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domenica 6 agosto 2017

L'ARGAN

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L'olio di argan è l'olio estratto dai semi della pianta di Argania spinosa, endemica nella zona sud del Marocco. È particolarmente apprezzato per le sue proprietà nutritive, cosmetiche e medicamentose. Nel linguaggio cosmetico è anche conosciuto come olio marocchino.

La foresta di Argan, che un tempo copriva vaste superfici dell'Africa del nord, oggi si estende per circa 800.000 ettari nel sud del Marocco, specificamente nella pianura del Souss, tra le città di Essaouira, Agadir e Taroundant. Nel 1998 l'UNESCO ha dichiarato l'area delle foreste di argania riserva della biosfera[2]. Qui lavorano cooperative di donne dedite alla raccolta dei frutti assicurando la protezione e la riforestazione di tali piante.

La raccolta dei frutti della pianta di Argania spinosa avviene nei mesi di giugno e luglio, occasionalmente, solo in alcune zone, nel mese di febbraio. La raccolta avviene quando il frutto ormai secco cade dalla pianta e viene raccolto da terra. Al momento della raccolta, le donne prestano particolare attenzione a non raccogliere noci, ma soltanto i frutti, perché noci senza frutto sono da attribuirsi a frutti che sono stati mangiati dalle capre che ne sono ghiotte e che usano arrampicarsi sugli alberi per mangiarli. L'utilizzo tradizionale di noci digerite dalle capre è caduto in disuso in quanto non è compatibile con gli attuali parametri sensoriali e di stabilità dell'olio di argan per uso alimentare.

La raccolta è tutt'oggi manuale e, come tradizione, viene effettuata da donne Berbere autoctone della stessa area geografica, oggi riunite in cooperative di lavoro. I frutti ormai secchi vengono raccolti e portati sino ai centri di lavorazione. Gli unici strumenti utilizzati in questa fase sono sacchi per la raccolta, asini o mezzi moderni per il trasporto.

Tradizionalmente, una volta estratti i noccioli dai frutti e le mandorle dai noccioli, queste ultime venivano messe in un tipico strumento che, attraverso il loro sfregamento meccanico e l'aggiunta di acqua, produceva una pasta chiamata “Malaxage” contenente il 50% di olio di argan. Dal massaggio manuale della Malaxage si ottiene l'olio di argan. Per ottenere olio di argan per uso alimentare le mandorle vanno tostate prima dell'ottenimento della Malaxage. Con questo metodo la resa sul peso dei noccioli varia dal 30% al 35%, quindi da circa 100 kg di frutto secco, si ottengono circa 7.2 kg di noccioli da cui derivano 6.5 kg di mandorle da cui si ricavano circa 2 kg di olio di argan. Sono necessarie 58 ore di lavoro per ottenere questa quantità di prodotto. L'olio di argan, ottenuto con metodo tradizionale, contiene una rilevante percentuale di acqua che ne limita la conservazione nel tempo, per i naturali fenomeni di ossidazione. Pertanto le donne berbere conservavano i frutti per tutto l'anno e producevano piccole quantità di olio in base ai bisogni di consumo della loro famiglia. I prodotti secondari della lavorazione sono: il guscio dei frutti secchi, che veniva dato come alimento al bestiame, i residui dei noccioli aperti, utilizzati per accendere il fuoco, e la pasta Malaxage come ingrediente della ricetta tradizionale del “Sapone nero”, tipico delle regioni nord africane e medio orientali, utilizzato nell'Hammam.

A partire dai primi anni del 2000 al metodo di lavorazione manuale si è progressivamente affiancato il metodo di estrazione moderno che prevede l'impiego di diversi macchinari. Le mandorle ottenute dall'apertura dei noccioli vengono lavorate attraverso una tramoggia che le macina e spreme progressivamente, sino all'ottenimento dell'olio non filtrato, che appare molto torbido per la presenza di frammenti. L'olio ottenuto a questo punto della lavorazione, viene filtrato. Una moderna macchina può estrarre sino a 10 litri per ora a differenza delle modeste quantità del metodo tradizionale. I sottoprodotti del moderno metodo di lavorazione sono esclusivamente i residui secchi delle mandorle spremute, che attualmente vengono impiegati come cibo per gli animali. Attraverso il metodo moderno la resa sul peso del noccioli varia dal 40 al 45%, pertanto, da circa 100 kg di frutto secco si ottengono circa 7,2 kg di nocciolo da cui derivano circa 6,5 kg di mandorle da cui si ricavano circa 3,25 kg di olio di argan. Con questo metodo il tempo necessario per pressare un Kg di mandorle si riduce da 3 a 4 volte. Con il metodo moderno meccanico non si deve aggiungere acqua per la lavorazione del malaxage, ottenendo così un olio di argan capace di conservarsi molto più a lungo rispetto a quello ottenuto con il metodo tradizionale. È, inoltre, dimostrato che l'estrazione eseguita con i metodi moderni ed industriali, tramite pressa, non altera né la composizione chimica, né le caratteristiche fisico-chimiche dell' olio di argan.



Per ottenere l'olio di Argan per uso alimentare è necessario tostare preventivamente i semi. L'olio così ottenuto ha un colore più scuro ed un odore torrefatto. Può essere utilizzato come condimento per il pane, il couscous e le insalate. Inoltre, dalla macinazione di mandorle tostate e olio di argan, i locali ottengono l'Amlou, una spessa pasta marrone con una consistenza simile al burro di arachidi, che viene consumata come pane.

L'olio di argan è composto per circa il 99 % da acilgliceridi (trigliceridi). In tutti gli oli vegetali la composizione può variare in funzione della modalità di coltivazione, della esposizione agli agenti esterni naturali e/o artificiali, della raccolta e della lavorazione. L'olio di argan è composto prevalentemente da trigliceridi.
La distribuzione di acidi grassi dell'olio di argan è molto simile a quella di altri oli vegetali di costo molto inferiore, pertanto è particolarmente alto il rischio adulterazione.

La parte insaponificabile che rappresenta il restante 1% è composta da carotene, tocoferolo (vitamina E), alcoli triterpenici, steroli e xantofilline.

Questo vale sia per l'olio alimentare che quello cosmetico ma, all'aumentare del grado di tostatura, si osserva un aumento del colore e del contenuto di fosforo. I dati ossidativi dimostrano che la tostatura delle mandorle da 15 a 30 minuti a 110 °C è ottimale per preservare le proprietà nutritive dell'olio di argan vergine.

Il tenore di campesterolo nell'olio di argan (< 0,4% del totale degli steroli) è molto inferiore di quello degli oli con cui può essere adulterato, pertanto è uno dei possibili marcatori di una eventuale adulterazione.

L’olio di Argan è un vero e proprio portento. Le mille proprietà dell’olio di Argan lo rendono il prodotto perfetto per chi ha particolare attenzione alla bellezza. Direttamente dal sud del Marocco arrivano le piante di Argan (dette anche albero della vita) da cui si ricava il prezioso Olio di Argan, un olio inimitabile tant’è che solo quello proveniente da queste zone ha determinate proprietà. Un vero e proprio elisir l’olio di Argan, dalle proprietà uniche che lo rendono un prodotto versatile adatto sia alla cura della bellezza che alla cucina. Le proprietà dell’olio di Argan sono molteplici e derivano tutte dai semplici elementi che lo compongono: acidi grassi, Omega 3, Omega 6, vitamina E e vitamina A capaci di combattere il rilassamento cutaneo e l’invecchiamento. Riesce a idratare tutti gli strati della pelle a partire dal film idro-lipidico grazie alle sue proprietà emollienti, nutritive e rigeneranti. Inoltre aiuta a produrre collagene prevenendo la formazione delle rughe. Utile per prevenire le rughe, la sua azione elasticizzante è ideale per prevenire la formazione delle smagliature. Usi centenari per un prodotto eternamente moderno Centinaia di anni fa in Marocco si usava già l’olio di Argan anche in cucina. Somministrato regolarmente infatti questo olio consente di abbassare il colesterolo cattivo con benefici sul sistema cardiovascolare. Inoltre purifica il fegato e aiuta la digestione.
L’unguento viene usato anche per i bambini: la sua consistenza untuosa permette di idratare fino in fondo la pelle ma allo stesso tempo senza lasciarla unta. Idratante ed emolliente l’olio di Argan prevede usi anche per la pelle del viso e per le labbra: usato al posto del classico burro di cacao idrata la bocca lasciandola carnosa e morbida e allontanando la secchezza delle labbra sia in estate che in inverno. Usato per le unghie dona elasticità e lucentezza, le lascia idratate e le rafforza.

I benefici terapeutici derivanti dal consumo di olio di argan vengono decantati dalle popolazioni indigene del Marocco e dagli esploratori ormai da più di 8 secoli. Tradizionalmente, l'olio di argan è stato conosciuto per le sue proprietà cardio protettive e per il trattamento di infezioni della pelle. Dati epidemiologici hanno dimostrato che, il consumo regolare di olio di argan per uso alimentare, può avere significativi effetti protettivi contro le neoplasie del tratto colon-rettale, della prostata, del seno, del pancreas e dell'endometrio. Alcuni esperimenti hanno dimostrato un'attività ipolipemizzante sugli esseri umani ed antidiabetica sugli animali. Inoltre, tra le proprietà farmacologiche dell'olio di argan si possono annoverare: inibizione della crescita batterica, anti-diabetico e protettivo del sistema cardio vascolare. Analisi che si sono protratte negli ultimi cinque anni hanno consentito di redigere studi fitochimici che indicano la presenza di numerosi composti farmacologicamente attivi. Tuttavia questi studi sono stati condotti sull'attività farmacologica potenziale senza, ancora, una correlazione con studi clinici. Le emulsioni per uso cosmetico, contenenti olio di argan, sono spesso definite idratanti, anti-età e ricostituenti.

In Marocco l'indotto della produzione di olio di argan fornisce sussistenza a 3 milioni di persone. Il lavoro svolto corrisponde a 20 milioni di ore lavorative all'anno. Il suo funzionamento è un'attività generatrice di reddito e ha sempre avuto una funzione socio-economica. La grande maggioranza della produzione di olio di argan, infatti, passa attraverso le cooperative di donne che lavorano all'interno della biosfera protetta dall'UNESCO. La produzione totale annua di olio di argan (di tutte le varietà) è di 4.000 tonnellate di cui circa il 75% viene esportato. L'Union des Cooperatives des Femmes de l'Arganeraie (UCFA), Co-sponsorizzato dall'Agenzia per lo Sviluppo Sociale (SDA) con il sostegno dell'Unione europea, è la più grande unione di cooperative per argan in Marocco. Si compone di ventidue cooperative che si trovano in varie parti della regione (ad esempio: Coopérative Al Amal, Coopérative Amalou N'Touyag, Coopérative Tissaliwine, ArganSense Coopérative e Coopérative Maouriga). Queste donne si riuniscono per essere meglio organizzate e quindi garantire un reddito equo attraverso le cooperative e consentire loro un ambiente di vita migliore. Tale programma si concentra sul miglioramento delle condizioni di lavoro delle donne rurali e la gestione e l'utilizzo sostenibile delle foreste di argan nel sud-ovest del Marocco.




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domenica 10 aprile 2016

IL CACTUS

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Cactaceae Juss., 1789 (chiamate anche cactacee, più comunemente cactus e, più raramente cacti al plurale) è una famiglia di piante succulente (piante xerofite, adattate agli ambienti aridi mediante l'accumulo di acqua all'interno di tessuti succulenti) che comprende circa 3000 specie e 120 generi.

La parola cactus deriva dal greco antico kaktos, in riferimento ad alcune specie di cardi (Cynara). Carl von Linné nel 1753 diede in modo generico il nome cactus ad un genere (che comprendeva soltanto piante appartenenti agli attuali generi Mammillaria, Melocactus e Opuntia) che in seguito venne riutilizzato per la famiglia e a sua volta suddiviso in diversi generi.

Sono per lo più utilizzate come piante ornamentali, ma alcune sono anche piante da raccolto. I cactus fanno parte dell'ordine delle Caryophyllales, che include anche altri membri, come le barbabietole, gli spinaci, l'amaranto, i garofani, il rabarbaro, il grano saraceno, la piombaggine e la bougainvillea.

Le cactaceae sono piante inusuali e facilmente identificabili che sono riuscite ad adattarsi ad ambienti estremamente aridi e caldi, sviluppando diverse caratteristiche fisiologiche e anatomiche per conservare l'acqua. I loro fusti si sono adattati diventando succulenti e fotosintetici, mentre le foglie, molto spesso, sono diventate le spine, una delle caratteristiche più distintive delle piante di questa famiglia.

I cactus si presentano in forme e dimensioni molto diverse tra loro, da piccole e globose a grandi e colonnari. Il cactus più alto è il Pachycereus pringlei, con un'altezza massima registrata di 19,2 m, e il più piccolo è la Blossfeldia liliputana, che raggiunge 1 cm di diametro in piena maturazione. I fiori dei cactus sono grandi rispetto al fusto e alle foglie, ed esattamente come le spine e i rami, nascono dalle areole. Molte specie di cactus hanno la fioritura notturna, perché vengono impollinati da insetti notturni o da piccoli animali notturni, principalmente falene e pipistrelli.

Le cactaceae sono piante succulente. Possono assumere numerose forme geometriche: globose, colonnari, appiattite, singole e in gruppi numerosi e nella famiglia si annoverano quasi tutte le forme ecologiche di accrescimento: fanerofite, camefite, criptofite, emicriptofite, ecc. Sono tutte perenni.

Una caratteristica delle cactacee è quella di essere provviste di gemme latenti ricoperte di lanugine e, spesso, di foglie più o meno trasformate in spine (o glochidi). A tale organo è dato il nome di areola. I loro fiori sono generalmente bisessuali, con ovario infero e stami numerosi, tranne che nella sottofamiglia delle Pereskioideae che conserva caratteri primordiali. Alcune specie sono epifite delle foreste caducifolie tropicali (tribù delle Rhipsalideae) o della foresta amazzonica come il Disocactus amazonicus.

La diffusione naturale di questa famiglia di piante è limitata quasi esclusivamente al nuovo mondo, dove è presente dal Canada alla Patagonia, con particolari concentrazioni nelle steppe, nelle praterie e nei semideserti persino in ambienti caldo-umidi tipici della foresta tropicale e subtropicale. Una sola specie, Rhipsalis baccifera si trova spontanea anche nell'Africa centrale, in Madagascar e nello Sri Lanka. Varie specie sono state introdotte dall'uomo si sono naturalizzate anche in Europa, Africa, Australia e Asia, in alcuni casi diventando delle vere e proprie piante infestanti. In Italia le cactaceae sono rappresentate essenzialmente da alcune specie di Opuntia, la più importante delle quali è Opuntia ficus-indica, diffusa soprattutto in Sicilia, Calabria, Liguria, Puglia e lungo i versanti soleggiati e protetti di tutta la costa italiana. In alcuni luoghi, soprattutto zone una volta abitate del sud, si possono osservare anche grandi esemplari di Cereus e di Hylocereus che continuano a vivere tranquillamente senza l'assistenza di nessuno, ma generalmente senza riprodursi e diffondersi.


I frutti di molte di queste piante sono commestibili e sono dunque utilizzate nelle zone d'origine a scopo alimentare. Il fico d'india è il frutto dell'Opuntia ficus-indica originaria del Messico ma diffusa ormai in tutti i paesi a clima mite compresa l'Italia, che vanta delle ottime produzioni in Sicilia. Di origine boliviana è il pitaya conosciuto anche come Dragon Fruit, frutto commestibile di Hylocereus undatus, coltivato estensivamente anche nell'Asia tropicale.

Alcuni Cactus colonnari sono utilizzati in Argentina per costituire siepi e recinzioni (corral). Mentre nei paesi andini si usano varie specie arborescenti per la produzione di legname leggero, usato nella fabbricazione di piccoli manufatti e mobilio.

La Lophophora williamsii, è la maggiore rappresentante dei cacti allucinogeni o peyote, ed usata durante rituali nella Chiesa nativa americana, altre cactacee allucinogene appartengono al genere Pelecyphora e Trichocereus (San Pedro cactus).

L'assunzione e la detenzione di piante appartenenti alle specie allucinogene è perseguibile dalla legge.

In generale i cactus prediligono terreni sciolti, aerati e leggeri. Le specie forestali (Epiphyllum, Hylocereus, Aporocactus, Schlumbergera, Zygocactus) amano terricci a prevalenza organica, mentre le altre specie gradiscono una componente dominante di natura minerale, ad es. lava, pomice e argilla espansa. Le specie native dei deserti di altopiano messicano rispondono bene all'impiego di marna naturale sminuzzata.

Il ciclo vitale dominante è la crescita estiva e la stasi vegetativa invernale, quando le piante non vanno sollecitate a crescere mediante il mantenimento in condizioni di totale siccità e temperature fresche (10 °C). Alcune specie sono assai rustiche e resistono a -15 °C (ad es. Tephrocactus), altre dimostrano sofferenza a temperature inferiori ai 15 °C (ad es. Melocactus).

I semi delle piante grasse sono generalmente piccoli: in natura, vengono trasportati dai piccoli animali che vivono nelle zone secche, oppure dal vento. Nelle coltivazioni, si può ottenere la moltiplicazione oltre che per seme, per talea di foglia e di fusto, e per innesto.

Alcune piante (come l'aloe e l'agave) spuntano germogli che possono essere tolti dalla pianta madre e invasati, così da ottenere una nuova pianta.

La fioritura di quasi tutte le piante grasse si ha nel periodo che va da maggio a novembre. Spesso sono necessari anni prima che una pianta giunga allo stadio della fioritura: quando succede, la pianta si sviluppa a rosetta e, quando sono abbastanza robuste per fiorire, la rosetta si sviluppa in fiore. Se alla base non ci sono altre rosette o polloni, la pianta muore dopo la fioritura.

Le piante grasse presentano più di 200 generi di piante: dal momento che alcune fioriscono in periodi diversi dalle altre, selezionando diversi generi di piante si possono avere fioriture durante tutto l'anno.

Particolare è l'utilizzo di alcune piante di cactus (Lophophora williamsii) in alcuni rituali, viste le proprietà allucinogene: l'utilizzo di cactus allucinogeni è vietato dalla Legge.

Già gli Aztechi sfruttavano il cactus per le sue proprietà psicoattive ed allucinogene, nonostante alcune di queste non siano ancora state identificate con certezza.
La Chiesa cattolica attribuì l'accezione “dono del demonio” alle piante come il cactus, per dare un'idea dei poteri che potrebbero derivare da piante simili.

Più in particolare, queste proprietà allucinogene sono attribuite a Trichocereus pachanoi, al Peyote, al Cactus di San Pedro,  e ad altre piante grasse del genere Carnegiea e Coryphantha.
Sono circa 40 i cactus appartenenti al genere Trichocereus: vantano proprietà psicoattive per la presenza di mescalina, alcaloide  noto più precisamente come fenetilammina: nonostante i meccanismi d'azione che provocano l'effetto allucinogeno della mescalina non siano ancora del tutto chiari, sembra che questa sostanza esplichi la propria azione stimolando alcuni recettori del sistema nervoso centrale, i quali hanno la capacità di provocare effetti comportamentali e stupefacenti: la mescalina, infatti, potrebbe agire come agonista dei recettori serotoninergici e dopaminergici.

Le alterazioni provocate hanno conseguenze nel campo cognitivo e percettivo: subito dopo un'assunzione per os di 350 mg di questa sostanza ricavata dal cactus, si possono verificare effetti come nausea, vomito, diarrea, palpitazioni, tachicardia, ipertensione, ansia e visione offuscata. Dopo un'ora dalla somministrazione, si altera la percezione tattile e psicomotoria, accompagnata da visioni (bagliori, percezione di forme ondulate), flashback, brividi, tremori e debolezza.

Il  Peyote (detto anche Cactus button) è un piccolo cactus messicano  che per millenni fu il protagonista di riti magici e religiosi, sfruttato anche a fini terapeutici;  era utilizzato per svariate finalità come, per esempio, comunicare con la natura e con gli dei, per invocare la pioggia, per la localizzazione degli animali da caccia, per dipingere, per benedire. Ovviamente, queste tradizioni non hanno un fondamento scientifico, ma le proprietà allucinogene sono state per molto tempo oggetto di studio da parte dei ricercatori.
La prima testimonianza delle proprietà allucinanti del cactus Peyote deriva dal Codex Florentinus, del frate francescano Bernardino di Sahagún, che descrive la pianta con le seguenti parole: «C'è un'altra erba... chiamata peiot... si trova nel nord. Coloro che la mangiano o la bevono hanno visioni sia spaventose ed esilaranti; questa ebbrezza dura due o tre giorni e poi scompare. È una specie di prelibatezza dicono che protegge da ogni pericolo».

È bene mettere in evidenza che le piante grasse non presentano solamente proprietà stupefacenti. Un esempio è il Cactus grandiflorus, ricordato per le sue proprietà cardiache, stimolanti e diuretiche, esplicate da un mix di principi attivi noti come cactina e ordenina.
La cactina è utilizzata nel trattamento dell'insufficienza cardiaca derivata da un eccesso di caffeina o tabacco o causata da disturbi nervosi; l'ordenina è un tonico cardiaco e ha capacità ipotensive. Inoltre, è utilizzata anche nel trattamento della diarrea.
L'uso di questi principi attivi è accolto anche dall'omeopatia: si usa la tintura madre di sommità fiorite e dei rami come coadiuvante per dismenorree e disturbi a livello vescicale.




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martedì 22 marzo 2016

L'ALBERO DEL PANE

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Artocarpus J.R.Forst. e G.Forst, 1775, o albero del pane, è un genere di alberi e arbusti della famiglia delle Moracee.

Il nome Artocarpus deriva dal greco artos ( = pane) e karpos ( = frutto) e fa riferimento al gusto dei frutti dopo la cottura. Un'origine simile ha anche il nome volgare albero del pane, che si applica in senso stretto alla specie Artocarpus altilis e in senso ampio a tutte le specie del genere. L'antico nome con cui veniva chiamato il frutto in sanscrito era "panasa", da cui deriva l'italiano panassa, con cui ci si riferisce a tutti i frutti delle varie specie di Artocarpus.

Molte specie di Artocarpus sono coltivate nelle regioni tropicali dell'Asia e dell'Oceania; la coltivazione di A. altilis e A. heterophyllus si è estesa anche al Sudamerica.

Comunemente, i frutti - ricchi di carboidrati - vengono consumati cotti, ma in alcuni casi (p.es. A.heterophyllus) sono apprezzati anche crudi. Il frutti dell'albero del pane e di altre specie della famiglia Artocarpus, (a parte quelli del genere Heterophyllus), sono, a causa dell'alto contenuto di amidi, completamente indigesti e purganti allo stato crudo.

Il frutto commestibile, che ha le dimensioni di un piccolo melone, ha una scorza ruvida e coriacea e una polpa bianca e farinosa che può essere preparata e consumata in diversi modi. L'albero del pane raggiunge al massimo 12 m d'altezza e ha lunghe foglie lucide, coriacee e profondamente incise; i fiori unisessuali sono portati dalla stessa pianta su racemi separati.
Nel Pacifico i frutti del pane sono un alimento fondamentale per la popolazione locale.
Nei paesi tropicali si trova un altro tipo - Artocarpus heterophyllus - chiamato Jackfrut - che proviene dal'Asia ma già nel XVI secolo è stato portato dai Portogalli nel Brasile. Il suo frutto è molto più grande, anche 1 m lungo e pesa 50 kg.



Il suo frutto contiene il 20% d'amido e 1-2% di albumina, si può cuocere, friggere, arrostire al forno o seccare.
I semi dei frutti maturi - le noccioline del pane - si mangiano tostate.
Dalla corteccia interna si ricavano fibre tessili; con il legno, tenero e leggero, si costruiscono mobili e piccole imbarcazioni, mentre dalla linfa si ottengono preparati impermeabilizzanti.

L'albero del pane cresce in alcune aree tropicali del mondo, che comprendono le Hawaii, Samoa e i Caraibi. Si tratta di un alimento ricco di carboidrati e povero di grassi. Conterrebbe da solo più potassio di 10 banane. Per le sue caratteristiche nutrizionali il frutto dell'albero del pane rappresenta un alimento base per le popolazioni locali, soprattutto nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo.

Il frutto dell'albero del pane sfamerà il mondo? Ad ipotizzarlo è il National Tropical Botanical Garden, secondo cui più dell'80% della popolazione mondiale che soffre la fame vive in regioni tropicali o subtropicali, l'ambiente perfetto per la coltivazione e la crescita dell'albero del pane. Questi alberi sarebbero molto facili da coltivare e garantirebbero raccolti carichi di frutti per decenni.

E' bene inoltre ricordare che la coltivazione di nuovi alberi, soprattutto se condotta in modo sostenibile, rappresenta la creazione di nuovi polmoni verdi per il nostro Pianeta. Sarebbe dunque più vantaggiosi dal punto di vista ambientale nutrire i popoli grazie a frutti che crescono sugli alberi, piuttosto che espandere i terreni da destinare all'agricoltura intensiva con l'abbattimento di boschi e foreste.

Organizzazioni come Global Breadfruit e Breadfruit Institute hanno dunque iniziato a dedicare un ampio progetto alla coltivazione dell'albero del pane nelle aree del mondo in cui la necessità di sfamare la popolazione risulta maggiore. Ogni volta che un albero del pane viene piantato, si garantisce una nuova possibilità di procurarsi del cibo.

Il Breadfruit Institute ha lavorato per riprodurre nuove piante a partire dagli alberi del pane delle Hawaii, che verranno destinate alle aree più povere del mondo. L'operazione ha già avuto inizio ad Haiti, dove i nuovi alberi del pane stanno sfamando almeno 1000 bambini al giorno, grazie all'operato di Trees That Feed Foundation.

L'alimento che per secoli ha rappresentato la base dell'alimentazione degli abitanti delle Hawaii e della Polinesia ora potrebbe contribuire a sfamare i più poveri in modo sostenibile. L'albero del pane è un vero e proprio dono della Terra, come ricorda un'antica leggenda hawaiana, secondo cui una divinità di nome Ku aveva salvato la propria famiglia dal morire di fame sotterrandosi e rinascendo come albero carico di frutti.

Esistono poi le consuete applicazioni collaterali dei frutti: marmellate, frutta secca, canditi ecc.

Artocarpus è usato anche per l'alimentazione degli animali domestici, ai quali vengono forniti i frutti (o gli scarti dei frutti) e talvolta anche le foglie.

Nelle regioni tropicali Artocarpus trova anche impiego talvolta come pianta ornamentale.

Infine, alcune specie sono apprezzate per le proprietà medicinali del lattice, che è antimicotico e astringente.



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lunedì 14 dicembre 2015

LE BACCHE DI GOJI

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Le Bacche di Goji sono i frutti di una pianta (Lycium Barbarum L.) originaria degli altopiani asiatici di Cina, Tibet e Mongolia. I suoi piccoli frutti rossi sono apprezzati nel mondo per le loro riconosciute qualità terapeutiche e nutritive. Ricche di vitamine, sali minerali e aminoacidi, le bacche di Goji rappresentano un notevole energizzante naturale.

La virtù principale del Goji risiede tuttavia nei suoi 4 polisaccaridi LBP (Lycium Barbarum Polysaccharides). Gli LBP sono unici al mondo, presenti esclusivamente in questa pianta, ed hanno notevoli proprietà antidegenerative. I polisaccaridi delle bacche di Goji sostengono e rinforzano il sistema immunitario.

Le bacche di Goji sono frutti rossi di piccola dimensione, disponibili in commercio in forma di bacca essiccata. Dolci al palato, si contraddistinguono per un particolare retrogusto dolce-amaro. Sul mercato si trovano molte bacche di goji essiccate dal sapore pessimo: sono di raccolti vecchi, mal conservate o estremamente piccole. Bacche vecchie si distinguono per essere molto piccole, piuttosto secche, generalmente scure e poco gradevoli al palato.

Le bacche di Goji nutrono e rinvigoriscono l’organismo, e rafforzano le difese immunitarie: sono un ottimo sostituto 100% naturale al classico multivitaminico di sintesi. Sono tra i frutti più ricchi di antiossidanti al mondo e per tale ragione contrastano l'attività nociva dei radicali liberi prevenendo l’invecchiamento precoce dei tessuti.

Le bacche di Goji sono particolarmente ricche di Vitamina A, fondamentale per la salute e la bellezza di pelle, unghie e capelli. Ricche di carotenoidi, sono anche particolarmente utili per il benessere degli occhi.

Grazie a loro particolari principi nutritivi favoriscono l’equilibrio della glicemia. In virtù del loro basso indice glicemico e del loro elevato potere saziante, le bacche di Goji sono consigliate nelle diete controllate volte allo alla perdita di peso per lo snellimento della figura.

100 grammi di bacche di goji disidratate contengono 50 mg di potassio, 14,07 gr di proteine e 4,8 gr di fibre. Apportano il 4% del calcio e il 17% del ferro raccomandati rispetto all'assunzione giornaliera RDA. 100 gr di bacche di goji essiccate forniscono 321 calorie. Come tutti gli alimenti di origine vegetale, le bacche di goji non contengono colesterolo.

Una porzione da 30 grammi di bacche di goji fresche apporta 110 calorie, 2 grammi di fibre alimentari, 22 grammi di carboidrati di cui 16 grammi di zuccheri. Il 6% della vitamina A e il 2% della vitamina C rispetto alle dosi giornaliere raccomandate. Il contenuto di vitamina A rende le bacche di goji un alimento utile per prevenire l'invecchiamento.

Le bacche di goji aiutano a tenere sotto controllo il peso corporeo perché contribuiscono ad inibire l'appetito. Se vogliamo ottenere questo effetto dalle bacche di goji, dobbiamo ricordare di consumarle regolarmente. Le bacche di goji vengono consigliate come aiuto per perdere peso ma anche per ridurre la cellulite e per supportare il sistema immunitario.



Potrete assumere le bacche di goji mescolandole con altri frutti, nello yogurt, nella macedonia e nella preparazione di frullati e succhi di frutta. Altre idee per consumare le bacche di goji e per gustarle al meglio: preparare in casa il muesli e le barrette energetiche, tisane, tè freddo, marmellata senza cottura addensata con i semi di chia.

Attenzione al consumo di bacche di goji se assumete farmaci specifici. Le sostanze presenti nelle bacche di goji potrebbero interagire con alcuni medicinali o inibire il loro assorbimento. Il riferimento è ai farmaci per il controllo della pressione e della glicemia, per prevenire la trombosi e per mantenere il sangue fluido. Qui tutte le controindicazioni relative al consumo di bacche di goji. Chiedete maggiori informazioni al medico e al farmacista.

Più comunemente dette bacche di goji, ve ne sono di due specie: il Lycium barbarum L. e il Lycium chinense, entrambe della famiglia delle Solanaceae (che include tra le altre la patata, il pomodoro, la melanzana, il tabacco, il peperoncino e la Belladonna).

Lycium, il nome del genere, deriva dalla Licia, una regione dell'Anatolia meridionale. Il frutto è conosciuto nella medicina tradizionale cinese come Frutto di Licia ovvero in latino: Fructus Lycii

La parola Goji, invece è un'approssimazione della pronuncia cinese gouqi, nome cinese per bacca,. Potrebbe derivare dalla stessa radice che ha la parola persiana gojeh (????) che significa anch'essa bacca.

Il nome goji è stato creato nel 1973 dall'etnobotanico nord-americano Bradley Dobos. Queste bacche rosse crescono spontaneamente nelle valli himalayane, nella Mongolia, nel Tibet, nelle province della Cina dello Xinjiang, dello Ningxia, e nella regione autonoma della Mongolia Interna. Vengono coltivate da migliaia di anni e sono considerate un elemento essenziale nella medicina tradizionale cinese. Comunque la più alta densità produttiva si riversa nelle terre attraversate dal fiume Huang He. Con il passare del tempo le sedimentazioni dei suoi bacini alluvionali hanno dato origine a un terreno straordinariamente fertile. Le piante di Goji possono facilmente utilizzare i minerali grazie alla struttura a grana fine dei sedimenti mentre altri componenti del “silt” mantengono il terreno soffice e ben aerato.

La medicina tradizionale cinese attribuisce alle bacche di goji, nonché alla corteccia, alle radici e alle foglie della stessa pianta, numerose proprietà curative e preventive. Già nell'antico manuale di erboristeria Shennong Ben Cao Jing la pianta viene citata come curativa per una serie di mali e anche efficace per fortificare muscoli e ossa e rallentare l'invecchiamento.

Tuttavia gli studi scientifici in merito sono carenti. Per questo motivo, si ritiene che gli effetti benefici non siano sufficientemente provati, anche se è riconosciuta la presenza di sostanze potenzialmente utili.

Uno studio cinese condotto sui topi ha riscontrato che le bacche di goji potenziano la capacità antiossidante dell'organismo come dimostrato dall'innalzamento degli enzimi superossido dismutasi (SOD), catalasi (CAT) e glutatione perossidasi (GSH-Px). L'attività antiossidante è risultata essere comparabile a quella della vitamina C.

Uno studio condotto ad Hong Kong nei primi anni duemila ha evidenziato come la zeaxantina contenuta nelle bacche di Goji sia ben assorbibile dall’organismo umano; gli autori suggerivano, nel 2004, la necessità di ulteriori studi su strategie dietetiche per contrastare la degenerazione maculare senile.

I possibili effetti avversi sono considerati improbabili, eccetto per specifiche casistiche. In particolare, l'atropina, una sostanza velenosa presente nei frutti di varie specie della stessa famiglia, è presente in quantità minime.





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giovedì 1 ottobre 2015

OTTOBRE

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Ottobre è il decimo mese dell'anno secondo il calendario gregoriano e il secondo mese dell'autunno nell'emisfero boreale, della primavera nell'emisfero australe; conta 31 giorni e si colloca nella seconda metà di un anno civile.

Il nome deriva dal latino october, perché era l'ottavo mese del calendario romano, che iniziava con il mese di marzo. L'imperatore Commodo operò una riforma in base alla quale il mese assumeva uno dei suoi titoli, Invictus, ma dopo la sua morte la riforma fu abbandonata.

Nel calendario persiano corrispondeva al mese di Mehr (fino al 22) e poi a quello di Aban.

Nel calendario rivoluzionario francese ottobre corrispondeva a due mesi: a Vendemmiaio fino al 22/24 ottobre successivamente a Brumaio.

Ottobre, mese pienamente autunnale, segna la fine del ciclo vegetativo delle piante e cambiamenti importanti nella vita degli animali. Le foglie di gran parte degli alberi sia in città che in campagna cambiano lentamente colore, segno che il loro lavoro di sintesi  è terminato. Interi boschi si colorano di giallo, arancio, rosso, marrone, uno spettacolo che è alla portata di tutti , tanti sono ancora i boschi che circondano la Capitale. Ad Ottobre - esattamente il 13 -  i romani offrivano ghirlande di fiori, vino e olio al dio Fontus, dio delle fonti e dei pozzi. Figlio di Giano e della ninfa Giuturna aveva un altare consacrato ai piedi del Gianicolo.

Ottobre è inoltre legato al ciclo annuale della vite, in particolare per la lavorazione delle uve e la fermentazione del mosto. In campagna inoltre finita la lavorazione dei terreni e raccolti gli ultimi tagli delle foraggifere ci si prepara alla semina del grano. Molti sono i frutti che questo mese ci regala, oltre alla già citata uva, troviamo castagne, noci, nocciole, mele e pere, giuggiole e le ultime pesche e susine. Nell'orto  insalate, cicorie, spinaci,  cavolfiori e broccoli, carote, fagioli già preannuncio di piatti più invernali sono il dono di Ottobre. Per gli appassionati questo mese è tempo anche di funghi, da raccogliere con sapienza e rispetto per il bosco e i suoi abitanti.

È la festa dell’equilibrio ed è tempo di bilanci: possiamo veramente passare in rassegna i frutti che abbiamo raccolto dal nostro lavoro. È il periodo dell’aratura, attività da sempre accompagnata da numerosi e diversi riti locali per ringraziare il raccolto e propiziarsi gli dei e pregarli affinché donassero un inverno mite o non troppo aspro.

È anche il tempo della vendemmia, che veniva anch’essa accompagnata da numerosi rituali grazie alla sua profonda valenza simbolica – la trasformazione dell’uva era vista come simbolo della trasformazione spirituale degli uomini che, come il vino viene chiuso nel buio delle botti e delle cantine, venivano iniziati ai riti misterici nel buio di santuari e templi sotterranei. Mabon è quindi una festa iniziatica, finalizzata alla ricerca di un nuovo livello di consapevolezza. È tempo di iniziare ad interiorizzarci, a viaggiare entro noi stessi accompagnati dal buio che avanza e che concilia alla riflessione sui misteri della trasformazione attraverso la morte, sempre portando in noi stessi il seme della rinascita.



Secondo l'astrologia occidentale, la Bilancia è un segno zodiacale cardinale e d'aria. È governato da Venere. In questo segno Saturno si trova in esaltazione, Marte in esilio, il Sole in caduta. È opposto al segno dell'Ariete.

Il metallo associato al segno è il rame, le pietre sono il quarzo rosa, la giada, la rodonite e la tormalina verde, i fiori sono la rosa, la camelia, il giglio e il giacinto.

Le persone con posizioni di rilievo in questo segno zodiacale sono alla continua ricerca dell'equilibrio, nel rapporto con sé stesse e con gli altri. Nella loro ricerca dell'armonia e del bello soffrono le situazioni di conflitto. Molto attente alle formalità, attribuiscono grande importanza alla relazione di coppia (difficilmente riescono a stare soli) e al matrimonio. La ricerca dell'armonia e della forma può spingerle verso i settori professionali dell'arte e della moda e il loro senso della giustizia può a volte portarle a intraprendere la carriera di avvocato o magistrato. Portate per la diplomazia, non amano i modi ruvidi e le posizioni nette. Sono socievoli, altruiste e accomodanti ma spesso la loro serenità è solo apparente e nasconde profonde tensioni, come in tutti i segni cardinali.

Il Sole si può trovare nel segno della Bilancia circa nel periodo che va dal 23 settembre al 22 ottobre: è pertanto il primo segno d'autunno. Il periodo esatto varia di anno in anno e per stabilire la sua posizione nei giorni estremi è necessario consultare le effemeridi.
Lo Scorpione è un segno fisso, femminile. E’ detto fisso perché nasce quando la stagione è consolidata, certa. Questa caratteristica si trasferisce nel carattere dei segni che appartengono a questa classificazione (Toro, Acquario, Leone e Scorpione) che sarà determinato, perseverante, scarsamente duttile. Con lo Scorpione entriamo in quel periodo dell’anno nel quale la temperatura si fa più rigida, i raggi del sole sono spesso offuscati dalle nubi e dalle piogge mentre le ore di luce sono in fase calante.
L’atmosfera è più cupa, meno luminosa del periodo precedente e guardandosi attorno si notano gli alberi che perdono le loro foglie. Si vive questa sensazione di disfacimento che ci prepara ad entrare nel rigore dell’inverno. Sia nella natura che nell’uomo questo è un momento di stasi, di silenzio, come se l’energia si introvertisse per avviare un viaggio verso l’interno.

Quello che accade nella natura si riversa nel temperamento di chi nasce nel segno, per cui molte persone dello Scorpione hanno questa tendenza all’introversione, alla segretezza ed alla “distruzione”. E’ tipico trovare tra loro qualcuno che sappia rendere così problematica la sua esistenza da spingersi fin quasi all’estremo o che, per motivi incomprensibili, viva situazioni e relazioni difficili che annebbiano la sua vitalità e la gioia di vivere.

C’è nello Scorpione questa forza autodistruttiva che va controllata per evitarne le forme più deleterie. Tuttavia essa ha un significato molto profondo, legato al simbolismo proprio del segno, che è quello di rinnovarsi e purificarsi. Lo Scorpione deve arrivare a conoscere fino in fondo le sue pulsioni più istintive per poterle trasformare e rinascere a nuova vita. Infatti è proprio qui, in questo segno, che troviamo la morte e la rinascita intese come superamento dei propri limiti.
Una conferma che esso abbia a che fare con la morte e la rinascita lo troviamo anche nella tradizione cattolica che dedica parte del mese dello Scorpione al culto dei morti, anche se un giorno lo riserva al ricordo dei Santi. Se guardiamo questo evento tralasciando i significati della religione, possiamo vedere come la morte sia unita all’accesso a un piano superiore di consapevolezza e quindi alla resurrezione.
Va ricordato, nell’analisi del segno, la forza del suo animale simbolo, lo scorpione, che nel momento del pericolo si uccide perché non teme la morte (l’ignoto) e preferisce essa al pericolo.



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venerdì 28 agosto 2015

LA PALMA NANA



La palma nana, comunemente nota anche come palma di San Pietro, è una pianta della famiglia delle Arecaceae, unica specie del genere Chamaerops. È una specie tipica della macchia mediterranea.
I greci la chiamavano phoenix chamaeriphes, che significa letteralmente "palma gettata per terra".

Si presenta come un cespuglio sempreverde che raggiunge normalmente altezze sino a 2 metri, ma può raggiungere l'altezza di alcuni metri.

Il fusto è di diametro variabile (10–15 cm), ricoperto da un tessuto fibroso di colore bruno. Generalmente è corto, visibile solo negli esemplari vetusti. È ricoperto in basso dai residui squamosi delle foglie morte (con un diametro complessivo fino a 25–30 cm).

La corteccia è di colore marrone scuro o rossastra.

Le foglie sono larghe, robuste, a ventaglio, rigide ed erette, sostenute da lunghi piccioli spinosi riuniti a ciuffi sulla sommità del fusto; di colore verde sulla pagina superiore e quasi bianco sulla pagina inferiore.

I fiori sono portati da infiorescenze a pannocchia, corte e ramificate, di colore giallo, con peduncoli brevi. È usualmente (ma non invariabilmente) una pianta dioica con fiori maschili e femminili su piante separate. I fiori maschili hanno 6–9 stami che sovrastano un calice carnoso, i fiori femminili racchiudono 3 carpelli apocarpici carnosi.

I frutti sono drupe, globose o oblunghe, di lunghezza variabile (12–45 mm) con polpa assai fibrosa e leggermente zuccherina, di colore verde nelle prime fasi, successivamente giallo-rossiccio, marroni a maturità.

È diffusa in tutto il Mediterraneo occidentale dal sud del Portogallo a Malta (in Europa) e dal Marocco alla Libia (in Africa).

In Italia si trova lungo tutta la fascia costiera occidentale, dalla Sicilia alla Toscana centro-meridionale, comprese alcune isole del Mar Tirreno, mentre più a Nord è conosciuta solo per alcuni nuclei relitti nel territorio del Parco di Portofino (Liguria); è comune soprattutto in Sicilia, Calabria e Sardegna, regioni in cui si può allontanare di diversi chilometri dalle coste o risalire le prime pendici dei rilievi montuosi.

È un tipico elemento della fascia più termofila della macchia mediterranea. È diffusa soprattutto in zone calde, vicino alle coste; predilige esposizioni soleggiate e teme il freddo intenso. In ambiente naturale cresce principalmente su terreni rocciosi o sabbiosi.



L’estratto di Palma nana è utilizzato nell’uomo per aumentare la funzione testicolare e per eliminare l’irritazione nelle membrane mucose, in particolare quelle del tratto genito-urinario e della prostata. Innanzitutto l’ipertrofia prostatica è una manifestazione dell’invecchiamento cui si accompagna un accumulo di testosterone che, una volta giunto nella prostata, viene convertito nel più potente diidrosterone, che stimola le cellule a moltiplicarsi, da cui l’ipertrofia della ghiandola. Inoltre nello sviluppo della sintomatologia ostruttiva si riconoscono due momenti: una componente meccanica legata alla crescita della massa prostatica e una componente dinamica che coinvolge il tono della muscolatura liscia che riveste prostata e uretra.

I sintomi prevalenti sono una frequenza urinaria aumentata, risvegli notturni per la minzione con riduzione della forza e del calibro dell’urina, ritenzione urinaria.
L'estratto liposterolico (85-95 % di acidi grassi e steroli) delle bacche di Palma nana è utilizzato come adiuvante nel trattamento dell'ipertrofia prostatica benigna allo stadio I e II e dei sintomi ad essa associati. Infatti questo estratto liposterolico della palma nana ha dimostrato di essere in grado di impedire la conversione di testosterone a diidrosterone e di inibire il suo legame ai siti recettoriali e nucleari, aumentando quindi il suo metabolismo e la sua escrezione. Da qui il vantaggio sintomatologico avvertito dai pazienti che fanno uso di questa categoria di prodotti; oltre a una loro intrinseca utilità preventiva alle prime avvisaglie del disturbo: diminuzione dell’enuresi notturna di oltre il 45%; residuo menzionale ridotto del 42%; aumento del flusso di urina di oltre il 50% già a un mese dal suo impiego. Nessun significativo disturbo o effetto collaterale è riportato in letteratura.
I dati di una metanalisi dei risultati dei trials clinici effettuati per verificare l'efficacia della Serenoa repens nel trattamento della ipertrofia prostatica benigna dimostrano che esiste un effettivo miglioramento della pollachiuria e della nicturia nei pazienti che la assumono rispetto ai gruppi di pazienti trattati con placebo. Studi medico-scientifici hanno anche paragonato l’estratto di Saw Palmetto con un farmaco, la finasteride, usato nella medicina convenzionale per combattere l’iperplasia prostatica benigna (l’ingrossamento spesso legato all’età della ghiandola prostatica che, esercitando una pressione sulla vescica, induce più frequenti stimoli urinari, in particolare nelle ore notturne). La ricerca ha coinvolto 1.098 uomini a cui era stata diagnosticata questa problematica di ipertrofia prostatica; i ricercatori hanno concluso che entrambi i trattamenti hanno finito con l’alleviare i sintomi nel 75% dei casi. Ma se da un lato con la finasteride a fronte del beneficio sul volume della prostata si aveva anche una parallela riduzione del desiderio e della potenza sessuale, questo non accadeva col Saw Palmetto, che al contrario parallelamente incrementava la libido negli uomini che lo avevano assunto. Conseguentemente le principali indicazioni saranno date dall’ipertrofia prostatica, dalle patologie infiammatorie delle vie uro-andrologiche, fino alla ripresa di una corretta e buona libido. Il dosaggio varia a seconda della severità dei sintomi.



L’estratto di palma nana è anche stato usato nella donna con disturbi della ghiandola mammaria e si ritiene in letteratura che un suo impiego continuativo possa contribuire a un aumento del volume della mammella. In tal senso agiscono anche i fitoestrogeni della soia. Trattamenti che ovviamente devono essere seguiti per tempi medio-lunghi affinché possano effettivamente vedere ottenuti questi specifici benefici.

Fondamentalmente per questi stessi motivi il Saw palmetto risulta indicato per contrastare la caduta dei capelli. Pertanto anche in questa situazione un abbinamento di questo tipo di prodotti con quelli ricchi in sostanze ad azione antiossidante (oltre che in minerali e aminoacidi specifici per la nutrizione del bulbo pilifero e la sua protezione dagli insulti di carattere ossidativo) risulta particolarmente vincente nel contrastare attivamente la caduta dei capelli negli uomini di tutte le età e nelle donne dopo i primi anni di menopausa, quando si viene a manifestare la cosiddetta alopecia androgenetica (cioè la caduta a chiazze dei capelli nella donna in seguito a modificazioni ormonali a loro volta conseguenti alla menopausa). Infine grazie al suo contenuto in saponine sferoidali la palma nana può risultare utile nei casi di atrofia del testicolo e libido insufficiente, rinforzando la stessa fertilità e contrastando attivamente le disfunzioni del sistema riproduttivo, rivelandosi utile per riacquisire una buona funzionalità andrologica.


LEGGI ANCHE : http://marzurro.blogspot.it/2015/08/la-riserva-dello-zingaro.html




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domenica 23 agosto 2015

IL MANDORLO

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Il mandorlo selvatico cresce nel Mediterraneo orientale e nel Levante; i mandorli sono stati coltivati inizialmente proprio in questa regione. Venne introdotto in Sicilia dai Fenici dalla Grecia (i romani lo chiamavano "noce greca"), dopodiché si diffuse in Francia, Spagna e quasi tutti i paesi del Mediterraneo. Il frutto del mandorlo selvatico contiene glucoside amigdalina, che si trasforma nel mortale acido cianidrico in seguito a danni al seme. Dopo la coltivazione e l'addomesticamento, le mandorle divennero commestibili: senza dubbio venivano arrostite per eliminarne la tossicità.

Invece le mandorle domestiche non sono tossiche; Jared Diamond ritiene che una mutazione genetica ha determinato la scomparsa del glucoside amigdalina; questi esemplari mutanti sono stati coltivati da antichi agricoltori. Secondo alcuni studiosi, le mandorle furono uno dei primi alberi da frutto a essere coltivati grazie "all'abilità dei frutticoltori a selezionare i frutti. Così a dispetto del fatto che questa pianta non si presta alla propagazione tramite pollone o tramite talea, esso doveva essere stato addomesticato perfino prima dell'invenzione dell'innesto." I mandorli domestici appaiono nella prima parte dell'Età del bronzo (3000-2000 a.C.). Un esempio archeologico di mandorlo sono i frutti trovati nella tomba di Tutankamon in Egitto (circa 1325 a.C.), probabilmente importate dal Levante.

Il mandorlo è riverito in molte culture ed è citato molte volte nella Bibbia: tra l'altro il mandorlo è presente in Siria e Israele. Il nome Ebreo, "agitato", "scosso" , significa laborioso o vigilante, dato che il mandorlo è uno dei primi alberi a fiorire in Israele, di solito all'inizio di Febbraio, in coincidenza con il Tu BiShvat (ט״ו בשבט ṭū bišḇāṭ), una festività ebraica anche chiamata Capodanno degli alberi.

Fin dall'antichità, il mandorlo è stato un simbolo di promessa per la sua precoce fioritura, che simboleggia l'improvvisa e rapida redenzione di Dio per il Suo popolo dopo un periodo in cui sembrava lo avesse abbandonato; si veda ad esempio Geremia 1,11-12. Nella Bibbia il mandorlo è citato dieci volte, a cominciare da Genesi 43,11, dove le mandorle sono menzionate come uno dei "prodotti più scelti del paese".

Il Mandorlo (Amygdalus communis L. = Prunus amygdalus Batsch; Prunus dulcis Miller) e' una pianta originaria dell'Asia centro occidentale e, marginalmente, della Cina.
Venne introdotto in Sicilia dai Fenici, proveniente dalla Grecia, tanto che i Romani lo chiamavano "noce greca". In seguito si diffuse anche in Francia e Spagna e in tutti i Paesi del Mediterraneo. In America giunse nel XVI secolo.
Appartiene alla Famiglia delle Rosaceae, sottofamiglia Prunoideae.
Alla specie Amygdalus communis appartengono tre sottospecie di interesse frutticolo: sativa (con seme dolce ed endocarpo duro; comprende la maggior parte delle specie coltivate), amara (ha seme amaro per la presenza di amigdalina) e fragilis (con seme dolce ed endocarpo fragile).
Pianta a medio sviluppo, alta 8-10 m, molto longeva.
L'apparato radicale è molto espanso. I rami, di colore grigiastro o marrone, portano gemme a legno e a fiore; le gemme possono essere isolate o a gruppi di 2-3 e diversamente combinate.
Le foglie sono lanceolate, seghettate, piu' strette e piu' chiare di quelle del pesco, portanti delle ghiandole alla base del lembo e lungamente peduncolate.
I fiori, ermafroditi, sono bianchi o leggermente rosati nell'Amygdalus communis L. ssp. amara, costituiti da 5 petali, 5 sepali e da 20-40 stami. L'ovario presenta 2 sacchi embrionali contenenti, ognuno, 1-2 ovuli. Il frutto e' una drupa che presenta esocarpo carnoso, di colore verde, a volte con sfumature rossastre, piu' spesso peloso ma anche glabro, ed endocarpo legnoso contenente il seme o mandorla; questo e' ricoperto da un tegumento (episperma) liscio o rugoso, di colore variabile dal marrone all'ocra. In alcune cultivar e' possibile riscontrare con una discreta frequenza la presenza, all'interno dell'endocarpo, di due semi (Fenomeno dannoso ai fini commerciali). Il mandorlo e' caratterizzato da una fecondazione entomofila, per cui nel mandorleto si rende necessaria la presenza di un certo numero di arnie durante la fioritura. La maggior parte delle cultivar e' autosterile, ed inoltre sussistono casi di eteroincompatibilita'; cio' risulta estremamente importante ai fini della scelta delle cultivar. L'epoca di fioritura, pur variando fra i diversi ambienti (da gennaio a marzo) e' alquanto precoce. Negli ultimi decenni la mandorlicoltura è complessivamente mutata sia per quanto riguarda il comparto produttivo che quello commerciale. Pur essendo molto diffuso nel bacino del Mediterraneo, il mandorlo ha avuto in questo ambiente periodi di stasi, se non di regressione, a causa dell’inadeguatezza degli impianti, spesso obsoleti e con tecniche di coltivazione tradizionali. Viceversa negli USA si è verificato un deciso sviluppo grazie alle nuove piantagioni specializzate eseguite con portinnesti capaci di adattarsi alle condizioni pedologiche e con buona affinità d’innesto e all'introduzione di moderni sistemi di raccolta meccanizzata.
Le migliori condizioni pedoclimatiche per la coltivazione del mandorlo sono le aree temperate dove meno frequenti sono le brinate tardive.



La raccolta si attua tra la fine di agosto e la fine di settembre, in relazione alla cultivar. Tradizionalmente i frutti caduti sono raccattati da terra o mediante raccattatura diretta o dopo caduta entro le reti. La raccolta meccanica, gia' attuata negli Stati Uniti, non e' ancora entrata nell'uso corrente in Italia. Dopo la raccolta i frutti vengono fatti asciugare all'aria e successivamente viene praticata la smallatura, operazione attuata meccanicamente.
I frutti smallati devono essere successivamente essiccati. Ultimata tale operazione, prima di predisporre i frutti per la conservazione, e' possibile effettuare l'imbianchimento con anidride solforosa per migliorare l'aspetto esteriore; e' possibile anche effettuare una disinfezione e disinfestazione contro alcuni parassiti particolarmente dannosi durante la conservazione. I frutti vengono utilizzati per la maggior parte dall'industria dolciaria (confetti, torroni, ecc.) e in piccola parte consumati come frutta secca.
Le mandorle vengono utilizzate soprattutto in pasticceria, dove sono un ingrediente ed un ornamento importante di vari tipi di dolci (torroni, torte, budini, mandorlati e confetti).
Il latte di mandorla è una bevanda densa, profumata e molto salutare. Si produce diluendo con acqua la poltiglia ottenuta frullando le mandorle. Prima dell'uso il latte di mandorla va agitato poiché, a causa dell'elevato contenuto lipidico, tende a separarsi in due fasi distinte. Inoltre inacidisce rapidamente e deve per questo essere conservato in frigo.
L'olio di mandorla si ottiene dalla spremitura dei semi di mandorle dolci e trova applicazione soprattutto in campo cosmetico, dove viene usato per le sue proprietà lenitive ed emollienti (protegge la cute, la ammorbidisce e la rassoda, prevenendo le smagliature). Se assunto come alimento ha discrete proprietà lassative.
Le mandorle vengono generalmente consumate secche, dolci o salate. In quest'ultimo caso il sale potrebbe essere utilizzato per coprire il sapore rancido di un seme di qualità scadente.
Le mandorle sono un frutto ricco di trigliceridi, con fortissima presenza di acidi grassi monoinsaturi. All'interno dei semi del mandorlo abbondano anche alcune vitamine (soprattutto la riboflavina e la vit. E), insieme a numerosi sali minerali (manganese, magnesio, calcio, rame e fosforo). Anche l'elevato apporto proteico contribuisce a rendere la mandorla un alimento di prim'ordine, digeribile e molto energetico.
A causa del loro elevato apporto calorico (quasi 600 calorie per 100 grammi), le mandorle devono essere consumate con una certa moderazione (non più di 10-15 al giorno), soprattutto da chi è ancora lontano dal raggiungere il proprio peso forma.
Le mandorle amare non sono adatte all'alimentazione umana in quanto contengono un glucoside tossico (amigdalina) che viene inattivato con la cottura prolungata. Più una mandorla è amara e tanto maggiore è il suo potere venefico. Gli estratti di questi semi vengono utilizzati a piccole ed innocue dosi nella preparazione di specialità dolciarie come gli amaretti.
Le mandorle con guscio, se riposte in un luogo fresco ed asciutto, si conservano facilmente per qualche mese. Se private del loro involucro legnoso deperiscono velocemente e vanno pertanto conservate in luogo fresco e asciutto dentro un vaso ben chiuso.


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domenica 9 agosto 2015

CORALLORIZA



Corallorhiza Gagnebin, è un genere di piante Spermatofite Monocotiledoni appartenenti alla famiglia delle Orchidaceae, dall’aspetto di piccole erbacee perenni dalla tipica infiorescenza racemosa.

Il nome di questo genere (Corallorhiza) deriva da due parole greche: “korallion” (=corallo) e ”rhiza” (=radici) e fa riferimento alle radici rizomatose simili appunto ad un corallo.
Questo genere venne creato nel 1748 dal botanico A. von Haller (1705 – 1777) in una nota della ”Flora della Svizzera”. Nome ripreso e confermato definitivamente da Abraham Gagnebin (1707-1800) nell'”Acta Helvetica” del 1755.

Sono piante non molto alte. La forma biologica prevalente è geofita rizomatosa, ossia sono piante perenni dotate di rizoma, un fusto sotterraneo dal quale, ogni anno, si dipartono radici e fusti aerei. Sono orchidee terrestri in quanto contrariamente ad altre specie, non sono “epifita”, ossia non vivono a spese di altri vegetali di maggiori proporzioni.

Le radici sono secondarie da rizoma oppure sono assenti (piante provviste nel sottosuolo di solo rizoma). Queste piante vivono in simbiosi con altri organismi per cui le radici sono ricche di ife fungine (le stesse che servono a far germogliare i semi – vedi “Riproduzione”). Questo particolare tipo di micorriza endotrofica si chiama “micotrofia”.
La parte sotterranea del fusto consiste in un rizoma carnoso con tubercoli dall'aspetto nodoso-ramoso simile a dei coralli.
La parte aerea del fusto è afilla, semplice, glabra ed eretta. È di colore bruno-rossiccio (in genere è povera di pigmento fotosintetico – clorofilla, ossia non è verde).

Le foglie sono assenti e sono sostituite da alcune guaine squamose di colore bruno-rossastro. Queste piante non avendo foglie verdi sono saprofite (non sono quindi capaci di produrre sostanze organiche tramite la fotosintesi clorofilliana) .

L'infiorescenza è una spiga semplice con pochi (2 fiori - infiorescenza lassa) o tanti fiori (40 fiori - infiorescenza densa). I fiori sono in media piccoli e disposti lateralmente; sono distanziati e penduli su bevi peduncoli. Sono inoltre posti alle ascelle di brattee generalmente molto brevi e di tipo squamiforme e membranose. I fiori sono resupinati, ruotati sottosopra tramite torsione dell'ovario; in questo caso il labello è volto in basso.

Il frutto è una capsula a forma ellissoide. La superficie è solcata da tre coste. Al suo interno sono contenuti numerosi minutissimi semi cilindrico-fusiforme. Questi semi sono privi di endosperma e gli embrioni contenuti in essi sono poco differenziati in quanto formati da poche cellule. Queste piante vivono in stretta simbiosi con micorrize endotrofiche, questo significa che i semi possono svilupparsi solamente dopo essere infettati dalle spore di funghi micorrizici (infestazione di ife fungine). Questo meccanismo è necessario in quanto i semi da soli hanno poche sostanze di riserva per una germinazione in proprio. Si conoscono vari tipi di funghi associati alle varie specie del genere.

La riproduzione di queste piante avviene in due modi:

per via sessuata grazie all'impollinazione degli insetti pronubi; la germinazione dei semi è tuttavia condizionata dalla presenza di funghi specifici.
per via vegetativa in quanto il rizoma possiede la funzione vegetativa per cui può emettere gemme avventizie capaci di generare nuovi individui.

Questo genere è cosmopolita essendo diffuso in Europa, America del nord (dall'Alaska fino alla Florida), America centrale (regioni montane del Messico) e Asia (nella catena himalayana).

L'habitat tipico per queste piante sono le zone ricche di humus e quindi i boschi densi; in Europa queste piante frequentano le zone a pinete, gineprai, peccete e faggete.

Nelle nostre regioni è considerata pianta molto rara ed è per questo rigorosamente protetta.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/le-prealpi-bresciane-e-gardesane.html


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sabato 6 giugno 2015

IL MELO SELVATICO

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Il Melo selvatico (o melastro) è una pianta originaria del continente europeo e del Caucaso, dove è componente delle formazioni a latifoglie subtermofile (rovere, roverella, farnia, carpino, ecc.) della fascia collinare e sub-montana.

Albero alto fino a 10 metri, con chioma densa e rotondeggiante; il tronco è diritto o un po' sinuoso, con scorza grigio-chiara con sfumature rossastre da giovane, mentre negli esemplari più vecchi si presenta grigio-scura e fessurata in scaglie irregolari che tendono a desquamarsi.
Le foglie sono decidue, alterne, semplici, picciolate, ovate con apice acuto e base arrotondata; la pagina inferiore presenta una certa pelosità che tende a scomparire con l'avanzare della stagione.
I fiori sono ermafroditi e riuniti in infiorescenze con 3-7 fiori terminali ed erette; il peduncolo fiorale è lungo 1-3 cm e peloso. % sepali e 5 petali, bianchi internamente o con macchie rosa, esternamente macchiati di rosa o rosso. Il frutto è un pomo globoso largo 2-4 cm, prima verde, poi più o meno arrossato. Il torsolo (pericarpo) contiene alcuni semi neri e lisci.
I frutti maturano tra agosto e ottobre e sono pomi sferoidali a volte costoluti dalla polpa aspra e verdastra, con la buccia (epicarpo) gialla in alcuni casi striata di rosso. Hanno un diametro di 2-3 cm e sono molto profumati. Contengono una decina di semi bruni ciascuno.
Il Melo selvatico è diffuso in tutta la penisola tranne la Valle d’Aosta da 0 a 800-1400 m sul livello del mare. E’ una pianta che essendo rustica non teme affatto i geli invernali, ma viene danneggiata dalle gelate tardive che ne danneggiano la fioritura. Eliofila (anche se qualcuno sostiene che prosperi meglio in mezzombra) e mesofila, vegeta in modo ottimale in stazioni non troppo umide né troppo aride, di solito come esemplare isolato in boschi di latifoglie al margine di radure dove non debba soffrire a causa della competizione laterale. Il terreno ideale deve essere sabbioso oppure limoso, fertile e ben drenato, con un pH vicino alla neutralità, ma può vivere anche su suoli a reazione alcalina o sub acida, o addirittura in stazioni periodicamente inondate, essendo una pianta molto adattabile ai vari substrati.

Data la stretta parentela con il melo comune di cui risulta essere progenitore, il Malus Sylvestris viene attaccato dagli stessi parassiti e malattie, ma presenta una maggiore resistenza agli stessi. Tra i parassiti ricordiamo afidi, afide lanigero, ragnetto rosso e larve minatrici. Tra le malattie vanno menzionate la ticchiolatura causata dal fungo Venturia inaequalis, marciumi radicali, cancri del legno e colpo di fuoco batterico.



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lunedì 1 giugno 2015

CIAO GIUGNO

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Sera di Giugno 

La luna doveva già essere alta dietro il monte
Tutta la pianura, allo sbocco della valle, era illuminata da un chiarore d'alba. 
A poco a poco al dilagar di quel chiarore, anche nella costa cominciarono a spuntare i covoni raccolti in mucchi, come tanti sassi posti in fila.
Degli altri punti neri si muovevano per la china, e a seconda del vento giungeva il suono grave e lontano dei campanacci che portava il bestiame grosso, mentre scendeva passo passo verso il torrente. 
Di tratto in tratto soffiava pure qualche folata di venticello più fresco dalla parti di ponente e per tutta la lunghezza della valli udivasi lo stormire delle messi ancora in piedi.

Giovanni Verga


Giugno, denominato anche Mese del Sole o Mese della Libertà, è il 6º mese dell'anno secondo il calendario gregoriano, ed è il primo mese dell'estate nell'emisfero boreale e il primo dell'inverno nell'emisfero australe; conta 30 giorni e si colloca nella prima metà di un anno civile. Il nome deriva dalla dea Giunone, moglie di Giove.

La denominazione Mese del Sole deriva dal fatto che in corrispondenza del 21º giorno del mese, ovvero nel solstizio d'estate, l'asse terrestre presenta un'inclinazione tale da garantire la massima durata di luce nell'arco di un giorno. In contrasto con il solstizio d'estate, il solstizio d'inverno che cade il 22 dicembre, rappresenta il giorno dell'anno solare più corto, in quanto l'asse terrestre raggiunge un valore di declinazione negativa, rappresentando quindi l'inizio della stagione invernale nell'emisfero boreale. La traduzione inglese del nome, June, viene usata come nome proprio femminile.

Come suggerisce il proverbio contadino «Giugno la falce in pugno», per la natura segna un periodo di grande fioritura: dalla mietitura dei campi di grano al taglio dell'erba nei prati, alla frutta che in molte specie raggiunge la giusta maturazione ed è pronta per essere raccolta; senza dimenticare i tanti fiori che sbocciano e rendono i giardini più colorati in questa fase dell’anno. 

Sul piano astronomico, ad est dell'emisfero boreale domina la lunga scia della Via Lattea, che mostra il punto più luminoso tra le stelle Sadr e Albireo della Costellazione del Cigno. Di rilievo è anche il fenomeno dell'asterismo del Triangolo estivo, che appare dopo il tramonto ed è un punto di riferimento per osservare le principali costellazioni.

E' il mese del Solstizio (20 o 21 Giugno). "Solstizio" deriva dalle parole latine per "sol", cioè Sole, e "sistere" ossia "fermarsi": ovvero, il momento in cui il Sole si arresta nel suo punto più alto. Il Solstizio d'estate si verifica proprio quando l'asse della Terra è più inclinato verso il Sole di 23.4 gradi e i raggi colpiscono direttamente la linea di latitudine tropicale (per noi, il Tropico del Cancro). Nel mese di Giugno, l'inclinazione è verso il Sole nell'emisfero settentrionale, mentre nell'emisfero australe accade nel mese di dicembre, quando da noi è il Solstizio d'inverno.Il solstizio d'estate ha le ore più lunghe di luce per l'emisfero nord. Il Sole, che di solito si erge direttamente a est, svetta a nord -est e tramonta a nord-ovest. Questo significa che il sole è nel cielo per un periodo di tempo più lungo, producendo più luce del giorno.

La prima parte del mese di giugno è nel segno di Gemelli che lascia il posto al segno del Cancro.

I Gemelli sono il 3° segno dello Zodiaco. Sono un Segno d’aria, l’aria trasparente e mutevole di Giugno, lo zeffiro che scompiglia i capelli. 

I Gemelli sfiorano veloci la natura in fiore, gli alberi carichi di frutti, e come iridescenti farfalle si posano su tutto e non si fermano su niente. Arrestano il volo quel tanto che basta per vedere e capire, poi… via! Verso qualcosa di nuovo con evoluzioni ed esibizioni che sembrano compiute davanti a uno specchio. 

Perché i Gemelli sono esibizionisti, narcisisti, protagonisti. Cercano di attirare l’attenzione e soffrono se nessuno li guarda, se passano inosservati. Anno intelligenza acuta e pronta, nervosa e scattante: capiscono e afferrano subito, ma passano anche subito ad altro e possono essere incapaci di proiettare le loro potenzialità verso le cattedrali del pensiero. 

I Gemelli si fermano prima di intraprendere i grandi voli, si applicano al mondo che trovano attorno a sé: in quel mondo sanno farsi conoscere, sanno brillare, sanno affascinare. Entrano in tutti i negozi, partecipano a tutte le feste, sono orgogliosi di essere dappertutto, di essere in testa alle liste degli invitati, di aggiungere un nome nell’agenda particolare e riservata. Tutto questo rassicura gli aerei Gemelli che non hanno e non vogliono punti fermi nella vita ma ne sentono la mancanza e ricercano allora molti punti fermi ma per breve tempo. 

I Gemelli sono adolescenti nell’anima, nel cuore, nella mente, nella parola. Sono innamorati adorabili e ardenti, sono studenti vivaci e intelligenti dei quali si dice che potrebbero fare molto di più, hanno la parola brillante che conquista. Vivono a scuola il loro periodo migliore perché sono ancora lontani dalle responsabilità, il dovere, i sacrifici della maturità che li sgomentano, li fanno fuggire.

Per stare con un Gemelli bisogna accollarsi molte responsabilità che sarebbero sue, accettare di non avere orari fissi e di inventare i giorni uno dopo l’altro. Il Gemelli porterà nella routine quotidiana novità, idee, progetti, entusiasmi e riuscirà a proiettare chi lo segue in una dimensione eternamente giovane. 

Non sono per i Gemelli i lavori e gli studi in solitudine e tutto quanto sappia di ripetitivo: se costretto a un’attività ripetitiva, saprà ricavarsi amplissimi spazi personali. Ama una casa che faccia colpo sugli ospiti, ama essere sempre aggiornato e informato e le notizie politiche lo colpiscono come fatti personali. Ama le compagnie divertenti e le vacanze di movimento: ma non molto lontano. 

Il suo pianeta è Mercurio; in Gemelli è esaltato Plutone.

Il suo colore è il giallo. Il suo giorno è il mercoledì. Il suo fiore è il mughetto. Il suo albero è il noce e fra gli arbusti il ginepro. Il suo metallo è il mercurio. La sua pietra è la corniola, ma anche l’agata. 
A tavola preferisce tanti piattini con tante pietanze come nella cucina cinese e Giapponese. Ama molto le albicocche e le melanzane.

Il Cancro è un Segno d’acqua, l’acqua dolce dei fiumi e dei laghi, l’acqua serena di luglio che invita a tuffarsi.

Il Cancro è il tempo pigro e lento dell’estate, un tempo immobile di lunghe ore sonnolente che invitano a riposare, a crogiolarsi. 

Il Cancro si crogiola molto, infatti, nei suoi dolori come nelle sue gioie, nei suoi progetti come nei suoi ricordi. Dell’animale che lo simboleggia ha la dura corazza che non è facile oltrepassare. Sembra morbido ma è duro, sembra malleabile ma non cambia idea, sembra “maneggiabile” ma lo è meno di chiunque altro. 

E’ diffidente e si difende: difende se stesso, la sua casa, le sue idee, la sua routine e le sue abitudini con l’arma a lui più congeniale: la resistenza passiva. E mentre in apparenza accetta consigli, idee, suggerimenti, dentro la sua corazza prosegue tenacemente verso le sue mete, i suoi obiettivi. Un Cancro va sempre fino in fondo, costi quel che costi. 

Che nessuno si lasci ingannare dall’apparente fragilità, dall’autocommiserazione: il Cancro non è fragile e indifeso. E’ invece emotivo e ansioso e ha bisogno di sicurezze. Vede nei cambiamenti una minaccia e nel passato le sicurezze più sicure, quelle che nessun cambiamento metterà in crisi. Alle sicurezze cristallizzate per sempre nella sua memoria il Cancro torna di frequente, sia per arricchire il presente, sia per rivivere nel sogno un perfetto tempo passato se il presente è in crisi. Nel ritorno al passato c’è un desiderio d’infanzia, il rimpianto di un periodo della vita in cui il Cancro adulto fu bambino. 

Il Cancro non batte i pugni sul tavolo e non alza la voce; preferisce tacere e soffrire in silenzio rimproverando acerbamente, con silenzi eloquentissimi chi non gli da quanto gli spetta. Ma il Cancro non è solo silenzi eloquenti, ricordo, resistenza, tenacia. Dentro la sua casa, in mezzo alle sue cose, il Cancro riversa su chi ama tesori inesauribili d’amore, dedizione, tenerezza e stare con un Cancro significa avere la certezza di un amore saldo come la roccia. 

Per il Cancro la casa è tutto, come la conchiglia per l’ostrica. La vuole bella, con tende e lampade del colore del latte, con tanti oggetti d’argento o di rame da lucidare con amore, con letti morbidi. 
Non sono per il Cancro le attività che richiedono grinta e decisione. Sono invece per lui gli studi e i lavori che richiedono tenacia, fantasia, affetto.

Il suo pianeta è la Luna; in Cancro è esaltata Venere.

Il suo colore è il bianco latte. Il suo giorno è il lunedì. Il suo fiore è la ninfea e tutte le piante acquatiche, ma anche l’orchidea. Il suo albero è il salice piangente. Il suo metallo è l’argento. La sua pietra è la perla. A tavola ama molto i derivati del latte e dello zucchero: formaggi, dolci, yogurt… Ama le macedonie e tra le verdure il cetriolo.


Proverbi:
Acqua di giugno rovina il mugnaio.
Quando imbrocca d'aprile, vacci col barile; quando imbrocca di maggio, vacci per assaggio; quando imbrocca di giugno, vacci col pugno.
Biondo ondeggia di giugno il grano pronto sta il contadino con falce in mano.
Giugno ventoso, porta presto il grano sull’aia.
In giugno, in bene o in male, c'è sempre un temporale.
Tra maggio e giugno fa il buon fungo.
Di giugno levati il cuticugno.
Giugno la falce in pugno.
Giugno ciliegie a pugno.
Per san Vittorino (8) ciliege a quattrino.
A San Barnabà (11) la falce al prà, o piglia la falce, e in Maremma va.
Per San Barnaba, l’uva viene e il fiore va.
Se piove a santa Desiderata (12) casca l’uva e resta la grata.
Sant’Antonio (13) dalla barba bianca, fammi trovar quel che mi manca.
Se fa freddo a san Luigino (21),farà caldo a san Paolino (22).
Per San Paolino c'è il grano e manca il vino.
La vigilia di San Giovanni (23),piove tutti gli anni.
A San Giovanni (24) il sorgo va in pan.
La notte di san Giovanni, entra il mosto nel chicco.
La notte di san Giovanni, ogni erba nasconde inganni.
Quando piove il giorno di San Vito (15) il prodotto dell'uva va sempre fallito.
A San Vito (15)il castagno è incardito.
Se marzo non marzeggia, giugno non festeggia (oppure april mal pensa).
Per san Vito il merlo becca moglie e marito.
Per San Pietro (29), o paglia o fieno.
Se piove ai santi Paolo e Pietro (29) piove per un anno intero.







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