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giovedì 7 gennaio 2016

LE IMAGO

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L'imago non è l'immagine, ma uno schema inconscio con cui il soggetto considera l'altro.
Non è neppure una rappresentazione del reale, sia pure più o meno deformato.
L'imago è connessa al “complesso” con la differenza che, mentre quest’ultimo si riferisce all'effetto che la situazione interpersonale ha determinato nel soggetto, la prima designa la sopravvivenza fantasmatica dei membri della situazione relazionale.

Caratterizzata come “rappresentazione o immagine inconscia”, l’imago è uno schema immaginario acquisito, un prototipo inconscio che orienta in maniera specifica il modo in cui il soggetto percepisce l’altro, orientandone le proiezioni. L’imago è un cliché statico attraverso cui il soggetto considera l'altro e può quindi obiettivarsi sia in sentimenti e condotte che in immagini.

Formatasi sulla base delle prime relazioni del bambino con l’ambiente familiare, l’imago non viene considerata come correlato di figure reali, ma presenta carattere fantasmatico; così ad un’imago genitoriale minacciosa e terribile possono corrispondere genitori reali estremamente miti. Nella teoria junghiana, il ricordo di una persona amata nell'infanzia, proiettato nell'età adulta, diventa modello inconscio per il soggetto.

Per Jung, l’imago parentale nasce sia dalle influenze reali dei genitori che dalle reazioni del bambino; è un prodotto co-costruito di esperienze reali e rappresentazioni individuali, ma difficilmente il soggetto coglierà appieno e in modo conscio quanto l’imago sia intrapsichica, quanto sia un prodotto mentale soggettivo.

I cosiddetti “spiriti dei genitori” costituiscono dunque, secondo Jung, le imago parentali e gli aspetti inconsci rigettati dalla coscienza, cioè elementi estranei e fuori dalla mente. Ciò che nell’infanzia costituiva un’influenza molto reale e importante (le figure genitoriali in tale fase sono preponderanti per lo sviluppo psichico dell’individuo) è, nella fase adulta, relegata nell’inconscio.

Anche altre figure tendono a costituire elementi di immediata influenza ambientale: per l’uomo ad esempio ci sono quelle femminili. Per un uomo adulto, la donna con la quale condivide la quotidianità è pressappoco sua coetanea, ha lo stesso stile di vita e lo accompagna attraverso le restanti fasi dell’esistenza. Anch’essa, alla stregua delle figure genitoriali, pian piano si costituisce come imago non da rigettare, come quella dei genitori, ma da tener viva per consultarla in qualità di fonte di informazioni preziose.

Esiste, però, anche un’altra dimensione del femminile, presente in ogni individuo. È una componente intrinseca all’uomo, strettamente associata alla dimensione maschile. Per Jung “il genere femminile del complesso dell’Anima” può trovare una spiegazione, “oltre che nell’influenza della donna, anche nella femminilità propria del maschio”. È questa una qualità importante dell’Anima dell’uomo, contenere in sé elementi femminili e maschili; molto spesso l’uomo cerca di reprimere gli aspetti femminili della sua personalità, relegandoli nella sfera inconscia. La psiche umana si costituisce in modo innato e tale costituzione presuppone l’esistenza di elementi femminili e maschili associati; ciò spinge Jung ad affermare che qualsiasi individuo ha in sé sia il femminile che il maschile.

Allargando però la sua visione, Jung include molte immagini virtuali, contingenti ed emergenti in virtù di una certa e precisa struttura delle cose e dei fatti del mondo, di determinate potenziali relazioni. Si vengono così a creare immagini virtuali tante quante sono le figure con le quali ci relazioniamo e rappresentano categorie a priori di natura collettiva, inconsce e prive di contenuto. Queste immagini acquistano pregnanza e contenuti ogni volta che l’individuo le “colora” con avvenimenti reali, con relazioni.

I tentativi di sviluppo nevrotico, sono forme di alienazione dal sé. La Persona, vittima di tale modalità di sviluppo, è impossibilitata ad affermare la propria individualità, resta avviluppato alle richieste della collettività e alle sue imposizioni, alle sue apparenti sicurezze. Jung ci tiene a precisare l’enorme differenza tra individualismo e individuazione. Il processo di realizzazione del sé è chiamato da Jung “individuazione” in quanto lo sviluppo delle peculiari caratteristiche individuali altro non fa se non rendere il soggetto maggiormente in grado di “funzionare” nella collettività.  I processi inconsci, strettamente legati alla coscienza nel costituire il sé, aiutano la parte consapevole attraverso la compensazione. Le immagini collettive che vengono utilizzate nei processi inconsci, soprattutto nel sogno, giustificano l’affermazione secondo cui il nevrotico è tale perché ha conflitti di relazione, riferibili al contesto collettivo. Il processo inconscio cerca di compensare la mancanza di consapevolezza delle cause dei conflitti producendo immagini comprensibili a livello relazionale, immagini chiare per l’intera collettività. Ne sono esempi le immagini di Personaggi illustri o di luoghi particolari quali castelli e palazzi signorili presenti nei sogni che esprimono difficoltà di relazione o quando vi è il bisogno di sperimentare rapporti asimmetrici, nei quali credersi superiori.



C’è da evidenziare che l’inconscio, così come descritto, può apparire esclusivamente reattivo alla coscienza, rispondente alle sue difficoltà. L’inconscio è, anche e soprattutto, un’attività autonoma e produttiva, affiancata alla coscienza, una realtà propria. Persino le popolazioni primitive hanno colto il lavoro dell’inconscio, il suo prodotto, sebbene in termini alquanto differenti da come lo può cogliere l’esperto psicologo. I fattori psichici prodotti autonomamente dall’inconscio sono, secondo le popolazioni primitive, “spiriti”, avvertiti come estranei e opposti alle anime individuali, seppur in relazione. L’errore che commettono è percepire gli spiriti come elementi esterni all’Anima, a loro stessi.

Il complesso paterno o materno, così come inteso da Jung, è affine all’idea dell’esistenza degli “spiriti”, delle apparizioni dei genitori, specialmente in sogno. La differenza tra l’esperto psicologo e l’ingenuo pensatore sta nel collocare tali prodotti nella sfera intrapsichica oppure nel mondo esterno. Infatti “il primitivo parla allora di spiriti dei genitori che ritornano di notte, il moderno dà a ciò il nome di complesso paterno o materno”. Per Jung, l’imago parentale nasce sia dalle influenze reali dei genitori che dalle reazioni del bambino, è un prodotto co-costruito di esperienze reali e rappresentazioni individuali, ma difficilmente il soggetto coglierà appieno e  in modo conscio quanto l’imago sia intrapsichica, un prodotto mentale soggettivo. “Il complesso rimane in certo modo sospeso tra conscio ed inconscio affine da un lato al soggetto della coscienza, ma da un altro lato esistenza autonoma e come tale opposto alla coscienza”. È opportuno sottolineare che siffatti complessi non sono ancora pienamente integrati alla coscienza e costituiscono il presupposto per un’ulteriore analisi integrativa.

I cosiddetti “spiriti dei genitori” costituiscono, dunque, le imago parentali, aspetti inconsci rigettati dalla coscienza, elementi “estranei”, fuori dalla mente. Ciò che nell’infanzia costituiva una influenza molto reale e importante (le figure genitoriali in tale fase sono preponderanti per lo sviluppo psichico dell’individuo) è, nella fase adulta, relegata nell’inconscio. Altre figure tendono a costituire elementi di immediata influenza ambientale: per l’uomo tale figura è quella femminile. Per un uomo adulto la donna con la quale condivide la quotidianità è pressappoco sua coetanea, ha lo stesso stile di vita, lo accompagna attraverso le restanti fasi dell’esistenza. Anche essa, alla stregua delle figure genitoriali, pian piano si costituisce come imago, non da rigettare, come per quella dei genitori, ma da tener viva per consultarla e come fonte di informazioni preziose. Esiste, però, anche un’altra dimensione del femminile, presente in ogni individuo. È una componente intrinseca all’uomo, strettamente associata alla dimensione maschile. Per Jung “il genere femminile del complesso dell’Anima” può trovare una spiegazione, “oltre che nell’influenza della donna, anche nella femminilità propria del maschio”. È questa una qualità importante dell’Anima dell’uomo, contenere in sé elementi femminili e maschili. Molto spesso l’uomo cerca di reprimere gli aspetti femminili della sua Personalità, relegandoli nella sfera inconscia. Tale movimento altro non fa se non trasformare elementi vitali e ricchi di contenuti in elementi coatti, che agiscono in sordina, celandosi alla consapevolezza.

La psiche umana si costituisce in modo innato e tale costituzione presuppone l’esistenza di elementi femminili e maschili associati. Ciò spinge Jung ad affermare che qualsiasi individuo ha in sé sia il femminile che il maschile. Jung allarga però la sua visione includendovi molte immagini virtuali, contingenti ed emergenti in virtù di una certa e precisa struttura delle cose e dei fatti del  mondo, in virtù di determinate potenziali relazioni. Si vengono così a creare immagini virtuali tante quante sono le figure con le quali ci relazioniamo. Sono categorie a priori di natura collettiva, inconsce e prive di contenuto. Acquistano pregnanza e contenuti ogni volta che l’individuo le “colora” con avvenimenti reali, con relazioni. Si traducono in atto ogniqualvolta l’individuo affronta una situazione reale. Sono il “sedimento di tutte le esperienze della serie degli antenati, ma non sono queste esperienze stesse”. Proprio per tale ragione, nell’uomo è presente, tra le altre, l’immagine ereditaria collettiva della donna.

Jung è molto chiaro: parla infatti di “un complesso psichico semiconscio con funzione parzialmente autonoma”. Nell’economia della dialettica junghiana, ad un’Anima si contrappone una Persona: i due elementi sono in relazione compensatoria. Ad una Persona rigidamente costituita, immagine del “dover essere” frutto dell’impotente adattamento dell’individuo nevrotico alle esigenze della realtà esterna, si contrappone un’Anima sempre più femminile, relegata nell’inconscio ed impossibilitata a diventare cosciente nel momento in cui l’individuo si sia rigidamente identificato con la Persona. Nel processo di individuazione, il dialogo con l’Anima e la differenziazione da essa sono processi molto complessi, complicati dalla natura inconscia dell’Anima stessa. Dall’Anima “non ci si può distinguere che con difficoltà, appunto perché è invisibile”.

“Io ritengo che per certi uomini moderni sia necessario rendersi conto della loro differenza non solo dalla Persona, ma anche dall’Anima”.

Essendo un complesso autonomo, inconscio, esso viene proiettato sulle donne che si incontrano nella vita reale, dalla madre alla propria moglie. La proiezione sulla madre, prima portatrice dell’immagine dell’Anima, è un aspetto affascinante e complesso, una fase molto delicata, da affrontare con la massima attenzione. Così come il padre diventa il modello della Persona, così la madre risulta essere la figura di riferimento per esigere comprensione e protezione contro i dettami oscuri interni. Nell’uomo moderno, la protezione offerta dalla figura materna viene spostata, in seguito, sull’ideale matrimoniale, in modo tale che la moglie assume su di sé il ruolo materno. Ma come investigare, in generale, “le ragioni recondite della tendenza dell’Anima”?

La prima operazione da intraprendere è “l’obiettivazione dell’Anima”, il percepirla come interlocutrice alla quale porre domande su questioni che riguardano le difficoltà relazionali (ad es. “perché vuoi questa separazione?”). Tutto ciò per consentire “all’altra parte” di emergere come attrice antagonista non più nascosta, bensì in grado di esprimere la sua visione.

Fino a questo punto Jung espone un modello che include esclusivamente la psicologia maschile: l’Anima è una figura che compensa la coscienza maschile. È a questo punto che viene introdotta la figura inconscia compensatrice della coscienza femminile: l’Animus.

Nasce qui la difficoltà del pensatore di genere maschile, scrive Jung, di relazionarsi con la psiche femminile. La tendenza della donna è quella di curare, molto più dell’uomo, la sfera relazionale, gli aspetti emotivi e sentimentali. Da ciò se ne deduce che la controparte inconscia di tale modus operandi della coscienza femminile sia un Animus che tende a generare opinioni, dati, fatti, ma in modo aprioristico, plasmare premesse inconsce figlie di principi indeterminati, disancorati dalla realtà dei fatti.

L’Animus è una pluralità: nella dialettica con la coscienza si costituisce come una istanza morale che indica ciò che deve essere fatto, sentenzia e ordina, come accade nelle “assemblee dei padri” (ibidem). Le argomentazioni riportate dall’Animus sono il frutto di reminiscenze infantili, opinioni e pensieri ascoltati in passato che, svincolati dai significati originali, si ripresentano come fredde sentenze inconsce “ammucchiate insieme in un canone di media verità, giustezza e ragionevolezza”.

Come per l’Anima, anche l’Animus è proiettato. Gli uomini perdono la loro reale natura, le loro particolarità, e diventano tele bianche sulle quali proiettare gli elementi inconsci dell’Animus, caratteristiche di onniscienza e rigore, peculiarità paternalistiche e didattiche.

Così come per l’Anima esiste la tecnica dell’obiettivazione, anche l’Animus dovrebbe essere inteso come interlocutore col quale relazionarsi, per mettere in discussione le rigide opinioni e sentenze delle quali è portavoce. Una donna che non riesce a dialogare con i propri aspetti inconsci riferiti all’Animus e viene soggiogata da tali elementi, perde la sua femminilità e compromette la funzione compensatrice della Persona, la sua importanza nell’equilibrio e nella dialettica conscio-inconscio.

Per concludere, Anima e Animus, almeno fintanto essi restino inconsci, sono complessi autonomi, personalità indipendenti all’interno della psiche individuale, retaggio di aspetti collettivi, elementi in contatto con la Persona, in dialogo costante con essa, sebbene in termini di sabotaggio/opposizione. La presa di coscienza di aspetti inconsapevoli legati all’Anima e all’Animus è garanzia di una loro esplicitazione in termini di “funzioni psichiche” e non più come nuclei autonomi incontrollati.




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domenica 6 settembre 2015

PERCHE' MI DIMENTICO?



La perdita della memoria (o amnesia) consiste nell'impossibilità, parziale o totale, di ricordare esperienze passate, recenti o più remote. In casi gravi, il soggetto affetto da amnesia può anche non riuscire ad acquisire stabilmente nuovi ricordi.
Di norma, la capacità di memoria dipende dall'interazione tra corteccia cerebrale e altre regioni dell'encefalo. Tale processo comprende l'acquisizione di nuove informazioni, la codifica (elaborazione, immagazzinamento, formazione di associazioni e consolidamento dei dati) e il recupero. Un'alterazione di una qualsiasi di queste fasi può causare amnesia.
La perdita della memoria può essere transitoria (con graduale ritorno alle funzionalità normali, come avviene dopo lievi lesioni traumatiche), stabile (si riscontra nel contesto di eventi morbosi gravi; es. encefalite o arresto cardiaco) o progressiva (es. demenze su base degenerativa come la malattia di Alzheimer).
Il disturbo può anche essere classificato come retrogrado o anterogrado, quando è rispettivamente impossibile ricordare gli eventi che precedono l'evento causale o immagazzinare nuovi ricordi successivi allo stesso. L'amnesia, inoltre, può essere distinta in globale (relativa a tutte le modalità sensoriali e a tutto il passato) o senso-specifica (riguarda una singola modalità sensoriale, come nel caso dell'agnosia).
A seconda della natura del problema, il recupero della memoria può essere totale, parziale o nullo.
Un danno che compromette la memoria recente e la capacità di acquisire nuovi ricordi è spesso dovuto a processi degenerativi, traumi cerebrali e lesioni di natura vascolare o ischemica, bilaterali o multifocali. Disturbi della memoria su base psicologica, invece, possono derivare da un grave stress psichico (amnesia dissociativa).



Uno stato amnesico può derivare anche da tumori, disturbi metabolici, carenze nutrizionali (es. carenza di tiamina) e intossicazione da varie sostanze (es. eccessiva ingestione di alcol, inalazione cronica di solventi, utilizzo di dosi consistenti di sedativi, barbiturici o benzodiazepine ecc.).
La perdita della memoria può essere causata anche da crisi epilettiche o emicraniche.


Se un adulto o un anziano è esposto a una situazione particolarmente stressante può reagire con un senso di smarrimento o una perdita di memoria.
Per molti, questo potrebbe essere un segnale di malattia che sta sviluppandosi, come una demenza o l’Alzheimer. Tuttavia, a provocare questo genere di fenomeno potrebbe essere soltanto lo stress del momento. Secondo gli scienziati canadesi, infatti, in queste situazioni che possono mettere sotto pressione, molte persone si ritrovano sotto l’influenza del cortisolo – l’ormone dello stress – che il proprio corpo produce in maggiori quantità in situazioni particolari.



Ecco pertanto che una possibile diagnosi basata soltanto sul riportare questi episodi potrebbe essere, per così dire, azzardata. Questo è quanto ritengono i ricercatori del Sonia Lupien preso il Centre for Studies on Human Stress (CSHS) del Louis-H. Lafontaine Hospital, in collaborazione con l’Università di Montréal, che hanno condotto uno studio in cui si afferma come di fronte a una situazione stressante la memoria possa essere condizionata in breve tempo, in particolare nei soggetti anziani.

«Sappiamo che quando una situazione è nuova, imprevedibile, incontrollabile o minaccioso per l’ego, porta alla produzione di ormoni dello stress – spiega Shireen Sindi, autore principale dello studio – Questi stessi ormoni hanno anche la capacità di raggiungere il cervello e  generare disturbi della memoria acuti, soprattutto negli adulti più anziani».
Una situazione che, a prima vista e specialmente se questi episodi si ripetono, potrebbe far pensare a un problema più serio. Tuttavia, come ricordano i ricercatori, in questi casi si tratta di un problema transitorio.

I 150 partecipanti allo studio sono stati oggetto di una serie di test per le abilità cognitive e di memoria dopo essere stati sottoposti a un’altrettanta serie di situazioni stressanti come, per esempio, il recarsi in un luogo sconosciuto e difficilmente accessibile, e altre situazioni d’incertezza.
Durante i test condotti dopo l’esperienza, i volontari hanno mostrato un calo nelle prestazioni che potrebbero indurre a credere che, per somiglianza, ci si trovi di fronte ai sintomi di una malattia come l’Alzheimer. E che la situazione sia soltanto dovuta alla situazione stressante lo dimostrano gli altri test condotti in condizioni di familiarità, in cui gli anziani hanno mostrato di avere praticamente le stesse prestazioni degli adulti più giovani.
«Abbiamo dimostrato che quando gli adulti più anziani sono valutati in condizioni di stress, producono ormoni dello stress che riducono la loro memoria», sottolinea Sindi.
I risultati dello studio sono stati presentati ieri dai ricercatori del CSHS durante la Giornata scientifica dedicata alla memoria che ha per titolo “When we test, do we stress?”.

Una lieve deflessione delle performance cognitive all’aumentare dell’età è da considerarsi fisiologica. Bisogna accendere un campanello di allarme quando dimenticanze o disorientamenti interferiscono con la vita quotidiana.

Anche importanti variazioni dell’umore, come ad esempio un aumento dell’apatia, della depressione ed un ritiro sociale, possono essere spie di un problema sottostante. E’ importante anche avere un riscontro dalle persone che vivono con voi, poiché sono loro ad osservarvi nella quotidianità.

I numerosi studi scientifici effettuati nel campo dei disturbi cognitivi hanno dimostrato che per un’adeguata prevenzione è fondamentale il corretto controllo dei fattori di rischio vascolare. E’ inoltre necessario mantenere un buon livello di attività fisica, congruo con l’età, ed allenare la nostra mente, continuando a praticare attività intellettive, ludiche e sociali.



LEGGI ANCHE : http://pulitiss.blogspot.it/2015/09/i-disturbi-mentali.html



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sabato 8 agosto 2015

LA BALBUZIE



La balbuzie era presente nelle popolazioni primitive e successivamente anche nella Bibbia perché ne soffriva Mosè:
"Io sono incirconciso nelle labbra"(Esodo V e VI).
Plutarco nell'opera "Vite parallele"ci riferisce di Demostene ad Atene e di Cicerone a Roma dove balbettavano anche Cesare e l'imperatore Calvino Balbino.
Nella città di Venezia era famosa la famiglia patrizia dei Balbi (balbuzienti da secoli).
Altri personaggi noti balbuzienti erano: il matematico Tartaglia,il Re Luigi XIII, Aristotele filosofo greco, il poeta Alessandro Manzoni che si definisce come un balbettante in casa e silenzioso in pubblico, Winston Churchill primo ministro inglese, Giorgio VI re d'Inghilterra, Marilyn Monroe attrice ecc...

Dalla maggior parte delle persone, la balbuzie viene erroneamente considerata soltanto come un disturbo del linguaggio che compromette la capacità comunicativa di chi ne è affetto. Questa definizione dev'essere rivista, poiché minimizza il disturbo: le persone balbuzienti, e gli esperti in materia, ad esempio, non considerano certo la balbuzie come un semplice disordine della parola, ma come un problema ben più profondo, che delinea un insieme di disordini verbali, comunicativi e comportamentali. La balbuzie riflette quindi una condizione estremamente complessa ed eterogenea, in cui la mera difficoltà espressiva dev'essere intesa come la punta dell'iceberg: il problema reale sta al di sotto e non si vede. Il danno verbale provocato dalla balbuzie (punta dell'iceberg) si riflette negativamente anche nel comportamento; la scarsissima autostima di chi ne è affetto, e il disagio provocato dalla condizione, conduce ad una permanente sensazione di inadeguatezza nei confronti delle persone “sane, sfociando, inevitabilmente, nella vergogna di sé (corpo dell'iceberg).
È bene precisare che balbuzie non è sinonimo di scarsa intelligenza o di pseudo ritardo mentale, nonostante molte persone “sane” ne siano erroneamente convinte.

Il linguaggio dei balbuzienti non appare fluido, bensì interrotto dalla ripetizione, continua o intermittente, di vocaboli, sillabe, suoni o, addirittura, frasi intere alternante a pause silenti, in cui la persona affetta non è in grado di produrre alcun suono. Il linguaggio frastagliato (come lo definiscono i balbuzienti, consapevoli della malattia), intercalato da pause continue, viene chiamato, in termini medici, disfluenza verbale.
La difficoltà del linguaggio dei balbuzienti (dunque i vocaboli ripetuti, alternati a pause anche piuttosto lunghe) è evidenziata ancor più sia dall'esitazione ad iniziare un discorso, sia dal prolungamento, in genere, delle vocali: spesse volte, le disfluenze verbali inducono i balbuzienti a riformulare la frase stessa, cercando di trovare parole più semplici da dire.
Il disturbo della balbuzie viene spesso accompagnato da errori nella respirazione: i muscoli respiratori possono subire spasmi clonici, tonici o tonico-clonici, i maggiori responsabili del blocco verbale, della ripetizione del vocabolo e del movimento convulsivo che spesse volte accompagna la balbuzie.

Sono stati condotti molti studi sulla balbuzie, fenomeno assai complesso ed eterogeneo, che si manifesta in varie forme in base all'età e al sesso.
Si stima che all'incirca l'1% della popolazione adulta sia affetta da balbuzie, di cui l'80% è rappresentato da uomini.
Complessivamente, si calcola che il 5% della popolazione globale possa essere affetto dal qualche forma di balbuzie.
Il 2.5% degli infanti al di sotto dei cinque anni presenta difficoltà del linguaggio.
Il 20% dei bambini affetti da balbuzie primaria tende a presentare difficoltà nella fluidità del linguaggio anche in età adulta.
Le femmine presentano una particolare predisposizione a guarire più velocemente e definitivamente dalla balbuzie rispetto ai maschi.
Si stima che il recupero del linguaggio, dunque la completa padronanza di esprimersi correttamente, senza alcun intervento rieducativo logopedico, avvenga intorno ai 6 anni d'età nel 70% (o più) dei casi: a tal proposito, prima dei 5 anni è inappropriato parlare di balbuzie vera e propria. Più correttamente, i disturbi del linguaggio prima dei 5 anni sono chiamati solamente “disfluenze”.



La balbuzie può essere primaria o secondaria, in base al momento d'insorgenza ed in funzione delle caratteristiche del disturbo:
Balbuzie primaria, detta anche pseudo balbuzie o balbuzie di rodaggio insorge nell'infanzia in un numero elevatissimo di bambini (si stima che oltre il 30% degli infanti di quest'età ne sia affetto). Questa forma di balbuzie è assolutamente reversibile ed in genere scompare in maniera del tutto spontanea, senza dover ricorrere a logopedisti o a riabilitazione del linguaggio. In questa manifestazione verbale, i genitori e le altre persone dovrebbero fare ben attenzione a non correggere mai il bambino durante il suo discorso: il piccolo balbuziente non dovrebbe essere  aiutato dall'adulto nel completamento della frase, poiché il bambino deve capire da solo il suo problema. Ovviamente, anche le “prese in giro” e i giudizi negativi sul linguaggio devono essere banditi, essendo questi i fattori predisponenti principali per la balbuzie vera. La pseudo balbuzie interessa, in particolare, i maschi.
Balbuzie secondaria, detta anche balbuzie vera: si manifesta, generalmente, durante l'infanzia e la pubertà, tra i 6 ed i 14 anni: la probabilità che la balbuzie vera insorga in età adulta è piuttosto bassa (indice d'incidenza 0.8-1.5%). Il più delle volte, la causa d'insorgenza della disfluenza verbale risiede in ansie, paure, conflitti e traumi psicologici subiti in tenera età: l'organismo del soggetto colpito si oppone, e la ribellione si riflette nella difficoltà del linguaggio. Non è raro che il malato di balbuzie vera presenti anche tic, modulazioni dell'umore, carattere irrequieto e discinesie (disordine del movimento), dovuti soprattutto alla notevole sensazione di disagio percepita o nel momento del colloquio con gli altri. Quando il balbuziente è consapevole di dover colloquiare con un'altra persona, viene spesso assalito dall'ansia di parlare, dal timore di sbagliare, di fare “brutta figura”, di essere giudicato. La risposta inevitabile dell'organismo è lo stress: i muscoli che avvolgono le corde vocali tendono ad irrigidirsi, dunque la balbuzie diviene ancora più marcata in alcune condizioni.
In entrambe le sottocategorie di balbuzie, è bene puntualizzare che il soggetto affetto non ha problemi a convertire il pensiero in parola: la disfluenza verbale dev'essere ricondotta solamente nella scarsa capacità di una fluida formulazione del discorso, che non dipende certo da un  deficit mentale.
La paura di essere giudicati, il timore di non essere all'altezza delle situazioni, la forte sensazione di inadeguatezza ed imbarazzo in qualsivoglia situazione, la vergogna di non riuscire a parlare in modo fluido e scorrevole, non rappresentano i fattori predisponenti al disturbo, piuttosto devono essere intesi come elementi che ne conseguono; nonostante quanto detto, l'insieme di questi fattori potrebbe comunque fomentare la balbuzie, pur non rappresentandone la causa principale.

Sono interessati i muscoli fonatori,respiratori ed articolatori con movimenti irregolari ed involontari.
E' anche definita come "un'anomalìa del normale fluire e della cadenza dell'eloquio caratterizzata dalle seguenti manifestazioni:
ripetizioni di suoni o sillabe;
prolungamenti di suoni;
interruzioni di parole;
blocchi udibili o silenti;
circonlocuzioni(sostituzione di parole);
parole emesse con eccessiva tensione fisica.

La foniatra francese Suzanne Borrel afferma che nel balbuziente c'è sempre una componente psicologica caratterizzata da fragilità emotiva nella relazione sociale (teoria psicologica).
Infatti come afferma il neuropsichiatra infantile J. De Ajurriaguerra pochi balbettano quando parlano da soli,si rivolgono ad animali,recitano,cantano,mentre il disturbo aumenta di fronte a persone importanti.
Per quanto riguarda l'ereditarietà un recente studio dell'Università di Amburgo e Gottingen ha dimostrato che è presente un difetto di attivazione delle aree del linguaggio situate nell'emisfero cerebrale sinistro.
Nel balbuziente c'è un coinvolgimento anche dell'emisfero destro che va a sopperire la carenza funzionale dell'altro.
Le attuali linee della neuropsicologia descrivono un modello gerarchico delle aree cerebrali che distingue un emisfero sinistro dominante ed un emisfero destro minore nella funzione linguistica.
A seconda del compito da affrontare si ipotizza una temporanea dominanza dell'emisfero competente.
La specializzazione funzionale vede l'emisfero sinistro con attitudini nella elaborazione del linguaggio,mentre il destro manifesta specifiche competenze nell'elaborazione dei dati, nell'attività onirica e nella percezione delle emozioni.
L'emisfero destro elabora informazioni sintetizzandole secondo una modalità globalista-simultanea ed il linguaggio che ne deriva domina l'immaginazione,la fantasia,la creatività e l'intuizione.
L'emisfero sinistro,quello della parola articolata lavora invece con un approccio analitico.
Nella prospettiva moderna della specializzazione interemisferica,l'emisfero sinistro è competente nella comprensione e produzione del linguaggio.
Secondo la teoria di Broca dimostrata con indagini strumentali,l'area del lobo frontale di sinistra è la sede del linguaggio articolato (area di Broca).
I neurofisiologi tra cui il premio nobel R. Sperry hanno individuato ulteriori differenziazioni specifiche.
Oltre all'area di Broca,l'altra area situata nel lobo temporale e sviluppata anch'essa nell'emisfero sinistro,assume compiti di tipo associativo che facilitano la comprensione del linguaggio parlato (area di Wernicke).
In conclusione viene confermato il ruolo determinante dell'emisfero cerebrale sinistro con le aree precedentemente descritte e le specificità neuronali come protagoniste della produzione del linguaggio parlato.
Quindi la teoria organicistica della dominanza emisferica rientra nella insufficienza funzionale dell'area sinistra e nella dominanza dell'area destra.
Altre teorie organicistiche sono:
delle alterazioni motorie;
della predominanza dell'ortosimpatico;
di Karlin(ritardata mielinizzazione del s.n.c);
Le teorie psicogenetiche evidenziano cause ambientali,emotive,traumatiche che determinano l'insorgenza del disturbo e lo espongono a continue frustrazioni.
In particolare citiamo la teoria del conflitto appreso,la teoria psicoanalitica e delle difficoltà psico-sociologiche(Froeschels-Hoepfner).
Sigmund Freud scrive"Quando l'inconscio richiama al conscio le gratificazioni dell'infanzia il soggetto,libero da gravami interiori,si esprime a livelli prossimi alla normalità.L'opposto accade quando il conscio riceve dall'inconscio memorie infantili frustranti, capaci di sconvolgerne il livello d'equilibrio intimo.La parola,piuttosto che divenire veicolo del suo turbamento si blocca e il pensiero resta in bilico tra mente e psiche.
Poiché questi mutamenti dell'animo umano sono frequenti,mutevole è la frequenza dell'alternativa:oscillazione tra la parola piena ed il blocco fonoemotivo".
La teoria foniatrica specifica può essere:
del feed-back udito/parola;
della difficoltà articolatoria(di Gutzman e Kussmaul);
dei disturbi respiratori.
Questa teoria è riconducibile a problemi strutturali dell'apparato pneumo-fono-articolatorio.
La teoria linguistica sostenuta dalla filosofia del linguaggio valuta invece le incertezze
terminologiche,grammaticali e sintattiche che costringono il soggetto alla sostituzione di parole difficili con altre più semplici(insufficienza linguistica di Tarneaud-Pichon).
Secondo Gerald Maguire, professore dell'Università della California a causare la balbuzie potrebbe essere uno squilibrio chimico nelle zone cerebrali,in riferimento ad un neurotrasmettitore cerebrale.
In definitiva le ipotesi sono molteplici ma tutte comunque riconducibili a quanto esposto.
La maggior incidenza dei casi di balbuzie riguarda il sesso maschile con un rapporto di 3 a 1 rispetto al sesso femminile.
Infatti uno studio del Dr. Peter Fox avvalora la tesi della base genetica affermando che il disturbo è legato al cromosoma X anche se il meccanismo della trasmissione è ancora sconosciuto.
Nella balbuzie ci sono molteplici variabili che concorrono a manifestare il quadro clinico.
Il coinvolgimento della sfera comportamentale è determinante.
Secondo l'approccio cognitivo comportamentale essa è una risposta appresa in una situazione di ansia così da innescare sovente meccanismi di evitamento continuo.
Si genera quindi una vera e propria fobia di parlare e per quanto si desideri adottare un rigido controllo che spinge le parole a venir fuori dalla bocca, non si riesce e si manifestano tics nervosi con forte tensione emotiva ed ansia ingravescente .
Il ripetersi dell'evento rafforza il feed-back negativo per cui il soggetto si sente come intrappolato in un controllo che gli sfugge costantemente.
I modelli comunicativi anomali portano il balbuziente ad evitare lo sguardo dell'interlocutore,a ricorrere sovente alla sostituzione del vocabolo durante l'eloquio,all'utilizzo degli intercalari:cioe',dunque,infatti;ad acquisire una respirazione anomala,ad alterare il tono della voce ed il ritmo della parola.
Alcuni studiosi descrivono 4 fasi nell'episodio di balbuzie:
fase di pre-balbuzie in cui il soggetto anticipa l'evento temuto dal punto di vista cognitivo;
fase di balbuzie in cui si realizza l'episodio di balbuzie;
fase di risoluzione in cui il soggetto dopo aver parlato va incontro ad un calo di tensione;
fase di post-balbuzie caratterizzata da frustrazione e senso di vergogna.
Questa condizione,porta un basso livello di autostima in relazione alla frustrazione che si vive quotidianamente nelle relazioni sociali.

I sintomi evidenti della balbuzie a volte fanno giungere a delle conclusioni sbagliate. Per esempio, il nervosismo e il ritmo rapido dell’eloquio spesso riscontrabili nei bambini che balbettano non sono la causa della loro balbuzie. Sono piuttosto un sintomo del tentativo di affrontarla. Di conseguenza, i consigli “stai tranquillo” o “rallenta” possono talvolta rispondere ai sintomi funzionali del parlare, ma non colpiscono la balbuzie in sé. In altre parole, il nervosismo e il ritmo rapido dell’eloquio sono il risultato della paura di balbettare e della vergogna.
Le teorie attuali parlano di una complicata interazione tra lo sviluppo del linguaggio dei bambini e le loro capacità motorie di produzione del linguaggio, combinati con le molteplici influenze della personalità e dell’ambiente comunicativo e sociale del bambino. In altre parole, la balbuzie non ha una singola causa, quindi spiegazioni semplici come “sta parlando troppo veloce” o “è nervoso” non spiegano adeguatamente questo complicato disturbo. Ricerche recenti su vari fronti sostengono l´idea della balbuzie come un disturbo multifattoriale.
Studi sulle neuroimmagini, risultato dell’esame PET (tomografia ad emissione di positroni) o RMN funzionale (risonanza magnetica nucleare) per esaminare balbuzienti adulti, hanno mostrato diversi modelli di attivazione cerebrale quando balbettano, con una maggiore attivazione delle aree dell’emisfero destro e diversi modelli di uso dell’emisfero sinistro, nonché delle strutture subcorticali e cerebrali.



Molte persone che balbettano dimostrano difficoltà in vari parametri di decodificazione uditiva, coordinazione motoria, e in alcuni parametri di controllo neuropsicologico degli emisferi.
La balbuzie tende ad avere un certo grado di familiarità, e ricerche recenti sembrano indicare origini genetiche in almeno qualche individuo. La maggior parte degli studiosi pensano che una predisposizione alla balbuzie possa essere ereditaria, ma la sua espressione può essere ampiamente determinata dall’ambiente.
Molti bambini hanno problemi concomitanti accanto alla balbuzie, come altri problemi della parola o di sviluppo del linguaggio, disturbi dell’apprendimento, ADHD (sindrome da deficit di attenzione e iperattività), ecc., che possono contribuire al disturbo o indicare un più pervasivo fattore eziologico sottostante. Quanto si può dire con almeno un grado minimo di basi empiriche è che NESSUN singolo fattore ha mostrato di essere  la causa della balbuzie.
La balbuzie non è causata dai genitori dei bambini.
La balbuzie non è causata dall’attenzione che attirano le normali disfluenze del bambino.
La balbuzie non è un problema psicologico (anche se può avere conseguenze psicologiche).
La balbuzie non è segno di minore intelligenza, deficienza motoria, o traumi neurologici.
La balbuzie non è semplicemente una cattiva abitudine.

I ricercatori non hanno ancora scoperto le cause specifiche della balbuzie, ma ci sono alcuni fattori che possono dare contribuire all’origine del problema:

Genetici : Il fatto che la balbuzie ricorra nell’ambito familiare suggerisce che potrebbe esserci una causa genetica sottostante.
Sviluppo del linguaggio : La balbuzie affligge molti bambini nel momento in cui imparano a parlare (balbuzie evolutiva). I bambini possono balbettare quando le loro abilità linguistiche non sono ancora completamente sviluppate da stare al passo con ciò che desiderano dire. La maggior parte dei bambini che balbetta in questa fase smetterà verso i 4 anni di età.
Difficoltà nella trasmissione del segnale: Può succedere che la balbuzie si manifesti perchè i segnali tra il cervello della persona e i nervi e i muscoli che controllano il linguaggio non funzionano in modo appropriato. Si parla in questo caso di balbuzie neurogenetica. Questo tipo di balbuzie si manifesta nei bambini, ma può anche comparire in persone adulte che abbiamo avuto un ictus o un trauma cranico. Più raramente la balbuzie neurogenetica è il risultato di anomalie strutturali come lesioni nell’area motoria cerebrale del linguaggio.
Lo stress, l’eccitazione e l’ansia sono altri fattori che contribuiscono a peggiorare la balbuzie. Parlare in pubblico, al telefono o davanti ad una persona con autorità può risultare molto difficile.

Anche se non è chiaro il motivo, la maggior parte delle persone affette da balbuzie riesce a parlare senza problemi quando parla tra sè e sè, quando canta o quando pronuncia le parole in contemporanea con un’altra persona.



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martedì 4 agosto 2015

LA LUDOPATIA



Gian Marco Centinaio parla chiaro: il problema più grosso è la ludopatia e la pubblicità non fa altro che aumentarne il rischio. “Noi abbiamo presentato sul discorso dei giochi sia un’interrogazione parlamentare che una proposta di legge che mi auguro sia calendarizzata quanto prima per evitare il ripetersi di quanto sta accadendo da mesi, ovvero niente”, spiega al VELINO. “Il problema più grosso è quello relativo alla ludopatia sulla quale stiamo collaborando con tutte le associazioni che da tempo lavorano per contrastarla. L’obiettivo è quello di riuscire ad impedire la possibilità di fare pubblicità al gioco d’azzardo sulle televisioni a qualsiasi ora sia su quelle nazionali che locali, sia su quelle pubbliche che private”, insiste il senatore della Lega. “Poi bisognerà vedere se si riuscirà ad ottenere il risultato sperato perché dubito che lo Stato italiano, che guadagna fin troppo dal settore del gaming, darà il suo placet. La vedo dura, molto dura”.

Il gioco d'azzardo patologico non è infatti soltanto un fenomeno sociale, ma una vera e propria malattia che rende incapaci di resistere all'impulso di passare ore ed ore davanti alle slot machine o a fare scommesse.
Una sentenza del TAR Lombardia di pochi mesi fa ha riconosciuto agli enti locali la possibilità di contribuire al contrasto dei fenomeni di patologia sociale connessi al gioco compulsivo, "dal momento che – recita la sentenza – la moltiplicazione incontrollata delle possibilità di accesso al gioco a denaro costituisce di per sé un obiettivo accrescimento del rischio di diffusione dei fenomeni di dipendenza, con le ben note conseguenze pregiudizievole sia nella vita personale e familiare dei cittadini, anche di minore età) che a carico dei servizi sociali comunali (e quindi del bilancio comunale) chiamati a intervenire per fronteggiare situazioni di disagio connesse alle ludopatie".
Siamo quindi di fronte ad una emergenza sociale e sanitaria che colpisce anche la nostra zona. Alcuni dati forniti dal SerT (Servizio per le Tossicodipendenze) dell'Asl Milano 1 rilevano che sono risultate affette da ludopatia circa 150 persone negli ultimi tre anni.
La riduzione dell'orario di apertura delle sale gioco e di attivazione delle apparecchiature costituisce quindi uno strumento idoneo a limitarne la possibilità di utilizzo.

La causa esatta della ludopatia al momento non è nota. Come per gran parte delle malattie psichiatriche, si ritiene che l'insorgenza della dipendenza dal gioco d'azzardo patologico sia legata all'interazione sfavorevole di fattori biologici, genetici e ambientali (in particolare, sul fronte relazionale, familiare, sociale, professionale).

Quel che, invece, appare certo è il ruolo promuovente di alcuni fattori di rischio.

La presenza di altre patologie o disturbi psichiatrici come ansia, depressione, disturbi di personalità (per esempio, disturbo borderline), alcolismo o abuso di sostanze, disturbo da deficit dell'attenzione e iperattività (ADHD) e comportamenti compulsivi.
La maggior parte dei GIOCATORI PROBLEMATICI O PATOLOGICI si colloca nella fascia d'età tra 20 e 50 anni.
Gli uomini sono più propensi delle donne a GIOCARE D'AZZARDO e a sviluppare dipendenza. Le donne tendono a essere meno attratte dal gioco e a sviluppare LUDOPATIA in età più avanzata, di solito in concomitanza con stati ansioso-depressivi, disturbo bipolare, insoddisfazione, solitudine e ritiro sociale. In genere, le donne sviluppano dipendenza più rapidamente degli uomini.
Familiarità per GIOCO D'AZZARDO PATOLOGICO o disturbi psichiatrici che aumentano la propensione ad assumere comportamenti impulsivi/compulsivi.
Assunzione di farmaci (dopamino-agonisti) per la cura della malattia di Parkinson e della sindrome delle gambe senza riposo, in presenza di una specifica predisposizione su base neurologica, non prevedibile a priori, a sviluppare questo effetto collaterale.
Spirito marcatamente competitivo, tendenza a lavorare molte ore al giorno senza averne realmente bisogno né essere obbligato a farlo (workholism), irrequietezza/iperattività, tendenza ad annoiarsi in fretta.
Scarsa consapevolezza della dinamica e delle basi matematiche dei GIOCHI D'AZZARDO, con conseguente sovrastima delle probabilità individuali di vittoria e/o convinzione di poterle aumentare con strategie specifiche.
Esposizione a un'elevata offerta di possibilità di gioco e scommesse di soggetti sensibili o predisposti alla LUDOPATIA, specie se associata a messaggi fuorvianti in merito alle effettive possibilità di vittoria o comunque, più o meno velatamente, istiganti a giocare in modo eccessivo.



Giocando on-line, scommettendo su sport, roulette, poker e quant’altro, ci si può imbattere in una malattia, la Ludopatia, causata dalla dipendenza da gioco d’azzardo. Questo infatti può minare o addirittura sconvolgere la vita di chi purtroppo si trova ad affrontarlo, andando ad intaccare i rapporti con i familiari o comunque con chi gli sta intorno, o ad interferire con il lavoro portando così alla catastrofe finanziaria. Può portare un uomo a fare cose che mai avrebbe pensato di fare come rubare soldi per poter continuare a giocare o per pagarsi i debiti accumulati. Nonostante le evidenti difficoltà e la gravità del problema, uscirne è possibile, e lo si può fare grazie soprattutto al giusto aiuto e a tanta fora di volontà, e tenendo sempre presente che il primo passo per riottenere la propria vita e liberarsi da questo male, e riconoscere di averlo.

Se si comincia ad essere preoccupati per il gioco d’azzardo, se si comincia a spendere sempre più tempo e denaro su scommesse o a rincorrere le perdite, è bene tenere sempre a mente che si può avere un problema anche se non è del tutto fuori controllo, e che quindi anche questo comportamento è di fatto un problema di gioco.

La dipendenza da gioco d’azzardo, a differenza di altre dipendenze come quella da droga o da alcool, non presenta particolari campanelli d’allarme come possono essere ad esempio segni evidenti o sintomi fisici e per questo motivo viene definita come “malattia nascosta”.

È comunque possibile tracciare delle linee guida che permettano un’autovalutazione e l’individuazione di particolari segnali d’allerta. Si può affermare ad esempio che si ha un problema di gioco se:

Si sente l’esigenza di nascondere agli altri il proprio volume di gioco per paura magari di un giudizio poco piacevole o perché li si vuole sorprendere con vincite importanti.

Se si hanno difficoltà nel controllare il proprio volume di gioco, ovvero se non si è in grado di gestire le proprie giocate smettendo quando si vuole ed arrivando a giocare fino all’ultimo centesimo nel tentativo di riguadagnare gli importi perduti.

Segnale d’allarme imminente indice di una dipendenza ormai evidente, si ha quando si tenta poi di recuperare gli importi scommessi non solo con i propri soldi ma anche con soldi che in effetti non si hanno, magari con carte di credito o con debiti veri e propri, o che magari erano destinati ad altre cose, decisamente più importanti, come ad esempio pagare bollette o per comprare cose ai propri figli. L’idea di cui bisogna sempre diffidare è che per riguadagnare i soldi persi sia necessario giocare ancora e magari importi ancora più alti, e di fatto, è proprio questa condizione che spinge il giocatore verso l’inventabile baratro.

Familiari ed amici sono preoccupati per te. Trovare aiuto nella famiglia e negli amici è un ottimo punto per iniziare a guarire da questo male, ascoltandoli ed evitando di rinchiudersi in guscio di indifferenza, ma soprattutto analizzando con occhio oggettivo e freddo gli effetti che il gioco comporta sulla propria vita.

Chiedere aiuto a qualcuno non è mai un segno di debolezza, semmai lo è di grande forza.

Uno degli aspetti più rilevanti che spinge un individuo verso il gioco d’azzardo patologico e compulsivo è la voglia di scappare da alcune sensazioni sgradevoli legate a fattori della vita quotidiana, come ad esempio litigi con il coniuge o con un collega, serate trascorse da soli o il normale stress accumulato durante le faticose giornate di lavoro. Quando infatti ci si sente afflitti da sensazioni del genere si è portati a pensare che con una serata al casinò ci si possa risollevare il morale e che si possano contrastare, senza considerare le conseguenze di un simile atteggiamento, quelle spiacevoli sensazioni. Esistono però modi decisamente meno pericolosi e molto più efficaci per combattere simili stati d’animo, come ad esempio coltivare nuovi hobby, la meditazione o trascorrere più tempo con i propri amici.



Uno dei metodi più efficaci infatti per smettere di giocare, consiste proprio nel trovare modi alternativi per gestire simili spiacevoli sensazioni, modi che tra l’altro accompagneranno l’individuo anche dopo aver superato il problema, quindi anche dopo aver smesso di giocare, è che gli permetteranno di affrontare con nuova forza e vigore i vari momenti difficili della vita, evitando di cadere in altre spiacevoli e pericolose trappole come quella del gioco d’azzardo. È quindi fondamentale spendere del tempo nella ricerca di queste nuove abitudini, in modo da fortificare se stessi e migliorare la qualità generale della propria vita.

Ogni giocatore comunque resta un caso unico e di fatto necessita di un programma di recupero personalizzato che gli consenta di utilizzare al massimo le proprie risorse e di superare quindi il difficile ostacolo. Il primo passo da compiere come detto più volte, resta sempre e comunque quello di ammettere di avere un problema e di cercare aiuto anche nelle persone vicine senza alcun timore e senza la paura di dover ritornare su decisioni prese o su rapporti che si credevano ormai definitivamente corrosi, e trovando la forza nel pensiero decisamente confortante che già altri prima hanno combattuto questo male e che già altri lo hanno sconfitto.

Superare una dipendenza da gioco non è mai una cosa semplice, tuttavia grazie all’aiuto di persone competenti o di un gruppo di sostegno ed al sostegno di amici e familiari, è possibile ed alla portata di tutti.

La terapia che permette di uscire dal tunnel del gioco d’azzardo si basa sul cambiamento di quei comportamenti di gioco poco “salutari” e sull’insegnamento di metodologie utili per affrontare e risolvere i problemi della vita quotidiana, eliminando in questo modo l’esigenza dell’individuo di utilizzare il gioco come unica via d’uscita.

La terapia si concentra sul ricalibrare il cervello, ormai abituato all’idea del gioco come soluzione universale, riportandolo ad una cognizione più vicina alla normalità.

Prima di iniziare a giocare d’azzardo è ovvio che ci si abbaia pensato, e proprio in questo frangente che bisogna armarsi di forza di volontà e chiamare qualcuno di fidato che ci consigli e ci porti a rivalutare la nostra scelta, anche in funzione delle conseguenza che questa comporterebbe sulla nostra vita.
Senza non avrebbe senso parlare di gioco d’azzardo, e proprio per questo motivo si devono eliminare tutte le fonti di denaro utilizzabili, come le carte di credito, e affidare le proprie finanze ad una persona fidata.
Il tempo. Anche questo elemento è essenziale ai fini del gioco, ma può essere facilmente eliminato semplicemente riorganizzando le proprie giornate in funzione di nuove e più sane attività, magari anche in questo caso affiancati da una persona cara, o trascorrendo più tempo con amici e parenti.
Senza una qualunque attività su cui scommettere non vi sono possibilità di giocare, un concetto tanto ovvio quanto fondamentale per guarire. Bloccare siti di scommesse on-line o avvisare luoghi di scommesse che si frequentano dei propri problemi di gioco, è una valida soluzione per contrastare anche quest’ultimo fattore.

Riuscire quindi a mantenere il recupero ed i successi ottenuti fino a quel momento è di fatto la sfida più grande, e per riuscire ad affrontarla nel migliore dei modi, l’individuo deve sempre tenere bene a mente che i motivi che lo hanno portato al gioco d’azzardo restano anche dopo essere guarito, ma che esistono validissime e sane alternative in grado di facilitare la risoluzione degli stessi problemi e di rendere migliore il proprio stile di vita.




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