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venerdì 26 agosto 2016

IL CIBO DEGLI ANIMALI DOMESTICI

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Troviamo in vendita crocchette adatte ad ogni razza di cane e gatto e ad ogni momento della loro vita. Gli italiani spendono miliardi per acquistare crocchette e scatolette per cani e gatti. Le etichette sono poco trasparenti. Le tipologie del pesce, della carne e dei cereali il più delle volte non vengono definite.

Il marketing trasforma gli scarti dell’industria alimentare in menù stellati per cani e gatti, ad esempio a base di salmone o di vitello. Ma la percentuale di pesce o carne presente nei prodotti può essere davvero minima.

I veterinari consigliano di scegliere per i nostri animali una dieta casalinga basata su alimenti freschi, che sia ben bilanciata per gli animali. Una dieta casalinga corretta è benefica per la salute degli animali e fa risparmiare. Ma bisogna anche specificare che deve essere assolutamente seguita da un esperto. Il fai da te può essere pericoloso.

Gli scarti di macellazione spesso diventano crocchette per cani e gatti. Le campagne di marketing e i consigli dei veterinari, ci spingono a pagare a peso d’oro questi prodotti.

Senza contare la drammatica questione dei cani e gatti su cui vengono testati i prodotti alimentari. 

Tra le problematiche l'eventuale presenza delle aflatossine (una tipologia di micotossine) nei prodotti alimentari per animali può risultare molto rischiosa per la loro salute: casi di morte e malformazione nei gattini, vomito e diarrea, ad esempio, fino ai tumori.

La presenza di aflatossine nei prodotti alimentari per gli animali domestici non è regolamentata dalla legge e dalle aziende è considerata normale, oltre a non essere indicata in etichetta. Si tratta, infatti, di tossine invisibili. Il problema ha avuto inizio negli ultimi anni a partire dall'introduzione dei cereali nelle crocchette per gli animali. In precedenza i cereali non erano presenti. Alti livelli di micotossine sono stati ritrovati nei prodotti per cani e gatti di marche molto note. Senza contare che non è obbligatorio per le aziende indicare in etichetta la presenza di antiossidanti, additivi e conservanti. 

Alcuni veterinari non consigliano mai un'alimentazione casalinga, ma suggeriscono solo prodotti industriali, semplicemente perché si tratta di un'operazione di marketing supportata dalle aziende del cibo per animali e delle grandi catene di negozi per animali. 

D'altra parte, un'alimentazione casalinga o basata sugli avanzi della nostra dieta, se non seguita da un veterinario, può diventare pericolosa per gli animali.

Cani e gatti hanno fabbisogni ed esigenze nutrizionali molto diversi rispetto a quelli umani, che variano significativamente fra l'altro in funzione dell'età, della taglia, del tipo di attività fisica. Basti pensare, ad esempio, che mediamente l'uomo ha bisogno del 15% di calorie provenienti da proteine, mentre il cane del 35% e il gatto addirittura del 45%. Rispondere in modo corretto a fabbisogni così vari con preparazioni casalinghe è molto difficile, in quanto richiede una conoscenza approfondita della loro fisiologia e il rispetto di ben 42 diversi parametri legati al contenuto di nutrienti. Uno dei rischi maggiori di un'alimentazione preparata in casa è quindi quello di offrire una nutrizione non bilanciata, che può ripercuotersi sulla salute del pet sul medio-lungo periodo.

"La normativa europea relativa alla produzione di petfood", spiega il docente di Tecnica mangimistica e alimentazione degli animali da affezione, Università degli Studi di Torino, Diplomato ECVCN; membro del Comitato Scientifico per le Linee guida nutrizionali FEDIAF, "regolamenta in modo severo la qualità e la sicurezza delle materie prime e degli ingredienti utilizzati. Le materie prime di origine animale impiegate nella produzione industriale di petfood, ad esempio, oltre a essere sottoposte ad attenta verifica e certificazione, sono ottenute dalla macellazione di animali dichiarati idonei al consumo umano da parte del Servizio veterinario nazionale".

"Il termine additivi indica in realtà gli integratori: fra questi vi sono ad esempio vitamine, oligoelementi e antiossidanti utili per garantire la completezza dell'alimento e una sua migliore conservazione. Perciò quando si legge 'additivo' nella formulazione del petfood, non bisogna allarmarsi. L'utilizzo di droghe è poi da escludersi in quanto assolutamente vietato dalla severa normativa che regolamenta la produzione del cibo per animali".

Quella di non comprendere bene quanto riportato dall'etichetta è una delle maggiori preoccupazioni dei proprietari. Ma anche su questo il prof. Mussa rassicura: "La gamma di alimenti completi forniti dall'industria è ormai notevole e i proprietari richiedono spesso ai medici veterinari giudizi sui prodotti per i loro animali. Esiste una severa legislazione in materia di etichettatura del petfood - a livello europeo e nazionale - che ne garantisce la qualità e la sicurezza e che fissa delle linee guida precise in merito alle modalità con cui le indicazioni su materie prime e ingredienti utilizzati devono essere riportate. Le leggi attuali forniscono già gli strumenti che permettono una valutazione, se non esaustiva, comunque utile delle caratteristiche del prodotto: basti ricordare ad esempio che un mangime può essere definito 'completo' solo quando è in grado di coprire tutte le esigenze nutritive di un determinato animale. Naturalmente resta fondamentale il contributo del medico veterinario per valutare con maggior approfondimento l'adeguatezza della dieta per il proprio amico".



Secondo la prof. ssa Paola Dall'Ara, docente di microbiologia e immunologia veterinaria, Università degli Studi di Milano, l'alimentazione è fondamentale per l'aspettativa di vita degli animali: "È importante ricordare che 40 anni fa l'aspettativa di vita di un cane era di sei anni, mentre oggi è di 12 anni. Questo grazie ai progressi nella diagnostica e nella terapia medica e al miglioramento dell'alimentazione attraverso la diffusione del petfood nutrizionalmente bilanciato e adatto alle diverse esigenze degli animali da compagnia. Una corretta nutrizione ha, infatti, un ruolo fondamentale in termini di corretta crescita e sviluppo, prevenzione delle patologie, per la sua azione di supporto a livello immunitario, e non da ultimo come integrazione alla cura".

"Per valutare l'efficacia del petfood la vivisezione non serve a nulla", assicura il dr. Melosi. "Al contrario, sono sufficienti le consuete indagini veterinarie non cruente, come esami di feci e urine, che qualsiasi veterinario potrebbe trovare utile prescrivere ai propri pazienti".

Parlando di crocchette, prima di prendere in considerazione le varie marche, è sempre bene ricordare che in ogni caso si tratta di cibo processato, che è stato cotto, macinato, lavorato. Anche se gli ingredienti di partenza fossero eccellenti, dopo tutto il processo di lavorazione, non sono paragonabili a quelli freschi. E’ inevitabile che il valore nutritivo degli ingredienti venga perso durante la lavorazione, ed è per questo che nel cibo industriale vengono sempre aggiunti vitamine e minerali alla fine, per rimpiazzare quello che si è perso.

Si tratta quindi di integratori e vitamine sintetici, la cui utilità per l’organismo è stata confutata dagli esperimenti condotti dalle dottoresse Key-Tee Khaw e Aisla Welch (Cambridge, 2000), le quali, al termine di una ricerca durata 20 anni, affermarono che l’unico modo per ottenere tutti i minerali e le vitamine di cui abbiamo bisogno, è prenderli da frutta e verdura freschi.

Se gli integratori artificiali non possono sostituire e rimpiazzare un’alimentazione di frutta e verdura vera per noi umani, la stessa cosa vale per i nostri cani, che con il mangime industriale non possono scongiurare carenze nutrizionali.

La legge dice che la dicitura “Carni e derivati” sta a indicare ‘le parti carnose di animali terrestri a sangue caldo macellati, fresche o conservate, (carni) e tutti i prodotti o sottoprodotti (derivati)…’’. In altre parole, per derivati si intendono gli scarti di macellazione, quali possono essere le interiora di bovini, suini, ovini, equini, polli, galline, anatre, tacchini, conigli, zampe e teste di pollo, polmoni, mammella, milza, fegato, reni, stomaco e tendini., ma anche becchi, unghie, piume. Con derivati della carne, individuiamo un mix di scarti di animali non meglio specificati, di cui appunto non possiamo conoscere il valore nutritivo.

In una crocchetta media, il 70% degli ingredienti sono i cereali e le farine di carne, il glutine di mais e di frumento, la polpa di barbabietola e vari grassi animali.

A volte negli ingredienti delle crocchette non è specificato di quale cereale si sta parlando. Spesso quello maggiormente usato nelle crocchette è il mais. Per il cane i cereali non sono indispensabili, essendo essenzialmente un carnivoro, quindi grandi quantità di cereali possono essere difficili da digerire. Nella maggior parte di crocchette le quantità di cereali sono maggiori rispetto a quelle della carne.

Farine di carne: indicano che la materia prima è ottenuta da un processo di riciclaggio, per l’esattezza la legge (Legge 15 febbraio 1963 n° 281 e smi) le definisce “Prodotto ottenuto dal riscaldamento, dall'essiccamento e dalla macinazione della totalità o di parti di carcasse di animali terrestri a sangue caldo”. In sostanza si riciclano carcasse di bestiame per estrarne olio dal grasso, tramite fusione. E’ evidente che il valore nutritivo dipende dalla qualità delle proteine: un petto di pollo sarà più nutriente e salutare rispetto a una farina ottenuta tramite riciclaggio di una carcassa.

Glutine di mais/frumento o farine di mais e frumento: sono una fonte economica di proteine vegetali, in alternativa a quelle che dovrebbero provenire dalla carne.

Polpa di barbabietola: è quello che resta dopo l’estrazione dello zucchero dalle barbabietole. E’ comunissima negli alimenti secchi per cani in quanto ha un potere indurente per le feci e previene la diarrea.

Grassi/proteine idrolizzati: per proteina idrolizzata o idrolisata, si intende una proteina che ha subito un processo di idrolisi, è stata cioè già digerita per reazione con enzimi. In sostanza sono proteine pre digerite e il loro uso è utile a non scatenare reazioni allergiche in soggetti allergici o ipersensibili verso le stesse.

Quindi la gran parte di una crocchetta media è composta da cereali, farine di mais e frumento, le sostanze minerali e vitamine aggiunte e le carni occupano solo il 20%-30% della composizione.


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martedì 1 settembre 2015

LA SINDROME SGOMBROIDE



La sindrome sgombroide - conosciuta anche come HPF (Histamine Fish Poisoning) - è una malattia alimentare simil-allergica causata dall'ingestione di prodotti ittici alterati.

Responsabile di tale sindrome è la presenza della cosiddetta sgombrotossina, una miscela di istamina e altre ammine (come putrescina e cadaverina) prodotte dalla decomposizione di alcuni amminoacidi, presenti nei tessuti dei prodotti ittici. L'istamina, in particolare, deriva dall'istidina, mentre cadaverina e putrescina derivano rispettivamente dalla decarbossilazione di lisina e ornitina.

Si parla di sindrome sgombroide poiché le concentrazioni di istidina libera sono maggiori nelle specie ittiche appartenenti alla famiglia Scombridae, come il tonno e lo sgombro; in generale tale amminoacido abbonda in tutte le specie migratorie. Occorre comunque considerare che l'intossicazione da istamina non è propria solo del consumo di pesce, essendo essa presente in diversi alimenti (soprattutto quelli fermentati e le carni in scatola); di ciò occorre tener conto anche qualora il pesce venga consumato insieme ad altri alimenti ricchi di istamina (crauti, salsa di soia, tamari ecc.) o in grado di potenziarne l'azione (alcolici, cibi acidi, formaggi fermentati).



L'istamina è una sostanza fisiologicamente presente nel nostro corpo, dove gioca un ruolo importante nella regolazione del sistema immunitario. Grosse quantità di istamina vengono liberate nel corso di reazioni allergiche e sono responsabili di sintomi quali prurito, eruzioni cutanee e difficoltà respiratorie. Pertanto, l'ingestione di alimenti ricchi di istamina può scatenare una sintomatologia simile a quella di una reazione allergica. Va comunque precisato che esistono sensibili differenze nella tolleranza individuale all'istamina contenuta negli alimenti; alcune persone, definite "istamino-sensibili", accusano più facilmente problemi in seguito all'ingestione di alimenti ricchi di tale ammina. Il nostro organismo ha la capacità di inattivare l'istamina di origine alimentare a livello intestinale, coadiuvato anche dal successivo filtro epatico; probabilmente l'efficacia di tali meccanismi concorre a stabilire il diverso grado di tolleranza individuale agli alimenti ricchi di istamina.

I sintomi della sindrome sgombroide compaiono rapidamente (da pochi minuti a 2-3 ore, in media 90 minuti) dopo l'ingestione dell'alimento e comprendono mal di testa, iperemia congiuntivale, bocca che brucia, eritema (rossore diffuso della cute), orticaria, nausea, vomito, diarrea e dolori crampiformi addominali. Nelle forme più gravi di sindrome sgombroide, comunque rare, possono insorgere difficoltà respiratorie, palpitazioni, ipotensione e ischemia miocardica.

L'eventuale trattamento in caso di grave intossicazione da sgombroide prevede l'impiego di antistaminici, tra cui la difenidramina e la cimetidina. Solo raramente possono essere necessari broncodilatatori. In genere, comunque, la sindrome sgombroide produce manifestazioni lievi che regrediscono rapidamente.



La prevenzione della sindrome sgombroide prevede il rispetto delle corrette modalità di conservazione e di gestione del prodotto (HACCP); a livello domestico si raccomanda di:

verificare lo stato di freschezza del prodotto ed eliminare quello alterato;
corretta gestione della catena del freddo: utilizzare eventuali borse termiche per il trasporto dal luogo di acquisto a quello di consumo o conservazione;
evitare di ricongelare prodotti scongelati;
rispettare le date di scadenza riportate nelle confezioni;
dopo l'apertura, consumare in giornata eventuali prodotti in scatola (in alternativa travasare immediatamente il prodotto non utilizzato in contenitori per alimenti e conservarlo in frigo)
evitare di lasciare a lungo a temperatura ambiente pietanze a base di pesce e prodotti della pesca prima del consumo.

Il trattamento prevede supporti vitali alla respirazione con l'infusione di liquidi. Gli antistaminici sono i farmaci di elezione per questa patologia.


LEGGI ANCHE : http://marzurro.blogspot.it/2015/09/il-tonno.html




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sabato 22 agosto 2015

IL MERCURIO



Il mercurio era già noto in tempi antichi in Cina e India; fu anche rinvenuto in tombe dell'Antico Egitto risalenti al 1500 a.C. In Cina, India e Tibet si riteneva che il mercurio prolungasse la vita, curasse le fratture e aiutasse a conservare la buona salute. Si narra che il primo imperatore della Cina, Qin Shi Huang Di, sia impazzito e quindi morto per l'ingestione di pillole di mercurio che nelle intenzioni avrebbero dovuto garantirgli vita eterna. Gli antichi greci e romani lo usavano negli unguenti e come cosmetico.

Per gli alchimisti, il mercurio era spesso visto come uno degli elementi primordiali che costituiscono la materia; la parola indù per "alchimia" è rasavatam che significa letteralmente "la via del mercurio"; si riteneva che cambiando il tipo e tenore di zolfo, il mercurio poteva essere trasformato in qualsiasi altro metallo, in special modo l'oro.

L'elemento prese il nome del dio romano Mercurio per via della sua scorrevolezza e mobilità. Dal termine hydrargyrum derivano idrargirismo, intossicazione cronica da mercurio e idrargirite, minerale più noto col nome di calomelano.

Il mercurio è un elemento raro nella crosta terrestre, presente in ragione di solo 0,08 ppm. Tuttavia, a causa di una sua relativa inerzia nel combinarsi con gli altri elementi chimici della crosta terrestre, i suoi minerali sono particolarmente ricchi, arrivando a contenere mercurio fino al 2,5% (persino i giacimenti più poveri hanno una concentrazione di mercurio dello 0,1%, 12 000 volte maggiore della concentrazione media). Ciò fa del mercurio uno dei metalli meno onerosi da purificare. È abbastanza certo che le ultime miniere di mercurio sfruttabili siano state scoperte in Algeria a metà degli anni settanta; da allora la produzione mondiale annua di mercurio è scesa da 9 000 tonnellate all'anno alle attuali 1 600 tonnellate all'anno.

Si trova raramente come metallo nativo e più spesso nel cinabro, nella corderite, nella livingstonite e in altri minerali. Il cinabro (chimicamente solfuro mercurico, HgS) è il più comune di essi. Il metallo è estratto per arrostimento del cinabro in aria e successiva condensazione dei vapori.

I maggiori produttori odierni sono la Spagna, il Kirghizistan, la Cina e il Tagikistan. Dalle miniere di Huancavelica, in Perù, sono state estratte nel corso di tre secoli oltre 100 000 tonnellate di metallo, sin dall'apertura delle miniere nel 1563. Il mercurio peruviano fu essenziale per la produzione dell'argento nelle colonie spagnole d'America. Vi sono indizi che miniere di cinabro erano attivamente sfruttate in Cina, in Asia Minore, in Perù già due o tre millenni fa.

Molte delle miniere che in Italia, Slovenia, Stati Uniti e Messico contribuivano alla maggior parte della produzione mondiale sono oggi esaurite o comunque non più coltivate in quanto antieconomiche. L'Italia, per esempio, con le miniere del Monte Amiata e alcuni giacimenti in Alta Versilia nella zona di Levigliani e Retignano (Toscana) (e fino al 1943 di Postumia) ha avuto fino agli anni cinquanta del secolo scorso un ruolo predominante nella produzione del mercurio. Oggi esiste un museo minerario ad Abbadia San Salvatore, paese dove avveniva in prevalenza l'estrazione del mercurio dal suo minerale (cinabro) mentre un altro museo minerario si trova a Santa Fiora. Il Museo delle Miniere di Mercurio del Monte Amiata a Santa Fiora, situato al piano terreno del Palazzo Sforza Cesarini, ripropone le vicende legate all'attività mineraria tra Ottocento e Novecento e fornisce ampia documentazione sulle tecniche di estrazione sin dai tempi più antichi, sugli strumenti usati e sui siti minerari dell'intera zona.

È appena più viscoso dell'acqua e pesantissimo, con peso specifico da 13,5584 a 15 ºC; è pochissimo comprimibile e presenta conducibilità termica ed elettrica molto basse per un metallo. Ha una solubilità molto piccola ma non del tutto trascurabile nell'acqua, che a 20 ºC ne discioglie ca. 0,02 mg/l, e una solubilità più elevata in alcuni solventi organici, come per esempio l'esano. A sua volta il mercurio discioglie la maggior parte dei comuni metalli, eccetto però il ferro e il nichel, formando gli amalgami. Dal punto di vista chimico il mercurio rientra tra i metalli nobili e viene attaccato solo dagli acidi ossidanti, come l'acido nitrico concentrato e l'acido solforico concentrato e caldo. L'ossigeno atmosferico a temperatura ambiente in pratica non attacca il mercurio, mentre a 300 ºC lo trasforma abbastanza rapidamente nell'ossido rosso HgO.




Il mercurio viene utilizzato nell'industria chimica e in quella farmaceutica per la preparazione di prodotti vari (vernici, insetticidi, disinfettanti, esplosivi, ecc.); nell'industria elettrotecnica ed elettrochimica per la costruzione di lampade a vapori di mercurio, raddrizzatori, interruttori, pile campione (pila Weston), elettrodi standard di riferimento; nel processo elettrochimico di fabbricazione del cloro e della soda caustica. In metallurgia è stata sfruttata la proprietà del mercurio di sciogliere altri metalli formando gli amalgami per l'estrazione dell'oro e dell'argento dai loro minerali. Altri usi di questo metallo sono la costruzione di apparecchi scientifici di vario genere come termometri, barometri, pompe per alto vuoto a diffusione di vapori di mercurio, ecc.

L'impiego terapeutico dei composti di mercurio risale a epoche antichissime. Nella medicina greca e romana erano largamente usati unguenti e pomate a base di mercurio contro le malattie della pelle. Per molti secoli il mercurio è stato l'unico rimedio di una certa efficacia contro la sifilide (per l'elevata sensibilità dei treponemi al mercurio), anche se le dosi richieste per combattere tale malattia provocavano molto spesso avvelenamenti gravissimi nel paziente. Il mercurio è infatti un potente veleno protoplasmatico: sotto forma di ione bivalente esso si fissa tenacemente sui gruppi sulfidrilici degli enzimi e delle proteine strutturali della cellula, determinando fenomeni di denaturazione e alterazioni morfologiche e funzionali diverse, secondo la sede di applicazione, la dose e il tipo di composto mercuriale. Gli elementi più sensibili all'azione del mercurio sono le cellule epiteliali, in particolare quelle della mucosa orale, faringea e gastrica, l'epitelio dei tubuli renali, gli epatociti e gli elementi epiteliali della cute. La combinazione del mercurio con le proteine protoplasmatiche è difficilmente reversibile e ha pertanto significato essenzialmente tossicologico, anche se talora può essere sfruttata a fini terapeutici. In complesso, le attività farmacologiche del mercurio e dei suoi derivati organici e inorganici si possono così riassumere: azione disinfettante e antiparassitaria locale, ottenuta mediante numerosi mercuriali organici e inorganici, alcuni dei quali (per esempio mercurocromo) sono poco tossici per gli organismi superiori; la sua attività antimicrobica si riduce però al contatto con qualsiasi materiale proteico; azioni antiluetica, purgativa, diuretica che favorirono in passato l'uso difarmaci mercuriali nonostante la loro tossicità. Ormai il mercurio ha perduto quasi tutta la sua importanza terapeutica; per contro esso va acquistando crescente interesse dal punto di vista tossicologico. Gli avvelenamenti acuti con mercuriali, che avevano un tempo quasi sempre origine iatrogena, oggi sono generalmente accidentali o suicidiari. L'ingestione di 0,5 g di mercurio ha, nella maggior parte dei casi, conseguenze mortali. La tossicità dei derivati organici è dalle tre alle cinque volte inferiore rispetto a quella del metallo. Introdotto per bocca, il mercurio provoca massive lesioni a carico del cavo orale, del faringe e della mucosa dello stomaco, a cui si accompagnano vomito, emorragie, dolori addominali violenti, collasso e la morte per peritonite acuta conseguente alla perforazione gastrica o intestinale. Se il decorso dell'avvelenamento non ha carattere fulminante, alle manifestazioni gastro-enteriche si sovrappongono disturbi neurologici e sintomi di insufficienza renale, con conseguenze quasi sempre letali. L'intossicazione cronica con mercurio è una malattia professionale, nota come idrargirismo, a cui sono esposti gli operai addetti alla lavorazione del metallo, i minatori, gli addetti alla lavorazione delle pelli o alla fabbricazione di termometri, di apparecchiature elettriche, di specchi, ecc. I rischi dell'esposizione sono accentuati dall'elevata volatilità del mercurio metallico e dalla sua tendenza a penetrare nell'organismo anche attraverso la cute integra. L'avvelenamento mercuriale cronico si manifesta con sintomi caratteristici: stomatite, salivazione abbondante, comparsa di un orlo nerastro sul margine delle gengive, disturbi visivi. Compaiono in seguito alterazioni della funzionalità renale, anemia, deperimento, disturbi digestivi, tremori tipici delle labbra, della lingua e degli arti superiori, disturbi psichici. Inoltre è stata segnalata con crescente frequenza l'intossicazione mercuriale cronica di origine alimentare, correlata con l'inquinamento delle acque da parte del metallo e di un suo derivato organico, il metilmercurio. Il mercurio degli scarichi industriali, una volta immesso nelle acque dei mari, dei fiumi o dei laghi, si deposita sui fondali, dove viene concentrato nei tessuti di piccoli organismi, nelle alghe, nei batteri, ecc., fino a 200-300 mila volte. Alcune specie dei suddetti organismi hanno la proprietà di trasformare il mercurio metallico in metilmercurio, il quale attraverso la catena alimentare passa nei tessuti dei pesci di cui si nutre l'uomo, raggiungendo concentrazioni che possono produrre gravissimi avvelenamenti. È stato osservato che l'intossicazione mercuriale cronica di origine alimentare (oggi detta anche “malattia di Minamata”, dalla località giapponese dove fu studiata) può provocare anche gravi alterazioni a carico del patrimonio genetico dell'individuo, ed essere responsabile di malformazioni congenite nei nati da genitori clinicamente sani, apparentemente non colpiti dalla intossicazione. Il fenomeno dell'inquinamento marino con metilmercurio ha acquistato rilevanza mondiale, dato che in molte parti del globo vengono segnalati valori talora vicini ai livelli di guardia. Come soglia di rischio per i pesci d'acqua dolce si considera una presenza di 0,05 µ/l; per quelli di mare 0,1 µ/l. Secondo la legge italiana il livello massimo di mercurio ammissibile nelle acque dolci superficiali da utilizzare per la produzione di acqua potabile è di 0,0005 mg/l; la concentrazione massima nei molluschi destinati all'alimentazione è di 0,7 ppm. L'immissione nell'atmosfera di vapori di mercurio, o di rifiuti che lo contengono, contribuisce ad aumentarne la concentrazione, il cui livello naturale è di meno di 0,1 µ/m3. Il contenuto di mercurio nel carbone (1 ppm), può essere una fonte non trascurabile di inquinamento. Tutti i rifiuti che contengono mercurio sono considerati tossici e nocivi.



La cronaca riporta regolarmente in auge la questione delle otturazioni dentarie, composte di numerosi elementi chimici, come l’argento, lo stagno, il rame, lo zinco, il palladio (e non il piombo come si è sempre creduto) e infine il mercurio. Questo viene impiegato per l’indurimento della pasta che sanerà il dente cariato e, vista la nota tossicità dell’elemento, il suo uso è stato soggetto a numerose critiche da parte dell’opinione pubblica. Sebbene l’Organizzazione Mondiale di Sanità abbia definito la tossicità dell’elemento chimico mercurio, ad oggi non ci sono prove scientifiche attestanti che le amalgame usate in odontoiatria siano pericolose. Il motivo? I medici affermano che Il mercurio delle amalgame si presenta in forma “stabile”, termine che in chimica indica che l’elemento incriminato è reso atossico: sebbene ci sia ancora qualche dubbio in materia, l’OMS non si è pronunciata in merito ad un divieto nell’utilizzo del mercurio in questi casi.

È curioso però osservare come in generale la comunità scientifica internazionale smentisca le voci che assicurano gravissimi danni alla salute a causa delle amalgame dentarie, mentre naturopati ed  esperti in omeopatia siano in allarme da anni. Ad ogni modo, solo le persone il cui lavoro implica il contatto con il mercurio dovrebbero preoccuparsi: solo dosi massicce di questo elemento sono davvero nocive per la salute, se non addirittura fatali (dai 100 ai 500mg/die).



LEGGI ANCHE : http://marzurro.blogspot.it/2015/08/pesce-tossico.html




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lunedì 27 luglio 2015

IL CAVALLUCCIO MARINO



Il nome Hippocampus deriva dal greco "Hippo=cavallo" perchè ricorda un cavallo (da qui il nome cavalluccio marino) e "kampe = bruco" per via degli anelli che formano il suo corpo che ricordano appunto un bruco.
Le forme caratteristiche dei cavallucci marini non sono certo sfuggite ai popoli antichi, che lo ritenevano un animale divino. Non è un caso che la mitologia greca associ la creazione del cavallo al dio del mare Poseidone, che sarà spesso raffigurato con un carro trainato da ippocampi. Il cavalluccio marino nell'arte è quindi rappresentato sia come appare nella realtà che, soprattutto, come animale mitologico, commistione tra creatura terrestre e marina.

Il cavalluccio marino o ippocampo contrariamente a quello che può apparire dal suo aspetto così particolare è un pesce, diffuso lungo le coste dei mari e degli oceani temperati e caldi di tutto il mondo che vive fino ad un massimo di 50 m di profondità. In genere vive tra le alghe e le fronde delle piante marine e non è facilmente individuabile in quanto si mimetizza in maniera straordinaria con l'ambiente circostante.

Dato che è un pesce ampiamente diffuso negli acquari, si può affermare che la sua distribuzione in cattività è planetaria.

Nel Mediterraneo ritroviamo due sole specie: il cavalluccio marino comune Hippocampus ramulosus ed il cavalluccio marino camuso o dal muso corto Hippocampus hippocampus.

Il cavalluccio marino ha un corpo allungato, compresso lateralmente, ricoperto da placche ossee, rigide, sistemate ad anello lungo il tronco che lo proteggono dai predatori più piccoli.

La testa è disposta ad angolo retto rispetto al resto del corpo, è affusolata, caratterizzata da un muso lungo che funziona tipo "aspirapolvere" nel senso che aspira l'acqua per trattenere il plancton.
 
La stessa famiglia di appartenenza la Syngnathidae la cui parola significa in greco "dalle mascelle unite" indica che tutti gli appartenenti al genere Hippocampus, hanno un muso tubiforme, provvisto di una bocca posta all'estremità del muso e sprovvista di denti.



Sulla sommità della testa è presente una sorta di corona, più o meno evidente a seconda della specie formata dalle placche ossee dello scheletro la cui funzione non è ancora nota.

Frontalmente si trovano gli occhi che ruotano in modo indipendente l'uno dall'altra permettendo a questo animale una visione ad ampio raggio.

Tutte le pinne ad eccezione di quella dorsale sono assenti o di dimensioni estremamente ridotte. Il cavalluccio marino si muove grazie alla pinna dorsale a forma di ventaglio che ha la particolarità di essere formata da estensioni flessibili della pinna dorsale invece che da raggi della pinna. La sua particolarità è che nuota in posizione eretta muovendo la piccola pinna dorsale. Quando nuota velocemente, ad esempio in caso di pericolo, riesce a compiere anche 70 oscillazioni della pinna al minuto inclinandosi in avanti in posizione quasi orizzontale e distendendo la coda in modo da creare minore attrito con l'acqua raggiungendo anche 20 cm al secondo.

Alcune specie di ippocampo sulla testa hanno delle appendici dermiche spinose (es Hippocampus ramulosus).

Presenta una coda prensile utilizzata per ancorarsi alle alghe per evitare di essere trascinato dalla corrente.

Le diverse specie di cavalluccio marino si distinguono in base al numero degli anelli nel tronco e di come hanno conformatata la parte superiore della testa.

Sono pesci che presentano dimorfismo sessuale in quanto il maschio è molto più lungo della femmina che risulta più compatta e meno allungata.

Non si sa con precisione quanto sia lunga la loro vita in quanto in natura non è stato mai appurato. In cattività si è visto che alcune specie vivono fino a 5 anni.

Il cavalluccio marino è un pesce abbastanza schivo anche se non è aggressivo nei confronti dei suoi simili. In genere vive o da solo o in coppia ed è un animale diurno.

Una particolarità del cavalluccio marino è quella di cambiare colore a seconda delle diverse circostanze o dell'ambiente nel quale si trova. In pratica si tratta di una sorta di mimetismo di protezione ma anche sociale in quanto si è osservato che il cambiamento di colore della livrea avviene anche in situazioni di non pericolo ma strettamente legate ad un particolare stato sociale quali ad esempio: durante una malattia, un corteggiamento o l'accoppiamento.

Sono soliti fare delle danze rituali, maschio e femmina, ogni giorno, durante la gestazione del maschio.

L'unico nutrimento del cavalluccio marino è lo zooplancton: piccoli crostacei, pesci e larve che cattura aspirandole avidamente con il lungo muso. Contrariamente a quello che può sembrare dal loro aspetto minuscolo e mansueto il cavalluccio marino è un voracissimo predatore che aspetta pazientemente per ore che la sua preda passi nelle vicinanza per divorarla.

La particolarità che rende ancora più spettacolare questa specie è che le uova sono allevate dal maschio e non dalla femmina. Infatti quando si avvicina la stagione riproduttiva il maschio di ippocampo sviluppa nella parte ventrale una sorta di tasca ed inizia a corteggiare la femmina con danze rituali affinchè deponga le uova nella sua tasca. La femmina a quel punto poggia il suo ovopositore nella tasca incubatrice del maschio e trasferisce le proprie uova. Una volta che la femmina le ha deposte, il maschio le feconda con il suo sperma ed inizia così il periodo dell'incubazione che dura da 4 a 6 settimane.

Il sacco incubatore si può considerare una sorta di "pseudoplacenta" perché dopo che le uova sono state deposte le pareti si addensano e diventano più porose. All'interno del sacco inoltre circola ossigeno, nutrimento (la rete capillare di questa pseudoplacenta alimenta le uova); i rifiuti vengono rimossi e si ha una vera e propria osmoregolazione vale a dire la regolazione della concentrazione salina del liquido del sacco per abituare gradatamente i giovani all'ambiente marino.

Durante tutto il periodo dell'incubazione delle uova, la femmina fa delle visite quotidiane al maschio e compie con lui delle danze rituali per circa 5 minuti.

Trascorse le 4-6 settimane il cavalluccio marino inizia ad avere delle contrazioni muscolari che permetteranno l'espulsione dalla tasca dei giovani cavallucci marini di dimensioni molto piccole e non ancora completamente formati che subito si allontano per iniziare una vita autonoma. Il padre, a quel punto ripulisce per bene la tasca preparandola ad accogliere una nuova nidiata.

Una volta che i piccoli sono nati non ricevono più alcuna cura parentale.

Il principale predatore di questi particolarissimi pesci è l'uomo che li caccia per il commercio di animali vivi da vendere per gli acquari. I predatori naturali del cavalluccio marino adulto sono pochi a causa della loro struttura fisica che li rende poco appetibili per gli altri animali. Sono comunque maestri nell'evitare la predazione grazie alla mimetizzazione; tuttavia sono stati ritrovati nello stomaco delle tartarughe marine, dei tonni, dei granchi e delle razze.

Ci sono animali che da sempre esercitano sull'uomo un fascino fortissimo. Molto spesso questi animali sono mammiferi ma ci sono alcune eccezioni. Senza alcun dubbio i cavallucci marini fanno parte di questo gruppo.
Oggi, milioni e milioni di questi piccoli animali vengono uccisi per i più svariati motivi: strane credenze che riguardano le loro proprietà terapeutiche (essiccando il loro corpo se ne ricava una polvere che dovrebbe curare l'asma); oppure diventano portachiavi e ornamenti della casa. Nell’Agosto del 2012 in Perù sono stati sequestrati più di 16.000 cavallucci marini essiccati che dovevano essere esportati illegalmente verso i paesi asiatici.  I cavallucci, che si trovano nelle acque calde a nord del Perù sono protetti dalla Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (CITES). La loro diffusione di fatto è notevole in molti continenti.

Sono pesci ossei lunghi da poco meno di un pollice (questa specie vive nel golfo del Messico) fino alla specie considerata gigante, lunga circa 16 cm.

La forma del loro corpo sembra una composizione di un artista folle. Se volessimo paragonarlo ad un mammifero è senza dubbio l'ornitorinco dei pesci.



L’animale simbolo Celtico del Cavalluccio marino è enormemente flessibile e pieno di risorse, è la persona che ama gestire le finanze o manipolare questioni legali perché infinitamente intelligente,(se c’è una scappatoia , la trovano o la inventano) .

Hanno anche sorprendente memoria, sono, a volte, difficili da seguire perché con menti parecchio taglienti. Possono anche cambiare umore improvvisamente, ma mantengono sempre un alto carisma .

Queste persone sono incredibilmente versatili e si adattano molto bene in qualsiasi ambiente. I Cavallucci marini sono davvero molto piacevoli, amano essere adorati, e ricambiano facilmente l’affetto che ricevono.

Le leggende ritraggono il cavalluccio marino come salvatore caritatevole di tante fanciulle cadute tra i flutti, e molti autori latini, da Galeno a Plinio il Vecchio, narrano con partecipazione le virtù medicali delle polveri da esso ricavate, impiegate in farmacopea per rimarginare le ferite. Analizzando il simbolo in campo mitologico, il cavalluccio marino è un animale con corpo metà cavallo e metà pesce, su cui le ninfe marine cavalcavano nelle profondità dell’oceano, simbolo dell’inconscio. Come il mare rappresenta l’inconscio, così l’ippocampo simboleggia il mezzo con cui lo si esplora.
In maniera più comune viene considerato simbolo di fedeltà coniugale.


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lunedì 15 giugno 2015

IL BACCALA'



Spesso si tende a fare confusione tra stoccafisso e baccalà.
Un'unica materia prima, due prodotti diversi: essiccazione e salatura.
Entrambi sono prodotti con antichi metodi di lavorazione e conservazione che fanno sì che ognuno di loro abbia un gusto e una consistenza unica rispetto al pesce fresco.La differenza è che lo stoccafisso viene essicato, mentre il baccalà attraversa un processo di salatura (si può parlare di baccalà solo quando il contenuto di sale assorbito durante la salatura supera 18%) o di salatura e una successiva essiccazione.
Esistono due tipi diversi di baccalà. Il baccalà salato e il baccalà salato ed essiccato. Nel primo caso il merluzzo viene pulito, aperto e messo sotto sale per circa 3 settimane. Il baccalà salato ed essiccato è baccalà salato, che viene successivamente essiccato in tunnel per al massimo una settimana. E' uno degli ingredienti più tradizionali e popolari presenti nella cucina regionale italiana, ad esempio in Toscana, Marche, Umbria, Abruzzo e Sicilia.
La confusione che ogni tanto si genera tra stoccafisso e baccalà nasce anche dal fatto che in Veneto e nella tradizione gastronomica veneta, che poi si è diffusa anche in altri regioni, lo stoccafisso viene chiamato "baccalà" o anzi con il tradizionale termine "bacalà". Infatti, due dei piatti più famosi della cucina tradizionale di questa regione, il baccalà mantecato e il baccalà alla vicentina, sono fatti con lo stoccafisso.
Per fare lo stoccafisso si usa solo il merluzzo artico norvegese (gadus morhua) chiamato skrei. La produzione di stoccafisso è legata alla pesca stagionale nei mesi tra febbraio e marzo/aprile nel nord della Norvegia, in particolare alle isole Lofoten. In questi mesi il merluzzo artico norvegese lascia il solito habitat nel Mare di Barents per arrivare alle Isole Lofoten dove depone le uova. Il periodo coincide con condizione climatiche ottime per far essiccare il merluzzo all'aperto su apposite rastrelliere con il solo aiuto del sole e del vento.  Il periodo di produzione ed essiccazione dello stoccafisso va sempre da febbraio a giugno, quando lo stoccafisso pronto viene raccolto dopo essere rimasto circa 3 mesi sulla rastrelliere. Per il Baccalà di Norvegia la specie di merluzzo è sempre la stessa (Gadus morhua) ed è sia salato sia essiccato mentre per prodotti con origine diversa vengono usati anche altre specie di merluzzo o pesci della famiglia "gadidae" (per esempio brosme e molva). Inoltre, la produzione del baccalà non dipende delle condizione climatiche, perciò viene prodotto tutto l'anno.

Un tempo cibo cardine nell’alternanza dei giorni di grasso e di magro il baccalà vanta una storia gloriosa e lunghissima. Pesce “nordico”, capace di conservarsi e dunque di viaggiare lontano, ha sfamato la fame e soddisfatto il gusto di molte generazioni, adattandosi alle culture popolari e ghiotte che hanno inventato per lui e per il suo cugino “senza sale” (lo stoccafisso essiccato ai gelidi venti delle isole Lofoten) mille modi e mille cotture. A differenza di quanto comunemente si dice il baccalà non è un tipo difficile. Certo merita un po’ di attenzione e qualche accortezza nella preparazione, ma lo si trova con facilità già ammollato nei banchi dei mercati rionali, nelle pescherie e in certe salumerie di quartiere, soprattutto il venerdì. A Roma è un grande protagonista di una cucina schietta e gustosa che con il pesce, salvo grandi eccezioni (la minestra in brodo di arzilla, il tortino di alici, le seppie coi piselli, ecc) non ha molta dimestichezza. Lo si prepara anche qui con varietà di sapori, che spaziano dall’accoppiata classica ceci e baccalà/baccalà e ceci, fino all’agrodolce, passando per il guazzetto e persino i peperoni. Ma nella tradizione del cibo di strada romano e non solo il baccalà è soprattutto fritto, in filetti croccanti e saporiti che aprono la pancia a quel che verrà dopo, in trattoria ma anche, tipicamente, in pizzeria. Esistono naturalmente mille e una versione di un piatto tanto semplice: può cambiare (e anche profondamente) il modo di confezionare la pastella (con lievito o senza, con birra, acqua ghiacciata, bianco d’uovo ecc ecc), ma anche nella scelta dei pezzi e nella modalità della frittura. Le cose da tenere presenti sono in realtà poche ma cruciali: oltre ovviamente alla qualità del baccalà e la sua corretta dissalatura, è importante fare attenzione all’umidità che è sempre nemica di ogni buona frittura. Asciugate e tamponate molto bene il pesce prima di immergerlo nella pastella altrimenti in cottura rilascerà acqua schizzando ovunque. Tenete inoltre presente che se tipicamente si utilizzano i filetti di baccalà, anche le codine andranno benissimo: sono molto più economiche e più gestibili nella padella di casa. Per 4 persone calcolate circa 500-600 g di baccalà già ben dissalato e privato della pelle, potete scegliere i filetti, ma anche altre pezzature, in particolare come già ricordato, le code.

Il baccalà è merluzzo conservato sotto sale. Il pesce viene decapitato, aperto e poi disteso all'interno di barilotti, sotto sale.
Il nome pare derivi dal fiammingo kabeljaw, che significa bastone di pesce. Il merluzzo ha rappresentato per secoli una importante risorsa per i popoli del Nord: economico (almeno un tempo lo era), abbondante (ogni femmina depone circa tre milioni di uova per volta), nutriente, non deperibile, facilmente trasportabile.
Si ritiene tuttavia che i primi ad utilizzare la tecnica di conservazione sotto sale del merluzzo siano stati i popoli baschi nel 1400.
Il territorio più ricco di merluzzi è il cosiddetto «Grand Bank», una piattaforma continentale di ben 3.500 chilometri quadrati situata nell’Atlantico Settentrionale, al largo di Terranova e delle coste del Labrador.
Il baccalà e lo stoccafisso arrivano in Italia al tempo delle Repubbliche Marinare. La necessità di conservare il pesce sotto sale oppure essiccandolo nasceva dal fatto che pesca avveniva molto lontano dalle coste, così si dovette escogitare un modo per garantire la conservazione del pesce una volta tornati sulla terra ferma.
Il baccalà contiene il 30-35% di umidità e anch'esso, come lo stoccafisso, va ammollato in acqua per qualche giorno prima del consumo. Va conservato a temperatura di frigorifero, mentre lo stoccafisso, meno umido, può anche essere conservato a temperatura ambiente.
Dal punto di vista nutritivo il baccalà contiene una quantità di proteine superiore a quella della carne bovina, pochi grassi e poche calorie.
L'Italia è il primo consumatore mondiale di baccalà.

La salagione ne consente la conservazione per lungo tempo, ma la legge ammette l'aggiunta nel baccalà e nello stoccafisso di anidride solforosa e di solfiti come conservante e sbiancante, nella dose massima di 200 mg/kg. Poichè questi conservanti possono essere dannosi se assunti in dosi non minime, è bene non eccedere nel consumo di baccalà a meno di non essere certi della assenza di questi additivi.

I paesi principali di produzione del baccalà sono: Danimarca, Isole Faroe, Norvegia, Islanda e Canada.

In Basilicata, in particolare ad Avigliano, il cosiddetto baccalà alla lucana viene preparato, come da tradizione, con peperoni rossi dolci essiccati e scottati detti cruschi.

In Calabria è molto in voga il baccalà alla cosentina tipico della città di Cosenza e parte della sua provincia preparato da tradizione con patate, olive nere, peperoni, salsa di pomodoro, alloro, prezzemolo, sale e pepe.

Nella cucina tradizionale siciliana viene consumato il baccalà alla siciliana (con pomodori, patate, olive nere, pinoli e uvetta).

A Roma il filetto di baccalà pastellato e fritto è uno dei pezzi del tradizionale fritto misto alla romana e viene servito assieme al fiore di zucca, al supplì, al carciofo alla giudia e alla crema fritta (quest'ultima caduta in disuso negli ultimi decenni).

Nel Triveneto e nelle altre aree un tempo appartenenti all'antica Repubblica di Venezia il termine "baccalà" (es. baccalà alla vicentina) o bacalà ancor oggi identifica comunemente lo stoccafisso (merluzzo essiccato) e non il merluzzo salato. L'Italia è il secondo consumatore mondiale di questo prodotto, dopo il Portogallo.



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martedì 21 aprile 2015

IL PESCE GATTO



Il Pesce Gatto o barbona, è un Pesce d'acqua dolce della famiglia delle Ictaluridae / Siluriformes con sembianze molto simili al siluro ma con dimensioni notevolmente ridotte (raramente supera i 30 cm per un peso di 260 g ma può arrivare fino a 2,5 kg per 60 cm di lunghezza).Ne esistono circa 2200 specie , raggruppate 31 famiglie, di pesci gatto che vivono nelle acque dolci in tutti i continenti. Le loro proporzioni variano da qualche decina di centimetro fino a enormi esemplari di anche 40 kg. Il tratto comune che ha dato loro il nome è la presenza di "baffi", detti barbigli, ai lati della bocca. Hanno una lunga pinna anale, una sola pinna adiposa tra la pinna caudale e dorsale, privi si scaglie e una testa piatta.

Ha una dieta molto varia: si ciba di invertebrati, pesci e loro uova, rane, girini e a volte vegetali. Ha un comportamento prevalentemente notturno ma è attivo pure nel primo mattino e nel tardo pomeriggio.

Il pesce gatto ha un corpo allungato a sezione tonda nella porzione anteriore, più compressa lateralmente invece nella parte posteriore; testa molto grossa ed appiattita con ampia bocca munita di denti conici e 4 paia di barbigli: un paio molto lungo a lato della bocca, 2 paia più ridotte nella zona mandibolare e un altro paio presso i fori nasali. Il primo raggio della pinna dorsale e delle due pettorali è acuminato; pelle priva di scaglie, colorazione grigio-nera-marrone sul dorso e bianco-gialla-avorio sul ventre.

Molti di questi pesci si nutrono dei rifiuti che trovano sul fondo del loro habitat, altri mangiano pesci di fondo o vegetali come muschio che raschiano dalle roccie con i denti. Alcune specie di grossa taglia sono voraci cacciatori in grado di inghiottire grosse prede in un colpo. Ne è un esempio il siluro europeo che raagginge e supera i 3m di lunghezza, questo oltre a mangiare pesci si nutre anche di uccelli acquatici.

Raggiunge la maturità sessuale ai 2 anni di vita, l'accoppiamento avviene nei mesi di Marzo Aprile fino a Giugno, il corteggiamento consiste in forti testate fra il maschio e la femmina, è quest'ultima a scavare la buca destinata alle uova ma è compito di entrambi custodirle fino alla schiusa che avviene dopo una decina di giorni. depone le uova nei mesi di Giugno-Luglio alla temperatura di 18-20° C.

Questi pesci hanno cura delle loro uova e dunque ne depongono meno di altre specie di pesci; avendo poi cura delle uova ne riducono notevolmete la mortalità. La maggior parte dei pesci gatto di mare usa la bocca come incubatrice. I pesci gatto di acqua dolce si limitano a controllare le uova, scavano fosse dove deporre e dopo essersi sfregati con i barbigli la femmina depone un mucchietta di uova appiccicose. A partire da quel momento almeno uno dei genitori si prenderà cura delle uova deposte. Quanto il pesciolino nasce è circa 6-7mm di colore giallo-trasparente.

Originario dell’America settentrionale, il pesce gatto è stato introdotto in Italia verso gli inizi del ‘900. Un tempo diffuso e comune in tutto il bacino del Fiume Po, ha subito successivamente un certo ridimensionamento negli anni 90, a causa di una malattia virale che ne ha decimato i contingenti, sia in ambiente naturale che in allevamento. Attualmente la specie sta recuperando terreno nelle acque regionali, soprattutto nei canali vegetati che mantengono un minimo battente idrico invernale, protettivo nei confronti della predazione da parte degli uccelli ittiofagi. Il pesce gatto è localmente assai apprezzato dai pescatori e la sua presenza concorre al contenimento di specie invasive e dannose come il crostaceo decapode Procambarus clarkii, di cui si nutre.



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domenica 5 aprile 2015

IL CARPIONE DEL GARDA

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Il Carpione del Garda (Salmo carpio Linnaeus, 1758) è un pesce osseo di acqua dolce appartenente alla famiglia dei Salmonidi, endemico dell'Italia.

Questo pesce compie il suo intero ciclo vitale nel lago, senza mai risalire gli affluenti, senza avvicinarsi alle rive o alla superficie e, essendo pelagico, senza avere mai rapporti con il fondo se non nel periodo riproduttivo. Di solito staziona a profondità notevoli, fino a 200 metri.

Il carpione del Garda è molto simile a S. trutta, ed alcuni ricercatori lo ritengono una varietà. Differisce dalla trota per le squame più grandi e per l'assenza di macchie sulla prima pinna dorsale. Corpo fusiforme, slanciato, a sezione ovale compressa in senso laterale. Testa relativamente piccola e tozza. Muso corto, lungo poco più del diametro oculare. Bocca ampia, in posizione mediana. Bordo posteriore del mascellare superiore esteso fino circa alla corrispondenza con quello posteriore dell'occhio. Denti piccoli, robusti ed acuminati, disposti su entrambe le mascelle, sui palatini, sulla lingua e sul vomere. Squame cicloidi di medie dimensioni. Linea laterale in posizione mediana. Stomaco provvisto di 45 - 50 ciechi pilorici. Pinne ben sviluppate. Pinne ventrali con inserzione posteriore rispetto alla corrispondenza con l'origine della pinna dorsale. Pinna caudale omocerca, con bordo posteriore incavato. Livrea simile a quella della trota di lago. Dorso grigio metallico più o meno scuro, fianchi progressivamente più chiari, con riflessi argentei, parte inferiore bianco argentato. Sul dorso e sui fianchi sono osservabili piccole macchie nerastre, distribuite in modo irregolare. Altre macchie sono presenti sull’opercolo, sotto la linea laterale ed accanto alle pinne pettorali. Le pinne dorsali e caudale grigio scuro, ventrali e anale grigio chiaro. Pinne pettorali grigio brunastro scuro.

Nella dieta la componente zooplanctonica sembra essere la più rilevante. I microrganismi sono catturati grazie all'azione filtrante effettuata dalle branchiospine. Da studi effettuati esaminando il contenuto degli stomaci, risulta una preferenza selettiva per il crostaceo planctonico Bythotrephes longimanus, che spesso costituisce la quasi la totalità della dieta. Durante i periodi invernale e primaverile, acquisiscono una certa importanza anche i crostacei bentonici dei generi Asellus e Echinogammarus. Occasionalmente i carpioni predano anche altri crostacei, chironomidi e avannotti e piccoli pesci. La specie entra in competizione alimentare, con impatto negativo, con i coregonidi introdotti e con l'alborella.

Generalmente si ritiene che il carpione del Garda presenti due periodi riproduttivi distinti, uno invernale a dicembre - gennaio ed uno estivo a luglio - agosto. Studi più recenti sembrano indicare che esista un solo periodo di frega molto lungo, di cui i periodi precedentemente citati sarebbero due picchi di attività. Esistono due zone principali di frega, una situata nella parte settentrionale del lago per il periodo invernale, una sulla dorsale sommersa presente nel centro e nel basso lago per il periodo estivo. Durante la frega invernale, i riproduttori  si radunano per compiere una sorta di migrazione che li porta verso la zona nord del lago. La frega si svolge in acque limpide e ben ossigenate, su fondali rocciosi o ghiaiosi a profondità comprese tra 50 - 80 m, fino a 200 - 300 m. La femmina scava una depressione poco profonda nel substrato e vi depone le uova. Dopo la fecondazione da parte del maschio, la madre ricopre la covata con la ghiaia del nido. Non esistono cure parentali. Ogni femmina adulta depone circa 2000 uova per chilogrammo di peso. Le uova sono di colore giallastro arancio ed hanno un diametro compreso tra 4 e 7 mm. Il periodo di incubazione richiede un periodo ti tempo variabile, a seconda della temperatura dell'acqua, normalmente è di durata compresa tra i 35 ed i 70 giorni. Gli avannotti restano sepolti nella ghiaia fino al riassorbimento del sacco vitellino, quindi emergono e cominciano a cibarsi. I due diversi periodi di frega determina l'esistenza di due gruppi che maturano in tempi diversi, questa differenza no ha comunque determinato l'isolamento riproduttivo in due popolazioni, come spesso accade nei coregoni, infatti gli individui nati dalle freghe estive e quelli dei quelle invernali possono partecipare allo stesso ciclo.

Questo pesce, ricercato per le sue ottime carni fin dal tempo degli antichi romani ha subito una tale sovrapesca da essere ridotta in pericolo critico di estinzione.

Gli studiosi non hanno mai spiegato il motivo di questa unicità e la presenza di una specie simile nel Mar Caspio, peraltro quasi estinta per le condizioni pessime di quel bacino. I gourmet sanno di cosa stiamo parlando: del pesce di acqua dolce più pregiato al mondo, costoso quanto il gambero rosso di Sanremo (si viaggia sui 60-70 euro al kg) e dal gusto unico. Non sono deliri da foodies del XXI secolo. Amato già dai Romani, venne protetto – nel 1464 - da un Decreto della Repubblica di Venezia, visto che era un piatto d’onore nei banchetti ducali. Molti storici della cucina sostengono che la nascita della tecnica del “pesce in carpione” – tuttora diffusa sui laghi lombardi - sia nata proprio allora per conservare la freschezza della preda nel viaggio dal Garda a San Marco.

Il carpione è stato inserito nel 2006 nella lista rossa dell'IUCN, come specie a forte rischio di estinzione. La lista rossa registra la biodiversità in pericolo segnalata da una rete di scienziati di tutto il mondo e l'IUCN (International Union for Conservation of Nature) è l'organismo di protezione della natura più antico e autorevole a livello internazionale. Negli anni il carpione ha scalato in negativo la classifica, passando da specie vulnerabile a specie a forte rischio, il passo successivo è "specie estinta in natura".
A molti turisti del Garda sarà stato proposto il carpione in trattoria, ma ben pochi certamente lo avranno mangiato sul serio vista la similitudine con il salmerino e la trota. Ma chi conosce meglio il pesce del lago, sa bene che il carpione ha coda a rondine (il salmerino ce l'ha diritta, a spatola) e carni più rosate. Se i carpioni nel lago sono a rischio di estinzione, anche i pescatori, va detto, sono sempre di meno: poco più di un centinaio mentre, a inizio Novecento erano settecento. Resistono soprattutto sul versante veronese del lago, dove esiste una cooperativa che da un paio di anni ha un presidente di nemmeno trent'anni, Omar Simonelli. Mentre sulla sponda bresciana, l'alto lago, si contano una cinquantina di pescatori professionisti. I pescatori sono disponibili a collaborare con gli studiosi che stanno tentando, con grandi difficoltà e pochi fondi, la riproduzione artificiale. L'unica speranza per vedere tornare questo pesce che rappresenta la storia stessa del Garda.


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martedì 31 marzo 2015

IL PIU' BEL PESCE : PESCE D' APRILE

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Un topo furbo e anche un po' matto
questo scherzaccio fece a un gatto. 
Prese una lenza, un amo e un pesce 
e penzolare dal tetto lo fece.
Il gatto disse: « Miao! Che boccone!»
e come un lampo balzò sul balcone.
Addenta il pesce. Oh, mondo birbone!
il pesciolino è sol... di cartone!
« Ah, se t'acchiappo, topo birbante,
ti mangio intiero e in un istante! ».
Gli grida il topo tutto gentile:
« Non te la prendere: è il primo aprile! ».


Occhio alle spalle, il primo aprile, il giorno degli scherzi e delle notizie incredibili: i pesci d’aprile sono in agguato ovunque, a casa come in ufficio ma anche su internet, sui giornali ed in tv. Creduloni e non di tutto il mondo state attenti, siete avvisati. Ma come nasce questa strana "festa" che tanto abbiamo temuto soprattutto ai tempi della scuola? Il pesce d'aprile, "poisson d'avril" in Francia, "pescado de abril" in Spagna, conosciuto anche come "April Fool's day" (che in inglese significa "giorno dei buffoni di aprile") è una festa dedicata agli scherzi che si celebra, per così dire, oltre che in Italia, anche in Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Brasile fino ad arrivare in Giappone.
Ci sono molte storie sulla nascita di questa bizzarra ricorrenza, tuttavia l'ipotesi più convicente pare sia quella che l'idea di accostare gli scherzi a questa data abbia preso corda durante il regno di Carlo IX di Francia. Verso la metà del XVI secolo, in tutta la Francia le celebrazioni del nuovo anno cominciavano il 25 marzo e finivano una settimana dopo, il 1 aprile appunto. Nel 1564, attraverso il decreto di Roussillon, il re decretò l'adozione del calendario gregoriano facendo diventare così il primo giorno dell'anno il 1 gennaio. La leggenda vuole che molti francesi o contrari a questo cambiamento o che semplicemente se ne dimenticarano, continuarono a scambiarsi regali, festeggiando durante la settimana che terminava con il 1 aprile. Dei burloni però decisero di ridicolizzarli, consegnando regali assurdi, organizzando feste inesistenti, facendo nascere così la tradizione di fare scherzi il primo giorno di aprile.

Le origini del pesce d'aprile non sono note, anche se sono state proposte diverse teorie. Si considera che sia collegato all'equinozio di primavera, che cade il 21 marzo. Prima dell'adozione del Calendario Gregoriano nel 1582, veniva osservato come Capodanno da diverse culture distanti, come l'antica Roma e l'India. Il Capodanno era in origine celebrato dal 25 marzo al 1º aprile, prima che la riforma di papa Gregorio XIII lo spostasse indietro al 1º gennaio. In seguito a ciò, secondo una prima versione sull'origine di questa usanza, si creò in Francia la tradizione di consegnare dei pacchi regalo vuoti in corrispondenza del 1º di aprile. Il nome che venne dato alla strana usanza fu poisson d'Avril, per l'appunto pesce d'aprile.
Ma dato che l'usanza è un po' comune a tutta l'Europa, alcuni studiosi sono andati più indietro nel tempo e hanno ipotizzato come origine del pesce d'aprile l'età classica, ed in particolare hanno intravisto sia nel mito di Proserpina che dopo essere stata rapita da Plutone, viene cercata invano dalla madre, ingannata da una ninfa, sia nella festa pagana di Venere Verticordia alcune possibili comunanze con l'usanza attuale.

Una possibile origine dello scherzo d'aprile potrebbe essere data dalla data della morte di Gesù che secondo il calendario Gregoriano avvenne il 1º aprile del 33. I nemici del cristianesimo potrebbero aver adottato questa data per burlarsi dei cristiani che credevano in Gesù. Il pesce potrebbe essere stato preso dall'usanza dei primi cristiani di farsi riconoscere con il segno del pesce, il cui nome in greco formava l'acrostico per "Gesù Cristo, Figlio di Dio Salvatore" (ICHTHYS).

In Italia l'usanza dell'1 aprile è recente: risale al 1860-1880. La prima città ad accogliere l'abitudine francese fu Genova, dove la passione per gli scherzi d'aprile sbarcò nel suo porto così vivace. La tradizione si radicò prima tra i ceti medio-alti, poi prese piede anche tra il resto della popolazione.

Ogni paese ha un suo modo di chiamare la festa dell'1 aprile. In Francia, come in Italia, si usa l’espressione Poisson d’Avril - Pesce d'aprile.

Nei paesi anglofoni, come Regno Unito e America, invece, si chiama "April fool’s day" ("Il giorno dello sciocco d’aprile"), dove il termine "fool" richiama alla mente il "Fool", il giullare delle corti medioevali, sottolineando così la connotazione scherzosa della festa. Infine, in Germania "Aprilscherz" è più semplicemente lo "Scherzo d’Aprile".
Nella Scozia delle Highlands invece, il pesce d'aprile dura due giorni, nel secondo, il "Taily Day", ci si diverte ad attaccare sulla schiena dei malcapitati (sciocchi o gawls) un cartello con la scritta "Kick me!" (Dammi un calcio).

In Portogallo, i giorni dedicati agli scherzi sono la domenica e il lunedì prima della Quaresima in cui interi pacchi di farina vengono gettati sugli amici!

Anche l'India ha il suo pesce d'aprile. Cade però un giorno prima, il 31 marzo. In quella data si celebra la festa Huli per celebrare la primavera e prendersi gioco di tutti.

Ovunque, in Europa e nel mondo, l'1 aprile si festeggia ancora un po' Carnevale!

Gli anglosassoni invece connotano questa giornata con l'espressione "april's fool day", letteralmente il giorno dello sciocco di aprile, utilizzando la parola fool che secondo qualcuno dovrebbe indicare un folletto di origini medievali. Nella Scozia delle highlands invece, il pesce d'aprile ha una curiosa appendice nel taily day, ovvero giorno delle natiche, durante il quale, ci si diverte ad attaccare sulla schiena dei malcapitati (sciocchi o gawls) un cartello con la scritta kick me (dammi un calcio). Insomma, un po' ovunque in Europa e nel mondo quella del "pesce d'aprile" è una leggera evasione, un modo per sdrammatizzare gli eventi e "prendere la vita" con più leggerezza…

Il nome "Pesce d'aprile", che si rivolge alla vittima degli scherzi, deriva dallo zodiaco: qualsiasi evento accaduto in quella data era relazionato con il fatto che il Sole lasciava la costellazione dei Pesci. Da qui l'usanza di "festeggiare in modo insolito" il primo aprile si è diffusa in tutto il mondo, assumendo connotazioni particolari nei vari paesi.I nostri cugini francesi utlizzano simbolicamente l'immagine del sole, nel suo passaggio dal segno dei Pesci a quello dell'Ariete.


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martedì 24 marzo 2015

IL LAVARELLO

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Il lavarello (Coregonus lavaretus), spesso conosciuto con il nome del genere coregone, è un pesce di acqua dolce.

In Europa è diffuso nelle acque dolci di Gran Bretagna, Nord Europa, Francia, Svizzera e Italia, nonché nel Mar Baltico, e nel Mare del Nord. Recenti ritrovamenti in Iran. In Italia il lavarello è stato introdotto alla fine del XIX secolo dai laghi elvetici: oggi è diffuso nei laghi laziali e nei grandi laghi prealpini. Le popolazioni che vivono nella parte settentrionale dell'habitat hanno abitudini anadrome mentre nel sud la specie popola soprattutto le acque dolci della zona pelagica dei laghi.

Presenta un corpo allungato, affusolato, leggermente compresso ai fianchi. La testa è appuntita, la bocca piccola, i profili dorsale e ventrale leggermente convessi. La pinna dorsale è alta e breve, trapezoidale, così come le altre pinne. La coda fortemente forcuta. È presente la pinna adiposa.
La livrea è argentea con riflessi verdi su dorso e fianchi, bianca sul ventre.
Può raggiungere i 70 cm di lunghezza, ma la taglia più comune è di 30-40 cm.

L'accoppiamento e la deposizione avvengono all'inizio dell'inverno in zone con acque fluviali calme e basse. Le uova hanno un diametro di circa 2,5 mm. L'incubazione è molto lunga, dura circa 60 giorni, alla fine dei quali si schiudono delle piccole larve (11 mm) provviste di sacco vitellino. Lo sviluppo è molto lento, circa 2-3 mesi, in contrapposizione al periodo successivo, estremamente veloce, che porta ad una maturità sessuale nel giro di 1-2 anni.

Il lavarello è una specie tipicamente di ambiente lacustre, vive nella regione pelagica dei laghi profondi, in acque fresche e ben ossigenate. Durante la primavera staziona in acque superficiali, ma con l’avanzare della stagione estiva ricerca la temperatura ottimale (8-17°C) a profondità maggiori. Vive in gruppi numerosi che effettuano movimenti migratori in rapporto agli spostamenti dello zooplancton. Raggiunge le aree litorali solo durante la stagione della riproduzione, per la deposizione delle uova. Le femmine depongono le uova in acque basse, su fondali ghiaiosi e sassosi, nei mesi di novembre e dicembre. Ogni femmina è in grado di liberare fino a 40.000 uova per Kg di peso corporeo. Le uova aderiscono al substrato grazie al materiale vischioso insieme al quale sono liberate e si schiudono dopo circa un mese. Durante questa fase dell’anno sulle squame dei maschi compaiono piccoli tubercoli nuziali di colore biancastro. La dieta del lavarello è essenzialmente zooplanctofaga. Durante l’anno essa può variare nella composizione specifica dello zooplancton e nella stagione invernale può comprendere anche invertebrati bentonici e uova di pesci.

È un pesce ricercato per la qualità elevata delle sue carni. Viene catturato prevalentemente con reti in quanto abbocca raramente agli ami.

Per pescare il Coregone, bisogna munirsi di un buon mulinello, che contenga molto nylon, necessario per i lanci lontani, e la canna deve sopportare piombi di dimensioni di 25-30 grammi.
Utilizzare il guadino in questo caso vi agevolerà sicuramente nella pesca.



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