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martedì 8 settembre 2015

LE BERTE

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Le berte sono uccelli pelagici che passano la vita in mare aperto e tornano a terra solo durante la stagione riproduttiva, soprattutto d'estate. Hanno formidabile apertura alare (oltre un metro) e sono grandi veleggiatrici del mare, poiché percorrono grandi distanze scivolando quasi sull'acqua, alternando al volo planato battute lente e profonde delle ali.

Le berte si possono ascoltare poco prima del tramonto, quando formano grossi stormi vicino alla costa, e al buio, quando la colonia ritorna a terra, ai nidi tra le fessure delle rocce: il canto è struggente, si dice che siano le anime dei compagni di Diomede (l'eroe omerico prediletto da Atena) condannate a vagare in cerca del loro condottiero scomparso in battaglia.

Le berte, che mangiano piccoli pesci, gamberi, calamari senza disdegnare qualche tuffo per andarseli a prendere, nidificano in poche altre isole e coste del Mediterraneo e dell'Atlantico: Tremiti, Canarie, Azzorre, le isole di Capo Verde.

Il canto delle berte - più penetrante per il maschio, più rauco per le femmine - è il simbolo della bellezza e della fatica della natura. Nelle notti di luna gli uccelli indugiano ancora, come clochard insonni, spinti da chissà quale tormento a fare «petit matin». Ma le berte non sono nottambule, perché tornano a casa: e alle prime luci dell'alba, riprendono il mare. Proprio mentre i pescatori rientrano.

La berta minore atlantica è lunga dai trenta ai trentotto centimetri, pesa dai 370 grammi ad oltre il mezzo chilo e ha un'apertura alare che varia dai 76 agli 89 centimetri. Questo agile uccello marino possiede un piumaggio bicolore: nero nella parte superiore del corpo e bianco in quella inferiore. Il becco è sottile, uncinato e nero.

Le berte si nutrono esclusivamente di pesci che cacciano durante le ore diurne in mare aperto. Di solito volano basse per individuare grandi banchi e quindi si tuffano inseguendo la preda anche per alcuni metri sott'acqua, oppure galleggiano in attesa che la preda passi nelle vicinanze. Nelle colonie rimane passiva fino al calare del sole per evitare gli attacchi di gabbiani e altri uccelli marini più grandi.
I nidi sono piccole buche del terreno, ma talvolta le uova vengono deposte sotto le rocce. I genitori covano a turno l'unico uovo, curano il piccolo per più di due mesi e una settimana prima che inizi a volare lo abbandonano per migrare a sud.

Comune in tutto l'Oceano Atlantico. È un uccello migratore: passa l'estate, fino ad autunno inoltrato, nel nord Europa o nel New England, tra Islanda, Isole Canarie e Nordafrica. D'inverno migra a sud, soprattutto in Brasile, Argentina e Cile effettuando una migrazione di 20 000 chilometri. La migrazione viene svolta a tappe, l'animale non effettua un viaggio unico dall'oceano atlantico al sud America ma effettua almeno una tappa al fine di reintegrare le energie perse durante il volo e poter terminare la migrazione con successo. Non è raro incontrarla anche in Sudafrica e nei Caraibi. Le zone di maggiore presenza sono comunque le isole gallesi e scozzesi, e le Faeroer. In Italia nidifica nell'isola di Montecristo.

La berta minore atlantica predilige il mare aperto e le scogliere rocciose dove si ritrova con i suoi simili in migliaia di individui.

La berta maggiore è lunga circa 50 cm e raggiunge un peso di 700 g.
Ha ali strette, allungate, con una apertura alare di quasi un metro; coda corta e rotondeggiante. La testa è ricoperta da un piumaggio grigio chiaro, mentre il piumaggio del dorso è bruno e quello di collo e ventre bianco.
Il becco è giallo e le zampe rosate.

È un uccello marino e pelagico. Trascorre la maggior parte del tempo in mare aperto e ritorna sulla terraferma, generalmente su piccole isole, solo durante il periodo riproduttivo. È un agile nuotatrice mentre a terra ha un'andatura piuttosto goffa ed impacciata.

Gli individui, mentre si alimentano e quando tornano al nido, comunicano emettendo dei versi piuttosto striduli, simili al pianto di un bambino o al verso dei gatti in calore. I richiami delle femmine sono diversi da quelli dei maschi.

La berta si dedica alla ricerca del cibo in gruppi numerosi. Si tuffa in acqua da una decina di metri e cattura le prede sulla superficie o inseguendola sott’acqua. Si ciba di pesci, cefalopodi e crostacei.

La stagione riproduttiva inizia da marzo, quando gli individui si ritrovano nella colonia e formano nuove coppie oppure rinsaldano l'unione di quelle vecchie. Verso la fine di aprile viene deposto un unico uovo per coppia, che i genitori coveranno a turno. La schiusa avviene per fine giugno-luglio e l'alimentazione dei piccoli viene effettuata da entrambi i genitori mediante complessi meccanismi comportamentali, ancora non completamente descritti. Nel mese di ottobre avviene l'involo dei giovani, che non saranno sessualmente maturi fino al quinto anno di età.
Si riunisce in colonie che nidificano nelle fessure delle rocce.
La femmina depone un unico uovo e lo cova per circa 2 mesi.
Il piumaggio del pulcino alla nascita è blu-grigiastro.

Compie migrazioni stagionali dall’emisfero settentrionale, dove è solita riprodursi, a quello meridionale.

La berta maggiore è distribuita in un areale abbastanza vasto, dall'America meridionale, Africa, Europa del sud, e Medio oriente. La maggior parte di siti di nidificazione si trova sulle coste delle isole del Mediterraneo, sebbene siano presenti colonie anche in alcune isole dell'oceano Atlantico quali le Canarie, le Berlengas e le Azzorre. Le popolazioni atlantiche nel periodo invernale migrano sovente verso le coste del Sud America e dell'Africa australe.

In Italia nidifica principalmente nelle isole, colonie di piccole dimensioni si possono trovare anche sulle coste. La colonia più grande italiana si trova a Linosa, con circa 10000 coppie stimate.


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venerdì 1 maggio 2015

LA PIPA

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La pipa ha origini antichissime e risultano diverse da quelle del tabacco le cui origini risalgono invece all'epoca precolombiana. Ne consegue che la pipa in origine non veniva usata per il tabacco ma solo come attrezzo per il fumo, come testimoniano gli scritti pervenutici  di Erodoto, Plinio il Vecchio e Plutarco fino ad arrivare ai Greci e ai Romani tra cui era tradizione aspirare con le narici tramite dei "cannelli" il fumo di alcune erbe. Il fumo di canapa risale ad una tradizione ancora più antica diffusasi dall'India all'Asia e successivamente ai popoli Africani. Alcuni oggetti simili a delle moderne pipe per la forma sono state rinvenute in scavi archeologici in Svizzera, in Francia e in Italia. Vi è inoltre un affresco a Ercolano in cui delle donne sono ritratte mentre fumano la pipa. Strumenti ancora più antichi simili nell'aspetto a delle pipe sono stati rinvenuti in tombe faraoniche risalenti al 2000 a.C. circa. Il progenitore della pipa è il modo in cui alcune popolazioni dell'India inalavano il fumo: essi scavavano un buco nel terreno dove venivano poste delle erbe e fatte bruciare, il tutto veniva poi ricoperto con un cono di terra e attraverso un foro dove veniva introdotta una canna cava si aspirava il fumo. Con la scoperta delle Americhe nel 1492 in Europa si diffonde il tabacco e i riti ad esso connessi come il sigaro e la sigaretta, affiancate dall'uso di pipe che nel nuovo mondo erano diffuse presso i Maya e gli Aztechi. Gli strumenti usati da queste popolazioni erano però privi di fornello e consistevano in semplici cannelli mediante i quali veniva aspirato il fumo. Le prime pipe come le intendiamo noi oggi sono quelle diffuse tra le tribù indiane del Nord America. Le pipe erano essenziali in tutti gli aspetti della vita di queste popolazioni. Erano costituite da una testa in pietra a forma di T rovesciata e da un lungo bocchino in legno, canna o pietra. le più conosciute pipe indiane sono i "calumet della pace" usati dalle tribù Sioux. Il fornello di queste pipe era minuziosamente scolpito mentre il bocchino di canna nera colorato era ornato di penne d'aquila, crini e strisce di pelle con significato simbolico in relazione all'uso che ne veniva fatto. Queste pipe erano molto lunghe: misuravano un metro e oltre. In ogni caso gli europei impararono a fumare la pipa dalle popolazioni del sud-est degli Stati Uniti dove sono state rinvenute pipe dal bocchino curvo e dal fornello in terracotta.

La pipa compare in Europa, con il tabacco nei primi anni dei '500. Sono pipe in terracotta; piccole, semplici, ma già funzionali. Il loro basso costo, la facilità di fabbricazione, l'estetica sempre accattivante, invogliavano a farne uso, anche se la durata era piuttosto limitata a causa della fragilità del materiale. Questo inconveniente ha fatto sì che siano ormai rarissime quelle sicuramente antiche. Tutte pipe piccole, agli inizi, perché il tabacco è raro e costoso. Le si vedono nella bocca di marinai spagnoli e portoghesi, successivamente in quella degli inglesi ed è proprio in Inghilterra che la pipa ha la sua prima affermazione (Sir Walter Raleigh la introduce persino alla corte britannica).

Il suo uso è osteggiato in vari paesi, ma la guerra dei Trent'anni diffonde la pipe in tutta Europa.
Artigiani inglesi esportano nei Paesi Bassi la produzione delle pipe di terracotta e gli olandesi diventeranno presto i più grandi produttori di "pipe di gesso" (in realtà di argilla bianca) che ancora oggi si usano e che hanno la loro capitale, con relativo museo, a Gouda.
Altri centri attrezzati per questa produzione erano in Francia, Belgio, Nord e Sud Italia e Spagna.
Addirittura imponente la produzione della Gambier di Parigi che dal 1850 al 1926 ha sfornato qualcosa come 1.940.400.000 pipe. Ma questo fu un caso unico di "industrializzazione" applicata a questa tipologia di pipa.
Dopo la nascita di questo prodotto "terra-terra", a seguito della richiesta di fumatori più pretenziosi ed esigenti, si studiarono pipe fabbricate nei più svariati materiali, sempre più nuovi, resistenti, pregiati. Metalli come bronzo, ottone, argento, avorio; legni come bosso, palissandro, ulivo, betulla, olmo, quercia, ciliegio.

Anche le forme del fornello e del bocchino subirono parecchie trasformazioni alla ricerca continua della migliore funzionalità prima di arrivare alle forme attuali.
Accanto alle pipe di argilla (che, secondo la terra usata e i sistemi di cottura, possono essere bianche, rosse o anche nere) hanno un loro spazio le pipe di legno, genere in cui diventeranno famose quelle tedesche di Ulm.
Tedesche e austriache sono le pipe di porcellana che compaiono verso la fine del '600. Sono grosse, vistosamente dipinte, con un coperchio di metallo, spesso legate a un'appartenenza militare; hanno ancora oggi una certa diffusione nei due paesi, soprattutto a fini decorativi.
In varie città europee si aprono locali per fumare in pace e in compagnia; Federico I di Prussia fonda addirittura un'Accademia di pipatori.

Nel '700 la pipa deve fare i conti con il propagarsi, specie nelle classi più elevate, della voga del fiuto che dà origine alla produzione di oggetti spesso di pregio artistico (si pensi alle tabacchiere) e a un vero e proprio rito sociale. La pipa, a sua volta, si impreziosisce e si differenzia nelle forme e nella materia prima: metalli più o meno nobili e persino vetro (ricercata specialità, questa, di Bristol e di Venezia).
Ma è l'uso di una nuova materia, la schiuma; a segnare un'ulteriore epoca di trionfi.

Si deve arrivare verso il 1700 per vedere prodotte le prime pipe in "schiuma di mare", ancor oggi considerate assai pregiate e ricercate nella loro pur sempre limitata produzione, sia nelle forme classiche che in quelle scolpite nelle forme più fantasiose, a volte di dimensioni eccezionali. Questo minerale è chimicamente denominato "silicato di magnesio" e, almeno nella specie più pregiata, si trova solo in Anatolia (Turchia) nel sottosuolo argilloso. La schiuma ebbe il suo periodo di maggior splendore dal 1800 al 1900; le migliori erano fabbricate a Vienna. Di pipe in questo materiale ne vengono tuttora prodotte soprattutto in Turchia.

Verso il 1850-60, con l'impiego di un nuovo legno durissimo e dalla venatura particolare, la Radica ( Erica Arborea un arbusto che cresce solo sulle sponde del Mediterraneo) la pipa venne prodotta industrialmente con torni e macchine all'uopo fabbricate. I primi furono i francesi a Saint-Claude nel Jura; poi subito gli italiani. Si era attorno al 1900. Un primato mai superato nel mondo.
Di pipe in radica se ne producono oggi in vari stati d'Europa, ma l'ltalia vanta il primato delle cosiddette "pipe fatte a mano" prodotte da validi ed insuperabili artigiani.
Molto conosciute sono anche le classiche pipe inglesi richieste dai più snob, le tradizionali pipe francesi e le avveniristiche danesi.

Collezionisti di pipe esistono in tutte le parti del mondo: già nel 1910 un membro della famiglia Imperiale russa dei Romanoff collezionava pipe rare, e si dice ne possedesse addirittura 27.000. Attualmente questa passione si è diffusa e in certi casi è diventata addirittura maniacale; solo in America si contano collezionisti a migliaia. In Italia collezionare vecchie pipe è di attualità.
Le più importanti case d'aste hanno già battuto pipe pregevoli, e non sono pochi gli antiquari che hanno riservato nelle loro botteghe un angolo per i collezionisti di oggetti da fumo, con in bella mostra tabacchiere in argento, oro, avorio, smalti, armadietti o mobiletti per la custodia delle pipe, bocchini fumasigari e naturalmente pipe di tutte le epoche e provenienze.



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IL FAGIOLO DI BREBBIA

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Il fagiolo dell'occhio appartiene alla specie Vigna Sinensis del genere Phaseolus delle Leguminose Papilionate, ed è l'unico fagiolo autoctono del Vecchio Mondo, essendo originario dell'Africa e dell'Asia.

Consumato fin dall'antichità, quando era chiamato Phaseolus, deve il nome attuale (fagiolo dell' occhio) a una macchiolina rotonda e scura presente al centro della concavità del legume.

La verde campagna di Brebbia, è sempre stata terra feconda e generosa per i suoi abitanti. Le sue dolci colline e l'ampia pianura ben si prestavano ai lavori agresti: era dal lavoro della terra e dai suoi frutti che essi traevano di che vivere e sostenersi. Delle varie coltivazioni che si effettuavano, primeggiava su tutte, sia per qualità che per quantità, quella del "Fagiolo". Ecco perchè seguendo una tradizione che voleva per gli abitanti di ogni paese un particolare appellativo, fu facile chiamare i brebbiesi "Fagioli" o per meglio dire "Fasòeu".

La coltivazione di questo prezioso legume era conosciuta nella zona già a partire dal I° secolo d.c. . Si racconta, infatti, che attorno all'anno 43 il console romano a Milano, in visita alle legioni disposte lungo le sponde del Verbano, sostò a Brebbia mentre erano in corso i Quinquatrus maiores. Questi erano festeggiamenti popolari in onore della dea Minerva, al termine dei quali veniva immolato su un'ara un agnello (tale altare pagano, dedicato alla dea Minerva, è visibile in parte ancora oggi poiché è incastonato sul portale laterale della chiesa di S. Pietro e Paolo). Il console fece dono alla guarnigione locale di 10 giare contenenti semi del fagiolino dell'occhio.

Nel corso dei secoli, il fagiolo fu adottato anche nei monasteri, dove il precetto di non mangiare carne in certi periodi dell'anno costringeva a sostituirla con cibi che potessero supplire alle carenze proteiche. Divennero perciò simboli di Mortificazione, di Umiltà e di Castità.

Invece al popolo ispiravano ben altri simboli. Grazie alle loro proprietà nutritive e al gusto sapido e corposo, furono considerati afrodisiaci oltre che adatti alla cosmesi femminile. Credenze testimoniate ancora nell'epoca Rinascimentale da Mattioli e da Durante.

Con la venuta del fagiolo importato dalle americhe, infine, il fagiolino dell'occhio fu messo in disparte, in quanto la sua coltivazione era ritenuta meno redditizia, in termini quantitativi, rispetto ai fagioli americani.

Ricchi di fibre, proteine e gusto, i fagioli hanno avuto alterne vicende nella storia della gastronomia. Grazie alle loro proprietà nutritive e al gusto sapido e corposo, furono considerati afrodisiaci oltre che adatti alla cosmesi femminile. Con le invasioni barbariche cominciò una contrapposizione, destinata a durare a lungo, tra la carne, alimento nobile e costoso destinato alle mense dei ricchi, e i fagioli, umile e semplice cibo dei contadini, ignorato o disprezzato dall’alta gastronomia, ma considerato la “carne dei poveri” per il suo enorme valore nutritivo. Allora era solo un’intuizione nata dall’esperienza, oggi sappiamo che ben il 24% del contenuto di un fagiolo secco è formato da proteine e il 48% da glucidi. Ma le sue qualità dietetiche non si fermano qui: rispetto alla carne contiene un minor numero di grassi e una maggiore quantità di lecitina, una sostanza capace di sciogliere i grassi che si accumulano nel sangue.

In base ad una ricerca effettuata sulle famiglie del Comune di Brebbia e ad approfondimenti di carattere storico-popolare sull’agricoltura locale, la denominazione di “Fagiolo di Brebbia” è riservata alla tipologia del Fagiolo dell’occhio, ottenuto in conformità di queste specifiche e soltanto nel territorio comunale di Brebbia e dei comuni limitrofi, in un raggio massimo di 5 km. Con la denominazione “Fagiolo di Brebbia”, o la sua variante dialettale “Fasòeu dè Brebièe”, s’intende un prodotto tipico locale ottenuto secondo le regole a seguire del disciplinare.
Secondo le tradizioni tramandate dalle vecchie generazioni e sulla scorta delle esperienze maturate nella coltivazione degli impianti “pilota” realizzati nel territorio del Comune di Brebbia, le cui tecniche di coltivazioni conservano intatte le tecniche produttive originali, si è proceduto a definire le seguenti raccomandazioni che devono essere rispettate per la coltivazione del Fagiolo di Brebbia:

a) Zone di coltivazione : terreni pianeggianti, o alle prime pendici delle colline del paese, fertili e di medio impasto;

b) Preparazione del letto di semina: Il terreno per la semina dei fagioli va preparato con un’aratura meccanica alla profondità di circa 30-40 cm, una concimazione presemina a base di letame e una fresatura (meccanica) per interrare i concimi e sminuzzare lo strato di terreno interessato dall’apparato radicale della specie.

c) Epoca di semina: Il fagiolo con l’occhio nero va seminato dalla seconda decade di maggio fino alla fine dello stesso mese. Questo ecotipo di fagiolo è sensibile ai forti calori estivi (che possono incidere negativamente sull’allegagione e formazione dei baccelli), alle piogge prolungate, al vento e alle basse temperature.

d) Il seme, in mancanza di prodotto selezionato e certificato dal Comitato di tutela, deve essere raccolto nella campagna precedente dalle piante più produttive e con baccelli uniformi che non hanno manifestato sull’intera pianta sintomi di malattie contagiose (virosi ecc.) durante il ciclo vegetativo; deve, inoltre, essere selezionato con controlli visivi: i semi devono essere perfetti e non presentare danni da parassiti.

e) La scelta della distanza di semina del fagiolo dell’occhio nero, in riferimento alle caratteristiche della specie (molto vigorosa), va effettuata in modo da far vegetare e produrre la pianta nelle migliori condizioni d’esposizione ai raggi del sole e far circolare l’aria all’interno della massa fogliare. Le distanze di semina più indicate per il fagiolo dell’occhio nero, in riferimento ai suddetti obiettivi, sono: cm 20 -30 sulla fila e cm 100-150 tra le file. In particolare si consiglia di deporre gruppi di 5 semi alla distanza prescelta sulla singola fila e ricoprirli con uno strato di circa 2-3 cm di terreno.

f) Sarchiatura: la prima sarchiatura va eseguita dopo qualche settimana dalla semina, quando le piantine hanno raggiunto un’altezza di circa 20 cm; la seconda e la terza quando le erbe infestanti o il terreno (compattato dalle irrigazioni o dalle piogge) ostacolano l’attività vegetativa e produttiva della specie in oggetto. Le operazioni di sarchiatura possono essere eseguite manualmente sulle file e con motozappa tra le file.

g) Strutture di sostegno: la pianta di fagiolo dell’occhio è un rampicante molto vigoroso che per poter vegetare e fruttificare nelle migliori condizioni deve essere affidato fin dalla nascita ad una struttura di sostegno (piante di mais, canne, frasche, rete di plastica con pali tutori ecc.) per alzare gli apici vegetativi dal terreno. Alla luce delle attuali conoscenze la struttura di sostegno più economica e di più semplice montaggio è la rete di plastica con pali tutori (di legno, di resina , di ferro trattato ecc.), anche se la coltura più tradizionale vede la convivenza simbiotica del fagiolo con le piante di mais, che fungono da tutori.

h) Irrigazione: Il Fagiolo di Brebbia è molto esigente di acqua e ai primi sintomi di carenza idrica bisogna irrigare per non compromettere la produzione. I turni d’irrigazione, in riferimento a quanto detto, si devono ripetere con una cadenza media di 15 giorni nel primo periodo ed alla comparsa di sintomi di stress idrico nell’ultimo periodo.

i) Nel corso della vita produttiva della piantagione è consentito l’uso esclusivo di concimi naturali, in particolar modo di letame.

j) La raccolta avviene a mano.

Art. 3 (Caratteristiche del prodotto finito) - Eseguita la raccolta a mano, i baccelli, essiccati al sole, vengono sgranati: il Fagiolo di Brebbia è dunque pronto per essere consumato o conservato per l’inverno. Il confezionamento avviene con l’ausilio di un sacchetto (di plastica o, preferibilmente, di stoffa) sul quale viene applicato il logo identificativo del prodotto.
La produzione del Fagiolo di Brebbia avviene sotto il controllo del Comitato della Denominazione Comunale istituito dal Comune di Brebbia.




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IL SUB

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Il desiderio di andare sott'acqua è probabilmente sempre esistito: per cercare cibo, scoprire manufatti, riparare navi (o affondarle) e forse solo per osservare la vita del mare. Tuttavia, finché gli esseri umani non trovarono un sistema per respirare sott'acqua, le immersioni sono state necessariamente brevi e convulse.

Nel XVI secolo si iniziò ad utilizzare campane subacquee rifornite d'aria dalla superficie, il primo vero sistema per rimanere sott'acqua per un tempo illimitato. Due delle principali strade di investigazione, una scientifica e una tecnologica, accelerarono notevolmente l'esplorazione subacquea. La ricerca scientifica fu portata avanti dal lavoro di Paul Bert e Scott Haldane, provenienti rispettivamente dalla Francia e dalla Scozia. Allo stesso tempo i progressi tecnologici - pompe ad aria, scrubber, erogatori, ecc. - hanno reso possibile la permanenza dell'uomo sottacqua per lunghi periodi di tempo.

A partire dagli anni settanta si sviluppò, a fianco del crescente fenomeno del turismo internazionale, un turismo della subacquea mirato alla semplice "visita" dell'ambiente sottomarino. Oggigiorno i subacquei grazie alle nuove attrezzature, sempre più leggere, tecnologiche e confortevoli, sono autonomi dalla superficie e possono spostarsi nuotando quasi senza fatica, ma durante le immersioni può anche accadere di muoversi sfruttando un veicolo a propulsione, secondo le esigenze, o semplicemente sfruttando le correnti marine.

Per legge, ma soprattutto per sicurezza, il subacqueo è sempre tenuto a segnalare la propria presenza mediante la bandiera segna sub e deve mantenersi entro 50 metri da essa. Le barche naturalmente devono invece transitare ad almeno 100 metri. La bandierina può essere posizionata sopra una barca o su una boa.

Elemento fondamentale e caratterizzante della boa segna sub è la bandiera segna sub, che costituisce il vero e proprio segnale. Il corpo galleggiante della boa fa da supporto per la bandierina, è colorato in modo da essere facilmente visibile in mare (300 metri) ed è tipicamente dotato di una sagola di lunghezza compresa tra i 20 e i 50 metri. All'altro capo della cimetta tipicamente c'è un avvolgi sagola o un rocchetto.

A seconda delle varie necessità esistono diversi tipi di boa segnasub.

Il pallone segnasub è un pallone gonfiabile dalla forma più o meno sferica che sulla sommità sorregge la bandierina. Si tratta della classica boa segnasub che viene trainata dal subacqueo per tutta la durata dell'attività in acqua.

Per mantenere meglio la posizione eretta a volte è dotata nella parte inferiore anche di una piccola zavorra o di una seconda camera che può essere riempita d'acqua.

La boa torpedo è usata come il pallone segnasub, si differenzia da quest'ultimo solo per la forma allungata a siluro.

Riducendo lo sforzo necessario per il traino ne dovrebbe rendere più comodo l'utilizzo.

L'atollo o plancetta è un tipo di boa usato in special modo dagli apneisti.

Essendo di forma piatta, dispone di un'ampia superficie per appoggiare o fissare attrezzatura e pescato. Realizzato in materiale galleggiante rigido, non rischia di bucarsi.

La boa di decompressione o cazzillo si differenzia dalle precedenti perché anziché essere trainata per tutta l'immersione, viene gonfiata sott'acqua dal subacqueo subito prima della risalita.

È utilizzata quando, a causa di correnti o scarsa visibilità, il sub non è in grado di risalire nei pressi della barca dalla quale si è immerso. Per evitare il rischio di emergere senza aver opportunamente segnalato la propria presenza, il sub prima della risalita srotola la boa d'emergenza e la invia in superficie gonfiandola con un erogatore. In questo modo permette anche alla barca di supporto di individuarlo e di raggiungerlo.

Questo tipo di boa, complici anche i produttori, è chiamata in molti modi diversi: boa di decompressione perché può essere utilizzata per facilitare il mantenimento di una certa quota durante le soste di risalita, boa d'emergenza perché in condizioni normali in teoria non ci sarebbe ragione di usarla, cazzillo per via della forma allungata, DSMB (dall'inglese Delayed Surface Marker Buoy) perché si tratta di una boa segnasub che non viene utilizzata subito. È chiamata spesso anche pedagno anche se impropriamente visto che un pedagno è una boa dotata di corpo morto che serve per marcare un determinato punto.

Ci sono diversi sistemi per garantire un facile gonfiaggio della boa di decompressione e allo stesso tempo evitare si sgonfi non appena giunta in superficie. Può esserci una valvola di gonfiaggio e una di sovrapressione (il sistema più affidabile) oppure l'estremità inferiore è aperta (libera o autosigillante) e zavorrata.

Queste boe, in base al colore o grazie ad una lavagnetta, possono anche veicolare un messaggio verso superficie. Ad esempio presso certe didattiche la boa arancione sta a significare una decompressione regolare, mentre quella gialla indica un'emergenza e una richiesta di assistenza. È bene notare però che non si tratta di segnali riconosciuti internazionalmente e per questo possono essere usati solo con persone con le quali ci si è preventivamente accordati.

L'unico rischio nell'utilizzo delle boe segnasub risiede nella possibilità di un accidentale trascinamento in superficie del subacqueo con tutti i problemi legati ad una risalita troppo rapida o ad un salto di tappa decompressiva.

In particolare questo si può verificare nel caso in cui:

la boa venga travolta da una barca: il rocchetto dev'essere sganciabile rapidamente
qualcuno tiri la boa con forza (capita più spesso di quanto si può pensare: bambini, curiosi, Capitaneria di Porto che vuole parlare con il sub, ecc): il rocchetto dev'essere sganciabile rapidamente
Nel caso di una boa decompressiva questo problema è molto più concreto e si può presentare anche nel caso in cui:

il rocchetto si inceppi durante lo svolgimento del cavo: non fissare il rocchetto o fissarlo in maniera che sia rapidamente sganciabile o utilizzare un semplice avvolgi sagola zavorrato
la boa o il cavo si impiglino nell'attrezzatura durante il gonfiaggio: prestare attenzione e non svolgere il cavo in anticipo
Prudenzialmente inoltre con le boe decompressive sarebbe sempre meglio effettuare il gonfiaggio utilizzando l'erogatore di riserva in modo da non doversi privare temporaneamente della fonte d'aria.

Nello svolgimento dell'attività subacquea ci si avvale dell'uso di alcune attrezzature: nell'immersione con bombole, possiamo iniziare l'elenco con le "mute subacquee". Le mute subacquee sono un abbigliamento in grado di mantenere caldo il corpo durante l'immersione, e si dividono principalmente in tre tipologie: mute umide, mute semistagne e mute stagne. Le prime permettono all'acqua di entrare, seppur in minima quantità, e quindi creano un velo d'acqua tra il corpo del sub e la muta. Quando questo sottile strato si riscalda, produce una sorta di effetto isolante, ottimo per ambienti con acqua calda ma insufficiente negli altri casi. Le mute del secondo tipo sono molto aderenti al corpo, e di spessore maggiore. Tendono a far inumidire solo braccia e gambe isolando il busto del subacqueo: nascono infatti per ambienti con acqua abbastanza fredda. La terza tipologia di mute, quelle stagne, isolano completamente il sub dall'acqua, lasciando che si bagnino solamente mani e testa; sono quindi particolarmente adatte ad ambienti con acque molto fredde o a permanenze prolungate in acqua.

La seconda attrezzatura fondamentale è l'erogatore, che viene montato sulla bombola e fornisce aria a "chiamata", cioè quando con la bocca si inspira. Tale erogatore fornisce sempre 1 atmosfera in più rispetto alla pressione ambientale esterna; ciò, per riprodurre la situazione che si ha a quota 0, cioè a livello del mare. Per sicurezza, si scende in acqua sempre con 2 erogatori completamente separati, solo alcune didattiche preferiscono usare il sistema "Octopus" cioè collegare 2 secondi stadi al primo stadio.

La terza attrezzatura utilizzata è il giubbotto ad assetto variabile (GAV), chiamato anche Jacket, che ha lo scopo di sostenere la bombola e modificare l'assetto. Questo si ottiene immettendo o togliendo aria dal GAV, grazie a un comando collegato al primo stadio. La bombola a cui accennavamo prima è preposta a contenere la riserva d'aria per il subacqueo; solitamente viene caricata fino a 200-230 bar, anche se in commercio possiamo trovare bombole fino a 300 bar.

Per calcolare le pause di decompressione sono necessari un profondimetro, un orologio e le apposite tabelle; ultimamente, però, tutto questo è stato sostituito da un computer subacqueo, che fornisce vari parametri (come la profondità massima raggiunta e la profondità attuale) e calcola automaticamente le tappe di decompressione necessarie.

Ultime attrezzature, ma non per questo meno importanti, sono la cintura della zavorra e le pinne: la prima serve per annullare la spinta positiva data dal nostro corpo e dalla muta immersi in acqua, e le seconde servono come mezzo di propulsione.

In particolare sono di comune utilizzo alcune attrezzature mirate a risolvere alcuni problemi particolari che si possono verificare durante l'immersione del corpo in acqua.

Il primo ed ovvio problema a cui il sommozzatore va incontro è il bisogno di respirare, non avendo come le diverse specie acquatiche appositi organi idonei all'immersione. Per risolvere questo problema si è ricorsi all'uso di bombole contenenti tipicamente aria compressa. È possibile usare anche altre miscele gassose studiate per risolvere alcuni fenomeni che si verificano respirando aria compressa (tossicità dell'ossigeno, narcosi da azoto, aumento delle microbolle di gas inerte nel sangue).

La respirazione subacquea avviene quindi tramite un autorespiratore ad aria o ad ossigeno, a seconda del tipo di immersione praticata. La differenza principale tra i due tipi di autorespiratori è nel circuito di filtraggio del gas e nella metodologia di immersione.

Nell'immersione con autorespiratore ad aria la respirazione attraverso l'erogatore avviene eseguendo la normale manovra di respirazione, come se non si fosse in immersione: l'aria inspirata dall'erogatore proviene dalla bombola e quella espirata, sempre attraverso l'erogatore, viene espulsa all'esterno.

L'autorespiratore ad aria fornisce aria alla stessa pressione dell'ambiente circostante. In immersione la pressione aumenta di 1 atmosfera ogni 10 metri di profondità, ai quali dobbiamo sommare l'atmosfera presente al livello del mare.

L'azoto presente nell'aria (78%) viene spinto dalla pressione nei tessuti corporei saturandoli. Questo genera la necessità di gestire la risalita, mediante soste a date profondità, dipendenti dal profilo d'immersione, evitando che l'azoto accumulato si liberi di nuovo allo stato gassoso in maniera repentina, formando bolle che potrebbero causare emboli e generare patologia da decompressione. È necessario prestare massima attenzione alla qualità dell'aria con la quale si caricano le bombole, infatti, i compressori usati per la ricarica sono lubrificati ad olio, pertanto sono provvisti di sistema di filtraggio che, quando inefficiente, lascia passare nelle bombole una certa quantità d'olio. Respirare una miscela di aria ed olio causa gravi danni alla salute.

Nell'immersione con autorespiratore ad ossigeno la respirazione avviene invece attraverso un sistema ciclico e chiuso: non viene espulso gas in quanto questo viene trattato tramite filtri per eliminare l'anidride carbonica e reintrodotto nel circuito. Questo tipo di autorespiratore è formato essenzialmente da erogatore, sacco polmone per contenere l'aria espulsa, bombola; quest'ultima solitamente contenente una miscela arricchita di ossigeno al posto di aria, fino ad avere ossigeno al 100%. L'ossigeno consumato durante la respirazione viene reintrodotto nel circuito nel sacco polmone che contiene i gas espirati.

È da considerare che, usando l'ossigeno come gas, la profondità è limitata a 6 metri per i subacquei sportivi ed a 10 mt per i militari, in quanto a queste profondità l'ossigeno diventa nocivo per l'organismo. Le tecniche per la pratica del filtraggio sono relativamente complesse e difficili da gestire se non si ha una certa pratica.

Il problema della visione subacquea viene risolto con l'uso di una maschera subacquea (costruita fondamentalmente in gomma o silicone e vetro) o da un elmo da immersione, anche se a causa del fenomeno della rifrazione gli oggetti appaiono il 25% più vicini e il 33% più grandi. Occasionalmente i reparti militari specializzati in queste attività (uomini rana) utilizzano speciali lenti a contatto allo scopo di evitare il riflesso del cristallo della maschera da parte di una torcia o faro nemico.

Oltre alla respirazione, sott'acqua è impossibile anche la comunicazione verbale, essendo immersi in un liquido. Per questo motivo è stato ideato un sistema di segnalazione subacquea composto da gesti più o meno standard, in modo da poter comunicare coi compagni durante l'immersione. Esistono anche maschere granfacciali (coprono tutto il viso e lasciano la bocca libera dall'erogatore) in cui si può parlare; essendo provviste di un sistema di comunicazione acustico, permettono ai subacquei di comunicare tra loro.

L'acqua conduce il calore dal subacqueo 25 volte più dell'aria. Tranne che in acque molto calde, il subacqueo ha bisogno dell'isolamento termico che gli viene fornito da una muta subacquea. Le mute ad oggi utilizzate possono essere definite in tre tipologie: mute umide, stagne o semistagne; scelte in conseguenza della temperatura delle acque.
Le mute aiutano anche ad evitare che la pelle del subacqueo sia ferita da oggetti sottomarini ruvidi o appuntiti, da animali marini, coralli o rocce.

La malattia da decompressione è una patologia del subacqueo dovuta alla variabile di tempo di permanenza e di profondità raggiunta e conseguente relativo accumulo nei tessuti del suo organismo, dei gas inerti (azoto, ed eventualmente, in relazione alla composizione della miscela respirata, elio ed idrogeno), senza aver effettuato alla fine dell'immersione delle soste di decompressione, per la relativa necessaria desaturazionene degli inerti in eccesso nel caso esso abbia superato i limiti di non decompressione.

Il subacqueo necessita di potersi muovere sott'acqua. La mobilità personale è agevolata da pinne che vengono calzate ai piedi e da una corretta gestione del proprio assetto. Altri equipaggiamenti per aumentare la mobilità subacquea comprendono veicoli di propulsione subacquea, campane subacquee e maialini. La NASA (l'agenzia spaziale americana) utilizza l'immersione subacquea per addestrare gli astronauti a muoversi nello spazio, poiché è il metodo più conveniente e verosimile alle condizioni di assenza di gravità riscontrabile sulla terra.

Esistono tecniche specifiche per affrontare immersioni prolungate o profonde:

immersioni tecniche - Immersioni che prevedono l'utilizzo di miscele ipossiche per gestire la tossicità dell'ossigeno in profondità, combinate con gas inerti (tipicamente elio) per limitare la narcosi d'azoto e iperossigenate per ottimizzare la decompressione; sono caratterizzate, quindi, da profondità e tempi che valicano i confini della subacquea ricreativa;
immersioni assistite dalla superficie - subacqueo assistito dalla superficie, grazie all'uso di uno scafandro;
immersioni in saturazione - operazioni subacquee effettuate con l'ausilio di campane, e relative stazioni di superficie con ambienti iperbarici (camera di decompressione) abitabili e climatizzati, che permettono una unica decompressione/desaturazione graduale, a volte anche di molti giorni, alla fine di una serie di immersioni ad alta o altissima profondità, da ca 80 a 200 mt e oltre).





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L' EQUITAZIONE



L'equitazione è una delle attività più antiche a cui si è dedicato l'uomo. Il primo manuale a noi pervenuto fu redatto dal mitanno Kikkuli, nell'anno 1.350 a.C.: La cura e l'alimentazione del cavallo da carro. Invece, il più antico e più noto manuale in cui è trattato anche il modo di montare a cavallo è Sull'equitazione di Senofonte.

Nella storia greca e romana chi sapeva equitare acquistava un "valore aggiunto" nelle società. Da allora in poi il titolo di cavaliere divenne espressione di nobiltà, ma anche, per contro, nei secoli successivi, i nobili furono costretti ad imparare l'"arte di equitare" per partecipare alla vita politica e militare.

L'approfondimento tecnico dell'arte di montare a cavallo fu ovviamente sempre appannaggio della cavalleria e per questo motivo chi ha scritto libri di tecnica equestre (Grisone, Fiaschi, Pignatelli, Mazzuchelli, Caprilli, ecc.) è spesso collegato all'ambiente militare. Non vi è altra attività dell'uomo in cui, nel corso dei secoli, siano stati scritti tanti testi di approfondimento. Ma il rapporto che si stabilì nei secoli tra uomo e cavallo, si modificò gradualmente nell'ultimo periodo storico, da quando cioè il motore a scoppio trasformò il modo di viaggiare e il modo di fare la guerra. Dal novecento in poi l'equitazione perse la propria importanza utilitaristica e si trasformò in attività solamente ludico-sportiva. Nell'Italia della prima metà del Novecento, si segnalò l'opera del conte Paolo Orsi Mangelli, con la sua celeberrima scuderia.

Le andature principali del cavallo sono tre:
il passo è l'andatura più lenta del cavallo (raggiunge una velocità che varia da 5 a 7 km/h). Questo tipo di andatura viene definito simmetrico perché l'appoggio delle due zampe anteriori avviene secondo intervalli di tempo regolari, e basculato perché il cavallo compie un movimento in verticale con il collo per darsi la spinta necessaria a portarsi avanti anche con il resto del corpo. Il cavallo poggia gli arti uno per volta, uno dopo l'altro, pertanto si riconoscono quattro tempi: anteriore destro, posteriore sinistro, anteriore sinistro e posteriore destro. A seconda della lunghezza del passo, distinguiamo un passo corto, un passo medio (in cui lo zoccolo posteriore del cavallo poggia sull'orma appena lasciata dallo zoccolo anteriore) e un passo lungo (in cui lo zoccolo posteriore del cavallo poggia davanti all orma appena lasciata dallo zoccolo anteriore).
Il trotto. È un'andatura saltata in due tempi per bipedi diagonali in questa successione: posteriore destro con l'anteriore sinistro (diagonale sinistro), posteriore sinistro con l'anteriore destro (diagonale destro). A questa andatura il cavallo raggiunge una velocità che varia dai 10 ai 55 km/h nelle corse al trotto. Nel trotto battuto il cavaliere si distacca dalla sella alzando e abbassando ritmicamente il bacino. Nel trotto seduto (detto anche trotto di scuola) invece si rimane seduti in sella seguendo il movimento del cavallo con il bacino.
Il galoppo è l'andatura naturale più veloce e si svolge in tre tempi ma vi sono variazioni relative alla velocità da ottenere. Con posteriore destro che guida l'azione, la sequenza è: posteriore sinistro, bipede diagonale sinistro, anteriore destro, seguiti da un tempo di sospensione. La gamba che "guida" l'azione viene distesa fino alla linea immaginaria tracciabile dalla punta del muso al terreno che alla massima estensione può essere superata. Un Purosangue al galoppo può raggiungere, anche se solo per pochi minuti, i 70 km/h.

Esistono poi altre andature:
il canter è un'andatura in tre tempi la cui velocità è maggiore del trotto e minore del galoppo; il cavallo "guida" con l'anteriore destro quando percorre una circonferenza in senso orario e viceversa. Quando il cavallo "guida" con l'anteriore sinistro mentre procede in senso orario produce una cosiddetta andatura falsa poiché utilizzando la gamba sbagliata non riesce ad avere un equilibrio stabile ed è quindi più facile che cada a causa dell'inclinazione durante la curva. La sequenza dei tre tempi ritmici, se ci si muove a destra è: posteriore sinistro, diagonale sinistra, con l'anteriore sinistro e il posteriore destro che toccano terra simultaneamente, e quindi l'anteriore destro.
Il termine deve la propria etimologia all'andatura utilizzata dalla cavalleria inglese che da Londra si metteva in viaggio per Canterbury. Essendo il viaggio in un tratto pianeggiante, il cavallo poteva sfruttare il "pendolo viscerale" cioè durante il movimento le viscere del cavallo vanno a comprimere ritmicamente i polmoni favorendo così una respirazione regolare (al galoppo invece la respirazione è affannosa). La cavalleria prediligeva quest'andatura perché era il giusto compromesso tra velocità di marcia e affaticamento.
Il trafalco. È un'andatura specifica della razza brasiliana Mangalarga. Il cavallo trotta con gli arti anteriori e galoppa con quelli posteriori. Si riscontra anche nei puledri non ancora addestrati.
L'ambio è un'andatura in due tempi non basculata. Si contraddistingue per il movimento simultaneo in avanti o indietro degli arti di un lato dell'animale, contrariamente al trotto in cui il cavallo muove i propri assi diagonali. Pur essendo naturale in alcune razze (come ad esempio il Paso Fino Peruano), viene da alcuni considerata un'alterazione innaturale della coordinazione neuro-muscolare del cavallo nelle razze in cui è stata introdotta artificialmente, soprattutto per uso sportivo (ad esempio nel Trottatore Americano).
Il tölt è una variante dell'ambio in quattro tempi, detta anche ambio veloce. La particolarità di questa andatura è che il cavallo ha sempre almeno uno zoccolo a terra. È naturale in alcune razze come nel pony islandese o nel Rocky Mountain Horse. Negli Stati Uniti è conosciuta con il termine single foot che significa piede singolo.

Assetto e posizione del cavaliere in sella permette a quest'ultimo di condurre il cavallo, con il minor sforzo possibile da parte del cavaliere e con il minor impedimento possibile da parte del cavaliere sul movimento del cavallo. Senza un assetto ed una posizione corretta il cavallo non obbedirà ai nostri ordini e sarà impedito nel suo movimento naturale. Ogni tipologia di monta (monta da lavoro, monta classica o sportiva) richiede un assetto ed una posizione differenti, per raggiungere scopi ed obiettivi che spesso sono diversi l'uno dall'altro: la monta da lavoro (western dei cow-boy o maremmana dei butteri) serviva a stare in sella per molte ore consecutive, su di un cavallo al passo e solo occasionalmente erano necessarie rapidissime puntate al galoppo per recuperare un capo di bestiame; la Monta Classica Italiana (o Capriliana) serviva a permettere ad un militare a cavallo di operare alle diverse andature su qualsiasi tipologia di terreno con l'obiettivo di mantenere nella miglior efficienza possibile cavallo e cavaliere.
La monta sportiva quella che oggigiorno si definisce inglese, attinge le sue tecniche dalla monta classica Capriliana rielaborandola nel salto ostacoli, nel dressage, e nel completo.

I mezzi di cui dispone un cavaliere per comunicare la propria volontà al cavallo sono:
aiuti "primari": assetto, posizione e voce, con i quali il cavaliere suggerisce al cavallo andatura e direzione
aiuti "secondari": gambe e mani. Con le gambe si gestisce la flessione del costato del cavallo; con le mani si corregge l'equilibrio del cavallo
aiuti "sussidiari": speroni, frustino ed ogni altro attrezzo (redini tedesche, gogue, chambon, redini fisse, eccetera)

Dal punto di vista di un osservatore inesperto può sembrare che il cavaliere stia semplicemente seduto in sella e che sia il cavallo a svolgere tutto il lavoro, ma chiunque abbia mai montato un cavallo, sa benissimo quanto quest’impressione sia sbagliata: c’è molto di più. L’equitazione, oltre ad essere un ottimo esercizio per allenare corpo e mente, è soprattutto un piacere, un momento per godersi la natura.

L’equitazione sviluppa l’equilibrio e migliora la coordinazione motoria, rafforza i muscoli, aumenta i riflessi e la mobilità articolare stimolando il sistema cardiovascolare e migliorando la circolazione sanguigna. Altri vantaggi includono la stimolazione dell’integrazione sensoriale, una migliore percezione visiva dello spazio, sviluppo della responsabilità, della pazienza, dell’autodisciplina oltre alla crescente fiducia in sé stessi.
Una passeggiata a cavallo stimola gli organi interni come una passeggiata a piedi, aiuta a migliorare il funzionamento del fegato e la digestione: a cavallo si bruciano 5 Calorie al minuto ed aumentando l’andatura aumenta la quantità di calorie bruciate.
L’equitazione è un hobby ed uno sport divertente sia per adulti che per bambini. I bambini possono imparare ad essere responsabili e a prendersi cura di un animale molto più grande di loro.
Strigliare il cavallo, pulire la stalla, maneggiare selle, attrezzature o balle di fieno è come andare in palestra, costituisce un ottimo esercizio per la muscolatura e per le ossa, molti cavalieri trovano utili questi esercizi ritenendoli simili a pilates e yoga.
L’equitazione è un modo divertente per evadere dallo stress quotidiano e immergersi nell’ambiente circostante: basta stare all’aria aperta e godersi il paesaggio, questo amplificherà il vostro benessere generale e farà emergere un senso di libertà che non è paragonabile a nessun’altra emozione.

All’inizio potrete pensare che già montare e condurre un cavallo siano una sfida; una volta consolidate queste capacità si presenteranno sempre nuove sfide, sempre più impegnative e sentirete il bisogno di migliorarvi: anche il cavaliere più esperto ammetterà che c’è sempre qualcosa da imparare.
La mente ha bisogno, tanto quanto i muscoli, di essere sempre tenuta in esercizio per rimanere sempre attiva e giovane, andare a cavallo mantiene costantemente allenato il cervello.

Molte persone ritengono che con il cavallo si istauri una connessione con la natura, altri trovano amicizia e confronto sia all’interno del maneggio che fuori, altri ancora trovano giovamento e sollievo dalla quotidianità mentre lavorano col proprio cavallo, nonostante le sfide che si presentano di giorno in giorno.
Incontrare persone appassionate di equitazione è molto piacevole ed è divertente assistere a competizioni e uscire in passeggiata in compagnia.
Se soffrite di solitudine andare a cavallo può aiutarvi. Il binomio che si instaura tra cavallo e cavaliere è un rapporto spirituale in sintonia con le proprie emozioni ed i propri sentimenti, più di qualsiasi legame tra esseri umani. Nei periodi di stress il cavallo può essere un vero amico silenzioso che non giudica.

Se lo stress avesse un sesso forse sarebbe donna. Benché la sensazione di non farcela più riguarda uomini e donne, bisogna ammettere che per il sesso femminile la quantità di cose da fare è sempre spropositata. E il risultato di tutto questo darsi da fare è che molto spesso si avrebbe voglia e bisogno di scappare via da giornate sempre troppo piene di incombenze. L'antidoto per eccellenza allo stress è l'attività fisica, che il più delle volte consiste nel rinchiudersi tra le quattro mura di una palestra per sgranchirsi un po' i muscoli. Non che ci sia qualcosa di sbagliato nell'andare in palestra, ma se vogliamo regalare al nostro corpo e alla psiche una vera vacanza dallo stress quotidiano, dovremmo provare a salire in sella ad un cavallo.

La sensazione di liberta è il contatto con la natura che si provano cavalcando sono un'iniezione di benessere sia per la mente che per il corpo. Un cavallo, dei jeans e un paio di stivali e ci si sente già più libere e più sane, scrollandosi di dosso tutto lo stress accumulato durante la settimana.

Andare a cavallo rafforza tutti i muscoli del corpo: il lavoro è continuo, un po' come nel nuoto, e favorisce un'attività muscolare equilibrata e armoniosa. L'intensità del lavoro varia molto in base all'andatura scelta: se quest'ultima è molto sostenuta si fanno anche delle belle sudate, utili per eliminare le tossine in eccesso. I muscoli che vengono rafforzati per primi andando a cavallo sono quelli del collo. Contrariamente a quanto si possa pensare, andare a cavallo fa bene alla schiena. Spalle e braccia lavorano di continuo, anche quando il cavallo è fermo. Addominali, gambe e glutei lavorano molto quando si è in sella ad un cavallo. Cavalcando quindi si raggiungono una tonicità e una forma fisica perfetta, si migliora il coordinamento motorio e si sviluppa il senso dell'equilibrio.

Lavorare con i cavalli non richiede solo forza, ma anche alcune doti tipicamente femminili, come sensibilità, delicatezza e intuito. Il cavallo infatti asseconda e capisce il cavaliere. E' dotato di un'incredibile sensibilità. Se sei tesa o nervosa, lo percepisce immediatamente. Così se nella quotidianità siamo dominati dal lavoro e dallo stress, con l'equitazione impariamo, con dolcezza e naturalezza, a dominare un animale molto più grande e forte di noi, e questo fa enormemente bene alla nostra autostima. Il cavallo ci insegna ad avere autocontrollo. Superare la paura del primo giorno per arrivare a galoppare in perfetta armonia con questa forza della natura è una delle sensazioni più belle che si possano provare.

L’ equitazione fa bene, diverte e rilassa… cavalcare all’ aria aperta è sicuramente una pratica piacevole e salutare, che giova all’umore; ma praticare l’ equitazione come sport a tutti gli effetti fa anche meglio: i benefici sul corpo sono moltissimi, a partire dal potenziamento muscolare sino al sistema cardiocircolatorio. In più è uno sport adatto a tutti, adulti e bambini, e che, anzi, può essere praticato anche insieme da genitori e figli.
Una passeggiata a cavallo ad una buona andatura aiuta a bruciare calorie e a dimagrire. Naturalmente il consumo di calorie varia in base all’ andatura sostenuta: al passo si bruciano 280 calorie all’ ora, al trotto 400 calorie ed al galoppo 630 calorie.


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LA VELA

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"Il vento soffia....e spinge..."

La navigazione a vela risale agli albori della civiltà umana, e già lo storico greco Pausianas narra di una competizione velica, contornata da musica e gare di nuoto, organizzata nel II secolo a.C. in onore di Dionysus Melanaigidos, presso il Tempio di Afrodite ad Ermioni.

La storia della moderna vela sportiva, tuttavia, affonda le sue radici nella lotta contro la pirateria marina. Nel corso del Secolo XVII le rotte delle Indie Orientali, dell'Africa e delle Americhe erano infestate di pirati. Fra le principali prede delle scorrerie piratesche erano i navigli olandesi, che spostavano merci di valore fra i Paesi Bassi e le proprie colonie.

Per rispondere a tali minacce gli olandesi svilupparono dei velieri veloci ed agili chiamati jachtschip (dall'olandese "jacht", che significa cercare, cacciare, perseguire) i quali avevano il compito di inseguire e catturare i vascelli pirata. Risultando estremamente divertenti da condurre, queste agili imbarcazioni furono largamente usate anche a fini sportivi.

Solo a metà del Secolo XVII, il re Carlo II, nel corso del suo esilio nei Paesi Bassi, scoprì gli jachtschip e, quando fu restaurato al trono, ne portò con sé un esemplare in Inghilterra, favorendo così la diffusione dello sport della vela in tutto l'Impero Britannico.

Carlo II (detto "the Merrie Monarch") era così appassionato di vela che contribuì a disegnare il suo yacht personale, lo "Jamie", di 25 tonnellate di stazza, che venne completato nel 1662 a Lambeth. Lo stesso anno, il re condusse personalmente alla vittoria lo Jamie contro uno jacht olandese di proprietà del Duca di York, in un percorso che andava da Greenwich a Gravesend e ritorno. Si trattava della prima regata fra yacht condotti da timonieri non professionisti.

Nel frattempo la parola di origine olandese "jacht" veniva anglicizzata nel termine "yacht" oggi largamente diffuso per indicare le imbarcazioni a vela.

La prima competizione velica di flotta dell'era moderna fu la Cumberland Regatta, inaugurata nel 1715, che si tiene ancora oggi. La prima competizione internazionale fu, nel 1851, la famosa Coppa delle Cento Ghinee, più nota come Coppa America.

Il primo club velico, il Water Club of the Cork Harbour, fu fondato all'insegna dell'esclusività, in Irlanda, nel 1720. Almeno inizialmente tuttavia i suoi membri non si dedicavano ad attività competitive, ma effettuavano manovre navali obbedendo agli ordini di un ammiraglio, trasmesse con le segnalazioni di uno sbandieratore, come una flotta militare. Nel 1812 fu fondato il Royal Yacht Squadron, che contava circa cinquanta imbarcazioni di stanza a Cowes.

Gli yacht del tempo erano costruiti con materiali pesanti, come i cutter oceanici, con prua di legnami massicci e poppe leggere. Si scoprì presto, tuttavia, che le chiglie e le strutture portanti erano inutilmente resistenti, e si cominciò a costruire imbarcazioni da regata molto più leggere. Inoltre si capì che l'armo a cutter ad albero singolo (in Italia noto come armo Marconi) era più flessibile e adatto alle varie condizioni meteorologiche rispetto agli armi dei brigantini e degli schooner dell'epoca. Infine, poiché non era ancora stato introdotto il concetto del compenso, o handicap, e le imbarcazioni competevano in tempo reale, si tendeva a costruire yacht di generose dimensioni, per renderli più veloci.

Fino al 1870, le competizioni veliche furono organizzate seguendo regole stabilite liberamente da ciascuno yacht club, ed ogni club era libero di modificare, interpretare e applicare le regole a piacimento, ingenerando spesso confusione, incomprensioni e frustrazioni nei concorrenti. Nel giugno 1868 il Royal Victoria Yacht Club convocò il primo Congresso velistico, o Yachting Congress, che vide la partecipazione di 23 rappresentanti di 14 club. Il Congresso si proponeva di sviluppare un nucleo condiviso di regole comuni, che venne effettivamente proposto l'anno seguente. Tuttavia, a causa delle aspre critiche ricevute, tale regolamento non venne mai adottato.

La decade 1870-1880 venne in ogni caso considerata come la prima "età felice" per la vela sportiva, sia per il numero di nuove imbarcazioni costruite e la raffinatezza delle soluzioni tecniche adottate, sia per l'incredibile numero di competizioni che si svolsero in quegli anni. Basti pensare che nel solo 1876 si svolsero 400 competizioni (a confronto delle 63 che si erano tenute nel 1856).

Nel 1875 tre clubs (il Royal Thames Yacht Club, il Royal Yacht Squadron, ed il New Thames Yacht Club) si associarono per fondare la prima Associazione per le Competizioni Veliche, o Yacht Racing Association (o YRA), che sviluppò regole comuni applicabili alle acque territoriali britanniche.

Si cominciava a delineare in quel periodo, nel mondo della vela, una scissione fra i proprietari di grossi yacht ed il mondo delle piccole imbarcazioni a vela, o "derive". Nonostante, nel 1888, la YRA avesse aperto l'associazione ai proprietari di sailing boats, la Sailing Boat Association e la connessa Boat Racing Association non aderirono alla YRA fino al 1921.

Lo sport velico acquisì nel frattempo status di sport olimpico, venendo introdotto ai Giochi di Parigi del 1900, cui parteciparono concorrenti raggruppati in tre classi veliche.

Tuttavia la confusione fra i diversi standard di misura adottati nel Regno Unito, nei paesi europei, ed in Nord America continuava a minare la possibilità di svolgere competizioni fra yacht di differente nazionalità. Per risolvere tale inconveniente venne convocata, nel 1906 a Londra, la Conferenza Internazionale sulla Misurazione delle Imbarcazioni Veliche, o International Conference on Yacht Measurement.

Il risultato più importante della conferenza del 1906 fu di porre le basi per l'istituzione, avvenuta a Parigi nel 1907, della Unione Internazionale per le Competizioni fra Yacht, o International Yacht Racing Union, e l'adozione di un Regolamento Internazionale di Regata basato su quello stabilito dalla Yacht Racing Association. Aderirono inizialmente alla nuova Federazione le associazioni nazionali di: Austria-Ungheria, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Paesi Bassi e Belgio, Italia, Norvegia, Spagna, Svezia, e Svizzera.

L'International Yacht Racing Union rimase quindi la massima autorità internazionale per l'organizzazione e la regolamentazione di competizioni veliche internazionali fino all'agosto 1996. Ravvisando la necessità di far sì che la vela sportiva non sia percepita come un ricco sport elitario, il nome venne mutato in Federazione Internazionale della Vela, o International Sailing Federation (abbreviata in ISAF).

L'ISAF conta oggi 115 paesi membri, ed è riconosciuta dal Comitato Olimpico Internazionale a rappresentare, a livello olimpico, lo sport della vela.

Lo sport della vela si svolge soprattutto in regate, competizioni fra barche a vela in cui generalmente vince l'imbarcazione che riesce a percorrere il percorso di regata in minor tempo.

Nelle competizioni veliche è consentito sfruttare soltanto le capacità marinare dell'imbarcazione e la forza propulsiva del vento per navigare e la forza dell'acqua sullo scafo. Questo significa che qualsiasi altro sistema di propulsione è vietato, incluso l'effettuare certi movimenti del corpo che potrebbero aumentare la velocità dell'imbarcazione.

La procedura di partenza prevede un conto alla rovescia preceduto da alcuni segnali sonori (sirene o corni da nebbia) e visivi (bandiere o segnali luminosi nel caso di notturne) che indicano ai concorrenti (regatanti) quanto tempo manca alla partenza. I concorrenti dovranno quindi tagliare la linea di partenza predisposta dagli organizzatori dopo il via. Se un concorrente taglia la linea prima del via dovrà effettuare una nuova partenza ritornando nella zona che precede la linea, passando esternamente alle boe, pena la sua squalifica. Può talvolta capitare che, qualora molti concorrenti partano in anticipo e i giudici non siano in grado di identificarli tutti, si ripeta l'intera procedura di partenza.

Durante la regata, le regole stabiliscono dettagliatamente chi ha il diritto di rotta sugli altri e come i concorrenti devono rispondere a chi ha la precedenza. Al termine della regata, chi ritiene di essere stato penalizzato da un altro concorrente che ha violato delle regole, presenta un ricorso al giudice di regata che, sentite tutte le parti interessate e ricevute un certo numero di segnalazioni, può decidere di squalificare o penalizzare chi ha violato le regole.

È impossibile ricondurre l'enorme varietà di competizioni veliche che si tengono nelle acque di tutto il mondo a categorie prefissate. Tuttavia, volendo generalizzare, si possono distinguere due grandi tipologie di regate: le regate costiere e le regate d'altura.

Nella categoria delle "regate d'altura" rientrano tutte quelle regate il cui percorso viene solitamente definito facendo uso delle caratteristiche orogenetiche del Campo di regata. In questo caso il campo di regata può essere vastissimo fino a comprendere, come nel caso delle circumnavigazioni terrestri, l'intero globo terrestre. Per completare il percorso delle regate d'altura è quindi richiesto ai concorrenti di aggirare, in senso orario o antiorario, isole, promontori, scogli, o anche continenti.

Ovviamente tali regate possono avere durate che vanno da alcune ore fino a mesi e, addirittura, anni.

Le "regate d'altura" possono essere di diversa tipologia in base a vari aspetti:

con scalo o senza scalo - se prevedono delle tappe o se l'intero percorso deve essere completato dai concorrenti senza fare soste per rifornimenti
solitarie, a coppie o in team - a seconda se prevedono che a bordo dell'imbarcazione ci sia un solo concorrente, o che ci siano due soli concorrenti, o infine se non c'è limitazione al numero dei concorrenti.

Lo sport della vela è centrato sull'interazione fra due elementi chiave: la tecnica e la tattica.

La tattica consiste nella capacità dei concorrenti di interpretare contemporaneamente le condizioni ambientali (in termini di venti, correnti, condizioni meteorologiche, avversari, etc.), il proprio posizionamento sul campo di regata in relazione agli altri concorrenti, nonché l'applicabilità delle diverse regole alle condizioni specifiche in cui si trovano, e valutare l'interazione reciproca fra tutti questi fattori per decidere il comportamento più opportuno da tenere al fine di ottenere il miglior risultato possibile nella competizione. La vela è uno sport in cui bisogna utilizzare l'intelligenza; è importantissimo percepire ogni cambiamento di vento. Infatti, il vento non è mai statico ma può cambiare direzione anche solo di pochi gradi; questo cambiamento di vento anche se di pochi gradi può determinare molto all'interno della regata.

La tecnica invece si riferisce al mezzo usato per competere, l'imbarcazione, unitamente ai suoi componenti essenziali, scafo (o scafi), albero (o alberi) e vele. Poiché gli aspetti tecnici rivestono un ruolo così essenziale nelle competizioni veliche, in genere si cerca di ridurre la loro influenza al fine di esaltare le doti velistiche dei concorrenti.

I metodi per raggiungere tale obiettivo sono essenzialmente due:

la definizione di classi veliche
l'applicazione di compensi (o handicap)
Lo sport della vela può essere praticato già a partire dall'età di 6-7 anni grazie a piccole imbarcazioni chiamate Optimist (Lunghezza f.t. 2,30 m, sup. velica 3,25 m2) progettate apposta per i più piccoli, i quali dopo avere appreso i primi rudimenti della navigazione a vela si possono cimentare in competizioni anche di alto livello, fino al Campionato Mondiale di classe.

Una Imbarcazione a vela di qualsiasi tipo e misura é composta da tre parti fondamentali:
a) lo scafo, che genera il sostentamento e la galleggiabilità per l'equipaggio e le cose trasportate.

b) la velatura, che genera la propulsione.
c) Il timone, mezzo di governo indispensabile per condurre l'imbarcazione e fondamentale per il funzionamento sinergico dell'insieme barca, vento ,acqua.

Quando si parla di barche, si riferisce generalmente a scafi, infatti nella cultura media uno scafo senza remi, senza motore o senza vele é, per i più , sempre e comunque una barca.
Nel mondo della nautica, in senso consumistico il concetto é lo stesso, ma nel gergo marinaresco una barca prende il nome dalle molteplici combinazioni che si possono ottenere con tipologie diverse di scafi e organi propulsori :
motoscafi, pilotine, entrobordo, fuoribordo, ecc... se la propulsione é a motore,
sloop, cutter, yawl, golette, derive, ecc... se la propulsione é a vela,
motorsailer o motovelieri se la propulsione é mista.

La linea di galleggiamento è la linea che il pelo libero dell'acqua disegna sullo scafo che galleggia e che divide lo scafo in due parti:
l'opera viva, ( carena), sotto il pelo dell'acqua,
l'opera morta, (bordo libero), sopra il pelo dell'acqua.
L'opera viva é tale perché, col proprio volume, genera attivamente e continuamente, spinte verso l'alto in proporzione all'acqua che sposta galleggiando e navigando.
L'opera morta invece non contribuisce costantemente e attivamente all'equilibrio dell'imbarcazione.
Le caratteristiche di una barca veloce sono date dalla forma dell'opera viva , ancora prima che dalle vele o dal motore.

Diversi nomi accompagnano le varie parti dello scafo anche da davanti a dietro:
Prua, la parte anteriore.
Mezza nave, la parte centrale.
Poppa, la parte posteriore.

"Il vento soffia....e spinge..." risponderebbe chiunque, ma è da smentire, e affermare che il vento ha solitamente più efficacia a trascinare una vela che a spingerla. Proprio così, il vento non soffia sulle vele spingendole, ma le lambisce e le aspira, trascinando con esse la barca.

Pensiamo al profilo di una ala di gabbiano posto solidamente fra due linee parallele, una sopra e una sotto al profilo, come un canale in cui fra una riva e l'altra sia posto il profilo dell'ala.
Analizziamo ora due particelle di fluido, accoppiate verticalmente, gemelle e inseparabili, che si muovano in modo rettilineo lungo la canalizzazione che incontrando il profilo debbano separarsi per passare una sopra e una sotto al profilo.
Mentre nel lato concavo una particella si muove ancora in modo rettilineo senza ostacoli, nella parte convessa, non potendo attraversare la linea del profilo e dovendo fare più strada, la seconda particella sarà costretta ad accelerare la sua velocità affinché si possa ritrovare insieme alla sorella alla fine del profilo.

Ottenendo due diverse velocità, ricordandoci che al variare della velocità varia la pressione, otterremo sui due lati due diverse intensità di pressione e se ora liberassimo il profilo permettendogli di muoversi, vedremo che questi si sposterebbe verso il lato superiore.

Per il terzo principio enunciato, è accaduto che sul lato superiore del profilo la pressione è diminuita, quindi significa che la forza applicata sul profilo verso il basso è diminuita, mentre nel lato inferiore non essendoci stata una sostanziale variazione di velocità, la pressione è rimasta invariata e quindi anche la forza applicata.Così determinandosi la contrapposizione di due forze diverse sul profilo, esso si sposterà verso la forza più debole che si è formata, cioè verso l'alto.



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IL GOLF

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La parola "golf" fu menzionata per la prima volta in uno scritto del 1457 su una Lista degli Atti del Parlamento di Scozia sui giochi proibiti come "gouf", probabilmente derivata dalla parola scozzese "goulf" che significa "colpire o schiaffeggiare".

Questa parola potrebbe anche derivare dall'olandese "kolf", che significa "mazza", riferita anche allo sport che porta lo stesso nome.

Ma c'è persino un riferimento anteriore e si crede che risalga al 1452, quando Re Giacomo II di Scozia vietò il gioco in quanto distraeva i suoi sudditi dalla loro pratica di arcieri.

L'esatta origine dello sport del golf non è del tutto chiara. La teoria più diffusa e accettata è che questo sport abbia avuto origine in Scozia nel tardo Medio Evo quando due contadini si lanciavano una pietra con due bastoni. Un gioco simile al golf odierno è però riconducibile già nel febbraio 1297 negli attuali Paesi Bassi, presso una città chiamata Loenen aan de Vecht.

Il gioco così come pensato nei Paesi Bassi era praticato con una stecca e una palla di cuoio. Chi colpiva la palla entro un bersaglio distante diverse centinaia di metri con il minor numero di colpi vinceva.

Comunque il gioco del golf come lo concepiamo noi oggi è generalmente considerato un'invenzione scozzese, tanto che il gioco del "golf" era già menzionato in due Atti del Parlamento Scozzese nel XV secolo, che lo proibivano. Alcuni studiosi, comunque, ritengono che tale proibizione si riferisse ad altri giochi più simili allo shinty o all'hurling, o al moderno hockey su prato, piuttosto che al golf. Sempre gli studiosi sostengono che il gioco di mandare una palla in una buca del terreno usando una mazza da golf cominciò a essere giocato nel XVII secolo nei Paesi Bassi e che poi questo sia stato trapiantato in Scozia.

La parola "golf" potrebbe essere infatti un'alterazione della parola olandese "Kolf" che significa "mazza", "stecca".

Comunque queste prime forme di gioco sono giustamente viste come forme antenate del moderno golf come lo interpretiamo oggi. Rimane il fatto che il golf si è originato e sviluppato in Scozia: anche il primo campo permanente di golf è originario della Scozia, come anche la prima associazione. Le prime regole scritte hanno avuto origine qui e hanno stabilito il campo a diciotto buche.

Il primo torneo si tenne tra varie città scozzesi. Inizialmente il golf ebbe diffusione tra la Scozia e l'Inghilterra e da lì al resto del mondo. Il più antico campo da golf nel mondo è l'Old Links al Musselburgh Racecourse. Testimonianze hanno mostrato che il golf era giocato lì nel 1672, anche se Mary, regina di Scozia, lo riteneva giocato già nel 1567.

Il percorso in un campo da golf non è stato sempre composto da 18 buche. Il St Andrews Links occupa una stretta lingua di terra nel territorio di Queen Mary of Scots, a ridosso del mare.

Già nel XV secolo i golfisti al St Andrews avevano realizzato una buca nel terreno, giocando con buche piazzate secondo quanto dettato dalla topografia del luogo. Il campo così composto era di undici buche, disposte fino all'estremità lontana della proprietà. Uno giocava le buche out, girava, e quindi giocava le buche in, per un totale di 22 buche.

Nel 1974 molte di quelle buche furono considerate troppo corte e allora vennero combinate. Il numero si ridusse da 11 a 9, così che un giro completo del campo comprendeva 18 buche.

Considerato che St Andrews era ritenuta la capitale del golf, tutti gli altri campi seguirono l'esempio e le 18 buche rimasero lo standard fino al giorno d'oggi.

L'evoluzione del golf può essere spiegata principalmente dallo sviluppo dell'attrezzatura usata per giocare. Alcune delle molte migliorie apportate al golf sono da ricondurre all'introduzione della pallina da golf. La pallina da golf ha assunto numerose forme differenti prima del 1930 quando l'United States Golf Association diede standard precisi per peso e dimensioni. Questi standard furono poi seguiti da una regolamentazione della USGA che stabiliva che la velocità iniziale di ogni pallina da golf non potesse superare i 250 piedi al secondo. Da quel momento, la pallina da golf ha continuato a svilupparsi, influenzando notevolmente il modo di giocare. Un altro fattore rilevante nello sviluppo del golf è stato il perfezionamento delle mazze. Le prime mazze da golf erano fatte di legno, che era facilmente reperibile nell'area. Nel corso degli anni, Hickory sviluppò il legno standard da usare per i bastoni e il Persimmon Americano divenne la scelta del legno per la testa della mazza, a causa della sua durezza e resistenza. Così come la pallina si sviluppò e divenne più duratura con l'introduzione del "gutty" intorno al 1850, anche la testa della mazza si migliorò con l'entrata in gioco di una varietà di mazze dalla testa di ferro. L'introduzione dei bastoni d'acciaio iniziò sul finire del decennio 1890, ma la loro adozione da parte del corpo organizzativo del golf fu lenta. Nei primi anni del 1970, la tecnologia dei bastoni cambiò di nuovo con l'uso della grafite, per la sua leggerezza e resistenza. Il primo metallo "legno" fu sviluppato all'inizio degli anni 1980 e ha poi rimpiazzato completamente il legno grazie alla sua resistenza e versatilità. La più recente tecnologia per le mazze da golf prevede l'uso della grafite per i bastoni e delle teste di titanio, che consentono di realizzarle di dimensioni più larghe rispetto a quanto precedentemente stabilito. La resistenza di questi materiali ha anche consentito di realizzare la parte frontale della mazza molto più fine, il che incrementa l'effetto molla della mazza sulla palla, aumentando in teoria la lunghezza del tiro. La USGA ha recentemente limitato questo effetto molla, conosciuto anche come Coefficiente di Restituzione (COR), a 0.83 e la massima dimensione della testa della mazza a 460cc nel tentativo di mantenere la competitività del gioco.

Nell'aprile del 2005 una nuova testimonianza ha riacceso il dibattito sull'origine del golf. Una recente dichiarazione avanzata dal Prof. Ling Hongling della Lanzhou University, suggerisce che un gioco simile al golf era già giocato in Cina fin dalla Dinastia Tang Meridionale, ben 500 anni prima che il golf fosse menzionato in Scozia.

Gli Archivi Dōngxuān (東軒錄) della Dinastia Song (960–1279) contengono la descrizione di un gioco chiamato chuíwán (捶丸) e contengono inoltre dei disegni esplicativi del gioco. Esso veniva giocato con 10 mazze che comprendevano una cuanbang, una pubang, e una shaobang, sovrapponibili a un driver, un legno 2 e un legno 3. Le mazze erano intarsiate con giada e oro, il che suggerisce che il golf era uno sport destinato ai benestanti. L'archivio cinese contiene riferimenti a un ufficiale della dinastia Tang Meridionale, il quale chiese alla figlia di scavare delle buchette come bersaglio. Ling suggerì che il golf fu esportato in Europa e quindi in Scozia da viaggiatori Mongoli nel tardo Medioevo.

Un portavoce del Royal and Ancient Golf Club di St. Andrews, una delle più antiche organizzazioni golfistiche di Scozia, ha affermato: "Giochi con mazze e palle esistono da molti secoli, ma il golf come lo conosciamo oggi, giocato su 18 buche, ha chiaramente avuto origine in Scozia."

Un moderno campo da golf deve sorgere su una superficie di almeno 50-60 ettari e per la sua costruzione il primo passo da compiere è lo studio dei parametri tecnici dell'area. Peculiarità quasi unica del golf è il fatto che si giochi su un'area sempre diversa: non può esistere un campo standard dal punto di vista dell'ecosistema e quindi della presenza di specie animali e vegetali.
Il golf si pratica su campi in erba suddivisi normalmente in 18 buche di lunghezza variabile, all'incirca, dai 70 ai 550 m e dalla larghezza media di 40 m. Esistono anche campi composti da un diverso numero di buche (3, 6, 9, 27, 36), ma il giro convenzionale è sempre di 18 buche. La lunghezza totale di un campo da golf di 18 buche varia in media dai 5500 m ai 6500 m.
Per buca si intende tutta l'area compresa tra la piazzola di partenza (tee) e quella d'arrivo (putting green), dove è sistemata la buca vera e propria; ciascuna buca è composta dunque da diverse parti, la prima delle quali è appunto la zona pianeggiante da cui parte il gioco, delimitata da appositi segnali, detta tee, nome condiviso con i supporti in legno che possono essere utilizzati per tenere la palla sollevata da terra nel colpo di partenza (le donne giocano da tees più vicini alla buca rispetto agli uomini); al tee segue, normalmente, un'area di erba alta, di lunghezza e larghezza variabile, detta rough. L'area di erba accuratamente rasata, all'interno della quale si dovrebbe cercare di mantenere la pallina, è detta fairway; nella zona di gioco possono essere presenti vari ostacoli, piante, specchi d'acqua e bunker: questi ultimi sono una sorta di trappole di sabbia che si trovano per lo più ai bordi del green, l'area al termine della buca, dalla forma più o meno circolare, dove l'erba è tagliata ancor più finemente e dove finisce il gioco. Qui è ricavata la buca propriamente detta (hole), che ha un diametro di 10,8 cm e una profondità di 10-15 cm, con infilata l'asta della bandierina che ne indica la posizione durante il gioco.
Per ogni buca è necessaria la presenza di tee e green, mentre forma e disposizione di altri ostacoli variano caso per caso: ci sono campi pianeggianti o fortemente ondulati, costruiti nel mezzo di foreste o privi di alberi, campi costruiti in riva al mare e fortemente ventosi e campi con ostacoli d'acqua artificiali. Anche le semine d'erba e il tipo di sabbia utilizzato per i bunkers variano; addirittura il medesimo impianto può cambiare caratteristiche per motivi meteorologici e inoltre la commissione sportiva può variare le condizioni di gioco (posizionamento di bandiere e marcatori di partenza ecc.).
Le buche possono essere 'par 3', 'par 4' o 'par 5' a seconda del numero ideale di colpi per concludere la buca; così per esempio una buca par 3 dovrebbe essere giocata idealmente in tre colpi. Ovviamente è anche possibile terminare una buca in un numero di colpi inferiore o superiore al par; un giocatore che conclude una buca con un colpo in meno del par (per es. 4 colpi in un par 5) segna un birdie, un giocatore che conclude una buca in due colpi meno del par segna un eagle, un giocatore che conclude una buca con tre colpi meno del par (evento rarissimo anche tra i professionisti) segna un albatross, mentre un giocatore che conclude una buca con uno, due, tre colpi in più del par segna rispettivamente un bogey, un doppio bogey, un triplo bogey e così via. Le buche par 3 variano in lunghezza approssimativamente da 70 a 200 m, le buche par 4 da 260 a 400 m, le buche par 5 da 450 a 550 m. Un campo di 18 buche ha normalmente par 72, ma esistono anche campi che giocano 71 o 70 di par.

Nel golf si gioca contro il campo prima che contro l'avversario. Si basa su una tecnica fondamentale, lo swing, che consiste nell'insieme di movimenti necessari per imprimere alla palla la velocità e la traiettoria desiderate, con l'obiettivo di arrivare in buca con il minor numero possibile di colpi. Salvo eccezioni, il fuoriclasse ha sempre dietro di sé, per curare l'esecuzione, un insegnante. Non a caso, il grande Nicklaus ha avuto lo stesso istruttore per 25 anni.
Il principiante ha bisogno di un certo numero di lezioni e per iniziare deve affidarsi a un maestro che lo seguirà sul campo pratica. La fase successiva, la prova del campo, avverrà dopo una quarantina di lezioni sul campo pratica e una quindicina di uscite di un'ora. Un bravo allievo dopo sei mesi sarà pronto per partecipare alle prime gare, anche se per 'non classificati', e potrà cominciare la caccia all'handicap. In questa fase sarà sempre utile agire sotto il consiglio e lo sguardo del maestro. L'alternativa alle lezioni private è la golf clinic, ossia corsi di gruppo brevi e intensi in cui agli allievi viene insegnato come si affrontano le differenti situazioni che si incontrano nel gioco.

Una partita a golf dura in media 5 ore durante le quali bisogna percorrere circa 8 km con passo molto spedito; contrariamente a quanto comunemente si crede, è uno sport faticoso che richiede tecnica, potenza, elasticità e capacità strategiche.
Il gioco si può dividere, con qualche approssimazione, in gioco corto e gioco lungo, e in quest'ultimo si possono distinguere a loro volta il gioco dei legni e il gioco dei ferri. Al campionario dei colpi base fondamentali si aggiungono numerose raffinatezze (colpi come il draw, il fade, il lob, il punch shot, i colpi dalla sabbia, dal rough ecc.) di cui non si può mai raggiungere la padronanza completa, cosa che rende il golf un gioco coinvolgente e stimolante anche per i migliori professionisti.
Il colpo di partenza rappresenta in genere il primo momento di una scelta strategica. In media, su un campo di 18 buche, sono infatti almeno 9 quelle per le quali, prima ancora di salire sul tee, bisogna decidere tra potenza e precisione. Nel primo caso la scelta cade naturalmente sul drive, nome con cui è comunemente conosciuto il legno 1: è la mazza più potente a disposizione e anche la più difficile da usare, al punto che molti giocatori più che discreti non la usano affatto. La velocità della testa del drive al momento dell'impatto, nel giocatore medio, supera i 150 km/h; a tali valori è evidente che è molto difficile portare la faccia del drive esattamente perpendicolare alla linea di tiro: basta l'inclinazione di appena un grado per sbagliare pesantemente il tiro. La scelta tra il drive e un'altra mazza dunque non è facile per l'intreccio di potenziali vantaggi e conseguenze dannose che il suo uso presenta. Man mano che la padronanza del gioco aumenta non si tratta più solo di scegliere quale mazza utilizzare, ma subentra la necessità di decidere sul lato di gioco, sulla sua potenza e quindi sulla sua lunghezza anche in base alla visibilità, con calcolo dei rischi tenuto conto del proprio handicap ecc.
Il cosiddetto gioco lungo è la parte del gioco più difficile da padroneggiare e chi riesce a farlo può essere considerato un buon giocatore. Per ragioni geometriche e per le caratteristiche dei 'ferri lunghi' il campionario di errori possibili nel gioco lungo è vasto; al problema tecnico di eseguire correttamente il colpo si aggiunge il problema della scelta della strategia di gioco. Le scelte strategiche fondamentali si fanno comunque nel colpo al green e comportano la valutazione di una numerosa serie di fattori in pochi istanti. In primo luogo bisogna scegliere il ferro adatto ‒ il che implica conoscere sé stessi per sapere esattamente quale distanza si è in grado di coprire con ogni ferro ‒ e valutare in seguito tutti i fattori ambientali che influenzano in modo determinante il volo della palla: vento, umidità e temperatura dell'aria, pioggia, condizioni e pendenza del terreno nel punto in cui si trova la palla e in quello su cui deve atterrare. La scelta del ferro deve tenere conto anche della posizione dei 'pericoli' rispetto alla bandiera; il più delle volte un colpo sbagliato comporta almeno altri due colpi per rimediare al danno, con tutte le recriminazioni che seguono. In genere i campi sono costruiti in modo da lasciare, su ogni colpo, un'alternativa poco rischiosa ma anche poco redditizia in termini agonistici e una, al contrario, più rischiosa e più remunerativa. Le bandiere vengono volta per volta piazzate in funzione di questo principio.
Il gioco corto è quella parte del gioco dove si mette a frutto, o si rovina, quanto di buono si è fatto per avvicinarsi alla buca nel minor numero di colpi possibile. Man mano che ci si avvicina al green il gioco diventa una questione di centimetri, anziché di metri o di decine di metri. Un buon giocatore non impiega mai più di 3 colpi per portare la palla in buca quando arriva a meno di 100 m dal green, e spesso ne bastano meno; per capire la difficoltà dell'impresa bisogna considerare che la buca ha un diametro di appena 10,8 cm (poco più del doppio del diametro della palla).
La prima fase è dedicata alla posizione delle mani sul bastone (grip), fondamentale nel controllo della direzione del tiro. Nella mano sinistra il bastone viene impugnato trasversalmente nel palmo della mano, con il pollice verso il basso. Nella mano destra il bastone viene impugnato sulle dita e il mignolo è generalmente sovrapposto all'indice della mano sinistra. In un grip corretto il pollice e l'indice devono formare un uncino. Raggiunta la corretta impugnatura del bastone, è necessario imparare a posizionare il corpo di fronte e perpendicolarmente alla palla. Da una posizione eretta, le gambe devono essere divaricate di una misura pari alla larghezza delle spalle. Per quanto riguarda la posizione dei piedi, il destro è perpendicolare alla linea di tiro, il sinistro leggermente ruotato verso sinistra (o all'esterno), con minime variazioni che dipendono dai bastoni utilizzati. Il peso viene egualmente distribuito sui due piedi. Le ginocchia vengono appena flesse, il busto è piegato in avanti quanto basta per permettere alle braccia di cadere rilassate e alla testa del bastone di posizionarsi dietro la palla. È il momento di prendere la mira verso il bersaglio, e questo richiede coordinazione: è necessario che le linee immaginarie di piedi, ginocchia, braccia, spalle e occhi siano parallele alla linea di tiro.
La seconda fase è dedicata alla meccanica dello swing. Si inizia con il backswing, movimento uniforme del triangolo formato dalle spalle, dalle braccia e dalla testa del bastone. Le spalle e i fianchi cominciano a ruotare verso destra, e le braccia salgono verso l'alto. All'apice, le spalle sono ruotate di 90° e i fianchi di 45°, i polsi sono leggermente flessi e il bastone è parallelo al terreno. Il downswing è la prosecuzione: il movimento in avanti inizia con la rotazione verso l'esterno dei fianchi portando le spalle, le braccia e il bastone verso la palla. Con il finish (o follow through) il peso del corpo viene trasferito sul piede sinistro, i fianchi e le spalle sono ruotati nella direzione del bersaglio e il corpo è in perfetto equilibrio. La tecnica è basilare e si apprende dopo una lunga pratica.
Ancora a proposito del grip sono previsti tre tipi di impugnature che si differenziano per la posizione del mignolo destro: oltre alla overlap (la più usata), la baseball e la interlock. Nella overlap (resa famosa all'inizio del Novecento dal britannico Harry Vardon e consigliata a chi ha grandi mani) il mignolo della destra si sovrappone all'indice della sinistra. Nel tipo di impugnatura baseball o a due mani, queste devono essere ben unite fra loro. È consigliata una giusta pressione: stringere le mani molto più del necessario fa perdere invece fluidità. Nella interlock (fatta conoscere da Nicklaus e consigliata a chi ha mani piccole e dita corte) il mignolo si aggancia all'indice.

Approvato dal Royal and Ancient Golf Club of St. Andrews e dalla United States Golf Association, il regolamento del gioco, aggiornato 30 volte in 120 anni, è stato tradotto con il titolo Le regole del golf e lo status del dilettante dalla Federazione italiana golf.
Dalla primavera 2004 è entrato in vigore il 30° aggiornamento, che non è affatto l'annunciata 'abituale limatura'. Le nuove regole hanno influenzato ben 43 nuove decisioni e l'emendamento di altre 214, determinando perciò un accavallarsi di disposizioni alle quali si fa ricorso. Ci vorrà del tempo per comprendere bene quando le penalità si sommano, quando non si sommano o si applica la penalità maggiore.
Il golf si è affermato in fondo anche per il suo corredo di consuetudini apparentemente anacronistiche. La sua etichetta rappresenta una serie di regole non necessariamente scritte: comportamento sul campo e in gara, cura del percorso di sicurezza, codice di cortesia la cui violazione non comporta penalità o sanzioni ma ha comunque un peso. A ogni giocatore vengono richiesti educazione individuale, civica e sportiva, rispetto dell'avversario, del campo e dello spirito del gioco. Le indicazioni nel corso dei secoli sono in gran parte immutate. Si mette al bando chi impreca, lancia i bastoni, li spezza dalla rabbia, sbatte la sacca per terra, tiene comportamenti violenti. Negli Stati Uniti, dove la United States Golf Association dimostra di voler difendere strenuamente lo spirit of the game e si contano il maggior numero di praticanti, strutture e iniziative, il golf è considerato l'unico sport in cui la sublimazione del piacere per la vittoria è totale solo se si rispettano le regole. Il gioco si tramanda di padre in figlio, come la tecnica e il rispetto della persona, di qualsiasi stato sociale, del suo gioco e dello sforzo che fa per godere pienamente il piacere per il risultato.
Il manuale di gioco della United States Golf Association offre consigli e raccomandazioni per 35 milioni di appassionati. Questi i 25 punti da osservare: 1) Mai muoversi quando un giocatore effettua il colpo; 2) Mai parlare o disturbare quando un giocatore effettua il colpo; 3) Mai mettersi alle spalle del giocatore o dietro la sua buca quando sta per tirare; 4) Mai mettere la palla sul tee fino a quando la palla dell'avversario è in gioco; 5) Mai tirare fino a quando tutti i giocatori non sono fuori portata della palla; 6) Osservare il proprio turno di gioco e colpire la palla senza perdere tempo; 7) Se si perde una palla, segnalarlo ai giocatori e cercarla; 8) Spianare col rastrello o con la scarpa le impronte lasciate sulla sabbia del bunker; 9) Se si smuove una zolla, rimetterla al suo posto e ripianare il terreno; 10) Le impronte lasciate dalla palla sul putting green devono essere aggiustate con un tee e poi schiacciate col piede; 11) Mai appoggiare la sacca da golf sul putting green; 12) Reggere la bandiera per il proprio avversario, alla distanza di un braccio; 13) Sul putting green mai mettersi sulla traiettoria di tiro di un altro giocatore; 14) Accertarsi che la bandiera sia saldamente rimessa nella buca; 15) Non guidare il golf cart vicino al putting green o vicino agli ostacoli; 16) Terminata la buca, non indugiare sul putting green; 17) Permettere ai giocatori più rapidi di passare se la buca davanti è vuota, o lasciare in ogni caso il passo a coloro che seguono; 18) Togliere immediatamente la palla entrata nella buca che deve essere liberata per gli altri giocatori; 19) Non dare nessun consiglio, se non richiesto, ai giocatori sul campo; 20) Quando l'avversario è una donna, tirare per primo dal tee; 21) Non permettere la guida del golf cart a chi ha meno di 16 anni; 22) Non allontanarsi dal putting green fino a quando tutti i giocatori non hanno terminato il gioco; 23) Se si gioca da soli, dare la precedenza a chi sta giocando altre partite in gruppo; 24) I colpi di pratica sul percorso sono proibiti; 25) Verificare il numero della propria palla prima di iniziare il gioco, perché potrebbe avere lo stesso numero di quella di un altro giocatore.

Le regole del golf consentono di utilizzare durante una partita un massimo di 14 bastoni. I bastoni sono fondamentalmente costituiti da tre componenti: l'impugnatura, detta grip, la testa e la canna che collega il grip alla testa, detta shaft.
Il grip può essere di gomma o di pelle, è sostanzialmente simile, anche se più sottile e a sezione circolare, a quello di una racchetta da tennis, e ha come scopo quello di garantire una presa salda.
Distinguendo in base alla testa, si hanno fondamentalmente tre tipi di bastone: i legni, i ferri e il putter (anche se ultimamente le industrie produttrici di bastoni hanno iniziato a proporre ibridi).
I legni portano questo nome perché fino ai primi anni Ottanta erano fatti in legno, mentre al giorno d'oggi sono prodotti in leghe metalliche (in particolare titanio, acciaio e tungsteno). Si usano per i colpi più lunghi e hanno sezione ovale: il lato piatto è detto 'faccia', è solcato da scanalature parallele e ha un'inclinazione rispetto al terreno (loft) che varia in funzione della potenza. Più basso è il numero che contraddistingue il legno, più esso è potente: il legno 1 è comunemente detto drive, ha un loft che va mediamente dai 6° ai 12° e lo shaft particolarmente largo. Il drive si usa quasi esclusivamente quando è necessario ottenere la massima distanza a discapito della precisione: il giocatore medio tira a 230 m di distanza, mentre i professionisti più potenti superano i 300 m. Sono inoltre diffusi i legni 3, 4, 5 e 7 con loft e lunghezza dello shaft decrescenti.
I ferri si usano per i colpi di media e corta distanza, hanno per lo più shaft in acciaio ma sono relativamente diffusi anche i ferri con shaft in grafite. I ferri hanno normalmente una numerazione che va dal 3 al 9, per cui vale lo stesso discorso fatto per i legni riguardo al loft e alla lunghezza dello shaft. A questi si aggiungono i cosiddetti wedges, tra i quali i più diffusi sono il pitching wedge o più semplicemente pitch, il sand wedge e il lob wedge; si tratta di ferri dal loft particolarmente alto (fino a 60°) e dallo shaft particolarmente corto, che si usano per i colpi più corti. Il sand wedge, inoltre, ha una caratteristica curvatura della suola, detta bounce, che lo rende particolarmente idoneo ai colpi dalla superficie in sabbia. Esistono anche i ferri 1 e 2, che sono però piuttosto rari perché molto difficili da usare e adatti solo ai giocatori più abili. Il giocatore medio tira un ferro 3 a 180 m e un sand wedge a 60 m, con distanze proporzionalmente decrescenti per i ferri intermedi.
Il putter è il bastone che si usa in green per mandare la palla in buca. Ha un loft che va da 1° a 4° ed è l'unico bastone che deve far rotolare la palla invece che sollevarla da terra. Le case produttrici si sforzano di produrre ogni anno bastoni innovativi, ma per quanto riguarda il putter l'unica cosa che conta è che dia una buona sensazione in mano e al contatto con la palla.
Lo shaft era originariamente in legno, mentre al giorno d'oggi quasi sempre gli shafts sono in grafite e in acciaio. Quelli in grafite vengono generalmente utilizzati nei legni, perché essendo più leggeri garantiscono maggiore velocità e quindi maggiore potenza; quelli in acciaio sono normalmente usati nei ferri, perché garantiscono un po' più di precisione rispetto agli shafts in grafite e avendo una massa maggiore restituiscono una maggiore sensibilità, oltre a essere più economici. Esistono shafts di diversa flessibilità (normalmente si distinguono in flex, regular, stiff, extra-stiff), a scelta del giocatore. Quelli più flessibili si addicono ai principianti proprio perché, grazie al cosiddetto effetto frusta, garantiscono elasticità e potenza, mentre i giocatori più bravi e veloci non possono utilizzarli in quanto ad alte velocità lo shaft si curva, con effetti negativi sulla precisione del tiro.

Le attuali palline rappresentano la combinazione dell'attrezzo originale con i progressi tecnici; esse hanno un peso massimo di 45,93 g e una dimensione minima di 4,267 cm di diametro; sono quasi sempre di colore bianco e la loro superficie è costellata di tante fossette circolari, dette dimples, che garantiscono la tenuta della traiettoria in volo. Le palline si differenziano tra loro tanto per il materiale del rivestimento quanto per il materiale, la composizione e la compressione dell'interno (palle in due, tre pezzi, palle multistrato, nuclei liquidi, nuclei in titanio ecc.). Tutto ciò conferisce alla pallina leggerezza, precisione, profondità, robustezza e permette velocità anche vicine ai 250 km/h.
I giocatori migliori preferiscono le palle più morbide e con maggiore rotazione, che sono più manovrabili nei colpi in prossimità del green; i principianti preferiscono palle più dure che limitano maggiormente l'errore nei colpi lunghi e consentono di raggiungere maggiori distanze.

L'attrezzatura è completata da una serie di accessori indispensabili. La sacca, oltre ai bastoni, serve a portare tutto ciò che può essere necessario durante le cinque ore di una partita, compresi asciugamani, tute da pioggia, libretto delle regole ecc. La sacca può essere portata in spalla o su un carrello e può essere in pelle o in materiale sintetico. Le sacche da spalla sono di dimensioni ridotte e materiali leggeri e il più delle volte sono dotate di un treppiede. Il carrello che serve per portare la sacca, se non si desidera portarla in spalla, deve essere leggero e stabile.
Le scarpe fino a pochi anni fa avevano la suola chiodata, ma negli ultimi anni hanno cominciato a imporsi chiodi in plastica (soft spikes) che dovrebbero essere meno dannosi per la superficie del green (e per il pavimento degli spogliatoi), al punto che oggi in molti circoli i chiodi in acciaio sono vietati. Lo scopo dei chiodi è quello di garantire la stabilità sia nel cammino sui pendii bagnati sia nell'esecuzione del colpo. Una buona scarpa da golf, poi, oltre che comoda deve anche essere impermeabile.
Il guanto può essere in pelle o in materiale sintetico. Ha lo scopo di garantire la presa migliore anche in caso di pioggia e di prevenire le vesciche alla mano. Si usa solo per la mano sinistra (per i giocatori destrorsi), che è l'unica ad aderire interamente al grip.
Per finire, tre accessori assolutamente indispensabili sono i tees (supporti in legno che possono essere utilizzati per mantenere la palla sollevata da terra nel colpo di partenza di ogni buca, come già detto), i 'marchini' e un 'alza pitch marks'. I marchini servono per contrassegnare la posizione della palla sul green quando la si voglia togliere dalla traiettoria di gioco di un compagno. Per 'alza pitch marks' si intende una specie di forchettina che serve a riparare i danni lasciati dalla pallina all'impatto con il green, pratica fondamentale per la tutela del campo di gioco.




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