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venerdì 1 maggio 2015

LA PIPA

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La pipa ha origini antichissime e risultano diverse da quelle del tabacco le cui origini risalgono invece all'epoca precolombiana. Ne consegue che la pipa in origine non veniva usata per il tabacco ma solo come attrezzo per il fumo, come testimoniano gli scritti pervenutici  di Erodoto, Plinio il Vecchio e Plutarco fino ad arrivare ai Greci e ai Romani tra cui era tradizione aspirare con le narici tramite dei "cannelli" il fumo di alcune erbe. Il fumo di canapa risale ad una tradizione ancora più antica diffusasi dall'India all'Asia e successivamente ai popoli Africani. Alcuni oggetti simili a delle moderne pipe per la forma sono state rinvenute in scavi archeologici in Svizzera, in Francia e in Italia. Vi è inoltre un affresco a Ercolano in cui delle donne sono ritratte mentre fumano la pipa. Strumenti ancora più antichi simili nell'aspetto a delle pipe sono stati rinvenuti in tombe faraoniche risalenti al 2000 a.C. circa. Il progenitore della pipa è il modo in cui alcune popolazioni dell'India inalavano il fumo: essi scavavano un buco nel terreno dove venivano poste delle erbe e fatte bruciare, il tutto veniva poi ricoperto con un cono di terra e attraverso un foro dove veniva introdotta una canna cava si aspirava il fumo. Con la scoperta delle Americhe nel 1492 in Europa si diffonde il tabacco e i riti ad esso connessi come il sigaro e la sigaretta, affiancate dall'uso di pipe che nel nuovo mondo erano diffuse presso i Maya e gli Aztechi. Gli strumenti usati da queste popolazioni erano però privi di fornello e consistevano in semplici cannelli mediante i quali veniva aspirato il fumo. Le prime pipe come le intendiamo noi oggi sono quelle diffuse tra le tribù indiane del Nord America. Le pipe erano essenziali in tutti gli aspetti della vita di queste popolazioni. Erano costituite da una testa in pietra a forma di T rovesciata e da un lungo bocchino in legno, canna o pietra. le più conosciute pipe indiane sono i "calumet della pace" usati dalle tribù Sioux. Il fornello di queste pipe era minuziosamente scolpito mentre il bocchino di canna nera colorato era ornato di penne d'aquila, crini e strisce di pelle con significato simbolico in relazione all'uso che ne veniva fatto. Queste pipe erano molto lunghe: misuravano un metro e oltre. In ogni caso gli europei impararono a fumare la pipa dalle popolazioni del sud-est degli Stati Uniti dove sono state rinvenute pipe dal bocchino curvo e dal fornello in terracotta.

La pipa compare in Europa, con il tabacco nei primi anni dei '500. Sono pipe in terracotta; piccole, semplici, ma già funzionali. Il loro basso costo, la facilità di fabbricazione, l'estetica sempre accattivante, invogliavano a farne uso, anche se la durata era piuttosto limitata a causa della fragilità del materiale. Questo inconveniente ha fatto sì che siano ormai rarissime quelle sicuramente antiche. Tutte pipe piccole, agli inizi, perché il tabacco è raro e costoso. Le si vedono nella bocca di marinai spagnoli e portoghesi, successivamente in quella degli inglesi ed è proprio in Inghilterra che la pipa ha la sua prima affermazione (Sir Walter Raleigh la introduce persino alla corte britannica).

Il suo uso è osteggiato in vari paesi, ma la guerra dei Trent'anni diffonde la pipe in tutta Europa.
Artigiani inglesi esportano nei Paesi Bassi la produzione delle pipe di terracotta e gli olandesi diventeranno presto i più grandi produttori di "pipe di gesso" (in realtà di argilla bianca) che ancora oggi si usano e che hanno la loro capitale, con relativo museo, a Gouda.
Altri centri attrezzati per questa produzione erano in Francia, Belgio, Nord e Sud Italia e Spagna.
Addirittura imponente la produzione della Gambier di Parigi che dal 1850 al 1926 ha sfornato qualcosa come 1.940.400.000 pipe. Ma questo fu un caso unico di "industrializzazione" applicata a questa tipologia di pipa.
Dopo la nascita di questo prodotto "terra-terra", a seguito della richiesta di fumatori più pretenziosi ed esigenti, si studiarono pipe fabbricate nei più svariati materiali, sempre più nuovi, resistenti, pregiati. Metalli come bronzo, ottone, argento, avorio; legni come bosso, palissandro, ulivo, betulla, olmo, quercia, ciliegio.

Anche le forme del fornello e del bocchino subirono parecchie trasformazioni alla ricerca continua della migliore funzionalità prima di arrivare alle forme attuali.
Accanto alle pipe di argilla (che, secondo la terra usata e i sistemi di cottura, possono essere bianche, rosse o anche nere) hanno un loro spazio le pipe di legno, genere in cui diventeranno famose quelle tedesche di Ulm.
Tedesche e austriache sono le pipe di porcellana che compaiono verso la fine del '600. Sono grosse, vistosamente dipinte, con un coperchio di metallo, spesso legate a un'appartenenza militare; hanno ancora oggi una certa diffusione nei due paesi, soprattutto a fini decorativi.
In varie città europee si aprono locali per fumare in pace e in compagnia; Federico I di Prussia fonda addirittura un'Accademia di pipatori.

Nel '700 la pipa deve fare i conti con il propagarsi, specie nelle classi più elevate, della voga del fiuto che dà origine alla produzione di oggetti spesso di pregio artistico (si pensi alle tabacchiere) e a un vero e proprio rito sociale. La pipa, a sua volta, si impreziosisce e si differenzia nelle forme e nella materia prima: metalli più o meno nobili e persino vetro (ricercata specialità, questa, di Bristol e di Venezia).
Ma è l'uso di una nuova materia, la schiuma; a segnare un'ulteriore epoca di trionfi.

Si deve arrivare verso il 1700 per vedere prodotte le prime pipe in "schiuma di mare", ancor oggi considerate assai pregiate e ricercate nella loro pur sempre limitata produzione, sia nelle forme classiche che in quelle scolpite nelle forme più fantasiose, a volte di dimensioni eccezionali. Questo minerale è chimicamente denominato "silicato di magnesio" e, almeno nella specie più pregiata, si trova solo in Anatolia (Turchia) nel sottosuolo argilloso. La schiuma ebbe il suo periodo di maggior splendore dal 1800 al 1900; le migliori erano fabbricate a Vienna. Di pipe in questo materiale ne vengono tuttora prodotte soprattutto in Turchia.

Verso il 1850-60, con l'impiego di un nuovo legno durissimo e dalla venatura particolare, la Radica ( Erica Arborea un arbusto che cresce solo sulle sponde del Mediterraneo) la pipa venne prodotta industrialmente con torni e macchine all'uopo fabbricate. I primi furono i francesi a Saint-Claude nel Jura; poi subito gli italiani. Si era attorno al 1900. Un primato mai superato nel mondo.
Di pipe in radica se ne producono oggi in vari stati d'Europa, ma l'ltalia vanta il primato delle cosiddette "pipe fatte a mano" prodotte da validi ed insuperabili artigiani.
Molto conosciute sono anche le classiche pipe inglesi richieste dai più snob, le tradizionali pipe francesi e le avveniristiche danesi.

Collezionisti di pipe esistono in tutte le parti del mondo: già nel 1910 un membro della famiglia Imperiale russa dei Romanoff collezionava pipe rare, e si dice ne possedesse addirittura 27.000. Attualmente questa passione si è diffusa e in certi casi è diventata addirittura maniacale; solo in America si contano collezionisti a migliaia. In Italia collezionare vecchie pipe è di attualità.
Le più importanti case d'aste hanno già battuto pipe pregevoli, e non sono pochi gli antiquari che hanno riservato nelle loro botteghe un angolo per i collezionisti di oggetti da fumo, con in bella mostra tabacchiere in argento, oro, avorio, smalti, armadietti o mobiletti per la custodia delle pipe, bocchini fumasigari e naturalmente pipe di tutte le epoche e provenienze.



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IL FAGIOLO DI BREBBIA

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Il fagiolo dell'occhio appartiene alla specie Vigna Sinensis del genere Phaseolus delle Leguminose Papilionate, ed è l'unico fagiolo autoctono del Vecchio Mondo, essendo originario dell'Africa e dell'Asia.

Consumato fin dall'antichità, quando era chiamato Phaseolus, deve il nome attuale (fagiolo dell' occhio) a una macchiolina rotonda e scura presente al centro della concavità del legume.

La verde campagna di Brebbia, è sempre stata terra feconda e generosa per i suoi abitanti. Le sue dolci colline e l'ampia pianura ben si prestavano ai lavori agresti: era dal lavoro della terra e dai suoi frutti che essi traevano di che vivere e sostenersi. Delle varie coltivazioni che si effettuavano, primeggiava su tutte, sia per qualità che per quantità, quella del "Fagiolo". Ecco perchè seguendo una tradizione che voleva per gli abitanti di ogni paese un particolare appellativo, fu facile chiamare i brebbiesi "Fagioli" o per meglio dire "Fasòeu".

La coltivazione di questo prezioso legume era conosciuta nella zona già a partire dal I° secolo d.c. . Si racconta, infatti, che attorno all'anno 43 il console romano a Milano, in visita alle legioni disposte lungo le sponde del Verbano, sostò a Brebbia mentre erano in corso i Quinquatrus maiores. Questi erano festeggiamenti popolari in onore della dea Minerva, al termine dei quali veniva immolato su un'ara un agnello (tale altare pagano, dedicato alla dea Minerva, è visibile in parte ancora oggi poiché è incastonato sul portale laterale della chiesa di S. Pietro e Paolo). Il console fece dono alla guarnigione locale di 10 giare contenenti semi del fagiolino dell'occhio.

Nel corso dei secoli, il fagiolo fu adottato anche nei monasteri, dove il precetto di non mangiare carne in certi periodi dell'anno costringeva a sostituirla con cibi che potessero supplire alle carenze proteiche. Divennero perciò simboli di Mortificazione, di Umiltà e di Castità.

Invece al popolo ispiravano ben altri simboli. Grazie alle loro proprietà nutritive e al gusto sapido e corposo, furono considerati afrodisiaci oltre che adatti alla cosmesi femminile. Credenze testimoniate ancora nell'epoca Rinascimentale da Mattioli e da Durante.

Con la venuta del fagiolo importato dalle americhe, infine, il fagiolino dell'occhio fu messo in disparte, in quanto la sua coltivazione era ritenuta meno redditizia, in termini quantitativi, rispetto ai fagioli americani.

Ricchi di fibre, proteine e gusto, i fagioli hanno avuto alterne vicende nella storia della gastronomia. Grazie alle loro proprietà nutritive e al gusto sapido e corposo, furono considerati afrodisiaci oltre che adatti alla cosmesi femminile. Con le invasioni barbariche cominciò una contrapposizione, destinata a durare a lungo, tra la carne, alimento nobile e costoso destinato alle mense dei ricchi, e i fagioli, umile e semplice cibo dei contadini, ignorato o disprezzato dall’alta gastronomia, ma considerato la “carne dei poveri” per il suo enorme valore nutritivo. Allora era solo un’intuizione nata dall’esperienza, oggi sappiamo che ben il 24% del contenuto di un fagiolo secco è formato da proteine e il 48% da glucidi. Ma le sue qualità dietetiche non si fermano qui: rispetto alla carne contiene un minor numero di grassi e una maggiore quantità di lecitina, una sostanza capace di sciogliere i grassi che si accumulano nel sangue.

In base ad una ricerca effettuata sulle famiglie del Comune di Brebbia e ad approfondimenti di carattere storico-popolare sull’agricoltura locale, la denominazione di “Fagiolo di Brebbia” è riservata alla tipologia del Fagiolo dell’occhio, ottenuto in conformità di queste specifiche e soltanto nel territorio comunale di Brebbia e dei comuni limitrofi, in un raggio massimo di 5 km. Con la denominazione “Fagiolo di Brebbia”, o la sua variante dialettale “Fasòeu dè Brebièe”, s’intende un prodotto tipico locale ottenuto secondo le regole a seguire del disciplinare.
Secondo le tradizioni tramandate dalle vecchie generazioni e sulla scorta delle esperienze maturate nella coltivazione degli impianti “pilota” realizzati nel territorio del Comune di Brebbia, le cui tecniche di coltivazioni conservano intatte le tecniche produttive originali, si è proceduto a definire le seguenti raccomandazioni che devono essere rispettate per la coltivazione del Fagiolo di Brebbia:

a) Zone di coltivazione : terreni pianeggianti, o alle prime pendici delle colline del paese, fertili e di medio impasto;

b) Preparazione del letto di semina: Il terreno per la semina dei fagioli va preparato con un’aratura meccanica alla profondità di circa 30-40 cm, una concimazione presemina a base di letame e una fresatura (meccanica) per interrare i concimi e sminuzzare lo strato di terreno interessato dall’apparato radicale della specie.

c) Epoca di semina: Il fagiolo con l’occhio nero va seminato dalla seconda decade di maggio fino alla fine dello stesso mese. Questo ecotipo di fagiolo è sensibile ai forti calori estivi (che possono incidere negativamente sull’allegagione e formazione dei baccelli), alle piogge prolungate, al vento e alle basse temperature.

d) Il seme, in mancanza di prodotto selezionato e certificato dal Comitato di tutela, deve essere raccolto nella campagna precedente dalle piante più produttive e con baccelli uniformi che non hanno manifestato sull’intera pianta sintomi di malattie contagiose (virosi ecc.) durante il ciclo vegetativo; deve, inoltre, essere selezionato con controlli visivi: i semi devono essere perfetti e non presentare danni da parassiti.

e) La scelta della distanza di semina del fagiolo dell’occhio nero, in riferimento alle caratteristiche della specie (molto vigorosa), va effettuata in modo da far vegetare e produrre la pianta nelle migliori condizioni d’esposizione ai raggi del sole e far circolare l’aria all’interno della massa fogliare. Le distanze di semina più indicate per il fagiolo dell’occhio nero, in riferimento ai suddetti obiettivi, sono: cm 20 -30 sulla fila e cm 100-150 tra le file. In particolare si consiglia di deporre gruppi di 5 semi alla distanza prescelta sulla singola fila e ricoprirli con uno strato di circa 2-3 cm di terreno.

f) Sarchiatura: la prima sarchiatura va eseguita dopo qualche settimana dalla semina, quando le piantine hanno raggiunto un’altezza di circa 20 cm; la seconda e la terza quando le erbe infestanti o il terreno (compattato dalle irrigazioni o dalle piogge) ostacolano l’attività vegetativa e produttiva della specie in oggetto. Le operazioni di sarchiatura possono essere eseguite manualmente sulle file e con motozappa tra le file.

g) Strutture di sostegno: la pianta di fagiolo dell’occhio è un rampicante molto vigoroso che per poter vegetare e fruttificare nelle migliori condizioni deve essere affidato fin dalla nascita ad una struttura di sostegno (piante di mais, canne, frasche, rete di plastica con pali tutori ecc.) per alzare gli apici vegetativi dal terreno. Alla luce delle attuali conoscenze la struttura di sostegno più economica e di più semplice montaggio è la rete di plastica con pali tutori (di legno, di resina , di ferro trattato ecc.), anche se la coltura più tradizionale vede la convivenza simbiotica del fagiolo con le piante di mais, che fungono da tutori.

h) Irrigazione: Il Fagiolo di Brebbia è molto esigente di acqua e ai primi sintomi di carenza idrica bisogna irrigare per non compromettere la produzione. I turni d’irrigazione, in riferimento a quanto detto, si devono ripetere con una cadenza media di 15 giorni nel primo periodo ed alla comparsa di sintomi di stress idrico nell’ultimo periodo.

i) Nel corso della vita produttiva della piantagione è consentito l’uso esclusivo di concimi naturali, in particolar modo di letame.

j) La raccolta avviene a mano.

Art. 3 (Caratteristiche del prodotto finito) - Eseguita la raccolta a mano, i baccelli, essiccati al sole, vengono sgranati: il Fagiolo di Brebbia è dunque pronto per essere consumato o conservato per l’inverno. Il confezionamento avviene con l’ausilio di un sacchetto (di plastica o, preferibilmente, di stoffa) sul quale viene applicato il logo identificativo del prodotto.
La produzione del Fagiolo di Brebbia avviene sotto il controllo del Comitato della Denominazione Comunale istituito dal Comune di Brebbia.




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