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domenica 26 giugno 2016

IL CONDIZIONATORE D'ARIA

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Il primo apparecchio per il raffreddamento climatico dell'aria fu brevettato nel 1886 da Lewis Latimer, un afroamericano, disegnatore e progettista di Thomas Edison.

Intorno al 1911 Willis Carrier (Stati Uniti) sfruttò i passaggi di stato di un gas per ottenere una variazione sia positiva ("caldo") sia negativa ("freddo") del clima nell'ambiente circostante. Tuttavia lo scopo per cui venne implementato ed utilizzato tale sistema non era inizialmente quello di rinfrescare, ma di deumidificare l'aria. Carrier lavorava come ingegnere in una compagnia che forniva impianti industriali. Il metodo dell'evaporazione di un liquido a bassa temperatura di evaporazione era già conosciuto in precedenza, ma vi era perdita della sostanza (ammoniaca), e quindi non utilizzabile per usi continui; Carrier ideò il sistema per recuperarla in un circuito chiuso. Dopo un anno di lavoro gli venne affidato il compito di risolvere il problema del controllo dell'umidità dell'aria in una tipografia di Brooklyn, dove la carta era appunto inutilizzabile a causa dell'eccessiva umidità nell'aria (perché raggrinziva).

In passato per risolvere questo problema veniva aumentata la velocità dell'aria, o si apriva qualche finestra per contrastare l'umidità con una corrente opposta. L'umidità era anche un grave problema in termini di produttività, perché portava ad un'interruzione dell'attività degli operai e quindi del lavoro. Carrier completò il primo progetto di un impianto di condizionamento dell'aria il 17 luglio 1902; la tecnologia che stava alla base del suo impianto è già simile a quella degli impianti che troviamo in commercio oggi.

Il termine "aria condizionata" fu dato da Stuart W. Cramer, che si interessò come Carrier allo studio dell'umidità e del condizionamento dell'aria.

Il condizionatore è in genere costituito da seguenti elementi essenziali:
compressore: ha lo scopo di comprimere il fluido, cioè aumentarne la pressione; nel compressore il fluido si trova allo stato gassoso; in accordo con le equazioni di stato dei gas (nel caso più semplice l'equazione di stato dei gas perfetti) aumentando la pressione di un gas aumenta anche la sua temperatura, per cui il gas all'uscita dal compressore ha una temperatura e una pressione maggiore rispetto all'entrata;
condensatore: ha lo scopo di condensare il gas, cioè portarlo allo stato liquido; tale passaggio di stato avviene sottraendo calore al gas; tale calore viene disperso nell'ambiente;
organo di laminazione: corrisponde ad una strozzatura della condotta; durante il passaggio da tale strozzatura, il liquido viene sottoposto a perdite di carico localizzate, per cui diminuisce la sua pressione e di conseguenza la sua temperatura;
evaporatore: ha lo scopo di vaporizzare il liquido, assorbendo calore dall'esterno.
I fluidi termovettori più utilizzati nei condizionatori d'aria sono (o sono stati):
R12: condizionatori industriali (ormai fuori legge);
R22: condizionatori civili e terziario (ormai fuori legge);
R407c: condizionatori civili e terziario;
R410a: condizionatori civili e terziario.
Vi sono poi una serie di componenti ed accessori che servono a completare e gestire il funzionamento del sistema, come ad esempio: valvole, pressostati, ventilatori, telecomando, sonde, schede elettroniche.

Negli impieghi civili è comune la configurazione che presenta due unità separate:
un'unità esterna, ospitante il motore del condizionatore e solitamente caratterizzata dalla ventola radiale;
un'unità interna (lo split), che provvede a mettere in circolo l'aria (condizionata o meno), distribuendola nei locali attraverso un'apposita feritoia.

I condizionatori d'aria possono essere costituiti da due unità, una detta unità interna e la seconda detta unità esterna (con una o due ventole). Tra le due unità corrono due tubi in rame per la circolazione dei fluidi (uno in ingresso e uno in uscita) e i cavi dei collegamenti di controllo e comando, mentre l'alimentazione elettrica solitamente viene portata dalla rete all'unità esterna e da essa all'unità interna.

Entrambe le unità necessitano di un tubo di scarico per evacuare l'acqua che si forma per condensazione. Ultimamente sono entrate in commercio anche macchine formate da un unico elemento le quali, se addossate ad una parete, assolvono ad entrambe le funzioni delle due prima descritte ma con notevoli limiti di rendimento e alto costo d'acquisto.

Le unità interne poi possono essere distinte in cinque tipologie costruttive:
a muro: per installazioni a muro in posizione alta;
a pavimento: tipo fancoil;
a consolle: per installazione a soffitto senza controsoffitto;
a cassetta: per installazioni a incasso nei controsoffitti;
canalizzabili: per l'installazione assiemata a condotti d'aria e anemostati.

I condizionatori si dividono in due grandi famiglie:
quelli chiamati solo freddo
quelli detti a pompa di calore.
La differenza sostanziale è che quelli a pompa di calore, oltre a raffreddare l'aria in estate, in inverno possono anche riscaldare invertendo il ciclo di funzionamento, sottraendo il calore dell'aria esterna per poi immetterlo nell'ambiente interno (ovviamente più bassa è la temperatura esterna più basso sarà il rendimento).
Un'ulteriore distinzione è quella relativa alla loro alimentazione e al loro funzionamento. Sotto questo punto di vista, ci sono due grandi famiglie:
condizionatori d'aria on-off
condizionatori d'aria ad inverter.
La tecnologia dei condizionatori on-off è più vecchia, molto semplice ed è meno costosa, ma ha un consumo elevato, perché il compressore, appena viene acceso l'apparecchio, va subito alla massima potenza e vi resta, a prescindere da quanta ne possa effettivamente servire, per poi fermarsi completamente quando è stata raggiunta la temperatura impostata e ripartire al massimo quando la temperatura non è più tale. I condizionatori ad inverter invece hanno una tecnologia detta "modulante": sotto il controllo di un sistema elettronico, viene impiegata solo la potenza necessaria per raggiungere il valore di temperatura impostato. La potenza del compressore inizialmente è massima per poi diminuire gradualmente fino al raggiungimento di tale valore, e poi viene impiegato solo il minimo necessario per mantenerlo, senza però fermarsi.

Se il condizionatore viene fatto funzionare per molte ore (per esempio di notte) è economicamente conveniente il modello inverter, in caso contrario il maggior costo rispetto al sistema on-off non viene ammortizzato, poiché la funzione modulante interviene soltanto nel momento in cui si sta per raggiungere la temperatura desiderata.

I condizionatori, come molti elettrodomestici, sono vincolati da norme sul risparmio energetico. Nell'Unione Europea dal 1º gennaio 2013 sul condizionatore dev'essere presente l'etichetta energetica, che riporta la classe di consumo energetico, che va da A+++ (migliore) a D (peggiore, con i consumi più alti). I condizionatori con i minori consumi solitamente hanno la tecnologia inverter, mentre un condizionatore on-off può essere incluso in qualunque classe nel caso risulti consumare quanto il tipo di elettrodomestico (in questo caso il condizionatore) di una stessa classe, con tecnologia inverter oppure no. Spesso i condizionatori con tecnologia on-off non vanno al di sopra della classe C.

La direttiva della Comunità Europea è la n. 94/2/CE del 21 gennaio 1994 e al Decreto 12 aprile 1998 del Ministero dell'industria, del commercio e dell'artigianato.

La potenza di un condizionatore si misura in BTU/h o frigorie/h.

In Italia non esistono leggi che vietino l'installazione a parete sulle facciate dei palazzi per quanto alcuni articoli del codice civile nella parte dei condomini si presti a delle interpretazioni. Di fatto la legge 10/91 e il DPR 412 di fatto indicano e consigliano l'uso di macchine a pompa di calore.
Il problema nasce sotto il profilo estetico, molti comuni emanano dei regolamenti, per certe vie di pregio, per evitare la vista delle unità esterne che risultano invasive e poco gradevoli.
Anche i condomini possono emanare dei regolamenti condominiali, deliberati in assemblea, che vietano l'installazione delle unità esterne per motivi estetici. L'argomento è controverso in quanto spesso un bene collettivo (la bellezza del palazzo) si scontra con un beneficio privato (la climatizzazione dell'unità abitativa). Il vincolo, spesso è superato, se la persona ha necessità del condizionamento per motivi di salute, con un certificato medico si evita il regolamento condominiale ma non senza problemi. Nell'ipotesi peggiore, si montano i climatizzatori senza unità esterna.

Nonostante l'ignoranza imperante nel settore queste macchine rientrano sotto la Legge 10/91 e le relative conseguenze della relazione tecnica prevista da tale legge.

Va specificato (per i condizionatori destinati per l'ambiente civile) che ricade solo il collegamento relativo alla potenza elettrica per l'alimentazione del condizionatore con l'impianto elettrico di casa. Il collegamento tra le due macchine (sia idraulico che elettrico) non ricade nella legge perché la normativa europea ritiene l'insieme delle due macchine (interna + esterna) un solo componente quindi come se fosse un solo elettrodomestico.

Le norme tecniche di riferimento principali sono:
UNI EN 378-1: "Impianti di refrigerazione e pompe di calore" - REQUISITI DI SICUREZZA ED AMBIENTALI - Requisiti di base, definizioni, classificazione e criteri di selezione.
UNI EN 378-2: "Impianti di refrigerazione e pompe di calore" - REQUISITI DI SICUREZZA ED AMBIENTALI - Progettazione, costruzione, prove marcatura e documentazione.
UNI EN 378-3: "Impianti di refrigerazione e pompe di calore" - REQUISITI DI SICUREZZA ED AMBIENTALI - Installazione in sito e protezione delle persone.
UNI EN 378-4: "Impianti di refrigerazione e pompe di calore" - REQUISITI DI SICUREZZA ED AMBIENTALI - Esercizio, manutenzione, riparazione e utilizzo.
CEI norma 64-8/7 (Impianti elettrici utilizzatori a tensione nominale non superiore a 1000 V ca e a 1500 V cc - Ambienti ed applicazioni particolari)

L’aria condizionata, d’estate, è un valore aggiunto, che dà sollievo in situazioni critiche come ospedali o ambienti di lavoro. Ma va utilizzata in maniera intelligente altrimenti si può trasformare in un problema per la nostra salute. Per prima cosa bisogna evitare gli sbalzi di temperatura che sono deleteri per il nostro organismo e possono provocare sindromi da raffreddamento improvvise. Per ovviare a questo problema non si devono superare i cinque, sei gradi di differenza tra la temperatura esterna e quella impostata sul condizionatore. L’altro accorgimento riguarda il getto dell’aria condizionata che non deve mai essere diretto. Inoltre, quando si entra in un ambiente condizionato come ad esempio un centro commerciale o un ufficio, è bene dare al proprio corpo il tempo necessario per acclimatarsi evitando di sostare nei punti maggiormente refrigerati.

Ma il vero problema riguarda la manutenzione degli apparecchi.

Seguire le poche e semplici regole per evitare malanni legati al cattivo utilizzo dell’aria condizionata non è sufficiente. Alla base ci deve essere una corretta manutenzione dell’apparecchio e in particolare la pulizia dei filtri dell’aria che vanno cambiati spesso e sottoposti a controlli periodici. I filtri si possono trasformare in veri e propri centri di crescita, e in seguito di distribuzione, di germi e di sostanze irritanti. I prodotti che si formano nei condizionatori possono creare episodi allergici nei soggetti predisposti, come ad esempio gli asmatici. L’apparecchio malfunzionante, i filtri sporchi e i contenitori di liquidi possono diventare serbatoi di batteri che vengono nebulizzati nell’aria: in tal modo il soggetto che stazione nell’ambiente è sottoposto a un vero e proprio aerosol di germi e sostanze nocive.

Periodicamente si manifestano casi di Legionella e la colpa ricade anche sui condizionatori.

Il batterio della Legionella è uno dei più pericolosi tra quelli che si possono annidare nei sistemi di aria condizionata, che in questo caso fungono da vettore di distribuzione. La Legionella si è manifestata per la prima volta nell’estate del 1976 negli Stati Uniti. Un’epidemia acuta colpì un gruppo di circa 4mila veterani della American Legion (da qui il nome Legionella) riuniti in un albergo di Filadelfia, causando 34 morti su 221 contagiati. In seguito si scoprì che la malattia era stata causata da un “nuovo” batterio, denominato Legionella, che fu isolato nell’impianto di condizionamento dell’albergo dove i veterani avevano soggiornato. I sintomi della Legionella sono febbre e mal di testa che si possono trasformare in polmonite.

I disturbi dovuti ad uno scorretto uso dell'aria condizionata variano dal semplice mal di gola alla tosse causata dalle sostanze nebulizzate nell’aria. E poi mal di testa e torcicollo. Non sono rari anche dolori osteoarticolari e forme di patologie intestinali come la dissenteria e i crampi allo stomaco. Questo perché il getto d’aria fredda determina una vasocostrizione. Le irritazioni agli occhi colpiscono soprattutto i soggetti allergici. La Sick building syndrome colpisce gli ambienti di lavoro nei quali si utilizzano condizionatori: è una sintomatologia strisciante che colpisce il 15/20 per cento delle strutture lavorative e da luogo a emicrania, stanchezza, tosse e ostruzione nasale.

L’aria condizionata migliora la qualità della vita, ma a patto che crei un ambiente sano ed equilibrato. Se si può scegliere, comunque, meglio preferire un climatizzatore a un condizionatore perché oltre a rinfrescare, deumidifica anche. Oltre il 70 per cento l’umidità inibisce progressivamente la sudorazione, e la mancata sudorazione non consente il fisiologico raffreddamento del corpo, facendo percepire a parità di temperatura un caldo maggiore.

Quando si hanno dei bambini, anche se piccolissimi, l’uso del condizionatore non è controindicato, nemmeno se sono presenti patologie asmatiche sostiene Eugenio Baraldi, presidente della Società Italiana Malattie Respiratorie Infantili, anzi può essere d’aiuto per rendere più sopportabile l’afa dei giorni più caldi e consentire un miglior riposo di notte.

La tentazione, quando si usa il condizionatore, è quella di non aprire le finestre per non disperdere il fresco. Invece è importante arieggiare più volte al giorno le stanze dove il bambino soggiorna o dorme, per evitare l’accumulo di sostanze inquinanti, presenti anche negli ambienti domestici.




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lunedì 7 marzo 2016

LA CAMICIA DI FORZA



Fu inventata nel 1770 in Francia da un tappezziere chiamato Guilleret, che la realizzò per l'ospedale di Bicêtre. Era usata durante il trattamento di disturbi mentali quali schizofrenia, depressione e disturbi d'ansia per prevenire danni a cose e oggetti, ma anche per salvaguardare lo stesso malato e le persone attorno a lui senza fare ricorso alle corde e catene allora in uso.

La tipica camicia di forza è un indumento che stringe all'altezza del petto e delle ascelle, con le maniche bloccate in entrambe le estremità degli arti in modo da immobilizzare le braccia in una posizione incrociata. Una cinghia all'altezza del cavallo impedisce al malato di strapparsela via tirandola.

Nei manicomi qualsiasi infrazione alle regole, o anche soltanto uno stato di agitazione o un segno di malessere, sarebbero stati “curati” e repressi con le tecniche più spietate: l’elettroshock, la camicia di forza, ma anche la “sala di contenzione” qui i pazienti venivano legati a un letto con cinghie che impedivano qualsiasi movimento: si poteva restare così per uno o due giorni, ma anche per uno o due anni, con gravissime conseguenze sulla salute del corpo e della mente.

Fin dalle loro origini, quando non erano niente altro che guardie carcerarie nei manicomi, gli psichiatri hanno cambiato di poco la loro metodologia brutale se non per il fatto di aver introdotto contenzioni elettriche e chimiche.

Oggi vengono usati molti metodi, tutti violenti, tutti potenzialmente letali, con i quali il personale degli ospedali sottopone un paziente a contenzione fisica brutale, di solito poco prima di somministrargli potenti farmaci per fargli perdere conoscenza.

Le contenzioni meccaniche includono camice di forza, cinture o fasce di cuoio che legano caviglie e polsi. Stanze isolate acusticamente, apribili solamente dall’esterno, sono usate per l’isolamento. I potenti farmaci, i cui pericoli sono stampati sui bugiardini a caratteri minuscoli, sono somministrati come mezzo di controllo chimico.


1700: Per contenere i pazienti si usavano “camiciole a muro” e catene legate alle pareti o ai letti. La teoria era: più dolorosa era la contenzione, migliori sarebbero stati i risultati. Benjamin Rush, noto come il padre della psichiatria americana ed il cui volto adorna ancora il logo della Associazione Psichiatrica Americana, sviluppò, alla fine del 1700, la sedia “sedativa”. Il paziente veniva immobilizzato in uno stato di disagio e dolore enorme.

1787: Lo psichiatra francese Phillippe Pinel abolì l’uso delle catene per “l’alienato” ma le sostituì con le camicie di forza.

1800: Il "letto a mangiatoia" era una gabbia con letto basso a forma di graticcio dove il paziente veniva messo per settimane o mesi. L’uso di cinture legate a manette, bracciali di cuoio e catenelle da caviglia e sedie di contenzione continuò e gli psichiatri ne sostenevano le “grandi virtù curative.”

1855: L’uso di “camere d’isolamento” divenne di moda negli ospedali psichiatrici.

Anni ‘50: Le contenzioni meccaniche furono usate per relegare i pazienti ai loro letti, come “sedie per contenere”. In alcuni casi, i pazienti erano confinati al buio in seminterrati simili a prigioni sotterranee.

Il nuovo millennio: Gli attuali metodi di contenzione includono procedure fisiche, meccaniche, elettriche e chimiche.

2002: L’Unione Europea ha chiesto ad un certo numero di Paesi dell’Est di eliminare i letti a gabbia (circondati da sbarre, in modo che non si possa scendere dal letto, e per alcuni tipi non ci si può neanche sedere su di esso) considerandoli una pratica degradante ed inumana.

La Repubblica Ceca li ha resi illegali solamente dal 2004.

Una superstite ha dichiarato:

La paura del letto a gabbia vivrà in me per sempre”. Forse il quadro più accurato dell’umiliazione e terrore delle contenzioni può essere osservato attraverso gli occhi di una vittima: “In momenti inaspettati, sento la chiave girare nella serratura. Cerco di ricompormi. Potrebbe succedere di tutto: un’iniezione, stretta delle cinture, allentamento delle stesse.... Forse mi faranno andare al bagno del reparto. Forse mi toglieranno completamente le misure di contenzione. Ho bisogno di negoziare al meglio, ma mi trovo nelle condizioni più difficili per farlo ...non capisco che cosa io abbia mai fatto che giustificasse l’inizio dell’isolamento e la punizione con misure di contenzione...
Quando alla fine fui liberato dalla piccola e puzzolente stanza di isolamento, dove avevo passato 3-4 giorni dopo il mio arrivo al reparto chiuso a chiave, ero pronto a cooperare per evitare un viaggio di ritorno.



Taluni illusionisti, come ad esempio Harry Houdini, hanno spesso utilizzato la camicia di forza nei loro spettacoli di escapologia.


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lunedì 21 settembre 2015

LA MELISSA

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Il nome melissa sembra derivi dal greco la cui radice meli significa miele. Ciò probabilmente deriva dal fatto che il profumo della pianta attira le api, che ne succhiano volentieri il nettare. Fu dapprima introdotta in medicina come rimedio moralmente esilarante e confortatore dei nervi. Galeno e Paracelso la consigliavano nella mania e nei disturbi psichici. Scriveva Serapio che allevia le inquietudini e tristezze del cervello e principalmente quelle prodotte dalla malinconia.

Gli Arabi la tenevano in grande considerazione: il medico Avicenna già nell’XI secolo attribuiva alla specie “la meravigliosa proprietà di rallegrare e confortare il cuore”.  L'Alcolato di Melissa, o “Acqua di Melissa” inventato dai Carmelitani Scalzi francesi nel 1611, era per le sue proprietà antispasmodiche un rimedio popolare a cui facevano ricorso tutte le classi sociali nei momenti critici della loro vita (dal mal di denti, alle sincopi, alle crisi di nervi ecc.).
La Melissa officinalis o melissa è una pianta erbacea spontanea, perenne e rustica, molto ricercata dalle api ed è appunto per questo motivo che prende il nome dal greco mélissa.

Cresce spontaneamente nell'Europa meridionale e nell'Asia occidentale. In Italia la si può trovare lungo le siepi e nelle zone ombrose; viene inoltre coltivata nei giardini. È nota per le sue proprietà medicamentose ed è molto apprezzata anche come erba aromatica.

La melissa può raggiungere dai 40 ai 100 cm di altezza, ha foglie picciuolate di un colore verde intenso in superficie e verde chiaro nella parte inferiore; le foglie sono cosparse di cellule oleifere; il loro aspetto ricorda molto la pianta dell'ortica e il profumo è simile a quello del limone.

I fiori iniziano a sbocciare nel mese di giugno: sono di colore bianco con leggere sfumature rosa pallido; hanno forma di calice campanulato; la corolla anch'essa tubolosa, ha il labbro inferiore diviso in tre lobi con quello centrale più grande rispetto ai due laterali. La varietà "Melissa aurea" ha foglie maculate di giallo.



Nell'uso popolare, la melissa viene apprezzata come erba aromatica: le sue foglie fresche sono usate per insaporire insalate, minestre, carni ecc. I fiori, una volta essiccati, vengono usati in erboristeria; uniti ad altre piante aromatiche servono a preparare decotti o infusi che possono servire come cordiale o tonico. Viene molto usata anche dai frati e dai monaci nella preparazione di ricette medicamentose e aromatiche.

La conservazione della melissa viene fatta tagliando la pianta quando è ancora in fiore: si legano i rami in piccoli fasci e si appendono ad essiccare in un locale fresco e asciutto.

Questo genere di pianta viene coltivata anche industrialmente: infatti, le foglie e i fiori freschi vengono raccolti due volte l'anno e distillati; il prodotto ottenuto è l'essenza di melissa che viene usata oltre che in profumeria anche nella preparazione dei liquori, come ad esempio l'Arquebuse, l'Assenzio e lo Chartreuse.

La melissa si può facilmente coltivare in giardino con un qualsiasi tipo di terreno, i risultati saranno migliori se il terreno sarà fresco e leggero. Una zona parzialmente ombrosa è preferita.

La semina avviene in primavera direttamente all'aperto. Si possono anche moltiplicare per divisione dei cespi interrando le piantine ad una distanza di circa 30 cm in modo che abbiano spazio sufficiente per crescere e infoltirsi; in questo periodo le piantine andranno annaffiate abbondantemente; solo quando le piantine avranno attecchito bene le annaffiature andranno ridotte in modo da non compromettere il contenuto aromatico delle piante.

In fitoterapia, della melissa sono utilizzati soprattutto le foglie ma anche i fiori e gli steli.

Alcune delle più note applicazioni della melissa per il benessere dell’uomo sono legate alle sue proprietà sedative. Queste possono essere sfruttate per allentare la tensione e ridurre nervosismo e stress, compreso quello accumulato durante le ore di lavoro o in caso di stili di vita troppo frenetici.
La sua azione sedativa si rivela inoltre efficace per combattere in modo naturale l’insonnia, se necessario consumata sotto forma di infuso in abbinamento a camomilla e radici di valeriana. Svolge inoltre una moderata azione antidepressiva e contro il mal di testa.
Tra le sue proprietà anche quelle antispasmodiche, utili per favorire una migliore digestione, per calmare i crampi all’addome e nel ridurre i sintomi della sindrome del colon irritabile. Sempre per quanto riguarda il tratto intestinale, questa pianta aiuta a risolvere problemi di flatulenza e coliche sfruttandone le proprietà carminative.
La sua azione calmante si applica poi anche per il mantenimento della salute del cuore, al quale contribuisce a ridonare il giusto ritmo. Per uso esterno possiede infine alcune proprietà antireumatiche. Favorisce anche una riduzione dell’attività tiroidea in caso di ipertiroidismo.

L’utilizzo della melissa presenta tuttavia alcune controindicazioni specifiche, alcune delle quali legate all’attività della tiroide. Se da un lato può aiutare i soggetti affetti da ipertiroidismo a ridurre l’attività di tale ghiandola, in chi è soggetto a ipotiroidismo può arrecare danni anche elevata entità.

Sempre per il suo delicato rapporto con la tiroide se ne sconsiglia l’impiego durante la gravidanza e l’allattamento. Da evitare l’utilizzo di melissa anche da parte di chi soffre di glaucoma, per via del possibile aumento alla pressione oculare. Attenzione infine a eventuali risposte allergiche, che possono manifestarsi anche sotto forma di eruzioni cutanee.
Si consiglia, soprattutto in caso di dubbio, una consulto preventivo con il proprio medico per verificare eventuali possibili effetti collaterali.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/09/loltrepo-pavese.html






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mercoledì 16 settembre 2015

LE Droghe Sintetiche



Secondo i dati del Cnr la discoteca resterebbe il luogo di elezione, per i ragazzi,  per procurarsi e assumere sostanze psicoattive illegali.

Sono principalmente di due tipi: eccitanti o stimolanti e allucinogene. Alla prima categoria appartengono le anfetamine e la cocaina. Nella seconda categoria rientrano la marijuana, l'hashish, l'lsd e l'ecstasy.  La più utilizzata per lo sballo in discoteca  è l'ecstasy, una droga sintetica che dà effetti eccitanti e allucinogeni. I giovani che l' assumono – avvertono dall'Istituto Neurologico Mediterraneo  - possono morire per una sindrome gravissima, chiamata 'serotoninergica', che può comparire da 15 minuti a 6 ore dopo l'assunzione. Causa ipertermia, collasso cardiocircolatorio, insufficienza renale, necrosi epatica e morte, che può avvenire anche nel giro di un'ora. La tossicità della droga è amplificata da sovraffollamento, elevata temperatura ambientale, musica ad alto volume, ballo e disidratazione.

A fare concorrenza all'ecstasy è il boom delle nuove droghe sintetiche, acquistate online o prodotte in casa. Le reali conseguenze ancora non si conoscono fino in fondo ma, quando non si muore, le subisce il cervello. Le oltre 500 molecole di droghe sintetiche scoperte fino a oggi sfuggono, nella quasi totalità, sia al contrasto delle forze dell'ordine che ai test medici.  "Ci sono sostanze come i catinoni che danno gli stessi effetti della cocaina ma non vengono cercati nei test - sottolinea Carlo Locatelli, direttore del Centro nazionale di informazione tossicologica (Cnit) della fondazione Salvatore Maugeri  - lo stesso vale per chetamine e cannabinoidi sintetici che, in molti casi, non sono illegali".

Una ricerca dell' Istituto tecnico 'Luca Pacioli'  di Crema (Cremona) ha individuato alcune delle droghe, anche molto recenti, più utilizzate in discoteca dai ragazzi.



Cobret: E' polvere di eroina scaldata e sniffata. In Italia cominciò a diffondersi nel  1997 fra i ragazzi che consumavano ecstasy.

Yaba: E' una polvere che arriva dal sud-est asiatico e comincia ad estendersi nelle discoteche europee. Fu sviluppata nei laboratori nazisti, per ordine di Hitler, per tenere sveglie per giorni interi le truppe. Può causare infarto acuto.

Shabu: conosciuti anche come 'diamantini colorati' . Si tratta di anfetamine fumate per provocare un'eccitazione di maggior durata rispetto all'ecstasy. Oltre a disturbi di ordine psichiatrico, può causare infarto.

Popper: Il nome scientifico è 'nitrito d'anile'. In realtà è in circolazione da almeno 20 anni. E' venduto in forma di fialette, mandasu di giri in pochi istanti e può causare  ipertensione e ictus celebrale.

Ketamina: E' un liquido che veniva usato dai veterinari come anestetico. Si è diffuso nei rave dove viene sniffato. Provoca allucinazioni intense, con difficoltà a camminare e cecità temporanea.

Speed: E' una miscela di anfetamina e cocaina. Provoca un'intensa eccitazione che dura ore. I disturbi che provoca passano dall'aritmia cardiaca agli attacchi epilettici, fino a stati paranoici acuti.

Superpill: Uno degli ultimi arrivi nel supermercato delle droghe sintetiche. E' un miscuglio di ecstasy e Viagra, quasi sempre potenziato dall'assunzione di alcol. L'ecstasy spazza via qualsiasi tipo di inibizione, dando la sensazione di maggiore audacia nelle avances sessuali, aiutato in questo da Viagra. Effetti: scompensi cardiaci, pressione e febbre alle stelle.

Ecstasy è il nome usato comunemente per indicare l’Mdma, una droga sintetica. Le droghe sintetiche sono sostanze psicoattive prodotte in laboratorio. Come sottolinea l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, un’agenzia dell’Unione europea, l’Europa è storicamente un mercato di produzione e consumo di droghe sintetiche. In particolare sono tre le droghe sintetiche che dominano il mercato europeo: le anfetamine, le sostanze stupefacenti simili all’ecstasy, soprattutto Mdma, e le metanfetamine.

Le anfetamine si presentano sotto forma di polvere biancastra, ma anche in fiale, pasticche e capsule, pertanto possono essere assunte per via orale o inalate, meno per via endovenosa. Agiscono come stimolanti del sistema nervoso centrale.

L’Osservatorio europeo delle droghe e tossicodipendenze parla di effetti collaterali come ipertensione e tachicardia. Chi assume questo tipo di droghe sintetiche può sentirsi più sicuro di sé e pieno di energie. Le anfetamine sopprimono l’appetito e la fatica e inducono insonnia. A distanza di ore dall’assunzione si può diventare più irritabili, ansiosi e irrequieti. Un’intossicazione acuta provoca anche disturbi al sistema cardiovascolare, mentre un uso prolungato porta a variazioni neurochimiche e dell’anatomia cerebrale.



Gli effetti dell’assunzione di metanfetamine, un’altra categoria di droghe sintetiche, sono simili a quelli delle anfetamine. Tuttavia, sottolinea l’agenzia dell’Ue, le metanfetamine sono più potenti di quest’ultime.

Con l’ecstasy viene incrementata l’attività di alcuni neurotrasmettitori tra cui la serotonina, il cosiddetto “ormone del buonumore”. Ecco perché chi assume questa droga sintetica prova maggiore empatia, ha meno difficoltà a relazionarsi e a entrare in confidenza con gli altri.

Tuttavia l’incremento nella produzione di serotonina causa anche effetti negativi, dalla confusione ai disturbi del sonno all’ansia. Tra gli altri effetti del consumo di ecstasy c’è l’amplificazione delle capacità sensoriali, dal tatto al gusto all’olfatto; si sentono meno la stanchezza, la fame, la sete e il sonno, ma si può provare anche tachicardia e ipertensione. Altre conseguenze sono nausea, vomito, bruxismo e crampi muscolari, aumento della temperatura corporea e sudorazione eccessiva. Il consumo di ecstasy – sottolinea il ministero della Salute – può favorire l’infarto nelle persone che soffrono di malattie cardiovascolari ed è particolarmente pericoloso per le persone con problemi a reni o fegato.

Secondo l’ultima Relazione annuale del Dipartimento per le politiche antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri, in Italia tra il 2011 e il 2014, nella popolazione scolastica 15-19 anni, c’è stato un lieve aumento dei consumatori di ecstasy o anfetamine. Il 2,2% di questa popolazione riferisce di aver provato queste droghe sintetiche almeno una volta nella vita.

La droga su Internet è un gioco goliardico, ammicca sullo scaffale virtuale come un fumetto o un nuovo videogame. Può chiamarsi «Blue Stuff» e citare nell’immagine stampata sulla confezione la serie tv «Breaking Bad», dove un mite professore di chimica in crisi inizia a produrre «Blue Sky», la droga blu che lo trasformerà in un boss sanguinario. Circola su siti che che dichiarano di offrire «molecole per la ricerca chimica» e poi spediscono a casa da Regno Unito e Germania bustine da un grammo di cristalli a venti euro, oppure pellets, «gogaine», cannabinoidi sintetici, etilfenidato e fenetilamnine.
Tra il 2010 e il 2014 in Italia sono comparse 450 nuove molecole d’abuso disponibili sul mercato. E gli Stati arrancano, costretti ad aggiornare senza sosta le tabelle delle sostanze proibite per provare a tenere il passo delle nuove molecole chimiche sintetizzare a getto continuo in laboratori spesso basati in Cina.
Un fenomeno di nicchia, qualcuno si ostina ad affermare. Riservato ai giovanissimi e confinato in ristrette cerchie di «psiconauti» che sperimentano nei rave o a domicilio e poi condividono esperienze nei forum. «Anche la cocaina è stata un fenomeno di nicchia per decenni in Italia», dice il dottor Paolo Tagliaro dell’Università di Verona che per il Dipartimento Politiche Antidroga ha condotto una ricerca sulle nuove droghe. «Metà della casistica da noi riscontrata riguarda persone sopra i 35 anni», ricorda invece il dottor Carlo Locatelli del Centro Antiveleni di Pavia. Mentre l’Italia non ha ancora deciso se rilanciare o conservare il Dipartimento Politiche Antidroga teenager, studenti e professionisti in cerca di evasione a basso rischio (sul fronte legale) scoprono sempre più numerosi il fascino del «buy-chemicals» on line. Un mercato diventato fonte di concorrenza per le organizzazioni criminali, in grado di sfuggire al loro controllo.
Ci sono molecole la cui circolazione è già segnalata in Europa ma ancora mai sequestrate in Italia: è il caso della MT-45, oppioide sintetico dagli effetti assimilabili a quelli dell’eroina. Ha già fatto diversi morti in Nord Europa e si compra da casa, per esempio su un sito canadese. Altra novità che sta trovando larga diffusione in Italia sono le 25-NBOME, una famiglia di fenetilammine allucinogene vendute sotto forma di francobollini, come l’LSD. O la 1P-LSD, altra sostanza allucinogena nuovissima, immessa recentemente sul mercato e già andata a ruba. Anche la AL-LAD, droga psichedelica sempre della famiglia LSD, riscuote ottime recensioni nei forum in cui gli psiconauti si scambiano consigli su dosaggi e somministrazioni.



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sabato 5 settembre 2015

I DISTURBI MENTALI



I confini della malattia mentale sono talvolta soggettivi e condizionati dall'evoluzione della riflessione clinica, dalle pressioni ambientali e dalla tolleranza della società rispetto a comportamenti di "devianza".Per questo, il metro col quale valutare alcuni tipi di comportamento come possibili sintomi di una malattia mentale è cambiato nel corso del tempo. Ad esempio, l'omosessualità è stata considerata un disturbo mentale fino al 1973, quando l'evoluzione della ricerca e della riflessione clinica ha portato la comunità scientifica internazionale a superare questa vecchia interpretazione.

In Italia i disturbi mentali possono essere curati a costi molto ragionevoli recandosi presso un Centro Salute Mentale (ex-Centro Igiene Mentale) della ASL di appartenenza del malato, previa richiesta al medico di famiglia. Nei casi in cui la malattia è particolarmente invalidante si può richiedere l'esenzione dal versamento del ticket e dal pagamento dei medicinali necessari. Alcuni psicofarmaci di ultima generazione possono essere prescritti solo attraverso un percorso terapeutico attivato presso il CSM. Psicologi e psicoterapeuti non possono per legge prescrivere medicinali; gli psichiatri, sia del pubblico impiego che esercenti la libera professione, essendo medici, possono invece prescrivere i medicinali.

Le varianti genetiche che predispongono al rischio di schizofrenia e disturbo bipolare sono molto frequenti tra le persone che svolgono un'attività creativa. Lo ha stabilito uno studio su 150.000 soggetti, confermando ancora una volta la correlazione tra creatività e disturbi mentali

La creatività e alcuni disturbi psichiatrici condividono le stesse radici genetiche: è quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista “Nature Neuroscience” da Kari Stefansson, dell'Università di Amsterdam, e colleghi di una collaborazione internazionale.



Una ricca aneddotica storica riferisce la presenza in molti artisti di una vena di follia o di un vero e proprio disturbo mentale. Gli studi epidemiologici moderni mostrano invece un fenomeno leggermente diverso: nelle professioni creative c'è una prevalenza superiore alla norma di parenti di soggetti affetti da schizofrenia o disturbo bipolare.

Questi risultati indicano il possibile coinvolgimento di più geni, che all'interno di una famiglia possono esprimersi in alcuni casi come disturbo psichiatrico e in altri come vena creativa. Finora tuttavia non era chiaro quanta parte di questa correlazione statistica fosse da attribuire alla genetica e quanta alle condizioni ambientali comuni.

Stefansson e colleghi hanno analizzato i dati raccolti nel corso di ampi studi genetici su 150.000 soggetti sani o affetti da schizofrenia e disturbo bipolare. Hanno così scoperto che le varianti genetiche che in questi studi risultavano associate a un maggior rischio di disturbi mentali erano predittive delle stesse patologie in un'altra popolazione, costituita da 86.292 soggetti islandesi.

Le stesse varianti hanno permesso di prevedere, nella popolazione islandese considerata, quali soggetti sani dal punto di vista psichiatrico appartenessero ad associazioni artistiche nazionali di attori, danzatori, musicisti, artisti visivi e scrittori. Lo stesso tipo di riscontro è stato documentato in 8.893 soggetti svedesi e 18.452 olandesi impegnati in professioni creative.

La correlazione statistica è risultata valida controllando tutti gli altri possibili fattori in grado di influenzare il risultato come il quoziente intellettivo, il livello di scolarità e il grado di parentela con i soggetti affetti da schizofrenia o disturbo bipolare.

“Abbiamo usato gli strumenti della genetica moderna per far luce su un meccanismo fondamentale di funzionamento  del cervello”, ha spiegato Stefansson. “I risultati di questo studio non dovrebbero sorprendere, poiché per essere creativi occorre pensare in modo diverso dalla massa, e precedenti studi hanno dimostrato che è ciò che fanno i portatori di fattori genetici che predispongono alla schizofrenia”.



I disturbi mentali, sono stati tradizionalmente divisi per convenzione in due grandi gruppi: le nevrosi (o psiconevrosi) e le psicosi che di norma identificano disturbi più importanti e spesso di una certa gravità.

Il termine Disturbi Neurobiologici adottato di recente dalla associazione delle famiglie statunitense NAMI, sembra più adatto per identificare le malattie mentali, considerando che ad ogni diturbo cognitivo e comportamentale viene associata ad una disfunzione a livello cerebrale.
Questi disturbi afferiscono il cervello, l'organo impiegato dal corpo umano che serve per prendere delle decisioni ed è sede delle emozioni e degli affetti.

Queste malattie hanno in comune il fatto che le persone affette non riescono sempre a controllare bene i loro pensieri. I soggetti possono soffrire a causa di allucinazioni visive, uditive o a causa di altri sintomi: in questi momenti diventano "psicotici". Qualche paziente può esibire emozioni "inappropriate": rattristarsi o piangere o esprimere ilarità fuori luogo. Alcune persone sembrano inespressive e non mostrano alcuna emozione. Allo stesso tempo altri soggetti sembrano avere invece il pieno controllo delle loro capacità come se non fossero malati.

Le patologie mentali non vanno confuse con il ritardo mentale, che è determinato da una diminuzione della capacità intellettiva manifestata fin dalla nascita per cause fisiche.

I malati mentali sono provvisti di una normale intelligenza e non sviluppano alcun sintomo se non, nella maggior parte dei casi, verso l'adolescenza e la prima età adulta.

La malattia va e viene; alcune persone si ammalano in modo episodico, altri quasi perennemente. Altri soffrono a causa di un singolo episodio ed alcuni di più episodi nel corso degli anni; i rimanenti restano ammalati per tutta la loro vita.



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mercoledì 19 agosto 2015

SINDROME DI MORGELLONS



La sindrome di Morgellons è un mistero, un'incognita che la Scienza non riesce tuttora a spiegare: è un morbo particolare, raro, estremamente ambiguo ed incomprensibile. La sindrome di Morgellons, nota più semplicemente come “Morgellons”, non può essere definita come una vera e propria malattia, appunto perché non esiste alcuna teoria scientifica dimostrabile e dimostrata che ne accerti la causa responsabile.
Tuttavia, effettivamente, Morgellons sembra una sindrome, essendo caratterizzata da una serie di segni e sintomi peculiari ed inspiegabili che la contraddistingue dalle altre manifestazioni morbose: in realtà, tuttavia, quella di Morgellons non potrebbe essere definita come una vera e propria “sindrome”, vista l'assenza di prove scientifiche che la spieghino.

La sindrome di Morgellons si presenta, generalmente, con disturbi di tipo cutaneo: prurito, sensazione di punture di spillo, fitte improvvise e dolenti, piaghe, eruzioni cutanee permanenti e soprattutto strane fibre filamentose sulla superficie della pelle che, in taluni casi, fuoriescono spontaneamente.
Alcuni pazienti affetti dalla sindrome di Morgellons lamentano una stana sensazione di bruciore diffusa su tutto il corpo, altri parlano di “insetti” che corrono appena sotto la superficie della pelle. Dunque, una sintomatologia complessa e ambigua, tanto da far pensare ad una malattia immaginaria, conseguenza di gravi disturbi di natura psicologica.
La malattia (se così può essere chiamata) sembra incidere notevolmente sull'emotività e sulla cognizione: questi effetti, comunque, potrebbero essere considerati contemporaneamente causa e conseguenza di Morgellons.
Altri soggetti a cui è stata diagnosticata la sindrome di Morgellons lamentano dolori muscolo-scheletrici ed una sensazione di affaticamento generale.
Questa teoria viene talvolta smantellata dalla presenza (reale e non fittizia) di particolari fibre filamentose che escono dalla cute, molto simili alle fibre di polietilene: il tutto è reso ancor più strano dal colore delle fibre blu.

Il pensiero degli autori appare eterogeneo e le teorie che sono state costruite attorno alla sindrome sono moltissime: alcuni ritengono Morgellons un morbo caratterizzato da una serie di segni atipici, altri la considerano solamente come una strana condizione morbosa inspiegabile, altri ancora (tra cui spicca la Mayo Clinic), ritengono che il morbo sia conseguenza di disturbi psicologici o psichiatrici. L'ombra che accompagna la sindrome di Morgellons è tale da tormentare moltissimi ricercatori, che non riescono a trarre conclusioni univoche. Alcuni vertici della scientifica ritengono che il mistero creatosi attorno a questa sindrome abbia fomentato la mente di alcuni soggetti i quali, per “attirare l'attenzione verso di loro” potrebbero aversi auto inflitto lesioni cutanee; non a caso, tramite la propaganda mediatica, la sindrome è giunta agli orecchi di molti soggetti che, ritenendo di essere affetti da una malattia strana, talvolta unica, si autodiagnosticano la sindrome di Morgellons. Questa “diagnosi fai da te”, com'è intuibile, non si basa su prove certe e scientifiche, ma su tracce troppo vaghe per essere considerate valide. Il più delle volte, questi soggetti potenzialmente malati di Morgellons, si basano su informazioni incerte lette in Internet, nelle riviste o su alcune notizie approssimate e nebulose, troppo mormorate per essere attendibili.
La ricerca sull'origine delle caue scatenanti la sindrome di Morgellons continua: si ritiene possibile che alcuni pazienti mentalmente instabili abbiano cercato di togliersi i “potenziali insetti” che correvano sotto la cute, provocando lesioni alla pelle. Dunque, le cicatrici e le eruzioni cutanee potrebbero dipendere dal comportamento ossessivo-compulsivo del soggetto, convinto di essere infestato dagli insetti.
Altri dermatologi e psichiatri ritengono che la sindrome di Morgellons sia dovuta ad un'infezione batterica: ad esempio, dal Borrelia burhdorferi (agente infettivo tipico della malattia di Lyme).
Ad ogni modo, tutti i medici concordano sull'inspiegabilità  e sull'indecifrabilità della condizione morbosa: i Centers for Disease Control and Prevention hanno definito la sindrome di Morgellons come una “dermopatia inspiegabile” e una “parassitosi illusoria”.
Alcuni, addirittura, azzardano che la causa della sindrome di Morgellons debba la sua origine a fattori extra-naturali.

Diversi sostenitori di teorie complottiste, così come soggetti che si dichiarano affetti da Morgellons, hanno proposto varie interpretazioni, nessuna delle quali sostenuta da evidenza scientifica o prove di alcun tipo. Tra queste interpretazioni, ve ne sono alcune che vorrebbero un collegamenti tra la pretesa sindrome e le scie chimiche.


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sabato 27 giugno 2015

I DISORDINI ALIMENTARI



I disturbi del comportamento alimentare (abbreviato DCA), o disturbi alimentari psicogeni (DAP) sono tutte quelle problematiche, di pertinenza principalmente psichiatrica, che concernono il rapporto tra gli individui e il cibo.

I DCA sono argomento di trattazione non solo in psichiatria, ma anche in endocrinologia, in gastroenterologia e altre branche mediche, in quanto comportano, nei soggetti in cui si instaurano, tutta una serie di alterazioni primarie o secondarie che vanno a colpire numerosi organi e apparati.

I disturbi del comportamento alimentare colpiscono molti adolescenti, soprattutto di sesso femminile. Anche se più rari si segnalano casi di ossessioni alimentari anche tra i maschi e nelle donne in periodo menopausale. L'età di insorgenza, purtroppo, sta diventando sempre più precoce mentre la sensibilità al problema, fortunatamente, sta aumentando. Anoressia, bulimia ed obesità , grazie al bombardamento mediatico, sono parole ormai entrate nel linguaggio comune anche se a proposito rimane un po' di confusione.

Quando l'autostima è eccessivamente influenzata dalla forma fisica e dal peso le probabilità di cadere nella trappola dei disturbi alimentari aumenta notevolmente.
I disturbi alimentari sono infatti legati alla valutazione disfunzionale che la persona fa di se stessa. Si parla di valutazione disfunzionale quando il valore percepito della persona è fortemente connesso all'ideale di magrezza, al peso e al controllo della propria forma corporea. In pratica la persona sente di valere o non valere come essere umano in relazione all'ago della bilancia che influenza notevolmente il rapporto con il cibo.
I disturbi alimentari sono oggi un fattore dilagante che manifesta disagi e sofferenze interiori di una generazione resa fragile da una società che tende sempre più a discriminare tra corpi di serie A, B e C.
I disturbi del comportamento alimentare comprendono 3 forme principali: anoressia, bulimia e sindrome da alimentazione incontrollata (binge eating disorder).
Tutti questi disturbi alimentari sono accomunati dal pensiero ossessivo del cibo, dalla paura morbosa di diventare sovrappeso abbinata ad una percezione deformante del proprio corpo e ad una bassa stima di se.




“L’anoressia e la bulimia sono il sintomo tangibile di un dolore che non si vede, di un disagio psicologico lungamente incubato, segno di una crepa nella memoria o nella vita famigliare. La persona anoressica e la persona bulimica sono come il gatto dei cartoni animati che inseguito dal grosso cane del quartiere si arrampica velocemente in cima a un albero, per cercare il rifugio e la protezione che non saprebbe trovare altrove. Da lassù guarda con sufficienza e sollievo ciò che dal basso lo minaccia. Da lassù è sicuro di avere un controllo totale, a trecentosessanta gradi, del mondo sottostante. In più, se scendesse dovrebbe anche fare i conti con ciò da cui si era messo al riparo” (Fabiola De Clercq, 1998, Fame d’Amore, Rizzoli).

L’anoressia inizia con una cura dimagrante: l’intento è quello di controllare la propria immagine, controllare tutto. In realtà l’immagine riflessa nello specchio non restituisce la realtà: la persona anoressica non si vede mai abbastanza magra anche se sfiora la morte.
Di solito si comincia con una dieta dimagrante: tutto ciò che si desidera, apparentemente, è migliorare e controllare la propria immagine. La persona anoressica non si sente mai abbastanza magra. Tra i sintomi, la fame viene negata, si cade nel calcolo ossessivo delle calorie e nel controllo spasmodico del peso. Ci si illude che cambiando il proprio corpo sia possibile cambiare anche la propria vita, cambiare gli altri, cambiare la realtà. Questo tipo di disturbo si manifesta in modo molto evidente: il corpo, scarno e denutrito, diviene una tela su cui dipingere l’immagine di un dolore interiore, un disagio che le parole non possono esprimere. L’anoressia può portare danni molto gravi alla salute come insufficienza renale, perdita dei capelli e dei denti, arresto cardiaco. L’arresto del ciclo mestruale per oltre un trimestre è il primo indicatore dell’anoressia e può portare a gravi forme di osteoporosi. Nel 75% dei casi oggi, l’anoressia è accompagnata dalla bulimia. Il soggetto cede all’ istinto di sopravvivenza, perde il controllo, mangia tutto ciò che trova e si induce il vomito. Si può dire che l’anoressia sia una manovra disperata per coprire la bulimia. La bulimia è il bisogno smodato di tutto. L’anoressia è un tentativo drastico di coprire la bulimia. Spesso anoressia e bulimia si alternano ciclicamente: la persona anoressica, che non riesce più a controllare la fame, cede all’istinto e si punisce con il vomito autoindotto. “ L’anoressia è la punta dell’iceberg, il sintomo di una sofferenza che ha cause psicologiche. Per questa ragione non può essere aggredito: è necessario invece cercare le cause senza tuttavia perdere di vista la gravità dei risvolti che possono mettere a rischio la vita. Il sintomo non viene soppresso ma si diluisce fino a scomparire solo quando la persona non sente più la necessità di adottare i comportamenti che ha dovuto cercare e usare come soluzione, quando riesce a esprimere e vivere i suoi sentimenti, quando a dispetto delle difficoltà trova dentro di sé gli strumenti per far fronte alla vita e alla sofferenza che ne è parte” (Fabiola De Clercq, 1995, Donne invisibili, Bompiani).

Nella bulimia si instaura una dipendenza dal cibo come quella dalla droga e dall’alcool. La sensazione soggettiva è quella di “un pozzo buio e profondo da riempire”: si tratta di un vuoto soggettivo incolmabile, disperato, che si cerca di riempire attraverso l’assunzione di quantità eccessive di cibo. La vita si svolge mangiando, in una sensazione di totale perdita di controllo, e vomitando incessantemente. Il senso di colpa è devastante e lascia la persona in un circolo vizioso senza fine. Oltre alle abbuffate e al vomito, alcuni dei sintomi attraverso i quali si declina la bulimia sono condotte compensatorie come l’eccessivo esercizio fisico e l’abuso di lassativi e diuretici. La bulimia, nonostante spesso rappresenti l’altro lato della medaglia delle persone anoressiche che non riescono più a controllare la fame, lascia sul corpo segni meno evidenti: per questo è più difficile da riconoscere rispetto all’anoressia. Le conseguenze sono comunque devastanti sulla salute di chi ne soffre: il vomito autoindotto causa problemi gastrici, erosione dello smalto dentale, disidratazione, ipotalassemia e disfunzioni cardiache.

Chi soffre del disturbo alimentare incontrollato, proprio come nel caso della bulimia, consuma grandissime quantità di cibo. A differenza di una persona bulimica, chi soffre di disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating) non espelle quanto ingerito. A causa di tali abbuffate la ragazza può essere in sovrappeso anche se spesso è assolutamente normale. Capita infatti che in seguito a questa smodata assunzione di cibo la persona digiuni per qualche giorno o ricorra ad esercizi fisici molto intensi per smaltire le calorie ingerite.
Una variante di questo disturbo alimentare, chiamata night-eating sindrome, si caratterizza per anoressia diurna ed insonnia notturna che può essere sconfitta soltanto assumendo grosse quantità di cibo (bulimia notturna).

I disordini alimentari, di cui anoressia e bulimia nervosa sono le manifestazioni più note e frequenti, sono diventati nell’ultimo ventennio una vera e propria emergenza di salute mentale per gli effetti devastanti che hanno sulla salute e sulla vita di adolescenti e giovani adulti. Negli Stati Uniti, le associazioni mediche che si occupano di disordini alimentari non esitano a definirli una vera e propria epidemia che attraversa tutti gli strati sociali e le diverse etnie.

Se non trattati in tempi e con metodi adeguati, i disordini alimentari possono diventare una condizione permanente e nei casi gravi portare alla morte, che solitamente avviene per suicidio o per arresto cardiaco. Secondo la American Psychiatric Association, sono la prima causa di morte per malattia mentale nei paesi occidentali. Uno studio pubblicato sulla rivista inglese The Lancet indica che la ricerca sui trattamenti è molto più avanzata nel caso della bulimia nervosa, dove sono stati svolti più di cinquanta studi e trial e una gestione secondo pratiche basate sull’evidenza è possibile. Minore attenzione, invece, si sarebbe dedicata finora a ricerche sui possibili trattamenti di anoressia nervosa e delle altre forme di disordine alimentare.

Se si esclude quella che è conseguenza di disfunzioni metaboliche, anche l’obesità si associa a fattori psicologici, per questo viene definita psicogena. E’ una vera e propria malattia sociale che riguarda un numero sempre maggiore di persone di ogni età, anche bambini. Come nella bulimia, anche nell’obesità psicogena si è di fronte a una dipendenza, cambiano solo le modalità. Il cibo è scelto con cura e assunto fino ad aumentare di peso in modo spropositato. Viene inconsciamente considerato una soluzione magica alle difficoltà del vivere, un anestetico rispetto al dolore che si ha dentro. Il grasso rappresenta una barriera difensiva per proteggersi dalla propria depressione. In chi soffre di questo disturbo insorgono gravi danni alla salute quali patologie cardiocircolatorie e malattie metaboliche come il diabete. Possono essere seriamente compromesse anche la capacità di memorizzazione e concentrazione.

Accade spesso oggi che accanto ai disordini alimentari vi siano altre sintomatologie come attacchi di panico, disturbi d’ansia, dipendenza da sostanze, depressione che talvolta può anche portare ad un tentato suicidio. Spesso è difficile riconoscere le risorse che possediamo per superare gli ostacoli della vita. In questo caso l’ansia raggiunge un limite eccessivo, tramutandosi quasi in angoscia. La manifestazione più evidente è l’attacco di panico: palpitazioni, sudorazione, tremore, vertigini e fastidio al petto. Spesso si associa all’agorafobia, la paura di trovarsi in mezzo alla folla, e arriva a impedire le relazioni sociali. Dipendenza da sostanze (alcol, droghe o farmaci). Anche in questo caso la sostanza rappresenta una soluzione illusoria rispetto a problematiche angoscianti. Nei suoi confronti si ha un atteggiamento ambivalente: droghe, alcol, farmaci, cibo sono amati e odiati. Ogni giorno si promette a se stessi di smettere senza però riuscirci e ogni fallimento getta in una depressione sempre più profonda.  In genere i sintomi della depressione sono una perdita di interesse in ciò che si fa e una riduzione dell’energia accompagnate ad alterazioni del sonno e dell’appetito. Prevale un senso di disperazione e possono presentarsi anche pensieri di morte, che potrebbero portare ad un tentato suicidio.

L’anoressia nervosa, e con essa la sua variante bulimica, è stata da sempre considerata una patologia riguardante quasi esclusivamente le donne, a causa della preponderante incidenza nella popolazione femminile. Molti casi di anoressia maschile non sono riconosciuti come tali o non vengono precocemente e preventivamente diagnosticati. L’incidenza della variante al maschile di questa patologia pertanto è ancora molto sottostimata. Se oggi iniziamo a riscontrare un incremento della domanda di cura al maschile è perchè questa premessa di genere è stata ridimensionata ed è diventato socialmente più “lecito” per un uomo chiedere aiuto.


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mercoledì 25 marzo 2015

LA VALERIANA DIOICA

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La valeriana palustre è una specie prevalentemente europea con affinità subatlantiche presente in tutte le regioni dell'Italia settentrionale (salvo che in Liguria), in Toscana e in Abruzzo; nella Pianura Padana era un tempo più frequente, ma è oggi quasi scomparsa a causa dell'eutrofizzazione diffusa. La distribuzione regionale copre buona parte del territorio, dalle coste ai fondovalle del settore alpino, con lacune nelle Prealpi e nel Carso triestino; nell'area di studio è piuttosto diffusa ma non comunissima. Cresce in ambienti umidi, soprattutto in paludi piuttosto acide, dal livello del mare alla fascia montana. Tutte le specie di valeriana contengono olii essenziali e alcaloidi; si usa la radice (che però ha un odore sgradevole) che ha proprietà sedative. Il nome generico deriva dal latino 'valere' (vigoroso, sano), in riferimento alle proprietà medicinali di molte specie, quello specifico, dal greco 'dis' (due volte) e 'oikos' (casa), si riferisce al fatto che i fiori maschili e femminili sono portati da piante diverse. Forma biologica: emicriptofita scaposa. Periodo di fioritura: maggio-luglio.

Il genere Valeriana L. comprende circa 150 specie di erbe, tra cui la notissima pianta officinale che porta il nome volgare di Valeriana comune o Valeriana per antonomasia (Valeriana officinalis).

La valeriana comune è una pianta a fiore (angiosperma) appartenente alla famiglia delle Valerianacee. È la più nota del genere Valeriana, costituito da più di 150 specie, maggiormente divulgate nelle regioni boscose europee e, in parte, anche in Nord America e nelle regioni tropicali sudamericane.
Il nome botanico si deduce dal latino valere (rigoroso, sano). Il nome popolare, erba dei gatti, proviene dal fatto che la pianta fresca esercita un'attrazione di tipo "stupefacente" sui gatti ed è forse questo il motivo per il quale, pur essendo decorativa, la si incontra raramente nei giardini.

Pianta erbacea e perenne, con breve rizoma stolonifero, fusto eretto e solcato in superficie da scanalature, radici fibrose emananti uno sgradevole e penetrante odore; in condizioni ottimali può raggiungere altezze di circa 150 cm.
Le foglie sono opposte e prive di stipole, con picciolo presente solo nelle inferiori (le superiori sono sessili); tutte si presentano composte e imparipennate, costituite da 11-19 foglioline a lamina intera o dentata e di un bel colore verde intenso.

I fiori, leggermente profumati, si trovano riuniti a formare un particolare tipo di infiorescenza detta corimbo; sono ermafroditi, con calice ridotto e corolla a 5 petali, tubolare e dal colore rosa chiaro; l'androceo è composto da 3 stami, il gineceo da un pistillo tri-carpellare con ovario infero ed uniloculare. La fioritura avviene in aprile-giugno e l'impollinazione è entomogama (tramite Insetti).
Il frutto è un achenio striato provvisto di setole piumose derivanti dalla modificazione che i piccoli denti del calice subiscono con la maturazione. La loro presenza ne aiuta la dispersione per mezzo del vento.

I preparati in commercio come integratori alimentari contengono le radici, i rizomi (i fusti sotterranei) e gli stoloni (rami lunghi e sottili alla base del fusto). Le radici secche vengono preparate sotto forma di infusi o di tinture (gocce), mentre le varie parti della pianta e gli estratti entrano a far parte delle capsule o delle compresse.

I ricercatori non hanno identificato il principio attivo chiave, l’effetto di questo estratto vegetale probabilmente deriva dall’interazione di diversi costituenti anziché da un solo composto o da una classe di composti. Il contenuto di oli essenziali, tra cui gli acidi valerenici, i sesquiterpeni (sostanze meno volatili) o i valepotriati (esteri lipofili degli acidi grassi a catena corta) viene talvolta usato per standardizzarne gli estratti.

Come nel caso di molti altri preparati erboristici, anche in quelli a base di valeriana sono presenti anche molti altri composti.

La pianta era usata come erba medicinale già nell’antica Grecia e nell’antica Roma. I suoi usi terapeutici furono descritti da Ippocrate e, nel II secolo d.C., Galeno la prescriveva per combattere l’insonnia. Nel Cinquecento era usata per curare il nervosismo, i tremori, il mal di testa e le palpitazioni cardiache. A metà Ottocento era considerata uno stimolante e si pensava che non solo non curasse i sintomi, ma contribuisse ad aggravarli, quindi era tenuta in scarsa considerazione come erba medicinale. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu usata in Inghilterra per alleviare lo stress dovuto ai bombardamenti tedeschi.

Oltre che per i disturbi del sonno, la valeriana è usata per curare gli spasmi e lo stress gastrointestinale, per le convulsioni epilettiche e per la sindrome da deficit di attenzione e iperattività, tuttavia non ci sono prove scientifiche che ne sostengano l’uso per queste patologie.

Una revisione sistematica della letteratura scientifica identifica nove esperimenti clinici randomizzati e in doppio cieco per lo studio sugli effetti sui disturbi del sonno. Queste ricerche studiano l’efficacia della valeriana come terapia per l’insonnia e sono valutate con un sistema di punteggi standardizzato che quantifica la probabilità di distorsioni nella loro progettazione. Tutti e nove gli esperimenti hanno qualche difetto di progettazione, ma tre di essi hanno ottenuto il punteggio massimo (5 in una scala da 1 a 5) e sono descritti nel seguito. Diversamente dagli altri sei che hanno ottenuto punteggi inferiori, questi tre descrivono la procedura di randomizzazione e i metodi di progettazione dell’esperimento in cieco e riportano il numero di partecipanti che si sono ritirati (tasso di abbandono).

La prima ricerca è realizzata con misurazione ripetuta. A 128 volontari sono stati somministrati 400 mg di estratto acquoso di valeriana, un preparato commerciale contenente 60 mg di valeriana e 30 mg di luppolo e un placebo.

I partecipanti hanno assunto uno dei tre preparati in ordine casuale per nove notti consecutive e hanno compilato un questionario la mattina successiva.

Paragonato al placebo, l’estratto di valeriana ha fatto registrare un miglioramento soggettivo statisticamente significativo nel tempo impiegato per addormentarsi (più o meno lungo del normale), nella qualità del sonno (migliore o peggiore del normale) e nel numero di risvegli notturni (più o meno numerosi del normale). Questo risultato è stato più pronunciato nel gruppo di 61 pazienti che all’inizio della ricerca avevano dichiarato di dormire poco e male. Il preparato commerciale non ha invece fatto registrare un miglioramento statisticamente significativo in nessuna di queste tre misurazioni. La significatività clinica dell’uso della valeriana contro l’insonnia non può tuttavia essere determinata con questo esperimento, perché tra i requisiti per la partecipazione non figurava il soffrire di insonnia; inoltre, lo studio ha avuto un tasso di abbandono del 22,9%, che potrebbe aver influito sui risultati.

Nella seconda ricerca 8 volontari affetti da insonnia lieve (che avevano cioè abitualmente problemi ad addormentarsi) sono stati valutati per scoprire l’effetto della valeriana sulla latenza del sonno (il tempo che intercorre tra il momento in cui si va a dormire e i primi cinque minuti di immobilità durante il sonno). I risultati erano basati sui movimenti notturni, registrati da sensori posti sul polso e sulle risposte a un questionario (compilato alla mattina successiva) relativo alla qualità del sonno, alla latenza, alla profondità del sonno e alla sonnolenza mattutina.

Le sostanze somministrate durante il test erano 450 o 900 mg di estratto acquoso di valeriana e un placebo. A ogni volontario è stata assegnata casualmente una di queste tre alternative, nelle notti dal lunedì al giovedì, per tre settimane, per un totale di 12 notti. L’estratto di valeriana da 450 mg ha fatto diminuire la latenza media da 16 a 9 minuti, un risultato simile a quello delle benzodiazepine (farmaci con obbligo di prescrizione, usati come sedativi o tranquillanti). Non è invece stata rilevata una diminuzione della latenza con l’estratto di valeriana da 900 mg.

Su una scala da 1 a 9, i partecipanti hanno valutato con 4.3 punti la latenza dopo la dose di 450 mg, e con 4.9 punti quella dopo il placebo. La dose da 900 mg ha migliorato il sonno, ma i partecipanti, la mattina successiva, hanno riferito un aumento della sonnolenza.

Anche se sono statisticamente significativi, la riduzione di 7 minuti della latenza e il miglioramento della qualità del sonno rilevato soggettivamente forse non sono clinicamente significativi. La scarsa numerosità del campione non consente di generalizzare con sicurezza i risultati a una popolazione più ampia.

La terza ricerca ha esaminato gli effetti di lungo termine in 121 partecipanti affetti da insonnia primaria (o non organica) diagnosticata da un medico.

Ai partecipanti sono stati somministrati 600 mg di un preparato commerciale standardizzato di radice di valeriana essiccata oppure il placebo per 28 giorni. Per valutare l’efficacia e la tolleranza delle due alternative sono state usate diverse tecniche di rilevazione, compresi i questionari sull’efficacia terapeutica (somministrati il quattordicesimo e il ventottesimo giorno), sulle modifiche delle abitudini del sonno (somministrato il ventottesimo giorno) e sui cambiamenti della qualità del sonno e dello stato di benessere generale (somministrati prima dell’inizio della ricerca, il quattordicesimo e il ventottesimo giorno).

Dopo 28 giorni, il gruppo che ha ricevuto l’estratto di valeriana ha registrato una diminuzione dei sintomi dell’insonnia con tutti gli strumenti di valutazione rispetto al gruppo di controllo. Le differenze tra il gruppo della valeriana e quello di controllo sono diventate sempre più marcate nei questionari somministrati a metà esperimento e alla fine dell’esperimento.

La revisione conclude che le nove ricerche non sono sufficienti a determinare l’efficacia della valeriana per la cura dei disturbi del sonno; ad esempio nessuna delle ricerche ha controllato l’efficacia del doppio cieco, nessuna ha calcolato la taglia del campione necessaria a ottenere un effetto statisticamente rilevante, soltanto una ha controllato le variabili che influiscono sul riposo e soltanto una ha validato le misure risultanti.

In uno studio randomizzato e a doppio cieco, 75 partecipanti con diagnosi di insonnia non organica sono stati assegnati casualmente o a 600 mg di estratto di valeriana standard disponibile in commercio o a 10 mg di oxazepam (farmaco della famiglia delle benzodiazepine) per 28 giorni. Gli strumenti di valutazione dell’efficacia e della tolleranza comprendevano una scala di valutazione del sonno, una scala di valutazione dell’umore e questionari standard per la valutazione dell’ansia, ma anche la valutazione del sonno effettuata da un medico (nei giorni 0, 14 e 28). Il risultato della terapia è stato determinato con una scala di valutazione a 4 step alla fine della ricerca (giorno 28). Entrambi i gruppi hanno fatto registrare un miglioramento simile nella qualità del sonno, ma il gruppo della valeriana ha riportato meno effetti collaterali rispetto a quello dell’oxazepam. Questa ricerca, però, mirava a dimostrare la superiorità della valeriana rispetto all’oxazepam, quindi i suoi risultati non possono essere usati per dimostrare che le due sostanze sono equivalenti.

In uno studio randomizzato a doppio cieco e con gruppo di controllo, i ricercatori hanno valutato i parametri del sonno con tecniche di polisonnografia che misuravano obiettivamente gli stadi del sonno, la latenza e il tempo di sonno totale. Per la misurazione soggettiva dei parametri del sonno sono stati usati diversi questionari. Sedici partecipanti con diagnosi di insonnia non organica sono stati assegnati casualmente a una dose singola e a una somministrazione di 14 giorni di 600 mg di preparato standardizzato di valeriana oppure al placebo. La valeriana non ha avuto alcun effetto su nessuno dei 15 parametri oggettivi e soggettivi, tranne che sulla diminuzione del tempo di comparsa del sonno ad onde lente (13,5 minuti, contro i 21,3 minuti del placebo). Durante il sonno ad onde lente diminuivano: l’eccitabilità, il tono muscolo-scheletrico, la frequenza cardiaca, la pressione e la frequenza respiratoria. L’aumento del sonno ad onde lente probabilmente allevia i sintomi dell’insonnia, tuttavia soltanto in 1 delle 15 variabili c’era differenza tra il placebo e la valeriana, quindi la diversità potrebbe anche essere imputabile al caso. Il gruppo della valeriana ha riferito meno effetti collaterali rispetto a quello del placebo.

I risultati di alcune ricerche indicano che la valeriana potrebbe essere utile per l’insonnia e altri disturbi del sonno, ma sono smentiti da altre ricerche. L’interpretazione degli studi è complicata dal fatto che i campioni sono piccoli, i diversi studi usano diverse quantità e diverse sorgenti di valeriana, misurano risultati diversi o non considerano le potenziali distorsioni dovute all’alto tasso di abbandono dei partecipanti. Nel complesso queste ricerche non dimostrano che la valeriana sia efficace per migliorare la qualità del sonno.

Sono stati identificate diverse sostanze chimiche che compongono la valeriana, ma non si sa con esattezza quale sia responsabile del suo effetto sonnifero negli animali e negli studi in vitro. È probabile che il principio attivo non sia uno solo e che gli effetti della valeriana derivino da diversi componenti che agiscono indipendentemente o in modo sinergico.

Come fonte principale degli effetti sedativi della valeriana sono state proposte due categorie di componenti. La prima comprende i costituenti maggiori dell’olio volatile, tra cui l’acido valerenico e i suoi derivati, che hanno dimostrato di avere proprietà sedative negli studi compiuti sugli animali. Tuttavia anche gli estratti di valeriana con quantità minime di questi componenti hanno proprietà sedative, e quindi è probabile che altri componenti siano responsabili di questi effetti o che essi siano causati da diverse sostanze contemporaneamente. La seconda categoria comprende gli iridoidi, tra cui i valepotriati. I valepotriati e i loro derivati funzionano come sedativi in vivo, ma sono instabili e si degradano se conservati o in ambiente umido, e quindi la loro attività è difficile da valutare.

Un meccanismo probabile con cui l’estratto di valeriana esplica il suo effetto sedativo potrebbe essere l’aumento del GABA (acido gamma-aminobutirrico), un neurotrasmettitore inibitorio disponibile nelle sinapsi. I risultati di una ricerca in vitro sui sinaptosomi indicano che l’estratto di valeriana può far rilasciare il GABA alle terminazioni nervose e poi impedire che venga riassorbito dalle cellule. L’acido valerenico, inoltre, inibisce un enzima che distrugge il GABA. L’estratto di valeriana contiene una quantità di GABA sufficiente a causare un effetto sedativo, ma non si sa con certezza se il GABA sia in grado di attraversare la barriera emato-encefalica e contribuisca quindi all’effetto sedativo della valeriana. La glutamina, presente negli estratti acquosi ma non in quelli alcolici, può attraversare tale barriera ed essere convertita in GABA. La concentrazione di questi componenti varia in modo significativo tra i vari esemplari della pianta, a seconda del luogo di raccolta, quindi variano molto le quantità presenti nelle preparazioni a base di valeriana.

Negli Stati Uniti la valeriana è in commercio come integratore alimentare. Gli integratori alimentari sono regolati come alimenti, e non come farmaci, quindi non sono necessarie la valutazione e l’approvazione da parte della Food and Drug Administration prima della messa in commercio, a meno che siano richieste per la prevenzione o la terapia di patologie specifiche. Gli integratori alimentari non sono sempre sottoposti a test al momento della produzione, quindi la loro composizione può variare considerevolmente a seconda del lotto.
In Italia la situazione è molto simile, in quanto la maggior parte degli integratori sono commercializzati come parafarmaci.

I partecipanti agli studi clinici hanno riferito rari casi di effetti collaterali attribuibili alla valeriana: mal di testa, capogiro,prurito,
disturbi gastrointestinali.
sono gli effetti collaterali riferiti con maggior frequenza negli esperimenti clinici, ma effetti simili sono anche stati riscontrati nei gruppi di controllo.

In una delle ricerche è stato riportato un aumento della sonnolenza il mattino successivo all’assunzione di 900 mg di valeriana. Un’altra ricerca invece ha concluso che 600 mg di valeriana non hanno un effetto clinico significativo sul tempo di reazione, sulla vigilanza e sulla concentrazione il mattino successivo all’assunzione. Diverse segnalazioni hanno descritto effetti collaterali, ma nell’unico caso in cui è stato tentato il suicidio mediante overdose non è possibile attribuire con sicurezza i sintomi alla valeriana.


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