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sabato 6 giugno 2015

IL MELO SELVATICO

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Il Melo selvatico (o melastro) è una pianta originaria del continente europeo e del Caucaso, dove è componente delle formazioni a latifoglie subtermofile (rovere, roverella, farnia, carpino, ecc.) della fascia collinare e sub-montana.

Albero alto fino a 10 metri, con chioma densa e rotondeggiante; il tronco è diritto o un po' sinuoso, con scorza grigio-chiara con sfumature rossastre da giovane, mentre negli esemplari più vecchi si presenta grigio-scura e fessurata in scaglie irregolari che tendono a desquamarsi.
Le foglie sono decidue, alterne, semplici, picciolate, ovate con apice acuto e base arrotondata; la pagina inferiore presenta una certa pelosità che tende a scomparire con l'avanzare della stagione.
I fiori sono ermafroditi e riuniti in infiorescenze con 3-7 fiori terminali ed erette; il peduncolo fiorale è lungo 1-3 cm e peloso. % sepali e 5 petali, bianchi internamente o con macchie rosa, esternamente macchiati di rosa o rosso. Il frutto è un pomo globoso largo 2-4 cm, prima verde, poi più o meno arrossato. Il torsolo (pericarpo) contiene alcuni semi neri e lisci.
I frutti maturano tra agosto e ottobre e sono pomi sferoidali a volte costoluti dalla polpa aspra e verdastra, con la buccia (epicarpo) gialla in alcuni casi striata di rosso. Hanno un diametro di 2-3 cm e sono molto profumati. Contengono una decina di semi bruni ciascuno.
Il Melo selvatico è diffuso in tutta la penisola tranne la Valle d’Aosta da 0 a 800-1400 m sul livello del mare. E’ una pianta che essendo rustica non teme affatto i geli invernali, ma viene danneggiata dalle gelate tardive che ne danneggiano la fioritura. Eliofila (anche se qualcuno sostiene che prosperi meglio in mezzombra) e mesofila, vegeta in modo ottimale in stazioni non troppo umide né troppo aride, di solito come esemplare isolato in boschi di latifoglie al margine di radure dove non debba soffrire a causa della competizione laterale. Il terreno ideale deve essere sabbioso oppure limoso, fertile e ben drenato, con un pH vicino alla neutralità, ma può vivere anche su suoli a reazione alcalina o sub acida, o addirittura in stazioni periodicamente inondate, essendo una pianta molto adattabile ai vari substrati.

Data la stretta parentela con il melo comune di cui risulta essere progenitore, il Malus Sylvestris viene attaccato dagli stessi parassiti e malattie, ma presenta una maggiore resistenza agli stessi. Tra i parassiti ricordiamo afidi, afide lanigero, ragnetto rosso e larve minatrici. Tra le malattie vanno menzionate la ticchiolatura causata dal fungo Venturia inaequalis, marciumi radicali, cancri del legno e colpo di fuoco batterico.



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sabato 4 aprile 2015

IL CERVO

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Il cervo è il più grosso erbivoro selvatico esistente sulle Alpi, pesa fra gli 80 kg e 200 kg circa. Il maschio è dotato di corna anche di notevoli dimensioni (palco), che cadono in inverno per riformarsi poi in pochi mesi sempre più ramificate e robuste. Il colore del mantello è bruno-rossastro in estate e grigio-bruno in inverno. I piccoli, nei primi mesi di vita, presentano una pelliccia maculata. Il cervo svolge generalmente un’attività crepuscolare –notturna. Vive in branchi composti da femmine e giovani, guidati da una femmina adulta. Il cervo essendo una delle prerogative della specie ha la  necessità  di disporre di spazi molto ampi.

Il cervo vive in boschi misti e foreste ricche di radure. Questo animale si spinge talvolta anche sui pascoli più elevati. E’ originario dei boschi umidi situati lungo i corsi d’acqua , ma si é ben adattato a tutti i nostri tipi di foresta. Lo troviamo infatti dalla pianura fin al di sopra del limite del bosco. Gran parte dei cervi mostra un comportamento di tipo migratorio che può avvenire in modo verticale o dal fondo verso l’imbocco di una valle. Le zone di svernamento vengono abbandonate verso fine aprile per recarsi sui pascoli alpini dove trascorrerà tutta l’estate. Il ritorno è previsto dall’inizio di ottobre, a seconda delle condizioni climatiche e delle attitudini individuali.Il cervo, rigorosamente erbivoro, ha una discreta capacità di adattamento e cambia la propria dieta a seconda delle stagioni e della disponibilità di cibo. In autunno e in inverno si ciba di frutti selvatici ed erba secca e, quando questi cominciano a scarseggiare, di corteccia di alberi. In primavera ed estate  si nutre invece di varie specie foraggiere, di gemme e frutti selvatici.

I maschi entrano a far parte del branco solo nel periodo degli amori (settembre – ottobre); in questo periodo i maschi più forti (dominanti) emettono un richiamo amoroso (bramito) per invitare le femmine all’accoppiamento o per sfidare altri eventuali  maschi rivali. La durata della vita può raggiungere i 18/20 anni.

La maturità sessuale fisiologica viene raggiunta tra il primo e il secondo anno di vita, mentre quella psicologica si ha per i maschi tra i sette e gli otto anni, mentre per le femmine a partire dal terzo anno di vita. La gestazione dura da 226 a 236 giorni e di norma viene partorito un solo piccolo, raramente 2. Le nascite si concentrano nei mesi di maggio – giugno.


Quando incontriamo il cervo in natura, il nostro respiro viene catturato è come se si mozzasse o rallentasse per la bellezza e la maestosità dell'animale davanti al quale ci troviamo, pieno di grazia e dai movimenti delicati, la tenera bellezza di queste bestie non è passata inosservata dai nostri antenati, oltre al fatto che se ne cibavano. Il cervo è legato alle arti, in particolare alla poesia e la musica nell'antica tradizione celtica a causa della sua forma aggraziata.

I Celti credevano anche che il cervo fosse associato con il regno delle fate e portasse truppe di fate quando il cervo tagliava per la foresta velocemente.Sia i Celti che i nativi americani osservarono il cervo perché videro quanto esperto fosse questo animale nel trovare le erbe migliori. Molti di queste popolazioni avrebbero seguito il cervo durante il suo pascolo per imparare quali erbe mangiare o da usare per curarsi dalle malattie.

I significati simbolici per il Cervo sono: Amore, Grazia,  Pace, Bellezza, Fecondità, Umiltà, Velocità, Ricrescita, Creatività, Spiritualità, Abbondanza, Benevolenza, Vigilanza.
Come il cervo ha quella spinta interiore per cercare la terra più verde e migliore anche voi se avete questo totem come animale guida, cercate continuamente i vostri tesori nascosti; nella meditazione o durante il sogno, cercate di unirvi al vostro totem cervo, che vi condurrà nelle profondità della vostra anima, non per nulla era uno degli animali più usati dagli sciamani di certe tribù, oltre al cavallo, l'orso e l'aquila.
Il cervo (in particolare la cerva, la femmina) ha la capacità di dare infinita generosità. Il loro cuore pulsa al ritmo delle onde morbide della gentilezza, partite quindi nel viaggio interiore donando piena fiducia al cervo e lui vi ricompenserà con la più potente delle medicine spirituali. In Cina il cervo è simbolo di felicità e fortuna, infatti, il suo nome in cinese è un omonimo per la parola abbondanza.

Possiamo onorare il cervo durante la luna piena per migliorare o far emergere alcune delle qualità del cervo all'interno di noi stessi, alla stessa maniera lo possiamo onorare rivolti a Est nel mondo dell'alba così da ricevere la sua energia magari facendo appena un cenno con la testa per salutarne la forza che nasce.


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venerdì 13 marzo 2015

IL TOPO SELVATICO

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Il topo selvatico (Apodemus sylvaticus Linnaeus, 1758) è un mammifero roditore della famiglia dei Muridi. Specie molto comune ed ampiamente diffusa, vive in gran parte dell'Europa occidentale, spesso in vicinanza dell'uomo, ed è talvolta considerato nocivo.

Venne riconosciuto come specie a sé stante solamente nel 1894.

Questi animali si adattano a qualsiasi biotopo che comprenda una seppur rada copertura vegetale, e li si può perciò trovare in una grande varietà di ambienti, dal livello del mare al limite superiore della vegetazione boschiva: frequente è la loro presenza in zone rurali o nelle pinete, anche nelle immediate vicinanze delle abitazioni od addirittura all'interno di esse, mentre nelle aree collinari la specie cede solitamente il passo all'affine Apodemus flavicollis.

Il topo selvatico è lungo, testa e corpo, quasi 9 cm, cui si somma la coda, che è pressappoco della stessa lunghezza; pesa circa 18 g.

Il pelo è marrone-brunastro chiaro con parti ventrali e zampe bianche; a volte è presente sia sui fianchi che sul petto una macchia gialla. Gli occhi sono grandi e neri, le orecchie arrotondate, glabre e membranacee, le zampe posteriori nettamente più lunghe di quelle anteriori.

Si differenzia dalle assai affini Apodemus alpicola ed Apodemus flavicollis per la colorazione generalmente più omogenea e meno tendente al rossiccio e per le orecchie e la coda in proporzione leggermente più piccole, in particolare quest'ultima nel topo selvatico comune raramente supera in lunghezza le dimensioni del corpo. Se un topo selvatico viene catturato per la coda, è in grado di spezzarne rapidamente l'estremità, che però non ricrescerà mai più.

Si tratta di animali perlopiù notturni, anche se non è raro vederli anche in pieno giorno. Si dice che vivano in colonie a base familiare: quando si va ad eliminare il sottobosco (ad esempio con operazioni di pota o falciatura), infatti, è frequente osservarne dei gruppi anche molto numerosi. Che viva o meno in colonia, comunque, esso tende a formare gruppi familiari, ciascuno dei quali delimita un proprio territorio che ha un'estensione media di 1000 m2 (anche se sono stati misurati territori con estensione che va da 0,650 a 1,3 km²).
Nell'ambito del proprio territorio, i topi selvatici realizzano dei tunnel al di sotto dello strato di foglie morte che copre il terreno (sono infatti soprattutto abitatori di ecosistemi ben maturi), oltre che complicati sistemi di gallerie sotterranee che sboccano all'esterno con aperture del diametro di circa 4 cm. Tali gallerie solitamente convergono in nidi sotterranei che vengono foderati con erbe finemente triturate: essi vengono utilizzati sia per dormire che come nursery. Oltre ai nidi sotterranei, questi animali possono utilizzare, sia per dormirvi che come dispensa, anche nidi abbandonati di uccelli, situati a volte anche a considerevoli altezze dal suolo.

A volte i topi selvatici pongono dei mucchietti di pietre alti fino a 5 cm e larghi altrettanto in prossimità od addirittura al di sopra dell'entrata della tana, senza che tuttavia questi ne impediscano l'accesso. Lo scopo di tali monticelli di sassi è ancora ignoto: dopo un certo tempo i topi li distruggono, disperdendo casualmente le pietre su di un'area di svariati metri quadrati, ma se essi vengono distrutti da agenti esterni (osservatori molesti od incauti, predatori od agenti atmosferici), i topi riprenderanno gli stessi identici sassi per ricostruire il tumulo sopra o a lato della stessa entrata.
Per muoversi velocemente, i topi selvatici saltano spesso alla maniera dei canguri anche se, a differenza di questi, lo fanno appoggiando tutte e quattro le zampe sul terreno ad ogni salto, che può superare facilmente il metro di lunghezza.

La dieta di questi topi è composta principalmente di semi, cereali, ghiande, noci, frutta, gemme, funghi, insetti e anche di lumache. Aprono le nocciole rosicchiandole fino ad ottenere un foro irregolare dalla parte non appuntita, mentre i gusci delle lumache vengono completamente macinati ed ingeriti. I maschi mangiano più insetti e meno cibo vegetale delle femmine, mentre gli individui giovani si nutrono in prevalenza di gemme e di funghi e soltanto in minima parte di insetti.
Caratteristica comune di questi topi è quella di fare incetta di cibo, di qualsiasi genere, non appena questo diventa disponibile, sia che si tratti di nocciole che di ghiande o di vari tipi di bacche. Quando si trovano delle provviste di noccioline si pensa generalmente che sono gli scoiattoli ad averle nascoste, ed in parte a ragione, poiché gli scoiattoli tendono anch'essi a nascondere sottoterra noci e anche ghiande: tuttavia lo scoiattolo sotterra il cibo singolarmente, mentre solo raramente sotterra dei mucchi di provviste. Al contrario, i topi sono soliti sotterrare il cibo in uno o più gruppetti, tanto è vero che se si sparpagliano le noci ritrovate in un nascondiglio su di un'area grande quanto il territorio di una famiglia di questi roditori, i topini si affanneranno a raccoglierle nuovamente e a riammucchiarle in poche ore, anche in pieno giorno.

La riproduzione ha inizio in marzo e prosegue fino ad ottobre, e anche durante l'inverno se questo è mite. Le punte massime però si hanno in luglio ed agosto. Dopo un periodo di gestazione di 25-26 giorni, la femmina partorisce fino a 6 piccoli, ciechi, che dopo 16 giorni sono già pronti per lasciare il nido e a 21 giorni sono svezzati. Succede così di vedere i piccoli, che hanno appena imparato a camminare, correre appresso alla madre, continuando a succhiarle il latte. È facile perciò vedere una femmina che cammina con due o tre piccoli appesi ai capezzoli, portandone anche uno in bocca, senza sembrare minimamente impacciata. Ogni femmina può avere cinque nidiate l'anno ed i piccoli cominciano a riprodursi quando hanno appena cinque mesi.

Vari sono i mammiferi e gli uccelli che si nutrono di questi topi, da varie specie di civette a donnole, ermellini, volpi ed altri carnivori di medie e piccole dimensioni; anche i corvi mangiatori di carogne non disdegnano la loro carne.

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martedì 10 marzo 2015

IL CONIGLIO SELVATICO

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Il Coniglio selvatico europeo (Oryctolagus cuniculus Linnaeus, 1758) è un mammifero lagomorfo della famiglia dei Leporidi, diffuso in Europa. Si tratta dell'unica specie vivente appartenente al genere Oryctolagus (Lilljeborg, 1873).

Inizialmente diffuso in tutta Europa, dopo l'ultima glaciazione l'areale del coniglio selvatico era limitato all'area mediterranea di Francia e Spagna ed ai Monti dell'Atlante (dove tuttavia era stato introdotto dai Fenici): gli antichi Romani provvidero ad introdurre questi animali in Europa centrale ed in numerose isole (Baleari, Creta, Cipro, Sardegna, Corsica, Azzorre, Madera etc.). Attualmente, con sei sottospecie il coniglio è diffuso allo stato selvatico praticamente in tutta Europa (dal Portogallo sino alla Polonia, comprendendo la Gran Bretagna ed alcuni territori di Norvegia, Svezia ed Ucraina) e nel Nordafrica. I conigli selvatici sono stati inoltre introdotti con successo in Australia, Nuova Zelanda, Cile ed in numerosissime isole.

In Italia, la sottospecie huxleyi è diffusa in tutte le isole (Sardegna, Sicilia, Corsica, Malta, Elba ed isole minori), oltre che con popolazioni frammentarie in tutto il territorio peninsulare: a più riprese è stata importata e liberata sul territorio nazionale anche la sottospecie nominale.

Predilige ambienti aperti, con clima secco e mite, ad altitudine non eccessivamente elevata: il suolo dev'essere soffice o sabbioso, in modo da permettere all'animale di scavarsi la tana. Un tempo i conigli selvatici si spostavano nelle aree rurali, dove il suolo appena arato era agevolmente colonizzabile, tuttavia con l'avvento delle moderne tecniche di aratura meccanica, molto più invasive, ciò non è più conveniente per l'animale.


Misura fino a 45 cm di lunghezza, per un peso che raggiunge i 2,5 kg: i maschi sono generalmente più grossi e robusti delle femmine.

Ha lunghe orecchie e grandi occhi neri situati sui lati della testa, che nelle femmine è più lunga e affusolata rispetto ai maschi. Le zampe posteriori sono robuste e più lunghe di quelle anteriori e mettono il coniglio in condizione di correre rapidamente. Invece di avere dei cuscinetti a protezione della pianta dei piedi, il coniglio ha una fitta copertura di peli che gli permette di non scivolare sia sulla roccia che sulla neve. Le zampe sono inoltre palmate per impedire alle dita di separarsi mentre l'animale salta o scarta di lato, provocando così cadute. La coda è molto corta e rivolta all'insù: essa è ricoperta sul lato inferiore di pelo bianco, che le dà un aspetto ovattato.

La pelle è piuttosto scura e lucida nella parte superiore del corpo, mentre è grigio-biancastra nelle parti più basse. La pelliccia ha tre strati:

un sottopelo, fitto, lanoso e soffice;
uno strato mediano di peli più lunghi e più duri che danno al mantello il suo colore;
un terzo strato (detto "di guardia") di peli ancora più lunghi ma meno fitti;
Il rivestimento si infittisce durante la stagione invernale. Il pelo è solitamente bruno uniforme nella zona dorsale, con sfumature grigie sul quarto posteriore e color ruggine sulle spalle, mentre il ventre, la gola, la coda e la parte interna delle zampe sono bianche. Tutta l'area dorsale è brizzolata di nero: non sono rari anche gli esemplari completamente neri.
Sotto il mento del coniglio vi sono delle ghiandole, più grandi nel maschio che nella femmina, le quali producono una secrezione che viene utilizzata per contrassegnare il territorio: i conigli hanno l'abitudine di fregarsi a vicenda il mento, specialmente tra coppie e con i neonati, e si presume che ciò permetta loro di riconoscersi.

Si tratta di animali principalmente notturni e fortemente gregari, che possono vivere in colonie di grandezza direttamente proporzionale alla disponibilità di cibo. Una colonia tipo è composta da una decina di individui, senza distinzione di sesso: in ogni caso all'interno di ciascuna colonia (in particolare fra i maschi) vige un rigido schema gerarchico, che si traduce nella facilità di accesso all'accoppiamento o al cibo. Ciascuna colonia vive in un territorio che solitamente si estende per circa quattro ettari e nei maschi ha dimensioni maggiori, in modo tale da sovrapporsi con quelli di più femmine.

Nonostante l'idea di animale placido che l'opinione pubblica ha dei conigli, questi animali possono rivelarsi particolarmente aggressivi fra loro: in particolare i maschi, pur mostrando rituali aggressivi come lo spruzzare la propria urina sui contendenti, generalmente rispondono ad eventuali sfide attaccando immediatamente e ferendosi anche gravemente con morsi, graffi e calci.

Si tratta di animali erbivori, che si nutrono di una vasta gamma di materiali di origine vegetale, dall'erba alle foglie alle radici.

Per ricavare il massimo quantitativo di nutrimento disponibile dal cibo, i conigli sono soliti reingerire parte delle proprie feci ( cosiddetti "ciecotrofi") per rielaborarne il contenuto (nel frattempo degradato dalla flora batterica) ed ottenere alcuni nutrienti essenziali.

I conigli sono universalmente famosi per la propria capacità riproduttiva: la femmina va infatti in estro ogni 21 giorni (anche se l'ovulazione è indotta dall'accoppiamento) e tende a riprodursi durante i primi mesi dell'anno, anche se in condizioni favorevoli può allevare i piccoli durante tutto l'anno al ritmo di una cucciolata al mese. Tuttavia, in condizioni di stress essa può abortire spontaneamente o riassorbire gli embrioni.

Le modalità di corteggiamento del coniglio selvatico sono tuttavia state ancora poco studiate: pare che i maschi di rango più alto abbiano degli harem (poliginia), mentre quelli di ranghi più bassi tendano a formare delle coppie stabili (monogamia).

La gestazione dura un mese, al termine del quale vengono dati alla luce dai 3 ai 14 cuccioli: prima di partorire la femmina tende a scavarsi un cunicolo a fondo cieco nella tana, che ricopre col proprio pelo e con erbe secche, oppure se è il suo primo parto scava un cunicolo nel terreno ex novo, che poi verrà ampliato negli anni successivi. I cuccioli nascono nudi e ciechi, e la femmina li visita per una manciata di minuti al giorno per allattarli: sono tuttavia estremamente precoci e già a tre settimane possono essere svezzati. L'indipendenza dalla madre viene raggiunta a un mese di vita, ma la maturità sessuale non sopravviene prima dell'ottavo mese di vita.

La speranza di vita di questi animali è di circa 9 anni, anche se in generale il 90% degli esemplari muore prima di raggiungere l'anno d'età, a causa della forte pressione predatoria e venatoria alla quale l'animale è sottoposto.

I rapporti tra uomo e coniglio europeo risalgono ai tempi dei Fenici, prima del 1000 a.C., quando il popolo di navigatori definì la penisola iberica con il termine i-shephan-im (che letteralmente vuol dire "terra de gli iraci", infatti la parola shephan in fenicio vuol dire sia "coniglio" che "irace", anzi in alcune traduzioni in lingue moderne della Bibbia dall'ebraico - dove invece si allude all'irace - è stata mutata in "coniglio"), che i Romani successivamente convertirono nella forma latina Hispania (da qui il moderno Spagna). Il coniglio europeo è la sola specie di coniglio ad essere stata addomesticata, anche se i rapporti tra questa specie e l'uomo si sono evoluti in modi diversi: i conigli, infatti, sono un esempio di animali trattati come cibo, animali da compagnia o flagelli nella stessa cultura.

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