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mercoledì 5 agosto 2015

IL PARTO CESAREO

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La storia del taglio cesareo è antichissima. Una delle prime testimonianze scritte è una legge romana che prevedeva l'estrazione del feto dalle donne morte. Per molti secoli esso fu fatto solo sulla donna morta con lo scopo di salvare il bambino. Il primo taglio cesareo su donna viva fu fatto dal francese François Rousset, medico del Duca di Savoia nel 1581; da allora il taglio cesareo ha subìto qualche modifica col passare degli anni, ma si svolge prevalentemente su donna viva.

Comunemente si attribuisce l'origine del termine alla particolarità della nascita di Giulio Cesare, ma è un falso storico dato che la madre Aurelia Cotta morì anni dopo aver dato alla luce il figlio. La parola cesareo deriva dal verbo latino 'tagliare', caedo, -ere, caesus sum, IPA 'kae-do, 'kae-sus sum) e quindi è il cognome "Caesar" che potrebbe derivare, secondo il racconto di Plinio il Vecchio, dal fatto che un antenato di Cesare nacque dall'utero tagliato (caeso).

Il primo taglio cesareo moderno fu eseguito dal chirurgo britannico James Barry a Città del Capo in Sudafrica, il 25 luglio 1826.

I primi riferimenti certi al taglio cesareo si hanno attorno al 1700, anche se sono segnalati da fonti storiche certe o meno, interventi di estrazione del feto dall'addome in epoca antichissima (antico Egitto ed impero romano). Il primo trattato medico che accennava a questo tipo di intervento risale al 1581.

Nel 1700 il parto era un evento assolutamente "casalingo", non medicalizzato (anche perché di medicina a quell'epoca ce n'era pochissima) e molto frequente (oggi le donne partoriscono molto meno delle nostre antenate). Si partoriva a casa. Gli ospedali erano poco più che istituti di ricovero ed il parto non era certo un evento da mescolare con i malati di peste o di cancro, che giacevano in ambienti che di medico avevano ben poco, tanto che gli ospedali erano quasi tutti riservati alle classi povere che non potevano permettersi una levatrice a domicilio o addirittura a ragazze con figli illegittimi che in ospedale "nascondevano" quel "frutto del peccato".

Per capire cosa significasse pensare di "aprire" un addome per estrarre un bambino forse basterà riflettere sul fatto che non solo non esistevano gli antibiotici e l'anestesia come la conosciamo oggi ma lo stesso concetto di "asepsi" (eliminazione delle fonti di infezione) era qualcosa di assolutamente sconosciuto. La descrizione di un reparto di ostetricia del 1800, quando la "febbre puerperale" (oggi la chiamiamo endometrite che poi diventa setticemia, un'infezione dell'utero che si diffondeva in tutto il corpo), mieteva vittime continuamente, a decine al giorno. L'odore dell'infezione accoglieva i visitatori di tutti i reparti di ostetricia dei tempi e non c'erano metodi per impedirne la diffusione. La canfora (un olio dal forte odore di petrolio) era considerato un buon rimedio perché alcuni professori tedeschi avevano notato come le donne, dopo averla odorata, accennavano un sorriso e distendevano i lineamenti del volto sofferente. Quindi morivano. Era almeno (secondo i medici dell'epoca) una morte serena. Questo può farci capire meglio perché, se già il parto spontaneo era un'incognita, il cesareo lo fosse ancora di più.



Non si conosceva un modo per evitare le complicazioni, oltre all'assenza di antibiotici, gli stessi antidolorifici dell'epoca erano spesso più tossici che benefici, l'anestesia era agli albori, le conoscenze di anatomia erano limitate e così il taglio cesareo era un salto nel buio assoluto. Se una donna non poteva partorire (per anomalie della gravidanza o fisiche) o se vi era un pericolo di morte per lei o per il nascituro non c'era niente da fare. Una delle pochissime applicazioni del taglio cesareo era il tentativo (quasi sempre vano) di salvare un feto dopo la morte della madre e per questo l'intervento era, nella quasi totalità dei casi, "post mortem", a donna già deceduta, la "supremazia" della vita fetale derivava anche da una sorta di "intoccabilità" dei processi naturali, la morte della madre, pur tragica, rappresentava sempre una "normale conseguenza" di ciò che voleva la natura, a questo si aggiungeva il concetto che una donna "non capace" di partorire, fosse un inutile peso per la società, una persona improduttiva che, mancando, non toglieva nulla al mondo in cui viveva. Per motivi opposti ma finale identico, sono segnalati alcuni rarissimi casi di tentativo di cesareo fatto per salvare il neonato a discapito della donna in caso di eredi al trono o figli di nobili, come nel caso di Enrico VIII che volendo assicurarsi un erede maschio a cui cedere il trono, sacrificò tranquillamente la moglie facendola sottoporre a cesareo per far nascere il proprio figlio. Sorte opposta di Maria Luisa d'Asburgo, per la quale, lo stesso Napoleone Bonaparte si preoccupò, raccomandando all'ostetrico di trattare la donna non come una imperatrice ma come "una donna di strada", preoccupandosi di salvare prima di tutto la vita della donna, anche a discapito di quella del nascituro.

Questo ci fa capire come fosse scontato che un taglio cesareo fosse poco più di un tentativo di salvare una vita, l'altra (madre o feto) era da considerare persa.

Nel 1700 la tecnica era più che rudimentale (forse perché tanto non aveva grande utilità raffinare l'atto chirurgico quando le donne morivano per infezione dopo l'intervento), si credeva per esempio che le ferite si rimarginassero spontaneamente (specie quella dell'utero) e quindi non si suturava niente, si attendeva (invano, la donna moriva prima) che tutto si "richiudesse" da solo. Le cause di morte più frequenti erano l'infezione e l'emorragia.

I batteri che normalmente entrano nell'utero dopo l'intervento entravano facilmente nell'addome causando prima peritonite e poi setticemia che in un epoca di assenza di antibiotici significava morire tra atroci sofferenze. Non suturare l'utero inoltre causava un'emorragia quasi sempre imponente, che lasciava poche ore di vita alla donna. Ma ciò che impediva il progresso non era solo la mancanza di conoscenze, era anche un problema culturale. L'influenza della chiesa era notevole, "intervenire" sulla nascita era, per molti esponenti del clero, un atto "immondo", "contrario alle leggi naturali", la stessa presenza dell'uomo in un atto considerato totalmente femminile era vista come inopportuna e spesso vietata. Un noto chirurgo che dopo aver praticato un salasso ad una donna in procinto di partorire, si era attardato nella stanza del parto fu punito severamente e non erano rari i casi di ostetrici costretti a travestirsi in abiti femminili per poter prestare la propria opera supplicati dai famigliari di una donna in gravi condizioni nel post partum.

Siamo alla fine del 1700 quando iniziò a farsi strada l'idea che il taglio cesareo potesse servire non solo a tentare di salvare il bambino ma anche a salvare la madre, anzi, si fece strada l'idea fino a quel momento inusuale di prediligere la vita della madre considerando i gravi danni alla famiglia conseguenti alla sua eventuale morte ed inquadrando la morte del bambino, il sacrificio del nascituro, in una sorta di "legittima difesa", il male minore insomma. Parere diverso aveva la scuola francese: madre e figlio erano da considerare uguali ed il cesareo doveva servire a tentare di salvare una e l'altro.

Ma eravamo ancora lontani da ciò che si può chiamare "intervento chirurgico sicuro", considerando che alcuni degli interventi erano stati effettuati addirittura a casa della partoriente. A praticarlo erano i chirurghi, non gli ostetrici e fu uno di questi, Alfonso Corradi, a raccogliere in un volume i dati dei cesarei avvenuti in Italia, dal 1780 al 1875, in quasi un secolo 158 interventi. Nel 67,1% dei casi morì la madre, nel 15,2% il neonato, non a caso il taglio cesareo era definito "temibile" e chiamato dai chirurghi "la risorsa estrema". La maggioranza degli interventi erano eseguiti anche a scopo didattico, negli antiteatri delle università, davanti ad una folta platea di studenti, infermiere ed ostetriche.

Per migliorare gli esiti di questo temibile intervento, sembrava avere ottimi risultati il freddo, esporre la donna a temperature bassissime, anche sotto zero (Manuale di ostetricia, Balocchi, 1857)

La tecnica era ancora piuttosto rozza e lo fu nel 1800, fino alla sua fine, il taglio cesareo era praticato, secondo le varie scuole, anche con donna seduta, persino sveglia, quasi sempre stordita con l'etere. L'incisione sull'addome avveniva lateralmente, a volte obliquamente, a mani nude e bisturi poco affilati, gli operatori erano in 3 o 4 e spesso si operava in abiti borghesi (come per molti interventi chirurgici).

Passarono pochi anni e il giovane primario della clinica ostetrica dell'università di Pavia si trovò davanti ad un caso molto particolare, quello di Giulia Cavallini, ragazza venticinquenne affetta da rachitismo che oltre alla malformazione di arti ed altre ossa (era alta 1, 48 m.) presentava un bacino talmente anomalo da non permettere un parto spontaneo, il destino di madre e figlia (la donna aspettava una bambina) era segnato e purtroppo non sarebbe stato esente da sofferenze estreme. Il chirurgo si chiamava Edoardo Porro, già medico di guerra, si era consultato con altri docenti ed ostetrici esperti, resosi conto della situazione senza uscita cercava un modo per risolverla evitando la morte di madre e nascituro. Ebbe un'intuizione. In una situazione come quella c'era poco spazio per i tecnicismi e Porro ideò una tecnica che avrebbe potuto prevenire le due principali cause di morte (infezione ed emorragia). Per fare questo era necessario rimuovere l'utero della ragazza (e fu questo, il renderla sterile, che infuocò le polemiche, soprattutto del clero locale) ma l'idea era geniale, le due idee che rendevano unico l'intervento consentivano di impedire l'emorragia e l'infezione. E così fu.

L'intervento avvenne il 21 maggio 1876, a Pavia, tra i timori del chirurgo e la perplessità dei colleghi più anziani.

Ad intervento finito, dopo 43 minuti, Porro si asciugò il sudore, si pulì le mani ed uscì dalla sala, senza dire una parola.

Recuperata la coscienza Giulia chiese di vedere la bambina e le fu concesso e così abbracciò la figlia, in ottime condizioni, due giorni dopo. Il 24 maggio Giulia potè assaggiare, per la prima volta dopo il parto, della carne e del vino. Fu ad inizio giugno che Maria Alessandrina Dell'Acqua, figlia di Giulia, fu battezzata, era in perfetta salute. Per qualche giorno Porro ebbe delle preoccupazioni, la donna,  nonostante tutto fosse andato bene, presentava saltuarie crisi di febbre, poi momenti di delirio ed agitazione. Porro pensò allora di isolarla dalle altre pazienti, somministrarle dei tonici e ricostituenti e le crisi migliorarono fino a scomparire in pochi giorni. Ma dopo un periodo di pace, Giulia tornò a non stare bene, pallida, debolissima, presentava spesso febbre la sera. Sottoposta alle cure dei tempi (stregonerie, niente di più, come il fiele bovino e l'olio di ricino) sembrava non riprendersi e questo scoraggiava Porro che sentiva le critiche al suo intervento aumentare con i giorni. Dopo un mese di degenza si decise di trasferire la ragazza a Milano. Il viaggio non causò problemi particolari ed anzi, nei giorni seguenti, migliorò il suo aspetto e l'appetito e scomparirono le febbri serali. Furono somministrati chinino e ferro come ricostituenti, Giulia ormai era in piedi, camminava correttamente e senza alcun disturbo. Erano passati più di 40 giorni ed era viva e vegeta.

Fu la prima donna, in Italia, a sopravvivere con il neonato, dopo un taglio cesareo.

L'intervento di Edoardo Porro, un'innovazione straordinaria, soprattutto visti i risultati, non mancò di scaternare polemiche e, visto che non si poteva attaccare sul piano tecnico (l'intervento era riuscito), quasi tutte le critiche furono sul piano morale. La chiesa locale criticò l'aver reso sterile la giovane donna definendo "immorale" quell'intervento ma il vescovo di Pavia disse che aver salvato due vite è sempre un atto di altissimo valore morale, d'altronde la chiesa, non accettava la castrazione dei giovani destinati ai cori di voci bianche? Molti colleghi di Porro lo criticarono per i rischi a cui aveva sottoposto la paziente (che però era viva...) altri appoggiarono la scelta del primario di Pavia, in diversi congressi fu egli stesso a spiegarla causando pareri discordanti ma in maggioranza entusiasti, qualcuno insinuò che Porro avesse "copiato" la sua tecnica da altre esistenti ma lo scienziato rispondeva e ribatteva punto per punto, finché le critiche fecero spazio all'ammirazione, visto che nessuno era riuscito a raggiungere i suoi risultati.

La tecnica di Porro, anzi il "taglio cesareo secondo Porro" cominciò presto a diffondersi, diventando uno degli interventi più praticati in Europa e salvando centinaia di vite appena nate o mamme in gravidanza.
Da quel momento in poi ci fu un salto che ci porta direttamente al 1900, quando la svolta assoluta arrivò con la scoperta degli antibiotici. Furono questi ad evitare la strage di puerpere dopo il parto, permisero anche di affinare le tecniche e di rendere il taglio cesareo un intervento non particolarmente difficile e che consente altissime percentuali di sopravvivenza a madre e figlio. Non per niente, oggi, il cesareo è considerato un intervento salvavita, l'esatto opposto dei tempi delle nostre nonne.



Prevede un’incisione cutanea trasversale di circa 10-15 cm, nel basso addome, circa 2 cm sopra il pube, anche se certe tecniche prevedono un’incisione alta, circa a metà strada tra pube e ombelico. I muscoli addominali non vengono recisi ma solo divaricati longitudinalmente, l’utero viene sezionato per permettere la fuoriuscita del feto e della placenta. A seguire si controlla il sanguinamento e si suturano tutti gli strati con fili riassorbibili tranne la cute su cui vengono generalmente apposte clips metalliche che vengono rimosse circa una settimana dopo.
L’intervento viene eseguito in anestesia spinale: ovvero mamma sveglia, con solo le gambe e l’addome anestetizzati. Nel caso si debba eseguire un taglio cesareo urgente invece si procede ad anestesia generale, essendo più rapida della spinale.

Primo, tra i vantaggi di un taglio cesareo, è che si evita il dolore delle contrazioni del travaglio. Il travaglio di una donna che partorisce per la prima volta può durante anche 10-12 ore, per cui la mamma arriva sfinita al parto. In caso di taglio cesareo invece non si avverte dolore durante l’intervento grazie all’anestesia. Il dolore dopo il parto invece è più intenso e duraturo dopo il cesareo: la donna deve stare a letto per 12-24 ore, con le flebo e con il catetere vescicale.

Con il parto spontaneo le contrazioni cessano subito dopo l’espulsione del feto, e il dolore viene sostituito da una sensazione di stanco e soddisfatto benessere. Dopo poche ore la mamma si muove senza problemi e non ha generalmente bisogno di antidolorifici a meno che non sia stato necessario suturare lacerazioni vaginali. Questo tipo di lesioni vengono evitate in caso di taglio cesareo dove le vie genitali non vengono toccate.

Essendo il taglio cesareo un intervento chirurgico, viene eseguito in sala operatoria: ciò significa che il papà non può assistere al parto e la mamma può vedere il neonato al momento della nascita; subito dopo il bambino viene affidato alle cure del pediatra che lo porta al nido per sottoporlo a visita di controllo.

Se una donna viene sottoposta ad un taglio cesareo, per una gravidanza successiva si può tentare un parto spontaneo; nel caso di più tagli cesarei invece è obbligatorio eseguire un nuovo taglio cesareo. Bisogna tener conto però del fatto che 3 o 4 tagli cesarei lasciano delle cicatrici interne che spesso rendono sempre più difficoltoso e rischioso un altro intervento chirurgico.

Anche per il neonato il taglio cesareo ha vantaggi e svantaggi. Si evita il passaggio del feto nel canale del parto, attraverso vagina e vulva, una strada stretta che lo comprime un po’: dopo poche ore però il gonfiore e l’allungamento dei tessuti molli della testa regrediscono e la testa del neonato torna bella tonda. D’altra parte però le contrazioni del travaglio che non si hanno nel taglio cesareo inducono una condizione di stress che aiuta la maturazione dei polmoni del feto, l’organo che matura nell’ultimo periodo della gravidanza. Questo evento riveste un’importanza maggiore per i parti prima del termine quando davvero i polmoni sono più immaturi e ogni stimolo alla maturazione protegge il bambino dalla sindrome da distress respiratorio.

Per molti anni il taglio cesareo ebbe un successo anche eccessivo, il fatto di essersi trasformato in intervento sicuro ed efficace (oggi la mortalità materna per cause legate all'intervento si avvicina allo 0%) ne ha causato anche un abuso, ogni piccolo dubbio o problema legato alla gravidanza ed al parto poteva essere risolto "comodamente" con un taglio cesareo. Vero, se non fosse che si tratta in ogni caso di un intervento chirurgico e che, è dimostrato, ha sicuramente più rischi di un normale parto spontaneo. In Italia la situazione è complessa. Se abbiamo una media di cesarei di circa il 35% (quella ritenuta adeguata è attorno al 20%), questo risultato è dovuto a situazioni opposte: "estreme" in certe regioni (oltre il 50% di cesarei) ed ottime in altre (meno del 15%).
Per questo negli ultimi anni si sta cercando di rendere il taglio cesareo ciò che deve essere oggi, una buona opportunità, un ottimo modo per salvare una madre o un bambino ma senza esagerare, c'è se serve e serve se dobbiamo salvare una vita.

Le condizioni che favoriscono il ricorso al TC sono:

età superiore a 35 anni
precedenti esperienze di TC
gravidanza gemellare
presentazione podalica
peso fetale stimato superiore a 4000 g o inferiore a 2500 g
Le condizioni che invece proteggono dal ricorso al TC sono:

pluriparità senza precedenti esperienze di TC
partecipazione a corsi di preparazione alla nascita
presenza di una persona di riferimento in sala travaglio
scelta di una struttura pubblica come luogo del parto

Il taglio cesareo si rende necessario in tutte quelle occasioni in cui un parto per via vaginale è impossibile o presenta rischi (per la madre o il bambino) maggiori rispetto alla via addominale.

Le indicazioni all'effettuazione del taglio cesareo possono essere relative a problemi fetali (ad esempio sofferenza fetale, distacco intempestivo di placenta, ecc.), o a problemi materni (gestosi, diabete, nefropatie, ecc.). Spesso possono coesistere nello stesso caso più motivazioni simultaneamente. Non costituisce motivazione per un cesareo il pregresso cesareo. In questo caso l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, in inglese WHO) raccomanda il parto vaginale dopo cesareo (cosiddetto VBAC: vaginal birth after cesarean).

Si raggruppano sotto il termine di "distocia" tutte quelle condizioni che comportano un'anomalia nello svolgimento del parto. Pertanto mentre un parto che si svolge normalmente, in assenza di complicazione viene definito "eutocico" (dal greco "eu": bene e tekein:generare), un parto che si svolge con delle complicazioni si definisce "distocico" (dal greco "dis": difficile).

Nell'espletamento del parto possono presentarsi diversi tipi di problemi o di "distocie".

Si tratta di anomalie delle contrazioni uterine, caratterizzate dalla presenza di contrazioni irregolari per intensità, o incoordinate. Per effetto di tale situazione si va incontro solitamente a un rallentamento o arresto della dilatazione del collo dell'utero, o a una rallentata o mancata discesa della testa fetale nel bacino materno. Spesso tale problema può essere corretto con l'impiego di farmaci (ad esempio l'ossitocina), o praticando la rottura artificiale del sacco amniotico (se ciò non si è già verificato spontaneamente). Talora un travaglio rallentato nella sua evoluzione per effetto di una distocia può trarre giovamento dall'analgesia peridurale. Se queste procedure non hanno risultato può rendersi necessario l'espletamento del parto mediante taglio cesareo.

Con il termine di "presentazione" ci si riferisce alla parte fetale che si confronta con il bacino materno in occasione del parto.

Per presentazione "cefalica" si intende che il feto si presenta con la testa all'ingresso del bacino materno. Questa presentazione si verifica nel 95% dei parti a termine.

Per presentazione "podalica" si intende che il feto si presenta all'ingresso del bacino materno con le natiche. Tale presentazione si verifica nel 4% dei parti a termine.

In casi più rari a termine di gravidanza il feto può trovarsi in situazione trasversale, cioè con la testa verso un fianco materno e con le natiche verso il fianco opposto. Quanto il feto si trova in questa situazione, la sua parte che si presenta all'ingresso del bacino è una spalla; pertanto in questa circostanza si parla di presentazione "di spalla".

Di queste tre presentazioni (cefalica, podalica, di spalla) viene considerata fisiologica solo la presentazione cefalica, mentre vengono considerate anomale la presentazione podalica e la presentazione di spalla.

In caso di presentazione di spalla, il parto per via vaginale è impossibile, non potendo ovviamente il feto percorrere il bacino materno in posizione trasversale; pertanto la presentazione di spalla è una indicazione assoluta all'espletamento del parto mediante taglio cesareo.

In caso di presentazione podalica il parto per via vaginale non è impossibile, ma comporta maggiori rischi fetali; per questo motivo abitualmente si preferisce alla via vaginale il parto mediante taglio cesareo.

Nel corso del travaglio di parto il benessere fetale viene valutato soprattutto con il monitoraggio cardiotocografico. Ciò consiste nella registrazione mediante un apparecchio a ultrasuoni (il cardiotocografo) dell'attività cardiaca fetale. Questa viene visualizzata su un display solitamente disposto sul pannello frontale dell'apparecchio, e contemporaneamente stampata su un tracciato. Contemporaneamente con un altro trasduttore appoggiato sull'addome materno si registrano le contrazioni uterine, valutando così la loro frequenza e intensità. La valutazione dell'attività cardiaca fetale, e soprattutto il suo comportamento in relazione alle contrazioni uterine, fornisce indicazioni sul benessere fetale in travaglio. Qualora il monitoraggio cardiotocografico fornisse informazioni non rassicuranti riguardo al benessere fetale, rivalutato tutto il contesto della situazione (epoca di gravidanza, sviluppo fetale, preesistenza di eventuali patologie, ad esempio ipertensione, eventuale meconio nel liquido amniotico, entità della dilatazione del collo dell'utero in quel momento, ecc.) potrebbe rendersi necessario accelerare i tempi dell'espletamento del parto. A seconda della situazione, da valutare in ogni singolo caso, può presentarsi l'indicazione all'espletamento del parto mediante taglio cesareo.

Il pregresso taglio cesareo, pur non essendo di per sé un'indicazione assoluta alla ripetizione del taglio cesareo, rappresenta, insieme alla distocia, la causa più frequente di taglio cesareo.

Va tenuto conto che l'utero della donna che ha già subito un taglio cesareo presenta una cicatrice che, come tutti i tessuti cicatriziali, ha una minore elasticità in confronto a un tessuto sano. Pertanto la donna che ha già avuto un precedente taglio cesareo, in una gravidanza successiva presenta, almeno sul piano teorico, un rischio di rottura d'utero. Tale rischio è significativo soprattutto in caso di precedente taglio cesareo eseguito con incisione longitudinale sul corpo dell'utero; nella quasi totalità del casi si esegue una incisione uterina trasversale bassa. Tenendo conto comunque dell'esistenza della cicatrice, e considerata questa come un punto di minor resistenza, qualora si scelga la via di un parto vaginale, solitamente ci si astiene da un'induzione farmacologica del parto, per evitare una eventuale stimolazione eccessiva delle contrazioni. Pertanto nella donna con un pregresso taglio cesareo si preferisce attendere l'insorgenza spontanea del travaglio.

In genere è sconsigliato il parto vaginale se si è di fronte a un bambino con una crescita superiore alla media, potendosi in questo caso prevedere la possibilità di un parto vaginale difficoltoso. Parimenti si sconsiglia il parto vaginale se in passato vi sono stati più di due tagli cesarei.

Sono infine da considerare due condizioni necessarie fondamentali per poter seguire la scelta del parto vaginale:

considerata la maggiore probabilità di dover effettuare durante il travaglio un taglio cesareo urgente, la struttura ospedaliera deve essere in grado (per struttura e personale) di effettuare un taglio cesareo in emergenza;
consenso della paziente al parto vaginale.
La rottura di utero, anche nelle strutture in grado di effettuare un taglio cesareo in emergenza, può avere come conseguenza la morte fetale, la perdita dell'utero, la morte materna.

La gravidanza gemellare rappresenta l'1% di tutte le gravidanze.
In questi ultimi anni vi è una tendenza all'aumento del numero delle gravidanze gemellari in conseguenza della maggiore diffusione delle tecniche di fecondazione assistita.

Nel caso di gravidanza gemellare, con ambedue i gemelli in posizione cefalica e un'epoca gestazionale adeguata (almeno 34 settimane), è generalmente riconosciuta la sicurezza del parto per via vaginale, mentre il TC dovrebbe essere riservato ai casi di sproporzione feto-pelvica o di stress fetale.

Nel caso in cui il primo gemello fosse in posizione podalica, già questo di per sé, pur prescindendo dalla gemellarità, costituisce un'indicazione al taglio cesareo.

Nel caso di presentazione podalica o trasversale del secondo gemello, con il primo in presentazione cefalica, oggi si ritiene preferibile ricorrere al taglio cesareo. Infatti dopo la nascita per via vaginale del primo potrebbero esservi complicazioni per la nascita del secondo gemello in presentazione anomala. Per evitare tali complicazioni si preferisce oggi espletare il parto mediante taglio cesareo in tutte le gravidanze gemellari in cui i bambini non siano entrambi in presentazione cefalica.

Possono esservi numerose altre indicazioni all'effettuazione del taglio cesareo: placenta praevia, distacco intempestivo di placenta, infezioni materne, patologie cardiovascolari, patologie respiratore, patologie renali, diabete e altre.




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lunedì 13 aprile 2015

IL LATTE

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I nostri progenitori impararono ben presto ad apprezzare e sfruttare le qualità dei Ruminanti e sicuramente il primo sodalizio si stabilì tra l'Uomo preistorico e le specie Ovina e Caprina: l'attitudine nomade di quell'epoca ben si adattava ad una civiltà pastorizia, in cui pecore e capre giocavano un ruolo fondamentale nel convertire pascoli magri e stentati in materie preziose per la sopravvivenza umana: latte, carne, lana. La notevole facilità di deterioramento del latte e sicuramente una casualità tanto fortuita quanto fortunata portarono alla sua trasformazione in formaggio; tuttavia, a questo punto della sua evoluzione, l'uomo si trovò a desiderare una collocazione stabile all'interno di un territorio ed una disponibilità continua nel corso dell'anno di latte per sé e la sua prole, condizione questa impossibile da attuare con pecore e capre, in quanto specie a riproduzione stagionale: ecco l'origine della "civiltà del bovino" che favorì il passaggio da una vita nomade ad un'agricola, con il nascere di un primo concetto di territorialità fissa. Certo molti secoli dovevano ancora trascorrere prima che l'uomo imparasse a trarre un reddito economico dall'allevamento del bovino, ma ormai le basi di questo rapporto erano gettate, destinate a consolidarsi e durare nel corso della storia sino ai nostri giorni.
Molto probabilmente Bovini, Ovini e Caprini d'origine Asiatica giunsero nel Vecchio Continente dove furono addomesticati circa 9000 anni fa. Come si è detto l'uomo non ci mise molto a scoprire gli indubbi vantaggi nell'allevare queste specie che, oltre a fornire latte, carne e lana, avevano il merito d'essere formidabili trasformatori d'alimenti praticamente inutilizzabili dall'uomo stesso: il ruminante infatti è in grado grazie ai suoi 4 stomaci di riciclare ed assimilare anche cibi che non sarebbero d'alcuna utilità nutritiva se non venissero rielaborati in quel naturale laboratorio di fermentazione che è il rumine.
Tale particolarità alimentare ci fornisce un'ulteriore giustificazione del concetto di reddito economico legato all'allevamento di queste specie, fatto del resto già noto agli antichi Romani, che designavano il denaro con la parola "pecunia" derivata da "pecus", cioè bestiame, e stimavano la ricchezza di una persona in base al capitale cioè al numero di capi (càpita = teste) di bestiame posseduto. L'origine del nome della nostra nazione: Italia deriva con tutta probabilità da " Vitalia", cioè "Terra dei vitelli".

Il suo scopo è dare nutrimento ai cuccioli durante le prime fasi della loro vita. Dal punto di vista chimico, il latte rientra nella famiglia dei colloidi, un'emulsione per l'esattezza, poiché contiene al suo interno macromolecole, ovvero composti aventi grandezza superiore ai 500 nm come, ad esempio, proteine e acidi nucleici. Le femmine dei mammiferi, compresi gli umani, sono provviste di ghiandole mammarie che servono per produrre il latte con il quale si alimenteranno i cuccioli appena nati. Nei mammiferi superiori queste ghiandole sono organizzate a formare la mammella. A seguito del parto, dunque, il corpo della genitrice distribuirà col latte riserve di nutrimento accumulate in gestazione per coprire il periodo di sviluppo della capacità edule propria del piccolo. Il piccolo di mammifero ha in genere un istinto prevalentemente ormonal-olfattivo, che lo indirizza al capezzolo, se presente nella specie, dove potrà suggere il prezioso alimento.

Il primo liquido prodotto dalle mammelle, dopo ciascun parto, è detto colostro, una soluzione simile al siero plasmatico contenente in diversa misura a seconda della posizione tassonomica dell'animale, anticorpi (immunoglobuline A che vanno a sostituire IgG e IgM nel corso dell'evento), linfociti e altre cellule modulatrici della risposta immunitaria, prostaglandine e altri componenti lipidici, zuccheri, vitamine principalmente della frazione liposolubile, aminoacidi e ioni. Principalmente utile al trasferimento della risposta immunitaria al neonato, all'induzione della peristalsi intestinale e all'espulsione del meconio.

Dopo un certo periodo dal parto, proporzionale nella maggior parte dei mammiferi, il colostro è sostituito dal latte vero e proprio, successivamente alla montata lattea. Esso ha le proprietà nutritive necessarie allo sviluppo del piccolo, ma ridotte funzioni a livello immunitario, data la capacità dell'apparato digerente in via di sviluppo, di digerire le immunoglobuline (ormai prevalentemente IgA) presenti. La resistenza batterica del latte stesso viene affidata al lisozima. La funzione immunitaria è basilare nelle specie a placenta di tipo sindesmocoriale, impermeabile al trasferimento anticorpale madre-figlio, e varia considerevolmente nell'ambito delle famiglie della classe. Dopo la mungitura, per azione residua delle citate sostanze, per qualche ora (3-4) si registra una certa azione batteriostatica (non battericida), che poi va scemando rapidamente fino a scomparire.

La capacità di suzione dei neonati è innata. La capacità produttiva delle mammelle è diversa da specie a specie e da esemplare a esemplare di ciascuna specie, ma può esserne opportunamente aumentata la sua estensione temporale. Negli animali da reddito ciò ottimizza le "prestazioni" dei capi da latte; nella donna dà origine al baliaggio, cioè l'attività della balia, che fornisce latte a piccoli non suoi con una produzione pressappoco ininterrotta nel corso dell'età fertile.

Nella specie umana la capacità di suzione, presente come riflesso immediatamente dopo il parto, viene persa a circa 4 mesi di vita. I meccanismi di suzione adeguata (corretto attaccamento, allattamento a richiesta e rispetto dei tempi della diade madre-neonato) contribuiscono alla preparazione del seno alla montata lattea. L'allattamento, che di solito tende a ridursi gradualmente in fase di svezzamento, eccezionalmente, in alcuni ambiti culturali può durare fino a 7 anni. In genere, dopo il 6º mese compiuto può avvenire lo svezzamento del piccolo.

A seconda della specie animale, il latte ha diverse componenti di cui la quantità varia considerevolmente. Ciò è particolarmente vero nel caso della percentuale di grassi che raggiunge valori altissimi nei mammiferi marini in genere: per esempio nelle foche e nei cetacei si raggiungono valori superiori al 50%. Anche artiodattili di climi freddi, come yak, alci e renne, producono comunque latte a elevatissimo potere calorico.

La casoxina è un antioppiode, mentre caseomorfine e lattorfine, contenuti nel latte di tipo A1 e assorbiti nell'intestino, hanno un'azione oppiode-simile: narcotica, analgesica, calmante sui sistemi respiratori, cardiovascolare, nervoso centrale e periferico; rallenta il transito nel lume intestinale e favorisce il riassorbimento di acqua ed elettroliti, in caso di sindromi diarroiche. Le caseoplatine, derivate dal κ-caseinoglicomacropeptide (che si forma durante la caseificazione), hanno una sequenza dove sono presenti alcuni residui aminoacidici (Ile-108, Lys-112, Asp-115) che si trovano anche nella catena γ del fibrinogeno e si ipotizza che competano con questo nel legarsi alle piastrine.

L'introduzione del latte extraspecie nell'alimentazione umana è un fatto cronologicamente piuttosto recente. Dalle origini della nostra specie, datata a circa 200 000 anni fa, la capacità di digerire da adulti il lattosio contenuto nel latte è da riferirsi a una mutazione genetica occorsa nell'uomo in un periodo non posteriore agli ultimi 7 000 anni. Detta mutazione concerne la sintesi e la persistenza in età adulta dell'enzima lattasi, indispensabile per la digestione (idrolisi) del disaccaride in zuccheri semplici e quindi per l'utilizzo dello zucchero del latte o lattosio da parte del nostro organismo. La distribuzione tra la popolazione umana di questa mutazione non è omogenea ma varia considerevolmente per individuo ed etnia.

La rivoluzione negli usi e nella cultura del neolitico ha poi favorito la selezione naturale umana, amplificando la presenza di individui così mutati nelle civiltà a cultura dedita all'allevamento e alla pastorizia, prima in vicino e medio oriente e successivamente nel resto di Europa e Africa, con prevalenza del nord.

La produzione e commercializzazione attuale del latte per scopi alimentari umani si basa sull'allevamento di animali come per esempio la vacca, la bufala, la pecora, la capra, l'asina. Quando si parla di "latte", in Italia per legge s'intende quello vaccino, mentre la specificazione risulta obbligatoria per le altre varianti: latte bufalino, latte pecorino, latte caprino, latte di asina.

Nel corso del XX secolo si è assistito a un enorme progresso della zootecnica e dell'industria di trasformazione, centrato sulla qualità e sulla digeribilità del prodotto.

Questi tipi di latte di origine animale sono chiamati a sostituire quello materno dopo lo svezzamento. Nelle società occidentali e medio orientali, che storicamente o culturalmente hanno ereditato usi e conoscenze di secoli di allevamento, con il metodo più efficiente di trasformare i prati incolti del loro ambiente in sostentamento, il latte e i suoi derivati occupano una posizione importante. Nella tradizione culturale italiana, che eredita tutto il peculiare universo della civiltà contadina, il latte ha una sua particolare posizione che attiene agli usi, al lavoro e all'economia delle popolazioni che appunto provengono da una strutturazione sociale agro-pastorale.

In questi ambiti il latte è, quanto il pane e più caratteristicamente di questo, e in assenza di intolleranze, alimento utile, per tutte le età, dall'infante all'anziano che per vari motivi si trova privo di alternative per alimentarsi, passando per tutte le fasi nelle quali se ne assumono gli importantissimi contenuti di calcio e proteine, vitamine, zuccheri e lipidi.

In culture non dedite all'allevamento, invece, l'importanza del latte è marginale o assente, e le percentuali di intolleranza al latte sono comprese tra l'80% e il 100%.

Nel II secolo a.C. comincia in Cina la produzione del latte di soia, in alternativa al latte di specie animali d'allevamento. Ben più recente è invece la produzione di latte artificiale.

Le caseine oltre a essere la classe proteica più rappresentata nel latte rappresentano, insieme alla β-lattoglobulina, i principali antigeni, causa di allergie, più frequente nei primi anni di vita ma che spesso tendono poi a scomparire con l'età, anche se talvolta causa di gravi shock anafilattici. L'ubiquità di questi composti negli alimenti tende a complicare il controllo della patologia.

La stragrande maggioranza delle intolleranze al latte, e non delle vere allergie, è invece da imputarsi a un'intolleranza al lattosio, spesso sopravveniente progressivamente in età adulta, o a seguito di stati patologici. Nell'ambito del precedentemente descritto processo d'idrolisi del lattosio interviene un deficit di produzione da parte delle cellule intestinali del duodeno dell'enzima lattasi. La permanenza del lattosio indigerito ne determina la fermentazione da parte della flora intestinale con produzione di gas e acidi organici, e richiamo nel colon per osmosi di acqua con conseguente flatulenza, meteorismo, crampi addominali, diarrea e in assenza di provvedimenti, dimagrimento. La deficienza di lattasi nell'intestino, a parte casi estremi di drastici interventi chirurgici, non è mai totale, e non viene ritenuta necessaria una idrolisi totale del lattosio nei latti "delattosati", il cui uso continuato potrebbe invece ingenerare una riduzione dell'enzima naturalmente prodotto e contenuto nel tratto intestinale a livello dei microvilli.

Infine esiste una limitata casistica di intolleranza alle proteine del latte, non di tipo allergico, nota con l'acronimo inglese MPI.

Si è a lungo sostenuto che un elevato consumo di latte non prevenga l'osteoporosi, né aiuti i soggetti affetti da questa patologia, inclusi quelli più a rischio per motivi fisiologici, come le donne in menopausa. Infatti, come afferma l'Harvard Nurses' Health Study, che ha seguito clinicamente oltre 75.000 donne per dodici anni, ha mostrato che l'aumentato consumo di latte non avrebbe alcun effetto protettivo sul rischio di fratture. C'è chi sostiene che l'aumentata introduzione di calcio attraverso latte e latticini sia associato ad un rischio di fratture più elevato, dato che le proteine contenute nel latte avrebbero un alto grado di acidità, e ciò significa che, per quanto il latte possa fornire calcio e vitamina D, provocherà anche delle reazioni fisiologiche volte a tamponare l'acidità provocata dall'assorbimento delle suddette proteine con conseguente impoverimento dei depositi di calcio contenuti nelle ossa; questo meccanismo, tuttavia non sembra essere convalidato da studi validi poiché il tamponamento di acidità da parte del sangue non dovrebbe riguardare l'assorbimento di calcio.Altri studi non hanno evidenziato alcun effetto protettivo sull'osso da parte del calcio proveniente dai derivati del latte. Occorre tuttavia precisare che nonostante questi studi hanno avuto come soggetti d'indagine soprattutto donne bianche di età superiore ai 34-60 anni; per questo motivo non è possibile generalizzare i risultati ottenuti nelle categorie escluse quali giovani donne, individui di sesso maschile o rappresentanti di altre etnie.

Al contrario, molti studi recenti hanno confermato l’esatto opposto. Ovvero che latte, formaggi e yogurt sono i migliori alimenti per la prevenzione dell’osteoporosi. Questi studi dimostrano che alimenti ricchi di ossalati come gli spinaci, cavoli, asparagi e pomodori sembrano ridurre l’assorbimento di calcio da tali alimenti, così come anche gli alimenti ricchi in fitati come i legumi, la soia e i cereali integrali. Per tale motivo, nonostante i benefici per la salute, questi alimenti non sembrano essere una buona fonte di calcio. Il latte e derivati sono considerati tra tutti gli alimenti le principali fonti di calcio. Anche il ministero della salute sostiene che l’apporto di calcio e vitamina D siano indispensabili per la prevenzione dell’osteoporosi e che il latte sia fondamentale sia in età giovanile, per il raggiungimento di un picco di massa ossea elevato, sia in età avanzata per evitare fratture ossee. Inoltre si è evidenziato come una minore densità ossea è stata osservata in soggetti intolleranti al lattosio. Soggetti carenti dell'enzima lattasi sembrano essere più inclini a osteoporosi e fratture ossee. Si ritiene che per la prevenzione sia importante per le donne un adeguato supporto di calcio durante tutta la vita e non solo quando l'osteoporosi è già emersa. Inoltre solo il calcio non basta, è necessaria anche un'adeguata attività fisica, integrare un'adeguata quantità di vitamina D, ed evitare fumo e alcol.

Il latte non ha gusto costante, perché il suo sapore dipende fondamentalmente dall'alimentazione dell'animale che lo produce. Questo è il motivo della distinzione qualitativamente avvertibile da chiunque sorseggi latte d'alpeggio e di animali a pascolo libero. Oggigiorno le stalle moderne per produzione industriale attuano un'alimentazione costante tutto l'anno, col cosiddetto unifeed o tecnica del piatto unico, mangime miscelato e contenente tutti i nutrienti, non tutti necessariamente da foraggi, ma a seconda dei periodi dell'anno e della legislazione vigente, che ne regolamenta vietandone o permettendone l'uso, additivati di fibre, derivati industriali che residuano dall’estrazione della frazione oleosa per via meccanica o mediante solventi di semi (farine di estrazione e panelli), grassi di diversa origine, per lo più oli di semi, farine di pesce, sangue e altro. A tutto il 2008 in Europa è temporaneamente vietato, per la questione relativa all'eradicazione delle encefalopatie spongiformi trasmissibili, l'uso di farine di carne e di ossa provenienti da mammiferi.

Per quanto riguarda gli aspetti più propriamente organolettici, si può dire che più intensivo è il trattamento termico (sia di refrigerazione che di riscaldamento) per la conservazione, minore è il contenuto aromatico proprio del latte. Mentre l'omogeneizzazione dei grassi incide solo sugli aspetti tattili, la scrematura invece ha effetto sul gusto.

Spesso confusi, il latte fresco e il latte crudo sono due prodotti diversi, non solo dal punto di vista organolettico e nutrizionale, ma anche legale a causa del differente processo produttivo e distributivo.

Viene definito latte fresco pastorizzato (introdotto in Italia con la legge n. 169/89) il latte che perviene crudo allo stabilimento di confezionamento e che, ivi sottoposto a un solo trattamento termico entro 48 ore dalla mungitura, presenti al consumo definite caratteristiche fisico-chimiche e microbiologiche che il produttore deve garantire ad ogni lotto". Le condizioni igieniche di trattamento fino alla vendita devono soddisfare i criteri HACCP stabiliti dall'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) relativi alla garanzia di gestione dei rischi sanitari. Le confezioni sono in genere da 1 litro o 1/2 litro. Ha un prezzo al consumo mediamente più elevato, legato al processo di pastorizzazione (in sintesi: 72 °C per 15 secondi), di confezionamento e di trasporto da distanze maggiori alla centrale. Si può peraltro reperire a un prezzo minimo più basso.

Da notare che latte pastorizzato e latte fresco pastorizzato sono, per legge, due cose diverse: il primo non ha il requisito del conferimento crudo entro 48 ore nonché l'obbligo di un maggior contenuto di proteine integre che ha invece il latte fresco. C'è anche da dire che il latte pastorizzato, realizzato con una pastorizzazione bassa e lenta, è scarsamente commercializzato a differenza del latte fresco pastorizzato.

Il latte crudo (anch'esso definito dalla legge sopraccitata) non è trattato termicamente ed è prodotto nel rispetto delle norme igieniche alla stalla; presenta naturalmente una flora batterica in ragione delle condizioni igieniche di mungitura e della gestione del raffreddamento nonché dello stato igienico degli impianti e della loro gestione. È quindi uno specchio della flora batterica dell'allevamento e delle pratiche di mungitura. Enzimi come la fosfatasi, lisozima e proteine attive termolabili non sono denaturate, e i sali inorganici di calcio e fosforo sono in forma leggermente più solubile. Altre proteine come la caseina risultano leggermente più digeribili, mentre i grassi meno finemente dispersi lo sono meno. Le vitamine termolabili, pur in quantità non molto importante, salvo la D che è scarsa, sono presenti in toto. Il latte è solamente filtrato con eliminazione di impurità grossolane. Viene munto in giornata. Quello venduto direttamente al consumatore ha una "filiera produttiva corta" in quanto non passa dalla centrale per i trattamenti di risanamento. La quantità acquistabile non è vincolata dalla confezione, ma regolata dalle norme metrologiche relative al sistema di distribuzione: in pratica equiparata al prodotto pastorizzato, ha un prezzo medio più basso in ragione dell'assenza dei trattamenti di risanamento presso la centrale e dei relativi costi di approvvigionamento e distribuzione.

Il latte fresco pastorizzato ha una bassissima carica batterica banale e l'assoluta garanzia di assenza di patogeni verificata ogni giorno e ad ogni ciclo produttivo. Le sieroproteine sono per il 20% circa delle proteine totali. Alcuni enzimi come la fosfatasi sono in ogni caso inattivati, il che serve anche come indice (facile da rilevare) dell'avvenuta pastorizzazione e quindi dell'inattivazione dei germi patogeni. Le vitamine termolabili (C, B), pur presenti in quantità non significativa per il fabbisogno umano (il latte non è un alimento importante per l'apporto vitaminico e negli USA vige l'obbligo di integrazione per il latte di consumo, almeno con Vit. D) possono in certo grado essere degradate (circa 10%) dal trattamento di pastorizzazione. Il latte è omogeneizzato, quindi i grassi sono più facilmente dispersi e digeribili. La distanza temporale dal momento della mungitura deve essere non superiore alle 48 ore.

Il latte crudo è stato, nelle popolazioni occidentali e medio orientali, un alimento quotidiano tradizionale. In Italia, come in tutti i paesi del mondo, dai primi anni del Novecento, per importanti problemi sanitari legati alla probabile presenza di germi patogeni derivanti dalla zona e arnesi di mungitura, fu imposta la pastorizzazione del latte (dal premio Nobel Louis Pasteur).

Oggi è permessa nuovamente la vendita di "latte crudo" entro una zona definita rispetto alla localizzazione del produttore, distinto dal "latte fresco" pastorizzato, solo se l'allevamento di provenienza ha condizioni igienico sanitarie adeguate; prima il latte poteva essere venduto crudo solo alla stalla; per questo stanno diffondendosi i distributori di latte crudo gestiti direttamente dagli allevatori, le cui mandrie sono sottoposte a definiti controlli igienico-sanitari due volte al mese. Pur in presenza, ormai, di standard di processo estremamente sicuri, per evitare qualsiasi rischio di contaminazione patogena, è stato prescritto (5 gennaio 2012) dal Ministero della Salute (confermando precedenti ordinanze) l'obbligo di avvertire in modo evidente il consumatore sulla necessità della "bollitura casalinga prima del consumo". I produttori di latte che vendono latte crudo tramite lattodistributori sono mappati sul territorio da associazioni e consorzi.

Il latte fresco di alta qualità (D.M. 185/91) è un latte fresco che ha un tenore di sieroproteine di almeno il 15,5% (a differenza del 14% del latte fresco). Pertanto, è un latte fresco maggiormente nutriente. Deve rispettare anche altri requisiti in ordine a: controlli delle vacche, delle stalle e degli impianti, numero di cellule somatiche e carica batterica, modalità di refrigerazione e consegna dalla stalla all'impianto, trattamento di pastorizzazione.

Il latte fresco di alta qualità può essere commercializzato nella sola versione intero.

Il latte pastorizzato è molto diverso dal latte UHT o a lunga conservazione (3 mesi data confezionamento) per non parlare del latte sterilizzato (6 mesi data confezionamento): in questo caso, le differenze organolettiche e nutrizionali sono assai rilevanti.

Il latte sterilizzato (segue sempre la dicitura standard "a lunga conservazione"), a parte lo sgradevole aroma di "cotto", ha veramente poco di nutritivo. Rispetto al latte UHT il cui trattamento è sul prodotto prima del confezionamento, il latte sterilizzato subisce successivamente un ulteriore risanamento termico ad alta temperatura (120 °C circa) e per un intervallo di 20 minuti eseguito sul contenitore. Nei paesi occidentali la commercializzazione di latte sterilizzato è, tuttavia, rara.

Nel latte UHT, invece, gran parte dei nutrienti vengono conservati mentre non vi è presenza della flora batterica probiotica o di quella patogena.

Il latte, per la sua composizione (presenza di nutrienti, in particolare proteine, alto contenuto di acqua), è un substrato ideale per la crescita dei microrganismi. Inoltre essendo un prodotto di origine animale, può facilmente albergare agenti infettivi ed essere quindi veicolo di malattie trasmissibili dagli animali all'uomo (zoonosi). Tra le zoonosi più rilevanti ci sono brucellosi, listeriosi, salmonellosi, e tubercolosi.

Il latte, essendo un'emulsione di grassi in una soluzione acquosa, può essere contaminato da numerose sostanze sia lipo- che idrosolubili.

Tali contaminazioni possono avere origine ambientale (ad esempio residui di fitofarmaci, tossine di origine fungina che l'animale ingerisce con l'alimentazione), oppure derivare da contaminazioni durante il processo di trasformazione e conservazione (ad esempio contaminazione da Itx derivante dei processi di stampa delle confezioni, ora vietato) oppure essere il risultato di sofisticazioni (come avvenuto nel caso dell'aggiunta fraudolenta alla produzione o durante i trasporti, di sostanze azotate come (urea) melammina in Cina, atta a elevare apparentemente il contenuto proteico del latte), o semplicemente sale, atto a mascherare l'aggiunta di acqua.

Il latte crudo può essere sottoposto ad alcuni trattamenti preliminari prima delle procedure di sterilizzazione.

Con la centrifugazione le particelle più pesanti (materiale grossolano e parte delle cellule somatiche) sedimentano sul fondo e vengono allontanate, mentre le parti più leggere vengono separate (scrematura) e poi rimiscelate al latte per ottenere una determinata percentuale di grasso (per determinarne la percentuale uno dei primi sistemi usati fu nel 1892 il metodo Gerber).

La scrematura si effettua a una temperatura di circa 55 °C, ottenendo la completa separazione della parte grassa (la panna). Più è lunga e intensa la centrifugazione, migliore è la separazione. Il latte magro che si ottiene ha un residuo grasso dello 0,1-0,5%. Per rimiscelazione in linea della panna si ottengono i titoli di grasso desiderati (valori imposti dalla legge per il latte alimentare):

0,3% al massimo per il latte scremato;
tra 1,5 e 1,8% per il latte parzialmente scremato;
3,5% almeno per il latte intero.
È definito come "latte" tal quale il latte che non ha subito trattamenti di scrematura né trattamenti termici.

Durante il processo di pastorizzazione o sterilizzazione, il latte può essere omogeneizzato. L'omogenizzazione è un procedimento quasi universalmente utilizzato dalle centrali di trattamento in particolare per evitare l'affioramento del grasso del latte alimentare. Il latte viene fatto passare sotto alta pressione attraverso una particolare valvola (omogeneizzatrice) in grado di ridurre tutti i globuli di grasso in particelle di diametro quasi uniforme 20 volte minore che nel latte crudo, costituendo così un'emulsione stabile, ed evitando problemi di affioramento nel tempo di conservazione. Il prodotto diventa più facilmente digeribile per il consumatore, al quale è garantita uguale percentuale di grasso nel periodo di consumo.

Il primo trattamento avviene nella sala mungitura. Qui il latte, che esce dalle mammelle delle mucche con una temperatura di 37 °C circa, viene convogliato in tank latte chiuse dove è raffreddato entro tempi fra 20 e 460 minuti, e conservato a 4-6 °C. Con questa temperatura i batteri che hanno inquinato il latte dall'uscita della mammella in poi, si riproducono più lentamente che d'ordinario (37 °C della vacca e c.a 20-25 °C dell'ambiente). Poi il latte viene trasferito sulle autobotti isoterme (coibentate), che lo trasportano ai caseifici per la trasformazione in prodotto finito.

Grazie alle scoperte del chimico francese Louis Pasteur, riguardanti l'uccisione delle brucelle col calore, si suole oggi pastorizzare ovvero riscaldare il latte a temperature capaci di uccidere i microbi patogeni e gran parte della microflora saprofita (banale). Il trattamento riduce notevolmente la carica batterica, causando minime variazioni organolettiche e nutrizionali, compensate largamente dalle condizioni di sicurezza igienica.

Tutti i trattamenti si concludono con il raffreddamento a 4 °C: a questa temperatura il latte fresco si conserva per 6 giorni, attraverso la catena del freddo (camion frigoriferi per la distribuzione in città, banco frigorifero del lattaio, e finalmente il frigorifero di casa).
La pastorizzazione bassa si applica oggi solo in presenza di latte a minimo rischio di contaminazione, che viene portato a 63 °C per un periodo di 30 minuti. L'evoluzione genetica di taluni batteri però rende comunque assai poco efficace il trattamento per usi di alimentazione diretta.

Pastorizzazione rapida HTST (High Temperature Short Time): il latte, a seguito di preriscaldamento, è portato velocemente a una temperatura minima di 72 °C per almeno 15 secondi. Tale pastorizzazione è resa possibile tramite una riduzione in strato sottile del latte che viene fatto passare tra piastre riscaldate (stassanizzazione). La stassanizzazione sfrutta altresì il fenomeno che vede le cellule batteriche attratte verso la superficie della piastra di scambio termico: ciò provoca un moto turbolento del liquido che garantisce uno scambio termico efficiente e uniforme. Questa temperatura uccide circa il 96% dei batteri (di primaria importanza è l'abbattimento della carica batterica rappresentata dalle forme vegetative dei micobatteri della tubercolosi e batteri della brucellosi, oltre ad altri patogeni importanti), mentre resta un 5% costituito dalle spore, cioè da batteri che si sono trasformati in una forma molto resistente al calore. Per rallentare la crescita dei batteri rimasti, il latte viene subito raffreddato a 4 °C. Il latte pastorizzato può essere conservato a 4 °C per sei giorni. Il latte che ha subito tale trattamento può definirsi "fresco" e deve risultare "fosfatasi negativo" e "perossidasi positivo", a dimostrazione oggettiva che il trattamento termico è stato fatto a una temperatura non inferiore a 72 °C e non superiore a 78 °C per 15 secondi (sopra il livello di distruzione dei patogeni e non surriscaldato).

Il trattamento UHT (Ultra High Temperature) è una particolare tecnica di sterilizzazione che consiste nel trattare il latte omogeneizzato e preriscaldato ad almeno 135 °C attraverso l'impiego di vapore acqueo surriscaldato per non meno di un secondo. Si parla di UHT a sistema "indiretto" quando la sterilizzazione del latte avviene tramite scambiatori di calore (piastre o tubi), mentre viene detto UHT "diretto" (Uperizzazione TM°) quando la sterilizzazione del latte avviene in contatto diretto con il fluido riscaldante cioè il vapore acqueo, che viene rievaporato nella successiva fase di raffreddamento flash sotto vuoto. In genere il trattamento diretto (circa 140 °C per 2-4 secondi) dà luogo a un prodotto organoletticamente migliore del trattamento indiretto per un minore "effetto termico". Successivamente si raffredda il latte a 15-20 °C e si procede entro impianti sterili chiusi, in flusso continuo, al confezionamento asettico del latte in contenitori sterilizzati in linea (brik, bottiglie in HDPE o PET) che vengono chiusi ermeticamente. La condizione di ermeticità del contenitore è condizione essenziale della lunga conservazione.

Anche il trattamento UHT non garantisce la distruzione delle spore più resistenti: la sterilità commerciale viene definita come "assenza di microorganismi capaci di riprodursi e recare danni al prodotto nelle usuali condizioni di conservazione a temperatura ambiente" (stabilità microbiologica). Il latte UHT è considerato a "lunga conservazione" e si può conservare per circa 3-6 mesi a temperatura ambiente. Le confezioni dei vari tipi di latte sterilizzato UHT devono riportare il termine minimo di conservazione "da consumarsi preferibilmente entro..." (giorno, mese, anno). Ciò significa che anche dopo la data di scadenza, per un tempo ragionevole, il prodotto può essere consumato, nonostante le qualità organolettiche possono risultare alterate.

La sterilizzazione è il trattamento termico più energico, che assicura la completa eliminazione di tutti i batteri, anche delle spore. Il latte così sterilizzato ha una lunga conservazione a temperatura ambiente, anche oltre i 6 mesi. Il processo è costituito da un trattamento flash, seguito da riempimento e sigillazione del contenitore (vetro-lattina) con susseguente sterilizzazione in autoclave (continua o discontinua) del contenitore chiuso. Tuttavia, una volta che si è aperto un contenitore di latte sterilizzato (al pari dell'UHT) è necessario tenerlo in frigorifero e consumarlo entro pochi giorni; infatti potrebbe venire a contatto con i microrganismi presenti nell'ambiente, i quali all'interno dell'alimento non troverebbero alcuna competizione con altri batteri e sarebbero liberi di proliferare.

Il latte sterilizzato è rilevantemente più sicuro del latte UHT dal punto di vista batteriologico, ma ha subito un danno organolettico oggi non più accettato nella maggioranza dei casi, rispetto al latte UHT. Tale latte ha avuto il merito di rendere disponibile l'assunzione di un alimento così importante a fasce di popolazione vaste, allora poco raggiungibili dal "latte fresco". Dal punto di vista commerciale ha ormai una scarsa rilevanza poiché, oltre ai contenuti nutrizionali, anche il sapore risulta piuttosto alterato: è quindi principalmente destinato all'esportazione in paesi con condizioni sociali e climatiche difficili.

La microfiltrazione del latte è un trattamento puramente meccanico, con filtrazione molto sottile attraverso membrane ceramiche a maglie di 1-2,5 micron: questa filtrazione, in grado di separare fisicamente i microbi dal latte, viene praticata sulla sola frazione magra del latte senza interagire con le componenti nutritive in esso contenute.

Si separa la frazione lipidica del latte con la tradizionale centrifugazione a circa 50 °C. La frazione grassa (lipidica) non può essere sottoposta a microfiltrazione avendo i globuli di grasso dimensioni simili alle maglie della membrana filtrante. Il latte scremato, separato dalla panna, viene microfiltrato su membrana porosa eliminando la quasi totalità della flora microbica che ha inquinato il latte dopo l'uscita della mammella nell'ambiente di mungitura.

Le due frazioni, panna e latte magro microfiltrato, vengono poi miscelate in flusso continuo in rapporto tale da ottenere il titolo di grasso desiderato. Il latte titolato (intero, parzialmente scremato, scremato), a carica batterica estremamente ridotta, simile al momento di uscita dal capezzolo della mammella, viene pastorizzato a 72-75 °C per 15-20 secondi con il metodo di pastorizzazione classico HTST, che consente l'inattivazione di eventuali specie microbiche patogene residuali.

Si ottiene così un latte con caratteristiche microbiologiche eccellenti che ne consentono la conservazione in regime refrigerato per tempi lunghi, oltre 15 giorni dal trattamento, e con caratteristiche organolettiche ottimali, perfettamente sovrapponibili a un latte pastorizzato di qualità elevata.

I vari prodotti denominati latti HD, alta digeribilità, e relativi differenti nomi commerciali, sono indicati ai soggetti che non possiedono l'enzima lattasi o ne sono temporaneamente deficitari per alterazioni intestinali, e non possono scindere il lattosio nei costituenti. Il lattosio, zucchero del latte, viene trasformato negli stabilimenti, in due zuccheri semplici che costituiscono il disaccaride: glucosio e galattosio, per azione dell'enzima lattasi.L'intolleranza al latte, è dovuta quindi alla mancata scissione in monosoccaridi del lattosio; quest'ultimo attraverso fenomeni osmotici richiama liquidi nell'intestino crasso determinando disagi intestinali quali meteorismo e scariche diarroiche.

Per latte art si intendono una serie di tecniche di caffetteria moderne atte a creare disegni e decorazioni sui cappuccini o sui caffè o su latte macchiato col solo aiuto del latte oppure con appositi topping e stuzzicandenti. Si possono disegnare cuori, foglie, spirali e tanto altro ancora. Questa tecnica professionale è oggetto di concorsi internazionali. In Italia le parole Latteart e Latte Art sono state depositate con l'ottenimento della registrazione da Luigi Lupi che e' considerato il padre di questa tecnica.

Dalla noce di cocco si estrae un liquido bianco comunemente chiamato "latte di cocco", da con confondere con l'acqua di cocco, la quale si trova naturalmente all'interno del frutto.

In Cina venne inventato, nel II secolo a.C., il latte di soia, talvolta chiamato anche "latte vegetale".

In alcune regioni del mezzogiorno d'Italia è diffusa una bevanda chiamata latte di mandorla. È un prodotto agroalimentare tradizionale della Puglia e della Sicilia. In Sicilia orientale il latte di mandorla viene utilizzato per la produzione di granite, tradizionalmente consumate a colazione nel periodo estivo e in tempi moderni consumato come pasto veloce (granita con brioche) a qualunque ora del giorno.

La composizione del latte è altrettanto complessa e può variare in funzione di diversi fattori.
FATTORI GENETICI: da sempre l'uomo ha selezionato gli animali ad alta produttività di latte, sia sotto il profilo quantitativo che qualitativo (per ottenere un alimento ricco di grassi e/o proteine); d'altra parte ha selezionato anche le specie più resistenti al lavoro e quelle più idonee a fornire carni di qualità. Tutti questi elementi spiegano le differenze compositive di latti provenienti da vacche di razza diversa.
STATO FISIOLOGICO DELL'ANIMALE: dipende innanzitutto dalla fase di lattazione. La vacca inizia a produrre latte dopo la nascita del vitello e continua per un tempo variabile, che dura in media 200-220 giorni; la quantità di latte prodotta, che può arrivare ai 7000 kg, supera nettamente le esigenze del vitello (stimate in circa 1000 kg) e per questo motivo può essere in buona parte utilizzata per l'alimentazione umana. Come succede per tutti i mammiferi, uomo compreso, il latte di vacca varia la sua composizione nelle diverse fasi di lattazione; nella prima settimana viene prodotto un latte ricco di immunoglobuline, anticorpi e proteine (chiamato colostro), che garantisce al vitello una rapida ripresa e crescita dopo la nascita. La composizione chimica del latte inizia poi a variare, fino a trasformarlo in latte maturo, più ricco in zuccheri e grassi, ed utilizzato per l'alimentazione umano.
STATO SANITARIO DELL'ANIMALE: variazioni significative nella composizione del latte si verificano in concomitanza di mastite; questa infezione della mammella determina una ridotta produzione del latte e di tutte le componenti che derivano dalla ghiandola mammaria, come acqua, zuccheri e proteine, mentre aumentano i fattori che permeano dal sangue, come il cloruro di sodio e gli anticorpi. Gli allevatori si accorgono che l'animale è mastitico perché il pH del latte è più elevato rispetto alla norma, quindi superiore a 6,8.
FATTORI AMBIENTALI: forti escursioni termiche e stress ambientali di diversa natura influenzano la produzione lattea dell'animale, sia in termini quantitativi che qualitativi.
ALIMENTAZIONE: in genere l'alimentazione della vacca si basa sul foraggio, spesso integrato con farine di soia e cereali per aumentare la quota proteica e lipidica del latte. Solo un'alimentazione corretta, equilibrata ed ottimale garantisce infatti la massima produttività in relazione al patrimonio genetico della vacca.
FATTORI TECNOLOGICI: durante la mungitura il latte cambia la propria composizione e si arricchisce di sostanze lipidiche mano a mano che essa giunge al termine (questo aspetto, comune anche al latte di donna, determina sazietà nel vitello). Le varie frazioni di mungitura devono quindi essere riunite e miscelate.


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martedì 24 marzo 2015

L' AZALEA

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A seconda delle specie, questa pianta rustica, che è originaria dell'America e dell'Eurasia, fiorisce in primavera oppure in estate.
Sia l'azalea che il rododendro hanno l'aspetto di arbusto sempreverde, ma la prima ha dimensioni molto ridotte rispetto al secondo. Fanno parte della famiglia delle ericacee.
I loro fusti presentano notevoli ramificazioni. Le foglie hanno una sagoma ovale, sono di colore verde scuro, cuoiose al tatto.
Durante la stagione primaverile queste piante generano buone quantità di fiori all'apice dei loro rami, che si compattano nei caratteristici mazzetti, che possono anche raggiungere la lunghezza di 10 cm.
Ed è proprio per le dimensioni contenute che le azalee si adattano molto bene alla vita in vaso e quindi alla collocazione nell'ambito di un appartamento.
Tali fiori possono essere di colori diversi e precisamente bianchi, rosa o rossi.
Esistono anche alcune varietà con fiori bicolori.
Negli ultimi tempi, grazie all'abilità mostrata dai selezionatori nei loro esperimenti, sono apparse piante che danno fiori di colore lilla o azzurrino, che sono presto diventate molto richieste, proprio per queste loro particolarità.
Si tratta di una pianta famosa fin dai tempi più antichi a causa del miele che se ne ricava, assai apprezzato.
Notizie sul nettare dell'azalea si possono trovare addirittura in alcuni importanti testi di Plinio il Vecchio.

Vanno coltivate come piante d'appartamento, dato che non sopportano bene il freddo.
Devono essere però cresciute nel terreno giusto, vale a dire acido, con un ph 5, ricco di sostanze organiche nutritive.
Se il ph risulta tropo elevato si noterà il repentino ingiallimento del fogliame, sintomo che la pianta manifesta clorosi.
Naturalmente nel terreno non devono essere presenti dei ristagni idrici, che possono causare notevoli problematiche alla salute della pianta, a cominciare dal marciume radicale che impedisce l'assunzione di sostanze nutritive.
Le azalee non vanno piantate troppo in profondità, poiché le loro radici sono molto superficiali.
Se coltivate in vaso le classiche operazioni di annaffiatura devono essere eseguite più frequentemente rispetto alle piante coltivate nel terreno tradizionale.
Le attività di annaffiatura vanno eseguite da marzo a ottobre, di notte oppure di buon mattino, perché le azalee non tollerano somministrazioni di acqua effettuate durante le ore più calde del giorno.
D'inverno vanno invece annaffiate con molta moderazione e solamente in occasione di siccità prolungata.
Per ciò che riguarda i luoghi di posizionamento più idoneo, nelle zone con clima mite possono essere poste in ambienti soleggiati, ma in quelle che hanno un clima molto più caldo è opportuno collocarle in zone semiombreggiate, proprio per evitare che troppo sole arrechi nocumento al naturale funzionamento dell'organismo dell'azalea. Si tenga sempre presente che gelate improvvise ne causano la morte.
E' importante precisare che le specie cosiddette da giardino non temono il freddo e sono in grado di sopportare temperature molto basse, il che è un bel vantaggio per coloro i quali decidono di puntare su queste piante per decorare in modo suggestivo i propri giardini.
Al termine del periodo di fioritura è bene togliere i fiori avendo cura di levare anche il loro peduncolo.
Questa operazione è utile perché permette alla pianta di conservare molte energie, altrimenti disperse per la creazione dei semi durante un periodo significativo.

Nel “linguaggio dei fiori” la simbologia culturale ha assunto un significato ben delineato, che lo lega alla figura femminile. Provenienti dal lontano Oriente, proprio la tradizione del loro luogo di origine le ha associate alla femminilità e alla temperanza, qualità di cui sono dotate tutte le mamme del mondo.
L’azalea rappresenta molteplici significati anche l’amore più puro che c’è, proprio come quello delle madri. Fiore ideale da regalare a una donna ma anche da regalare per chi si accinge ad affrontare una prova decisiva e importante: al fiore viene infatti associata anche la fortuna.

Attenzione però al colore che sceglierete: le azalee rosse indicano l’intenzione di vendicarsi mentre regalare delle azalee gialle indica che la persona a cui la state donando è, secondo voi, falsa.
L'azalea è un fiore tutto femminile. Per questo motivo nel linguaggio dei fiori l’azalea richiama la figura della donna e, più precisamente, la donna più importante per ciascuno di noi: la propria mamma. In questo senso l’azalea rappresenta anche l’amore più puro che c’è, cioè l'amore materno.Anche la cultura e le tradizioni del luogo di origine di questo fiore, associandolo alle virtù della femminilità e della temperanza, collegano in qualche modo questo fiore alla madre, universalmente considerata portatrice di entrambe queste caratteristiche.La temperanza, definita come la pratica della moderazione, è infatti una dote che viene insegnata da ciascuna madre ai propri figli per aiutarli a vivere con serenità e ad affrontare con pacatezza le prove della vita. Proprio la "felicità misteriosa" che le madri infondono ai propri figli rappresenta uno dei significati più profondi di questa specie floreale.

In medicina vengono utilizzati alcuni glucosidi dell’azalea perché caratterizzati da proprietà antisettiche ed antireumatiche. In fotografia alcuni suoi estratti vengono utilizzati nella stampa analogica fotografica a colori. Sono famose in Corea perché durante il regno del re Songdok, la moglie di un alto funzionario vide un gruppo di azalee e se ne innamorò. Un allevatore che era in zona si arrampico per regalargliele e le dedicò la prima poesia floreale mai composta nel paese.


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mercoledì 11 febbraio 2015

LE ROSE





Le regaliamo nelle ricorrenze : conosciamo meglio il fiore più diffuso e più gradito la rosa.

« La rosa è il profumo degli dei
la gioia degli uomini
orna le grazie dell'amore che sboccia
è il fiore prediletto di Venere »
(Anacreonte, Ode 51)
La Rosa, della famiglia delle Rosaceae, è un genere che comprende circa 150 specie, suddivise in numerose varietà con infiniti ibridi e cultivar, originarie dell'Europa e dell'Asia, di altezza variabile da 20 cm a diversi metri, comprende specie cespugliose, sarmentose, rampicanti, striscianti, arbusti e alberelli a fiore grande o piccolo, a mazzetti, pannocchie o solitari, semplici o doppi, frutti ad achenio contenuti in un falso frutto (cinorrodo); le specie spontanee in Italia sono oltre 30, di cui ricordiamo la R. canina (la più comune), la R. gallica (poco comune nelle brughiere e luoghi sassosi), la R. glauca (frequente sulle Alpi), la R. pendulina (comune sulle Alpi e l'Appennino settentrionale) e la R. sempervirens.
Il nome generico deriva dal latino rosa, con tradizione dotta o semidotta (assenza di dittongo ascendente -uo- e pronuncia sonora della -s- anche nella parlata toscana), forse perché la tradizione della coltivazione di rose si era interrotta nell'Alto Medioevo ed era iniziata di nuovo in età carolingia. Il latino rosa non è d'origine indoeuropea, anche se ci sono collegamenti con il greco antico Ϝρόδον wródon e l'iranico *wr̻d, da cui l'armeno vard. È probabile un'origine mediterranea della parola, da una forma approssimativa wr(o)d(ya)-. Rosa è poi passato al celtico insulare (irlandese rós) e al germanico (anglosassone róse, alto tedesco antico rosa).
Come pianta ornamentale nei giardini, per macchie di colore, bordure, alberelli, le sarmentose o rampicanti per ricoprire pergolati, tralicci o recinzioni, le specie nane dalle tinte brillanti e con fioriture prolungate per la coltivazione in vaso sui terrazzi o nei giardini rocciosi.

Industrialmente si coltivano le varietà a fusti eretti e fiori grandi, per la produzione del fiore reciso, che occupa in Italia circa 800 ettari, localizzati per oltre la metà in Liguria, il resto in Toscana, Campania e Puglia.

I petali vengono utilizzati per le proprietà medicinali, per l'estrazione dell'essenza di Rosa e degli aromi utilizzati in profumeria, nell'industria essenziera, nella cosmetica, pasticceria e liquoristica. È una delle basi immancabili più utilizzate in profumeria.

Come pianta medicinale si utilizzano oltre ai petali con proprietà astringenti, anche le foglie come antidiarroico, i frutti ricchi di vitamina C diuretici, sedativi, astringenti e vermifughi, i semi per l'azione antielmintica, e perfino le galle prodotte dagli insetti del genere Cynips ricche di tannini per le proprietà diuretiche e sudorifere.

In aromaterapia vengono attribuite all'olio di rosa proprietà afrodisiache, sedative, antidepressive, antidolorifiche, antisettiche, toniche del cuore, dello stomaco, del fegato, regolatrici del ciclo mestruale.

Le giovani foglie delle rose spontanee servono per la preparazione di un tè di rosa.
Si adatta a qualunque tipo di terreno purché lavorato in profondità, ben concimato con stallatico maturo. Le piante vengono collocate a dimora in autunno o alla fine dell'inverno nelle zone con forti geli, la concimazione si effettua all'inizio della ripresa vegetativa, incorporando nel terreno letame maturo.

La potatura delle piante è importantissima per una buona fioritura.

Le varietà rifiorenti non destinate alla forzatura si potano alla fine dell'inverno o inizio primavera, togliendo i rami vecchi e accorciando quelli nuovi e lasciando da 2 a 6 gemme per ramo a seconda del vigore e varietà; generalmente le potature energiche favoriscono la fioritura ad esclusione delle varietà molto vigorose per cui vale la regola contraria.

Nelle specie rifiorenti si eliminano man mano i rametti che hanno già fiorito per stimolare la produzione di nuovi fiori.

Le rose Polyantha vanno potate a fine inverno, dopo la prima fioritura di maggio e nelle fioriture successive fino all'autunno.

Le 'rose sarmentose' non rifiorenti, come gli ibridi di R. wichuraiana che hanno forti cacciate, lunghe anche alcuni metri, richiedono l'eliminazione dei rami di 3 anni, la curvatura delle cacciate di 1 anno, che fioriranno nell'anno successivo.

Le 'rose rampicanti' rifiorenti, vanno potate in base al vigore vegetativo, asportando i rami vecchi (legno vecchio) e raccorciando i rami nuovi.

La moltiplicazione avviene di norma per talea di getti dell'anno già lignificati e piantati in cassone a fine estate, o per innesto ad occhio vegetante in primavera estate.

Nelle coltivazioni industriali con le varietà coltivate per il fiore reciso, viene praticato l'innesto su soggetto R. indica var. major che fornisce al nesto il giusto vigore.

Per avere piante resistenti alla siccità o al gelo si utilizza come soggetto la R. canina ottenuta con la semina, ottenendo però oggetti poco vigorosi e a scarso sviluppo.
Le rose sono di vario colore e ognuno ha un significato:
ROSA BIANCA
Nel linguaggio dei fiori rappresenta la purezza, verginità, amore eterno.

ROSA GIALLA ACCESA
Nel linguaggio dei fiori la rosa gialla è il vessillo della gelosia.

ROSA ROSSA
Nel linguaggio dei fiori è senza dubbio la messaggera di un amore passionale e travolgente. Il rosso rappresenta il colore dell’amore, della vita, del sangue e del fuoco. Era considerato anche il colore del Dio della Felicità, che dispensava la ricchezza agli uomini.

ROSA BLU
Non è una rosa presente naturalmente in natura, è colorata artificialmente, ma col tempo ha assunto anche lei il suo significato personale. La possiamo attribuire alla fede, alla fiducia, all’onestà. Se invece cerchiamo un significato negativo è legata all’infedeltà, indifferenza, snobbismo.

ROSA ROSA
La classica rosa, gentile, che indica felicità, perfezione tenerezza, gratitudine, amicizia.
Molte culture del mondo utilizzano la Rosa come ragalo o come ornamento per diverse ricorrenze, prima fra tutte quella della Festa di San Valentino per dichiarare il proprio sentimento per l'amata. Le rose rosse vengono sovente usate come decorazione nelle feste nuziali ma anche per la ricorrenza della Festa della Mamma. Inoltre, a seconda della sfumatura del rosso dei petali, la Rosa viene usata per esprimere diverse emozioni. La Rosa di color porpora, ad esempio, è una promessa di amore eterno e solenne, quella rosso fuoco vuol significare passione mentre quella color carminio simboleggia le fantasie erotiche.
Il significato delle rose varia anche a seconda del numero che se ne regala e dell'accopiamento di colori. Due Rose insieme, indipendentemente dal loro colore, hanno il significato di congiungimento o di condivisione, ma di solito si regala un numero pari di rose ovvero le classiche dozzine, ad esempio 12, 18, 24, e così via. In generale tutti i tipi di rosa simboleggiano l’amore, ma la combinazione di diversi colori esprimono diversi significati. Rose rosse e bianche insieme significano Unità. Rose rosse e gialle insieme significano solidarietà..

Leggi anche: http://pulitiss.blogspot.it/p/verde.html









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