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domenica 9 agosto 2015

L'ALBERO DI GIUDA

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Nella tradizione cristiana si racconta che Giuda per guadagnare 30 denari tradì Gesù dandogli un bacio sulla guancia. Subito dopo si pentì del suo atto ed andò nello stesso luogo dove aveva tradito l' amico, scelse una pianta e vi si impiccò.

L'albero scelto era proprio il Cercis siliquastrum che per questo motivo venne chiamato dalla maggior parte delle persone albero di Giuda . Poiché questo tradimento avrebbe fatto odiare questo albero da tutti coloro che credevano in Dio, il Signore decise, dato che  l'albero non aveva nessuna colpa, di fargli un regalo e gli disse : "Tu albero non hai colpa per il tradimento di Giuda e farò in modo che gli uomini non ti odino, ma si ricordino di te come un albero meraviglioso e quindi ti darò  una chioma piena di bellissimi fiori fucsia e a primavera quando fiorirai  tutti ti guarderanno ammirati" .

L'albero  fu molto contento e ringraziò il Signore.

L'albero di Giuda o di Giudea è un albero appartenente alla famiglia delle Fabaceae (leguminose), utilizzato come pianta ornamentale nei giardini e per le alberature stradali, grazie alla sua resistenza all'atmosfera cittadina.

Il siliquastro si presenta come un piccolo albero alto fino a 10 metri e più spesso come arbusto. Cresce molto lentamente.

Piccolo albero o arbusto deciduo,originario dell'Asia Minore, con vistosi fiori rosa-violacei che sbocciano, prima della nascita delle foglie, sui rami più vecchi (spesso i fiori spuntano anche dal tronco). Presenta delle foglie tonde, cuoriformi o reniformi, verde chiaro, molto ornamentali; ai fiori succedono dei baccelli di semi (legumi), molto numerosi, appiattiti e pendenti, che rimangono sulla pianta fino alla primavera successiva.
Il tronco è spesso tortuoso e di colore scuro, con screpolature brune, i rami presentano una la corteccia rossastra.

L’albero di Giuda o Cercis siliquartum non è l’unico ad affascinare i suoi estimatori. Questa specie infatti annovera diverse varietà di alberi piccoli e medi. Tra questi: cercis canadensis, cercis chinensis e il cercis occidentalis. Il primo, originario del Canada, è alto circa dodici metri e presenta foglie a forma tonda. Il secondo, invece, come suggerisce anche il nome, è originario della Cina. Il terzo, detto anche cercis californica, predilige climi miti e temperati. Da ricordare anche il cercis racemosa, originario del Giappone e con fiori rosa che si sviluppano in primavera. Le varietà appena citate presentano tutti i classici fiori di colore rosa. Esiste anche la varietà cercis alba, che presenta, invece, dei bellissimi fiori bianchi.

Il nome botanico della pianta deriva invece dal greco “kerkis”, che significa ‘navicella’, e dal latino “siliqua”, che significa ‘baccello’, in riferimento alla forma dei frutti dell’albero.

Nel nostro Paese non si conoscono usi particolari di questa pianta. Nei testi del Nord Europa, invece, e nel mondo anglosassone, soprattutto, si fa riferimento all’uso culinario dei fiori. Secondo dei testi di cucina inglese, infatti, i fiori raccolti freschi si possono usare per preparare delle insalate.

Il significato dell’albero di Giuda è legato sempre alle leggende che lo collegano all’apostolo traditore. Le storie relative a Giuda e all’albero cambiano però in base al paese e all’epoca. Alcune leggende narrano che l’albero sia stato il protagonista silenzioso del bacio che Giuda diede a Gesù prima dell’arresto da parte delle guardie del Sinedrio. La leggenda viene rafforzata anche dal comportamento naturale dell’albero, il quale fiorisce proprio durante il periodo di Pasqua. I fiori della pianta compaiono ancor prima delle foglie. Forma e portamento dell’albero vengono persino descritti con particolari significati allegorici. L’apertura dei fiori prima delle foglie viene attribuita alle lacrime di Cristo, mentre il portamento contorto del tronco dell’albero si fa risalire proprio al momento del tradimento da parte di Giuda. Sembra che la pianta, sconvolta dall’evento, dal giorno dell’arresto di Cristo abbia assunto un portamento distorto. Anche la colorazione accesa dei fiori esprime un preciso significato allegorico. I germogli fiorali di colore rosa intenso indicano la perfidia o la vergogna di Giuda. Esiste anche una terza leggenda che lega tra loro tutte quelle che abbiano appena raccontato, ovvero: sembra che Giuda, per suicidarsi, scelse proprio lo stesso albero dove baciò Gesù. Un’altra leggenda ancora più terribile narra che la croce di Cristo era fatta proprio con il legno del Cercis siliquastrum. In alcune zone d’Italia, proprio per tale credenza, l’albero di Giuda viene considerato una pianta maledetta. Naturalmente si tratta solo di leggende mai confermate e quest’albero non è altro che uno dei tanti meravigliosi regali che la natura ci ha donato. E la natura, si sa, non è mai maledetta, anzi è benedetta per tutti i doni che ogni giorno ci offre gratuitamente.

Il siliquastro si trova sparso in tutto l'areale appenninico di bassa quota, fino ad un massimo di 500m circa. È una pianta tipica dei boschi di latifoglie, prediligendo quelli misti in associazione a quercia, orniello e altre essenze forestali. Il siliquastro cresce difficilmente in boschi umidi e ombrosi, mostrando elevata capacità di adattamento e arrivando a colonizzare sia pendii aridi e scoscesi sia addirittura luoghi sassosi, come Cave e pareti rocciose naturali. Questa pianta preferisce i terreni calcarei e sassosi, senza ristagno idrico ma tollera anche quelli moderatamente acidi. Abbastanza resistente al freddo.



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IL COLEOTTERO DEI PINI

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Il Cicro cilindricolle (Coleoptera, Carabidae) vive sulle Alpi e Prealpi Orobiche ed è attivo nella breve stagione in cui scompare la neve, tra luglio e agosto. Questo coleottero ha fatto a meno delle ali che un tempo possedeva per spostarsi in volo alla ricerca del cibo. Come la sua larva, un bruco dalle mandibole possenti non ha bisogno di spostarsi di molto per trovare delle prede succulenti costitute da piccoli gasteropodi.
Le mandibole vengono utilizzate per rompere i gusci e il capo e il torace di piccole dimensioni gli permettono di introdursi nel nicchio e divorare il malcapitato completamente.
La specie è abbastanza rara e misura mediamente tra 20 e 23 mm.

Capo e protorace sono strettissimi e allungati così da consentirgli di introdursi nel guscio dei Gasteropodi per nutrirsene. Il Cychrus cylindricollis è un relitto eualpino specializzato ed endemico di una ristretta fascia regionale prealpina, popola ancora con colonie molto localizzate alcuni distretti di rifugi calcarei, ben noti ai botanici e agli entomologi per il numero di endemiti insediati.
Lo si può osservare, anche in pieno giorno, intento a cibarsi di una chiocciola: l’Elix frigida, che abbonda tra gli sfasciumi e la vegetazione alpina, nelle conche nord localizzate oltre i 2000 m. a lungo innevate, nelle morene, tra i sassi o tra il ghiaino intriso d’acqua presso le scarpate terrose e fresche, riparate dal sole.


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CORALLORIZA



Corallorhiza Gagnebin, è un genere di piante Spermatofite Monocotiledoni appartenenti alla famiglia delle Orchidaceae, dall’aspetto di piccole erbacee perenni dalla tipica infiorescenza racemosa.

Il nome di questo genere (Corallorhiza) deriva da due parole greche: “korallion” (=corallo) e ”rhiza” (=radici) e fa riferimento alle radici rizomatose simili appunto ad un corallo.
Questo genere venne creato nel 1748 dal botanico A. von Haller (1705 – 1777) in una nota della ”Flora della Svizzera”. Nome ripreso e confermato definitivamente da Abraham Gagnebin (1707-1800) nell'”Acta Helvetica” del 1755.

Sono piante non molto alte. La forma biologica prevalente è geofita rizomatosa, ossia sono piante perenni dotate di rizoma, un fusto sotterraneo dal quale, ogni anno, si dipartono radici e fusti aerei. Sono orchidee terrestri in quanto contrariamente ad altre specie, non sono “epifita”, ossia non vivono a spese di altri vegetali di maggiori proporzioni.

Le radici sono secondarie da rizoma oppure sono assenti (piante provviste nel sottosuolo di solo rizoma). Queste piante vivono in simbiosi con altri organismi per cui le radici sono ricche di ife fungine (le stesse che servono a far germogliare i semi – vedi “Riproduzione”). Questo particolare tipo di micorriza endotrofica si chiama “micotrofia”.
La parte sotterranea del fusto consiste in un rizoma carnoso con tubercoli dall'aspetto nodoso-ramoso simile a dei coralli.
La parte aerea del fusto è afilla, semplice, glabra ed eretta. È di colore bruno-rossiccio (in genere è povera di pigmento fotosintetico – clorofilla, ossia non è verde).

Le foglie sono assenti e sono sostituite da alcune guaine squamose di colore bruno-rossastro. Queste piante non avendo foglie verdi sono saprofite (non sono quindi capaci di produrre sostanze organiche tramite la fotosintesi clorofilliana) .

L'infiorescenza è una spiga semplice con pochi (2 fiori - infiorescenza lassa) o tanti fiori (40 fiori - infiorescenza densa). I fiori sono in media piccoli e disposti lateralmente; sono distanziati e penduli su bevi peduncoli. Sono inoltre posti alle ascelle di brattee generalmente molto brevi e di tipo squamiforme e membranose. I fiori sono resupinati, ruotati sottosopra tramite torsione dell'ovario; in questo caso il labello è volto in basso.

Il frutto è una capsula a forma ellissoide. La superficie è solcata da tre coste. Al suo interno sono contenuti numerosi minutissimi semi cilindrico-fusiforme. Questi semi sono privi di endosperma e gli embrioni contenuti in essi sono poco differenziati in quanto formati da poche cellule. Queste piante vivono in stretta simbiosi con micorrize endotrofiche, questo significa che i semi possono svilupparsi solamente dopo essere infettati dalle spore di funghi micorrizici (infestazione di ife fungine). Questo meccanismo è necessario in quanto i semi da soli hanno poche sostanze di riserva per una germinazione in proprio. Si conoscono vari tipi di funghi associati alle varie specie del genere.

La riproduzione di queste piante avviene in due modi:

per via sessuata grazie all'impollinazione degli insetti pronubi; la germinazione dei semi è tuttavia condizionata dalla presenza di funghi specifici.
per via vegetativa in quanto il rizoma possiede la funzione vegetativa per cui può emettere gemme avventizie capaci di generare nuovi individui.

Questo genere è cosmopolita essendo diffuso in Europa, America del nord (dall'Alaska fino alla Florida), America centrale (regioni montane del Messico) e Asia (nella catena himalayana).

L'habitat tipico per queste piante sono le zone ricche di humus e quindi i boschi densi; in Europa queste piante frequentano le zone a pinete, gineprai, peccete e faggete.

Nelle nostre regioni è considerata pianta molto rara ed è per questo rigorosamente protetta.



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LA SCILLA SILVESTRE

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La Scilla bifolia è una pianta erbacea perenne bulbosa,priva di peli.
Il fusto è unico,e porta al suo apice i fiori che formano un'infiorescenza a racemo,sono di colore azzurro violetto,più raramente bianchi.
Le foglie sono due,opposte, e abbracciano il fusto,sono di forma lanceolata e di colore verde lucido.

Questa specie è distribuita nell'Europa centro-meridionale e nell'Asia occidentale.
È presente in tutta Italia, dai 100 ai 2000 m. Si trova in luoghi ombrosi, boschi freschi di latifoglie, faggete, praterie d'altitudine.

E` una delle prime specie a fiorire nei boschi di faggio ancora del tutto privi di foglie e nei pascoli, prima che la neve si sia completamente sciolta.

La medicina popolare la utilizzava un tempo come diuretico e cardiotonico.
Ai giorni nostri non viene più utilizzata per la sua tossicità.

Nei tempi antichi veniva utilizzata contro il morso di serpenti e contro il malocchio.



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I FIORI D'ANGELO

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Il filadelfo appartiene ad un genere di 75 specie di arbusti a foglie decidue, che nel linguaggio comune vengono chiamati siringhe.
Tutte le varietà possono raggiungere un'altezza che varia tra i 2 e i 4 metri.
Le foglie sono opposte, hanno nervature molto evidenti e sono ovate.
I fiori sono a coppa, bianchi e larghi circa 3-4 cm, sono generalmente riuniti in mazzetti o grappoli ed emanano un profumo molto intenso. Di solito le fioriture avvengono tra maggio e giugno e in alcune varietà i fiori possono svilupparsi in forma doppia. A volte presentano delle sfumature color porpora.
Tutte le specie si piantano in ottobre o in marzo e si adattano a tutti i terreni.
Originario dell'Europa il filadelfo coronarius è un arbusto folto e alto 2-3 metri con uno sviluppo sferico. Ha un carattere rustico e riesce ad adattarsi in diversi ambienti.
Resiste bene anche in terreni molto asciutti.
La varietà aureus ha foglie giallo oro da giovane, che diventano poi verdi in estate.
Consigliamo la coltivazione in zone semi-ombreggiate.
Fiorisce a fine primavera.

Il termine generico deriva dal greco 'phileo', io amo e 'adelphos', fratello,. Il nome specifico 'coronarius', simile a corona, allude senza dubbio ai numerosi stami.

La scelta di tale nome, che significa «che sente l’amore fraterno», non è ben chiara; alcune spiegazioni possibili potrebbe riferirsi ai molti stami, secondo altri ai numerosi rami che si intrecciano tra di loro, oppure risiedere nell’intenso profumo di queste piante, profumo che potrebbe simboleggiare, appunto, la profondità dell’affetto fraterno.
I Philadelphus vengono chiamati anche « fiore del Paradiso », « filadelfo » e « pianta degli zufoli » o « siringa ».
Dai rami di questi arbusti si ricavavano un tempo fischietti e zufoli dalla particolare sonorità.



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ILATRO



L'Ilatro è un arbusto o piccolo albero sempreverde della famiglia delle Oleacee.

È una specie tipica della macchia mediterranea.
E' una pianta sempreverde, molto ramosa, a portamento arbustivo o di piccolo alberello, dimensioni tra 1-5 o più m di altezza. Corteccia grigia, legno fresco senza odore. Foglie coriacee, opposte, con margine dentellato, raramente intero, lamina da ellittica a lanceolata, con nervi secondari inseriti quasi ad angolo retto, i maggiori forcati all'apice, di colore verde lucido sopra, verde chiaro sotto. Fiori piccoli, bianco-roseo, raccolti in numero di 5-7 in racemi ascellari. Frutto a drupa ovoide di 7-10 mm, nera a maturità.
Cresce nell'intervallo altimetrico tra 0 e 800 m s.l.m.
Fiorisce tra marzo e giugno.

Il nome del genere deriva dal greco “philyra” forse composta da “philos”, amico e “hyron”, lo sciame delle api e anche l'alveare. Il termine “philyra” venne usato da Dioscoride per designare piante del genere Tilia. Successivamente Teofrasto utilizzò il termine “philyrea” per designare una specie del genere Phillyrea.
Il nome specifico deriva da latino “latus”, largo e “folium”, foglia, perché è quella, delle due specie del genere, a foglie più larghe.

Le foglie di Phillyrea latifolia L. contengono un glucoside (fillirrina) con proprietà tonico-astringenti e diuretiche se usate sotto forma di decotto o tintura. Nelle zone a Sud del Mediterraneo è utilizzata per le proprietà antinfiammatorie orofaringeali; le foglie hanno noti effetti antinfiammatori e contengono flavonoidi. Gli estratti acquosi, bolliti e non, hanno effetti epatoprotettivi; la medicina popolare giordana usava gli estratti acquosi di questa pianta nella cura dell'itterizia. Inoltre gli estratti di foglie mostrano la presenza di sostanze antiossidanti come l'alfa-tocoferolo.
Phillyrea latifolia L. è impiegata in vivaistica forestale per rimboschimenti in aree a vegetazione tipicamente mediterranea.
La corteccia di Phillyrea latifolia L. ha proprietà tintorie.
Il legno di Phillyrea latifolia L. è utilizzato come combustibile di buona qualità, dando un ottimo carbone.


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martedì 28 luglio 2015

IL MONUMENTO NATURALE DELL'ALTOPIANO CARIADEGHE



L'altopiano di Cariadeghe è un parco naturale posizionato tra la Valle Gobbia, la Valle Sabbia, in provincia di Brescia e più precisamente nel comune di Serle.

Le colline che svettano dall'altopiano sono il monte Ucia, la Corna de Caì, il Dragone e il Dragoncello, l'altopiano è così delimitato da queste montagne che raggiungono una quota di 1160 msl, all'interno del parco si possono ammirare parecchie specie di alberi secolari quali: carpini, faggi, aceri e querce.

L'altopiano è famosissimo anche per la caratteristica geomorfologica, essendo un terreno carsico presenta numerosissime e interessanti grotte, usate un tempo come ghiacciaia.

Le peculiarità fisico-ambientali, che rendono l'intero Altopiano di Cariadeghe un ambiente unico in Lombardia, sono costituite dai fenomeni di carsismo, che si esprimono sotto forma di doline e di grotte, sia in superficie che in profondità.
Le doline raccolgono e drenano le precipitazioni meteoriche e le acque di scorrimento superficiale; come tanti imbuti naturali esse convogliano l'acqua nel sottosuolo, che viene assorbita da un intricato insieme di fessure, pozzi, gallerie ecc.Le doline costituiscono l'elemento del paesaggio più diffuso e più rappresentativo di Cariadeghe, che è stato più volte definito il "Carso bresciano".

Al fondo o sui versanti di alcune doline si aprono cavità percorribili dall'uomo spesso costituite da veri e propri pozzi verticali; per lungo tempo gli abitanti di Cariadeghe hanno saputo sfruttare le singolari condizioni ambientali, che caratterizzano le grotte, utilizzandole come "giasere", oppure attrezzandole per farne uso come "buchi del latte", destinati alla conservazione dei prodotti caseari.
Lo studio delle cavità ipogee condotto da generazioni di speleologi ha evidenziato come l'Altopiano rappresenti sotto il profilo idrogeologico il territorio più produttivo delle Prealpi bresciane e la presenza di una fauna sotterranea ricca di elementi endemici. L'area meta di fantastiche passeggiate al primo sguardo, appare una barriera boscosa impenetrabile rotta qua e là dalle poche aree prative e dalla presenza di raggruppamenti di alberi ad alto fusto o da alberi isolati di grande valore estetico per la mole monumentale, faggi, castagni e carpini. Numerose sono le specie floristiche presenti protette da leggi nazionali e internazionali. Il paesaggio è caratterizzato dalla presenza di rilievi, dalle vette facilmente accessibili si può ammirare un panorama vastissimo che abbraccia mezza provincia, tra essi spicca il monte S. Bartolomeo dalla particolare forma troncoconica, importante sito d'interesse archeologico; recentemente alcune ricerche condotte hanno portato alla luce ampi tratti del vasto e imponente Monastero romanico che occupava per intero la spianata sommitale del monte.



Sull'Altopiano di Cariadeghe sono presenti vari alberi giunti ormai a maturità. Ormai si è persa anche la memoria degli antichi boschi maturi, pertanto i maestosi esemplari adulti di faggio, carpino, castagno, suscitano ammirazione e stupore ai nostri occhi. Questi patriarchi vegetali, hanno assunto giustamente il valore di veri e propri monumenti e come tali sono protetti e studiati.

A causa della mancanza d'acqua, la zona mal si presta all'agricoltura e, infatti, l'attività prevalente è sempre stata la pastorizia con l'utilizzo del terreno come pascolo, l'aspetto della vegetazione e del paesaggio n'è quindi una diretta conseguenza, con alternanza d'aree di pascoli, di boschi e d'ampie radure coperte di Brugo e Ginepro.
Il bosco di latifoglie governato a ceduo possiede composizione assai varia in relazione alla morfologia del territorio in larga parte caratterizzato dalla presenza di doline che determinano situazioni d'esposizione, di luminosità, d'umidità anche notevolmente diverse.
Così tra Roverella e Faggio, che potremmo considerare agli estremi delle situazioni riscontrabili, trovano ambiente adatto al loro sviluppo Carpini, Aceri, Frassini, Quercie, Pioppi, Castagni, Salici, Betulle, Noccioli, Cerri, Sorbi e Agrifogli.
Di particolare interesse è la presenza su tutta l'area protetta, di numerosissimi esemplari di maestosi alberi secolari.
Sono in fioritura già ai primi inizi della buona stagione Bucaneve, Scille, Anemoni, Coridali, mentre si preparano a nuovo sviluppo il Giglio martagone, il rosso Giglio croceo e il profumato Mughetto che con Potentille, Ranuncoli, Peonie, Gerani, Rose selvatiche, Moscatelle, Viole, Primule, Pervinche, Ciclamini, Genziane, Asperule, Veroniche, Vaccini ed altri ancora costituiscono la preziosa tavolozza che la natura ha abbondantemente elargito in questa parte della terra bresciana.

La fisionomia morfologico-vegetazionale del territorio del Monumento Naturale, caratterizzata da una evidente omogeneità, si riflette anche nel popolamento avifaunistico.
In vaste superfici, si nota infatti la presenza ricorrente di alcune specie ornitiche che fanno altresì registrare uniformi valori di densità.

Tra le specie più interessanti che si riproducono, meritano menzione le specie di rapaci diurni, come Falco pecchiaiolo, Nibbio bruno, Poiana, Gheppio.
Interessante la presenza, seppure rara, del Picchio verde oltre a quella del Corvo imperiale, (nidificante sulle falesie rocciose ubicate a ridosso del confine Nord della riserva) della Tordela, della Civetta, del Succiacapre e del Torcicollo.
Tra gli altri passeriformi la specie più rilevante è la Bigia Padovana. Buono il numero di copie di Codirosso e le discrete popolazioni di Sterpazzola e di Averla piccola, oltre alla presenza localizzata del Luì verde.
Tra le specie più comuni e diffuse in assoluto: Merlo, Capinera, Luì piccolo e Fringuello.
Sensibile la presenza del Cuculo e della Cinciallegra.



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venerdì 17 luglio 2015

IL PARCO DELLE GRIGNE



Il Parco regionale della Grigna Settentrionale tutela un'area che si estende tra la Valsassina e il ramo lecchese del Lago di Como. Dai 500 metri di quota a salire, comprende due rilievi che tutti chiamiamo amichevolmente Grignone e Grignetta ma che, sulle carte, troverete indicati come Grigna Settentrionale, la più alta che raggiunge i 2.409 metri, e Grigna Meridionale (2.177 metri). Incredibile da pensare, eppure le origini di queste montagne hanno molto a che fare con il mare, l'oceano Tetide. Proprio per questo motivo, tra le rocce (ma anche nel simbolo del Parco), non faticherete a riconoscere un gran numero di fossili che per il loro valore paleontologico, richiamano studiosi da tutto il mondo; oltre che lungo i sentieri, li potrete vedere comodamente al Museo di Esino Lario. Poi c'è un grande mondo sotterraneo di cavità e cunicoli. Forse non proprio a portata di tutti ma altrettanto suggestivo, con grotte profonde più di 1.000 metri o uniche, come quella del Moncodeno con stalattiti e stalagmiti perenni di ghiaccio.

L'ambiente del parco è molto vario e comprende luoghi molto diversi: dai piccoli borghi in pietra della Valsassina o sulle sponde del lago in cui l'uomo ha modellato il territorio, si arriva in fretta alla tranquillità delle malghe e dei pascoli erbosi fino a raggiungere - ma solo camminando - il silenzio delle vette, in un paesaggio d'alta quota tra guglie, pareti di roccia e grandi panorami. Le meravigliose guglie calcaree fanno da cornice ad un mondo che sembra immobile da secoli, felice risultato di un connubio equilibrato tra risorse naturali e presenza umana, tra boschi e pascoli, tra montagne superbe nella loro immobile bellezza e malghe, rifugi, sentieri per l'escursionismo e vie attrezzate per l'alpinismo. Il polmone verde del bosco, lo scorrere limpido delle acque del torrente, il lago scintillante incastonato alla base delle pareti e l'arida pietraia sono solo alcuni volti di una natura che qui si è sbizzarrita con tutta la sua fantasia, a creare habitat e paesaggi davvero incantevoli.

I fossili, intriganti ed attraenti testimonianze dell'esistenza di forme di vita sin dai tempi remoti, costituiscono un altro aspetto che fa dell'area del Parco della Grigna Settentrionale una zona di estremo interesse scientifico. Notevoli sono i ritrovamenti effettuati sino ad ora e, ancora oggi, sono in corso importanti campagne di scavo da parte dell'Università di Milano. Attraverso lo studio dei reperti, si sta svelando di giorno in giorno il passato di queste terre e degli organismi che le abitavano. Anche al fruitore attento del territorio del Parco si apre oggi la possibilità di scovare ed osservare, fra le rocce o al Museo di Esino Lario, una moltitudine di reperti di notevole importanza. Gli affioramenti di Calcare di Perledo Varenna sono, ad esempio, assai ricchi di Daonelle (lamellibranchi), ma in passato vi sono stati rinvenuti anche brachiopodi, gasteropodi e cefalopodi e vertebrati come pesci e rettili.La Formazione di Gorno è ricca di frammenti di lamellibranchi, meno frequentemente di piccoli radioli di echinoidi.
Il Calcare di Esino si presenta molto ricco di fossili: vi si possono osservare specialmente gasteropodi, ma anche grossi lamellibranchi, articoli di crinoidi, alghe e addirittura coralli. Molti affioramenti qui rinvenuti sono stati protagonisti delle ricerche paleontologiche di vari naturalisti anche nel passato: tra questi spicca l'abate Antonio Stoppani, che ne analizzò il contenuto, riportando le proprie considerazioni addirittura fra gli anni 1858 e 1860, nell'opera "Les Pétrifications d'Esino ou description des fossiles appartenant au dépôts superieur des environs d'Esino en Lombardie".

Dalla valle del Pioverna fino alla cima del Grignone, per poi scendere fino ad Esino, diverse sono le associazioni vegetali che si susseguono, dando a questi luoghi una particolare e caratteristica fisionomia, che contribuisce ad identificare il suggestivo paesaggio del Parco.
I versanti più bassi si caratterizzano per la presenza di fitti ambiti boscati, alternati ad aree con prati da fienagione e coltivi, entro cui si individuano i principali nuclei abitati del Parco. I boschi sono qui costituiti principalmente da carpini e querce, ma importante è anche la presenza del castagno, e in particolare dei vecchi castagneti da frutto, che rappresentano testimonianza di come l'uomo nei secoli abbia saputo utilizzare la natura a proprio beneficio. Specie di origine asiatica, il castagno è stato introdotto e favorito in questi boschi in tempi remoti, creando dei boschi oggi del tutto assimilati a quelli "autoctoni" (originari). Nei canaloni e nelle valli ripide e più ricche di acqua, queste comunità lasciano il posto a frassini e tigli, spesso presenti lungo i corsi d'acqua principali.

Salendo in quota, i boschi si arricchiscono progressivamente di elementi più spiccatamente "mesofili", ossia che richiedono temperature meno elevate per sopravvivere: intorno alla quota indicativa di 1000 metri le faggete raggiungono il loro massimo splendore, e colpiscono, specialmente d'autunno, quando con le loro chiome multicolori infuocano i versanti. Le conifere fanno la loro comparsa prima discretamente, poi via via in modo più continuativo, fino a costituire in quota popolamenti anche di notevole interesse naturalistico, come il lariceto del Moncodeno: si tratta infatti della comunità a larice più meridionale presente nel versante alpino.
Salendo ulteriormente in quota, il bosco lascia il suo posto alle dense brughiere a rododendro, mugo e ginepro, che a loro volta poi si diradano e sfumano nelle tipiche praterie alpine. Sulla Grigna, visto il substrato calcareo, queste estese erbose sono dominate dalla carice rigida, dalla sesleria varia e dalla carice sempreverde, graminacee ben adattate alle difficili condizioni atmosferiche delle zone sommitali.
Sulle vette anche le praterie hanno coperture sempre meno continue, e vengono spesso interrotte dalla presenza di pareti rocciose e ghiaioni.

Se i boschi di conifere sono poco diffusi e praticamente abbandonati dal punto di vista gestionale, le foreste di latifoglie sono invece ben rappresentate e risvegliano ancora un seppur blando interesse economico degli operatori del settore e delle popolazioni locali. Nel passato, infatti, il bosco ed il pascolo hanno permesso il sostentamento della maggior parte delle famiglie del Parco, mentre oggi queste risorse rivestono importanza economica solo per poche decine di persone.
Pur registrando una certa ripresa dell'interesse per il legname, dopo un lungo periodo negativo successivo al secondo dopoguerra, tagli di una certa entità ed estensione raramente vengono effettuati nell'area protetta.

Il patrimonio floristico del territorio del Parco regionale della Grigna settentrionale è avvalorato e impreziosito dalla presenza di un numero consistente di specie "rare", ovvero a diffusione limitata. Il concetto di rarità è legato alla dislocazione spaziale di una specie: quanto più questa è geograficamente confinata, tanto più è rara. Questo criterio vale per la maggior parte dei casi, ma non per tutti: alcune specie infatti, pur godendo di un'estesa distribuzione sul territorio, sono rappresentate da un esiguo numero di esemplari e per tale ragione sono da considerarsi altrettanto introvabili.
Fra le rarità floristiche del Parco, meritano di essere annoverate la Centaurea retica (Centaurea rhaetica), l'Aquilegia di Einsele (Aquilegia einseleana), Campanula di Bertola (Campanula bertolae), la Colombina gialla (Corydalis lutea), la Radicchiella di Froelich (Crepis froelichiana), il Citiso insubrico (Cytisus emeriflorus), l'Euforbia insubrica (Euphorbia variabilis), la Festuca ticinese (Festuca ticinesi), l'Ambretta sudalpina (Knautia transalpina), il Laserpizio insubrico (Laserpitium nitidum), il Dente di leone insubrico (Leontodon incanus) , il Raponzolo chiomato (Physoplexis comosa), la Sassifraga retica (Saxifraga hostii), la Tlaspi a foglie rotonde (Thlaspi rotundifolium), la Carice subalpina (Carex austroalpina) e la Carice del Monte Baldo (Carex baldensis).
Tra queste specie "rare" ve ne sono nell'area protetta parecchie esclusive o endemiche, ossia strettamente circoscritte in un territorio limitato, non rinvenibili altrove, neppure in località equiparabili sotto il profilo ambientale.
L'origine di queste presenze è da ricercarsi negli eventi glaciali del Quaternario: le Prealpi Lombarde, poste al margine meridionale del sistema alpino, sono in gran parte sfuggite alla copertura dei ghiacci, così da accogliere numerose specie nelle cosiddette "aree rifugio" risparmiate dalla coltre di ghiaccio, favorendo la conservazione delle stesse e la differenziazione delle popolazioni originarie.
Questo spiega come l'intera fascia prealpina, dal Lago di Como al Garda, sia costellata dai cosiddetti "endemiti insubrici", specie tanto rare quanto belle da vedersi, che sulla Grigna offrono un imperdibile sfoggio di colori. Fra di essi lo splendido Aglio di Lombardia (Allium insubricum), la Campanula di Rainer (Campanula Raineri), la Campanella dell'Insubria (Campanula elatinoides), la Silene d'Elisabetta (Silene elisabethae), l'Erba regina (Telekia speciosissima), la Primula glaucescente (Primula glaucescens), simbolo del Parco, la Sassifraga di Vandelli (Saxifraga vandellii) e la Viola di Duby (Viola dubyana).
Ad arricchire ancor più la prestigiosa flora dell'area sono senza dubbio gli endemismi del territorio del Parco (o delle aree immediatamente circostanti), vere e proprie perle di esclusività e originalità floristica, come la Minuartia delle Grigne (Minuartia grignensis) e la Primula delle Grigne (Primula grignensis).
Quanto più la flora del Parco è ricca di specie rare, maggiori sono valore e significato in termini botanici, ma altrettanto maggiori sono le esigenze di tutela e conservazione di queste presenze significative, che richiedono una gestione attenta e comportamenti responsabili da parte di tutti i fruitori.

Nonostante lo sviluppo altimetrico sia tutto sommato contenuto (il Parco si sviluppa entro un dislivello di circa 1.900 m), il massiccio della Grigna presenta una gran varietà di habitat e condizioni climatiche ampiamente diversificate lungo i suoi versanti. Mentre il fianco valsassinese è caratterizzato da un clima tipicamente alpino, la zona che si affaccia sul Lario gode invece di temperature più miti. È dunque spiegato perché l'area protetta ospiti un così elevato numero di specie animali, il cui incontro, casuale o volutamente ricercato, si rivela un'esperienza indimenticabile, che intensifica il contatto con la natura selvaggia del Parco.
Gli stagni e le pozze d'alpeggio esistenti costituiscono allora ecosistemi di assoluto pregio e interesse ambientale, che il Parco si sta impegnando a preservare con appositi progetti di conservazione e ripristino. Qui è il Tritone crestato italiano (Triturus carnifex) ad essere l'Anfibio di maggior interesse e rilievo naturalistico. Davvero singolare e spettacolare è il suo rituale di corteggiamento: quando una femmina si avvicina, il maschio le si para davanti e piega il proprio corpo in modo da formare una vera e propria gobba; poi si esibisce in un movimento ondulatorio allo scopo di ostentare la sua imponente cresta.
I Rettili, adattati alla vita in aree asciutte, in particolare con la presenza diffusa di affioramenti rocciosi, ritrovano invece in Grigna una molteplicità di ambienti ideali per insediarsi stabilmente. Molte specie presenti nel Parco sono molto diffuse, come ad esempio la Lucertola muraiola (Podarcis muralis), il Ramarro occidentale (Lacerta bilineata), tipico degli ambienti più caldi, e il Biacco (Coluber viridiflavus), che frequenta diversi habitat, anche in vicinanza delle abitazioni. Per contro, la Vipera comune (Vipera aspis) è piuttosto rara, mentre il Marasso (Vipera berus), l'altra Vipera lombarda, non sembra più presente in Grigna.
Suscitando spesso sentimenti di repulsione, sia a causa di pregiudizi infondati, sia per la paura di possibili morsi (di Vipera), tutte le specie di serpente sono ingiustamente perseguitate: analogamente agli Anfibi, i Rettili svolgono invece un ruolo fondamentale nella catena alimentare, nutrendosi di moltissimi insetti, ed è dunque da evitare qualsiasi comportamento scorretto nei loro confronti...

L'area del Parco ha caratteristiche ottimali anche per lo svernamento dell'avifauna; nei mesi più freddi si contano quasi un centinaio di specie di Uccelli, tra le quali ve ne sono parecchie molto significative e importanti perché piuttosto rare: alcune di queste sono tutelate dalle normative europee e richiedono vigorosi interventi di conservazione. È fra queste l'Albanella reale (Circus cyaneus), che nei mesi più freddi caccia in prati, praterie e pascoli soleggiati, ambienti aperti pure frequentati dalla Coturnice (Alectoris graeca saxatilis) e dalla Starna (Perdix perdix italica), che "soggiornano" in maniera permanente nel territorio del Parco.
Il Falco pellegrino (Falco peregrinus) e il Gufo reale (Bubo bubo) svernano invece nelle porzioni più occidentali del massiccio delle Grigne, presso le pareti che rifiniscono aspramente il Lario, habitat di estrema rilevanza per le fasi di nidificazione di questi Rapaci. Il rispetto e l'attenzione verso tali siti, dal forte pregio paesaggistico e naturalistico, rientrano negli aspetti focali della gestione del territorio e delle specie faunistiche del Parco.
Il Picchio nero (Dryocopus martius) e la Civetta capogrosso (Aegolius funereus) prediligono invece le foreste di conifere di alta quota, con vecchi esemplari di larice o faggio, nei quali il primo scava le proprie tane, utilizzate dalla Civetta per la nidificazione. Il caratteristico e curioso Gallo forcello (Tetrao tetrix tetrix) è un galliforme piuttosto esigente perché, a seconda delle stagioni, frequenta tipologie diverse di boschi, richiede una certa abbondanza di insetti e frutti per alimentare la prole e predilige ambienti variegati, con radure e aree a vegetazione più fitta. Nella stagione dell'amore esemplari sono le sue parate nuziali, che lo vedono impegnato in vere e proprie "arene" di canto.
Il rapace più grande presente sul massiccio della Grigna, ma anche su tutte le montagne lecchesi è l'Aquila reale (Aquila chrysaetos): pur non avendo bisogno di presentazioni, forse non tutti sanno che si tratta di una specie per certi versi "simile" all'uomo, poichè forma coppie fisse che durano per tutta la vita, ciascuna occupa un territorio molto vasto, che dipende direttamente dalla disponibilità di cibo reperibile, in particolare durante la fase riproduttiva. La sua preda principale è la Marmotta (Marmota marmota) che in Grigna e nel Parco è rappresentata ancora da un esiguo numero di individui.
Al contrario delle specie che svernano nel nostro territorio, ne esistono altre che in inverno lo abbandonano in cerca del caldo dell'Africa: il Nibbio bruno (Milvus migrans) è fra queste; frequenta i boschi posti su pareti e versanti ripidi e poco accessibili, dove nidifica anche su roccia. Il Falco pecchiaiolo (Pernis apivorus) è un uccello raro che ha la peculiarità di nutrirsi esclusivamente di vespe, o pecchie, dalle quali deriva il suo nome.
L'emblema della conservazione dell'avifauna è poi il Re di quaglie (Crex crex): si tratta di una specie legata alla presenza di prati grassi da sfalcio nei quali compie tutto il ciclo riproduttivo: è pertanto importante preservare questi ambienti, tutelando lo sfalcio legato alle attività agricole di montagna. Negli stessi habitat possiamo trovare anche la Quaglia (Coturnix coturnix), l'Allodola (Alauda arvensis), il Calandro (Anthus campestri), il Codirossone (Monticola saxatilis). Degni di nota sono pure il Succiacapre (Caprimulgus europaeus), con abitudini notturne, e l'Averla piccola (Lanius collurio), per contro attiva durante il giorno. Se la quasi totalità dei Mammiferi presenti nel Parco è stanziale, ovvero si limita al più a compiere brevi spostamenti da monte a valle con il variare delle stagioni, una piccola rappresentanza si comporta diversamente. Si tratta dei Pipistrelli, dalle risapute abitudini notturne e carnivore: alcune specie possono compiere migrazioni lunghe persino qualche centinaio di chilometri! Vivono per lo più in colonie e si insediano abitualmente, o trovano riparo, all'interno di edifici e manufatti dell'uomo.
A causa di un generale peggioramento della qualità ambientale, della rimozione di molti alberi longevi, ottimi come rifugi, della modificazione dei sottotetti delle vecchie case, dell'aumento del disturbo notturno, sia acustico che luminoso, le specie di Pipistrelli denunciano in generale uno stato di crisi allarmante.
Fra le presenze di maggior spicco del Parco si citano il Rinolofo maggiore (Rhinolophus ferrumequinum), il Rinolofo minore (Rhinolophus hipposideros), il Vespertilio di Capaccini (Myotis capaccinii), rigorosamente tutelati dalle normative europee.
Abbandonando i Chirotteri, grazioso roditore e benvoluto dai più è lo Scoiattolo (Sciurus vulgaris), piccolo animale facilmente avvistabile passeggiando nei boschi del Parco; più difficili da rinvenire sono il Moscardino (Muscardinus avellanarius) e il Quercino (Eliomys quecinus) che nei secoli passati hanno subito forti cali a causa del continuo "ritirarsi" delle aree boscate, a favore del pascolamento e dei tagli a ceduo. Specie importanti per la conservazione della biodiversità sono i Mustelidi: Tasso (Meles meles), Donnola (Mustela nivalis) e Faina (Martes foina), che, con un po' di fortuna, si possono incrociare nell'area protetta.
In Grigna non mancano affatto i Mammiferi di grossa taglia, quelli più noti e appariscenti: non è raro avvistare la Lepre comune (Lepus europaeus) in una sua fugace corsa, la Volpe (Vulpes vulpes), presenza curiosa che s'avvicina senza paura alcuna agli abitati, il Cervo (Cervus elaphus) dall'eleganza superba, il Capriolo (Capreolus capreolus), timido ungulato dai balzi rapidi e leggeri, e il Camoscio delle Alpi (Rupicapra rupicapra), splendido animale che vive principalmente in prossimità delle impervie pareti della Grigna, popolando quella fascia di montagna selvaggia e apparentemente ostinata contro ogni forma di vita.


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IL PARCO DEI COLLI BERGAMO

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Il Parco comprende la zona storico-monumentale della Città Alta di Bergamo e le circostanti colline, ricche di aree boscate e di versanti terrazzati con orti, prati e vigneti, fino agli ambienti fluviali di pianura, lungo il Serio e il Brembo. Di particolare pregio naturalistico le fustaie di latifoglie sui versanti del Canto Alto e nella Valle del Giongo e nei boschi di Astino e dell'Allegrezza. Inseriti nel paesaggio naturale del versante collinare occidentale di Bergamo si trovano numerosi edifici rurali e residenziali di notevole pregio architettonico e monumentale, oltre al complesso dell'ex monastero di Astino e ai ruderi del Castello dell'Allegrezza.

Il Parco è considerato il polmone verde della città dove vi è la presenza di un orto botanico con un percorso didattico.

Questo territorio presenta alcuni caratteri particolari nonostante la sua superficie sia piuttosto limitata. Qui infatti si possono osservare la prevalenza di spazi verdi coltivati che si trovano in ambienti sia pianeggianti che collinari che montuosi. Sin dall'antichità il complesso collinare di Bergamo è stato particolarmente ospitale all'insediamento umano, soprattutto lungo i pendii poco marcati che si trovano a mezzogiorno. Anche per questo i paesaggi sono estremamente vari anche grazie al susseguirsi delle attività dell'uomo che ha così modificato questo paesaggio.

La locazione del parco appartiene alle Alpi Meridionali. L'età della nascita dei colli risale tra i 200 e i 70 milioni di anni fa, nell'epoca del Triassico. Le rocce presenti sono di tipo sedimentario; sono presenti inoltre molti tipi di rocce calcaree come le Calcare di Sedrina, Calcare di Moltrasio, Calcare marnoso di Domaro. Sono anche presenti depositi quaternari rappresentati dalle argille lacustri con sabbie nella zona di Almè e Petosino.

Istituito nel 1977 per rispondere all'esigenza di salvaguardare e valorizzare un equilibrio tra la natura e la presenza umana (L.R. n. 36 del 18 agosto 1977), è il terzo parco regionale dopo quelli del Ticino e delle Groane.
È in questo variegato mosaico di ambienti che è ancora oggi conservato un prezioso patrimonio faunistico e floristico, il cui studio e la cui salvaguardia sono da sempre tra i principali obbiettivi del Parco.

I boschi di latifoglie costituiscono l'habitat più rappresentativo del Parco con oltre 2300 ettari di superficie. Prevalgono i boschi misti disetanei di castagno, robinia, carpino nero. Più localizzati ma caratteristici sono i querceti a farnia, gli aceri-frassineti e gli ontaneti con ontano nero, salice, pioppo nero e platano. Tra le specie esotiche, introdotte dall’uomo, il Parco annovera, oltre la robinia, la quercia rossa, il liriodendro e alcune conifere da rimboschimento quali pino nero e pino strobo.
Nel sottobosco troviamo il nocciolo, il sambuco, il biancospino, il maggiociondolo, il ligustro, il nespolo selvatico, il caprifoglio, l’evonimo, il viburno, il pungitopo e alcune specie di felci. Per quanto riguarda la flora, ricordiamo la peonia selvatica, il giglio rosso, gli iris, il bucaneve, i mughetti, le genziane, il narciso selvatico, la timonella, le primule e varie specie di orchidee selvatiche.

I diversi habitat del Parco sono colonizzati da molteplici specie animali. La classe più rappresentata è quella degli uccelli tra cui ricordiamo il picchio rosso maggiore, il picchio verde, il rampichino, il picchio muratore e la ghiandaia, abitanti dei boschi di latifoglie, e la rondine, la tortora selvatica, il succiacapre e l’averla piccola tipiche delle zone agricole. Tra le specie ubiquitarie più comuni vi sono anche il fringuello, lo scricciolo, il codirosso, la capinera, la cinciallegra e la cinciarella.
Numerose anche le specie di rapaci nidificanti sul territorio del Parco: la poiana, il falco pecchiolo, il falco pellegrino, il gheppio e lo sparviere; e tra i notturni l'allocco, il barbagianni, la civetta e il gufo comune.
Molto diffusi anche gli anfibi tra cui rospi, rane rosse e verdi, raganelle, tritoni e salamandre.
Tra i rettili sono presenti alcune specie di sauri, quali il ramarro e la lucertola muraiola e diversi serpenti come biacco e saettone; rara e localizzata nei settori montani la vipera.
Tra i mammiferi ricordiamo le specie più note come il ghiro, lo scoiattolo, il riccio, il tasso, la volpe, la faina, la donnola e il capriolo.

L'antico monastero benedettino di Valmarina, recentemente restaurato, è la nuova sede del Parco dei Colli di Bergamo.
L'antico monastero è situato nella valletta detta di Valmarina, verso la località Ramera in comune di Bergamo, caratterizzata da un suggestivo paesaggio composto da terrazze a prato e coltivi.
La presenza di un monastero benedettino femminile nell'area è attestata sin dal 1150.
L'edificio ospitava una piccola comunità di religiose benedettine; il restauro recentemente realizzato ha permesso di conservare e valorizzare i locali "canonici" della vita benedettina (chiesa, refettorio, sala del capitolo).



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domenica 28 giugno 2015

GLI ASPARAGI



L' asparago fu coltivato e utilizzato nel Mediterraneo dagli egizi e in Asia Minore 2000 anni fa, così come in Spagna. Mentre i greci non sembra che coltivassero gli asparagi, i Romani già dal 200 a.C. avevano dei manuali in cui minuziosamente se ne espone la coltivazione. L'asparago fu appunto citato da Teofrasto, Catone, Plinio e Apicio; in particolare questi ultimi due ne descrissero accuratamente non solo il metodo di coltivazione, ma anche quello di preparazione. Agli imperatori romani gli asparagi piacevano così tanto, che, ad esempio, sembra che abbiano fatto delle navi apposite per andarli a raccogliere, navi che avevano come denominazione proprio quella dell'asparago ("asparagus").

Dal XV secolo è iniziata la coltivazione in Francia, per poi, nel XVI secolo giungere all'apice della popolarità anche in Inghilterra; solo successivamente fu introdotto in Nord America. I nativi americani essiccavano gli asparagi per successivi usi officinali.

L'asparago è una specie dioica che porta cioè fiori maschili e femminili su piante diverse: i frutti (prodotti dalle piante femminili) sono piccole bacche rosse contenenti semi neri. La pianta è dotata di rizomi fusti modificati che crescono sotto terra formando un reticolo; da essi si dipartono i turioni ovvero la parte epigea e commestibile della pianta. Nel caso di coltura forzata il turione si presenta di colore bianco mentre in pieno campo a causa della fotosintesi clorofilliana assume una colorazione verde. Se non vengono raccolti per il consumo dai turioni si dipartono gambi di lunghezza variabile da 1 a 1,5 m; tali gambi vanno raccolti quando ancora essi non hanno raggiunto una dura consistenza. Le foglie (cladòdi) di questa pianta sono minute e riunite in fascetti di 3-6. Diversamente da molte verdure, dove i germogli più piccoli e fini sono anche più teneri, gli steli più grossi dell'asparago hanno una maggiore polpa rispetto allo spessore della pelle, risultando quindi più teneri.

Il gusto dell'asparago evoca il sapore del carciofo; quando è fresco ha un sentore di spiga di grano matura.

L'asparago bianco, che germogliando interamente sotto terra (e quindi in assenza di luce) ha un sapore delicato.
L'asparago violetto, dal sapore molto fruttato, è in realtà un asparago bianco che riesce a fuoriuscire dal suo sito e, vedendo la luce,quindi a sua volta attuando la fotosintesi,acquista un colore lilla abbastanza uniforme. Ha un leggero gusto amaro.
L'asparago verde che germoglia alla luce del sole come quello violetto, ha però un sapore marcato e il suo germoglio possiede un gusto dolciastro. È il solo asparago che non ha bisogno di essere pelato.
In cucina si utilizzano germogli verdi o bianchi: gli steli dovrebbero essere duri, flessibili, resistenti alla rottura, dello stesso spessore e con le punte ancora chiuse, la base deve essere mantenuta umida, per mantenere il prodotto fresco.

Per la preparazione, occorre tagliare le estremità legnose dell'asparago e, a seconda della tipologia, togliere eventualmente la pelle bianca fino a 4 cm sotto il germoglio od oltre nel caso di asparagi vecchi o particolarmente grandi. I cuochi più esigenti prima della cottura li immergono in acqua gelida e talvolta la pelle viene aggiunta all'acqua di cottura e rimossa solo alla fine poiché ciò, secondo alcuni, ne preserverebbe il gusto.

L'asparago per essere consumato viene prima lessato con acqua salata per breve tempo oppure cotto a vapore; il tempo di cottura tipico per gli asparagi è 12-18 min. a seconda dello spessore. Dato che il germoglio è più delicato della base dello stelo, i risultati migliori si ottengono legando insieme non troppo stretti gli steli in modo che solo la parte inferiore sia cotta in acqua bollente, mentre i germogli, fuoriuscendo dall'acqua, subiranno una cottura a vapore. A tal proposito esistono pentole speciali di forma cilindrica alta e stretta, dotate di un cestello a base perforata e con maniglie, che rendono il processo di legamento degli steli superfluo. Per preservarne il colore vivo gli asparagi verdi (così come per quasi tutte le verdure verdi) si possono raffreddare in acqua molto fredda immediatamente dopo la cottura.

L'asparago può essere servito in varie maniere e, a seconda delle tradizioni locali, esistono diverse preparazioni tipiche. Gli asparagi verdi in Italia sono spesso serviti facendoli saltare in padella previa lessatura, semplicemente con burro o burro e parmigiano ("asparagi alla parmigiana"). Inoltre possono venire accompagnati da uova al burro e formaggio grattugiato o sode. In Francia e in Germania è tipico servire gli asparagi bianchi con la salsa olandese. Alternativamente possono essere serviti con vinaigrette, salsa burro-bianco (FR) , con salsa maltese, salsa bolzanina, burro sciolto, o un filo di olio d'oliva e del Parmigiano reggiano. Preparazioni più elaborate sono: saltati in padella con funghi e serviti come accompagnamento della Faraona. Gli asparagi possono essere usati per preparare risotti, zuppe, mousse o in vellutate. Nei ristoranti cinesi è possibile assaporare l'asparago fritto accoppiato a pollo, gamberi o manzo.

Le proprietà benefiche ai reni dell'asparago sono note fin dall'antichità: le cui cime cotte mollificano il corpo, e fanno orinare. Il decotto delle radici una volta bevuto, giova all' orina ritenuta, a trabocco di fiele, alle malattie dei reni, e alle sciatiche.La decottione fatta nel vino giova ai denti doloranti. Le cime peste e bevute con vino bianco levano il dolore ai reni" Il componente principale è l' asparagina(a cui è dovuto il caratteristico odore delle urine dopo l' ingestione e l' assimilazione), glucoside, tannino, saponoside, sali di potassio,Vitamina A, ed in parte minore B e C. L'asparago, per la presenza di una proteina (Aspa o 1), può essere causa di allergia alimentare.

L'Italia, insieme alla Francia ed alla Germania, ne è uno dei maggiori produttori a livello europeo. Scegliere di consumare asparagi significa dare la propria preferenza ad alimenti locali e di stagione, oltre che ricchi di proprietà benefiche utili a proteggere il nostro organismo dalle malattie.

Gli asparagi sono uno scrigno di nutrienti benefici, tra i quali possiamo trovare fibre vegetali, acido folico e vitamine, con particolare riferimento alla vitamina A, alla vitamina C ed alla vitamina E. Presentano inoltre un interessante contenuto di sali minerali, tra i quali è bene evidenziare il cromo, un minerale che permette di migliorare la capacità dell'insulina di trasportare il glucosio dal flusso sanguigno verso le cellule del nostro organismo.

A tale proposito, studi recenti hanno indicato gli asparagi tra gli elementi indicati per il consumo alimentare al fine di attuare una prevenzione del diabete di tipo 2 che inizi proprio dalla tavola. I principi attivi contenuti negli asparagi tramite esperimenti di laboratorio si sono rivelati in grado di agire favorendo la produzione di insulina e diminuendo i livelli di glucosio nel sangue.

Gli asparagi, così come l'avocado, i cavoli ed i cavolini di Bruxelles, risultano essere particolarmente ricchi di una sostanza denominata glutatione, utile a favorire la depurazione dell'organismo, migliorando la sua capacità di liberarsi di sostanze dannose e componenti cancerogeni, oltre che dei radicali liberi.

E' per tale motivo che il consumo di asparagi potrebbe essere giudicato utile nella prevenzione di alcune forme di cancro, con riferimento soprattutto al cancro alle ossa, al seno, al colon, alla laringe ed ai polmoni. Gli asparagi sono inoltre ricchi di antiossidanti, una caratteristica che li rende tra i vegetali maggiormente utili a contrastare i segni dell'invecchiamento. Secondo alcuni studi preliminari, gli asparagi potrebbero essere utili per rallentare il processo di avanzamento dell'età biologica.

Un'altra proprietà benefica attribuita agli asparagi riguarda la loro potenziale capacità di aiutare il nostro cervello a contrastare il declino cognitivo. L'acido folico in essi contenuto, in associazione con la vitamina B12, permette la prevenzione dei disturbi che potrebbero affliggere la sfera cognitiva con l'avanzamento dell'età.

Inoltre, gli asparagi contengono elevati livelli di un amminoacido denominato asparagina, che costituisce un diuretico naturale, permettendo in questo modo all'organismo di espellere il sodio in eccesso. Si tratta di una proprietà particolarmente benefica per coloro che soffrono di ritenzione idrica, edema o ipertensione.

Gli asparagi presentano un elevato contenuto di potassio, un sale minerale prezioso per la regolazione della pressione sanguigna e per il funzionamento dei muscoli, compreso il cuore. Il consumo di asparagi è indicato nella prevenzione delle patologie cardiocircolatorie, oltre che per favorire il buon funzionamento del sistema nervoso.

Insieme ai topinambur, gli asparagi sono considerati particolarmente benefici per il nostro apparato digerente per via del loro contenuto di inulina, una tipologia di carboidrato che giunge intatto all'intestino e che rappresenta una fonte ideale di nutrimento per la flora batterica, con particolare riferimento ai lactobacilli. Oltre a supportare la digestione, gli asparagi sono considerati alla stregua di un vero e proprio antinfiammatorio naturale. Potrebbero esservi controindicazioni al loro consumo per coloro che soffrono di reumatismi o di disturbi renali.

La varietà più comune degli asparagi è costituita da ortaggi di colore verde scuro o verde chiaro ma, a seconda delle zone d'Italia, si possono trovare asparagi di colore bianco, rosa e viola. I differenti colori caratterizzano le punte degli asparagi e ne determinano la varietà. E' inoltre bene differenziare tra l'asparago coltivato (Asparagus officinalis) e l'asparago selvatico (Asparagus acutifolius) conosciuto anche come asparagina, la cui presenza può essere individuata in aree di campagna, pascoli e boschi.

In Italia possiamo vantare una straordinaria ricchezza per quanto concerne le diverse tipologie di asparagi. Abbiamo ad esempio diverse varietà di asparago bianco. La seconda delle zone di provenienza possiamo distinguere tra l'asparago bianco di Bassano, l'asparago bianco di Cimadolmo, l'asparago bianco di Padova e l'asparago bianco di Rivoli Veronese (la cui produzione è limitata ed a cui nel mese di maggio è dedicata una fiera).

In Lombardia troviamo una particolare varietà di asparago, solitamente inserito tra gli asparagi bianchi, che in realtà presenta una tonalità di colore differente. Si tratta dell'asparago rosa di Mezzago, simbolo della biodiversità agroalimentare lombarda, la cui coltivazione è stata riscoperta e riavviata nel corso degli ultimi due decenni.

Per quanto riguarda gli asparagi verdi, è possibile ricordare l'asparago verde di Altedo, caratteristico della provincia di Bologna, l'asparago verde amaro Montine, prodotto nella laguna a nord di Venezia, particolarmente precoce, in quanto la sua raccolta ha già inizio a partire dal mese di marzo. Tra gli asparagi viola troviamo infine l'asparago violetto di Albenga, una varietà tanto dolce da poter essere consumata cruda, e l'asparago violetto di Cilavegna, la cui sagra cade la seconda domenica di maggio.

Gli asparagi sono più ricchi di fibra rispetto agli altri ortaggi e possono quindi essere un alimento che può venirci in aiuto in caso di diete dimagranti, in quanto la sua assunzione aumenta in breve tempo il senso di sazietà.

L’assunzione alimentare ideale dell’asparago consiste nel grattugiare le punte dei germogli crude e consumarle con insalate varie; ottime anche le proprietà del suo succo estratto tramite centrifuga elettrica.

Da qualche anno l’asparago ha ottenuto il marchio Igp.

Le stesse positive proprietà diuretiche possono avere effetti eccessivamente energetici e quindi irritanti per chi ha problemi derivanti da cistiti, calcoli, reumatismi articolari; la ricchezza di purine rende gli asparagi sconsigliabili a chi ha problemi di gotta.

Ne è sconsigliata l’assunzione nel pranzo serale a chi presenta qualche difficoltà a prendere sonno.

E’ consigliato introdurlo nell’alimentazione di un bambino dopo i tre anni di età.

In Germania, nei pressi di Monaco di Baviera, vi è una città di nome Schrobenhausen, ove esiste il Museo europeo degli asparagi; qui si può trovare tutto ciò che riguarda gli asparagi: dagli strumenti e gli utensili per la coltivazione agli oggetti per la cucina e la tavola, libri, quadri e molto altro ancora.

Gli asparagi che si coltivano in questa zona sono di qualità bianca e dolce; ogni primavera si celebra la sagra dell’asparago, durante la quale è possibile acquistare il virtuoso ortaggio coltivato dai contadini del luogo.



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sabato 27 giugno 2015

I DISORDINI ALIMENTARI



I disturbi del comportamento alimentare (abbreviato DCA), o disturbi alimentari psicogeni (DAP) sono tutte quelle problematiche, di pertinenza principalmente psichiatrica, che concernono il rapporto tra gli individui e il cibo.

I DCA sono argomento di trattazione non solo in psichiatria, ma anche in endocrinologia, in gastroenterologia e altre branche mediche, in quanto comportano, nei soggetti in cui si instaurano, tutta una serie di alterazioni primarie o secondarie che vanno a colpire numerosi organi e apparati.

I disturbi del comportamento alimentare colpiscono molti adolescenti, soprattutto di sesso femminile. Anche se più rari si segnalano casi di ossessioni alimentari anche tra i maschi e nelle donne in periodo menopausale. L'età di insorgenza, purtroppo, sta diventando sempre più precoce mentre la sensibilità al problema, fortunatamente, sta aumentando. Anoressia, bulimia ed obesità , grazie al bombardamento mediatico, sono parole ormai entrate nel linguaggio comune anche se a proposito rimane un po' di confusione.

Quando l'autostima è eccessivamente influenzata dalla forma fisica e dal peso le probabilità di cadere nella trappola dei disturbi alimentari aumenta notevolmente.
I disturbi alimentari sono infatti legati alla valutazione disfunzionale che la persona fa di se stessa. Si parla di valutazione disfunzionale quando il valore percepito della persona è fortemente connesso all'ideale di magrezza, al peso e al controllo della propria forma corporea. In pratica la persona sente di valere o non valere come essere umano in relazione all'ago della bilancia che influenza notevolmente il rapporto con il cibo.
I disturbi alimentari sono oggi un fattore dilagante che manifesta disagi e sofferenze interiori di una generazione resa fragile da una società che tende sempre più a discriminare tra corpi di serie A, B e C.
I disturbi del comportamento alimentare comprendono 3 forme principali: anoressia, bulimia e sindrome da alimentazione incontrollata (binge eating disorder).
Tutti questi disturbi alimentari sono accomunati dal pensiero ossessivo del cibo, dalla paura morbosa di diventare sovrappeso abbinata ad una percezione deformante del proprio corpo e ad una bassa stima di se.




“L’anoressia e la bulimia sono il sintomo tangibile di un dolore che non si vede, di un disagio psicologico lungamente incubato, segno di una crepa nella memoria o nella vita famigliare. La persona anoressica e la persona bulimica sono come il gatto dei cartoni animati che inseguito dal grosso cane del quartiere si arrampica velocemente in cima a un albero, per cercare il rifugio e la protezione che non saprebbe trovare altrove. Da lassù guarda con sufficienza e sollievo ciò che dal basso lo minaccia. Da lassù è sicuro di avere un controllo totale, a trecentosessanta gradi, del mondo sottostante. In più, se scendesse dovrebbe anche fare i conti con ciò da cui si era messo al riparo” (Fabiola De Clercq, 1998, Fame d’Amore, Rizzoli).

L’anoressia inizia con una cura dimagrante: l’intento è quello di controllare la propria immagine, controllare tutto. In realtà l’immagine riflessa nello specchio non restituisce la realtà: la persona anoressica non si vede mai abbastanza magra anche se sfiora la morte.
Di solito si comincia con una dieta dimagrante: tutto ciò che si desidera, apparentemente, è migliorare e controllare la propria immagine. La persona anoressica non si sente mai abbastanza magra. Tra i sintomi, la fame viene negata, si cade nel calcolo ossessivo delle calorie e nel controllo spasmodico del peso. Ci si illude che cambiando il proprio corpo sia possibile cambiare anche la propria vita, cambiare gli altri, cambiare la realtà. Questo tipo di disturbo si manifesta in modo molto evidente: il corpo, scarno e denutrito, diviene una tela su cui dipingere l’immagine di un dolore interiore, un disagio che le parole non possono esprimere. L’anoressia può portare danni molto gravi alla salute come insufficienza renale, perdita dei capelli e dei denti, arresto cardiaco. L’arresto del ciclo mestruale per oltre un trimestre è il primo indicatore dell’anoressia e può portare a gravi forme di osteoporosi. Nel 75% dei casi oggi, l’anoressia è accompagnata dalla bulimia. Il soggetto cede all’ istinto di sopravvivenza, perde il controllo, mangia tutto ciò che trova e si induce il vomito. Si può dire che l’anoressia sia una manovra disperata per coprire la bulimia. La bulimia è il bisogno smodato di tutto. L’anoressia è un tentativo drastico di coprire la bulimia. Spesso anoressia e bulimia si alternano ciclicamente: la persona anoressica, che non riesce più a controllare la fame, cede all’istinto e si punisce con il vomito autoindotto. “ L’anoressia è la punta dell’iceberg, il sintomo di una sofferenza che ha cause psicologiche. Per questa ragione non può essere aggredito: è necessario invece cercare le cause senza tuttavia perdere di vista la gravità dei risvolti che possono mettere a rischio la vita. Il sintomo non viene soppresso ma si diluisce fino a scomparire solo quando la persona non sente più la necessità di adottare i comportamenti che ha dovuto cercare e usare come soluzione, quando riesce a esprimere e vivere i suoi sentimenti, quando a dispetto delle difficoltà trova dentro di sé gli strumenti per far fronte alla vita e alla sofferenza che ne è parte” (Fabiola De Clercq, 1995, Donne invisibili, Bompiani).

Nella bulimia si instaura una dipendenza dal cibo come quella dalla droga e dall’alcool. La sensazione soggettiva è quella di “un pozzo buio e profondo da riempire”: si tratta di un vuoto soggettivo incolmabile, disperato, che si cerca di riempire attraverso l’assunzione di quantità eccessive di cibo. La vita si svolge mangiando, in una sensazione di totale perdita di controllo, e vomitando incessantemente. Il senso di colpa è devastante e lascia la persona in un circolo vizioso senza fine. Oltre alle abbuffate e al vomito, alcuni dei sintomi attraverso i quali si declina la bulimia sono condotte compensatorie come l’eccessivo esercizio fisico e l’abuso di lassativi e diuretici. La bulimia, nonostante spesso rappresenti l’altro lato della medaglia delle persone anoressiche che non riescono più a controllare la fame, lascia sul corpo segni meno evidenti: per questo è più difficile da riconoscere rispetto all’anoressia. Le conseguenze sono comunque devastanti sulla salute di chi ne soffre: il vomito autoindotto causa problemi gastrici, erosione dello smalto dentale, disidratazione, ipotalassemia e disfunzioni cardiache.

Chi soffre del disturbo alimentare incontrollato, proprio come nel caso della bulimia, consuma grandissime quantità di cibo. A differenza di una persona bulimica, chi soffre di disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating) non espelle quanto ingerito. A causa di tali abbuffate la ragazza può essere in sovrappeso anche se spesso è assolutamente normale. Capita infatti che in seguito a questa smodata assunzione di cibo la persona digiuni per qualche giorno o ricorra ad esercizi fisici molto intensi per smaltire le calorie ingerite.
Una variante di questo disturbo alimentare, chiamata night-eating sindrome, si caratterizza per anoressia diurna ed insonnia notturna che può essere sconfitta soltanto assumendo grosse quantità di cibo (bulimia notturna).

I disordini alimentari, di cui anoressia e bulimia nervosa sono le manifestazioni più note e frequenti, sono diventati nell’ultimo ventennio una vera e propria emergenza di salute mentale per gli effetti devastanti che hanno sulla salute e sulla vita di adolescenti e giovani adulti. Negli Stati Uniti, le associazioni mediche che si occupano di disordini alimentari non esitano a definirli una vera e propria epidemia che attraversa tutti gli strati sociali e le diverse etnie.

Se non trattati in tempi e con metodi adeguati, i disordini alimentari possono diventare una condizione permanente e nei casi gravi portare alla morte, che solitamente avviene per suicidio o per arresto cardiaco. Secondo la American Psychiatric Association, sono la prima causa di morte per malattia mentale nei paesi occidentali. Uno studio pubblicato sulla rivista inglese The Lancet indica che la ricerca sui trattamenti è molto più avanzata nel caso della bulimia nervosa, dove sono stati svolti più di cinquanta studi e trial e una gestione secondo pratiche basate sull’evidenza è possibile. Minore attenzione, invece, si sarebbe dedicata finora a ricerche sui possibili trattamenti di anoressia nervosa e delle altre forme di disordine alimentare.

Se si esclude quella che è conseguenza di disfunzioni metaboliche, anche l’obesità si associa a fattori psicologici, per questo viene definita psicogena. E’ una vera e propria malattia sociale che riguarda un numero sempre maggiore di persone di ogni età, anche bambini. Come nella bulimia, anche nell’obesità psicogena si è di fronte a una dipendenza, cambiano solo le modalità. Il cibo è scelto con cura e assunto fino ad aumentare di peso in modo spropositato. Viene inconsciamente considerato una soluzione magica alle difficoltà del vivere, un anestetico rispetto al dolore che si ha dentro. Il grasso rappresenta una barriera difensiva per proteggersi dalla propria depressione. In chi soffre di questo disturbo insorgono gravi danni alla salute quali patologie cardiocircolatorie e malattie metaboliche come il diabete. Possono essere seriamente compromesse anche la capacità di memorizzazione e concentrazione.

Accade spesso oggi che accanto ai disordini alimentari vi siano altre sintomatologie come attacchi di panico, disturbi d’ansia, dipendenza da sostanze, depressione che talvolta può anche portare ad un tentato suicidio. Spesso è difficile riconoscere le risorse che possediamo per superare gli ostacoli della vita. In questo caso l’ansia raggiunge un limite eccessivo, tramutandosi quasi in angoscia. La manifestazione più evidente è l’attacco di panico: palpitazioni, sudorazione, tremore, vertigini e fastidio al petto. Spesso si associa all’agorafobia, la paura di trovarsi in mezzo alla folla, e arriva a impedire le relazioni sociali. Dipendenza da sostanze (alcol, droghe o farmaci). Anche in questo caso la sostanza rappresenta una soluzione illusoria rispetto a problematiche angoscianti. Nei suoi confronti si ha un atteggiamento ambivalente: droghe, alcol, farmaci, cibo sono amati e odiati. Ogni giorno si promette a se stessi di smettere senza però riuscirci e ogni fallimento getta in una depressione sempre più profonda.  In genere i sintomi della depressione sono una perdita di interesse in ciò che si fa e una riduzione dell’energia accompagnate ad alterazioni del sonno e dell’appetito. Prevale un senso di disperazione e possono presentarsi anche pensieri di morte, che potrebbero portare ad un tentato suicidio.

L’anoressia nervosa, e con essa la sua variante bulimica, è stata da sempre considerata una patologia riguardante quasi esclusivamente le donne, a causa della preponderante incidenza nella popolazione femminile. Molti casi di anoressia maschile non sono riconosciuti come tali o non vengono precocemente e preventivamente diagnosticati. L’incidenza della variante al maschile di questa patologia pertanto è ancora molto sottostimata. Se oggi iniziamo a riscontrare un incremento della domanda di cura al maschile è perchè questa premessa di genere è stata ridimensionata ed è diventato socialmente più “lecito” per un uomo chiedere aiuto.


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