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domenica 16 luglio 2017

LA SAUNA

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La parola sauna è un'antica parola finlandese dall'etimologia non del tutto chiara, ma che, probabilmente, poteva essere originariamente legata al significato di dimora invernale.

Per avere una sensazione di maggiore calore veniva prodotto del vapore gettando acqua su pietre fatte riscaldare sul fuoco fino a diventare roventi. Tale accorgimento permetteva di far aumentare la temperatura tanto da consentire alle persone di levarsi gli abiti.

Nelle prime saune le pietre erano riscaldate con un fuoco a legna e il fumo (in finlandese savu) veniva fatto uscire dopo essersi diffuso nella stanza (la "savusauna" finlandese rievoca appunto questa usanza).

Costruzioni utilizzate sia come sauna sia come casa si trovavano ancora in Finlandia fino al XIX secolo anche se come eccezioni dovute principalmente alla povertà o all'utilizzo temporaneo di tali costruzioni, poiché sin dal XII secolo si possono rintracciare documenti che descrivono la separazione delle saune dalle case.

Il primo tipo di sauna fu quindi utilizzata principalmente come casa invernale e solo secondariamente per una pratica idroterapica.

Oggi, sauna può indicare l'ambiente relativo, la pratica idrotermoterapica che consiste nel suo utilizzo, o l'esercizio commerciale o il club che offra quanto necessario al pubblico o ai suoi membri, spesso insieme ad altri trattamenti estetici, idroterapici, o di benessere.

In relazione a tale ultima accezione la parola viene oggi in senso ampio a includere anche le pratiche e tradizioni profondamente diverse rappresentate dal hammam e dal bagno turco.

Secondo alcune leggende nella sauna vivrebbe un piccolo gnomo (Saunatonttu) che deve essere trattato con rispetto (tenendo acceso il fuoco sacro e lasciando del cibo fuori dalla sauna) per avere la sua protezione e non subire punizioni.

Secondo altri racconti e leggende la sauna era considerata un luogo sacro (come una vera e propria chiesa) dove si partoriva (tradizione protrattasi fino alla diffusione di adeguate strutture ospedaliere).

Nella rappresentazione sacra il fuoco era visto come un dono dal cielo, il focolare era l'altare e il vapore (löyly) ottenuto gettando l'acqua sulle pietre roventi rappresentava lo spirito o la vita (in molte lingue collegate al ceppo finnico - come ad esempio l'estone - ci sono parole corrispondenti a löyly con simili significati).

La sauna avrebbe svolto un ruolo importante addirittura durante la seconda guerra mondiale, durante gli scontri contro la Russia nel 1939 (quando d'inverno la temperatura scende sotto i -20 °C) consentendo ai finlandesi di resistere così lungamente davanti a un nemico decisamente superiore.

La sauna in Finlandia è ormai una parte integrante della cultura e dello stile di vita finlandese: si pensi che c'è in media quasi una sauna ogni due abitanti.

Per i finlandesi la sauna è un luogo dove rilassarsi fisicamente e mentalmente, non è un lusso ma una necessità: tanto che la sauna stessa è la prima costruzione tradizionalmente eretta da un contingente militare di pace finlandese.

Questa consuetudine deriva dalle origini stesse della popolazione finlandese: la sauna è sempre stata la prima costruzione realizzata da chi si spostava. D'altra parte nella sauna si può vivere, cucinare il cibo sulla stufa, prendersi cura della propria igiene e far partorire in un ambiente abbastanza sterile.
Dal punto di vista idroterapico la sauna finlandese si riallaccerebbe a un'antica tradizione di medicina naturale che in occidente è stata tramandata principalmente attraverso gli insegnamenti di Ippocrate di Coo e Galeno (e successivamente di Sebastian Kneipp e Vincent Priessnitz) e ha conosciuto la sua massima diffusione con il calidarium (laconicum), tepidarium e frigidarium delle terme romane e con il successivo hamam turco (dall'arabo "scaldare"), ma di cui si può trovare traccia anche in altre tradizioni dal mushiboro giapponese, al banja russo, alla capanna del sudore degli eschimesi o degli indiani d'America, al temazcal messicano.

Dal punto di vista del costume, invece, la sauna (come già nelle terme romane e nel hamam turco) è sempre più concepita come un momento di ritrovo socializzante e/o di relax e si sta diffondendo rapidamente nelle strutture adibite alle vacanze, nei centri benessere e perfino nelle palestre.



Questa è una delle ragioni per cui dalla tradizionale sauna di fumo, o comunque con stufa a legna, si è passati alla più pratica sauna con stufa elettrica e si sta diffondendo addirittura quella a raggi infrarossi, decisamente lontana dalla sauna finlandese originale.

La sauna anche per la sua funzione di interazione familiare e sociale è stata concepita per essere praticata in totale nudità e in ambienti promiscui. Infatti nella sauna finlandese originale le temperature prossime ai 100 gradi impediscono l'uso di qualsiasi indumento o protezione che comporterebbe tra l'altro il rischio di collasso. Viene infatti così praticata nei paesi di lingua tedesca. Nei paesi del nord Europa, le saune pubbliche sono separate per genere, come ambienti o giorni. Negli altri paesi di solito, in contrasto con lo spirito più originale e profondo di questa pratica ed in conformità agli usi, al comune senso del pudore ed alle leggi, le saune sono miste e non è accettato l'accesso completamente nudi; le temperature sono più basse in modo da potersi coprire. Nelle saune gestite con maggiore attenzione è però vietato utilizzare i costumi da bagno per il rischio di emissioni di sostanze nocive, gassose o meno, dalle fibre sintetiche degli stessi e di reazioni epidermiche; si usano pertanto per coprirsi gli asciugamani o gli accappatoi di cotone.

La sauna filandese è la sauna originale, o propriamente detta, in cui la temperatura può raggiungere gli 80-100 °C, inducendo un'abbondante traspirazione della pelle, mentre l'umidità non supera il 10-20%, a parte quando si getta l'acqua sulle pietre. All'acqua vengono talora aggiunti oli essenziali a effetto balsamico come, ad esempio, essenze di pino o di eucalipto.

Le stufe utilizzate possono essere a legna o elettriche.

Tipicamente la pratica della sauna prevede di alternare a minuti nella sauna bagni in acqua fredda o docce fredde.

Il sanarium o Biosauna è una tipologia intermedia fra la sauna finlandese e il bagno turco. In questo tipo di sauna la temperatura può raggiungere i 50-60 °C, mentre l'umidità è normalmente del 50%.

La traspirazione, generalmente meno intensa che nella sauna finlandese, viene più che compensata da tempi di permanenza generalmente più lunghi (quindi alla fine si possono perdere più liquidi).

Talvolta in questo tipo di sauna viene diffuso vapore generato da erbe essiccate inumidite, cercando di riprodurre le condizioni del bagno di fieno.

L'ambiente in cui si svolge il bagno turco è saturo di vapore acqueo (umidità al 100%) formando una nebbia a temperatura stratificata (da 20/25 °C al livello dei piedi a 40/50 °C all'altezza della testa) che, depositandosi sulla pelle, invita alla traspirazione.

Non si tratta soltanto di un bagno di vapore, ma è normalmente concepito come un momento di ritrovo socializzante e di riposo, spesso associato a massaggi. Nella tradizione araba, l'hammam (dall'arabo "bagno"), similmente alle terme romane, è formato da tre sale: una sala è molto calda (harara), una tiepida e l'ultima fresca.

Il hammam, secondo la tradizione marocchina, prevede l'uso del sapone nero, l'olio di Argan e l'impiego del rassoul (talora trascritto rhassoul e, correttamente, ghassul): un'argilla estratta nelle montagne dell'Atlante marocchino. Il sapone nero è una pasta scura a base di olive e sali minerali che si applica su tutto il corpo nel tepidarium per le sue proprietà purificanti e esfolianti che rendono la pelle molto morbida. Inoltre, la frizione con il guanto di crine stimola la circolazione. L'olio di Argan si estrae dai semi della pianta omonima che cresce nelle zone desertiche. Il massaggio conclude il percorso del hammam. Infine, il ghassul, unito all'acqua diventa una pasta morbida che spalmata su mani e piedi assorbe le impurità che si eliminano con semplice risciacquo dopo una decina di minuti di posa.

Dalle spa alle beauty farm, oggi il hammam è uno dei trattamenti di bellezza più diffusi.

Diversamente dagli altri tipi di sauna quella a raggi infrarossi o Infrasauna non è necessario un preriscaldamento dell'ambiente in quanto le radiazioni infrarosse (innocue onde elettromagnetiche emesse anche dal nostro corpo e dal sole) vengono assorbite principalmente dal corpo stesso e in una piccola frazione riscaldano l'aria circostante, in genere non superando mai i 60° che si raggiungono gradatamente. La caratteristica principale di queste saune sono l'assenza di vapore (caldo secco) e una maggiore semplicità nell'installazione.
Le prime terme nacquero in luoghi dove era possibile sfruttare le sorgenti naturali di acque calde o dotate di particolari doti curative e poi si diffusero anche dentro le città e rappresentarono uno dei principali luoghi di ritrovo durante l'antica Roma unendo alle strutture propriamente "termali" anche piccoli teatri, biblioteche, sale di studio e addirittura negozi.

Negli antichi insediamenti aztechi, le donne partorissero in una sorta di capanna "sudatoria", così da poter beneficiare del calore lenitivo e rilassante per alleggerire le doglie.
Ma, accanto alle proprietà terapeutiche, per molti popoli, tra cui gli indiani sioux, il bagno di sudore rappresentava anche una funzione di purificazione.
Le tradizioni della sauna si sono conservate e perfezionate soprattutto in Finlandia e in Russia: non è raro scorgere, sulle rive dei laghi e dei fiumi, casette di legno costruite a questo scopo.
Nell'immediato dopoguerra, la moda della sauna finlandese si è diffusa anche in Europa e negli Stati Uniti grazie al fatto che, tra l'altro, viene considerata un ottimo metodo per rilassarsi e favorire un sonno salutare.

Non esiste un momento adatto per fare un bagno di vapore; è comunque indispensabile, per godere dei benefici, avere tempo per farlo bene e con calma.
Per quanto riguarda il mangiare, è più che sufficiente uno spuntino leggero con yogurt e frutta. Una tisana calda - bevuta prima di iniziare la sauna - aiuta a sudare. Al termine del trattamento è opportuno calmare la sete con succhi, tisane ed acqua, evitando ovviamente le bevande alcoliche.
Prima di entrare nella sauna è opportuno farsi una doccia, insaponandosi bene con il sapone. Questo consente di preparare la pelle con i pori ben aperti e facilita il rilassamento di tutto il corpo.

Una volta usciti dalla sauna, si fa una doccia con acqua fredda (il getto deve essere dolce) che riporti a livelli normali la temperatura corporea. Viene, poi, il momento del riposo: avvolti in un accappatoio o con l'aiuto di coperte, ci si stende sul lettino. Questo tempo, non più di quindici minuti, può essere impiegato anche per schiacciare un sonnellino.
Si torna, infine, nella sauna per il secondo passaggio - circa altri dieci minuti - stando attenti a ripetere i medesimi accorgimenti. Al termine la pelle sarà più morbida ed elastica: un buon latte vegetale (una crema idratante a base di erbe) potrà concludere il trattamento.

Con il sudore, nella sauna si disperdono i liquidi corporei e i sali minerali. Diventa quindi fondamentale reintegrare quanto perso. Sono messe al bando le bevande zuccherate, stimolanti e, soprattutto, quelle alcoliche, non solo durante, ma anche prima e dopo la sauna. Tra le bibite indicate ci sono acqua non gasata, tisane di lampone, malva, ortica, tiglio, succhi di frutta o di verdura. Il momento più indicato per bere è, comunque, dopo la sauna.

È bene che le persone che soffrono di ipertensione, di affezioni polmonari o cardiache e di problemi circolatori evitino la sauna. Tuttavia, per i neofiti, è sempre opportuno chiedere consiglio al proprio medico di fiducia prima di iniziare il trattamento con i bagni di calore.

Non esiste una statistica che rileva i benefici psichici della sauna, tuttavia, pressoché univocamente si sostiene che dopo un bagno si provano rilassamento psico-fisico, diminuzione di ansia, e sensazione di energia.

L'abbondante sudorazione provocata dalla sauna, elimina circa un litro d'acqua e pulisce a fondo la pelle, rimuovendo impurità e sostanze tossiche. È evidente, però, che la perdita di liquidi va reintegrata al termine bevendo tisane e succhi di frutta. La sauna, dunque, non "fa" dimagrire, ma certamente contribuisce a migliorare ricambio e metabolismo.

La sauna disintossica in profondità e, quindi, rende la pelle luminosa e trasparente ed i tessuti maggiormente elastici. Il bagno di calore, inoltre, favorisce il rilassamento e aiuta il sonno notturno. Infine, vengono migliorate la circolazione sanguigna e linfatica e aumenta la attività della pelle, dei tessuti e delle ghiandole.
In pratica la sauna equivale ad una profonda pulizia di tutto il corpo e rende la pelle maggiormente resistente agli agenti atmosferici, dal freddo al caldo, dal vento allo smog.

Gli effetti benefici della sauna intervengono anche su cuore, sulla circolazione, sulla pelle e sulla respirazione e migliorano la resistenza alle infezioni, quali sinusiti, raffreddori ed influenze.
Tutto l'organismo risente dunque positivamente di questi effetti che lo rendono più energico e attivo. In Germania, ad esempio, si cominciò a considerare la sauna durante le olimpiadi di Berlino del 1936, quando si constatarono i risultati degli atleti finlandesi che avevano chiesto di avere a disposizione dei bagni di calore.



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martedì 3 gennaio 2017

ANIMALI IN CORSIA

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La regione Lombardia si prepara ad aprire agli animali domestici le porte degli ospedali, delle case di cura e delle case di riposo.

Gli animali domestici entreranno negli ospedali con museruola e guinzaglio di massimo un metro e mezzo (cani) oppure nei trasportini (gatti o conigli) e dovranno essere accompagnati da una persona maggiorenne. L'accompagnatore sarà tenuto a raccogliere perdite di pelo e altro, nonché a fare il possibile per evitare l'eventuale fuga. Ma il regolamento è anche molto altro.

Dal 2017, cani e gatti potranno entrare negli ospedali e nelle case di riposo della regione per far visita ai loro padroni bisognosi di affetto e di coccole. La giunta guidata da Maroni ha approvato, infatti, un regolamento, atteso da sette anni, che stabilisce norme d'assoluta modernità per la tutela degli animali d'affezione e la prevenzione del randagismo. Chi non osserverà le condizioni, potrà essere soggetto a multe dai 150 ai 900 euro.

La pet therapy non è una terapia a sé stante, ma una co-terapia che affianca una terapia tradizionale in corso. Lo scopo di queste co-terapie è quello di facilitare l'approccio medico e terapeutico delle varie figure mediche e riabilitative soprattutto nei casi in cui il paziente non dimostra collaborazione spontanea. La presenza di un animale permette in molti casi di consolidare un rapporto emotivo con il paziente e stabilire tramite questo rapporto sia un canale di comunicazione paziente-animale-medico, sia stimolare la partecipazione attiva del paziente.

Fu lo psichiatra infantile, Boris Levinson, a enunciare per la prima volta, intorno al 1960, le sue teorie sui benefici della compagnia degli animali, che egli stesso applicò nella cura dei suoi pazienti.

Nel 1997 viene fondata in Australia la Delta Society, che si occupa di studiare gli effetti terapeutici legati alla compagnia degli animali.

Oggi la pet therapy, che solo recentemente ha ottenuto il giusto riconoscimento, trova ampia applicazione in svariati settori socio-assistenziali, tra i quali: case di riposo, ospedali, comunità di recupero.

Levinson constatò che prendersi cura di un animale può calmare l'ansia, può trasmettere calore affettivo e aiutare a superare lo stress e la depressione.

Nella pet therapy si possono prevedere le seguenti figure:
responsabile di progetto (un professionista del campo sanitario);
medico veterinario (valuta i requisiti comportamentali e sanitari dell'animale, l'aspetto igienico sanitario ed il benessere animale);
coordinatore d'intervento (può essere: psicologo/psicoterapeuta, educatore, infermiere/assistente sanitario, OSS, laureato in scienze motorie, insegnante, psicomotricista;
coadiutore dell'animale (promuove la relazione uomo animale e monitora lo stato di salute ed il benessere dell'animale in collaborazione con il veterinario).

Le figure professionali coinvolte devono avere una preparazione specifica per quanto riguarda le caratteristiche generali degli animali coinvolti nella pet therapy, come la possibilità di zoonosi e l'etologia degli animali a disposizione. L'intervento degli enti pubblici, quali università e gli enti sanitari regionali, costituiscono oggigiorno l'unico modo per permettere una formazione il più possibile uniforme ed accessibile dal punto di vista economico, in modo da abbattere in parte gli esorbitanti costi della macchina della pet therapy.



Fondamentale è individuare l'animale corretto per il singolo paziente in base alle preferenze personali, alle capacità psico-fisiche, all'analisi delle eventuali fobie specifiche, alle allergie e in base alla risposta emotiva nelle prime sedute. Ad esempio nel caso si dispongano di più cani si deve definire l'abbinamento cane-paziente tenendo conto della taglia del cane, dell'indole, del tipo di pelo e così via.

Questi interventi funzionano grazie alla relazione che si instaura fra un animale domestico e un utente (bambino, anziano, persona malata etc…): una sintonia complessa e delicata che stimola l’attivazione emozionale e favorisce l’apertura a nuove esperienze, nuovi modi di comunicare, nuovi interessi. L’animale non giudica, non rifiuta, si dona totalmente, stimola sorrisi, aiuta la socializzazione, aumenta l’autostima e non ha pregiudizi. In sua compagnia diminuisce il battito cardiaco e calano le ansie e le paure. Inoltre, favorisce la piena espressione delle persone, che tra gli umani si riduce di solito solo al linguaggio verbale.

Nella maggioranza dei casi vengono attivati interventi con bambini, anziani, persone con disabilità o disturbi psichiatrici. Interagire con un animale può voler dire per un bambino sviluppare processi di apprendimento più rapidi e imparare a prendersi cura di qualcuno diverso da sé. Una bella occasione di crescita, perché l’animale ha per lui una grande valenza emotiva: accarezzarlo e coccolarlo provoca un gradevole contatto fisico e stimola creatività e capacità di osservazione.

Con ragazzi pre-adolescenti e adolescenti, il rapporto con l’animale può diventare invece il mezzo per stimolare vissuti e riflessioni su concetti importanti come il rispetto, la fiducia, la reciprocità: si usa ad esempio nei progetti di prevenzione al bullismo.

Un discorso a parte riguarda gli interventi per bambini e ragazzi con disabilità che grazie alla relazione con l’animale possono trovare nuovo entusiasmo e motivazione nell’affrontare piccoli compiti quotidiani e sperimentare una modalità facile e spontanea di interazione. L’importante è che ogni progetto sia costruito ad personam, valutando le esigenze specifiche dell’utente.

Il contatto diretto con l’animale offre tanti stimoli, Il bambino vive un’esperienza unica e sperimenta emozioni fondamentali per il suo sviluppo: l’attenzione, il rispetto, il tollerare e canalizzare l’aggressività. Nel mondo di oggi i bambini sono meno in relazione con il mondo animale rispetto al passato, un peccato visto la ricchezza emotiva che questi trasmettono. Ma attenzione a non confondere un cane con un baby-sitter: mai lasciare il bambino da solo con lui.



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domenica 26 giugno 2016

IL CONDIZIONATORE D'ARIA

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Il primo apparecchio per il raffreddamento climatico dell'aria fu brevettato nel 1886 da Lewis Latimer, un afroamericano, disegnatore e progettista di Thomas Edison.

Intorno al 1911 Willis Carrier (Stati Uniti) sfruttò i passaggi di stato di un gas per ottenere una variazione sia positiva ("caldo") sia negativa ("freddo") del clima nell'ambiente circostante. Tuttavia lo scopo per cui venne implementato ed utilizzato tale sistema non era inizialmente quello di rinfrescare, ma di deumidificare l'aria. Carrier lavorava come ingegnere in una compagnia che forniva impianti industriali. Il metodo dell'evaporazione di un liquido a bassa temperatura di evaporazione era già conosciuto in precedenza, ma vi era perdita della sostanza (ammoniaca), e quindi non utilizzabile per usi continui; Carrier ideò il sistema per recuperarla in un circuito chiuso. Dopo un anno di lavoro gli venne affidato il compito di risolvere il problema del controllo dell'umidità dell'aria in una tipografia di Brooklyn, dove la carta era appunto inutilizzabile a causa dell'eccessiva umidità nell'aria (perché raggrinziva).

In passato per risolvere questo problema veniva aumentata la velocità dell'aria, o si apriva qualche finestra per contrastare l'umidità con una corrente opposta. L'umidità era anche un grave problema in termini di produttività, perché portava ad un'interruzione dell'attività degli operai e quindi del lavoro. Carrier completò il primo progetto di un impianto di condizionamento dell'aria il 17 luglio 1902; la tecnologia che stava alla base del suo impianto è già simile a quella degli impianti che troviamo in commercio oggi.

Il termine "aria condizionata" fu dato da Stuart W. Cramer, che si interessò come Carrier allo studio dell'umidità e del condizionamento dell'aria.

Il condizionatore è in genere costituito da seguenti elementi essenziali:
compressore: ha lo scopo di comprimere il fluido, cioè aumentarne la pressione; nel compressore il fluido si trova allo stato gassoso; in accordo con le equazioni di stato dei gas (nel caso più semplice l'equazione di stato dei gas perfetti) aumentando la pressione di un gas aumenta anche la sua temperatura, per cui il gas all'uscita dal compressore ha una temperatura e una pressione maggiore rispetto all'entrata;
condensatore: ha lo scopo di condensare il gas, cioè portarlo allo stato liquido; tale passaggio di stato avviene sottraendo calore al gas; tale calore viene disperso nell'ambiente;
organo di laminazione: corrisponde ad una strozzatura della condotta; durante il passaggio da tale strozzatura, il liquido viene sottoposto a perdite di carico localizzate, per cui diminuisce la sua pressione e di conseguenza la sua temperatura;
evaporatore: ha lo scopo di vaporizzare il liquido, assorbendo calore dall'esterno.
I fluidi termovettori più utilizzati nei condizionatori d'aria sono (o sono stati):
R12: condizionatori industriali (ormai fuori legge);
R22: condizionatori civili e terziario (ormai fuori legge);
R407c: condizionatori civili e terziario;
R410a: condizionatori civili e terziario.
Vi sono poi una serie di componenti ed accessori che servono a completare e gestire il funzionamento del sistema, come ad esempio: valvole, pressostati, ventilatori, telecomando, sonde, schede elettroniche.

Negli impieghi civili è comune la configurazione che presenta due unità separate:
un'unità esterna, ospitante il motore del condizionatore e solitamente caratterizzata dalla ventola radiale;
un'unità interna (lo split), che provvede a mettere in circolo l'aria (condizionata o meno), distribuendola nei locali attraverso un'apposita feritoia.

I condizionatori d'aria possono essere costituiti da due unità, una detta unità interna e la seconda detta unità esterna (con una o due ventole). Tra le due unità corrono due tubi in rame per la circolazione dei fluidi (uno in ingresso e uno in uscita) e i cavi dei collegamenti di controllo e comando, mentre l'alimentazione elettrica solitamente viene portata dalla rete all'unità esterna e da essa all'unità interna.

Entrambe le unità necessitano di un tubo di scarico per evacuare l'acqua che si forma per condensazione. Ultimamente sono entrate in commercio anche macchine formate da un unico elemento le quali, se addossate ad una parete, assolvono ad entrambe le funzioni delle due prima descritte ma con notevoli limiti di rendimento e alto costo d'acquisto.

Le unità interne poi possono essere distinte in cinque tipologie costruttive:
a muro: per installazioni a muro in posizione alta;
a pavimento: tipo fancoil;
a consolle: per installazione a soffitto senza controsoffitto;
a cassetta: per installazioni a incasso nei controsoffitti;
canalizzabili: per l'installazione assiemata a condotti d'aria e anemostati.

I condizionatori si dividono in due grandi famiglie:
quelli chiamati solo freddo
quelli detti a pompa di calore.
La differenza sostanziale è che quelli a pompa di calore, oltre a raffreddare l'aria in estate, in inverno possono anche riscaldare invertendo il ciclo di funzionamento, sottraendo il calore dell'aria esterna per poi immetterlo nell'ambiente interno (ovviamente più bassa è la temperatura esterna più basso sarà il rendimento).
Un'ulteriore distinzione è quella relativa alla loro alimentazione e al loro funzionamento. Sotto questo punto di vista, ci sono due grandi famiglie:
condizionatori d'aria on-off
condizionatori d'aria ad inverter.
La tecnologia dei condizionatori on-off è più vecchia, molto semplice ed è meno costosa, ma ha un consumo elevato, perché il compressore, appena viene acceso l'apparecchio, va subito alla massima potenza e vi resta, a prescindere da quanta ne possa effettivamente servire, per poi fermarsi completamente quando è stata raggiunta la temperatura impostata e ripartire al massimo quando la temperatura non è più tale. I condizionatori ad inverter invece hanno una tecnologia detta "modulante": sotto il controllo di un sistema elettronico, viene impiegata solo la potenza necessaria per raggiungere il valore di temperatura impostato. La potenza del compressore inizialmente è massima per poi diminuire gradualmente fino al raggiungimento di tale valore, e poi viene impiegato solo il minimo necessario per mantenerlo, senza però fermarsi.

Se il condizionatore viene fatto funzionare per molte ore (per esempio di notte) è economicamente conveniente il modello inverter, in caso contrario il maggior costo rispetto al sistema on-off non viene ammortizzato, poiché la funzione modulante interviene soltanto nel momento in cui si sta per raggiungere la temperatura desiderata.

I condizionatori, come molti elettrodomestici, sono vincolati da norme sul risparmio energetico. Nell'Unione Europea dal 1º gennaio 2013 sul condizionatore dev'essere presente l'etichetta energetica, che riporta la classe di consumo energetico, che va da A+++ (migliore) a D (peggiore, con i consumi più alti). I condizionatori con i minori consumi solitamente hanno la tecnologia inverter, mentre un condizionatore on-off può essere incluso in qualunque classe nel caso risulti consumare quanto il tipo di elettrodomestico (in questo caso il condizionatore) di una stessa classe, con tecnologia inverter oppure no. Spesso i condizionatori con tecnologia on-off non vanno al di sopra della classe C.

La direttiva della Comunità Europea è la n. 94/2/CE del 21 gennaio 1994 e al Decreto 12 aprile 1998 del Ministero dell'industria, del commercio e dell'artigianato.

La potenza di un condizionatore si misura in BTU/h o frigorie/h.

In Italia non esistono leggi che vietino l'installazione a parete sulle facciate dei palazzi per quanto alcuni articoli del codice civile nella parte dei condomini si presti a delle interpretazioni. Di fatto la legge 10/91 e il DPR 412 di fatto indicano e consigliano l'uso di macchine a pompa di calore.
Il problema nasce sotto il profilo estetico, molti comuni emanano dei regolamenti, per certe vie di pregio, per evitare la vista delle unità esterne che risultano invasive e poco gradevoli.
Anche i condomini possono emanare dei regolamenti condominiali, deliberati in assemblea, che vietano l'installazione delle unità esterne per motivi estetici. L'argomento è controverso in quanto spesso un bene collettivo (la bellezza del palazzo) si scontra con un beneficio privato (la climatizzazione dell'unità abitativa). Il vincolo, spesso è superato, se la persona ha necessità del condizionamento per motivi di salute, con un certificato medico si evita il regolamento condominiale ma non senza problemi. Nell'ipotesi peggiore, si montano i climatizzatori senza unità esterna.

Nonostante l'ignoranza imperante nel settore queste macchine rientrano sotto la Legge 10/91 e le relative conseguenze della relazione tecnica prevista da tale legge.

Va specificato (per i condizionatori destinati per l'ambiente civile) che ricade solo il collegamento relativo alla potenza elettrica per l'alimentazione del condizionatore con l'impianto elettrico di casa. Il collegamento tra le due macchine (sia idraulico che elettrico) non ricade nella legge perché la normativa europea ritiene l'insieme delle due macchine (interna + esterna) un solo componente quindi come se fosse un solo elettrodomestico.

Le norme tecniche di riferimento principali sono:
UNI EN 378-1: "Impianti di refrigerazione e pompe di calore" - REQUISITI DI SICUREZZA ED AMBIENTALI - Requisiti di base, definizioni, classificazione e criteri di selezione.
UNI EN 378-2: "Impianti di refrigerazione e pompe di calore" - REQUISITI DI SICUREZZA ED AMBIENTALI - Progettazione, costruzione, prove marcatura e documentazione.
UNI EN 378-3: "Impianti di refrigerazione e pompe di calore" - REQUISITI DI SICUREZZA ED AMBIENTALI - Installazione in sito e protezione delle persone.
UNI EN 378-4: "Impianti di refrigerazione e pompe di calore" - REQUISITI DI SICUREZZA ED AMBIENTALI - Esercizio, manutenzione, riparazione e utilizzo.
CEI norma 64-8/7 (Impianti elettrici utilizzatori a tensione nominale non superiore a 1000 V ca e a 1500 V cc - Ambienti ed applicazioni particolari)

L’aria condizionata, d’estate, è un valore aggiunto, che dà sollievo in situazioni critiche come ospedali o ambienti di lavoro. Ma va utilizzata in maniera intelligente altrimenti si può trasformare in un problema per la nostra salute. Per prima cosa bisogna evitare gli sbalzi di temperatura che sono deleteri per il nostro organismo e possono provocare sindromi da raffreddamento improvvise. Per ovviare a questo problema non si devono superare i cinque, sei gradi di differenza tra la temperatura esterna e quella impostata sul condizionatore. L’altro accorgimento riguarda il getto dell’aria condizionata che non deve mai essere diretto. Inoltre, quando si entra in un ambiente condizionato come ad esempio un centro commerciale o un ufficio, è bene dare al proprio corpo il tempo necessario per acclimatarsi evitando di sostare nei punti maggiormente refrigerati.

Ma il vero problema riguarda la manutenzione degli apparecchi.

Seguire le poche e semplici regole per evitare malanni legati al cattivo utilizzo dell’aria condizionata non è sufficiente. Alla base ci deve essere una corretta manutenzione dell’apparecchio e in particolare la pulizia dei filtri dell’aria che vanno cambiati spesso e sottoposti a controlli periodici. I filtri si possono trasformare in veri e propri centri di crescita, e in seguito di distribuzione, di germi e di sostanze irritanti. I prodotti che si formano nei condizionatori possono creare episodi allergici nei soggetti predisposti, come ad esempio gli asmatici. L’apparecchio malfunzionante, i filtri sporchi e i contenitori di liquidi possono diventare serbatoi di batteri che vengono nebulizzati nell’aria: in tal modo il soggetto che stazione nell’ambiente è sottoposto a un vero e proprio aerosol di germi e sostanze nocive.

Periodicamente si manifestano casi di Legionella e la colpa ricade anche sui condizionatori.

Il batterio della Legionella è uno dei più pericolosi tra quelli che si possono annidare nei sistemi di aria condizionata, che in questo caso fungono da vettore di distribuzione. La Legionella si è manifestata per la prima volta nell’estate del 1976 negli Stati Uniti. Un’epidemia acuta colpì un gruppo di circa 4mila veterani della American Legion (da qui il nome Legionella) riuniti in un albergo di Filadelfia, causando 34 morti su 221 contagiati. In seguito si scoprì che la malattia era stata causata da un “nuovo” batterio, denominato Legionella, che fu isolato nell’impianto di condizionamento dell’albergo dove i veterani avevano soggiornato. I sintomi della Legionella sono febbre e mal di testa che si possono trasformare in polmonite.

I disturbi dovuti ad uno scorretto uso dell'aria condizionata variano dal semplice mal di gola alla tosse causata dalle sostanze nebulizzate nell’aria. E poi mal di testa e torcicollo. Non sono rari anche dolori osteoarticolari e forme di patologie intestinali come la dissenteria e i crampi allo stomaco. Questo perché il getto d’aria fredda determina una vasocostrizione. Le irritazioni agli occhi colpiscono soprattutto i soggetti allergici. La Sick building syndrome colpisce gli ambienti di lavoro nei quali si utilizzano condizionatori: è una sintomatologia strisciante che colpisce il 15/20 per cento delle strutture lavorative e da luogo a emicrania, stanchezza, tosse e ostruzione nasale.

L’aria condizionata migliora la qualità della vita, ma a patto che crei un ambiente sano ed equilibrato. Se si può scegliere, comunque, meglio preferire un climatizzatore a un condizionatore perché oltre a rinfrescare, deumidifica anche. Oltre il 70 per cento l’umidità inibisce progressivamente la sudorazione, e la mancata sudorazione non consente il fisiologico raffreddamento del corpo, facendo percepire a parità di temperatura un caldo maggiore.

Quando si hanno dei bambini, anche se piccolissimi, l’uso del condizionatore non è controindicato, nemmeno se sono presenti patologie asmatiche sostiene Eugenio Baraldi, presidente della Società Italiana Malattie Respiratorie Infantili, anzi può essere d’aiuto per rendere più sopportabile l’afa dei giorni più caldi e consentire un miglior riposo di notte.

La tentazione, quando si usa il condizionatore, è quella di non aprire le finestre per non disperdere il fresco. Invece è importante arieggiare più volte al giorno le stanze dove il bambino soggiorna o dorme, per evitare l’accumulo di sostanze inquinanti, presenti anche negli ambienti domestici.




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mercoledì 15 giugno 2016

LE CROCS

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La Crocs Inc. (nel NASDAQ CROX) è una compagnia statunitense fondata da Lyndon Hanson, Scott Seamans, e George Boedecker nel luglio 2002. Ha sede a Boulder (Colorado), e commercializza sotto il proprio marchio una sorta di zoccoli in plastica leggera (realizzati precedentemente dalla canadese Foam Creations Inc).

La prima vendita di 200 modelli avvenne nel novembre 2002, presso una fiera navale.

Nonostante una campagna pubblicitaria modesta, la vendita si è sviluppata anche al di fuori degli Stati Uniti. La linea dei prodotti è infatti nota per il design originale e la comodità, infatti sono preferiti soprattutto l'estate quando la calzatura si mantiene fresca e non crea cattivi odori all'interno, grazie al materiale che è studiato proprio per tali fini.

Nel 2006 la Crocs ha acquistato la Foam Creations e con essa il brevetto proprietario della resina schiumosa "croslite", realizzata in etilene vinil acetato (spesso indicato con la sigla EVA), la quale dovrebbe garantire dei benefici podologici.

L'azienda detiene 4 brevetti riconosciuti dagli Stati Uniti riguardanti caratteristiche diverse della sua produzione calzaturiera, ed ha anche indetto azioni legali contro 11 compagnie a cui imputa una violazione.

La linea di prodotti conta vari modelli, venduti in tinte unite di diversi toni oppure in combinazioni di due colori.
Le Crocs, le famosissime ciabattone in gomma che mezzo mondo indossa, danneggerebbero gli arti inferiori.

A dirlo è una serie di podologi, pronti a giurare che le Crocs possono portare a tendinite, peggiorare le eventuali malformazioni dei piedi e provocare problemi alle unghie, oltre a calli e duroni. È per questo che ne raccomanderebbero solo un uso sporadico.

Ad oggi, in molti considerano le Crocs delle scarpe adatte più che altro a persone con problemi di deambulazione, ma, d’altro canto, il fior fior dei personaggi illustri continua orgogliosamente a sfoggiarle.

Ora, però, alcuni podologi americani hanno lanciato dei messaggi non proprio incoraggianti. Megan Leahy, per esempio, podologa di Chicago presso l’Illinois Bone and Joint Institute, ha dichiarato che non fa bene usare le Crocs tutti i giorni e che questo tipo di scarpe non fissa bene il tallone. Anzi, l’instabilità del tallone determinerebbe una non buona posizione delle dita, l’infiammazione dei tendini, il peggioramento delle malformazioni dei piedi e problemi alle unghie, calli e duroni. “La stessa cosa che – continua la Leahy – capiterebbe anche indossando di continuo un paio di infradito”.



In buona sostanza, le scarpe Crocs sono adatte per brevi intervalli di tempo, non devono essere indossate per lunghe passeggiate e non dovrebbero essere indossate per 8-10 ore al giorno.

C’è anche però chi dice che la famosa ciabatta bucherellata non sia così dannosa, nel senso che, mentre è vero che per chi ha un piede piatto o “normale”, possa portare a delle disfunzioni; per chi invece ha un arco plantare molto accentuato, questa calzatura potrebbe proprio essere d’aiuto. Questo lo dice dottor Alex Kor, presidente dell’American Accademy of Podiatric Sports Medicine, ovvero può trarne beneficio chi ha un arco alto o soffre di edema alle gambe e alle caviglie.
In sostanza le Crocs sicuramente non sono scarpe ortopediche, ma nemmeno sono così pericolose, basta avere degli accorgimenti. Sicuramente evitare di usarle per fare lunghe passeggiate, correre o altre abitudini che ve le facciano indossare per lungo tempo. È consigliabile quindi utilizzarle semplicemente come ciabatte da casa ed evitare di indossarle per più di otto, dieci ore.



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domenica 27 marzo 2016

IL BICARBONATO

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L'idrogenocarbonato di sodio o carbonato acido di sodio o carbonato monosodico (o bicarbonato di sodio che è il nome più comune, ma che è stato deprecato dalla IUPAC, commercialmente noto semplicemente come bicarbonato) è un sale di sodio dell'acido carbonico. A differenza del carbonato, l'idrogenocarbonato mantiene uno ione idrogeno dell'acido corrispondente.

È tra gli additivi alimentari codificati dall'Unione europea, identificato dalla sigla E 500.

L’origine del nome risale al XVIII secolo, nell’epoca di Lavoisier, quando i sali venivano classificati come la combinazione di un ossido metallico con un ossido non metallico. Nel caso del carbonato di sodio per spiegare la presenza degli ossidi e dell’idrogeno unito a molecole d’acqua, veniva scritto così Na2O · 2CO2 · H2O e quindi il suo nome era bicarbonato di soda, che venne poi sostituito con “di sodio”.

Si tratta di un sale bianco, molto fino, inodore, non infiammabile e solubile in piccole quantità e come sappiamo si presta a tanti usi. Si produce secondo il metodo Solvay per cui si uniscono: acqua, ammoniaca, cloruro di sodio (sale da cucina) e anidride carbonica, ottenendo così il bicarbonato di sodio (NaHCO3) e cloruro di ammonio. Questa però non è la miscela adatta all’uso alimentare, quella che lo è è costituita da acqua, carbonato di sodio e anidride carbonica. Si trova anche in natura, disciolto nell’acqua o sotto forma di concrezione, allo stato naturale s’identifica come nahcolite (NaHCO3) o come componente secondario del natron (Na2CO3·10(H2O).

Quando il bicarbonato entra a contatto con l’acido cloridrico sviluppa anidride carbonica allo stato gassoso che dilata lo stomaco ed al tempo stesso stimola il rilascio di gastrina che aumenta a sua volta gli enzimi digestivi e la produzione di acido cloridrico. Il risultato è una sensazione di gonfiore, meteorismo seguito in teoria dal sollievo della digestione, attenzione però se si è mangiato molto dopo poco i sintomi peggiorano perché le pareti dello stomaco son già dilatate e l’aumento di produzione di acido peggiora i bruciori di stomaco. Quindi in realtà andrebbe assunto contro l’acidità a stomaco vuoto disciolto in un bel bicchierone d’acqua.

Nei preparati farmaceutici non crea problemi perché viene associato al dimeticone che riduce la produzione di anidride carbonica.

Fra le altre proprietà benefiche del bicarbonato di sodio ricordiamo che è uno sbiancante per i denti è che può esser unito al dentifricio per lavare i denti, in piccole quantità e non frequentemente per non abradere eccessivamente lo smalto dei denti.

Se si soffre di dermatite o di eccessiva sudorazione, una doccia o un bagno con il bicarbonato di sodio è un’ottima soluzione per ristabilire il pH della pelle. Volendo si può creare una miscela di acqua e bicarbonato da usare come deodorante, basta versarla in un contenitore di profumo vuoto con il tappo spray.

Una delle proprietà del bicarbonato di sodio su cui si sorvola è la bellezza che regala ai capelli, donando lucidità ed eliminando il calcare dell’acqua.

Fra i benefici dell’assunzione di bicarbonato di sodio pare che vi sia anche un alleviazione dei sintomi del raffreddore e dell’influenza, si possono fare dei suffumigi o semplicemente bere dell’acqua e bicarbonato a digiuno.



Bere la mattina, a digiuno un bicchiere di acqua tiepida con succo di limone ed un cucchiaino di bicarbonato di sodio aiuta ad alcalinizzare il pH del sangue, evitando così l’insorgere di patologie derivanti da un eccesso di acido urico, flogosi delle articolazioni e sviluppo di cellule tumorali che sembrano propense a svilupparsi in ambienti acidi.

Se consumato in quantità moderate, questo ingrediente può aiutare a ristabilire un equilibrio sano del nostro organismo. In alcuni casi, infatti, viene adoperato per alcalinizzare il corpo.

Le proprietà leggermente antisettiche del bicarbonato di sodio uccidono alcuni tipi di parassiti, funghi e muffe. Per questo, può essere adoperato, di tanto in tanto, per la pulizia del cavo orale, praticando dei gargarismi e in caso di tosse e mal di gola.

Negli ultimi anni, si sta diffondendo la teoria che un corpo con un Ph alcalino sia generalmente più sano, visto che molte malattie trovano terreno fertile in un ambiente acido. Potrebbe essere assunto per un breve periodo di tempo, accostato a una dieta alcalinizzante. In questo caso va consumato al mattino, a stomaco vuoto, sciogliendone un cucchiaino in un bicchiere d’acqua.

In caso di predisposizione alla formazione di calcoli renali di origine calcica, mista (ossalico-calcica) e soprattutto urica (accumulo di acido urico), oltre a eliminare gli alimenti ricchi di purine, può essere utile, di tanto in tanto, assumere del bicarbonato di sodio.

La gotta è uno stato infiammatorio delle articolazioni che avviene quando l’acido urico si accumula nelle urine, nel sangue e nei tessuti. Il bicarbonato contrasta l’accumulo di acido urico. Ecco perché potrebbe essere utile nei casi di gotta.
Il bicarbonato di sodio è ottimo anche per i pediluvi, per rilassare e deodorare ma anche per combattere le micosi, in quanto il bicarbonato di sodio ha proprietà antisettiche.

Avendo proprietà antinfiammatorie è indicato anche contro le gengiviti e le affezioni del cavo orale, basta usare l’acqua in cui è disciolto il bicarbonato come collutorio (è indicato anche per l’alitosi).

Anche nel caso dell’herpes labiale, il bicarbonato è un buon rimedio naturale per far durare meno l’infiammazione, basta unirlo a del succo di limone e fare degli impacchi.

Il bicarbonato di sodio si rivela utile anche contro la congiuntivite, anche in questo caso occorre fare degli impacchi con dischetti di ovatta imbevuti di acqua e bicarbonato.

In caso di cistite è consigliata l’assunzione di mezzo bicchiere d’acqua con dentro 1 cucchiaino di bicarbonato, massimo tre volte al dì, per riequilibrare l’acidità dell’urina.

Il bicarbonato, avendo proprietà decongestionanti, è anche un buon rimedio contro le emorroidi, basta fare dei lavaggi con acqua e bicarbonato.

Contro le noiose punture d’insetto il rimedio è semplice: bicarbonato miscelato a poca acqua, in modo che formi un’emulsione quindi si applica ed in breve tempo il fastidio sparisce.

Sembra incredibile ma è vero, con l’acqua e bicarbonato si rimuovono meglio perfino le schegge.

Un uso molto comune che si fa del bicarbonato, in materia di cosmesi, è lo scrub per il viso e corpo, dalla grana molto fine indicato per pelli sensibili.

Il bicarbonato di sodio ha un alto contenuto di sodio: non è sicuro in dosi elevate e non deve essere assunto per lunghi periodi di tempo.
Chi soffre di pressione alta non dovrebbe usare questo ingrediente, o quantomeno dovrebbe farlo sotto la supervisione di uno specialista.
Non va assunto durante gravidanza e allattamento.
Possibili effetti indesiderati dell’assunzione di bicarbonato diluito in acqua includono crampi allo stomaco e aumento della sete.



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lunedì 14 dicembre 2015

LE BACCHE DI GOJI

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Le Bacche di Goji sono i frutti di una pianta (Lycium Barbarum L.) originaria degli altopiani asiatici di Cina, Tibet e Mongolia. I suoi piccoli frutti rossi sono apprezzati nel mondo per le loro riconosciute qualità terapeutiche e nutritive. Ricche di vitamine, sali minerali e aminoacidi, le bacche di Goji rappresentano un notevole energizzante naturale.

La virtù principale del Goji risiede tuttavia nei suoi 4 polisaccaridi LBP (Lycium Barbarum Polysaccharides). Gli LBP sono unici al mondo, presenti esclusivamente in questa pianta, ed hanno notevoli proprietà antidegenerative. I polisaccaridi delle bacche di Goji sostengono e rinforzano il sistema immunitario.

Le bacche di Goji sono frutti rossi di piccola dimensione, disponibili in commercio in forma di bacca essiccata. Dolci al palato, si contraddistinguono per un particolare retrogusto dolce-amaro. Sul mercato si trovano molte bacche di goji essiccate dal sapore pessimo: sono di raccolti vecchi, mal conservate o estremamente piccole. Bacche vecchie si distinguono per essere molto piccole, piuttosto secche, generalmente scure e poco gradevoli al palato.

Le bacche di Goji nutrono e rinvigoriscono l’organismo, e rafforzano le difese immunitarie: sono un ottimo sostituto 100% naturale al classico multivitaminico di sintesi. Sono tra i frutti più ricchi di antiossidanti al mondo e per tale ragione contrastano l'attività nociva dei radicali liberi prevenendo l’invecchiamento precoce dei tessuti.

Le bacche di Goji sono particolarmente ricche di Vitamina A, fondamentale per la salute e la bellezza di pelle, unghie e capelli. Ricche di carotenoidi, sono anche particolarmente utili per il benessere degli occhi.

Grazie a loro particolari principi nutritivi favoriscono l’equilibrio della glicemia. In virtù del loro basso indice glicemico e del loro elevato potere saziante, le bacche di Goji sono consigliate nelle diete controllate volte allo alla perdita di peso per lo snellimento della figura.

100 grammi di bacche di goji disidratate contengono 50 mg di potassio, 14,07 gr di proteine e 4,8 gr di fibre. Apportano il 4% del calcio e il 17% del ferro raccomandati rispetto all'assunzione giornaliera RDA. 100 gr di bacche di goji essiccate forniscono 321 calorie. Come tutti gli alimenti di origine vegetale, le bacche di goji non contengono colesterolo.

Una porzione da 30 grammi di bacche di goji fresche apporta 110 calorie, 2 grammi di fibre alimentari, 22 grammi di carboidrati di cui 16 grammi di zuccheri. Il 6% della vitamina A e il 2% della vitamina C rispetto alle dosi giornaliere raccomandate. Il contenuto di vitamina A rende le bacche di goji un alimento utile per prevenire l'invecchiamento.

Le bacche di goji aiutano a tenere sotto controllo il peso corporeo perché contribuiscono ad inibire l'appetito. Se vogliamo ottenere questo effetto dalle bacche di goji, dobbiamo ricordare di consumarle regolarmente. Le bacche di goji vengono consigliate come aiuto per perdere peso ma anche per ridurre la cellulite e per supportare il sistema immunitario.



Potrete assumere le bacche di goji mescolandole con altri frutti, nello yogurt, nella macedonia e nella preparazione di frullati e succhi di frutta. Altre idee per consumare le bacche di goji e per gustarle al meglio: preparare in casa il muesli e le barrette energetiche, tisane, tè freddo, marmellata senza cottura addensata con i semi di chia.

Attenzione al consumo di bacche di goji se assumete farmaci specifici. Le sostanze presenti nelle bacche di goji potrebbero interagire con alcuni medicinali o inibire il loro assorbimento. Il riferimento è ai farmaci per il controllo della pressione e della glicemia, per prevenire la trombosi e per mantenere il sangue fluido. Qui tutte le controindicazioni relative al consumo di bacche di goji. Chiedete maggiori informazioni al medico e al farmacista.

Più comunemente dette bacche di goji, ve ne sono di due specie: il Lycium barbarum L. e il Lycium chinense, entrambe della famiglia delle Solanaceae (che include tra le altre la patata, il pomodoro, la melanzana, il tabacco, il peperoncino e la Belladonna).

Lycium, il nome del genere, deriva dalla Licia, una regione dell'Anatolia meridionale. Il frutto è conosciuto nella medicina tradizionale cinese come Frutto di Licia ovvero in latino: Fructus Lycii

La parola Goji, invece è un'approssimazione della pronuncia cinese gouqi, nome cinese per bacca,. Potrebbe derivare dalla stessa radice che ha la parola persiana gojeh (????) che significa anch'essa bacca.

Il nome goji è stato creato nel 1973 dall'etnobotanico nord-americano Bradley Dobos. Queste bacche rosse crescono spontaneamente nelle valli himalayane, nella Mongolia, nel Tibet, nelle province della Cina dello Xinjiang, dello Ningxia, e nella regione autonoma della Mongolia Interna. Vengono coltivate da migliaia di anni e sono considerate un elemento essenziale nella medicina tradizionale cinese. Comunque la più alta densità produttiva si riversa nelle terre attraversate dal fiume Huang He. Con il passare del tempo le sedimentazioni dei suoi bacini alluvionali hanno dato origine a un terreno straordinariamente fertile. Le piante di Goji possono facilmente utilizzare i minerali grazie alla struttura a grana fine dei sedimenti mentre altri componenti del “silt” mantengono il terreno soffice e ben aerato.

La medicina tradizionale cinese attribuisce alle bacche di goji, nonché alla corteccia, alle radici e alle foglie della stessa pianta, numerose proprietà curative e preventive. Già nell'antico manuale di erboristeria Shennong Ben Cao Jing la pianta viene citata come curativa per una serie di mali e anche efficace per fortificare muscoli e ossa e rallentare l'invecchiamento.

Tuttavia gli studi scientifici in merito sono carenti. Per questo motivo, si ritiene che gli effetti benefici non siano sufficientemente provati, anche se è riconosciuta la presenza di sostanze potenzialmente utili.

Uno studio cinese condotto sui topi ha riscontrato che le bacche di goji potenziano la capacità antiossidante dell'organismo come dimostrato dall'innalzamento degli enzimi superossido dismutasi (SOD), catalasi (CAT) e glutatione perossidasi (GSH-Px). L'attività antiossidante è risultata essere comparabile a quella della vitamina C.

Uno studio condotto ad Hong Kong nei primi anni duemila ha evidenziato come la zeaxantina contenuta nelle bacche di Goji sia ben assorbibile dall’organismo umano; gli autori suggerivano, nel 2004, la necessità di ulteriori studi su strategie dietetiche per contrastare la degenerazione maculare senile.

I possibili effetti avversi sono considerati improbabili, eccetto per specifiche casistiche. In particolare, l'atropina, una sostanza velenosa presente nei frutti di varie specie della stessa famiglia, è presente in quantità minime.





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martedì 1 settembre 2015

LA BELLEZZA DI CAMMINARE SCALZI



La scarpa nasce come invenzione dell'uomo al fine di proteggere la pianta del piede quando, camminando su un suolo accidentato, poteva ferirsi.

Una cosa che tutti i bambini non tollerano sono le scarpe.
Quando cominciano a camminare e incarceriamo i loro piedini nelle scarpe, essi appaiono come degli automi e si mostrano molto più imbranati nel pianificare le prime passeggiate.
Quando poi diventano grandi, la prima cosa che fanno è togliersi le scarpe.

Noi li sgridiamo. Gli diamo addosso. Gli ricordiamo continuamente che se non indosseranno subito le scarpe gli verrà la febbre; se non mettono le pantofole gli scoppierà il raffreddore.
E noi, giù a incarcerare i loro magnifici piedini che tanto cresceranno bene solo se lasciati liberi di toccare la terra.

Quando il bambino comincia a camminare il piede non è ancora ben sviluppato e per la sua estrema lassità tende ad appiattirsi e a cedere medialmente.
In questo periodo, allora, la marcia a piedi nudi rappresenta uno dei metodi più efficaci per promuovere un corretto sviluppo del piede. Questo avviene specialmente se il bambino cammina su un terreno accidentato e vario (sabbia, prato, terra, sassi), mentre il camminare a piedi nudi su un terreno liscio (tipo il pavimento di casa) offre una minore stimolazione al piede ma - è bene sottolineare - non fa ammalare il bambino. Nessun raffreddore camminando a piedi nudi!
Il piede diventa un organo di movimento e pertanto occorrono delle scarpe che, rispettandone l’anatomia, lo proteggano da agenti atmosferici e dalle asperità del terreno. Questo è l'unico motivo dell'esistenza e della necessità della scarpa e non perché aiuti a far crescere bene il piede!
La calzatura deve rappresentare un valido sostegno per il piede senza però “costringerlo”, ma lasciandogli la più ampia possibilità di movimento.



Camminare a piedi nudi aiuta a proteggere la salute. In realtà la prova scientifica definitiva che la pratica di girovagare scalzi possa essere salutare non è ancora arrivata, ma i sostenitori di quest'abitudine non mancano e giustificano il loro tifo con diversi effetti positivi a livello di benessere personale.

Secondo Heidi Fiscus, sostenitrice del cosiddetto “barefooting” e “camminatrice scalza a tempo pieno” sarebbero almeno 11. Heidi riporta prima di tutto un beneficio in termini di miglioramento dell'equilibrio, per poi proseguire con la possibilità di sentirsi fisicamente e mentalmente connessi alla Terra, il rafforzamento dei piedi e delle loro dita, un miglioramento della salute dei piedi (non più alle prese con calli e ispessimenti causati dalle calzature), l'aumento delle energie a disposizione per affrontare la giornata, la riduzione dello stress, un maggiore senso di libertà fisico e mentale, il mantenimento di una postura quasi perfetta, la vittoria contro il mal di schiena, il miglioramento della circolazione sanguigna e una maggiore consapevolezza dei cinque sensi.

Isaac Eliaz, medico e ricercatore esperto di medicina complementare, sottolinea come “non ci sono benefici provati del camminare a piedi scalzi”. Tuttavia, aggiunge l'esperto, “raccomando di passeggiare spesso nella natura”. Aspetto cruciale della questione sarebbe infatti camminare sì a piedi nudi, ma su una superficie naturale, come la terra, l'erba o la sabbia. Alcuni studi, spiega infatti Eliaz, “stanno dimostrando che i benefici per la salute derivano dalla relazione tra il nostro corpo e gli elettroni nella Terra. Il pianeta – precisa l'esperto – ha la sua propria carica naturale, e sembra che stiamo meglio quando siamo in diretto contatto con lui”.

Non resta che provare per credere, magari iniziando abbandonando le ciabatte quando si è in casa, senza però poi dimenticare di farsi anche una bella passeggiata a piedi nudi sull'erba.



Camminare a piedi nudi è una pratica antica, ancestrale, benefica e sempre più diffusa. Certo, c’è una vera tribù mondiale di barefooters che non metterebbe un paio di scarpe per nulla al mondo e c’è chi cammina scalzo per piacere e benessere non appena può. Il che, indubbiamente, procura molteplici benefici.

Intanto ovviamente la sensibilità ritrovata negli arti inferiori: togliete scarpe e calze, camminate per un giorno intero a piedi nudi, e sentirete muscoli dell’arco plantare, delle tibie e degli stabilizzatori della caviglia che non immaginavate di avere. Poi la postura riacquista il suo natura equilibrio, viziato da rialzi e drop assortiti (per non parlare di tacchi e plateu, ma questo è un altro discorso).

Secondo i praticanti dell’earthing e del grounding, camminare a piedi nudi a contatto con il terreno permette anche di agevolare lo scambio dei radicali liberi tra la nostra pelle e gli elettroni che naturalmente si accumulano sulla superficie terrestre. E i radicali liberi sono i responsabili dell’invecchiamento cellulare, come ben sapete.

Secondo uno studio dell’Università della California Irvine camminare a piedi nudi migliora anche la fluidità del sangue e la circolazione, diminuendo così i rischi cardiovascolari come infarto e ictus. E sempre secondo lo stesso studio il contatto diretto con la terra avrebbe anche altri benefici effetti come la diminuzione dei disturbi del sonno, di dolori muscolari e articolari di vario genere, di artrite, diabete e asma.

Insomma, a parte qualche graffietto alla pianta dei piedi, camminare a piedi nudi può solo far del bene, tanto che sono nate anche vere e proprie associazioni (come i pionieri di Nati Scalzi, attivi fin dal 1999, ma anche Giorgio Curreli promotore di Vivere Scalzo) e pure dei veri e propri percorsi sensoriali, più o meno lunghi, per invitare alla pratica del gimnopodismo in funzione del wellness.



LEGGI ANCHE : http://cipiri8.blogspot.it/2015/08/motivi-per-stare-scalzi-in-casa.html



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mercoledì 5 agosto 2015

IL PARTO CESAREO

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La storia del taglio cesareo è antichissima. Una delle prime testimonianze scritte è una legge romana che prevedeva l'estrazione del feto dalle donne morte. Per molti secoli esso fu fatto solo sulla donna morta con lo scopo di salvare il bambino. Il primo taglio cesareo su donna viva fu fatto dal francese François Rousset, medico del Duca di Savoia nel 1581; da allora il taglio cesareo ha subìto qualche modifica col passare degli anni, ma si svolge prevalentemente su donna viva.

Comunemente si attribuisce l'origine del termine alla particolarità della nascita di Giulio Cesare, ma è un falso storico dato che la madre Aurelia Cotta morì anni dopo aver dato alla luce il figlio. La parola cesareo deriva dal verbo latino 'tagliare', caedo, -ere, caesus sum, IPA 'kae-do, 'kae-sus sum) e quindi è il cognome "Caesar" che potrebbe derivare, secondo il racconto di Plinio il Vecchio, dal fatto che un antenato di Cesare nacque dall'utero tagliato (caeso).

Il primo taglio cesareo moderno fu eseguito dal chirurgo britannico James Barry a Città del Capo in Sudafrica, il 25 luglio 1826.

I primi riferimenti certi al taglio cesareo si hanno attorno al 1700, anche se sono segnalati da fonti storiche certe o meno, interventi di estrazione del feto dall'addome in epoca antichissima (antico Egitto ed impero romano). Il primo trattato medico che accennava a questo tipo di intervento risale al 1581.

Nel 1700 il parto era un evento assolutamente "casalingo", non medicalizzato (anche perché di medicina a quell'epoca ce n'era pochissima) e molto frequente (oggi le donne partoriscono molto meno delle nostre antenate). Si partoriva a casa. Gli ospedali erano poco più che istituti di ricovero ed il parto non era certo un evento da mescolare con i malati di peste o di cancro, che giacevano in ambienti che di medico avevano ben poco, tanto che gli ospedali erano quasi tutti riservati alle classi povere che non potevano permettersi una levatrice a domicilio o addirittura a ragazze con figli illegittimi che in ospedale "nascondevano" quel "frutto del peccato".

Per capire cosa significasse pensare di "aprire" un addome per estrarre un bambino forse basterà riflettere sul fatto che non solo non esistevano gli antibiotici e l'anestesia come la conosciamo oggi ma lo stesso concetto di "asepsi" (eliminazione delle fonti di infezione) era qualcosa di assolutamente sconosciuto. La descrizione di un reparto di ostetricia del 1800, quando la "febbre puerperale" (oggi la chiamiamo endometrite che poi diventa setticemia, un'infezione dell'utero che si diffondeva in tutto il corpo), mieteva vittime continuamente, a decine al giorno. L'odore dell'infezione accoglieva i visitatori di tutti i reparti di ostetricia dei tempi e non c'erano metodi per impedirne la diffusione. La canfora (un olio dal forte odore di petrolio) era considerato un buon rimedio perché alcuni professori tedeschi avevano notato come le donne, dopo averla odorata, accennavano un sorriso e distendevano i lineamenti del volto sofferente. Quindi morivano. Era almeno (secondo i medici dell'epoca) una morte serena. Questo può farci capire meglio perché, se già il parto spontaneo era un'incognita, il cesareo lo fosse ancora di più.



Non si conosceva un modo per evitare le complicazioni, oltre all'assenza di antibiotici, gli stessi antidolorifici dell'epoca erano spesso più tossici che benefici, l'anestesia era agli albori, le conoscenze di anatomia erano limitate e così il taglio cesareo era un salto nel buio assoluto. Se una donna non poteva partorire (per anomalie della gravidanza o fisiche) o se vi era un pericolo di morte per lei o per il nascituro non c'era niente da fare. Una delle pochissime applicazioni del taglio cesareo era il tentativo (quasi sempre vano) di salvare un feto dopo la morte della madre e per questo l'intervento era, nella quasi totalità dei casi, "post mortem", a donna già deceduta, la "supremazia" della vita fetale derivava anche da una sorta di "intoccabilità" dei processi naturali, la morte della madre, pur tragica, rappresentava sempre una "normale conseguenza" di ciò che voleva la natura, a questo si aggiungeva il concetto che una donna "non capace" di partorire, fosse un inutile peso per la società, una persona improduttiva che, mancando, non toglieva nulla al mondo in cui viveva. Per motivi opposti ma finale identico, sono segnalati alcuni rarissimi casi di tentativo di cesareo fatto per salvare il neonato a discapito della donna in caso di eredi al trono o figli di nobili, come nel caso di Enrico VIII che volendo assicurarsi un erede maschio a cui cedere il trono, sacrificò tranquillamente la moglie facendola sottoporre a cesareo per far nascere il proprio figlio. Sorte opposta di Maria Luisa d'Asburgo, per la quale, lo stesso Napoleone Bonaparte si preoccupò, raccomandando all'ostetrico di trattare la donna non come una imperatrice ma come "una donna di strada", preoccupandosi di salvare prima di tutto la vita della donna, anche a discapito di quella del nascituro.

Questo ci fa capire come fosse scontato che un taglio cesareo fosse poco più di un tentativo di salvare una vita, l'altra (madre o feto) era da considerare persa.

Nel 1700 la tecnica era più che rudimentale (forse perché tanto non aveva grande utilità raffinare l'atto chirurgico quando le donne morivano per infezione dopo l'intervento), si credeva per esempio che le ferite si rimarginassero spontaneamente (specie quella dell'utero) e quindi non si suturava niente, si attendeva (invano, la donna moriva prima) che tutto si "richiudesse" da solo. Le cause di morte più frequenti erano l'infezione e l'emorragia.

I batteri che normalmente entrano nell'utero dopo l'intervento entravano facilmente nell'addome causando prima peritonite e poi setticemia che in un epoca di assenza di antibiotici significava morire tra atroci sofferenze. Non suturare l'utero inoltre causava un'emorragia quasi sempre imponente, che lasciava poche ore di vita alla donna. Ma ciò che impediva il progresso non era solo la mancanza di conoscenze, era anche un problema culturale. L'influenza della chiesa era notevole, "intervenire" sulla nascita era, per molti esponenti del clero, un atto "immondo", "contrario alle leggi naturali", la stessa presenza dell'uomo in un atto considerato totalmente femminile era vista come inopportuna e spesso vietata. Un noto chirurgo che dopo aver praticato un salasso ad una donna in procinto di partorire, si era attardato nella stanza del parto fu punito severamente e non erano rari i casi di ostetrici costretti a travestirsi in abiti femminili per poter prestare la propria opera supplicati dai famigliari di una donna in gravi condizioni nel post partum.

Siamo alla fine del 1700 quando iniziò a farsi strada l'idea che il taglio cesareo potesse servire non solo a tentare di salvare il bambino ma anche a salvare la madre, anzi, si fece strada l'idea fino a quel momento inusuale di prediligere la vita della madre considerando i gravi danni alla famiglia conseguenti alla sua eventuale morte ed inquadrando la morte del bambino, il sacrificio del nascituro, in una sorta di "legittima difesa", il male minore insomma. Parere diverso aveva la scuola francese: madre e figlio erano da considerare uguali ed il cesareo doveva servire a tentare di salvare una e l'altro.

Ma eravamo ancora lontani da ciò che si può chiamare "intervento chirurgico sicuro", considerando che alcuni degli interventi erano stati effettuati addirittura a casa della partoriente. A praticarlo erano i chirurghi, non gli ostetrici e fu uno di questi, Alfonso Corradi, a raccogliere in un volume i dati dei cesarei avvenuti in Italia, dal 1780 al 1875, in quasi un secolo 158 interventi. Nel 67,1% dei casi morì la madre, nel 15,2% il neonato, non a caso il taglio cesareo era definito "temibile" e chiamato dai chirurghi "la risorsa estrema". La maggioranza degli interventi erano eseguiti anche a scopo didattico, negli antiteatri delle università, davanti ad una folta platea di studenti, infermiere ed ostetriche.

Per migliorare gli esiti di questo temibile intervento, sembrava avere ottimi risultati il freddo, esporre la donna a temperature bassissime, anche sotto zero (Manuale di ostetricia, Balocchi, 1857)

La tecnica era ancora piuttosto rozza e lo fu nel 1800, fino alla sua fine, il taglio cesareo era praticato, secondo le varie scuole, anche con donna seduta, persino sveglia, quasi sempre stordita con l'etere. L'incisione sull'addome avveniva lateralmente, a volte obliquamente, a mani nude e bisturi poco affilati, gli operatori erano in 3 o 4 e spesso si operava in abiti borghesi (come per molti interventi chirurgici).

Passarono pochi anni e il giovane primario della clinica ostetrica dell'università di Pavia si trovò davanti ad un caso molto particolare, quello di Giulia Cavallini, ragazza venticinquenne affetta da rachitismo che oltre alla malformazione di arti ed altre ossa (era alta 1, 48 m.) presentava un bacino talmente anomalo da non permettere un parto spontaneo, il destino di madre e figlia (la donna aspettava una bambina) era segnato e purtroppo non sarebbe stato esente da sofferenze estreme. Il chirurgo si chiamava Edoardo Porro, già medico di guerra, si era consultato con altri docenti ed ostetrici esperti, resosi conto della situazione senza uscita cercava un modo per risolverla evitando la morte di madre e nascituro. Ebbe un'intuizione. In una situazione come quella c'era poco spazio per i tecnicismi e Porro ideò una tecnica che avrebbe potuto prevenire le due principali cause di morte (infezione ed emorragia). Per fare questo era necessario rimuovere l'utero della ragazza (e fu questo, il renderla sterile, che infuocò le polemiche, soprattutto del clero locale) ma l'idea era geniale, le due idee che rendevano unico l'intervento consentivano di impedire l'emorragia e l'infezione. E così fu.

L'intervento avvenne il 21 maggio 1876, a Pavia, tra i timori del chirurgo e la perplessità dei colleghi più anziani.

Ad intervento finito, dopo 43 minuti, Porro si asciugò il sudore, si pulì le mani ed uscì dalla sala, senza dire una parola.

Recuperata la coscienza Giulia chiese di vedere la bambina e le fu concesso e così abbracciò la figlia, in ottime condizioni, due giorni dopo. Il 24 maggio Giulia potè assaggiare, per la prima volta dopo il parto, della carne e del vino. Fu ad inizio giugno che Maria Alessandrina Dell'Acqua, figlia di Giulia, fu battezzata, era in perfetta salute. Per qualche giorno Porro ebbe delle preoccupazioni, la donna,  nonostante tutto fosse andato bene, presentava saltuarie crisi di febbre, poi momenti di delirio ed agitazione. Porro pensò allora di isolarla dalle altre pazienti, somministrarle dei tonici e ricostituenti e le crisi migliorarono fino a scomparire in pochi giorni. Ma dopo un periodo di pace, Giulia tornò a non stare bene, pallida, debolissima, presentava spesso febbre la sera. Sottoposta alle cure dei tempi (stregonerie, niente di più, come il fiele bovino e l'olio di ricino) sembrava non riprendersi e questo scoraggiava Porro che sentiva le critiche al suo intervento aumentare con i giorni. Dopo un mese di degenza si decise di trasferire la ragazza a Milano. Il viaggio non causò problemi particolari ed anzi, nei giorni seguenti, migliorò il suo aspetto e l'appetito e scomparirono le febbri serali. Furono somministrati chinino e ferro come ricostituenti, Giulia ormai era in piedi, camminava correttamente e senza alcun disturbo. Erano passati più di 40 giorni ed era viva e vegeta.

Fu la prima donna, in Italia, a sopravvivere con il neonato, dopo un taglio cesareo.

L'intervento di Edoardo Porro, un'innovazione straordinaria, soprattutto visti i risultati, non mancò di scaternare polemiche e, visto che non si poteva attaccare sul piano tecnico (l'intervento era riuscito), quasi tutte le critiche furono sul piano morale. La chiesa locale criticò l'aver reso sterile la giovane donna definendo "immorale" quell'intervento ma il vescovo di Pavia disse che aver salvato due vite è sempre un atto di altissimo valore morale, d'altronde la chiesa, non accettava la castrazione dei giovani destinati ai cori di voci bianche? Molti colleghi di Porro lo criticarono per i rischi a cui aveva sottoposto la paziente (che però era viva...) altri appoggiarono la scelta del primario di Pavia, in diversi congressi fu egli stesso a spiegarla causando pareri discordanti ma in maggioranza entusiasti, qualcuno insinuò che Porro avesse "copiato" la sua tecnica da altre esistenti ma lo scienziato rispondeva e ribatteva punto per punto, finché le critiche fecero spazio all'ammirazione, visto che nessuno era riuscito a raggiungere i suoi risultati.

La tecnica di Porro, anzi il "taglio cesareo secondo Porro" cominciò presto a diffondersi, diventando uno degli interventi più praticati in Europa e salvando centinaia di vite appena nate o mamme in gravidanza.
Da quel momento in poi ci fu un salto che ci porta direttamente al 1900, quando la svolta assoluta arrivò con la scoperta degli antibiotici. Furono questi ad evitare la strage di puerpere dopo il parto, permisero anche di affinare le tecniche e di rendere il taglio cesareo un intervento non particolarmente difficile e che consente altissime percentuali di sopravvivenza a madre e figlio. Non per niente, oggi, il cesareo è considerato un intervento salvavita, l'esatto opposto dei tempi delle nostre nonne.



Prevede un’incisione cutanea trasversale di circa 10-15 cm, nel basso addome, circa 2 cm sopra il pube, anche se certe tecniche prevedono un’incisione alta, circa a metà strada tra pube e ombelico. I muscoli addominali non vengono recisi ma solo divaricati longitudinalmente, l’utero viene sezionato per permettere la fuoriuscita del feto e della placenta. A seguire si controlla il sanguinamento e si suturano tutti gli strati con fili riassorbibili tranne la cute su cui vengono generalmente apposte clips metalliche che vengono rimosse circa una settimana dopo.
L’intervento viene eseguito in anestesia spinale: ovvero mamma sveglia, con solo le gambe e l’addome anestetizzati. Nel caso si debba eseguire un taglio cesareo urgente invece si procede ad anestesia generale, essendo più rapida della spinale.

Primo, tra i vantaggi di un taglio cesareo, è che si evita il dolore delle contrazioni del travaglio. Il travaglio di una donna che partorisce per la prima volta può durante anche 10-12 ore, per cui la mamma arriva sfinita al parto. In caso di taglio cesareo invece non si avverte dolore durante l’intervento grazie all’anestesia. Il dolore dopo il parto invece è più intenso e duraturo dopo il cesareo: la donna deve stare a letto per 12-24 ore, con le flebo e con il catetere vescicale.

Con il parto spontaneo le contrazioni cessano subito dopo l’espulsione del feto, e il dolore viene sostituito da una sensazione di stanco e soddisfatto benessere. Dopo poche ore la mamma si muove senza problemi e non ha generalmente bisogno di antidolorifici a meno che non sia stato necessario suturare lacerazioni vaginali. Questo tipo di lesioni vengono evitate in caso di taglio cesareo dove le vie genitali non vengono toccate.

Essendo il taglio cesareo un intervento chirurgico, viene eseguito in sala operatoria: ciò significa che il papà non può assistere al parto e la mamma può vedere il neonato al momento della nascita; subito dopo il bambino viene affidato alle cure del pediatra che lo porta al nido per sottoporlo a visita di controllo.

Se una donna viene sottoposta ad un taglio cesareo, per una gravidanza successiva si può tentare un parto spontaneo; nel caso di più tagli cesarei invece è obbligatorio eseguire un nuovo taglio cesareo. Bisogna tener conto però del fatto che 3 o 4 tagli cesarei lasciano delle cicatrici interne che spesso rendono sempre più difficoltoso e rischioso un altro intervento chirurgico.

Anche per il neonato il taglio cesareo ha vantaggi e svantaggi. Si evita il passaggio del feto nel canale del parto, attraverso vagina e vulva, una strada stretta che lo comprime un po’: dopo poche ore però il gonfiore e l’allungamento dei tessuti molli della testa regrediscono e la testa del neonato torna bella tonda. D’altra parte però le contrazioni del travaglio che non si hanno nel taglio cesareo inducono una condizione di stress che aiuta la maturazione dei polmoni del feto, l’organo che matura nell’ultimo periodo della gravidanza. Questo evento riveste un’importanza maggiore per i parti prima del termine quando davvero i polmoni sono più immaturi e ogni stimolo alla maturazione protegge il bambino dalla sindrome da distress respiratorio.

Per molti anni il taglio cesareo ebbe un successo anche eccessivo, il fatto di essersi trasformato in intervento sicuro ed efficace (oggi la mortalità materna per cause legate all'intervento si avvicina allo 0%) ne ha causato anche un abuso, ogni piccolo dubbio o problema legato alla gravidanza ed al parto poteva essere risolto "comodamente" con un taglio cesareo. Vero, se non fosse che si tratta in ogni caso di un intervento chirurgico e che, è dimostrato, ha sicuramente più rischi di un normale parto spontaneo. In Italia la situazione è complessa. Se abbiamo una media di cesarei di circa il 35% (quella ritenuta adeguata è attorno al 20%), questo risultato è dovuto a situazioni opposte: "estreme" in certe regioni (oltre il 50% di cesarei) ed ottime in altre (meno del 15%).
Per questo negli ultimi anni si sta cercando di rendere il taglio cesareo ciò che deve essere oggi, una buona opportunità, un ottimo modo per salvare una madre o un bambino ma senza esagerare, c'è se serve e serve se dobbiamo salvare una vita.

Le condizioni che favoriscono il ricorso al TC sono:

età superiore a 35 anni
precedenti esperienze di TC
gravidanza gemellare
presentazione podalica
peso fetale stimato superiore a 4000 g o inferiore a 2500 g
Le condizioni che invece proteggono dal ricorso al TC sono:

pluriparità senza precedenti esperienze di TC
partecipazione a corsi di preparazione alla nascita
presenza di una persona di riferimento in sala travaglio
scelta di una struttura pubblica come luogo del parto

Il taglio cesareo si rende necessario in tutte quelle occasioni in cui un parto per via vaginale è impossibile o presenta rischi (per la madre o il bambino) maggiori rispetto alla via addominale.

Le indicazioni all'effettuazione del taglio cesareo possono essere relative a problemi fetali (ad esempio sofferenza fetale, distacco intempestivo di placenta, ecc.), o a problemi materni (gestosi, diabete, nefropatie, ecc.). Spesso possono coesistere nello stesso caso più motivazioni simultaneamente. Non costituisce motivazione per un cesareo il pregresso cesareo. In questo caso l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, in inglese WHO) raccomanda il parto vaginale dopo cesareo (cosiddetto VBAC: vaginal birth after cesarean).

Si raggruppano sotto il termine di "distocia" tutte quelle condizioni che comportano un'anomalia nello svolgimento del parto. Pertanto mentre un parto che si svolge normalmente, in assenza di complicazione viene definito "eutocico" (dal greco "eu": bene e tekein:generare), un parto che si svolge con delle complicazioni si definisce "distocico" (dal greco "dis": difficile).

Nell'espletamento del parto possono presentarsi diversi tipi di problemi o di "distocie".

Si tratta di anomalie delle contrazioni uterine, caratterizzate dalla presenza di contrazioni irregolari per intensità, o incoordinate. Per effetto di tale situazione si va incontro solitamente a un rallentamento o arresto della dilatazione del collo dell'utero, o a una rallentata o mancata discesa della testa fetale nel bacino materno. Spesso tale problema può essere corretto con l'impiego di farmaci (ad esempio l'ossitocina), o praticando la rottura artificiale del sacco amniotico (se ciò non si è già verificato spontaneamente). Talora un travaglio rallentato nella sua evoluzione per effetto di una distocia può trarre giovamento dall'analgesia peridurale. Se queste procedure non hanno risultato può rendersi necessario l'espletamento del parto mediante taglio cesareo.

Con il termine di "presentazione" ci si riferisce alla parte fetale che si confronta con il bacino materno in occasione del parto.

Per presentazione "cefalica" si intende che il feto si presenta con la testa all'ingresso del bacino materno. Questa presentazione si verifica nel 95% dei parti a termine.

Per presentazione "podalica" si intende che il feto si presenta all'ingresso del bacino materno con le natiche. Tale presentazione si verifica nel 4% dei parti a termine.

In casi più rari a termine di gravidanza il feto può trovarsi in situazione trasversale, cioè con la testa verso un fianco materno e con le natiche verso il fianco opposto. Quanto il feto si trova in questa situazione, la sua parte che si presenta all'ingresso del bacino è una spalla; pertanto in questa circostanza si parla di presentazione "di spalla".

Di queste tre presentazioni (cefalica, podalica, di spalla) viene considerata fisiologica solo la presentazione cefalica, mentre vengono considerate anomale la presentazione podalica e la presentazione di spalla.

In caso di presentazione di spalla, il parto per via vaginale è impossibile, non potendo ovviamente il feto percorrere il bacino materno in posizione trasversale; pertanto la presentazione di spalla è una indicazione assoluta all'espletamento del parto mediante taglio cesareo.

In caso di presentazione podalica il parto per via vaginale non è impossibile, ma comporta maggiori rischi fetali; per questo motivo abitualmente si preferisce alla via vaginale il parto mediante taglio cesareo.

Nel corso del travaglio di parto il benessere fetale viene valutato soprattutto con il monitoraggio cardiotocografico. Ciò consiste nella registrazione mediante un apparecchio a ultrasuoni (il cardiotocografo) dell'attività cardiaca fetale. Questa viene visualizzata su un display solitamente disposto sul pannello frontale dell'apparecchio, e contemporaneamente stampata su un tracciato. Contemporaneamente con un altro trasduttore appoggiato sull'addome materno si registrano le contrazioni uterine, valutando così la loro frequenza e intensità. La valutazione dell'attività cardiaca fetale, e soprattutto il suo comportamento in relazione alle contrazioni uterine, fornisce indicazioni sul benessere fetale in travaglio. Qualora il monitoraggio cardiotocografico fornisse informazioni non rassicuranti riguardo al benessere fetale, rivalutato tutto il contesto della situazione (epoca di gravidanza, sviluppo fetale, preesistenza di eventuali patologie, ad esempio ipertensione, eventuale meconio nel liquido amniotico, entità della dilatazione del collo dell'utero in quel momento, ecc.) potrebbe rendersi necessario accelerare i tempi dell'espletamento del parto. A seconda della situazione, da valutare in ogni singolo caso, può presentarsi l'indicazione all'espletamento del parto mediante taglio cesareo.

Il pregresso taglio cesareo, pur non essendo di per sé un'indicazione assoluta alla ripetizione del taglio cesareo, rappresenta, insieme alla distocia, la causa più frequente di taglio cesareo.

Va tenuto conto che l'utero della donna che ha già subito un taglio cesareo presenta una cicatrice che, come tutti i tessuti cicatriziali, ha una minore elasticità in confronto a un tessuto sano. Pertanto la donna che ha già avuto un precedente taglio cesareo, in una gravidanza successiva presenta, almeno sul piano teorico, un rischio di rottura d'utero. Tale rischio è significativo soprattutto in caso di precedente taglio cesareo eseguito con incisione longitudinale sul corpo dell'utero; nella quasi totalità del casi si esegue una incisione uterina trasversale bassa. Tenendo conto comunque dell'esistenza della cicatrice, e considerata questa come un punto di minor resistenza, qualora si scelga la via di un parto vaginale, solitamente ci si astiene da un'induzione farmacologica del parto, per evitare una eventuale stimolazione eccessiva delle contrazioni. Pertanto nella donna con un pregresso taglio cesareo si preferisce attendere l'insorgenza spontanea del travaglio.

In genere è sconsigliato il parto vaginale se si è di fronte a un bambino con una crescita superiore alla media, potendosi in questo caso prevedere la possibilità di un parto vaginale difficoltoso. Parimenti si sconsiglia il parto vaginale se in passato vi sono stati più di due tagli cesarei.

Sono infine da considerare due condizioni necessarie fondamentali per poter seguire la scelta del parto vaginale:

considerata la maggiore probabilità di dover effettuare durante il travaglio un taglio cesareo urgente, la struttura ospedaliera deve essere in grado (per struttura e personale) di effettuare un taglio cesareo in emergenza;
consenso della paziente al parto vaginale.
La rottura di utero, anche nelle strutture in grado di effettuare un taglio cesareo in emergenza, può avere come conseguenza la morte fetale, la perdita dell'utero, la morte materna.

La gravidanza gemellare rappresenta l'1% di tutte le gravidanze.
In questi ultimi anni vi è una tendenza all'aumento del numero delle gravidanze gemellari in conseguenza della maggiore diffusione delle tecniche di fecondazione assistita.

Nel caso di gravidanza gemellare, con ambedue i gemelli in posizione cefalica e un'epoca gestazionale adeguata (almeno 34 settimane), è generalmente riconosciuta la sicurezza del parto per via vaginale, mentre il TC dovrebbe essere riservato ai casi di sproporzione feto-pelvica o di stress fetale.

Nel caso in cui il primo gemello fosse in posizione podalica, già questo di per sé, pur prescindendo dalla gemellarità, costituisce un'indicazione al taglio cesareo.

Nel caso di presentazione podalica o trasversale del secondo gemello, con il primo in presentazione cefalica, oggi si ritiene preferibile ricorrere al taglio cesareo. Infatti dopo la nascita per via vaginale del primo potrebbero esservi complicazioni per la nascita del secondo gemello in presentazione anomala. Per evitare tali complicazioni si preferisce oggi espletare il parto mediante taglio cesareo in tutte le gravidanze gemellari in cui i bambini non siano entrambi in presentazione cefalica.

Possono esservi numerose altre indicazioni all'effettuazione del taglio cesareo: placenta praevia, distacco intempestivo di placenta, infezioni materne, patologie cardiovascolari, patologie respiratore, patologie renali, diabete e altre.




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