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domenica 29 marzo 2015

L' ORNIELLO



È diffuso nell'Europa meridionale e nell'Asia minore. Il limite settentrionale della specie è l'arco alpino e la valle del Danubio mentre il limite orientale è la Siria e l'Anatolia.

In Italia è comunissimo in tutta la penisola, dalla fascia prealpina del Carso, fino ai laghi lombardi; penetra nelle valli principali fino al cuore delle Alpi risalendo le pendici montane fin verso i 1000 m di quota al nord e 1500 m al sud di altitudine. Nella pianura padana è quasi assente, torna a popolare gli Appennini (specie quelli settentrionali e centrali) fino a oltre 1.000 metri di altezza, in particolare su quelli del versante orientale della penisola. Specie piuttosto termofila e xerofila preferisce le zone di pendio alle vallette ombrose e fresche. In Sicilia si spinge fino ai 1.400 m di altitudine. Nelle regioni occidentali diviene progressivamente rara, fino a formare tipi localizzati, di cui non è sicura però la distinzione. Cresce principalmente in boschi e foreste in associazione a varie latifoglie, come quercia, Carpino ed è formidabile nel ricolonizzare le zone forestali in cui è avvenuto un incendio o un precedente vecchio rimboschimento, mostrando elevata rusticità e messa a seme.

Ha tronco eretto, leggermente tortuoso, con rami opposti ascendenti con corteccia liscia grigiastra, opaca, gemme rossicce tomentose; la chioma ampia è formata da foglie caduche opposte, imparipennate, con 5-9 segmenti (più spesso 7), di cui i laterali misurano 5-10 cm, si presentano ellittici o lanceolati, brevemente picciolati e larghi un terzo della loro lunghezza. Il segmento centrale, invece, si presenta largo circa la metà della sua lunghezza ed è obovato; la faccia superiore è di un bel colore verde, mentre quella inferiore è più chiara e pelosa lungo le nervature.

Le infiorescenze sono a forma di pannocchie, generalmente apicali e ascellari; i fiori generalmente ermafroditi e profumati, con un breve pedicello, possiedono un calice campanulato con quattro lacinie lanceolate e diseguali di colore verde-giallognolo; la corolla ha petali bianchi leggermente sfumati di rosa, lineari, di 5-6 mm di lunghezza.
Il frutto è una samara oblunga, cuneata alla base, ampiamente alata all'apice, lunga 2-3 cm e con un unico seme compresso di circa un centimetro.

L’impiego dell’orniello come pianta ornamentale si giustifica per la splendida fioritura che avviene secondo l’esposizione, dell’altitudine e dell’andamento stagionale da aprile a maggio. Per un arco di tempo abbastanza lungo, 20 e più giorni, l’albero si ricopre di una gran quantità di fiori bianchi o bianco crema, molto profumati, che lo rendono riconoscibile e visibile anche da lontano. I fiori, con calice campanulato e corolla a quattro petali, sono riuniti in dense pannocchie apicali lunghe 8-10 cm. I petali lineari sono parzialmente concresciuti due a due. La fioritura, contemporanea all’emissione delle foglie, richiama un gran numero di insetti.

L'orniello è una specie interessante per la silvicoltura, in quanto può essere considerata una specie pioniera, resistente a condizioni climatiche difficili, adatta quindi al rimboschimento di terreni aridi e siccitosi. Viene coltivato in Sicilia e Calabria per la produzione della manna, in Toscana nei vigneti viene frequentemente utilizzata come sostegno ai filari di vite. Si moltiplica facilmente con la semina.

Nella silvicoltura per il rimboschimento di suoli poveri, aridi, calcarei o argillosi.
Come pianta ornamentale in parchi e giardini di grandi dimensioni, anche su terreni secchi e poco profondi.
Come pianta officinale e medicinale.
Per l'estrazione di tannini dalla corteccia.
Utilizzando le foglie come foraggio per il bestiame, in zone povere di pascoli.
Per la produzione di legname; il legno di orniello ha il durame bruno chiaro, con anelli ben distinti e provvisti di grossi vasi nella zona primaverile, è elastico e resistente, facilmente lavorabile. Viene utilizzato industrialmente per la produzione di mobilio, per attrezzi vari, per lavori al tornio e come ottimo combustibile.

Le foglie secche e triturate e i frutti posti in infuso in acqua bollente forniscono il tè di frassino.
Le foglie fermentate con acqua e saccarosio servono per preparare bevande alcoliche. accurate.

Il decotto di manna, sostanza solida bianca-giallastra ricavata dal succo zuccherino che sgorga dalle lesioni della corteccia e che si rapprende rapidamente a contatto dell'aria, raccolta in estate, è un blando purgante, ha anche proprietà bechiche e anticatarrali; può essere usato come collirio nelle congestioni oculari; pezzetti di manna sciolti in bocca lentamente hanno proprietà espettoranti.
L'infuso delle foglie raccolte a fine primavera inizio estate ed essiccate al sole, viene utilizzato come emolliente.

La linfa dolce di quest’albero richiama durante l’estate la cicala che se ne nutre pungendone i giovani rami. Anche i calabroni possono fare altrettanto danneggiando le giovani piante.

Si può far risaltare la vistosa fioritura primaverile ponendolo davanti a piante più alte che non fioriscono, come aceri o sempreverdi. Nel resto dell’anno è pianta discreta che non disturba ed in autunno si colore di un giallo tenue. Al suo piede possono essere coltivate bulbose, piante da fiore e cespugli che richiedano una parziale ombreggiatura estiva, o una buona esposizione primaverile, perché l’ornello, non riforma precocemente la chioma.

Non ha la crescita veloce del Fraxinus excelsior e raggiunge il secolo di vita.

Per il vigore contenuto può essere posto anche vicino casa.
I semi dell’orniello sono semi duri e germinano solo dopo un anno, o anche dopo. Per questa ragione si ricorre ad una stratificazione del seme per un anno in sabbia mantenuta umida, ritardando così la semina vera e propria. Le pianticelle ottenute si trapiantano in vivaio a due anni e solo nel terzo o nel quarto anno si pongono a dimora.

Non necessita di cure particolari. Solo in terreni pesanti ed argillosi, può valere la pena effettuare uno scasso (profondità e diametro 100 cm) introducendo due parti di terriccio ed una di sabbia per garantire un efficiente drenaggio.

Sottoposto a taglio, dimostra una forte capacità di ripresa formando ricche ceppaie che possono essere governate a cespuglio.


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lunedì 9 marzo 2015

LA MANNA

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La manna è un prodotto ottenuto da alcune specie di piante del genere Fraxinus (frassini), in particolare Fraxinus ornus (orniello o frassino da manna).

È un prodotto tipico siciliano, come tale è riconosciuto e rientra nell'elenco dei prodotti agroalimetari tradizionali stilato dal ministero delle politiche agricole e forestali.

La coltivazione del frassino da manna risale presumibilmente alla dominazione islamica (IX-XI secolo d.C.); il più antico documento che menziona la manna risale al 1080 in un diploma del vescovo di Messina. La Sicilia divenne la maggiore produttrice nella seconda metà dell'Ottocento.

Oggigiorno la coltivazione è limitata a poche zone della Sicilia, precisamente solo al territorio di Pollina e Castelbuono, con una superficie coltivata stimata nel 2002 a circa 3200 ha. Qui l'ultima generazione di frassinicoltori mantiene in vita il prezioso patrimonio colturale e culturale legato al mondo dell'antico mestiere dello "Ntaccaluòru".

In alcuni centri fino agli anni '50 la manna costituiva la base dell'economia locale per i frassinicoltori locali. Il fenomeno che ha spinto le nuove generazioni a preferire il lavoro in città, anziché l'agricoltura, ha contribuito fortemente all'abbandono della coltura della manna. Oggi i frassineti aspettano di rigenerarsi per dare ricchezza.

La produzione della manna offre tuttavia un buon reddito rispetto al passato (ogni chilo ha un costo superiore a 20 euro, e il prezzo è sempre in crescita).

Le aree in cui il frassino da manna viene (o veniva) coltivato fanno parte dell'assai più ampio areale naturale della specie (descritto nella voce Fraxinus ornus). Si tratta di zone comprese nella fascia altimetrica fra 200 e 800 m, a clima mediterraneo-arido (non a caso il frassino è pianta xerofita - si adatta bene alla siccità), su suoli calcarei o argillosi.

Le produzioni migliori sono indicate per terreni calcari-arenacei esposti a sud-est.

La manna è riconosciuta come Presidio Slow Food ed è per questo motivo che assieme ai frassinicoltori è stato redatto un disciplinare di produzione che ne garantisce la qualità e la provenienza.

La manna è la linfa estratta dalla corteccia opportunamente incisa.

Si riduce sempre di più il numero dei coltivatori; ormai quasi solo gli anziani sanno come coltivare e praticare le incisioni sulla corteccia del tronco del frassino con un particolare coltello chiamato mannaruolo.

Dalle piccole incisioni trasversali create con gesti precisi, sgorga lentamente un succo inizialmente di colore ceruleo e di sapore amaro (lagrima), che a contatto con l'aria rapidamente si schiarisce e assume un sapore dolce. Condensandosi, forma cannoli e stalattiti di colore bianco e profumati.

L'operazione di raccolta si pratica ogni settimana con l'archetto, la paletta e la scatola (particolari arnesi per la raccolta della manna)

La composizione chimica della manna è molto complessa e dipende da diversi fattori tra cui: qualità, zona di provenienza, l'età del frassino e la sua esposizione, l'andamento stagionale e molti altri fattori.

La manna in media contiene il 40-60% di mannitolo o mannite (C6H14O6), 8-10% d'umidità, 3-5% glucosio e fruttosio, 12-16% manninotriosio, 6-12% manninotetrosio, 1-3% elementi minerali, 0,5%-0,1% resina e altre sostanze in quantità minori (vitamine, enzimi, mucillagini, pectine, tannini).

La manna è in primo luogo un lassativo leggero esente da controindicazioni, particolarmente adatto alla primissima infanzia, alle persone molto anziane debilitate e convalescenti (viene somministrata generalmente nel latte, o come decotto di manna, che è un blando purgante); è un regolatore e rinfrescante intestinale, in quanto purifica l'apparato digerente da tossine e appesantimenti dovuti a cattiva alimentazione. È anche un cosmetico naturale, e ha una benefica azione sull'apparato respiratorio, infatti si comporta da fluidificante, emolliente e sedativo della tosse; è inoltre un dolcificante naturale a basso contenuto di glucosio e fruttosio, utilizzabile come dolcificante per diabetici. La manna possiede numerose virtù terapeutiche ed è innocua e priva di azioni secondarie rilevanti, cosa che tra l'altro la rende particolarmente raccomandabile in pediatria: è indicata nei casi d'indigestione e ipertensione, ha proprietà bechiche e anticatarrali, è sedativo della tosse e calmante nelle bronchiti; pezzetti di manna sciolti in bocca lentamente hanno proprietà espettoranti. Infine, può essere usata come collirio nelle congestioni oculari.

Secondo alcuni aiuta l'autoimmunità, migliora la cicatrizzazione di alcune ferite e disintossica il fegato.


Manna (in ebraico: מן?) o al-Mann wa al-Salwa (in arabo: المَنّ و السلوى, curdo gezo, fārsì گزانگبین), a volte o arcaicamente scritto mana, è una sostanza commestibile che, secondo la dottrina abramitica, Dio somministrò agli Israeliti durante le loro peregrinazioni nel deserto, dopo l'uscita e la liberazione dalla schiavitù in Egitto; la manna iniziò a scendere dal cielo quando il popolo d'Israele stava avvicinandosi al Monte Sinai per ricevere la Torah.

Nella Qabbalah, la manna non era soggetta agli "accidenti" secondo il "principio della generazione e corruzione" per quanto riguarda la sua eccellenza.

« E, evaporato lo strato di rugiada, apparì sulla superficie del deserto qualcosa di minuto, di granuloso, fine come brina gelata in terra. A tal vista i figli d'Israele si chiesero l'un l'altro: «Che cos'è questo?» perché non sapevano che cosa fosse. E Mosè disse loro: «Questo è il pane che il Signore vi ha dato per cibo. Ecco ciò che ha prescritto in proposito il Signore: ne raccolga ognuno secondo le proprie necessità, un omer a testa, altrettanto ciascuno secondo il numero delle persone coabitanti nella tenda stessa così ne prenderete». Così fecero i figli di Israele e ne raccolsero chi più chi meno. Misurarono poi il recipiente del contenuto di un 'òmer; ora colui che ne aveva molto non ne ebbe in superfluo e colui che ne aveva raccolto in quantità minima non ne ebbe in penuria; ciascuno insomma aveva raccolto in proporzione delle proprie necessità »   (Esodo 16.16-18)
I Rabbini del Talmud commentano così: ...ché non di "solo pane" "vive l'uomo".

Quando Dio si apprestava a far scendere la manna dal cielo essa illuminava l'atmosfera spirituale delle tappe affrontate dal popolo d'Israele nel deserto: l'origine celeste della manna favoriva questa manifestazione. Non potendo raccoglierla durante il Sabato (giorno che secondo la tradizione ebraica è destinato al riposo), Dio donava una doppia razione di manna ogni Venerdì affinché bastasse anche per il Sabato; in ricordo di ciò gli appartenenti alla religione ebraica devono preparare i pasti del Sabato con almeno due pagnotte chiamate Challot: esse vengono custodite all'interno di due panni di stoffa, uno al di sopra ed uno sotto, per ricordare anche lo strato di rugiada che ricopriva sotto e sopra questo cibo celeste. I Chakhamim insegnano che ogni Ebreo che assaggiava la manna poteva percepire e gustare un sapore diverso da quello degli altri Ebrei: si parla di gusti di altri cibi da loro desiderati ed assaporati mangiando la sola manna. Il residuo della manna che si scioglieva, si liquefaceva, si diffondeva poi nell'acqua in modo che il gusto della carne degli animali selvatici che si abbeveravano di quell'acqua rendesse noto agli altri popoli che la assaggiavano del cibo fornito da Dio agli Ebrei.

Il tosafista Rashbam ricorda che dopo molto tempo gli Ebrei si impegnarono a lavorare la manna e renderla differente proprio come avviene per le noci, in principio mature e dolci ma poi oleose se lavorate: ciò non piacque a Dio che avrebbe preferito se gli Ebrei ne avessero mantenute inalterate le qualità. Yisaschar Bnei ricorda che i malati del popolo ebraico, usciti dall'Egitto, vennero guariti appena cibatisi della manna. Un Midrash racconta che pietre preziose scendevano dal cielo assieme alla manna. Una porzione di manna venne inserita nell'Arca dell'alleanza da Aronne su ordine di Mosè. La tradizione vuole che la manna torni con l'era messianica.

La parola manna appare tre volte nel Qurʾān. Viene narrato nella hadith Sahih Muslim che il profeta Maometto pronunciò "I tartufi sono parte della 'manna' che Allah mandò al popolo di Israele mediante Mosè ed il succo è medicina per gli occhi."

La manna proviene dal cielo, secondo la Bibbia, ma le sue varie identificazioni sono naturalistiche. Nella Mishnah, la manna considerata una sostanza sovrannaturale, creata al crepuscolo del sesto giorno della Creazione, e assicurata di essere pura, prima del suo arrivo, dallo spazzare del terreno da un vento del nord e piogge successive. Secondo la letteratura rabbinica classica, la manna era stata macinata in un mulino celeste per l'utilizzo dei giusti, ma parte di essa fu assegnata anche agli empi e lasciata che se la macinassero da soli.

Alcuni passi della Bibbia narrano che, fintantoché non raggiunsero Canaan, gli Israeliti mangiarono solo manna durante il soggiorno nel deserto, nonostante la disponibilità di latte e carne dal bestiame col quale viaggiavano e vari riferimenti a provviste di farina e olio in sezioni della narrazione.

Come una sostanza commestibile naturale, la manna avrebbe dovuto produrre residui alimentari, ma nella letteratura rabbinica classica si afferma che, essendo una sostanza soprannaturale, la manna non producesse rifiuti corporei, con nessuna conseguente defecazione da parte degli Israeliti fino a qualche decennio successivo, quando la manna aveva cessato di cadere. La scienza medica moderna riporta che la mancanza di defecazione per un così lungo periodo di tempo avrebbe potuto causare gravi problemi intestinali, soprattutto quando altri alimenti vennero ad essere nuovamente consumati. Gli scrittori rabbinici classici sostengono che gli Israeliti si lamentassero per la mancanza di defecazione, essendo preoccupati per potenziali problemi intestinali.

Molti vegetariani cristiani asseriscono che Dio avesse originalmente voluto che l'essere umano non mangiasse carne ma solo piante, le quali non muovendosi non implicano "uccisione" e quindi peccato: la manna, sostanza non di carne, viene citata in supporto di tale teoria. Inoltre, quando il popolo si lamentò e vollero carne, Dio diede loro carne in forma di quaglie, ma a quanto pare alcuni si lamentarono ancora, mentre altri avidamente raccolsero le quaglie. "Avevano ancora la carne fra i denti e non l'avevano ancora masticata, quando lo sdegno del Signore si accese contro il popolo e il Signore percosse il popolo con una gravissima piaga."

Il cibo non era il solo uso della manna: una fonte rabbinica classica afferma che l'odore fragrante della manna fosse utilizzato in un profumo israelita.

Esodo afferma che ogni giorno un omer di manna veniva raccolto per ciascun membro di famiglia (circa 3,64 litri), e potrebbe implicare che ciò avvenisse indipendentemente da quanto sforzo era stato messo nella sua raccolta; un midrash attribuito a Rabbi Tanhuma narra che, sebbene molti fossero abbastanza diligenti da andare nei campi a raccogliere la manna, altri si sdraiavano pigramente per terra e prendevano la manna allungando le mani. Il Talmud asserisce che questo fattore venisse usato per risolvere le dispute sulla proprietà degli schiavi, poiché la quantità di omer di manna che ciascuna famiglia poteva raccogliere indicava quante persone facevano legittimamente parte di data famiglia; gli omer di manna per schiavi rubati potevano essere raccolti solo dai legittimi proprietari e quindi i legittimi proprietari si ritrovavano con quantità d'avanzo.

Secondo il Talmud, la manna veniva trovata nei pressi delle case di coloro con una forte fede in Dio e lontano dalle case di coloro con dubbi; in verità, un midrash classico narra che la manna era intangibile ai gentili, che inevitabilmente se la vedevano svanire tra le mani. Il Midrash Tanhuma sostiene che la manna si sciogliesse, formasse rigagnoli liquidi, venisse bevuta da animali, speziasse la carne delle bestie e fosse quindi mangiata indirettamente dai gentili, questo essendo quindi l'unico modo in cui i gentili potevano assaporare la manna. Nonostante questi accenni a distribuzioni irregolari, la letteratura rabbinica classica esprime l'opinione che la manna cadesse in grandi quantità ogni giorno. Si ritiene che la manna venisse distribuita su un'area di oltre 2000 cubiti quadrati, per un totale tra i 50 e i 60 cubiti in altezza, abbastanza per nutrire gli Israeliti per 2000 anni e che si potesse vedere dai palazzi di ogni re dell'Est e dell'Ovest, probabilmente un'affermazione metaforica.

Secondo certe interpretazioni rabbiniche, lo Shabbat fu istituito la prima settimana in cui apparve la manna. Afferma che il doppio della manna fosse disponibile alla mattina del sesto giorno della settimana e niente manna si potesse trovare il settimo giorno; sebbene la manna si imputridisse e si infestasse di vermi dopo una sola notte, la manna che veniva raccolta al sesto giorno rimaneva fresca fino alla seconda notte. Mosè dichiarò che la doppia porzione del Giorno di Preparazione dovesse essere consumata allo Shabbat; e che Dio lo aveva istruito anche affinché nessuno dovesse lasciare il proprio posto durante Shabbat, cosicché il popolo potesse riposarsi durante tale giorno.

I critici delle forme considerano che questa parte della narrazione della manna fosse stata estratta dalla tradizione Jahvista e Sacerdotale, con la tradizione Jahvista che enfatizza il riposo durante lo Shabbat, mentre la tradizione Sacerdotale assume semplicemente che lo Shabbat esiste, sottintendendo come il significato di "Shabbat" fosse già noto. Questi critici ritengono tale parte della narrazione della manna una storia eziologica supernatura concepita per spiegare l'origine dell'osservanza dello Shabbat, osservanza che in realtà era probabilmente pre-mosaica.

Esodo narra che gli Israeliti consumarono manna per 40 anni, iniziando dal quindicesimo giorno del secondo mese (15 di Iyar), ma che poi cessò di cadere quando ebbero raggiunto una terra abitata e si avvicinarono ai confini di Canaan (abitata dai cananei). I critici delle forme attribuiscono questa variante all'opinione che ciascuna interpretazione della cessazione della manna derivi da una tradizione diversa; la "terra abitata" viene attribuita alla tradizione Sacerdotale, e "i confini del paese di Canaan" alla tradizione Jahvista, o ad un'ipotetica redazione successiva che sincronizzi il resoconto con quello del Libro di Giosuè, che sostiene che la manna cessò di cadere il giorno dopo il festival annuale di Pesach (il 14 di Nisan), quando gli Israeliti ebbero raggiunto Galgala. La durata che va dal 15 Iyar al 14 Nisan, presa letteralmente, è di 40 anni meno un mese.

Esiste inoltre un disaccordo tra gli scrittori rabbinici classici su quando la manna cessò, soprattutto in luce del fatto che continuò dopo la morte di Mosè per ulteriori 40 giorni, 70 giorni, o 14 anni; in verità, secondo Joshua ben Levi, la manna cessò di apparire nel momento che Mosè spirò.

Nonostante l'eventuale cessazione dell'erogazione di manna, Esodo afferma che ne rimase una piccola quantità in un vaso o urna, che venne tenuta nel Tabernacolo "davanti alla Testimonianza" (forse adiacente all'Arca dell'Alleanza), il testo indica che il Signore incaricò Mosè di farlo e che ne venne delegato Aronne. La Lettera agli Ebrei afferma che l'urna fu riposta all'interno dell'Arca. Le fonti rabbiniche classiche ritengono che l'urna fosse d'oro; alcuni dicono che rimase lì soltanto fino alla generazione dopo Mosè, e altri che sopravvisse almeno fino al tempo di Geremia. Tuttavia, il Primo Libro dei Re afferma che non c'era già più prima di Geremia, durante il regno di Salomone nel X secolo p.e.v. I critici delle forme attribuiscono la citazione dell'urna alla tradizione Sacerdotale, concludendo che l'urna esisteva (ancora) agli inizi del VI secolo p.e.v.

Per estensione, il termine "manna" è usato per riferirsi a qualsiasi nutrimento divino o spirituale.

Da molti anni, i cattolici annualmente raccolgono un liquido trasparente dalla tomba di San Nicola di Bari; la leggenda asserisce che il profumo di questo liquido protegga dal male e viene venduto ai pellegrini quale "Manna di San Nicola". Il liquido fuoriesce dalla tomba del Santo nella cripta della Basilica di Bari, ma non è chiaro se venga emesso dal corpo nella tomba o dal marmo della tomba stessa; poiché la città di Bari è un porto e la tomba si trova sotto il livello del mare, esistono diverse spiegazioni del fluido di manna, tra cui il trasferimento di acqua marina nella tomba per azione capillare.

Nel XVII secolo, una donna mise in vendita come cosmetico un prodotto trasparente ed insapore, chiamandolo "la Manna di San Nicola di Bari". Dopo la morte di circa 600 uomini, le autorità italiane scoprirono che il presunto cosmetico era una preparazione di arsenico, usato dalle loro mogli.

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IL FRASSINO

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Fraxinus L., 1753 è un genere di piante della famiglia delle Oleaceae che comprende circa 65 specie di alberi o arbusti a foglie decidue, originarie delle zone temperate dell'emisfero settentrionale.

Hanno generalmente una crescita rapida, riuscendo a sopravvivere in condizioni ambientali difficili come zone inquinate, con salsedine o forti venti, resistendo bene anche alle basse o elevate temperature; le specie più diffuse in Italia sono il Fraxinus excelsior conosciuto col nome comune di Frassino maggiore; il Fraxinus ornus noto come Orno o Orniello, utilizzato per la produzione della manna e chiamato comunemente anche Frassino da manna o Albero della manna; Fraxinus angustifolia noto col nome di Frassino meridionale.

Il Frassino gradisce generalmente esposizione in pieno sole o mezz'ombra, si adatta a qualunque tipo di terreno purché profondo e fresco, sopporta bene i terreni umidi e con scarso drenaggio, prevedere per le specie coltivate come piante ornamentali un buon apporto idrico nella stagione secca e la lotta contro i frequenti parassiti; la moltiplicazione avviene con la semina e il trapianto di piantine di 2-4 anni.

Le foglie possono subire attacchi da parte di insetti adulti e larve di coleotteri e lepidotteri.
La corteccia può subire notevoli danni per le gallerie scavate dai coleotteri del genere Lepersinus.
Le foglie e i rametti vengono facilmente attaccati dall'Oidio o Mal bianco.
Il legno può subire attacchi molto gravi dai funghi della Carie del legno che distruggendo la lignina danneggiano irreparabilmente il legname, con enormi danni economici.

I frutti le foglie le radici e la corteccia di frassino hanno proprietà leggermente lassativa, diuretica, antinfiammatoria, antireumatica, antiartritica. L'analisi chimica giustifica queste proprietà con la presenza di cumarine (fraxina, fraxetina, frassinolo, esculetina) e di flavonoidi (quercetina, rutina, idrossiframoside), che inibiscono la produzione di mediatori infiammatori endogeni come le prostaglandine.
Dalla linfa che sgorga dalle ferite del tronco di alcune specie, come il F. excelsior ed in special modo il F. ornus, si estrae una sostanza chiamata manna.

Il legno di frassino è largamente utilizzato perché è robusto e nello stesso tempo leggero e flessibile. In passato era impiegato per la realizzazione dei raggi delle ruote in legno dei carri agricoli a trazione animale e per la realizzazione di archi, attualmente con il legno di frassino si fabbricano racchette da sci, eliche per aeroplani, vari utensili per giardinaggio, manici per martelli, strumenti musicali e molte altre cose che richiedono un legno forte e resistente.

Il legno di frassino è altresì un ottimo combustibile e i tronchi di questa pianta possono ardere bene anche quando sono ancora freschi, perché contengono una sostanza infiammabile.

In Italia, si trova il frassino eccelso che abbonda nei boschi e produce ottimo legname. È noto anche il frassino orniello, dalla cui corteccia si ricava la manna.


Il frassino assume un ruolo simbolico nella mitologia scandinava dove è noto come Yggdrasil ovvero "Albero del Mondo" su cui riposano i due corvi messaggeri del dio Odino. Gli Slavi credevano invece che il suo legno fosse una buona arma con cui ferire od uccidere un vampiro.

Per i Celti il frassino era carico di significati. Simbolo di rinascita, trasformazione ed iniziazione era usato dai druidi in varie cerimonie rituali. Esso era associato ai giovani guerrieri ai quali veniva consegnata una lancia con cui il giovane avrebbe superato una serie di prove. Era apprezzato per le sue qualità magiche e miracolose, quindi aveva valenza apotropaica (rimedio contro il malaugurio scagliato dalle donne contro gli uomini, antidoto per i pastori al fine di allontanare i serpenti dalle greggi). In Irlanda la leggenda vuole che Fintan Mac Bochra, druido primordiale che giunse nell'isola con la prima invasione mitica e unico a sopravvivere al Diluvio trasformandosi in salmone, piantasse cinque alberi magici che avevano il compito di segnare i confini delle province (Leinster, Munster, Connaught, Ulster e Meath): tre erano frassini. Per i guerrieri celti il frassino era il pilastro al centro dell'Irlanda.

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