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venerdì 15 gennaio 2016

L'ALPINISMO

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« Con l'incremento dei mezzi tecnici si è creduto di progredire, ma in realtà non si è fatto che regredire sul piano umano. A poco a poco si è creata l'illusione di poter salire ovunque, si è creduto ingenuamente di poter aprire il territorio alpinistico a chiunque, usufruendo dei mezzi aggiornatissimi che la tecnica ci ha messo a disposizione. La stessa illusione amarissima la sta vivendo la società occidentale, la quale, credendo assai presuntuosamente di assoggettare la natura ai propri voleri, sta assistendo impotente alla distruzione del pianeta »
(G. Motti, Rivista Fila, 2-1976)

Si distingue in alpinismo su roccia e in alpinismo su ghiaccio. Il primo si pratica, solitamente, in cordate di due o tre persone e si avvale di una tecnica specializzata elaborata in particolare sulle Alpi Orientali (alpinismo dolomitico). La pratica del secondo richiede generalmente cordate di tre persone munite di piccozze e di ramponi da ghiaccio. In relazione agli attrezzi usati, si distinguono l'alpinismo in libera (arrampicata), cioè quello in cui l'alpinista si misura con le difficoltà dell'esecuzione col solo ausilio di attrezzi di assicurazione (corda, chiodi, moschettoni) e l'alpinismo in artificiale, che permette di superare i tratti in cui la montagna non offre alcun appiglio naturale, utilizzando attrezzi di progressione (chiodi speciali, staffe, corde multiple, ecc.). L'alpinismo su percorsi di estrema difficoltà, senza guida, è detto accademico. Le difficoltà incontrate nel corso di un'ascensione alpinistica sono valutate secondo apposite scale. Per l'arrampicata in libera su roccia si usa una scala proposta nel 1925 dall'alpinista tedesco W. Welzenbach suddivisa in sei gradi: 1º) facile; 2º) mediocremente difficile; 3º) difficile; 4º) molto difficile; 5º) oltremodo difficile; 6º) estremamente difficile; ciascun grado si divide in inferiore e superiore. Meno usata la scala integrativa proposta dall'italiano Berti per la valutazione delle difficoltà intermedie ai gradi della scala Welzenbach. Scale analoghe, seppure meno rigide, sono usate per le scalate miste (ghiaccio-roccia) e su ghiaccio. Per le scalate in artificiale è generalmente adottata una scala che tiene conto del numero e del tipo di attrezzi usati. § Le attività alpinistiche italiane sono coordinate e dirette dal Club Alpino Italiano (CAI), fondato nel 1863, pochi anni dopo la costituzione della prima organizzazione alpinistica del mondo, l'inglese Alpine Club (1857). Nel Club Alpino Accademico Italiano (CAAI), invece, sono accolti solo gli appassionati dell'alpinismo accademico che abbiano compiuto segnalate imprese.

Non si può capire la grande storia dell’alpinismo ignorando le piccole storie personali degli uomini e delle donne che hanno scelto di faticare e rischiare per un “inutile” pezzo di roccia e di ghiaccio.
Il più famoso escursionista del Medioevo, Francesco Petrarca, inaugurando nel 1336 il grado 0 dell’alpinismo, cioè l’escursionismo, cercò di spiegare così le ragioni della sua salita al Monte Ventoso: “Quella vita che chiamiamo beata è posta in alto, e angusta è la via che a essa conduce”. Sempre nel Trecento, Bonifacio d’Asti riuscì al terzo tentativo a scalare il Rocciamelone per portare le tavole del Trittico fiammingo della Madonna delle Nevi in una grotta sulla vetta.
La conquista del Colle del Lys nel 1778, atto di nascita dell’alpinismo moderno e vero e proprio 1° grado di difficoltà affrontato dall’uomo, avvenne perché un gruppo di ragazzi di Gressoney si mise alla ricerca della mitica valle dai ruscelli di latte dei propri antenati Walser.
Il 2° grado venne raggiunto con la conquista del Monviso da parte di Quintino Sella e coincise con la fondazione del Club Alpino Italiano, sodalizio che quest’anno compie 150 anni. Il 3° quando l’incisore inglese Edward Whymper raggiunse nel 1865 la vetta del Cervino, ma la sua impresa fu funestata dalla morte di tre suoi compagni di cordata e lo scandalo che ne seguì fu così grande che la regina Vittoria pensò di proibire l’alpinismo.
Per il 4° grado si passa dalla Val d’Aosta alle dolomiti e dagli inglesi ai tedeschi. Nel 1887 Georg Winkler salì da solo e senza assicurazione la torre del Vajolet che da allora ha preso il suo nome: “l’unica impresa alpina che psicologicamente non sono mai riuscito a spiegarmi”, come scrisse Tita Piaz. Nel 1911 fu la volta del Campanil Basso di Brenta, lo splendido campanile di dolomia dove Paul Preuss salì e scese il 5° grado senza corda e senza chiodi. Lo stesso anno scrisse: “Il pensiero “se cado resto appeso a tre metri di corda” ha moralmente meno valore dell’altro: “una caduta e sei morto!”


Nel primo dopoguerra si impone l’ideologia del sesto grado, dell’arrampicata fatta “per crearsi un patrimonio di esperienze soprattutto in senso di vita vissuta al limite delle proprie possibilità”, è la ricerca continua “di una felicità irraggiungibile”, come ben scrisse Giusto Gervasutti. E’ l’epoca della scuola di Monaco e dei giganti italiani: Cassin, Comici, Videsott.
La scala chiusa al sesto grado salta per aria in un periodo rivoluzionario, la fine degli anni ’60. Un gruppo di ragazzi capelloni e un po’ beat cancella l’ideale della vetta: è il Nuovo Mattino. In braghe di tela, magliette colorate cominciano ad aprire vie dai nomi irridenti: Tempi moderni, Cannabis, Itaca nel Sole. L’arrampicata diviene “un mezzo per vivere sensazioni più profonde”. Il settimo grado viene superato sul Precipizio degli Asteroidi in Val di Mello nel 1977, ma già i fratelli Messner avevano salito l’ottavo sul Sass dla Crusc per liberare il drago dell’impossibile dal tecnicismo esasperato. Ad alzare ancora l’asta delle difficoltà ci pensa Maurizio Zanolla, in arte Manolo, sul Sass Maòr raggiungendo il 10° grado: “Certe volte ci chiediamo se siamo matti.  Ma vedi, è così che io entro nel sogno. Nella realtà puoi parlare di una cosa sola alla volta, nel sogno entri in rapporto con tutto, e con tutto insieme. Tutte le cose sono possibili in sogno”. Il compimento è nel 2001 quando Alexander Huber torna su una delle pareti mitiche dell’alpinismo classico: la nord della cima Ovest di Lavaredo. Dopo anni di tentativi supera il passaggio chiave sul tetto: undicesimo grado inferiore!
Se anche nelle forme amatoriali, la pratica alpinistica, come sanno bene mogli e mariti dei “malati di montagna”, è una passione totalizzante che mal si presta a mediazioni e a mezze misure, “Rimane il problema della motivazione o della filosofia dell’alpinismo. La sterminata biblioteca di montagna custodisce centinaia di pagine che cercano di rispondere alla solita vecchia domanda: perché? Per conoscere se stessi, per scappare dal mondo, per avvicinarsi a Dio… Dopo quasi due secoli e mezzo di storia consiglio la risposta del pioniere George Mallory in partenza per l’Himalaya:
“Perché vai a scalare l’Everest?”
“Because it’s there, perché è là”.
Mallory dall’Everest non è mai tornato, e anche di quello potremmo chidergli giustificazione, ma non servirebbe, perché ci ha già lasciato la sua opinione. L’unica possibile, per un alpinista.”

Tra gli alpinisti italiani emerge la figura di Walter Bonatti che sarà un punto di riferimento per l'alpinismo internazionale fino a circa il 1965. Bonatti, pur essendo un alpinista completo, espresse il proprio talento soprattutto nell Alpi Occidentali (tra le altre: la parete est del Grand Capucin nel 1951, la prima salita invernale della via Cassin alla Cima Ovest di Lavaredo nel 1953, il pilastro sud ovest del Petit Dru in solitaria nel 1955 e la nuova via in solitaria sulla parete nord del Cervino, nell'inverno del 1965). Egli anticipò (con un suo personalissimo e a volte contraddittorio stile) alcune tendenze che emergeranno negli anni settanta e ottanta come il "clean climbing" (la scalata pulita, con il minor utilizzo di chiodi e aiuti artificiali).

Bonatti fu tra i primi alpinisti professionisti che portarono le proprie imprese al grande pubblico attraverso le riviste e i giornali (ad esempio la collaborazione con il settimanale Epoca che proseguì anche dopo che Bonatti abbandonò l'alpinismo per dedicarsi a viaggi e reportage in luoghi selvaggi del pianeta).

All'inizio degli anni settanta la contestazione sessantottina influenzò anche l'alpinismo, seppure con qualche anno di ritardo rispetto alle rivolte studentesche. Il nuovo movimento alpinistico prese il nome di "Nuovo Mattino", dal titolo di un articolo di Gian Piero Motti sulla Rivista della Montagna. Si cominciarono a mettere in dubbio e contestare i metodi e gli scopi dei classici scalatori con l'idea della conquista per mezzo delle vie classiche, da ripetere con tecniche e metodologie consolidate. L'idea del movimento era quella di basare l'alpinismo sulla scoperta della libertà, il gusto per la trasgressione, rifiutando la cultura alpinistica della vetta a tutti i costi, dei rifugi, degli scarponi, del CAI, delle guide, e deprecando lo sfruttamento ambientale delle montagne.

Vi era il rifiuto di ridurre la montagna (e la natura in generale) a semplice strumento, ma al tempo stesso mantenere l'Uomo al centro della natura.

Mediante metodi specifici di allenamento fisico e psichico, innovazioni tecniche spesso importate dagli Stati Uniti (i primi pionieri del free climbing sperimentavano in quegli anni sulla formazione rocciosa El Capitan, fino ad allora considerata quasi impossibile da scalare, nel Parco nazionale di Yosemite in California), si rese possibile vincere difficoltà che allora sembravano insormontabili: è il periodo in cui si cominciano ad utilizzare le scarpette a suola liscia, in cui viene sviluppato il free climbing.

Passati gli anni settanta e ottanta il Nuovo Mattino tramonterà con le sue contraddizioni, lasciando nell'innovazione solo quello che poteva essere consumato e massificato.

Questo gruppo di alpinisti fu costituito da Gian Piero Motti, Gian Carlo Grassi, Danilo Galante, Roberto Bonelli, Andrea Gobetti, Mike Kosterlitz, Ugo Manera e altri. Furono anche chiamati il Circo Volante o il Mucchio Selvaggio.

A seguito delle esperienze anglosassoni e nell'ambito (almeno in Italia) delle idee del Nuovo Mattino, già da alcuni anni si dibatteva sulla necessità di aprire la scala delle difficoltà verso l'alto, oltre il VI grado.
L'UIAA oppose una fortissima resistenza a tale logica evoluzione delle scale di difficoltà. Già nel 1977 Jean Claude Droyer aveva scalato la via Bonatti sul Capucin con 9 chiodi soltanto, oltrepassando dunque la definizione classica del VI grado secondo Welzenbach e Rudatis.

L'alpinismo nel terzo millennio ha assunto una connotazione sempre più sportiva, con alpinisti-atleti capaci di grandi prestazioni fisiche (percorsi effettuati in velocità, concatenamenti di più itinerari in un solo giorno) oppure tecniche (gradi di difficoltà altissime in arrampicata, discese estreme con gli sci) coadiuvati anche dalle più moderne ed evolute tecniche di allenamento e tecnologie alpinistiche. Parallelamente si assiste ad una diffusione delle pratiche alpinistiche anche al di fuori dei professionisti di settore, ovvero semplici appassionati ed amatori, fino a spingere in alcuni casi l'alpinismo stesso verso vere e proprie forme di sport di massa o turismo sportivo, spesso sottovalutando rischi e limiti personali.


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martedì 12 maggio 2015

IL FREE CLIMBING

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Quasi un secolo fa Preuss teorizzò l’arrampicata libera nella sua forma più pura, addirittura sostenendo che si doveva salire solo dove si sarebbe stati capaci di scendere. Preuss era un integralista tutto d’un pezzo, anche sostenitore dell’arrampicata senza corda, e la sua morte fu commentata con una certa ironia dalla maggior parte dei contemporanei, convinti che il salire era più importante dello stile nel salire. Un atteggiamento su cui non era d’accordo anche A.F. Mummery, forse il primo a concepire l’idea di via piuttosto che quella di salita.

Le idee di Preuss non furono comunque vane per tutti, ma si dispersero nella corsa alla vetta che divenne motivo dominante dell’Alpinismo di metà secolo.

Negli USA la storia seguì un tracciato diverso, complice anche la geologia: il granito infondeva più fiducia del calcare nel salire usando solo gli appigli.

Maestro e precursore dell’arrampicata libera fu l’americano John Gill, che negli anni 50 introdusse l’uso della magnesite e la tecnica dei lanci nell’arrampicata. Fu anche precursore della scalata sui massi, come lo fu Pierre Allain in Francia.

Quasi contemporaneamente a Gill si comincio’ a intravedere in Yosemite qualcosa di più di un semplice paesaggio; aiutati dalle stupende e pulite fessure granitiche, molti americani cominciarono a superare quello che in Europa veniva confusamente indicato come sesto grado (5c/6a). Si narra che il più elegante fu Salathè, che ebbe per questo da Robbins e compagni l’onore del nome di una via ancor oggi fra le più famose del mondo.

Negli anni 60 quindi sicuramente il livello di Yosemite era superiore a quello Europeo ed Australiano, con Royal Robbins in testa e l’odierno 6b già domato sulle lunghe fessure del Capitan.

In Europa erano gli Inglesi i più avanti nella concezione del free climbing, anche perche’ le piccole pareti a loro disposizione costringevano, per divertirsi, a spingere la difficolta’. Ma anche in Germania e Italia isolati pionieri riconoscevano che salire le montagne in libera era ben diverso che affidarsi ai chiodi per la progressione: non si può dimenticare Rebitsch, Wiessner, Soldà, Vinatzer, scalatori che ambivano allo stile quanto al coronamento della salita.

Le prime grandi imprese di Free climbing avvennero comunque in America sul finire degli anni ‘60, per opera di fuoriclasse come Peter Cleveland, Steve Wunsch e successivamente John Long, John Bachar, Tony Yaniro, Henry Barber e Ron Kauk. Quest’ultimo, giovanissimo, pochi mesi dopo la sua prima salita, insieme a Bachar e a Long, percorse la meravigliosa Astroman (7a) in completa arrampicata libera, nel 1975. Una via destinata a diventare una classica per tutti i liberisti, e a creare poi scalpore molti anni dopo, quando Peter Croft la percorse più volte slegato.

I giovani americani si allenavano duramente e vivevano ai margini della società, praticamente da hippy, e colpirono i primi scalatori europei che viaggiarono oltreoceano. Pete Livesey tornò dagli USA in Inghilterra nel 1975, subito fondando una palestra d’arrampicata e inneggiando alla scalata libera.

Kauk fece un’altra grande impresa con Tales of power (1977, 7b/7b+), anche se la sua fama varcò l’oceano soprattutto per la spettacolare libera di Separate Reality, 1978, un tetto fessurato orizzontale disposto sopra un vuoto siderale.

Quando le foto di queste libere arrivarono in Europa, la reazione degli alpinisti classici fu addirittura di incredulità, mentre alcuni giovani cominciarono a lanciarsi su tutto il granito fessurato a disposizione; dal canto suo Messner, precursore come sempre e grande studioso dei pochi pionieri dei decenni precedenti, trascrisse nel rivoluzionario "settimo grado", un testo che fece epoca, quelli che secondo lui dovevano essere i dettami dell’alpinismo su roccia: fra questi, non usare le protezione per progredire, e quindi salire in libera, possibilmente con meno chiodi possibili.

Negli stessi anni, con pochissima eco in Europa e USA, Kim Carrigan domava Prokol Orum (Australia, M.ti Arrapiles 7b+, 1978), e poco dopo Yesterday (1979, 7b+/7c): erano livelli molto al di là dei limiti europei.

In Francia, intanto, suscitava clamore Le Triomphes d’Eros, di JC Droyer, (1975, 6c+) che diventerà il più polemico e acceso sostenitore del free climbing (liberando moltissimi settimi gradi in tutte le Alpi alla fine degli anni 70). Droyer scatenò un vero vespaio in Francia, simile a quello suscitato da Messner qualche anno prima nel suo libro "Assassinio dell’impossibile": entrambi affermarono chiaramente che l’artificiale stava uccidendo l’arrampicata, e che si poteva fare molto di più laddove si preferiva affidarsi a staffe e chiodi.

Ma la rincorsa europea sembrava infinita: Pete Cleveland centrò l’8a già nel 1977, ma molto più clamore fecero Phoenix e Grand Illusion, quest’ultima una stupenda fessura strapiombante che Tony Yaniro risolse nel 1979. Per dare un’idea di quanto fossero avanti gli americani nell’80, basta dire che al suo primo viaggio oltreoceano Gullich non riuscì (1979) sulle due vie in questione, tanto che gli ci vollero 10 mesi di allenamento mirato per vincerle entrambe nel 1982 (e fu il primo 8a europeo; ma non su suolo europeo).

E questa fu veramente un’impresa che segnò un’epoca, e il passaggio di testimone fra Yosemite e l’Europa.

Nel 1981 le vie europee più dure erano la corta ed esplosiva Le Haine, a Mentone (7c/7c+, Berhault), i terribili 40 metri del Mattino dei maghi (Manolo, 4 protezioni di cui 2 soli chiodi a espansione) e Schleimspur, 7b+, aperta da Gullich nello Jura.

L’arrivo di Gullich nel free-climbing ha rappresentato una svolta difficilmente ripetibile; meno talentuoso di Edlinger, Rabatou, Manolo Glowatz e Kammerlander, fortissimo fisicamente, si applicò all’arrampicata con la classica tenacia teutonica ma con una fantasia molto superiore. Contrarissimo (come quasi tutti i tedeschi e gli Inglesi, e a differenza della maggior parte dei top francesi e italiani) ai pur minimi ritocchi della roccia, grande amante dei viaggi, Wolfang Gullich portò, talvolta trascinò, il free climbing verso mete impensabili ad inizi anni 80: con l’avvento di Gullich il free climbing si elevò a sport, ma senza abbandonare l’avventura

Ma naturalmente altre nazioni si muovono, anche se con meno pubblicità: le Dolomiti furono per esempio sconvolte dal 17enne Sustr che, incitato da Igor Koller, tirerà un settimo espostissimo e assolutamente sprotetto nella via del Pesce, in Marmolada; via storica, "Attraverso il pesce " e’ una delle prime vie col 7+ obbligatorio in apertura (mentre, in ripetizione di vecchi itinerari artificiali, Manolo, Droyer, Albert, Zaik avevano già toccato l’ottavo e il nono).

L’82 vede la rincorsa in falesia all’8a, sfiorato ancora da Manolo, dal già famoso e mediatico Edlinger, da sempre più francesi. In Francia, infatti, l’arrampicata esplode: grazie ai video di Berhault, Edlinger e Destivelle, grazie al Verdon e a tutti gli altri km di roccia a disposizione, grazie al classico sano sciovinismo francese.

Nell’83, da più parti, in falesia si dichiara finalmente l’8a. Questione di mesi o settimane, ufficialmente è Ca glisse au pays des merveilles di Edlinger, ad entrare nella storia. Ma lo meritano anche Reve de Papillon e Le caeur est un chasseur (Mouries), dell’elegantissimo Antoine Le Menestrel; Crepinette (Eaux claires), di Guillot; Fritz de cat, (Saussois), fine 1982 , di Tribout; Draculella, di Manolo. E The Face, in Germania, che Jerry Moffat dichiara 8a+ (un altro da intervistare, probabilmente sopra le parti).

In montagna invece l’8a arriverà nel 1988, naturalmente con Manolo ma anche con i giovanissimi fratelli Huber, cognome destinato a diventare famoso. Mentre nel 1984 il fuoriclasse norvegese Hans Cristian Doseth aveva introdotto la filosofia free (insieme a quella dello stile alpino) in Karakorum, con una via di 1600 metri sulle Torri di Trango.

Tappe storiche e fondamentali per la decisiva esplosione del free climbing, a cui, ufficialmente con la prima gara del 1985 e poi con le prime falesie spittate vicine, si affiancherà l’arrampicata sportiva.

Da allora l’equivoco si è sempre più ingigantito, e pochi si curano di chiarirlo. Eppure basterebbe leggere la storia di un Alex Huber o di un Manolo per distinguere quando uno scalatore si impegna nell’arrampicata sportiva (Huber ha all’attivo due 9a irripetuti da anni) e quando supera i limiti nel free climbing (sempre Huber, sulle grandi pareti di tutto il mondo, e Hirayama sulle vie di El Capitan, due recentissimi esempi). Una distinzione importante per esaltare sia che apre il futuro nell’arrampicata sportiva (Steve Mc Clure e Chris Sharma, due nomi fondamentali dell’inizio secolo) sia chi esplora la visione indicata da Doseth, Knez, Gullich e Albert negli anni ’80: il free climbing sulle "Big Walls".

Per arrampicata libera (o free climbing) si intende lo stile di arrampicata nel quale l'arrampicatore affronta la progressione con il solo utilizzo del corpo: mani nude, piedi (normalmente con le scarpette da arrampicata), ma anche appoggiando e incastrando il corpo intero o sue parti.

Questo non esclude a priori l'utilizzo di attrezzatura, come la corda, l'imbrago, il discensore, i moschettoni, i nuts, i friends e i rinvii, ma tale equipaggiamento è usato esclusivamente per l'assicurazione, ossia per limitare i danni in caso di caduta.

La salita di una via di arrampicata viene distinta dagli scalatori a seconda di come viene effettuata in:

In moulinette, Da secondo o Con la corda dall'alto - quando si scala con la corda che assicura dall'alto, corda che è stata posizionata in precedenza.
A vista (in inglese On Sight) - scalata da capocordata eseguita la prima volta che si affronta una via, senza aver osservato un altro scalatore, senza alcun aiuto di attrezzature (per es. senza appendersi a riposare) o indicazioni di altri.
Flash - scalata da capocordata eseguita la prima volta che si affronta una via, senza ausili artificiali ma usufruendo di indicazioni di scalatori che hanno salito la medesima via in precedenza.
Lavorato - scalata da capocordata effettuata dopo alcuni tentativi che hanno consentito di individuare la migliore sequenza di movimenti. In inglese si dice redpoint, derivante dal tedesco rotpunkt. Il termine fu coniato dall'arrampicatore tedesco Kurt Albert negli anni '70. Quando lavorava una nuova via disegnava alla base un cerchio rosso. Quando infine la liberava da primo riempiva il cerchio, creando appunto un "punto rosso".

Forme di arrampicata senza assicurazione sono il bouldering e il free solo. Il bouldering viene denominato anche sassismo e viene effettuato su piccoli massi fino a 5-6 metri di altezza. Il free solo invece è uno sport estremo, compiuto da chi arrampica senza alcuna sicurezza (come corde, chiodi, moschettoni,...) ed è quindi sempre a rischio della propria vita. Questa disciplina viene spesso chiamata impropriamente "free climbing".

Per arrampicata artificiale si intende lo stile di un'ascensione, su roccia o ghiaccio, nella quale si fa ricorso ad attrezzi e strumenti che aiutano la progressione. Se gli attrezzi, anziché per la progressione, sono utilizzati al solo scopo di garantire la sicurezza dell'alpinista, la salita viene comunemente considerata come "libera". Un esempio di tale differenza può essere dato considerando l'utilizzo della corda. Se essa viene utilizzata esclusivamente come strumento di sicurezza, per garantire l'incolumità di chi sale in caso di caduta, lo stile di arrampicata sarà considerato "libero". Se viceversa, nel corso della salita, essa viene altrimenti utilizzata, ad esempio per appendersi e riposarsi, la corda diventa uno strumento ausiliario che in qualche modo facilita la naturale salita (che "naturale", a quel punto, non è più). Si parla allora di stile di arrampicata "artificiale". Tra i classici attrezzi tipici dell'arrampicata artificiale si annoverano, per esempio, chiodi, spit, cordini in nylon (che tuttavia possono anche essere usati come strumenti di sola sicurezza) e attrezzi esclusivi dell'artificiale come le staffe o gli skyhook.

L'arrampicata indoor è l'arrampicata praticata su strutture costituite da pannelli su cui si montano delle prese, appigli artificiali di resina o altro materiale. L'arrampicata indoor serve sia come luogo di allenamento (infrasettimanale o nelle giornate di brutto tempo) che come terreno su cui disputare le competizioni. Solo le primissime gare d'arrampicata si disputarono sulla roccia ma fu subito evidente la difficoltà di creare e cambiare i percorsi di gara.



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