 1986 una grandinata di dimensioni eccezionali per quella zona. La grandine aveva dimensioni di circa 10 cm ed un peso medio stimato di 400 g. Le precipitazioni distrussero completamente i campi di mais della zona, compromettendo le colture per i due anni successivi. Circa il 95% degli edifici subì danni di varia entità. Furono presentate interpellanze parlamentari e la regione Lombardia erogò dei finanziamenti per far fronte allo stato di calamità naturale che si era venuto a creare.

Il 3 maggio 2013, a causa della formazione di una grossa tromba d'aria nella pianura tra Modena e Bologna, una grandinata di dimensioni eccezionali (chicchi di diametro superiori ai 12 cm), ha devastato numerose località e provocato sei feriti. I danni provocati dalla grandine dipendono principalmente dalla sua densità, ossia dal rapporto tra massa e volume del chicco.
La grandine ha anche i suoi risvolti positivi: dopo una giornata rovente di piena estate, una grandinata è capace di esaltare fortemente il ricambio d'aria e la sensazione di refrigerio, un attimo l'aria si raffredda, ancor più se l'episodio di grandine è abbondante e capace d'imbiancare il suolo. La grandine può trascinare con sé anche le microparticelle di inquinamento diffuse nella bassa atmosfera, purificando l'aria.

A livello di frequenza, è più facile imbattersi in una grandinata nel Kenya. Fra le aree dove invece si verificano i maggiori eventi devastanti figurano il Nord India (altopiano del Deccan) ed il Bangladesh. Il più grande chicco di grandine mai trovato pesava quasi 1,1 kg ed è caduto proprio in Bangladesh il 14 aprile 1986. Durante questa tempesta, con chicchi di grandine come zucche, morirono 92 persone. Il 30 aprile 1888, una grandinata nei distretti di Moradabad e Beheri aveva ucciso ben 246 persone, diventando così la tempesta più letale mai conosciuta per il territorio dell'India.

Esistono vari sistemi, usati prevalentemente in agricoltura, per ovviare ai danni da grandine, riducendone al minimo l'incidenza sulle colture. Per aree limitate (a causa dei costi di installazione) vengono usate reti antigrandine, in particolare per proteggere allevamenti e coltivazioni pregiate quali tendoni e spalliere per la viticoltura da esportazione e per la produzione di vini pregiati. Per aree vaste si usa invece un principio fisico, applicato spandendo tra le nubi dello ioduro d'argento. I chicchi di grandine si formano a partire da nuclei solidi molto piccoli; se si aumenta il numero di questi nuclei, si riduce in proporzione la dimensione media dei chicchi. Per ottenere tale effetto si usano tecniche diverse, come sparare dei razzi che esplodendo in quota liberano queste polveri, oppure spandendo le stesse con aerei appositamente attrezzati (tecnica cloud seeding). Un ulteriore sistema, la cui efficacia è ancora di opinione controversa, è l'uso del cannone antigrandine.

Altro metodo, indiretto, per limitare i danni economici da grandine è l'assicurazione (preventiva) dei raccolti: ad inizio stagione si assicura il prodotto per il valore che si ritiene di poter produrre sugli appezzamenti e, in caso di evento grandinigeno, vengono mandati periti che stimano il danno riportato dall'assicurato.



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venerdì 15 gennaio 2016

L'ALPINISMO

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« Con l'incremento dei mezzi tecnici si è creduto di progredire, ma in realtà non si è fatto che regredire sul piano umano. A poco a poco si è creata l'illusione di poter salire ovunque, si è creduto ingenuamente di poter aprire il territorio alpinistico a chiunque, usufruendo dei mezzi aggiornatissimi che la tecnica ci ha messo a disposizione. La stessa illusione amarissima la sta vivendo la società occidentale, la quale, credendo assai presuntuosamente di assoggettare la natura ai propri voleri, sta assistendo impotente alla distruzione del pianeta »
(G. Motti, Rivista Fila, 2-1976)

Si distingue in alpinismo su roccia e in alpinismo su ghiaccio. Il primo si pratica, solitamente, in cordate di due o tre persone e si avvale di una tecnica specializzata elaborata in particolare sulle Alpi Orientali (alpinismo dolomitico). La pratica del secondo richiede generalmente cordate di tre persone munite di piccozze e di ramponi da ghiaccio. In relazione agli attrezzi usati, si distinguono l'alpinismo in libera (arrampicata), cioè quello in cui l'alpinista si misura con le difficoltà dell'esecuzione col solo ausilio di attrezzi di assicurazione (corda, chiodi, moschettoni) e l'alpinismo in artificiale, che permette di superare i tratti in cui la montagna non offre alcun appiglio naturale, utilizzando attrezzi di progressione (chiodi speciali, staffe, corde multiple, ecc.). L'alpinismo su percorsi di estrema difficoltà, senza guida, è detto accademico. Le difficoltà incontrate nel corso di un'ascensione alpinistica sono valutate secondo apposite scale. Per l'arrampicata in libera su roccia si usa una scala proposta nel 1925 dall'alpinista tedesco W. Welzenbach suddivisa in sei gradi: 1º) facile; 2º) mediocremente difficile; 3º) difficile; 4º) molto difficile; 5º) oltremodo difficile; 6º) estremamente difficile; ciascun grado si divide in inferiore e superiore. Meno usata la scala integrativa proposta dall'italiano Berti per la valutazione delle difficoltà intermedie ai gradi della scala Welzenbach. Scale analoghe, seppure meno rigide, sono usate per le scalate miste (ghiaccio-roccia) e su ghiaccio. Per le scalate in artificiale è generalmente adottata una scala che tiene conto del numero e del tipo di attrezzi usati. § Le attività alpinistiche italiane sono coordinate e dirette dal Club Alpino Italiano (CAI), fondato nel 1863, pochi anni dopo la costituzione della prima organizzazione alpinistica del mondo, l'inglese Alpine Club (1857). Nel Club Alpino Accademico Italiano (CAAI), invece, sono accolti solo gli appassionati dell'alpinismo accademico che abbiano compiuto segnalate imprese.

Non si può capire la grande storia dell’alpinismo ignorando le piccole storie personali degli uomini e delle donne che hanno scelto di faticare e rischiare per un “inutile” pezzo di roccia e di ghiaccio.
Il più famoso escursionista del Medioevo, Francesco Petrarca, inaugurando nel 1336 il grado 0 dell’alpinismo, cioè l’escursionismo, cercò di spiegare così le ragioni della sua salita al Monte Ventoso: “Quella vita che chiamiamo beata è posta in alto, e angusta è la via che a essa conduce”. Sempre nel Trecento, Bonifacio d’Asti riuscì al terzo tentativo a scalare il Rocciamelone per portare le tavole del Trittico fiammingo della Madonna delle Nevi in una grotta sulla vetta.
La conquista del Colle del Lys nel 1778, atto di nascita dell’alpinismo moderno e vero e proprio 1° grado di difficoltà affrontato dall’uomo, avvenne perché un gruppo di ragazzi di Gressoney si mise alla ricerca della mitica valle dai ruscelli di latte dei propri antenati Walser.
Il 2° grado venne raggiunto con la conquista del Monviso da parte di Quintino Sella e coincise con la fondazione del Club Alpino Italiano, sodalizio che quest’anno compie 150 anni. Il 3° quando l’incisore inglese Edward Whymper raggiunse nel 1865 la vetta del Cervino, ma la sua impresa fu funestata dalla morte di tre suoi compagni di cordata e lo scandalo che ne seguì fu così grande che la regina Vittoria pensò di proibire l’alpinismo.
Per il 4° grado si passa dalla Val d’Aosta alle dolomiti e dagli inglesi ai tedeschi. Nel 1887 Georg Winkler salì da solo e senza assicurazione la torre del Vajolet che da allora ha preso il suo nome: “l’unica impresa alpina che psicologicamente non sono mai riuscito a spiegarmi”, come scrisse Tita Piaz. Nel 1911 fu la volta del Campanil Basso di Brenta, lo splendido campanile di dolomia dove Paul Preuss salì e scese il 5° grado senza corda e senza chiodi. Lo stesso anno scrisse: “Il pensiero “se cado resto appeso a tre metri di corda” ha moralmente meno valore dell’altro: “una caduta e sei morto!”


Nel primo dopoguerra si impone l’ideologia del sesto grado, dell’arrampicata fatta “per crearsi un patrimonio di esperienze soprattutto in senso di vita vissuta al limite delle proprie possibilità”, è la ricerca continua “di una felicità irraggiungibile”, come ben scrisse Giusto Gervasutti. E’ l’epoca della scuola di Monaco e dei giganti italiani: Cassin, Comici, Videsott.
La scala chiusa al sesto grado salta per aria in un periodo rivoluzionario, la fine degli anni ’60. Un gruppo di ragazzi capelloni e un po’ beat cancella l’ideale della vetta: è il Nuovo Mattino. In braghe di tela, magliette colorate cominciano ad aprire vie dai nomi irridenti: Tempi moderni, Cannabis, Itaca nel Sole. L’arrampicata diviene “un mezzo per vivere sensazioni più profonde”. Il settimo grado viene superato sul Precipizio degli Asteroidi in Val di Mello nel 1977, ma già i fratelli Messner avevano salito l’ottavo sul Sass dla Crusc per liberare il drago dell’impossibile dal tecnicismo esasperato. Ad alzare ancora l’asta delle difficoltà ci pensa Maurizio Zanolla, in arte Manolo, sul Sass Maòr raggiungendo il 10° grado: “Certe volte ci chiediamo se siamo matti.  Ma vedi, è così che io entro nel sogno. Nella realtà puoi parlare di una cosa sola alla volta, nel sogno entri in rapporto con tutto, e con tutto insieme. Tutte le cose sono possibili in sogno”. Il compimento è nel 2001 quando Alexander Huber torna su una delle pareti mitiche dell’alpinismo classico: la nord della cima Ovest di Lavaredo. Dopo anni di tentativi supera il passaggio chiave sul tetto: undicesimo grado inferiore!
Se anche nelle forme amatoriali, la pratica alpinistica, come sanno bene mogli e mariti dei “malati di montagna”, è una passione totalizzante che mal si presta a mediazioni e a mezze misure, “Rimane il problema della motivazione o della filosofia dell’alpinismo. La sterminata biblioteca di montagna custodisce centinaia di pagine che cercano di rispondere alla solita vecchia domanda: perché? Per conoscere se stessi, per scappare dal mondo, per avvicinarsi a Dio… Dopo quasi due secoli e mezzo di storia consiglio la risposta del pioniere George Mallory in partenza per l’Himalaya:
“Perché vai a scalare l’Everest?”
“Because it’s there, perché è là”.
Mallory dall’Everest non è mai tornato, e anche di quello potremmo chidergli giustificazione, ma non servirebbe, perché ci ha già lasciato la sua opinione. L’unica possibile, per un alpinista.”

Tra gli alpinisti italiani emerge la figura di Walter Bonatti che sarà un punto di riferimento per l'alpinismo internazionale fino a circa il 1965. Bonatti, pur essendo un alpinista completo, espresse il proprio talento soprattutto nell Alpi Occidentali (tra le altre: la parete est del Grand Capucin nel 1951, la prima salita invernale della via Cassin alla Cima Ovest di Lavaredo nel 1953, il pilastro sud ovest del Petit Dru in solitaria nel 1955 e la nuova via in solitaria sulla parete nord del Cervino, nell'inverno del 1965). Egli anticipò (con un suo personalissimo e a volte contraddittorio stile) alcune tendenze che emergeranno negli anni settanta e ottanta come il "clean climbing" (la scalata pulita, con il minor utilizzo di chiodi e aiuti artificiali).

Bonatti fu tra i primi alpinisti professionisti che portarono le proprie imprese al grande pubblico attraverso le riviste e i giornali (ad esempio la collaborazione con il settimanale Epoca che proseguì anche dopo che Bonatti abbandonò l'alpinismo per dedicarsi a viaggi e reportage in luoghi selvaggi del pianeta).

All'inizio degli anni settanta la contestazione sessantottina influenzò anche l'alpinismo, seppure con qualche anno di ritardo rispetto alle rivolte studentesche. Il nuovo movimento alpinistico prese il nome di "Nuovo Mattino", dal titolo di un articolo di Gian Piero Motti sulla Rivista della Montagna. Si cominciarono a mettere in dubbio e contestare i metodi e gli scopi dei classici scalatori con l'idea della conquista per mezzo delle vie classiche, da ripetere con tecniche e metodologie consolidate. L'idea del movimento era quella di basare l'alpinismo sulla scoperta della libertà, il gusto per la trasgressione, rifiutando la cultura alpinistica della vetta a tutti i costi, dei rifugi, degli scarponi, del CAI, delle guide, e deprecando lo sfruttamento ambientale delle montagne.

Vi era il rifiuto di ridurre la montagna (e la natura in generale) a semplice strumento, ma al tempo stesso mantenere l'Uomo al centro della natura.

Mediante metodi specifici di allenamento fisico e psichico, innovazioni tecniche spesso importate dagli Stati Uniti (i primi pionieri del free climbing sperimentavano in quegli anni sulla formazione rocciosa El Capitan, fino ad allora considerata quasi impossibile da scalare, nel Parco nazionale di Yosemite in California), si rese possibile vincere difficoltà che allora sembravano insormontabili: è il periodo in cui si cominciano ad utilizzare le scarpette a suola liscia, in cui viene sviluppato il free climbing.

Passati gli anni settanta e ottanta il Nuovo Mattino tramonterà con le sue contraddizioni, lasciando nell'innovazione solo quello che poteva essere consumato e massificato.

Questo gruppo di alpinisti fu costituito da Gian Piero Motti, Gian Carlo Grassi, Danilo Galante, Roberto Bonelli, Andrea Gobetti, Mike Kosterlitz, Ugo Manera e altri. Furono anche chiamati il Circo Volante o il Mucchio Selvaggio.

A seguito delle esperienze anglosassoni e nell'ambito (almeno in Italia) delle idee del Nuovo Mattino, già da alcuni anni si dibatteva sulla necessità di aprire la scala delle difficoltà verso l'alto, oltre il VI grado.
L'UIAA oppose una fortissima resistenza a tale logica evoluzione delle scale di difficoltà. Già nel 1977 Jean Claude Droyer aveva scalato la via Bonatti sul Capucin con 9 chiodi soltanto, oltrepassando dunque la definizione classica del VI grado secondo Welzenbach e Rudatis.

L'alpinismo nel terzo millennio ha assunto una connotazione sempre più sportiva, con alpinisti-atleti capaci di grandi prestazioni fisiche (percorsi effettuati in velocità, concatenamenti di più itinerari in un solo giorno) oppure tecniche (gradi di difficoltà altissime in arrampicata, discese estreme con gli sci) coadiuvati anche dalle più moderne ed evolute tecniche di allenamento e tecnologie alpinistiche. Parallelamente si assiste ad una diffusione delle pratiche alpinistiche anche al di fuori dei professionisti di settore, ovvero semplici appassionati ed amatori, fino a spingere in alcuni casi l'alpinismo stesso verso vere e proprie forme di sport di massa o turismo sportivo, spesso sottovalutando rischi e limiti personali.


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lunedì 28 dicembre 2015

IL RISCALDAMENTO GLOBALE

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Il riscaldamento climatico potrebbe avere serie ripercussioni sull'equilibrio astronomico del pianeta Terra. In un articolo comparso recentemente su "Science Advances" viene messo in risalto che la rotazione assiale del pianeta potrebbe rallentare per effetto di una diversa distribuzione di massa sulla superficie causata dall'aumento del livello degli oceani. Il pianeta si riscalda, i ghiacciai e le calotte polare si sciolgono, il livello dei mari aumenta, la terra modifica la sua velocità di rotazione.

Questi eventi a catena erano già stati analizzati all'inizio del nuovo Millennio dal professor Munk che tuttavia non era riuscito a trovare una relazione precisa tra gli eventi. Oggi con una ulteriore analisi dei dati effettuata dall'Equipe del professor Jerry Mitrovica un geofisico dell'Università di Harward il mistero è stato svelato.

Secondo questo studio il Pianeta Terra negli ultimi 2500 anni avrebbe rallentato la sua rotazione di bel 16mila secondi, circa 4.5 ore ed almeno 6000 secondi sarebbero dovuti all'innalzamento del livello marino dopo l'ultima glaciazione, circa 2.4 secondi all'anno. Il sistema che è stato utilizzato per misurare questo rallentamento confronta il tempo universale misurato da un orologio atomico e la comparsa delle Eclissi.

Nel corso della storia della Terra si sono registrate diverse variazioni del clima che hanno condotto il pianeta ad attraversare diverse ere glaciali alternate a periodi più caldi detti ere interglaciali. Queste variazioni sono riconducibili principalmente a mutamenti periodici dell'assetto orbitale del nostro pianeta (cicli di Milankovic), con perturbazioni dovute all'andamento periodico dell'attività solare e alle eruzioni vulcaniche (per emissione di CO2 e di polveri).

Per riscaldamento globale s'intende invece un fenomeno di incremento delle temperature medie della superficie della Terra non riconducibile a cause naturali e riscontrato a partire dall'inizio del XX secolo. Secondo il quarto rapporto del Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) del 2007 la temperatura media della superficie terrestre è aumentata di 0.74 ± 0.18 °C durante il XX secolo. La maggior parte degli incrementi di temperatura sono stati osservati a partire dalla metà del XX secolo e sono attribuiti all'incremento della concentrazione atmosferica dei gas serra, in particolare dell'anidride carbonica. Questo incremento è il risultato dell'attività umana, in particolare della generazione di energia per mezzo di combustibili fossili e della deforestazione, e genera a sua volta un incremento dell'effetto serra. L'oscuramento globale, causato dall'incremento della concentrazione in atmosfera di aerosol, blocca i raggi del sole, per cui, in parte, potrebbe mitigare gli effetti del riscaldamento globale. I report dell'IPCC suggeriscono che durante il XXI secolo la temperatura media della Terra potrà aumentare ulteriormente rispetto ai valori attuali, da 1,1 a 6,4 °C in più, a seconda del modello climatico utilizzato e dello scenario di emissione.

L'aumento delle temperature sta causando importanti perdite di ghiaccio e l'aumento del livello del mare. Sono visibili anche conseguenze sulle strutture e intensità delle precipitazioni, con modifiche di conseguenti nella posizione e nelle dimensioni dei deserti subtropicali. La maggioranza dei modelli previsionali prevede che il riscaldamento sarà maggiore nella zona artica e comporterà una riduzione dei ghiacciai, del permafrost e dei mari ghiacciati, con possibili modifiche alla rete biologica e all'agricoltura. Il riscaldamento climatico avrà effetti diversi da regione a regione e le sue influenze a livello locale sono molto difficili da prevedere. Come risultato dell'incremento in atmosfera del diossido di carbonio gli oceani potrebbero diventare più acidi.

La comunità scientifica è sostanzialmente concorde nel ritenere che la causa del riscaldamento globale sia di origine antropica. Ciò nonostante è in essere un ampio dibattito scientifico e politico che coinvolge anche l'opinione pubblica. Il protocollo di Kyoto vuole mirare alla riduzione dei gas serra prodotti dall'uomo.

I cambiamenti recenti del clima sono stati analizzati più in dettaglio solo a partire dagli ultimi 50 anni, cioè da quando le attività umane sono cresciute esponenzialmente ed è diventata possibile l'osservazione dell'alta troposfera. Tutti i principali fattori ai quali è attribuito il cambiamento climatico sono legati alle attività dell'uomo.

Un rapporto del Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) conclude che la maggior parte degli incrementi di temperatura osservati dalla metà del XX secolo è, con molta probabilità, da imputare all'incremento di gas serra prodotti dall'uomo; mentre è molto improbabile (si stima sotto il 5%) che gli aumenti climatici possano essere spiegati ricorrendo solo a cause naturali. Il riscaldamento interessa sia l'oceano sia l'atmosfera.

Variazioni nelle emissioni solari sono state concausa, in passato, dei cambiamenti climatici. Gli effetti sul clima dei cambiamenti delle emissioni solari negli ultimi decenni sono incerti, d'altro canto alcuni studi suggeriscono che tali effetti siano minimi.

Gas serra e raggi solari incidono sulle temperature in modo diverso. Sebbene entrambi tendano a riscaldare la superficie terrestre e l'immediata porzione di troposfera che poggia su di essa, l'incremento dell'attività solare dovrebbe riscaldare la stratosfera mentre i gas serra la dovrebbero raffreddare. Le osservazioni della stratosfera mostrano come la sua temperatura si è andata abbassando a partire dal 1979, da quando è possibile la misurazione della stessa tramite i satelliti. Le stesse radiosonde, usate prima dei satelliti, mostrano un raffreddamento della stratosfera a partire dal 1958 sebbene vi siano alcuni dubbi sulle prime misurazioni effettuate con questi dispositivi.

Un'ipotesi correlata, proposta da Henrik Svensmark, è che l'attività magnetica del sole devii i raggi cosmici che possono così influenzare la formazione di nubi di condensa e causare quindi degli effetti sul clima. Altre ricerche invece non rilevano legami tra il riscaldamento climatico e i raggi cosmici. L'influenza dei raggi cosmici sulle nubi ha tuttavia un'incidenza cento volte più bassa di quella necessaria a spiegare i cambiamenti osservati nelle masse nuvolose o per contribuire significativamente al riscaldamento climatico.



L'effetto serra è l'insieme dei meccanismi che rende la temperatura superficiale di un pianeta superiore a quella che si avrebbe per puro equilibrio radiattivo, calcolato secondo la legge di Stefan-Boltzmann. Tale concetto è stato proposto per la prima volta da Joseph Fourier nel 1827 ed è stato studiato poi da Svante Arrhenius nel 1896. L'effetto serra è un fenomeno naturale.

L'effetto serra produce sulla superficie terrestre un aumento di temperatura di circa 33 °C (dato calcolato considerando la temperatura media terrestre nel 1850). I principali gas serra sono: il vapore acqueo, responsabile dell'effetto serra in una percentuale variabile tra il 36–70%; l'anidride carbonica (CO2), che incide per il 9-26%; il metano (CH4), che incide per il 4-9%; l'ozono (O3), che incide tra il 3-7%.

L'attività dell'uomo, già dalla rivoluzione industriale, ha incrementato l'ammontare di gas serra nell'atmosfera modificando l'equilibrio radiattivo e la partizione energetica superficiale (atmosfera radiattiva-convettiva). La concentrazione di CO2 e metano ha subito un incremento rispettivamente del 36% e del 148% dal 1750. Queste concentrazioni sono tra le più alte degli ultimi 650.000 anni, periodo che è misurabile in base ai dati estratti da carotaggi nel ghiaccio. Tale incremento di circa 2 ppm all'anno è legato principalmente all'uso di combustibili fossili che durante il periodo carbonifero (tra 345 e 280 milioni di anni fa) avevano "fissato" la CO2 nel sottosuolo, trasformandola dalla forma gassosa a quella solida o liquida di petrolio, carbone o gas naturale. Negli ultimi 150-200 anni, a partire dalla rivoluzione industriale, la combustione dei giacimenti fossili ha invertito il processo avvenuto durante il periodo carbonifero liberando grandi quantità di anidride carbonica (circa 27 miliardi di tonnellate all'anno).

Secondo le stime, il pianeta riuscirebbe oggi a riassorbire, mediante la fotosintesi clorofilliana e l'azione delle alghe degli oceani, meno della metà di tali emissioni, anche a causa della deforestazione. Alcuni indizi di carattere geologico indicano che gli attuali valori di CO2 sono più alti di quelli di 20 milioni di anni fa. Il bruciare i combustibili fossili ha prodotto circa 3/4 dell'incremento di anidride carbonica negli ultimi 20 anni. La restante parte di incremento è largamente dovuta all'uso che l'uomo ha fatto della superficie terrestre (ad es. la deforestazione). L'attività umana ha infatti ridotto la biomassa vegetale in grado di assorbire la CO2 fin dalla rivoluzione agricola neolitica, trasformando i boschi in campi o città. Oggi la deforestazione (in particolare in Amazzonia) continua ad aumentare ed aggrava ulteriormente la situazione. A contribuire ulteriormente vi è la maggior produzione di metano dovuto a fermentazione tipico dell'allevamento anch'esso cresciuto in modo significativo e delle colture a sommersione (ad esempio il riso).

Secondo il comitato di esperti delle Nazioni Unite (Intergovernmental Panel on Climate Change) l'attuale riscaldamento non può essere spiegato se non attribuendo un ruolo significativo anche a questo aumento di concentrazione di CO2 nell'atmosfera (teoria dell'Anthropogenic Global Warming).

Nell'arco degli ultimi tre decenni del XX secolo, la crescita del PIL procapite e la crescita della popolazione sono stati i volani dell'aumento dell'emissione di gas serra.Alla luce di questi studi sono stati creati degli strumenti per prevedere gli scenari futuri. I Special Report on Emissions Scenarios redatti dall'IPCC disegnano il possibile scenario per il 2100: la concentrazione di CO2 in atmosfera potrebbe variare tra i 541 e i 970 ppm. Questo significa un incremento del 90-250% di concentrazione di anidride carbonica rispetto al 1750. Le riserve di combustibile fossile sono sufficienti per raggiungere questi livelli e andare anche oltre nel 2100. La distruzione dell'ozono presente nella stratosfera a causa dei clorofluorocarburi è altresì menzionata in relazione al riscaldamento globale. Tuttavia il legame non è così forte poiché la riduzione della fascia di ozono ha effetti raffreddanti. L'ozono presente nella troposfera (cioè la parte più bassa dell'atmosfera terrestre) contribuisce invece al riscaldamento della superficie della Terra.
Il principale gas a effetto serra è il vapore acqueo (H2O), responsabile di un intervallo che va dal 36 al 70% dell'effetto serra. Nell'atmosfera, le molecole di acqua catturano il calore irradiato dalla superficie terrestre diramandolo in tutte le direzioni, riscaldando così la superficie della terra prima di essere irradiato nuovamente nello spazio. Il vapore acqueo atmosferico è parte del ciclo idrologico, un sistema chiuso di circolazione dell'acqua dagli oceani e dai continenti verso l'atmosfera in un ciclo continuo di evaporazione, traspirazione, condensazione e precipitazione. Tuttavia l'aria calda può assorbire molta più umidità e di conseguenza le temperature in aumento intensificano ulteriormente l'aumento di vapore acqueo in atmosfera e quindi il cambiamento climatico in quello che a livello teorico è chiamato effetto serra a valanga.

L'anidride carbonica è responsabile per il 9% / 26% dell'effetto serra ed interagisce con l'atmosfera per cause naturali e antropiche: i serbatoi naturali della CO2 sono gli oceani (che contengono il 78% della CO2), i sedimenti fossili (22%), la biosfera terrestre(6%), l'atmosfera (1%).

Gran parte dell'anidride carbonica degli ecosistemi viene immessa in atmosfera. Un certo numero di organismi hanno la capacità di assimilare la CO2 atmosferica. Il carbonio, grazie alla fotosintesi delle piante, che combina l'anidride carbonica e l'acqua in presenza di energia solare, entra nei composti organici e quindi nella catena alimentare, ritornando infine in atmosfera attraverso la respirazione. Si possono individuare delle variazioni annuali della concentrazione di CO2 atmosferica: durante l'inverno si registra un aumento di concentrazione dovuto al fatto che nelle piante a foglia caduca prevale la respirazione; durante l'estate invece la concentrazione di CO2 atmosferica diminuisce per l'aumento complessivo della fotosintesi ovvero la fase attiva di accumulo di carbonio.

Gli oceani hanno un ruolo fondamentale nel bilancio del carbonio: costituiscono una vera e propria riserva di carbonio sotto forma di ione bicarbonato e contengono quantità enormi di CO2, fino al 79% di quella naturale. Gli oceani possono rilasciare o assorbire CO2 in quanto è solubile in acqua. L'incremento di temperatura dell'acqua diminuisce la solubilità del biossido di carbonio, pertanto l'aumento della temperatura degli oceani sposta CO2 dal mare all'atmosfera. Gli oceani, assorbendo la CO2 atmosferica, tendono a mantenere più stabile la sua concentrazione nell'atmosfera; se invece la concentrazione nell'atmosfera tende ad abbassarsi, gli oceani possono liberare anidride carbonica fungendo così da riequilibratori o feedback. Questo bilancio naturale tra emissioni da parte della biosfera e assorbimento da parte degli oceani, in assenza di attività antropica ed in prima approssimazione, è sempre in pareggio. Esso coinvolge valori di emissioni e assorbimenti maggiori rispetto alle emissioni antropiche. Tuttavia, per quanto piccole rispetto al totale, le emissioni antropiche sono sufficienti a squilibrare l'intero sistema.

L'anidride carbonica si va così accumulando nell'atmosfera in quanto i processi di assorbimento da parte dello strato rimescolato dell'oceano non riescono a compensare l'aumento del flusso di carbonio entrante in atmosfera. Le emissioni legate all'attività umana sono dovute in primis all'uso di energia fossile come petrolio, carbone e gas naturale; la restante parte è dovuta a fenomeni di deforestazione e cambiamenti d'uso delle superfici agricole. Il contributo della deforestazione è peraltro molto incerto ed oggi al centro di molti dibattiti: le stime indicano valori compresi tra un minimo di 0.6 e un massimo di 2 miliardi di tonnellate di carbonio all'anno (rispettivamente 2.2 e 7.3 miliardi di tonnellate di CO2). Per quanto concerne la persistenza media in anni della CO2 in atmosfera, l'IPCC considera un intervallo compreso tra i 50 e i 200 anni, in dipendenza sostanzialmente dal mezzo di assorbimento. L'anidride carbonica nell'atmosfera è aumentata di circa il 25% dal 1960 ad oggi: la stazione di rilevazione di Mauna Loa (Hawaii) ha registrato in tale periodo una variazione da 320 ppm (1960) a 400 ppm (2014).

Il metano (CH4) è considerato responsabile dell'effetto serra per circa il 18%, essendo infatti la sua capacità nel trattenere il calore 21 volte maggiore rispetto a quella dell'anidride carbonica. La sua concentrazione atmosferica media sta aumentando con un tasso medio annuo valutato tra l'1.1% e l'1.4%. Il metano è il prodotto della degradazione di materiale organico in ambiente anaerobico. Le principali fonti di metano sono i terreni paludosi, le risaie, la fermentazione del concime organico, la combustione della biomassa, la produzione e la distribuzione di gas naturale, l'estrazione del carbone, le termiti e non ultimo lo scioglimento del permafrost con emissioni non ancora quantificate. E´da rilevare il forte aumento delle emissioni di metano anche da parte delle discariche; inoltre si è avuto un aumento delle emissioni provenienti dal settore energetico e una diminuzione di quelle del settore agricolo.

L'incremento della CO2 dovuto alle fonti fossili potrebbe essere amplificato dal conseguente riscaldamento degli oceani. Le acque marine contengono disciolta una grande quantità di CO2 ed il riscaldamento dei mari potrebbe causarne l'emissione in atmosfera. Inoltre il riscaldamento dovuto all'aumento della temperatura potrebbe produrre una maggior evaporazione dei mari liberando in atmosfera ulteriori quantità di vapore acqueo, il principale gas serra, accrescendo ulteriormente la temperatura globale.



Le proiezioni del modello climatico adottato dall'IPCC indicano che la temperatura media superficiale del pianeta si dovrebbe innalzare di circa 1,1 °C - 6,4 °C durante il XXI secolo. Questo intervallo di valori risulta dall'impiego di vari scenari sulle emissioni future di gas serra, assieme a diversi valori di sensibilità climatica. Benché molti studi riguardano l'andamento nel XXI secolo, il riscaldamento e l'innalzamento del livello dei mari potrebbero continuare per più di un migliaio di anni, anche se i livelli di gas serra verranno stabilizzati. Il ritardo nel raggiungimento di un equilibrio sarebbe dovuto alla grande capacità termica degli oceani.

Secondo alcuni studi la stasi delle temperature globali negli ultimi 10 anni (2000-2009) sarebbe imputabile proprio all'accumulo di calore da parte degli oceani per le loro elevate capacità termiche con conseguente riscaldamento anche degli strati sotto superficiali come alcune evidenze sperimentali sembrano confermare.

Quando una tendenza al riscaldamento provoca effetti che inducono ulteriore riscaldamento si parla di retroazione positiva, mentre quando gli effetti producono raffreddamento si parla di retroazione negativa. La principale retroazione positiva nel sistema climatico comprende il vapore acqueo, mentre la principale retroazione negativa è costituita dall'effetto della temperatura sulle emissioni di radiazione infrarossa: all'aumentare della temperatura di un corpo, la radiazione emessa aumenta in proporzione alla potenza quarta della sua temperatura assoluta (legge di Stefan-Boltzmann). Questo effetto fornisce una potente retroazione negativa che stabilizza il sistema climatico nel tempo.

Uno degli effetti a retroazione positiva invece è in relazione con l'evaporazione dell'acqua. Se l'atmosfera è riscaldata, la pressione di saturazione del vapore aumenta e con essa aumenta la quantità di vapore acqueo nell'atmosfera. Poiché esso è un gas serra, il suo aumento rende l'atmosfera ancora più calda, e di conseguenza si ha una maggiore produzione di vapore acqueo. Questo processo continua fino a quando un altro fattore interviene per interrompere la retroazione. Il risultato è un effetto serra molto più grande di quello dovuto alla sola CO2, anche se l'umidità relativa dell'aria rimane quasi costante.

Gli effetti di retroazione dovuti alle nuvole sono attualmente un campo di ricerca. Viste dal basso, le nuvole emettono radiazione infrarossa verso la superficie, esercitando un effetto di riscaldamento; viste dall'alto, le nuvole riflettono la luce solare ed emettono radiazione verso lo spazio, con effetto opposto. La combinazione di questi effetti risultano in un raffreddamento o in un riscaldamento netto a seconda del tipo e dell'altezza delle nuvole. Queste caratteristiche sono difficili da includere nei modelli climatici, in parte a causa della piccola estensione delle stesse nei modelli simulativi.

Un effetto più sottile è costituito dai cambiamenti nel gradiente adiabatico mentre l'atmosfera si scalda. La temperatura atmosferica diminuisce con l'aumentare dell'altezza nella troposfera. Poiché l'emissione di radiazione infrarossa è legata alla quarta potenza del valore della temperatura, la radiazione emessa dall'atmosfera superiore è minore rispetto a quella emessa dall'atmosfera inferiore. La maggior parte della radiazione emessa dall'atmosfera superiore viene irradiata verso lo spazio mentre quella dell'atmosfera inferiore viene riassorbita dalla superficie o dall'atmosfera. Quindi l'intensità dell'effetto serra dipende da quanto la temperatura decresce con l'altezza: se essa è superiore, l'effetto serra sarà più intenso, mentre se è inferiore l'effetto sarà più debole. Queste misurazioni sono molto sensibili agli errori, rendendo difficile stabilire se i modelli climatici aderiscono alle osservazioni.

Un altro importante processo a retroazione è costituito dall'albedo del ghiaccio: quando la temperatura globale aumenta, i ghiacci polari si sciolgono ad un tasso superiore. Sia la superficie emersa che le acque riflettono meno la luce solare rispetto al ghiaccio, quindi la assorbono maggiormente. Per questo motivo aumenta il riscaldamento globale, che incrementa lo scioglimento dei ghiacci facendo continuare il processo.

Il riscaldamento è anche un fattore scatenante per il rilascio di metano da varie sorgenti presenti sia sulla terra che sui fondali oceanici. Il disgelo del permafrost, come nelle torbiere ghiacciate in Siberia creano una retroazione positiva a causa del rilascio di anidride carbonica (CO2) e metano (CH4). Analogamente, l'aumento della temperatura degli oceani può rilasciare metano dai depositi di idrati di metano e clatrati di metano presenti nelle profondità in base all'ipotesi dei clatrati. Questi fenomeni sono attualmente oggetto di intense ricerche.

Con il riscaldamento degli oceani si prevede inoltre un feedback positivo sulla concentrazione di CO2 in atmosfera a causa della diminuzione della capacità di assorbimento diretto per solubilità ed anche da parte degli ecosistemi oceanici. Infatti il livello mesopelagico (situato ad una profondità compresa tra 200 m e 1000 m) subisce una riduzione delle quantità di nutrienti che limitano la crescita delle diatomee in favore dello sviluppo del fitoplancton. Quest'ultimo è una pompa biologica del carbonio meno potente rispetto alle diatomee.

Infine un altro feedback climatico molto discusso è quello delle correnti oceaniche: lo scioglimento dei ghiacci polari dovuto al riscaldamento globale porterebbe ad una alterazione della circolazione termoalina e ad una conseguente alterazione del cosiddetto Nastro Trasportatore Oceanico, in particolare del ramo superficiale nord-atlantico ovvero la Corrente del Golfo, con effetto di raffreddamento sull'emisfero settentrionale, in particolare sul continente europeo, contrastando, annullando o addirittura invertendo il trend al riscaldamento degli ultimi decenni.

Di recente è stato suggerito che alcuni dei pianeti e dei satelliti del sistema solare starebbero subendo un aumento della temperatura. Su Marte il supposto aumento della temperatura è ricavato da un articolo che studia il rapporto tra tempeste di sabbia ed albedo superficiale, e basato su solamente due punti, nel 1977 e 1997. Un'analisi di tutti i dati disponibili mostra un andamento erratico della temperatura, senza una tendenza ad un riscaldamento, e nel 2001 la temperatura globale marziana era inferiore a quella del 1977. Alcuni modelli prevedono un aumento della temperatura per il pianeta Giove di una decina di gradi nelle zone equatoriali, in seguito ad un aumento dell'attività meteorologica, ma non un aumento della temperatura media. Inoltre si tratta di una previsione, non osservata direttamente. Nei pianeti più lontani come Urano, Nettuno si constatano aumenti di temperatura, ma si tratta probabilmente di variazioni stagionali. Non conosciamo quasi nulla della meteorologia di questi pianeti, che sono stati osservato per un tempo limitato (Nettuno per circa mezzo periodo di rivoluzione). L'ipotesi che queste variazioni siano dovute a variazioni dell'attività solare è in contrasto con le debolissime variazioni misurate per l'irradianza solare.

La Nasa con un breve video di 26 secondi mostra l'evoluzione del Global Warming negli ultimi 131 anni, evidenziando un'impennata delle temperature soprattutto negli ultimi 2 decenni. In generale, oltre allo scioglimento dei ghiacci nei ghiacciai e nelle calotte polari con conseguente innalzamento del livello dei mari e riduzione delle terre emerse, un aumento della temperatura significa un aumento dell'energia presente nell'atmosfera e quindi eventi meteorologici estremi (quali cicloni, alluvioni, siccità, ondate di caldo e di gelo ecc.) di maggior numero con una maggior violenza; l'alterazione chimica dell'atmosfera causa un'alterazione chimica di tutti gli ecosistemi. Risulta tuttavia tuttora molto difficile prevedere come realmente influirà sul sistema pianeta l'attuale riscaldamento globale. Il clima globale è un sistema non lineare multifattoriale, per cui la climatologia può stabilire delle tendenze, ma non eventi di dettaglio a breve periodo tipici invece delle analisi meteorologiche.



Alcuni effetti sull'ambiente sono, almeno in parte, già attribuibili al riscaldamento del pianeta. Nel suo rapporto del 2001 l'IPCC suggerisce che il generale ritiro dei ghiacci continentali, l'arretramento della calotta polare artica, l'aumento del livello dei mari, in particolare in quelli con minori tassi di evaporazione, a causa dell'espansione termica e dello scioglimento dei ghiacci continentali oltre che dei ghiacciai montani, le modifiche nella distribuzione delle piogge e l'aumento nell'intensità e frequenza di eventi meteorologici estremi sono attribuibili in parte al riscaldamento globale.

Attualmente l'IPCC ritiene che il riscaldamento a livello meteorologico si stia manifestando e si manifesterà proprio attraverso un aumento della 'meridianizzazione' della circolazione atmosferica, ovvero con una spiccata predisposizione verso scambi meridiani con conseguente aumento della frequenza e dell'intensità di eventi estremi quali alluvioni, siccità, ondate di caldo e di gelo. Sempre secondo l'IPCC alcuni effetti, come l'aumento delle morti, degli esodi in massa e le perdite economiche, potrebbero essere esacerbati dall'aumento della densità di popolazione in alcune regioni del globo, nonostante il numero di vittime potrebbe essere mitigato per le conseguenze dei climi freddi.

È tuttavia difficile collegare eventi specifici al riscaldamento globale. Per molte di queste predizioni infatti fonti diverse danno dati di supporto contrastanti come ad esempio per l'innalzamento dei livelli dei mari. I dati pubblicati dalla NASA mostrano un innalzamento superiore ai quindici centimetri a partire dal 1870.

Il quarto e più recente rapporto dell'IPCC riporta alcuni dati sull'incremento nell'intensità dei cicloni tropicali nell'Oceano Atlantico settentrionale a partire dal 1970, correlato all'aumento delle temperature superficiali del mare, ma le previsioni a lungo termine sono complicate dalla qualità dei dati antecedenti l'inizio delle osservazioni satellitari. Il rapporto stesso afferma inoltre che non esiste un andamento chiaro nel numero annuale dei cicloni tropicali nel mondo. Altri effetti paventati dall'IPCC comprendono l'innalzamento del livello dei mari di 180 — 590 mm nel 2090-2100 rispetto ai valori del periodo 1980-1999, ripercussioni sull'agricoltura, rallentamenti nella corrente nord-atlantica causati dalla diminuzione della salinità dell'Oceano Atlantico (dovuta allo scioglimento dei ghiacci), riduzioni dello strato di ozono, aumento nell'intensità di eventi meteorologici estremi, acidificazione degli oceani e la diffusione di malattie come la malaria e la dengue. Uno studio prevede che di un campione di 1 103 specie di piante ed animali, dal 18% al 35% si estingueranno per il 2050, in base ai futuri mutamenti climatici. Tuttavia, pochi studi hanno documentato una relazione diretta tra l'estinzione di specie e i mutamenti climatici e uno studio suggerisce che il tasso di estinzione è ancora incerto.

Gli effetti del riscaldamento climatico potrebbero essere più significativi se non vi fosse stata una relativa riduzione dell'irraggiamento solare dovuta all'inquinamento atmosferico cioè al particolato atmosferico e ai solfati nel fenomeno noto come oscuramento globale. Paradossalmente, una riduzione dell'inquinamento (in particolare degli SOx e del particolato) potrebbe portare quindi ad un aumento delle temperature globali superiore a quanto inizialmente ipotizzato.

Il riscaldamento sperimentato negli ultimi anni sta inoltre sciogliendo i ghiacci artici, tanto che l'ESA il 14 settembre 2008 ha annunciato la riapertura del celeberrimo Passaggio a nord-ovest a settentrione del continente nord americano, per il discioglimento dei ghiacci. Si è aperto inoltre anche il passaggio a nord-est (a settentrione della Russia) nel Mare glaciale artico. Il primo precedente documentato risale al 1903 quando Roald Amundsen riuscì nell'impresa di traversare il passaggio a nord-ovest. Per il passaggio a nord-est si può risalire al 1878 e alla spedizione del barone Adolf Erik Nordenskjöld (epoche in cui i rompighiaccio moderni non erano ancora disponibili).

Nel settembre 2007 i ghiacci antartici hanno invece raggiunto la loro massima estensione (16,3 milioni di km², leggermente superiore alla media) da quando si effettuano registrazioni (1978) sulla calotta glaciale dell'Antartico; viceversa, l'anno seguente, l'estensione è stata fra le minori mai registrate.

La spedizione DAMOCLES (Developping Arctic Modelling and Observing Capabilities for Long-term Environmental Studies) in ogni caso prevede la fusione totale della calotta artica prima del 2020. La marina americana ritiene che, sebbene vi siano delle significative incertezze, il consenso scientifico corrente sia tale per cui l'artico sarà quasi completamente privo di ghiaccio in estate a partire da un anno tra il 2030 e il 2040. Ritiene pertanto che potrebbe essere necessario incrementare le sue capacità operative in tale regione.
Molti altri fenomeni sono spesso citati come conseguenza del riscaldamento globale. Uno di essi è la riduzione del pH degli oceani per effetto dell'aumento della CO2 nell'atmosfera e di conseguenza l'aumento della quantità disciolta in acqua. Infatti la CO2 disciolta in acqua forma acido carbonico, che ne aumenta l'acidità. Si stima che il valore del pH all'inizio dell'era industriale fosse pari a 8,25 e che sia diminuito a 8,14 nel 2004, con proiezioni che prevedono un'ulteriore diminuzione del valore di una quantità variabile tra 0,14 e 0,5 per il 2100. Poiché molti organismi ed ecosistemi sono in grado di adattarsi solo ad uno stretto intervallo di valori del pH, è stato ipotizzato un possibile evento di estinzione, che distruggerebbe la catena alimentare.

Nel mar Mediterraneo si assiste da alcuni anni ad un ingresso di specie tropicali (tropicalizzazione del Mediterraneo), in molti casi lessepsiani ovvero penetrati dal mar Rosso attraverso il Canale di Suez; nei bacini più settentrionali come quelli italiani si assiste invece ad un aumento delle specie termofile meridionali prima presenti solo sulle coste nordafricane (meridionalizzazione del Mediterraneo): questi cambiamenti faunistici sono messi in relazione al riscaldamento climatico. Soprattutto nella parte orientale del Mediterraneo questi processi stanno avendo effetti consistenti sulle specie autoctone e si hanno esempi di gravi danni ecologici (come quello, molto noto, dell'invasione di Caulerpa taxifolia e Caulerpa racemosa) anche lungo le coste italiane.

Alcuni economisti hanno cercato di stimare i costi economici aggregati netti dei danni causati dai mutamenti climatici. Tali stime sono lontane dal presentare conclusioni definitive: su circa un centinaio di stime, i valori variano da 10 $ per tonnellata di carbonio (3 dollari per tonnellata di anidride carbonica) fino a 350 dollari (95 dollari per tonnellata di anidride carbonica), con una media di 43 dollari per tonnellata di carbonio (12 dollari per tonnellata di anidride carbonica).

Lo Stern Review, un rapporto molto pubblicizzato sull'impatto economico potenziale, ha ipotizzato una riduzione del PIL globale di un punto percentuale a causa degli eventi meteorologici estremi e nello scenario peggiore la riduzione del 20% dei consumi globali pro capite. La metodologia e le conclusioni di questa pubblicazione sono state criticate da molti economisti, mentre altri hanno accolto favorevolmente il tentativo di quantificare il rischio economico.

Gli studi preliminari suggeriscono che i costi e i benefici della mitigazione del fenomeno di riscaldamento globale sono a grandi linee attorno alla stessa cifra.

In base al programma ambientale delle Nazioni Unite (United Nations Environment Programme - UNEP), i settori economici che dovranno affrontare con maggiore probabilità gli effetti avversi del cambiamento climatico includono le banche, l'agricoltura e i trasporti. Le nazioni in via di sviluppo che sono dipendenti dall'agricoltura saranno particolarmente colpite.

Il consenso scientifico attorno al riscaldamento globale e le previsione di aumento delle temperature hanno convinto varie nazioni, aziende ed individui ad adottare delle misure per cercare di limitare questo fenomeno. Molti gruppi ambientalisti incoraggiano inoltre linee di condotta per i consumatori, ed è stato suggerito l'impiego di quote sulla produzione mondiale di combustibili fossili, indicandoli come una fonte diretta di emissioni di CO2. È stata altresì suggerita una tassa sulle emissioni di carbonio che eviterebbe l'imposizione di un sistema di quote sulle emissioni (quote che potrebbero essere allocate su base individuale o nazionale, e potrebbero essere commerciate tra i vari beneficiari). Una tassa sulle emissioni è in vigore in Danimarca dal 1990 e ha portato alla riduzione delle emissioni del 15% dal 1990 al 2008. Sono attualmente in progetto delle misure per ridurre le emissioni causate dalla deforestazione, specialmente nei paesi in via di sviluppo. In un tentativo di adattarsi al riscaldamento globale, è stato anche proposto di sviluppare delle metodologie di controllo meteorologico. Sono allo studio anche progetti di geoingegneria più ambiziosi ma che potrebbero avere degli effetti imprevisti, quali per esempio il rilascio su scala massiccia di solfati nell'atmosfera che dovrebbero ridurre l'irraggiamento solare oscurando leggermente il cielo. Sempre per mitigare il riscaldamento globale, è stato proposto di introdurre nuove leggi che obblighino a costruire case più efficienti dal punto di vista energetico.

Il principale accordo internazionale per il controllo del riscaldamento globale è il Protocollo di Kyoto, un emendamento allo United Nations Framework Convention on Climate Change negoziato nel 1997. Il Protocollo copre 180 nazioni globalmente e più del 55% delle emissioni di gas serra globali. Fu messo in atto il 16 febbraio 2005. Solo gli Stati Uniti e il Kazakhstan non hanno ratificato il trattato.

Il Presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha contestato il Protocollo di Kyoto giudicandolo ingiusto ed inefficace per la soluzione del problema del riscaldamento globale, affermando che "esclude l'80% del mondo, tra i principali stati per popolazione come Cina e India e potrebbe costituire una seria minaccia per l'economia degli Stati Uniti". Il governo statunitense ha invece proposto il miglioramento delle tecnologie per l'energia, mentre alcuni stati e città statunitensi hanno iniziato a supportare localmente il Protocollo di Kyoto, attraverso la Regional Greenhouse Gas Initiative. Lo U.S. Climate Change Science Program è invece un programma di cooperazione tra più di 20 agenzie federali per indagare sui cambiamenti climatici.

L'Europa ha recentemente proposto come soluzione al riscaldamento globale, oltre al supporto al Protocollo di Kyoto, il cosiddetto "Pacchetto Clima 20-20-20", che prevede l'aumento del 20% nell'efficienza energetica, la riduzione del 20% delle emissioni di gas serra e l'aumento del 20% della quota di energie rinnovabili entro il 2020.

Le principali tappe della comprensione scientifica del fenomeno del riscaldamento globale e del ruolo della CO2 sono le seguenti:
1824 Joseph Fourier comprende che la Terra sarebbe molto più fredda se non avesse un'atmosfera e conia il termine "effetto serra".
1859 John Tyndall scopre che alcuni gas bloccano la radiazione infrarossa, suggerendo che cambiamenti nella concentrazione dei gas, CO2 in particolare, potrebbe causare cambiamenti climatici.
1896 Svante Arrhenius pubblica il primo calcolo del riscaldamento globale da un aumento della CO2, e comprende il ruolo del vapor acqueo nell'amplificazione del fenomeno.
1901 Knut Ångström, sulla base di esperimenti possibili all'epoca, in contrasto con Arrhenius ritiene che l'effetto di assorbimento della radiazione infrarossa da parte della CO2 saturi rapidamente.
1938 Milutin Milankovitch propone la sua teoria astronomica dei cambiamenti orbitali per spiegare la causa delle ere glaciali.
1938 Guy Callendar argomenta sul riscaldamento globale da effetto serra in corso per l'aumento di CO2, in accordo con quanto predetto da Arrhenius.
1956 Gilbert Plass calcola il riscaldamento mediante un modello a strati dell'atmosfera.
1957 Hans Suess identifica la traccia isotopica dei combustibili fossili in atmosfera.
1960 Charles Keeling misura accuratamente la CO2 in atmosfera e ne rileva la crescita annuale.
1963 Calcoli sul feedback da vapor acqueo mostrano che la sensibilità climatica al raddoppio della CO2 poteva essere maggiore di quanto ritenuto fino ad allora.
1967 Manabe e Wetherald sviluppano il primo modello al computer per simulare il clima terrestre.
1971 Rasool e Schneider modellizzano l'effetto di raffreddamento degli aerosol.
1979 Prima conferenza mondiale sul clima, organizzata da WMO, UNEP, FAO, UNESCO e WHO.
1988 James Hansen presenta i risultati dei modelli climatici del NASA Goddard Institute che predicono l'aumento del riscaldamento globale, testimoniando al Senato USA.
1990 Primo rapporto dell'IPCC.
Per analizzare in modo accurato le variazioni del clima, le Nazioni Unite hanno costituito nel 1988 una Commissione Intergovernativa sul Cambiamento Climatico (IPCC) che raccoglie accademici provenienti delle nazioni del G8. I rapporti dell'IPCC sono usciti in varie edizioni a partire dal 1991. Secondo quanto riportato dalla commissione, la temperatura superficiale globale del pianeta sarebbe aumentata di 0,74 ± 0,18 °C durante gli ultimi 100 anni, fino al 2005.

L'IPCC ha inoltre concluso nei suoi "studi di attribuzione" delle cause (peso di ciascun contributo, antropico e naturale) che «la maggior parte dell'incremento osservato delle temperature medie globali a partire dalla metà del XX secolo è molto probabilmente da attribuire all'incremento osservato delle concentrazioni di gas serra antropogenici attraverso un aumento dell'effetto serra. Viceversa i fenomeni naturali come le fluttuazioni solari e l'attività vulcanica hanno contribuito marginalmente al riscaldamento nell'arco di tempo che intercorre tra il periodo pre-industriale e il 1950 e hanno causato un lieve effetto di raffreddamento nel periodo dal 1950 all'ultimo decennio del XX secolo.

Queste conclusioni sono state supportate da almeno 30 associazioni e accademie scientifiche, tra cui tutte le accademie nazionali della scienza dei paesi del G8.

Le conclusioni raggiunte dall'IPCC sono basate anche da un'analisi di oltre 928 pubblicazioni scientifiche dal 1993 al 2007, in cui si osserva che il 75% degli articoli accetta, esplicitamente o implicitamente, la tesi scientifica del contributo antropico al riscaldamento, mentre il restante 25% degli articoli copre unicamente metodologie o paleoclimatologia per cui non esprime opinioni in merito.



Secondo la Union of Concerned Scientists, circa 40 tra ricercatori e organizzazioni che contestano il ruolo umano nei fenomeni di riscaldamento globale sono stati finanziati dalla ExxonMobil, di cui fa parte l'italiana Esso. Nel dossier della UCS si legge che la Exxon ha finanziato campagne di contestazione del riscaldamento globale a matrice antropica elargendo, dal 1998 al 2005, 16 milioni di dollari a decine di organizzazioni, gruppi e ricercatori che si oppongono alla teoria. I finanziamenti della Exxon sono stati biasimati dalla Royal Society (l'accademia nazionale inglese delle scienze). GreenPeace ha avviato una campagna, denominata ExxonSecrets, per denunciare e tenere traccia dei finanziamenti erogati della Exxon.

Il graduale incremento dei dati scientifici disponibili sul riscaldamento globale ha alimentato a partire dagli anni settanta un crescente dibattito politico che ha poi iniziato a considerare tra le sue priorità anche il contenimento delle emissioni dei gas serra e l'utilizzo di fonti energetiche alternative e rinnovabili.

Nel 2007 alcune organizzazioni internazionali hanno riconosciuto l'importanza della sensibilizzazione sul riscaldamento globale in atto nel nostro pianeta. Per la prima volta l'orologio dell'apocalisse è stato modificato con una motivazione non inerente esclusivamente il pericolo nucleare, ma anche sul mutamento climatico. Il premio Nobel per la pace è stato assegnato al Comitato intergovernativo sul cambiamento climatico e ad Al Gore, quest'ultimo ha organizzato il Live Earth e girato Una scomoda verità, film che ha ricevuto il premio Oscar al miglior documentario, anche se recentemente ha ricevuto molte critiche circa la sua attendibilità scientifica e la reale fondatezza di previsioni eccessivamente catastrofistiche.

Anche a livello europeo il riscaldamento climatico è diventata una priorità. Per la fine del 2008 erano attese una serie di misure legislative volte a ridurre i gas a effetto serra del 20%.

Nel dicembre 2009 si è svolto il Vertice di Copenaghen, dove per la prima volta nella storia si è tentato di raggiungere, fra enormi difficoltà, un punto di vista comune fra la maggior parte degli stati mondiali. Tuttavia secondo molti osservatori questo accordo, che di fatto riguarda Stati Uniti, Cina, India, Sudafrica e Brasile, dandosi degli obiettivi di massima (fra cui tentare di limitare a 2 °C l'aumento della temperatura globale media) ma non vincolanti, è solamente un primo passo cui dovranno seguirne altri affinché abbia una ragionevole efficacia.

Per quanto riguarda l'Italia, più di trecento specie di animali sono considerate dagli esperti internazionali sull'orlo dell'estinzione o già estinte come, ad esempio, l'avvoltoio monaco o il gobbo rugginoso, una bellissima anatra dal becco turchese. Sono a rischio molti animali tra cui squali, mante, delfini comuni, foche monache, tartarughe marine, balenottere comuni e decine di uccelli che frequentano i nostri laghi e stagni, tra cui anatre e poi pipistrelli, lucertole, tritoni e serpenti. Persino la biodiversità dei fiumi è a rischio. Decine le specie di pesci considerati ormai quasi estinti, tra cui lo storione, il carpione del Garda, l'alborella appenninica. In grave pericolo sono anche numerosissime piante quasi sconosciute ma preziose perché esclusive di molte isole. Sicilia e Sardegna in testa tra le regioni più ricche di biodiversità già a rischio e che oggi sono chiamate ad intervenire con politiche puntuali di salvaguardia.

La balenottera comune, il delfino comune e il tursiope, il grampo, l'orca, la foca monaca, la tartaruga marina "caretta caretta" e la tartaruga liuto (sporadica sulle nostre coste), numerosissime specie di squali e mante e  due specie di cavalluccio marino.

A sorpresa, nella Lista Rossa appaiono animali comuni come il ghiro, lo scoiattolo rosso, sempre più incalzato dalla più invasiva specie americana introdotta, e poi altri piccoli roditori come il topo quercino e il topolino selvatico alpino.

Sempre più a rischio ci appare il gruppo dei pipistrelli: quasi tutti quelli presenti in Italia sono inseriti nella Lista Rossa degli animali in via d'estinzione; i pipistrelli sono infatti un gruppo di animali particolarmente sensibile ai cambiamenti introdotti nei loro ambienti come l'inquinamento o la distruzione delle delicate aree rifugio.

Anche gli uccelli italiani sono a rischio: decine di specie di volatili ci appaiono infatti a rischio di estinzione; tra queste spiccano la moretta tabaccata, l'albanella pallida, una particolare quaglia, il gabbiano corso dal becco rosso, la gallina prataiola, il nibbio reale ed il falco grillaio.

Con il termine eutrofizzazione si intende l'eccessivo accrescimento di piante acquatiche, dal greco eutrophia (eu = buona, trophòs = nutrimento), in origine indicava, in accordo con la sua etimologia, una condizione di ricchezza in sostanze nutritive (nitrati e fosfati) in ambiente acquatico; per effetto della presenza nell'ecosistema acquatico di dosi troppo elevate di sostanze nutritive come azoto o fosforo o zolfo provenienti da fonti naturali o antropiche (come i fertilizzanti, alcuni tipi di detersivo, gli scarichi industriali, ma anche civili), e il conseguente degrado dell'ambiente divenuto privo di vita. L'accumulo di elementi come l'azoto e il fosforo causa il fenomeno dell'eutrofizzazione, cioè la proliferazione di alghe microscopiche che, non essendo smaltite dai consumatori primari, determinano una maggiore attività batterica; aumenta così il consumo di ossigeno, che viene a mancare ai pesci provocandone la morte. Questo fenomeno è stato riconosciuto come un problema di inquinamento in Europa e in Nord America verso la metà del XX secolo e da allora si è andato sviluppando. Negli ambienti acquatici si nota un notevole sviluppo della vegetazione e del fitoplancton. Il loro aumento numerico presso la superficie dello specchio d'acqua comporta una limitazione degli scambi gassosi (e quindi anche del passaggio in soluzione dell'ossigeno atmosferico O2). Inoltre, quando le alghe muoiono vi è una conseguente forte diminuzione di ossigeno a causa della loro decomposizione ed i processi di putrefazione e fermentazione associati liberano grandi quantità di ammoniaca, metano e acido solfidrico, rendendo l'ambiente inospitale anche per altre forme di vita. Al posto dei microrganismi aerobici (che hanno bisogno di ossigeno) subentrano quelli anaerobici (che non hanno bisogno di ossigeno) che sviluppano sostanze tossiche e maleodoranti.



Nei processi di eutrofizzazione si assiste, all’inizio, a un’altissima produzione vegetale, che dà luogo al fenomeno delle “fioriture” di microalghe; in concomitanza con favorevoli condizioni fisiche (alte temperature, stratificazione delle masse d’acqua), si verifica anche la produzione di essudati organici, causata dallo spropositato apporto di sostanze nutritive provenienti dai terreni agricoli (sottoposti a frequenti lavorazioni meccaniche e concimazioni) e dalle acque di scarico inquinanti riversate nei laghi, nei fiumi e in mare. Anche gli effluenti rilasciati dagli impianti di depurazione contengono spesso elevate quantità di fosforo, poiché solo in alcuni casi questo elemento viene rimosso con un apposito trattamento finale.

Tra i maggiori responsabili dell’eutrofizzazione vi sono i detergenti che contengono fosfati; tali composti vengono aggiunti per diminuire la durezza delle acque urbane che, per la presenza di ioni Ca++, rendono il detersivo meno efficiente. In Italia, per legge, la percentuale di composti di fosforo contenuti nei detersivi non può superare il 6,5%.

Successivamente, la produzione vegetale, una volta precipitata sul fondo, subisce un processo di decomposizione da parte dell’attività eterotrofa, principalmente batterica, nel processo di demolizione della materia organica per la sua riconversione a sostanza minerale disciolta. In ambienti a scarsa circolazione, una volta consumato l’ossigeno disponibile, inevitabilmente si innescano processi anossici di fermentazione con produzione di metano e acido solfidrico. Solo il ricambio delle masse d’acqua, in concomitanza con il ripristino della piena circolazione, permetterà di smaltire la sostanza organica non ancora mineralizzata e di riossigenare le acque di fondo.

Alcuni effetti negativi dell'eutrofizzazione sono:l'aumento della biomassa di fitoplancton, lo sviluppo di specie tossiche di fitoplancton, l'aumento della quantità di alghe gelatinose (mucillaggini), l'aumento delle piante acquatiche in prossimità dei litorali, l'aumento della torbidità e del cattivo odore dell'acqua, la diminuzione della quantità di ossigeno disciolto nell'acqua, la diminuzione della diversità biotica e la scomparsa di alcune specie ittiche pregiate (i salmonidi).

Per contrastare l'eutrofizzazione sono necessari interventi che riducano gli afflussi di nutrienti ai corpi idrici (riduzione dei fertilizzanti in agricoltura, depurazione degli scarichi civili ed industriali, trattamento delle acque di scolo delle colture tramite agenti sequestranti ed impianti di fitodepurazione). Si ritiene che il riscaldamento globale contribuirà a peggiorare il fenomeno dell'eutrofizzazione. Il riscaldamento delle acque superficiali infatti fa diminuire la solubilità dei gas.

L'eutrofizzazione è uno dei principali problemi ambientali che interessano le acque costiere emiliano-romagnole. Considerata l'estensione e la frequenza con cui tali fenomeni ricorrono si può affermare che la zona a sud del Delta del Po è tra le più critiche dell'intero Mediterraneo.

Il problema è emerso in tutta la sua drammaticità agli occhi dell’opinione pubblica quando a metà degli anni ’70 nelle acque costiere dell’Emilia Romagna, a seguito di casi di eutrofizzazione, si ebbero le prime estese morie di organismi bentonici (pesce di fondo, molluschi, crostacei, ecc…) con impatti deleteri su due importanti settori dell'economia regionale e nazionale quali il turismo e la pesca.

La desertificazione è un fenomeno causato da mutamenti climatici; le cause che maggiormente contribuiscono al processo di desertificazione sono molte e complesse e comprendono, oltre alle classiche attività di deforestazione, sovrapascolo, cattive pratiche di irrigazione e, più genericamente pratiche di uso del suolo non sostenibili, anche alcuni complessi meccanismi relativi al commercio internazionale. Ancora una volta l'inquinamento umano si dimostra un fattore di primo piano: quest'ultimo è, infatti, causa del surriscaldamento globale che, come è logico immaginare, fra le sue ripercussioni su il nostro pianeta comprende proprio la desertificazione.

La comunità internazionale ha da tempo riconosciuto la desertificazione come uno dei maggiori problemi economici, sociali e ambientali in vari paesi del mondo. La desertificazione infatti riduce drammaticamente la fertilità del suolo e, di conseguenza, la capacità di un ecosistema, seppur in origine desertico o semi-desertico, di produrre servizi.

Secondo le stime del Programma per l'Ambiente delle Nazioni Unite (United Nations Environment Programme - UNEP), un quarto delle terre del pianeta è minacciato dalla desertificazione. Le esistenze di più di un miliardo di persone in oltre 100 nazioni sono a propria volta messe a rischio dalla desertificazione, dal momento che la coltivazione e il pascolo divengono meno produttivi.

Desertificazione non vuol dire che i deserti stanno avanzando costantemente o prendendo il possesso delle terre vicine; il termine desertificazione si configura come un generico degrado delle terre in particolari ambienti climatici, e non necessariamente come l'espansione dei deserti. In base alla definizione della Convenzione ONU, la desertificazione è un processo di "degrado dei terreni coltivabili in aree aride, semi-aride e asciutte sub-umide in conseguenza di numerosi fattori, comprese variazioni climatiche e attività umane". Chiazze di terreno degradato possono trovarsi a centinaia di chilometri dal deserto più vicino. Ma esse possono espandersi ed unirsi l'una con l'altra, creando delle condizioni simili a quelle desertiche.

La desertificazione interessa particolarmente zone dell'Africa confinanti con il Sahara che si espande e con i deserti in Arabia e della zona mediorientale. Altre zone a rischio di desertificazione sono: la parte occidentale dell'America del Nord e di quella del Sud. Anche il deserto australiano è in espansione. In Italia, sono interessate da questo fenomeno in particolare le Regioni Sicilia, Sardegna, Puglia e Calabria.



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domenica 16 agosto 2015

IL TRICHECO

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Il tricheco gioca un ruolo importante nella religione e nel folklore di molti popoli artici. La pelle e le ossa vengono impiegate in alcune cerimonie e l'animale compare frequentemente nelle leggende. Ad esempio, in una versione ciukci del largamente diffuso mito del Corvo, nel quale il Corvo recupera il sole e la luna da uno spirito maligno seducendone la figlia, il padre adirato scaglia la figlia da un'alta scogliera e questa, una volta precipitata in acqua, ne riemerge come un tricheco - probabilmente il tricheco originale. Secondo varie leggende, le zanne erano formate dalle strisce di muco della fanciulla in lacrime o dalle sue lunghe trecce. Questo mito è probabilmente correlato al mito chukchi del vecchio tricheco dalla testa di donna che domina il fondo del mare, che a sua volta è in stretta relazione con la dea inuit Sedna. Sia in Cukotka che in Alaska, si crede che l'aurora boreale sia un mondo particolare abitato dagli uomini uccisi con violenza, i cui raggi cangianti rappresentano le anime decedute che giocano a palla con la testa di un tricheco.

Sembrano ammassi informi color cannella, ammucchiati sulle lastre di ghiaccio galleggianti e sulle coste rocciose dell'Oceano Atlantico settentrionale. Alcuni pesano più di una tonnellata. Altri misurano oltre tre metri di lunghezza. Hanno lunghe zanne ricurve, baffi, cicatrici profonde e occhi iniettati di sangue. Sonnecchiano, ruttano, litigano fra loro ed emettono latrati, "qualcosa tra il muggito di una mucca e l'abbaio più profondo di un mastino", come annotava un esploratore nel XIX secolo.

Le zanne di avorio del tricheco possono superare il mezzo metro di lunghezza. L'animale le usa per risalire dal mare, conficcandole nel ghiaccio, ma anche per colpire i rivali e tenere lontani i predatori, orsi polari compresi.

Un'altra caratteristica tipica della specie sono i baffi. Centinaia di peli rigidi, color paglia, spessi come aculei di riccio e sensibili come dita, coprono le labbra del tricheco. Grazie a queste vibrisse, i trichechi possono distinguere oggetti delle dimensioni di un'aspirina, anche se in realtà li utilizzano per individuare i molluschi sepolti nel fondale marino, che poi mangiano sfruttando la capacità di suzione della loro bocca, dotata di una forza aspirante simile a quella di un aspirapolvere e tanto potente da strappare via la pelle a una foca.

Ma queste potenti creature sono anche amanti della musica. Durante la stagione della riproduzione, tra gennaio e aprile, "i maschi adulti erompono in canti ed emettono ogni genere di strani suoni come di nacchere e campane, strimpellate di chitarra e tambureggiare di tamburi", dice Erik W. Born, ricercatore capo al Greenland Institute of Natural Resources. "Il cantante migliore spera, con le sue melodie, di conquistare una bellissima lady tricheco".

Quindici mesi dopo l'accoppiamento, viene alla luce un piccolo tricheco di 45 chili, che verrà teneramente cullato da un'affettuosissima madre per circa due anni, trasportato a cavalcioni e ingrassato con latte nutriente. Se tutto va bene, potrebbe vivere 40 anni.



Un'aspettativa di vita che fino a poco tempo fa era decisamente inferiore. I Vichinghi del IX secolo massacravano interi branchi per il grasso e le pelli. Nel medioevo in Europa si intagliava l'avorio delle zanne per ricavarne lepedine degli scacchi. Dal XVI al XX secolo, i trichechi vennero massacrati a centinaia dai commercianti di balene, che fionirono per ridurne drasticamente l'areale, che un tempo si estendeva fino alla Nova Scotia.

Al giorno d'oggi la caccia è perlopiù limitata alla popolazione degli Inuit, che dipende dai trichechi per il cibo, vestiario, strumenti, oggetti di artigianato in avorio e olio combustibile. Ma è impossibile sapere quanti individui nuotassero un tempo nelle acque dell'Atlantico; forse centinaia di migliaia. Oggigiorno potrebbero essercene tra i 20.000 e i 25.000 individui. Tuttavia, nonostante il monitoraggio via satellite e le ricognizioni aeree, le cifre esatte sono difficili da ottenere.

"Non è semplice pesare i trichechi e nemmeno contarli", dice il ricercatore canadese Robert Stewart. "Sono diffusi si un'area molto estesa e vivono in gruppi compatti. Non abbiamo nemmeno i dati di 50 anni fa, quindi non abbiamo prove per dire se il loro numero sta aumentando o diminuendo".

La perdita del ghiaccio marino sembrerebbe però un elemento negativo per la loro sopravvivenza e proliferazione. I trichechi prediligono infatti le lastre di ghiaccio galleggianti per cibarsi, dare alla luce i loro piccoli e riposarsi fuori dall'acqua. Costretti sulla riva, diventano vulnerabili agli attacchi degli orsi polari. Le prove aneddotiche indicano che alcune popolazioni ne abbiano già risentito.

Born concorda che c'è di che preoccuparsi, ma offre anche una prospettiva più rosea. Le aree dove i trichechi dell'Atlantico si cibano di molluschi "un tempo erano coperte di ghiacci", dice, "e i trichechi non potevano accedervi finché il ghiaccio non si rompeva. Ora possono mangiare più a lungo. Il ritirarsi del ghiaccio marino dunque potrebbe anche rivelarsi vantaggioso".

In futuro il mondo dei trichechi potrebbe essere turbato da ulteriori insidie: la caccia illegale o eccessiva, il passaggio di grosse navi da carico e le esplorazioni petrolifere sono in cima alla lista. Ma, almeno per il momento, il tricheco dell'Atlantico può godersi i suoi salati molluschi e la sua splendida solitudine.

Il tricheco è un animale che presenta dimorfismo sessuale in quanto il maschio è sempre più grande della femmina.

Del tricheco l'aspetto più appariscente sono senza alcun dubbio la sua mole e la presenza delle zanne. Le zanne, più grandi nei maschi che nelle femmine, altro non sono che i canini trasformati che mediamente misurano 50 cm (possono raggiungere la lunghezza di un metro e pesare anche 5 kg). Queste zanne sono usate dal tricheco durante i combattimenti ma hanno anche altre funzioni: tagliare il ghiaccio, agganciarsi al ghiaccio quando dormono per non scivolare, come uncini per uscire dall'acqua.

Oltre le zanne sul muso sono presenti delle setole dure chiamate vibrisse che possono crescere fino a 30 cm di lunghezza presenti sia nei maschi che nelle femmine ricche di terminazioni nervose. Per il resto il corpo è privo di peli in quanto man mano che l'animale cresce vengono persi. Hanno una pelle molto spessa, mediamente 4 cm (più spessa nel collo e nelle spalle) che appare rugosa e ricca di pieghe e tende a diventare di colore chiaro con l'età. Quando il tricheco entra in acqua la pelle diventa di colore ancora più chiaro questo perchè l'acqua fredda diminuisce la vascolarizzazione perchè i vasi sanguigni si comprimono mentre quando sta disteso al sole il colore diventa molto più vivo, tendente al rossiccio. Lo strato di grasso è molto spesso e può arrivare anche a 15 cm.



La testa è molto piccola rispetto al resto del corpo ed è priva di padiglioni auricolari che sono ridotti a semplici pieghe cutanee e con occhi piccoli.

Un'altra particolarità del tricheco è quella di avere un osso nel pene di dimensioni assolutamente gigantesche: 63 cm di lunghezza, il più grande fra tutti i mammiferi sia in senso assoluto che relativamente alle dimensioni nel suo corpo.

Possono nuotare ad una velocità massima di 35 km/h ma la velocità media è di 7 km/h.

Una caratteristica del tricheco è che ha delle tasche faringee ai lati dell'esofago che possono contenere fino a 50 l di aria che funzionano come un galleggiante e gli consentono di nuotare verticalmente senza nessuno sforzo quando sono piene. Servono inoltre durante la stagione degli amori perchè funzionano come amplificatori per i suoni.

Un'altra particolarità sono le pinne posteriori che vengono usate come zampe assieme alle pinne anteriori per camminare nella terra ferma.

Il tricheco non è un animale migratorio nel senso stretto del termine anche se è un mammifero che segue il ghiaccio: durante il periodo estivo quando il ghiaccio si scioglie e si ritira verso il nord il tricheco segue il ghiaccio mentre in inverno, quando si espande verso sud, il tricheco si sposta a sud. Questi spostamenti possono coprire distanze anche di 3000 km. In pratica durante il periodo invernale i trichechi sono abbastanza dispersi, avendo più territorio sul quale muoversi, mentre durante il periodo estivo si concentrano, soprattutto i maschi, nelle spiagge costiere o negli isolotti. I giovani e le femmine preferiscono invece rimanere nei banchi di ghiaccio durante tutto l'arco dell'anno.

Sono animali molto socievoli e spesso vivono in gruppi formati da migliaia di individui  che vivono uno attaccato all'altro il cui rumore si sente a chilometri di distanza.

Non sono animali che stabiliscono delle vere e proprie gerarchie, semplicemente il più grande fa valere la sua autorità spaventando l'altro con la sua mole, ma in genere non si arriva allo spargimento di sangue.

Sono animali pacifici e di solito non attaccano nessuno a meno che non siano stuzzicati: in questo caso tutto il branco interviene in difesa del compagno molestato.

La dieta principale del tricheco è costituita da cozze, vongole, echinodermi, gamberetti, vermi, lumache, granchi, coralli molli che si trovano principalmente o al di sopra o appena al di sotto della superficie del fondo marino.

Un tempo si pensava che le zanne servissero per scavare i fondali marini alla ricerca di cibo. In realtà oggi si è visto, dall'analisi del tipo di abrasione delle zanne, che queste vengono trascinate nel fondale e quindi il cibo viene poi trovato grazie alle vibrisse, ricche di terminazioni nervose e quindi molto sensibili e ricettive.

Alle volte si è visto che può anche cibarsi di pesci e piccole foche.

Di solito restano in immersione al massimo dieci minuti ad una profondità di 10-50 m alla ricerca di cibo. Normalmente frugano nei fondali con il muso alla ricerca di cibo.


LEGGI ANCHE : http://marzurro.blogspot.it/2015/08/i-ghiacci-dei-poli.html







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mercoledì 12 agosto 2015

L'ORSO POLARE

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In passato le origini e l'evoluzione sugli orsi polari erano ancora misteriose o alquanto approssimative, giacché la scarsa presenza di resti fossili nell'Artico non permettevano di avere sufficienti informazioni sulle origini dell'orso polare.

Ma, secondo uno studio del Biodiversity and Climate Reseach Centre, analizzando 14 intronidi 45 individui appartenenti a tre specie differenti (Ursus maritimus, Ursus arctos e Ursus americanus), si è scoperto che la specie bruna e quella bianca si sono diramate in modo simile da una stessa linea evolutiva rispetto a quella nera, quindi l'orso polare risalirebbe a 600 mila anni fa (molto di più rispetto a quanto precedentemente ritenuto, ovvero circa 120-150 mila anni fa).

I primi orsi polari dovevano avere un aspetto assai simile a quello di un Grizzly, ma con le generazioni a venire, la pelliccia degli orsi si schiarì notevolmente, fino a diventare completamente bianca.

L'orso polare, nome scientifico Ursus maritimus della famiglia Ursidae, è un grande carnivoro che vive in tutte le regioni artiche ed il suo aerale è limitato solo dalla presenza del ghiaccio. La maggior parte della popolazione vive infatti tra i ghiacci annuali della piattaforma continentale e nelle isole e gli arcipelaghi che circondano il polo.

Le nazioni maggiormente interessate alla sua presenza sono: Canada, Groenlandia, Norvegia, Federazione russa, Alaska e qualche orso è possibile trovarlo anche in Islanda.

Gli orsi polari sono maggiormente concentrati nelle zone dove l'acqua è bassa o dove le correnti rendono il mare ricco di cibo. Prediligono inoltre le zone della banchina dove si formano o dove è possibile fare delle crepe, che altro non sono che degli accessi al mare, suo territorio di caccia.



L'orso polare è un animale dal corpo dalla forma arrotondata tale da rendere minima la dispersione di calore. Sotto la pelle ha uno strato di grasso spesso 10 cm che trattiene il calore del corpo così come la pelle nera assorbe anche le minime quantità di calore. Anche la pelliccia è un elemento importante per la sopravvivenza dell'orso polare: è per lo più di colore bianco ma può essere anche giallastra soprattutto d'estate o assumere tonalità grigie o marroni a seconda della luce ed è formata da lunghi peli molto fitti che ricoprono la lanugine sottostante.

Le zampe sono grandi e larghe e questa conformazione ha il duplice vantaggio di favorire il nuoto e di funzionare come delle racchette che consentono all'orso di non sprofondare nella neve. Gli orsi sono animali plantigradi in quanto poggiano tutta la pianta del piede quando camminano.

La testa è relativamente piccola rispetto al resto del corpo ed è caratterizzata da un muso lungo ed affusolato con orecchie piccole e mascelle molto potenti provviste di 42 robusti denti dei quali i due canini sono particolarmente sviluppati.

Hanno un olfatto molto sensibile mentre la vista e l'udito non sono particolarmente acuti.

L'orso polare è un grande viaggiatore in quanto è sempre in movimento alla ricerca di cibo ed è capace di percorrere anche 1000 km lungo la banchisa polare. Sono inoltre abilissimi nuotatori e possono percorrere lunghi tratti sott'acqua alla ricerca del cibo.

Durante il periodo estivo possono rimanere bloccati sulle isole, in conseguenza del disgelo e sopportare il caldo fino al sopraggiungere dell'inverno.

Gli orsi polari sono animali solitari ed i periodi che passano assieme ai loro simili sono solo quelli in cui la madre si prende cura della prole (circa 2-3 anni) e quando si forma una coppia per pochi giorni finalizzata all'accoppiamento. In particolare le femmine con i piccoli tendono a fare vita solitaria e a star lontani dai maschi perchè questi non esiterebbero ad uccidere i piccoli per nutrirsi.

Non sono rare le competizioni tra orsi sia per il possesso della femmina, essendo molto poche e con periodi di estro molto dilatati nel tempo (la femmina per circa 2-3 anni, fino a quando ha i piccoli, non è disponibile ad accoppiarsi) sia per il cibo.

Gli orsi polari sono animali prettamente carnivori ed il loro cibo principale sono la foca dagli anelli (Pusa hispida) ma mangiano e cacciano senza problemi anche le altre specie di foca, compresi trichechi, gli uccelli marini con le loro uova, piccoli mammiferi, pesci ed anche eventuali carogne di foche o di balena.

In pratica il loro cibo di base è il grasso della foca in quanto molto ricco di calorie.



L'orso polare ha diverse modi di cacciare. Un metodo è quello di appostarsi in prossimità dei buchi presenti nel ghiaccio ed aspettare che una foca emerga per respirare. Un altro metodo è quello di avvicinarsi silenziosamente ad una foca che si trova fuori dall'acqua e scattare all'ultimo momento per catturarla oppure un altro modo è semplicemente quello di inseguire la preda in acqua e catturarla.

Le prede una volta uccise vengono subito consumate e le parti che normalmente vengono mangiate sono la pelle ed il grasso mentre il resto in genere viene lasciato. Questi resti sono consumati da altri orsi polari giovani e meno esperti o dalle volpi artiche.

Gli orsi polari hanno la particolarità, una volta finito di mangiare, di pulirsi in modo da non rimanere sporchi di sangue.

Il periodo degli accoppiamenti per gli orsi polari è il tardo inverno e l'inizio della primavera. Il periodo in cui le femmine sono disponibili all'accoppiamento sono molto radi in quanto una femmina non si accoppia fino a quando ha i piccoli da accudire il che la rende disponibile circa ogni tre anni. L'estro dura pochi giorni e durante questo periodo il maschio e la femmina formano una coppia.

Dopo che si è accoppiata la femmina di orso polare inizia il periodo di gestazione che varia da 195 a 265 giorni e costruisce una tana, in genere nella neve, dove far nascere ed allevare i piccoli. La tana viene costruita entro 8 km dalla costa e durante la gestazione la femmina mangia a tal punto da arrivare a raddoppiare il proprio peso.

I cuccioli nascono tra il mese di novembre e gli inizi di gennaio e la madre rimarrà con i piccoli senza mai separarsene fino al mese di aprile. In genere i cuccioli sono due e pesano alla nascita circa 1/2 kg. Pur essendo così piccoli, grazie al latte materno particolarmente grasso, raggiungono rapidamente i 10-15 kg all'arrivo della primavera, periodo in cui lasciano la tana.

Le madri sono particolarmente ligie nelle cure parentali della prole e rimangono con i piccoli fino a quando non hanno raggiunto l'età di 2-3 anni.

La maturità sessuale di un orso polare viene raggiunta non prima dei 5-6 anni di età.

L'orso polare non ha predatori ad eccezione dell'uomo e degli altri orsi polari. I maschi possono anche uccidere i piccoli se li incontrano lungo la loro strada per nutrirsene.

L'uomo ha cacciato pesantemente l'orso polare sia per la sua pelliccia che per la sua carne.

L'orso polare è classificato nella Red list dell'IUNC tra gli animali vulnerabili VULNERABLE (VU): considerato quindi un animale ad alto rischio di estinzione in natura. E' stato stimato che si avrà una riduzione della sua popolazione di oltre il 30% nel giro di 3 generazioni (circa 45 anni) a causa della forte riduzione del suo habitat. Infatti gli orsi polari per sopravvivere hanno necessità dei ghiacci pertanto una loro qualunque variazione si riflette inesorabilmente sulla popolazione di questo grande carnivoro.

Sono state ipotizzate 19 sottospecie di orso polare per una popolazione totale presente di circa 20.000 - 25.000 esemplari in tutto il mondo.

Mentre le altre specie di orso hanno dimostrato di essere in grado di adattarsi ai mutamenti climatici che comportano cambiamenti nei loro habitat naturali, gli orsi polari sono troppo specializzati per riuscire a sopravvivere a tali cambiamenti. Altri fattori negativi che possono influire sulla loro popolazione sono l'inquinamento, che oramai ha raggiunto il polo (parliamo delle piattaforme petrolifere della Russia, dell'Alaska e del Canada): basti pensare ad esempio all'avvelenamento del loro cibo principale, le foche in quanto il grasso della foca è molto ricettivo nei confronti degli agenti inquinanti.

C'è inoltre da tenere in considerazione il fatto che purtroppo alcune nazioni consentono ancora, nel terzo millennio, la caccia per sussistenza alle popolazioni indigene. Ciò avviene in Alaska (Stati Uniti), in Canada, in Groenlandia mentre sia la Norvegia che la Russia l'hanno vietata anche se in Russia, dopo la caduta dell'Unione Sovietica è considerevolmente aumentato il bracconaggio. In Canada addirittura viene permessa la caccia per sport (giustificandola come sostenibile!) e purtroppo anche la Groenlandia si appresta a seguire la stessa strada.

Se la situazione continuerà a rimanere tale, è stato stimata la scomparsa dell'orso polare nel giro di 100 anni.

Gli orsi polari si trovano nella Appendice II (specie a rischio) del CITES (Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora) .

Gli orsi nei secoli passati sono stati pesantemente cacciati dalle popolazioni indigene per ricavarne pelliccia e carne cosa che purtroppo è ancora consentita in alcune zone per motivi di sussistenza.

Gli orsi polari sono sempre stati visti come degli animali pericolosi per l'uomo anche se, a meno che l'uomo non lo ricerchi, le possibilità di incontrarsi sono molto rare visto la bassa densità di popolazione degli orsi e dell'uomo nelle zone da loro frequentate.

Recenti studi hanno dimostrato che l'orso polare accoppiandosi con l'orso bruno da origine ad una prole fertile. Questo fa pensare che l'orso polare si sia in qualche modo evoluto dall'orso bruno.



LEGGI ANCHE : http://marzurro.blogspot.it/2015/08/i-ghiacci-dei-poli.html






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