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giovedì 24 marzo 2016

LA GIRAFFA

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La giraffa fu una delle molte specie descritte per la prima volta da Carlo Linneo nel 1758. Egli diede a questa specie il nome di Cervus camelopardalis. Morten Thrane Brünnich istituì il genere Giraffa nel 1772. Agli inizi del XIX secolo, Jean-Baptiste Lamarck credette che il lungo collo della giraffa costituisse una «caratteristica acquisita», evolutasi attraverso generazioni di giraffe ancestrali che si sforzavano di raggiungere le foglie degli alberi più alti. Questa teoria venne in seguito accantonata, e gli studiosi oggi ritengono che il collo della giraffa sia il frutto della selezione naturale darwiniana - le giraffe ancestrali dotate di colli più lunghi erano meglio adattate al loro ambiente e furono così in grado di riprodursi e tramandare i loro geni.

I dati ricavati da uno studio del 2007 sulla genetica di sei sottospecie - le giraffe dell'Africa occidentale, di Rothschild, reticolate, masai, del Sudafrica e dell'Angola - suggeriscono che queste potrebbero essere specie a sé a tutti gli effetti. Sulla base del livello di deriva genetica riscontrato nei DNA nucleare e mitocondriale (mtDNA) gli studiosi hanno dedotto che le giraffe appartenenti a queste popolazioni sono isolate riproduttivamente e si incrociano raramente, malgrado non vi sia nessun ostacolo naturale a tenerle divise. Ciò è particolarmente vero per le popolazioni confinanti di giraffe di Rothschild, reticolate e masai. La giraffa masai potrebbe a sua volta essere costituita da più specie separate tra loro dalla Rift Valley.

Le giraffe reticolate e masai presentano una maggiore diversità nel DNA mitocondriale, il che sta a dimostrare che le giraffe siano comparse per la prima volta nell'Africa orientale. Le popolazioni situate più a nord sono più strettamente imparentate con le prime, mentre quelle situate a sud lo sono con le seconde. Sembra che le giraffe scelgano partner con un disegno del mantello simile, che si imprime loro nella memoria da piccole. Le implicazioni di queste scoperte per la conservazione delle giraffe sono state riassunte da David Brown, autore principale dello studio, che affermò così su BBC News: «Riunire tutte le giraffe in un'unica specie nasconde il fatto che alcune razze siano sull'orlo dell'estinzione. Alcune di queste popolazioni contano appena poche centinaia di esemplari e necessitano di immediata protezione».

La giraffa dell'Africa occidentale è più imparentata da vicino con le giraffe di Rothschild e con quelle reticolate che con la giraffa del Kordofan. I suoi antenati potrebbero essere migrati dall'Africa orientale a quella settentrionale e successivamente aver raggiunto il suo areale attuale in seguito all'espansione del deserto del Sahara. Al culmine della sua estensione, il lago Ciad potrebbe aver agito da barriera tra le giraffe dell'Africa settentrionale e quelle del Kordofan durante l'Olocene.

L'origine del nome «giraffa» viene fatta risalire alla parola araba zarafah, forse a sua volta derivata da una lingua africana. Il nome viene tradotto come «colei che cammina velocemente».

Il nome specifico camelopardalis è di origine latina. Durante il Medioevo la specie era conosciuta come «camelopardo», nome derivato dalle parole greche antiche che indicavano il cammello e il leopardo, animali a cui la giraffa ritenevano somigliasse.

La giraffa appartiene al sottordine Ruminantia. Molte specie di Ruminantia risalenti all'Eocene medio sono state scoperte in Asia centrale, Sud-est asiatico e Nordamerica. Le condizioni ecologiche durante questo periodo potrebbero aver facilitato la loro rapida dispersione. La giraffa è una delle due sole specie viventi della famiglia dei Giraffidi; l'altra è l'okapi. La famiglia un tempo era molto più numerosa: ne sono stati descritti più di 10 generi fossili. Loro parenti conosciuti più stretti erano gli estinti Climacoceratidi. Questi, assieme alla famiglia degli Antilocapridi (la cui unica specie attuale è l'antilocapra), appartenevano alla superfamiglia Giraffoidea. Questi animali forse si evolvettero a partire dagli estinti Paleomericidi, possibili antenati anche dei cervi.

Mentre alcuni antichi Giraffidi, quali il Sivatherium, avevano corpi massicci, altri avevano una forma molto più slanciata. Il più antico antenato conosciuto della linea evolutiva della giraffa è il Canthumeryx, i cui resti, rinvenuti in Libia, sono stati fatti risalire a 25-20, 17-15 o 18-14,3 milioni di anni fa a seconda delle diverse opinioni degli studiosi. Questo animale era una creatura di medie dimensioni, esile e simile a un'antilope. Il Giraffokeryx comparve 15 milioni di anni fa nel subcontinente indiano e ricordava sia un'okapi che una piccola giraffa, ma aveva un collo più allungato e i caratteristici ossiconi simili a corna fatti di cartilagine. Il Palaeotragus, che apparve per la prima volta 14 milioni di anni fa e visse in un'area compresa tra l'Africa orientale e la Mongolia, ricordava l'okapi e potrebbe essere il suo diretto antenato. Aveva un cranio più allungato e schiacciato ed esibiva un dimorfismo sessuale molto marcato. Il Samotherium rimpiazzò il Paleotragus 10-9 milioni di anni fa. Questi animali avevano dimensioni maggiori ed avevano una testa perfino più allungata con seni cranici ben sviluppati e un profilo più simile a quello della giraffa. Vissero sia in Africa che in Eurasia. Il Bohlinia, che comparve per la prima volta nell'Europa sud-orientale e visse 9-7 milioni di anni fa, discendeva probabilmente dal Samotherium ed è a sua volta un probabile antenato diretto della giraffa. Il Bohlinia ricordava moltissimo le giraffe moderne: aveva collo e zampe lunghi e ossiconi e dentatura simili.

Il Bohlinia raggiunse la Cina e l'India settentrionale in risposta ai cambiamenti climatici. In quest'area si evolvette il genere Giraffa che, circa 7 milioni di anni fa, raggiunse l'Africa. Ulteriori cambiamenti climatici provocarono l'estinzione delle giraffe asiatiche, mentre quelle africane sopravvissero e si diversificarono in alcune nuove specie. G. camelopardalis fece la sua comparsa circa 1 milione di anni fa in Africa orientale durante il Pleistocene. Alcuni biologi ipotizzano che l'attuale giraffa discenda dalla G. jumae; altri considerano la G. gracilis un candidato più probabile. Si ritiene che la principale spinta evolutiva che ha portato alla comparsa delle giraffe sia stato il cambiamento climatico, iniziato 8 milioni di anni fa, che trasformò un'area ricoperta da vaste foreste in una regione più aperta. Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che questo nuovo habitat, assieme a una nuova dieta, comprendente anche foglie di Acacia, possa aver esposto gli antenati della giraffa a tossine che causarono tassi di mutazione più elevati e un più alto tasso di evoluzione.

La giraffa è un grande mammifero artiodattilo africano appartenente alla famiglia dei Giraffidi, che annovera solo un’altra specie vivente, l’okapi (Okapia johnstoni). È inconfondibile per la forma e le dimensioni. Ha un collo eccezionalmente lungo sorretto da un corpo relativamente corto e zampe molto lunghe. È il più alto tra tutti gli animali terrestri viventi superando abbondantemente i 5 metri di altezza e la tonnellata di peso. Se ne riconoscono fino a 9 sottospecie che differiscono per la forma, dimensione e colore delle macchie che compongono il caratteristico mantello pezzato. Ogni individuo è caratterizzato dal proprio unico disegno distinguibile dagli altri. I maschi sono generalmente più alti e pesanti delle femmine raggiungendo eccezionalmente i 6 metri di altezza e i 1.600 kg di peso. Il collo, che può superare i 2 metri, è composto come in tutti i mammiferi da 7 vertebre cervicali estremamente allungate. Sul capo sono presenti due piccole corna ricoperte di pelo (ossiconi) e una protuberanza ossea mediana più evidente nei maschi. La lingua è assai lunga (50 cm), prensile e coriacea e consente alla giraffa di cibarsi delle foglie di acacia noncurante delle spine sui rami della pianta. Per raggiungere il suolo con la testa (ad esempio per bere) la giraffa è costretta a divaricare gli arti anteriori, mentre può riposarsi inginocchiandosi su tutti e quattro gli arti. Ha solamente due andature, il passo o il galoppo. Non forma mandrie e non mostre spiccata socialità. Diffusa in quasi tutta l’Africa subsahariana, abita le savane alberate e le boscaglie dove si ciba preferenzialmente di foglie di acacia o di altri alberi. I maschi durante il periodo riproduttivo si fronteggiano di fianco colpendosi con il collo (necking). Ogni femmina partorisce un singolo piccolo che alla nascita è altro circa 1,8 metri con il collo in proporzione più corto rispetto all’adulto per facilitare il parto. Le giraffe hanno un’aspettativa di vita di circa 25 anni, molto elevata se rapportata agli altri ruminanti. Da adulti non hanno predatori naturali anche se occasionalmente possono essere vittime di leoni. I giovani sono più vulnerabili e sono predati da leoni, leopardi, licaoni e iene macchiate.



Le giraffe ospitano vari parassiti. Le zecche sono molto frequenti, specialmente nell'area attorno ai genitali, dove la pelle è più sottile che altrove. Tra le specie più comuni che rivolgono attenzione alle giraffe figurano quelle dei generi Hyalomma, Amblyomma e Rhipicephalus. Le giraffe possono affidarsi all'opera delle bufaghe beccorosso e beccogiallo per ripulirsi dalle zecche e per essere avvisate in caso di pericolo. Le giraffe ospitano numerose specie di parassiti interni e sono soggette a varie malattie. Erano in particolar modo vittime della peste bovina, malattia virale attualmente eradicata.

Gli esseri umani interagiscono con le giraffe da millenni. I san dell'Africa meridionale eseguono particolari danze curative che prendono il nome da alcuni animali; la danza della giraffa viene eseguita per trattare le malattie della testa. I motivi per spiegare l'altezza della giraffa sono stati l'oggetto di vari racconti popolari africani, tra cui uno proveniente dall'Africa orientale secondo il quale la giraffa sarebbe divenuta così alta per aver mangiato troppe erbe magiche. Le giraffe sono state raffigurate nell'arte di quasi tutti i popoli africani, quali i kiffiani, gli egizi e i nubiani di Meroe. Ai kiffiani si deve l'incisione di due giraffe a grandezza naturale che sono stati definite i «petroglifi di arte rupestre più grandi del mondo». Gli egizi attribuirono alla giraffa un proprio geroglifico, chiamato «sr» in egizio antico e «mmy» durante i periodi successivi. Gli egizi allevavano le giraffe come animali da compagnia e le trasportavano via nave in altre zone del Mediterraneo.
La giraffa era conosciuta anche presso i greci e i romani, che, considerandola un mostruoso ibrido tra un cammello e un leopardo, la chiamavano camelopardalis. La giraffa fu una delle molte specie animali collezionate e messe in mostra dai romani. La prima giunta a Roma venne portata là da Giulio Cesare nel 46 a.C. ed esibita al pubblico. Con la caduta dell'Impero romano d'Occidente, il trasporto di giraffe in Europa cessò. Durante il Medioevo, le giraffe divennero note agli europei attraverso il contatto con gli arabi, che veneravano la giraffa per il suo aspetto particolare.

Nel 1414, una giraffa venne trasportata via nave da Malindi al Bengala. Da qui venne portata in Cina dall'esploratore Zheng He e collocata in uno zoo della dinastia Ming. L'animale divenne una fonte di attrazione per i cinesi, che lo associavano al mitico Qilin. La giraffa dei Medici era una giraffa presentata a Lorenzo de' Medici nel 1486. Il suo arrivo a Firenze provocò una grande eccitazione. Un'altra famosa giraffa venne portata dall'Egitto a Parigi ai primi del XIX secolo come dono di Mohamed Alì di Egitto a Carlo X di Francia. Divenuta una celebrità, la giraffa fu il soggetto di numerosi memorabilia o «giraffanalia».

Le giraffe continuano a essere presenti nella cultura moderna. Salvador Dalí le raffigurò con la criniera in fiamme in alcuni dei suoi dipinti surrealisti. Dalí considerava la giraffa un simbolo di mascolinità, e una giraffa in fiamme sarebbe dovuta apparire come un «mostro apocalittico cosmico mascolino». Vari racconti per bambini hanno come protagonista una giraffa, come La giraffa che aveva paura dell'altezza di David A. Ufer, Le giraffe non sanno danzare di Giles Andreae e Io, la giraffa e il pellicano di Roald Dahl. Le giraffe sono apparse in vari film animati, sia come semplici comparse nei film Disney Il re leone e Dumbo - L'elefante volante, che in ruoli più importanti nei film Uno zoo in fuga e Madagascar. Sophie la Giraffa è un popolare massaggiagengive per bambini fin dal 1961. Un'altra famosa giraffa immaginaria è la mascotte della catena di giocattoli Toys "R" Us, Geoffrey la Giraffa.

La giraffa è stata oggetto di vari esperimenti e scoperte scientifiche. Gli scienziati esaminarono attentamente le proprietà della pelle della giraffa quando dovettero creare tute per gli astronauti e i piloti di caccia, che corrono il rischio di svenire se il sangue scende troppo velocemente lungo gli arti inferiori. Alcuni informatici hanno modellato i disegni del mantello di alcune sottospecie tramite meccanismi di reazione-diffusione.

La costellazione della Giraffa, introdotta nel XVII secolo, raffigura quest'animale. Gli tswana del Botswana interpretano la costellazione della Croce del Sud come due giraffe - Acrux e Mimosa formano il maschio, e Gacrux e Delta Crucis formano la femmina.

Le giraffe sono state probabilmente un comune bersaglio per i cacciatori di ogni parte dell'Africa. Parti diverse del loro corpo venivano utilizzate per scopi differenti. La carne veniva mangiata. Con i peli della coda venivano fabbricati scacciamosche, braccialetti, collane e fili. Dalla pelle venivano ricavati scudi, sandali e tamburi, mentre i tendini erano utili come corde per gli strumenti musicali. Il fumo esalato da una pelle di giraffa bruciata veniva utilizzato dagli sciamani del Buganda per trattare le epistassi. Gli humr del Sudan assumono una particolare bevanda, detta Umm Nyolokh, fatta con il fegato e il midollo osseo della giraffa. L'Umm Nyolokh spesso contiene DMT e altre sostanze psicoattive provenienti dalle piante consumate dalla giraffa, quali l'acacia; la sua assunzione può provocare allucinazioni nelle quali gli humr sostengono di vedere i fantasmi delle giraffe uccise. Nel XIX secolo, gli esploratori europei iniziarono a cacciare la giraffa per puro divertimento. Anche la distruzione dell'habitat ha avuto un effetto deleterio sulla specie: nel Sahel, la richiesta di legna da ardere e di aree da pascolo per il bestiame ha portato a una intensa deforestazione. Normalmente, le giraffe possono convivere pacificamente con il bestiame domestico, dal momento che non competono direttamente con esso.

La giraffa è classificata come specie a rischio minimo dalla IUCN, in quanto è ancora numerosa. Tuttavia, la specie è scomparsa da molte zone del suo areale storico, quali l'Eritrea, la Guinea, la Mauritania e il Senegal. Probabilmente è scomparsa anche in Angola, Mali e Nigeria, ma è stata introdotta con successo in Ruanda e Swaziland. Due sottospecie, la giraffa dell'Africa occidentale e la giraffa di Rothschild, sono considerate in pericolo di estinzione, in quanto allo stato selvatico ne rimangono appena poche centinaia. Nel 1997, Jonathan Kingdon ipotizzava che la giraffa della Nubia fosse la più minacciata tra tutte le giraffe; nel 2010, il suo numero era valutato al di sotto delle 250 unità, ma questa stima è solo approssimativa. Le riserve di caccia private hanno contribuito alla conservazione delle popolazioni di giraffa nell'Africa meridionale. Il Giraffe Manor è un popolare hotel di Nairobi che costituisce un vero e proprio santuario per la giraffa di Rothschild. La giraffa è protetta in quasi tutto il suo areale. È l'animale nazionale della Tanzania ed è protetta dalla legge. Le uccisioni non autorizzate possono essere punite con il carcere. Nel 1999, si stimava che vi fossero in natura più di 140.000 giraffe, ma le stime del 2010 indicano che ne rimangono meno di 80.000.



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venerdì 1 maggio 2015

LA CAPRA

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La capra è un mammifero ruminante che si ciba di vegetali come: erbe e arbusti, foglie, corteccia d'alberi e radici. La sua corporatura è massiccia, le orecchie diritte, le corna sono più sviluppate nei maschi, grandi e incurvate all'indietro, sotto il mento ha una simpatica barbetta.

La capra è uno degli animali addomesticati più utile all'uomo: la sua carne è molto sostanziosa; il suo latte è apprezzato nell'alimentazione dei malati e dei bambini fragili ed è impiegato per produrre ottimi formaggi, molto stimati.

Le capre domestiche sono ovunque nel mondo. Ne esistono mille razze diverse: nane, da latte, a pelo lungo, senza corna. Il pelo di questi animali è adoperato per la fabbricazione di pennelli, corde e tessuti.

In Svizzera vi sono molti allevamenti di capre da latte. Nel Tibet e nel Kashmir si trova una capra dal lungo pelo serico con il quale si fanno tessuti fini e pregiati. Nell'Asia Minore, ritroviamo la capra d'Angora, il cui pelo lungo è bianchissimo e si adopera per realizzare una stoffa molto resistente chiamata mohair. Con la pelle dei capretti si fanno scarpe e guanti; quella di capra invece, è utilizzata per rilegare libri, scarpe e altri oggetti.

I caproni della razza Markhor (dalle corna a spirale) e del bezoard hanno le corna più lunghe tra tutte le razze selvatiche: vanno da 140 a 165 cm. di lunghezza. Le corna delle capre addomesticate sono molto più corte e molte volte, come nella razza della Sarine, sono completamente mancanti. Le corna dei caproni servono a scontrarsi con gli altri maschi, spesso per il possesso di una femmina. Gli avversari combattono tra loro con aggressività e si allacciano con le corna. Il più debole tra i due alla fine si arrende, e si rintana in un luogo più appartato e tranquillo. E’ da sottolineare che i combattimenti non si risolvono mai con la morte di uno degli antagonisti.

Le capre sono dei ruminanti; ciò significa che il loro apparato digerente è diviso in tre stomaci aghiandolari, il rumine, il reticolo, l'omaso e uno ghiandolare, l'abomaso. Sono in grado di arrampicarsi sugli alberi che abbiano il tronco un po' contorto e/o rami sufficientemente bassi .

Le pupille delle capre sono a forma di segmento orientato in senso orizzontale: la visione periferica a tre dimensioni è tanto più efficiente quanto più l'oggetto è vicino alla pupilla. Pupille del genere, disposte orizzontalmente, potrebbero rappresentare un adattamento alla vita in ambienti prevalentemente rocciosi e montuosi, dove una buona visione in un piano verticale è assai utile.

Alcune razze di capra e di pecora appaiono superficialmente simili; in effetti questi due animali sono assai strettamente imparentati, tuttavia la coda delle capre è sempre rivolta verso l'alto mentre quella delle pecore punta sempre verso il basso.

Il cariotipo normale della capra è costituito da 60 cromosomi, dei quali 58 sono autosomi, tutti acrocentrici, due sono i cromosomi sessuali; il cromosoma X è un grande acrocentrico, approssimativamente di dimensioni pari all'autosoma 2, l'Y è invece un piccolo metacentrico, l'unico cromosoma presente nel cariotipo della capra. La lunghezza relativa si riduce costantemente passando dalla coppia numero 1 alla 29; le differenze tra alcune coppie sono talmente ridotte che l'identificazione con le sole tecniche di misurazione diventa quasi impossibile. Sono pertanto necessarie tecniche di bandeggio che consentano un'identificazione certa tramite il confronto delle bande ottenute con il rispettivo modello standardizzato. Considerando valida la teoria dell'evoluzione del cariotipo basata su funzioni centriche, possiamo ritenere il cariotipo di capra (2n=60) essere quello ancestrale; da questo, senza l'intervento di fusioni centriche, si sarebbe evoluto il genere Capra che oggi conosciamo.

La capra è considerata una specie a ciclo poliestrale stagionale in quanto presenta cicli estrali continui solo in alcuni mesi dell'anno, intervallati da un periodo di anaestro la cui lunghezza è variabile in funzione della latitudine e della razza. In determinati climi, le capre sono in grado di riprodursi per tutto l'anno; le razze di provenienza nordica o montana tendono invece ad avere un ciclo riproduttivo basato sulla lunghezza del fotoperiodo.

La stagione riproduttiva, per questi animali, inizia quando le giornate cominciano ad accorciarsi, per terminare all'inizio della primavera. Alle nostre latitudini il primo calore si manifesta, solitamente, nei mesi di giugno - luglio; se non vi è accoppiamento si può presentare una lunga serie di estri ad intervalli regolari (21 giorni), oppure si può verificare un ulteriore periodo di anaestro. Di norma la ciclicità diventa regolare a partire da agosto - settembre fino alla metà di dicembre.

Nel periodo fertile, la femmina è ricettiva per un periodo che va dalle 2 alle 48 ore; le femmine manifestano il loro stato sventolando spesso la coda, vocalizzando più spesso, stando sempre nella vicinanza del becco (se questo è presente), a volte perdendo l'appetito e diminuendo la produzione di latte.

La gestazione dura in media 150 - 155 giorni, al termine dei quali nascono solitamente due gemelli, anche se non è raro trovare parti trigemini o di un solo cucciolo, mentre è assai poco comune assistere a figliate di quattro, cinque o addirittura sei capretti. I parti si verificano tra novembre ed aprile con punte massime in gennaio - febbraio. Dopo il parto, solitamente, la madre mangia la placenta, per rimpiazzare parte dei nutrienti persi nello sforzo e per calmare l'emorragia da parto.

Il parto coincide con l'inizio della produzione di latte: una capra d'allevamento produce circa 2,5 l di latte al giorno per 305 giorni (tanto dura l'allattamento), anche se tale quantità può variare a seconda del numero di parti e della razza di capra (in casi eccezionali si arriva ad oltre 7 l di latte giornalieri).

Le caprette raggiungono la pubertà intorno ai 5 - 6 mesi, con variabilità in funzione delle caratteristiche genetiche ed ambientali. Se non sussistono problemi come, ad esempio, stati di carenza nutrizionale, l'accoppiamento può essere effettuato all'età di 7 - 8 mesi, quando le caprette hanno ormai raggiunto un peso pari al 55 - 60% di quello adulto.

Si tratta di un animale con notevoli capacità di adattamento a regimi alimentari molto diversificati grazie ad un'elevata capacità di selezione degli alimenti ed anche di parti della stessa pianta, ad una notevole capacità di utilizzazione di foraggi molto fibrosi, ad una buona potenzialità di immagazzinamento delle riserve e successiva mobilitazione.

Grazie a queste caratteristiche la capra è in grado di adattarsi a condizioni che risulterebbero proibitive per altri animali considerati più "nobili", quali bovini ed ovini. D'altra parte ben si adatta anche a condizioni d'allevamento intensive caratterizzate da elevati apporti di concentrati e limitati quantitativi di foraggi.

Grazie alla loro frugalità ed adattabilità a qualsiasi tipo di cibo, sono piuttosto comuni in molti paesi del Terzo Mondo.

Come già detto, lo stomaco di una capra adulta è diviso in quattro parti: quello dei capretti, invece, è praticamente uguale allo stomaco degli animali monogastrici.

Alla nascita, infatti, il rumine è poco sviluppato e cresce in dimensione e capacità di assunzione di nutrienti man mano che il piccolo comincia ad assumere alimenti solidi.

La carne di capra ha un sapore piuttosto simile alla carne d'agnello, al punto che alcuni paesi asiatici usano un'unica parola per descriverle entrambe; tuttavia, a seconda dell'età e delle condizioni dell'animale prima di morire, la carne può assumere tonalità simili alla selvaggina. Dal punto di vista nutrizionale, la carne di capra contiene meno grassi e colesterolo di quella di pecora; su questo piano è paragonabile alla carne di pollo, anche se in generale è meno grassa delle altre carni, poiché le capre non hanno depositi di grasso inframuscolari. Rispetto alle altre carni rosse, la carne di capra dev'essere cotta più a lungo e a temperature più basse; poco considerata nei paesi occidentali, è molto apprezzata invece in Medio Oriente, Asia meridionale, Africa, Brasile nord-orientale e nell'area caraibica.

Oltre alla carne, altre parti della capra commestibili sono il cervello, il fegato e, nei capretti, alcuni tratti dell'intestino. La testa e le zampe, pulite ed affumicate, vengono usate per preparare zuppe.

In Lombardia tra i prodotti agroalimentari tradizionali è ricompreso il violino di capra cosce e spalle conservate mediante salatura a umido, affumicatura ed essiccazione.

Il latte e lo yogurt di capra sono molto apprezzati da persone con problemi di digestione del lattosio, in quanto è assai facilmente assimilabile, contenendo poco lattosio ed avendo composizione molto simile al latte umano; se il becco non viene separato per tempo dalle femmine, il latte risulterà avere un odore più forte e deciso, sgradevole per alcuni.

Il latte di capra può essere lavorato per ottenere burro, formaggi e ricotte: il burro caprino è sempre bianco, in quanto nelle capre il carotene (che dà il caratteristico colore giallo al burro vaccino) viene trasformato in un precursore della vitamina A.

I formaggi di capra annoverano, fra gli altri, il caprino e il feta greco.

Un detto popolare ritiene che la lana caprina non esista, dato che solitamente è la pecora ad essere tosata.
Con l'espressione "questioni di lana caprina" ci si riferisce al voler indagare se le capre abbiano il pelo o la lana: quando si vuol criticare qualcuno che "frulla l'aria" su argomenti (apparentemente) futili, si dice che perde tempo intorno a "questioni di lana caprina".

In realtà, le capre diffuse in zone assai fredde spesso sono ricoperte da una soffice peluria isolante oltre ad un primo strato di lana più ruvida. Tale peluria viene utilizzata per produrre vari tipi di lana, di cui la più nota è il cashmere. Si ricorda anche il mohair.
L'animale non dev'essere ucciso per tagliare la lana, che può essere tosata o strappata.

Un tempo, la pelle di capra veniva utilizzata per fabbricare otri per il vino o l'acqua, oppure lavorata per ottenerne pergamena. Al giorno d'oggi, la pelle è ancora utilizzata per farne guanti, capi d'abbigliamento, accessori o stivali. In Indonesia, la pelle di capra viene utilizzata nella costruzione di uno strumento musicale chiamato bedug.

Il "Capra! Capra! Capra!" è il celeberrimo insulto di Vittorio Sgarbi.

Detti sulle capre:

andare dove le capre non cozzano= andare in prigione.
Il concetto è quello di un luogo talmente ristretto in cui nemmeno le capre, considerate litigiose, avrebbero spazio sufficiente per prendersi a cornate.
piantare capra e cavoli = per irritazione o stanchezza, abbandonare un'impresa o una situazione e andarsene, o dedicarsi ad altro.
salvare capra e cavoli= uscire senza danno da una situazione pericolosa o spiacevole, riuscendo a salvare interessi opposti o conciliando esigenze diverse.
Il detto si basa su un rompicapo popolare: un uomo si trova sulla riva di un fiume, e deve traghettare sull'altra sponda una capra, un sacco di cavoli e un lupo. La barca di cui dispone però può trasportare solo uno dei tre, a parte l'uomo stesso, che deve quindi badare a non lasciare la capra sola con i cavoli e nemmeno il lupo solo con la capra. Una soluzione esiste; l'uomo la trovò e riuscì a salvare sia la capra che i cavoli.


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sabato 4 aprile 2015

IL CAMOSCIO

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Il camoscio alpino (Rupicapra rupicapra, Linnaeus 1758) è un mammifero artiodattilo appartenente alla famiglia dei Bovidi. Di aspetto molto simile alle capre, viene incluso con esse e con le pecore nella sottofamiglia dei Caprini.

Il camoscio è un ungulato che, per forme e dimensioni corporee (è il più piccolo tra i rappresentanti della sottofamiglia dei Caprini) e per la sua agilità, è assai più prossimo alle antilopi e alle saighe che non agli altri Bovidi che oggi condividono con lui l'ambiente alpino: stambecco (Capra ibex), muflone (Ovis musimon) e Capra selvatica (Capra aegagrus).

La lunghezza totale del corpo, misurata dall'estremità della testa alla radice della coda, varia tra 130 e 150 cm nel maschio, e tra 105 e 125 cm nella femmina.

L'altezza, misurata al garrese, varia tra 85 e 92 cm nel maschio e tra 70 e 78 cm nella femmina.

Il peso corporeo è influenzato innanzitutto dall'età e dal sesso, e il valore massimo viene raggiunto intorno ai 5-9 anni: nei maschi adulti tale valore può raggiungere i 50 kg, nelle femmine adulte i 40–42 kg. Negli yearling (animali di un anno compiuto) il peso si aggira sui 15–20 kg.
Il peso varia notevolmente nel corso dell'anno. I valori massimi si raggiungono nel periodo di maggiore accumulo del grasso, che corrisponde al mese di ottobre. I maschi adulti, al termine del periodo riproduttivo, arrivano a perdere quasi un terzo del loro peso corporeo, a causa del forte dispendio energetico durante le lotte tra rivali.
In generale comunque, tra gennaio ed aprile si ha una diminuzione della massa corporea in tutti i soggetti, provati dalle dure condizioni invernali.

Nel maschio la sagoma generale è più tozza, con maggior sviluppo del treno anteriore, mentre la femmina si presenta più longilinea, con preponderanza dell'addome e del treno posteriore; il collo, corto e tozzo nel maschio, è sottile nella femmina, tanto da dare l'impressione che quest'ultima abbia il muso più allungato rispetto al maschio.

Il mantello del camoscio è essenzialmente costituito da due tipi di pelo, in grado di proteggerlo dalle difficili condizioni climatiche dell'ambiente in cui vive. Esso fornisce una protezione ottimale che permette all'animale di sopportare le forti escursioni termiche cui è sottoposto.

Il pelo superficiale (lungo 2-4 cm), che costituisce la copertura più esterna, è più irsuto ed è in grado di inglobare grandi quantità d'aria, isolando termicamente il corpo dell'animale.
Lo strato sottostante, detto pelo lanoso o primo pelo, è molto fine e di colore biancastro e tende a farsi più rado nel periodo estivo.

Il mantello è soggetto a due mute: una autunnale e una primaverile.

In inverno il pelo è lungo, morbido e folto, con una colorazione da bruno scuro a nerastro; grazie alla tonalità scura il pelo assorbe in larga misura i raggi solari, garantendo all'animale un'ulteriore fonte di calore. Le sole parti chiare sono la zona nasale, quella ventrale e lo specchio anale.
In questa stagione, nei maschi, la silhouette è caratterizzata dal cosiddetto "pennello": un ciuffo di peli nella regione prepuziale, molto evidente dopo il quinto anno di età ma già ben accennato verso i tre anni.
Molto sviluppata nel maschio, ma presente anche nella femmina, è la "barba dorsale": una fascia di lunghi peli scuri (6-7 cm in estate, ma possono raggiungere i 30 cm nel periodo degli accoppiamenti) che si sviluppa lungo la linea mediana e che risulta folta soprattutto a livello del garrese e della groppa. Essa viene rizzata dall'animale quando si trova in situazione di pericolo o vuole affermare la propria dominanza nei confronti di un rivale.

La muta primaverile inizia a marzo e dura oltre tre mesi.
Lo scuro manto invernale è allora sostituito da quello estivo, caratterizzato da peli più corti e ruvidi, con tonalità che vanno dal giallastro pallido al grigio rossastro.
Fanno contrasto, per il colore più scuro, gli arti e, sul muso, una mascherina tra l'occhio e il labbro superiore. In entrambi i sessi una sottile linea di peli scuri segue la linea mediana dorsale. Questo manto viene conservato fino a fine agosto, quando incomincia la muta autunnale che si protrarrà fino a dicembre.

Sono stati riscontrati casi di melanismo e di albinismo che comportano il mantenimento di un pelo rispettivamente quasi nero o quasi bianco per tutta la vita dell'animale.

Le corna, relativamente piccole e di un caratteristico nero ebano (o bruno scuro), sono permanenti (a differenza dei Cervidi, che le hanno caduche e sono più propriamente definite Palchi), comuni ai due sessi e presentano una tipica forma ad uncino, con sezione grossolanamente circolare. In media raggiungono una lunghezza di 20–25 cm.

Sono composte da due parti ben distinte: la cavicchia ossea e l'astuccio corneo. Le cavicchie ossee sono protuberanze in continuità con l'osso frontale e perpendicolari ad esso. L'astuccio corneo, composto da cheratina (sostanza ricca di zolfo e elemento costituente fondamentale per pelo, unghie, piume e, appunto, corna), le circonda completamente ed è il corno propriamente detto.

La crescita annuale avviene a fasi alterne: durante la primavera (marzo-aprile), si ha la produzione di tessuto corneo, che si deposita alla base dell'astuccio; in inverno il processo si arresta, per effetto della variazione di luce e la carenza di nutrimento. Si formano così dei solchi anulari, visibili sulla superficie esterna del rivestimento corneo: si tratta dei cosiddetti "anelli di crescita" (o "anelli di giunzione"), il cui conteggio permette una valutazione attendibile dell'età dell'animale.

Iniziano a crescere fin dalla nascita e risultano visibili già in tenera età.
L'accrescimento è maggiore nei primi tre anni di vita e minore negli anni successivi.
Generalmente la crescita delle corna nel capretto è di 6–7 cm, quella nel camoscio di 1 anno è di 6–10 cm e quella nel camoscio di due anni è di 3–6 cm. Nel maschio di tre anni la crescita scende a 1-1,5 cm, e in quello di quattro anni essa arriva soltanto a 0,5 cm. A 5 anni il corno si restringe alla base, attorno alla cavicchia, e la crescita si limita negli anni successivi a 1–3 mm.

Il peso del solo astuccio corneo raggiunge i 70 g, un'inezia, se confrontato con i 3-6 kg dello stambecco.

Lo sviluppo delle corna non presenta sostanziale differenza tra i sessi; tuttavia, quelle del maschio presentano generalmente un diametro maggiore a livello della base, un'uncinatura più marcata (angolo di curvatura pari in media a 24º, contro i 51º nella femmina), e sono meno distanti tra loro nel punto di inserzione. La sezione, più ellittica in un sesso e più circolare nell'altro, come anche l'apertura, che nelle femmine comincia più distalmente che nei maschi sono altre caratteristiche che differenziano le corna maschili da quelle femminili. Tali caratteristiche comunque non sempre consentono un'attribuzione certa del sesso.

Sulle corna dei camosci che abitano in zone boscate e ricche di conifere, specie se maschi, si trovano frequentemente tracce di resina, dovute all'attività di sfregamento ("horning") contro alberi di conifere, praticata soprattutto durante il periodo riproduttivo.

Come in tutti i Bovidi, anche nel camoscio sono assenti gli incisivi superiori, che sono sostituiti da un cercine semilunare della mucosa ispessita e indurita. Tra l'ultimo incisivo e il primo molare inferiore è presente un diastema (una zona vuota).

Gli 8 incisivi e i 12 premolari (6 per ciascuna mascella) costituiscono i 20 denti "da latte" che vengono tutti sostituiti in seguito. I 12 molari si sviluppano in un secondo tempo, e soltanto come denti definitivi.

Attraverso l'analisi della dentizione è possibile avere un'idea dell'età dell'animale. Nel capretto (individuo di età inferiore all'anno) sono presenti solamente incisivi da latte; lo yearling (individuo che ha superato l'anno di vita) dispone di due incisivi definitivi, che risultano più grossi e con un'inserzione più bassa sulla gengiva; i soggetti di due anni possiedono 4 incisivi definitivi; dopo i quattro anni di vita i denti da latte sono del tutto assenti.
Inoltre è un segno di età avanzata l'usura dentaria, che comporta la riduzione dell'altezza della corona degli incisivi e dell'altezza dei molari e dei premolari, con conseguente allargamento della superficie di masticazione ed appiattimento di quella triturante. La dentina, con il procedere del logorio, risulta sempre più visibile, essendo più scura dello smalto.

Il camoscio possiede ghiandole interdigitali, prepuziali e sovraoccipitali, le cui secrezioni sono probabilmente utilizzate nella comunicazione intraspecifica.
Le ghiandole sovraoccipitali (delle dimensioni di una noce), presenti in entrambi i sessi, sono particolarmente sviluppate nei maschi durante il periodo riproduttivo (iniziano a crescere da settembre): la loro secrezione viene usata per marcare il territorio, quando l'animale sfrega la testa e le corna contro arbusti e rocce.
Sembra che la sostanza fortemente odorosa rilasciata da queste ghiandole abbia anche la funzione di stimolare nelle femmine la predisposizione all'accoppiamento. Per tale motivo esse sono anche chiamate "ghiandole della fregola".

Il camoscio è dotato di una buona capacità olfattiva, ma anche di una buona vista proprio in relazione al suo biotopo, in gran parte aperto, che può determinare a volte una informazione olfattiva non molto affidabile, ad esempio a causa della variazione dei venti.

Il camoscio ha subìto adattamenti morfologici e fisiologici che gli hanno permesso di sopravvivere in ambienti dirupati e con forte innevamento.

Particolarmente adatto per la vita in montagna è lo zoccolo bidattilo (3º e 4º dito) con parti e durezza differenziate: il bordo esterno, duro ed affilato, permette di sfruttare i più piccoli appigli sulla roccia; i morbidi polpastrelli, aumentando l'attrito, evitano le cadute e le scivolate in discesa.
Le dita dello zoccolo sono divaricabili e munite di una membrana interdigitale che fornisce una più ampia superficie d'appoggio, consentendo agili spostamenti anche sulla neve.

Il cuore, piuttosto voluminoso, è dotato di spesse pareti muscolari che garantiscono il mantenimento di una frequenza cardiaca di duecento battiti al minuto ed un'elevata portata sanguigna; questo permette al camoscio di risalire lunghi e ripidi pendii senza sforzi eccessivi.
Un'ampia capacità polmonare e un elevato numero di globuli rossi (11-13 milioni per mm3) forniscono un'ottima ossigenazione del sangue anche in condizioni di alta quota, dove l'aria è più rarefatta.

I camosci possono raggiungere in teoria i 25 anni di età, ma in realtà pochi superano i 15-16 anni.

Dai 10 anni inizia la fase di "vecchiaia", il loro peso diminuirà costantemente fino alla loro morte. Il pelo perde il proprio colore diventando man mano sempre più grigiastro.
Da questa età in avanti inizia ad aumentare il tasso di mortalità, che cresce ulteriormente superati i 14-15 anni. Il fattore che più incide in tale crescita è l'usura dei denti: essa condiziona talmente la capacità di procurarsi il cibo che pochissimi individui sono in grado di superare i 21-22 anni.

È importante osservare che, analogamente agli esseri umani e ad altri mammiferi, le femmine hanno un'aspettativa di vita più elevata. Questo anche a causa del dispendio energetico causato nei maschi dal periodo degli amori.

I capretti (gli individui al di sotto di un anno di età) hanno un'aspettativa di vita del 50-70% in inverno e del 90% circa in estate.

Il camoscio viene descritto come un animale "gregario" da A. Kramer e W. Schröder, e il comportamento sociale, sempre secondo Kramer, sembra essere legato all'esistenza di gerarchie all'interno dei gruppi.

In realtà, essendo l'organizzazione sociale di una specie in stretta relazione con il comportamento degli individui che la compongono, questa definizione risulta essere valida soprattutto per le femmine. Queste ultime, infatti, vivono per la maggior parte dell'anno in gruppi di dimensioni mutevoli, regolati da diversi fattori: disponibilità alimentare, condizioni morfo-climatiche del territorio, struttura e densità della popolazione, comportamenti riproduttivi. Questi gruppi, oltre che dalle femmine, sono formati dai capretti e, talvolta, anche da qualche giovane di 2-3 anni.

Il tratto più evidente dell'organizzazione sociale dei camosci è la segregazione sessuale. Infatti, durante la maggior parte dell'anno, ad eccezione del periodo riproduttivo, gli adulti dei due sessi vivono, anche geograficamente, separati e questa tendenza si rafforza con l'età.

I maschi sub-adulti (3-5 anni) tendono a vivere isolati o aggregati in piccoli gruppetti (2 o 3 individui), sono molto mobili sul territorio e compiono spostamenti altitudinali di una certa importanza.
I maschi adulti tendono ad essere solitari e, durante l'anno, frequentano aree di 300-500 ha, solitamente a quote inferiori rispetto alle femmine.

In autunno, con l'avvicinarsi del periodo degli accoppiamenti, i maschi si avvicinano ai branchi delle femmine, scese a quote più basse.
Durante questo periodo, per poche settimane, marcano e difendono un proprio territorio di pochi ettari all'interno del quale tentano di trattenere le femmine mediante rituali di corteggiamento.

Il camoscio marca il proprio territorio fregando le corna contro gli arbusti, i ciuffi d'erba e le rocce in modo da depositare la sostanza odorosa prodotta dalle ghiandole "della fregola", situate proprio dietro il trofeo; allontana qualunque altro maschio adottando comportamenti di minaccia diretta e indiretta.
Quando un maschio maturo incontra un altro camoscio assume il caratteristico atteggiamento di "imposizione": il collo e la testa sono portati eretti, il pelo e la "barba dorsale" vengono drizzati, i movimenti sono solenni e, a tratti, viene scrollata la muscolatura.
Questo comportamento intimidatorio è di solito sufficiente ad allontanare un animale ancora giovane, ma se l'avversario ha un "grado gerarchico" simile si può assistere a lunghi inseguimenti a velocità sostenuta che possono anche terminare con un contatto violento tra i due animali.

Il periodo riproduttivo inizia solitamente a fine ottobre per concludersi nella seconda metà di dicembre; il culmine degli accoppiamenti si verifica a cavallo fra gli ultimi giorni di novembre e primi giorni di dicembre.

L'estro della femmina dura dalle 36 alle 72 ore e, se essa non è stata fecondata, si ripete dopo circa tre settimane.
Il periodo dell'estro si verifica una sola volta all'anno e modifica in modo rilevante il comportamento dell'animale. I camosci, come già detto, tendono ad essere più gregari e si possono osservare, in questa fase, branchi di 40-50 individui, che si raggruppano nelle aree dei pascoli alpini su versanti scoscesi.
Alla fine di dicembre, con il termine del calore, gli animali si separano progressivamente e riprendono le loro attività abituali.

La gestazione dura 160-170 giorni; il periodo delle nascite va quindi dal 15 maggio al 15 giugno. In generale la femmina di camoscio partorisce un solo capretto: i parti gemellari sono del tutto eccezionali.

Nei maschi la maturità sessuale viene raggiunta intorno al 18º mese di vita ma, per motivi di competitività, non si riproducono prima dei 4-5 anni di età.
Le femmine possono partorire già a 2 anni ma l'età del primo parto cade più frequentemente a 3 anni.

L'unico legame stabile in questa specie è quello che unisce le femmine al loro piccolo dell'anno (il "capretto"), determinando in questo modo la costituzione di una società aperta e matriarcale.
Questo rapporto esclusivo si instaura durante i primissimi giorni di vita del capretto: la madre, avvicinandosi il momento del parto, si allontana dal gruppo isolandosi in un luogo idoneo e appartato.
Dopo pochi giorni dai parti, che avvengono in sincronia, si formano gruppi costituiti dalle femmine e dai nuovi nati, che si localizzano in preferenza sui pascoli alpini.
Queste zone sono in grado di offrire le risorse alimentari necessarie al dispendio energetico dovuto alla lattazione e di garantire al capretto un migliore apporto nutritivo.
I pascoli alpini vengono scelti anche se, essendo zone aperte, espongono i giovani capretti al pericolo della predazione; le femmine confidano, infatti, nella presenza di un alto numero di individui che garantisce la sorveglianza collettiva dei piccoli.
Il piccolo rimane con la madre per tutto il primo anno di vita, fino al momento del parto successivo quando viene allontanato. Nel caso in cui invece la femmina non sia gravida, può capitare che questo legame si prolunghi di un anno. A tal fine, è consuetudine venatoria vietare l'abbattimento della femmina, se seguita dal piccolo dell'anno.

I resti fossili più antichi di camoscio sono stati rinvenuti sui Pirenei e risalgono a 250-150.000 anni fa (Glaciazione di Riss).

La massima diffusione della specie si ebbe tra gli 80.000 e i 12.000 anni fa (Glaciazione di Würm): in quest'epoca, spinto dall'incalzare dei ghiacciai, il camoscio si distribuì in quasi tutta l'Europa centrale e in parte di quella centromeridionale.

Le successive mutazioni climatiche ed ambientali privarono questo Ungulato (nelle zone meno elevate) dell'habitat idoneo alla sua sopravvivenza; conseguentemente il suo areale si ridusse e frammentò e incominciarono così a differenziarsi le diverse sottospecie.

Oggi il camoscio è presente nei sistemi montuosi del centro e del sud dell'Europa: Alpi francesi, Alpi italiane, Alpi svizzere, Alpi austriache, Alpi bavaresi, Liechtenstein, Catena del Giura e Slovenia. A seguito di reintroduzioni, la specie è presente anche nei Vosgi, nel Cantal e nella Foresta Nera. A nord raggiunge gli Alti Tatra.

Agli inizi del Novecento è stato introdotto in Nuova Zelanda.

In Italia è diffuso sui pendii montani delle Alpi con una popolazione che nel 1995 contava più di 100.000 unità e che è in espansione: 124.000 nel 2008, di cui 19.500 in Lombardia.
La maggiore presenza di individui è riscontrabile nelle province di Trento, Bolzano e Verona (Prealpi Veronesi) ed in Piemonte, nei cui territori risulta al momento concentrato il 62% dei camosci alpini italiani.
Il suo limite meridionale in Italia è nella Provincia di Imperia, ove vi è una popolazione stanziale. Dal 1994 si è insediato nel Carso triestino un piccolo gruppo di camosci probabilmente a seguito di una immissione illegale: questo evento ha spinto la Provincia di Trieste ad avviare uno studio per valutare la compatibilità della specie con l'ambiente locale.

In ossequio alla legge 157/92 dell'11 febbraio 1992 che regola l'attività venatoria, in Italia la specie è cacciabile esclusivamente nella modalità della caccia di selezione, all'interno dei comprensori alpini di caccia (non è contemplata la possibilità della caccia nelle zone non alpine, dato che non è l'habitat della specie), sulla base di piani di abbattimento predisposti dallo stesso Comprensorio Alpino, in collaborazione con la Provincia e la Regione, che emana appositi, rispettivamente, provvedimenti e leggi atti a regolare l'attività. Anche in Trentino e nella Provincia autonoma di Bolzano, in cui non vale la legge nazionale, vi è una legislazione simile. Inoltre a differenza delle altre specie, a cui si applica la caccia di selezione, vi è l'obbligo di accompagnamento del cacciatore da parte di un altro cacciatore abilitato, ovvero in sua mancanza di un agente venatorio (guardiacaccia) della Provincia.

Il camoscio alpino vive di solito a quote comprese tra gli 1.000 e i 2.800 m di altitudine, includendo quindi l'orizzonte montano, caratterizzato da boschi di conifere (larice, abete rosso, pino silvestre e abete bianco) e/o latifoglie (faggio, castagno, con ricco sottobosco) intervallati da pareti rocciose e scoscese, l'orizzonte subalpino (con larici sparsi e macchie localizzate di ontano, pino mugo e rododendro) e l'orizzonte alpino (pascoli e zone rocciose al limite della vegetazione).

Nei periodi in cui la copertura nevosa è assente (maggio-ottobre) l'habitat ottimale è costituito da ambienti con vegetazione aperta, le praterie alpine di alta quota (sopra i 2.000 m). In questo periodo è facile osservare i camosci ai limiti dei nevai, sui pendii erbosi in ombra, negli anfratti rocciosi e sugli sfasciumi esposti a Nord.

Nel periodo dei parti (maggio-giugno) le femmine gravide hanno però un comportamento differente rispetto ai conspecifici; mentre questi (maschi adulti, giovani immaturi e femmine non gravide) risalgono progressivamente in quota seguendo il ricaccio dell'erba, esse si spostano per il parto su pendii poco accessibili o addirittura su pareti a strapiombo.

Nei mesi estivi si possono incontrare camosci anche a quote molto elevate: Couturier riporta l'osservazione di un soggetto a ben 4.750 metri di quota, non lontano dalla vetta del Monte Bianco.

In inverno (novembre-marzo) il camoscio scende a quote inferiori e tende a preferire zone a vegetazione arborea rada (ad esempio boschi di larice) e con esposizioni ad alto irraggiamento solare (Est e Sud-Est), intervallati da versanti ripidi e rocciosi, dove si accumula poca neve. In queste aree riesce a nutrirsi e a spostarsi con minor dispendio di energie rispetto alle zone dove la coltre nevosa è più spessa.

J. Hamr seguendo alcune femmine nel Tirolo settentrionale ha rilevato la tendenza, da parte di alcuni branchi, a spostarsi in zone densamente forestate durante prolungati (2-5 giorni) periodi di pioggia, di forti venti (100 km/h) o in seguito all'attività di caccia attuata dall'uomo.

Secondo Von Elsner-Schack la scelta dell'habitat varia a seconda della stagione, e sono le disponibilità alimentari e la sicurezza di una via di fuga a determinare la scelta.
L'habitat ottimale estivo è rappresentato dalle praterie alpine, che offrono un'ampia varietà, altamente appetita, di specie vegetali a diverso grado di maturazione.
In inverno sono i ripidi pendii e le pareti rocciose ad essere preferiti, per lo scarso innevamento che lascia disponibile la vegetazione di suolo.
Di fondamentale importanza, in ogni caso, è la presenza di zone rocciose e accidentate, frammiste alle zone di pascolo e utilizzate come vie di fuga in caso di minaccia.
Proprio l'assenza di zone scoscese sarebbe il fattore limitante per l'utilizzo di pascoli di fondovalle (attorno agli 800–900 m) che altrimenti rientrerebbero nell'intervallo di tolleranza climatica di questa specie.

Secondo altri autori anche altri fattori ambientali, oltre la disponibilità di cibo e di vie di fuga, intervengono sulla scelta dell'habitat da parte del camoscio: l'esposizione dei versanti, l'inclinazione e le condizioni climatiche della zona in cui l'animale vive.
L'esposizione, secondo Knaus & Schröder risulta importante soprattutto nei mesi invernali.
Altrettanto può dirsi dell'inclinazione, anche se viene sottolineata da Couturier l'attitudine sempre rupicola della specie.
La presenza di versanti con un'inclinazione compresa tra i 30 ed i 45-50 gradi viene considerata un elemento favorevole per la sopravvivenza invernale della specie.

Controversa è, invece, la valutazione sull'importanza delle precipitazioni nevose e della permanenza della neve al suolo.
A differenza dello stambecco, il camoscio si sposta sulla neve con notevole disinvoltura, favorito dal particolare adattamento dello zoccolo. Tuttavia le aree meno innevate, o prive di neve, sarebbero nettamente preferite secondo alcuni autori e non secondo altri.

Il camoscio è un ruminante, ovvero presenta lo stomaco diviso in quattro cavità: rumine, reticolo, omaso ed abomaso.

La ricerca di cibo, comunque, svolge un ruolo fondamentale nelle abitudini del camoscio, condizionando la sua distribuzione e l'altitudine alla quale vivere con il succedersi delle stagioni.

Dalla sintesi bibliografica e dai dati ottenuti sperimentalmente da Dunant emerge che sono comprese nella dieta del camoscio alpino almeno 300 specie vegetali.
Da dicembre a marzo l'alimentazione è costituita in prevalenza (dal 56 al 93%) da erbe secche, rinvenute scavando con gli zoccoli nella neve, da licheni, aghi e germogli di resinose (come abete bianco, pino cembro, pino mugo).
In primavera, da aprile a maggio, vengono privilegiati germogli, erbe fresche e infiorescenze. Le specie selezionate appartengono soprattutto alla famiglia delle Graminacee (Agrostis rupestris, Festuca sp., Poa alpina, Poa laxa, Poa pratensis), e al gruppo delle Dicotiledoni erbacee (Bromus erectus, Colchicum autunnale, Plantago alpina, Trifolium alpinum, Trisetum flavescens) (100% del totale secondo Perle & Hamr).
L'estate, da giugno a settembre inoltrato, rappresenta il periodo di maggiore abbondanza vegetale e consente agli animali di selezionare minuziosamente le essenze preferite; compaiono nella dieta del camoscio, in buona percentuale (dal 25 al 38%), le piante erbacee (Lotus corniculatus, Medicago sativa, Trifolium alpinum) e i giovani germogli degli arbusti (Juniperus sp. e Rhododendron sp).
La quantità di vegetali ingerita può essere notevole tenuto conto che il contenuto ruminale di un grande maschio può pesare anche più di 10 kg.
In autunno, mesi di ottobre-novembre, si assiste al progressivo ritorno all'alimentazione invernale, con una dieta costituita per il 50-60% dalle Graminacee tardive (Festuca sp., Poa sp.), per circa il 20% da altri tipi di piante erbacee e per il restante 20-30% da arbusti come Juniperus sp., Rhododendron sp. e Vaccinium myrtillus. Ad ottobre inoltrato i depositi di grasso, accumulati da giugno, raggiungono i massimi livelli: serviranno come riserva energetica durante il periodo degli amori e per supplire alle carenze alimentari della stagione fredda.

Il fabbisogno idrico viene soddisfatto con l'acqua presente nei vegetali ingeriti o depositata su di essi sotto forma di rugiada. I sali minerali (Sodio, Calcio, Fosforo e Magnesio) vengono invece integrati leccando le rocce e le muffe.

Come per altri ruminanti selvatici, l'attività alimentare è più intensa all'alba e al tramonto. Nel corso della giornata si osservano da due a tre periodi di alimentazione, intervallati da lunghi periodi di ruminazione; in estate l'attività di alimentazione si protrae anche nelle ore notturne.



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