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domenica 1 novembre 2015

L'AMIANTO

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La prima utilizzazione dell'amianto da parte dell'industria risale agli ultimi decenni dell'800.

La tendenza alla crescita si è interrotta decisamente soltanto a partire dalla seconda metà degli anni '70.
Grande clamore ebbe nel 1903, in seguito ad un incendio che aveva causato 83 morti, la sostituzione nella Metropolitana di Parigi di materiali infiammabili o che producevano scintille, con manufatti contenenti amianto, compresi i freni delle carrozze. Lo stesso avvenne nella metropolitana di Londra e poi nel 1932 per la coibentazione del translatlantico Queen Mary. Questi eventi furono molto reclamizzati tanto da indurre una eccessiva confidenza con l'amianto fino a favorirne una massiccia diffusione in scuole, ospedali, palestre, cinema oltre che in tutti i settori industriali.
In Italia, nella seconda metà degli anni '50, si coibentarono con l'amianto le carrozze ferroviarie, fino ad allora isolate con sughero.
Nel 1893 inizia in Austria la produzione del cemento-amianto.
Nel 1912 un ingegnere italiano costruisce per primo una macchina per la produzione di tubi in cemento-amianto. La produzione e l'uso di manufatti in cemento-amianto per l'edilizia sono aumentati fino ad alcuni anni fa.

L'amianto è un minerale naturale a struttura microcristallina e di aspetto fibroso appartenente alla classe chimica dei silicati e alle serie mineralogiche del serpentino e degli anfiboli. Si ottiene a seguito di un'attività estrattiva, e il suo nome deriva dalla parola Asbesto che tradotto significa "Che non si spegne mai". La sua composizione chimica è variabile ed è costituita appunto da fasci di fibre molto fini, tanto che in un centimetro lineare si possono allineare fianco a fianco 335.000 fibrille di amianto paragonato alla quantità di 250 capelli per il solito spazio di un centimetro, fa capire quanto siano sottili.
Per la normativa italiana sotto il nome di amianto sono compresi 6 composti distinti in due grandi gruppi: anfiboli e serpentino, l'amianto serpentino è composto principalmente da amianto cosiddetto bianco chiamato anche crisotilo, dall'aspetto sfrangiato. L'altro chiamato anfibolo è composto da crocidolite (amianto blu), amosite, e tremolite, l'amosite e pochi altri.

In greco la parola Amianto significa immacolato e incorruttibile e Asbesto, che di fatto è equiparato ad amianto, significa perpetuo e inestinguibile.
L'amianto, chiamato perciò anche indifferentemente asbesto, è un minerale naturale a struttura microcristallina e di aspetto fibroso appartenente alla classe chimica dei silicati e alle serie mineralogiche del serpentino e degli anfiboli.
E' presente in natura in diverse parti del globo terrestre e si ottiene facilmente dalla roccia madre dopo macinazione e arricchimento, in genere in miniere a cielo aperto.
I più grandi produttori mondiali sono stati: Canada (Crocidolite), Africa del Sud (Crocidolite, Crisotilo ed Amosite), Russia (Crisotilo), Stati Uniti (Crisotilo), Finlandia (Antofillite) e l'Italia principalmente con la cava di Balangero (Crisotilo) in provincia di Torino. La Tremolite e l'Actinolite commercialmente erano meno importanti.
Le fibre di amianto sono molto addensate ed estremamente sottili. Infatti se in un centimetro lineare è possibile disporre affiancati 250 capelli, oppure 500 fibre di lana, oppure 1.300 fibre di nylon è anche possibile disporre ben 335.000 fibre di amianto.
La struttura fibrosa conferisce all'amianto sia una notevole resistenza meccanica sia un'alta flessibilità.
L'amianto resiste al fuoco e al calore, all'azione di agenti chimici e biologici, all'abrasione e all'usura (termica e meccanica).
E' facilmente filabile e può essere tessuto.
E' dotato inoltre di proprietà fonoassorbenti oltrechè termoisolanti.
Si lega facilmente con materiali da costruzione (calce, gesso, cemento) e con alcuni polimeri (gomma, PVC).
Perciò l'amianto è un minerale praticamente indistruttibile, non infiammabile, molto resistente all'attacco degli acidi, flessibile, resistente alla trazione, dotato di buone capacità assorbenti, facilmente friabile.
Le caratteristiche proprie del materiale e il costo contenuto ne hanno favorito un ampio utilizzo industriale. Generalmente è stato utilizzato insieme con altri materiali in diverse percentuali, al fine di sfruttare al meglio le sue caratteristiche.
Pertanto per anni è stato considerato un materiale estremamente versatile a basso costo, con estese e svariate applicazioni industriali, edilizie e in prodotti di consumo.
In tali prodotti, manufatti e applicazioni, le fibre possono essere libere o debolmente legate: si parla in questi casi di amianto in matrice friabile, oppure possono essere fortemente legate in una matrice stabile e solida (come il cemento-amianto o il vinil-amianto): si parla in questo caso di amianto in matrice compatta.



Se, come visto, la consistenza fibrosa dell'amianto è alla base delle sue ottime proprietà tecnologiche, essa conferisce al materiale anche, purtroppo, delle proprietà di rischio essendo essa stessa causa di gravi patologie a carico prevalentemente dell'apparato respiratorio.
La pericolosità consiste, infatti, nella capacità dei materiali di amianto di rilasciare fibre potenzialmente inalabili e inoltre nella estrema suddivisione cui tali fibre possono giungere.

Non sempre l'amianto, però, è pericoloso. Lo è certamente quando si trova nelle condizioni di disperdere le sue fibre nell'ambiente circostante per effetto di qualsiasi tipo di sollecitazione meccanica, eolica, da stress termico, dilavamento di acqua piovana.
Per questa ragione l'amianto in matrice friabile, il quale  può essere ridotto in polvere con la semplice azione manuale, è considerato più pericoloso dell'amianto in matrice compatta che per sua natura ha una scarsa o scarsissima tendenza a liberare fibre.

La prima nazione al mondo a usare cautele contro la natura cancerogena dell'amianto tramite condotti di ventilazione e canali di sfogo fu il Regno Unito nel 1930 a seguito di pionieristici studi medici che dimostrarono il rapporto diretto tra utilizzo di amianto e tumori. Nel 1943 la Germania fu la prima nazione a riconoscere il cancro al polmone e il mesotelioma come conseguenza dell'inalazione di asbesto e a prevedere un risarcimento per i lavoratori colpiti.

La produzione e lavorazione dell'amianto è fuori legge in Italia dal 1992, ma non la vendita. La legge n. 257 del 1992, oltre a stabilire termini e procedure per la dismissione delle attività inerenti all'estrazione e la lavorazione dell'asbesto, è stata la prima ad occuparsi anche dei lavoratori esposti all'amianto. All'art. 13 essa ha introdotto diversi benefici consistenti sostanzialmente in una rivalutazione contributiva del 50% ai fini pensionistici dei periodi lavorativi comportanti un'esposizione al minerale nocivo. In particolare, tale beneficio è stato previsto: per i lavoratori di cave e miniere di amianto, a prescindere dalla durata dell'esposizione (comma 6); per i lavoratori che abbiano contratto una malattia professionale asbesto-correlata in riferimento al periodo di comprovata esposizione (comma 7); per tutti i lavoratori che siano stati esposti per un periodo superiore ai 10 anni (comma 8).



In seguito alla normativa indicata, nel 1995 venne stabilita una procedura amministrativa che vedeva coinvolto l'INAIL per l'accertamento dei presupposti di legge per il riconoscimento dei predetti benefici previdenziali. In particolare, l'INAIL procedeva all'accertamento dei rischi presso lo stabilimento del datore di lavoro tramite professionisti interni inquadrati nella CONTARP (Consulenza Tecnica Accertamento Rischi e Prevenzione); sulla base degli accertamenti di esposizione e dei curricula professionali dei lavoratori, venivano quindi rilasciati agli stessi gli attestati dell'eventuale periodo di avvenuta esposizione all'amianto. Tale procedura è stata sostanzialmente confermata con decreto interministeriale del 27 ottobre 2004, adottato ai sensi dell'art. 47 della legge n. 326 del 2003, che ha anche ridotto la rivalutazione contributiva al 25%, e stabilito che il beneficio è utile solo ai fini della misura della pensione e non più, quindi, anche per la maturazione del diritto. Prima degli anni ottanta, tuttavia, i curricula non erano archiviabili in formato digitale, e nel settore marittimo il cambio di bandiera di molte compagnie è stato causa di difficoltà nel recuperare gli attestati di servizio; inoltre, con la rottamazione delle navi finivano al macero anche gli archivi.

In assenza di un parere rilasciato dai professionisti INAIL, il singolo lavoratore può però incontrare serie difficoltà nel documentare in sede amministrativa la propria esposizione all'amianto, dovendo pertanto ricorrere spesso ad un accertamento giudiziale. Tuttavia, per effetto delle modifiche introdotte dalla citata legge n. 326 del 2003, la domanda all'INAIL per il rilascio dell'attestato è stata sottoposta ad un termine di decadenza di 180 giorni decorrenti dall'entrata in vigore del citato decreto interministeriale del 27 ottobre 2004, scaduto inutilmente il quale l'azione giudiziaria non è più proponibile.

Fondamentale per i lavoratori, ancora oggi esposti alle fibre di amianto, è l'osservanza delle norme in materia di utilizzo di dispositivi di protezione individuale. Per l'utilizzo di un DPI è prevista: l'informazione del personale sui rischi dai quali protegge il DPI, l'addestramento previsto per l'uso di DPI di terza categoria, la verifica sulle modalità di impiego dei DPI e sul loro stato e la manutenzione periodica per mantenere i dispositivi efficienti. I DPI per esposizioni all'amianto sono:

tuta di protezione
copriscarpe o stivali di gomma
guanti da lavoro
protettori delle vie respiratorie.
La tuta deve essere intera, possedere un cappuccio, essere priva di tasche, chiusa ai polsi e alle caviglie con elastici e data da un tessuto idoneo a non trattenere le fibre. Sono disponibili tute monouso in Tyvek oppure in tessuto lavabile in cotone trattato o in gore-tex. Le prime non devono essere lavate, si acquistano a prezzi contenuti, ma allo stesso tempo sono poco traspiranti e possiedono scarsa resistenza allo strappo. Le tute in tessuto lavabile, ovvero in cotone trattato, come vantaggi hanno il costo moderato, la possibilità di essere riutilizzati e la capacità di traspirare il sudore. Gli svantaggi sono dovuti al lavaggio del dispositivo di protezione, in quanto non può essere effettuato in ambienti domestici, ma deve essere trasportato in lavanderie autorizzate; un ulteriore problema è dovuto alla perdita del trattamento di protezione in seguito ai lavaggi. Le tute in gore-tex presentano le caratteristiche migliori, sono traspiranti e confortevoli, resistenti, lavabili e impermeabili, ma hanno costi particolarmente elevati e anche queste possono essere lavate solo da lavanderie autorizzate o da lavatrici poste in cantiere. Le calzature devono essere costituite da materiali lavabili e possedere un gambale sufficientemente alto da essere coperto dai pantaloni della tuta.

I dispositivi di protezione delle vie aeree possono essere suddivisi in isolanti e non isolanti. I dispositivi isolanti permettono al lavoratore di utilizzare aria proveniente da una sorgente non inquinata. Si usano quando: c'è un elevato quantitativo di inquinamento ambientale, con concentrazione di ossigeno nell'aria molto bassa oppure se vi è la presenza di gas o vapori al di sopra dei limiti di sicurezza. I dispositivi non isolanti filtrano l'aria attraverso opportuni filtri, specifici per ogni tipo di sostanza, che sono in grado di trattenere gli inquinanti dispersi nell'aria.

I dispositivi per le vie aeree possono essere inoltre a semimaschera o a maschera facciale intera e il loro utilizzo dipende dalla concentrazione delle fibre di amianto in aria.

La bonifica dell'amianto può avvenire utilizzando tre metodiche:

rimozione, eliminare materialmente la fonte di rischio;
incapsulamento, impregnare il materiale con l'uso di prodotti penetranti e ricoprenti;
confinamento, installare delle barriere in modo da isolare l'inquinante dall'ambiente.
La rimozione è il procedimento maggiormente utilizzato, perché elimina ogni potenziale fonte di esposizione ed ogni bisogno di attuare cautele rispettive alle attività che vengono svolte nell'edificio. Gli svantaggi che porta questo tipo di bonifica sono: esposizione dei lavoratori a livelli elevati di rischio, produzione di contaminanti ambientali, produzione di alti quantitativi di rifiuti tossici e nocivi che devono essere smaltiti in determinati depositi, tempi di realizzazione lunghi e costi molto elevati.

L'incapsulamento è un trattamento con prodotti penetranti o ricoprenti, che permettono di inglobare le fibre di amianto e consente di costituire una pellicola di protezione sulla superficie esposta. I costi e i tempi di intervento appaiono più contenuti, non è necessario applicare un materiale sostitutivo e di conseguenza non vengono prodotti rifiuti tossici. Inoltre il rischio è minore per i lavoratori addetti e per l'ambiente. L'unica verifica di cui necessita questa modalità di bonifica è un programma di controllo e manutenzione, in quanto l'incapsulamento può alterarsi e venire danneggiato.

Il confinamento, infine, consiste nel posizionare una barriera a tenuta che possa dividere le aree che vengono utilizzate all'interno dell'edificio dai luoghi dove è collocato l'amianto. Per evitare che le fibre vengano rilasciate all'interno dell'area, il processo deve essere accompagnato da un trattamento incapsulante. Il vantaggio principale è quello di creare una barriera resistente agli urti. Il suo utilizzo è idoneo per materiali facilmente accessibili, soprattutto per quanto riguarda le aree circoscritte. I costi sono accessibili a meno che l'intervento non richieda lo spostamento di impianti, quali elettrico, termoidraulico e di ventilazione. È necessario stilare un programma di controllo e manutenzione.

Un ulteriore processo per l'inertizzazione e di compattazione delle polveri di amianto è la nodulizzazione.

La sorveglianza sanitaria è un’attività di prevenzione che si basa sul controllo sanitario dei lavoratori esposti a rischio con l’obiettivo di proteggere la loro salute, prevenire malattie professionali e le malattie correlate al lavoro. La sorveglianza sanitaria include:

visita medica preventiva per assodare l’assenza di problematiche relative al lavoro in quanto è fondamentale valutare l’idoneità alla mansione che andrà a svolgere il lavoratore;
visita medica periodica per accertare che i lavoratori siano idonei a svolgere la specifica mansione. La frequenza di tali controlli avviene una volta l’anno, nel caso in cui la all’interno della norma relativa non sia specificato. Il medico competente può definire, in base alla valutazione del rischio, ogni quanto un lavoratore deve sottoporsi alla visita. Allo stesso tempo, con provvedimento motivato, l’organo di vigilanza può imporre periodicità discorde rispetto a quello che ha indicato il medico competente;
visita medica su richiesta del lavoratore, ogni qual volta il medico competente reputi lo stato fisico del soggetto correlato ai rischi derivanti dal lavoro svolto, al fine di esprimere l’idoneità alla mansione specifica;
visita medica nel momento in cui si decida di cambiare mansione, permettendo di verificare se sussiste l’idoneità;
visita medica al termine del rapporto di lavoro solamente quando la norma lo prevede.
visita medica al momento della preassunzione;
visita medica prima che si riprenda il lavoro, in seguito ad un periodo di assenza per motivi di salute di durata superiore ai sessanta giorni continuativi, per verificare se il soggetto è idoneo all’incarico lavorativo.
L’obbligo e l’onere economico di garantire la sorveglianza sanitaria spettano al datore di lavoro, mentre il medico competente ha il compito di emettere un giudizio di idoneità alla mansione. I lavoratori che devono provvedere alla manutenzione, rimozione dell’amianto o dei materiali contenenti amianto, oppure in caso di smaltimento e trattamento dei relativi rifiuti, ovvero alla bonifica delle aree interessate, prima di poter svolgere le determinate mansioni sono obbligatoriamente sottoposti, almeno una volta ogni tre anni, oppure nel caso in cui sia il medico a decidere, a sorveglianza sanitaria. La stessa ha come scopo anche quello di constatare se al soggetto è consentito utilizzare i dispositivi di protezione individuale. Per quanto riguarda i lavoratori che sono stati iscritti anche solamente una volta nel registro degli esposti devono essere sottoposti a visita medica al termine del rapporto di lavoro ed anche a successivi accertamenti.

Le zone con mortalità da amianto più elevata sono la provincia di Gorizia (Monfalcone) e Trieste nel nord est, gran parte della Liguria, Genova e soprattutto La Spezia e la provincia di Alessandria nel nord ovest, Carrara, Livorno, Massa e Pistoia al centro, Taranto a sud, in Sicilia a Siracusa con lo stabilimento Eternit. Sono quasi tutte zone costiere con cantieri navali e porti. Fra le province non costiere figurano Alessandria, dove è situato Casale Monferrato, sede per circa 80 anni della più grande fabbrica di cemento-amianto della Eternit, Pavia, dove è situato Broni, sede del cementificio Fibronit, e Pistoia, sede di Breda Costruzioni Ferroviarie.

Dal 1992 al giugno 2005, le domande presentate per andare in pensione usufruendo del beneficio di legge, sono state circa 71000 in Liguria (1 ogni 20 abitanti). I numeri sono sensibilmente più alti se confrontati con quelli del vicino Piemonte, la seconda regione più colpita in Italia, che ha circa 43000 domande (1 ogni 100 abitanti).



Dall'antichità fino all'epoca moderna, l'amianto è stato usato per scopi "magici" e "rituali". I Persiani e anche i Romani disponevano di manufatti in amianto per avvolgere i cadaveri da cremare, allo scopo di ottenere ceneri più pure e chiare. Una credenza popolare diceva che l'amianto fosse la "lana della salamandra", l'animale che per questo poteva sfidare il fuoco senza danno.
Marco Polo ne Il Milione sfata questa leggenda e racconta che nella provincia cinese di Chingitalas, filando questo minerale si otteneva un tessuto impiegato per confezionare tovaglie.
Risale al '600 la ricetta del medico naturalista Boezio che dimostra l'uso dell'amianto nelle medicine dell'epoca.
"Dall'asbesto si fa spesso un unguento miracoloso per il lattime e per le ulcerazioni delle gambe. Si prendono quattro once di asbesto, due once di piombo, due once di ruta e vengono bruciate, quindi ridotte in polvere vengono macerate in un recipiente di vetro con l'aceto ed ogni giorno, per una volta al giorno per un mese l'impasto viene agitato; dopo un mese si deve far bollire per un'ora e lo si lascia riposare finchè non diventi chiaro: poi si mescola una dose di codesto aceto bianco con una ugual dose di olio di rosa finchè l'unguento sia ben amalgamato: allora si unge tutto il capo del fanciullo per farlo rapidamente guarire: per la scabbia e le vene varicose le parti vengono unte al tramonto finchè non sopravvenga la guarigione. Se questo minerale viene sciolto con acqua e zucchero e se ne somministra una piccola dose al mattino tutti i giorni alla donna quando ha perdite bianche, guarisce subito".
L'amianto è rimasto presente nei farmaci sino ai recenti anni '60 per due tipi di preparati: una polvere contro la sudorazione dei piedi ed una pasta dentaria per le otturazioni.



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venerdì 3 luglio 2015

L' ARDESIA

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L’ardesia è una roccia metamorfica di origine sedimentaria costituita in prevalenza da illite e clorite (35-50%), carbonato di calcio (40-50%), quarzo (10-15%) e caratterizzata da una fissilità molto marcata secondo un piano di scistosità. La fissilità è la proprietà della roccia di dividersi facilmente secondo piani paralleli, in modo da formare lastre più o meno sottili.

È uno scisto argilloso di colorazione per lo più grigio-cupa, che ha in grado eminente la proprietà di potersi separare in lastre sottili; tali lastre, di superficie piana, un po' squamosa, lisce nell'insieme, presentano lucentezza metallica, talvolta serica. La polvere è grigio-biancastra, dolce al tatto.
Al microscopio si riconosce un impasto di colorazione variabile, racchiudente una quantità di elementi cristallini, quali la mica, il feldspato, la clorite, la tormalina, ecc. Chimicamente contiene dal 45 al 75% (in media il 60%) di silice, 15-20% di allumina, e il resto: magnesia, potassa, soda, calce ed acqua. La densità varia da 2,64 a 2,95.

Oltre alla proprietà sopra accennata della sfaldatura, che l'ardesia possiede in alto grado al momento dell'estrazione, e che sparisce col tempo man mano che la roccia perde l'acqua di cristallizzazione, per non più ricomparire per effetto di umidità susseguente, ha pure la proprietà di essere impermeabile e resistente agli agenti atmosferici. In virtù di tali qualità, l'ardesia trova largo uso nelle costruzioni come materiale di copertura dei tetti, lastre di protezione per cornici e cornicioni, gradini, soglie, pavimenti e rivestimenti e in genere in tutti quei casi in cui è possibile sostituirla vantaggiosamente alle lastre di marmo.

In numerose località d'Italia si trovano rocce scistose di tipo svariato, riducibili con maggiore o minore facilità in lastre più o meno sottili e resistenti; però, nella maggior parte dei casi, si tratta di materiale che dà pezzi di piccola superficie, relativamente pesanti e non uniformi, talora anche alterabili per la presenza di noduli di pirite. Si può dire che in Italia la produzione di ardesie naturali di un qualche pregio è concentrata nella Liguria orientale; infatti si estraggono ardesie, e più si estraevano nel passato, in varie località sparse in una fascia che va da Apparizione, a oriente di Genova, fino quasi a Varese Ligure, e decorre parallela alla costa, dalla quale dista 5-10 km.

Ora, però, i centri principali d'estrazione sono ad Uscio, sopra Recco, e nella vicina valle di Fontanabuona, ove scorre il torrente Lavagna, nei dintorni di Cicagna (Orero, Lorsica, Moconesi, Pianezza, Coreglia); la produzione di questa vallata fa capo a Chiavari e Lavagna, ove l'ardesia viene lavorata, mentre quella di Uscio va a Recco. È probabile che da Lavagna, nelle cui vicinanze è Cogorno, nei secoli scorsi centro importante di cave d'ardesia, abbia tratto il suo nome il tipo più oscuro a grana fina usato per fare tavole da scrivere e disegnare.

La produzione di questa zona ligure, che coincide con la totale produzione italiana, verso il 1912-13 toccava 40.000 tonnellate annue; dopo essere discesa per effetto della guerra a 2000 tonnellate nel 1918, riprendeva poi a crescere, avendo avuto nel 1921-1924 un incremento notevole, benché transitorio, con riattivazione di vecchie cave e costruzione di nuovi impianti; ma, dopo raggiunte le 19.000 tonn., tornò a diminuire. Un terzo di tale produzione spetta alla zona di Uscio, il resto a quella di Fontanabuona. In questa zona il banco d'ardesia, alto quasi uniformemente 11 m., si trova fra due imponenti strati di arenaria; le cave talvolta vi s'addentrano profondamente, lasciando piloni di ardesia a reggere la sovrastante arenaria. In tutta questa zona appenninica l'ardesia è eocenica, alquanto calcarea, e forma quasi un passaggio fra l'argilloscisto e il calciscisto. Qui si chiama più propriamente ardesia la qualità facilmente riducibile a lastre sottilissime (abbadini), e lavagna quella pur di facile lavorazione, ma più compatta; il materiale ha un colore plumbeo, alle volte con tinta bluastra, o quasi nero.

I blocchi, ricavati dalla roccia a mezzo di piccone e di seghe a filo elicoidale e carborundum, vengono ulteriormente lavorati per lo più nei laboratorî di Lavagna, Chiavari e Recco, che sono dotati di seghe, pialle, levigatrici, lucidatrici, e altre macchine atte a cavarne pezzi dello spessore e della grandezza voluti.

Le cave produttrici sono oltre una trentina e impiegano, per 200 giorni all'anno, circa un migliaio d'operai.

La massima parte del materiale prodotto si consumava una volta principalmente nella Liguria; ma, poiché va perdendosi anche in tale regione l'usanza di coprire tetti e muri con le ardesie o lavagne (sostituite ogni giorno più dalle ardesie artificiali), negli ultimi anni la produzione si è, come vedemmo, notevolmente ridotta. A ciò ha contribuito in parte la mancanza di un'idonea organizzazione industriale e soprattutto commerciale dei produttori di ardesie, capace di fronteggiare la crisi.

Dal porto di Genova, nel 1927, sono state spedite all'estero quasi 2500 tonn. di ardesie, destinate per il 40% alla Gran Brettagna, il 30% agli Stati Uniti e il 15% all'Australia; ma si tratta quasi esclusivamente di materiale in lastre (da 1 a 3 m. di lunghezza) cioè non molto elaborato. Una parte cospicua di lavagnette grezze si spedisce anche in Germania, dove vengono ulteriormente levigate, smerigliate e incorniciate.

Le ardesie sono usate in prevalenza per lavori edilizi; le lastre più grosse e lunghe per stipiti, architravi, ecc.; quelle di circa 3 cm. di spessore servono invece per pavimenti, lapidi sepolcrali; altre per gradini; le più sottili (2,5-3 mm. di spessore), con 60 a 90 cm. di lato (dette abbadini), si adoperano per rìvestimenti esterni di muri e soprattutto per la copertura dei tetti. Un largo uso di tavole d'ardesia vien fatto in elettrotecnica, per i quadri; nella costruzione, poi, dei bigliardi, per formare il piano, questo materiale si sarebbe dimostrato insuperabile.

Per tetti occorrono ardesie scelte, perché debbono essere leggere e sottili, pur avendo buona resistenza meccanica; si debbono poter ritagliare e fissare con chiodi, debbono essere resistenti agli agenti atmosferici e non permeabili all'acqua.

Per accertare se un'ardesia risponda a questo requisito, la si fissa verticalmente sopra una bacinella contenente acqua, sino a che questa lambisce l'orlo inferiore della lastra; si nota poi la rapidità con la quale l'acqua sale per capillarità nell'ardesia (in 24 ore la zona bagnata non deve essere più alta di 1 cm. se l'ardesia è di buona qualità). Si può anche foggiare, con cera o argilla, un bordo attorno a una lastra; la si appoggia poi orizzontalmente su sostegni, e la bacinella così formata si riempie d'acqua; si osserverà allora in quanti giorni l'acqua arriva a trapelare al disotto.

Le buone ardesie devono essere dure e pesanti e quando si percuotono debbono dare un suono chiaro e sonoro. Se l'ardesia ha un secondo verso (oltre quello di sfaldatura) le eventuali spaccature tendono a prodursi in tal senso: occorre quindi che il pezzo venga tagliato con la lunghezza disposta secondo tale verso, cosicché, fissandone sul tetto il lato corto superiore, i due frammenti rimangano in posto, anche se la lastra si spacca per il lungo.
Qualità apprezzatissime per grande resistenza si hanno ad Angers (Francia), a Lehestein e Gräfenthal (Turingia), in Inghilterra a Carnarvon, a Bangor (Cornovaglia), ecc., in Irlanda, negli Stati Uniti, ecc.. Anche per colore, all'estero, si hanno i tipi più svariati, andandosi dal grigio piombo al bluastro, al violaceo e al verdastro.

In taluni paesi si dà alle ardesie una leggera cottura in fornaci per aumentarne la resistenza generalmente scarsa all'usura, e poterle usare in pavimenti d'abitazioni: il materiale allora per lo più assume tinta rossastra, ma se l'operazione è mal condotta esso diventa più fragile.
Si designano tipi di materiale di costruzione artificiale che sostituiscono le ardesie più sottili per la copertura di pareti e di tetti, pur avendo altre applicazioni, e che, sebbene abbiano in commercio nomi svariati, vengono prodotti per lo più con uno stesso processo, che ha per base e punto di partenza l'amianto e il cemento Portland.

Si attribuisce all'austriaco L. Hatschek (1900) la creazione di questa industria; però vari tentativi erano già stati fatti da altri per ottenere lastre o placche sottili, resistenti, incombustibili, ecc.; tra questi citiamo quello dell'ungherese Nagel, che comprimeva su rete metallica un impasto di amianto ed ossido di zinco bagnato con soluzione di cloruro di zinco, ottenendo così un cemento. Poi si usò come legante della fibra di amianto una miscela di ossido e cloruro di magnesio che si comporta come la precedente: per rendere omogeneo l'impasto e per ricavarne fogli o meglio cartoni, si ricorse al macchinario in uso per la fabbricazione di cartoni olandesi (rimescolatrici e macchine in tondo e in piano).

Le materie prime per la preparazione di ardesie artificiali sono l'amianto e il cemento a lenta presa. Si usano qualità andanti di amianto (Canadà, Australia) a fibra corta (2-4 mm.), talora cascame; si lavorano in molazza, sia a secco sia ad umido, poi in olandese a umido, allo scopo d'ottenere una buona suddivisione delle fibrille. Si mescola poi, sempre a umido, con una quantità di cemento 6-8 volte maggiore in peso; la massa, resa ben omogenea, viene sospesa in molta acqua, che va tenuta in continua agitazione per evitare depositi. Come succede nella fabbricazione della carta, o meglio dei cartoni, la sospensione di amianto e cemento viene fatta addensare in modo uniforme su di una fine tela metallica, disposta orizzontalmente (macchina in piano), o, più comunemente, avvolta sulla periferia di un tamburo (macchina in tondo); l'acqua attraversa la tela sulla quale rimane così uno strato continuo di fibre d'amianto e di pasta di cemento. Preso da un feltro, disposto come tela continua, questo straterello è portato su di un grande tamburo raccoglitore di m. 1,20 di diametro; ad ogni successivo giro del tamburo un nuovo straterello si accoppia col primo, così da formare lo spessore desiderato. Questo grande manicotto di pasta viene tagliato, e se ne ottiene un grosso foglio rettangolare, che si appòggia su di una tavola piana. Si tratta dunque di un processo meccanico, analogo a quello in uso per fabbricare cartoni.

Il cartone pastoso, così prodotto, va ritagliato in misure adatte, e poi pressato più o meno energicamente (talora fino a 400 kg. per cmq.), sia per eliminare l'acqua in eccesso, sia per aumentare l'adesione fra gli elementi del materiale. Le lastre sono poi lasciate a maturare, occorrendo un certo tempo al cemento per fare una presa regolare; a tal fine il materiale viene bagnato tratto tratto.

Allo stato pastoso, prima della presa, il cartone d'amianto-cemento può essere foggiato in varie forme idonee a dati usi, p. es. a tegole, angoli, piastre ondulate, docce, cassette, vasi. Così, avvolgendolo a vari strati con opportuna compressione attorno ad un'anima cilindrica, si ottengono tubi che possono sopportare anche forti pressioni. Con l'aggiunta di terre colorate si producono ardesie di tinte svariate; inoltre, per trattamento successivo con olio, paraffina, bitume, si può impartire al materiale una maggiore resistenza ad acidi, o aumentarne il potere dielettrico.

Grande influenza esercita la pressione alla quale fu assoggettato l'impasto. Per materiale fortemente compresso si può avere una resistenza alla trazione di 2-3 kg. per mmq., e alla compressione di 10-13 kg. per mmq. (se il materiale fu assoggettato a pressione minore la resistenza si riduce di un terzo o di una metà); così il peso specifico da 2,2-2,1 può scendere a 1,5-1,7: l'elasticità si riduce assai più, e cioè nel materiale poco compresso è minore di 1/3 che in quello fortemente pressato. Altro vantaggio, dal lato edilizio, dell'ardesia artificiale sarebbe quello di condurre il calore alquanto meno di quella naturale.

L'ardesia smaltata si ottiene con lo stesso procedimento seguito per la fabbricazione delle ceramiche; si ottengono così ottimi prodotti ad imitazione di marmi, maioliche, ecc. L'ardesia smaltata ha sui prodotti ceramici il vantaggio di potersi ottenere in lastre di maggiori dimensioni e senza che queste si deformino durante la cottura; ha però lo svantaggio del maggior costo. Con la cottura dell'ardesia, le lastre di questa materia migliorano notevolmente la proprietà di resistere agli agenti atmosferici, oltreché la durezza, l'impermeabilità, ecc. Tale miglioramento però non è in proporzione alla spesa e perciò l'ardesia cotta ha avuto, ed ha, scarsa diffusione.

L'impiego maggiore che si fa delle ardesie è, come si è detto, per la copertura degli edifici. Esse vengono messe in opera o in lastre informi, così come vengono dalla cava (schisti tegulari), oppure tagliate in forme regolari e di piccole dimensioni, in modo che si possano utilizzare anche i piccoli pezzi e si riduca al minimo lo sfraso del materiale. Le più comuni forme secondo le quali vengono tagliate le ardesie, sono il rettangolo, l'ogiva, la scaglia, la losanga, e il rettangolo smussato.

Le dimensioni, pur essendo molto variabili, rimangono sempre entro il limite da cm. 9 a cm. 25 di larghezza, e da cm. 20 a cm. 35 di lunghezza. Gli spessori, sottilissimi, variano da mm. 2,5 a mm. 4.

In commercio si trovano anche ardesie tagliate in grandi lastre che hanno di solito uno spessore di 25 mm.; esse vengono impiegate, come si è detto, in sostituzione del marmo, per rivestimenti, coperture di cornici, ecc.

Speciali riguardi si devono avere nella messa in opera delle ardesie che costituiscono il materiale di copertura dei tetti. Dato il sottile spessore di tali lastre, è necessario poggiarle sopra un tavolato che costituisca un letto di posa resistente e regolare, in modo che le lastre vi poggino con tutta la superficie e non offrano presa al vento che potrebbe facilmente danneggiarle. Ciascuna lastra deve essere chiodata o fortemente assicurata al sottostante assito, in maniera che non possa scivolare in conseguenza della pendenza del tetto, quasi sempre molto accentuata, e che il vento non possa rimuoverla. Le tavole costituenti il letto di posa delle tegole devono essere staccate fra loro di 5-10 mm., per evitare che, gonfiandosi o movendosi, spostino le lastre o le danneggino. Per tale ragione ed anche per economia, si sostituisce spesso al tavolato un'orditura di listelli sui quali le tegole vengono chiodate o assicurate con ganci speciali (sistema inglese). Le lastre vengono disposte sul piano di tavole sottostante, nel modo indicato dalle figg. 2, 3 e 4.

La sovrapposizione delle lastre di due file successive deve essere di circa due terzi della lunghezza delle lastre medesime; in tal modo ogni punto del tetto è protetto da 3 lastre sovrapposte e l'acqua, risalendo per capillarità, non può assolutamente passare al disotto, come viceversa avverrebbe se la sovrapposizione fosse minore. È inutile aggiungere che le lastre devono essere disposte a giunti sfalsati. Tutte le lastre devono essere fissate con chiodi o ganci di rame o di bronzo. disposti in modo da rimanere ad una certa distanza dalla sommità della lastra e da essere coperti dalle file successive di ardesie. Quando i chiodi sono troppo vicini all'orlo superiore delle lastre, queste possono non essere bene appoggiate sulle lastre sottostanti e rimanere un po' sollevate; in tal caso il vento, agendo al disotto delle ardesie, le rimuove e le spezza.

Le ardesie, come si è detto, possono anche essere fissate, anziché su tavolato, sopra un'orditura di listelli disposti a una distanza uguale a circa un terzo della lunghezza delle ardesie e in modo da corrispondere ai punti in cui queste debbono essere inchiodate. I listelli hanno sezione trapezoidale, sicché la loro faccia superiore ha una pendenza maggiore di quella della falda del tetto e delle ardesie; tale maggiore pendenza corrisponde allo spessore delle lastre ed è quindi calcolata in modo da alloggiare la testa di una fila d'ardesie e permettere che la fila sovrastante poggi sul listello e si adagi in piano su quella sottostante.

Le ardesie devono essere usate in tetti a forte pendenza (non inferiore al 40%) in modo che l'azione del vento si eserciti quanto più è possibile in direzione normale alla superficie delle falde. Una pendenza meno forte esporrebbe il tetto a notevoli danni, poiché le lastre per la loro leggerezza sarebbero facilmente spostate. I tetti d'ardesia, per la forte pendenza richiesta dal materiale, per le svariate forme e colorazioni delle lastre, che si prestano a infinite colorazioni di disegni geometrici, presentano aspetto decorativo caratteristico e talvolta veramente artistico.

Circa le altre applicazioni dell'ardesia, cui si è già accennato, nulla di particolarmente interessante si può dire. Le più note sono quelle di copertura, con grandi lastre, di cornicioni e cornici; le lastre vengono murate con un'inclinazione non minore del 10%, sulla superficie superiore della cornice, e i giunti delle lastre vengono coperti da liste d'ardesia (coprigiunti) fissate con mastice composto di polvere d'ardesia e d'olio di lino cotto. L'ardesia veniva pure impiegata per pavimenti, gradini, soglie di porte e finestre; tale uso però è ormai generalmente abbandonato, sia per la poca durezza e resistenza dell'ardesia, che espone dette opere a un rapido consumo e degradamento, sia per l'aspetto poco estetico, dato dalla colorazione scura dell'ardesia stessa.

Dell'ardesia, infine, si servirono largamente gli artisti del secolo XVII, specialmente i bolognesi, come di materiale su cui dipingere, traendone partito, non di rado, per ingegnosi effetti di colore lasciando scoperto qua e là il fondo grigio piombo.


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mercoledì 1 luglio 2015

LA VOLPINITE

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Roccia sedimentaria evaporitica costituita quasi esclusivamente da anidritesaccaroide, di colore bianco-grigio o grigio-azzurrognolo. Detta anche “bardiglio di Bergamo”, viene cavata presso Volpino in Valcamonica e utilizzata in edilizia per il suo aspetto marmoreo in rivestimenti pregiati. Può essere però impiegata solo per interni dato che si altera facilmente agli agenti atmosferici trasformandosi in gesso.

Superficialmente coperta da una crosta di gesso, appartenente al Triassico inferiore. Con struttura distintamente saccaroide, a grana media di colore grigio azzurrognolo spesso zonata, simile a qualche varietà di marmo apuano. Materiale da decorazione più duro del gesso e perciò suscettibile di ottima pulitura, ma per l'alterabilità agli agenti atmosferici utilizzabile solo in ambienti interni.


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giovedì 16 aprile 2015

IL MURATORE & L' EDILIZIA

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Il muratore è una persona specializzata nella costruzione di opere in muratura. È uno dei mestieri più antichi e popolari al mondo, essendo stato svolto in tutte le ere e in tutti i Paesi. Il manuale del buon muratore dice che l'intercalare di uno di essi dev'essere la bestemmia.
Il termine può essere utilizzato anche per indicare personale che opera nell'ambito dei cantieri edili dotato di una professionalità polivalente. L'attività è svolta come dipendente di imprese edili. Le sue attività possono comprendere: costruire muri sovrapponendo un mattone o una pietra dopo l'altra, legandoli con malta di cemento e curandone allineamento e verticalità; tagliare su misura mattoni e pezzi preformati per costruire pareti, tramezzi, archi; eseguire lavori di stuccatura; collocare fra le pareti materiale isolante contro umidità e calore.
La sua attività si svolge presso cantieri edili, dove si può essere esposti a rumori, polvere e alle intemperie e lavorare in spazi difficilmente accessibili o ad altezze elevate da terra.Per lo svolgimento della sua attività utilizza cazzuola, carderella, spatola, martello, livella a bolla d'aria, filo a piombo, ed altri utensili manuali.
Sono necessari un periodo di apprendistato e/o un corso di formazione specifico. Sono inoltre necessari buona forma fisica, buona manualità e capacita di collaborazione.
Controindicazioni: contatta un consulente di orientamento se pensi che le tue condizioni di salute possano influenzare lo svolgimento di questa professione. Questo lavoro è molto impegnativo dal punto di vista fisico.


La parola edilizia, come la parola "edile" deriva dal latino aedile, a sua volta derivazione di aedes che significa "casa" o "abitazione" ma anche "tempio". La parola "edificio" ha la medesima radice aedes legata al suffisso ficium che significa "fare", "costruire", "realizzare".

È sotto il nome di edilizia che ricadono tutte quelle opere, lavorazioni e interventi che mirano a realizzare, modificare, riparare o demolire un edificio. Per edilizia si intende un'attività essenzialmente tecnica e di processo produttivo; essa è una componente del processo architettonico e può essere scissa e facilmente distinta da questo. L'architettura ha una connotazione ben più complessa di un semplice fatto edilizio; la sua determinazione avviene per l'esercizio paziente e meditato di discipline diverse in bilico tra tecnica e arte. Nel gergo comune, il termine edilizia può assumere significato dispregiativo (es. un fabbricato costruito con forme elementari, privo di ornamenti, giochi di volume o forme che catturino l'attenzione). Tale utilizzo del termine è comunque errato, in quanto ogni edificio ha una sua 'componente edilizia'; alcuni di essi, con particolari caratteristiche qualitative (di composizione, ricerca sui materiali, inserimento urbano etc.) possono rientrare anche nella categoria delle architetture.

Ogni edificio è un oggetto edilizio ma è nello stesso tempo opera architettonica, bello o brutto che sia. L'edilizia sono i materiali e le tecniche costruttive, l'architettura è la realizzazione attraverso l'uso di questi materiali e di queste tecniche di un nuovo spazio, definiamolo architettonico. Quindi, l'architettura attraverso l'edilizia realizza nuovi involucri, nuovi ambienti, più genericamente l'ambiente costruito.

Con l'industrializzazione e la specializzazione sempre maggiore dell'edilizia si è venuto a creare il concetto di processo edilizio identificato con i termini anglosassoni di Construction integrante le distinzioni di Design-Bid-Build, Design-Build e Construction Management.

Per processo edilizio si intende tutta la sequenza delle operazioni, che riguardano la creazione, la realizzazione, l’uso ed il mantenimento di un’opera edilizia dalla sua progettazione iniziale, alla sua costruzione ed alla sua gestione per tutto il tempo di vita utile.

Le fasi principali del processo sono: la Progettazione, la Costruzione, la Gestione e Manutenzione

Per settori dell'edilizia si intendono delle parti delle lavorazioni che richiedono competenze specifiche per essere eseguite. Il settore può essere definito anche mestiere. I settori dell'edilizia possono essere descritti sommariamente di seguito:

demolizioni
scavi, movimento terra
fondazioni
murature, tramezzature e tamponature, comprese rasature
pitture
impermeabilizzazioni e isolamenti (ad es. isolamento acustico)
pavimentazioni e rivestimenti
strutture in cemento armato, comprese fondazioni
strutture in acciaio
opere in ferro/acciaio/alluminio
opere in vetro
idraulica
elettricità ed elettrotecnica
impiantistica di condizionamento e trattamento aria
lavorazione marmi
falegnameria
Il personale o le ditte che operano nel mondo dell'edilizia sono in genere specializzate in uno solo di questi settori, perché le competenze che bisogna acquisire sono talmente tante che difficilmente si riesce a essere maestri di più mestieri, anche e soprattutto per la complicata questione normativa che coinvolge ciascun settore. Ciò non toglie che possano esistere imprese che abbiano a stipendio maestranze di diversi settori.

La scienza delle costruzioni si occupa della meccanica (statica e cinematica) delle strutture e ha l'obiettivo di fornire gli strumenti per il calcolo degli elementi strutturali che compongono l'ossatura di una costruzione. È stata resa possibile dagli sviluppi dell'analisi matematica e della geometria differenziale nel corso del XVIII e del XIX secolo. Fino alla fine dell'Ottocento non veniva eseguito un dimensionamento delle strutture, ma ci si basava sull'esperienza e sulla tradizione costruttiva.

L'"Architettura tecnica" che analizza gli organismi edilizi, nei loro aspetti fondativi di natura costruttiva, funzionale, tipologica e formale e nelle loro gerarchie di sistemi, tale analisi è finalizzata ai temi della fattibilità del progetto e della rispondenza ottimale delle opere ai requisiti essenziali. Implicano la valutazione critica delle tecniche edili tradizionali ed innovative e la loro traduzione in termini di progettazione anche assistita e di procedimenti produttivi. Interessano sia le problematiche delle nuove costruzioni a varie scale dimensionali, sia quelle della conservazione, del recupero e della ristrutturazione dell'esistente.

La "fisica tecnica", che mette in relazione conoscenze teoriche con le tecniche per la realizzazione degli impianti di un edificio (elettrico, idrico di adduzione e di scarico, termico). Di particolare importanza è la termodinamica, che permette di descrivere in che modo il calore passa dall'ambiente interno a quello esterno (e che di conseguenza permette di progettare al meglio la stratigrafia dei muri perimetrali, onde ridurre le dispersioni del calore d'inverno e del fresco d'estate). La fisica tecnica analizza anche le modalità di interazione tra sole, ambiente ed edificio, per studiare la migliore posizione delle finestre o la migliore inclinazione delle coperture.

L'acustica è un'altra scienza in stretto contatto con l'edilizia, soprattutto da quando si ritiene che l'inquinamento acustico sia molto influente sulla salute. L'acustica, nell'edilizia, studia come il suono si propaga da un ambiente all'altro, e permette di capire come ottenere il giusto grado di isolamento acustico soprattutto in relazione alle caratteristiche fisiche degli elementi dell'edificio che dividono le stanze, i diversi piani e, in generale, l'ambiente esterno da quello interno. Solo di recente si comincia a sentire il problema dell'inquinamento acustico: in Francia, per esempio, vi è una legge che obbliga chi costruisce edifici a rispettare dei criteri di comfort acustico per i diversi locali. I consulenti acustici sono fondamentali nella progettazione di particolari ambienti, come i teatri: talvolta vengono eseguite simulazioni computerizzate per ottenere il migliore risultato geometrico per la propagazione del suono.

L'illuminotecnica è una disciplina (e non una scienza, perché non ha dei principi suoi, ma sfrutta quelli di altre scienze) di grande importanza nell'edilizia. Spesso, come l'acustica, viene considerata di secondaria importanza per la progettazione degli edifici. Si occupa delle modalità con cui la luce, sia naturale che artificiale, interagisce con gli ambienti, determinando, quindi, il comfort visivo. Esiste una normativa UNI (la 10380) che descrive quali devono essere i livelli di illuminamento medi per diverse tipologie di locali, classificate in base all'attività che vi si svolge. L'illuminotecnica studia anche le diverse tipologie di apparecchi illuminanti e fornisce le indicazioni per poter scegliere la migliore lampada in relazione all'uso o all'effetto che si vuole ottenere. Il controllo della luce è fondamentale per realizzare ambienti che garantiscano una elevata qualità del vivere.

L'estimo è la disciplina che permette di analizzare i costi legati alla realizzazione di una costruzione, o che permette di stimare il più probabile valore di mercato di un edificio. È legata all'economia, ed è fondamentale per capire se un progetto può essere realizzato o meno dal punto di vista economico: quindi, se sia conveniente intraprenderlo o no. Costruire un grattacielo nel deserto del Sahara sarebbe forse un'ottima prova di competenza tecnica, ma probabilmente il costo di realizzazione sarebbe talmente elevato paragonato al valore di mercato della costruzione ultimata da rendere svantaggiosa l'intera operazione.

Molte altre scienze e discipline sono più o meno legate all'edilizia: l'ecologia, la topografia e la geologia sono tra le più importanti.

L'arte nell'edilizia ha un significato ben preciso: è il modo corretto di portare a termine una lavorazione, secondo i dettami del buon costruire. Solo alcuni trattati descrivono il modo corretto di realizzare manufatti edili: tra i più famosi il De Architectura di Vitruvio o il de re aedificatoria scritto da Leon Battista Alberti nel pieno rinascimento italiano. Tuttavia, le tecniche del buon costruire (l'arte del costruire) sono dettate principalmente dal buon senso di seguire le regole, semplici ma ferree, tramandate dai mastri operai ai loro apprendisti. L'arte di innalzare un semplice muro richiede la conoscenza dell'arte dell'impastare una buona malta, conoscendo i dosaggi di legante, acqua e eventuale inerte, della tecnica di allettare i mattoni in modo tale che collaborino attivamente alla portanza del muro, dell'arte e della tecnica di effettuare la rasatura del muro e, naturalmente, dell'arte e della tecnica di passare la pittura sullo stesso.

Quando, in una descrizione di opere edili (come un capitolato), si richiede che una lavorazione venga "realizzata a regola d'arte" si fa riferimento proprio al fatto che si prevede che l'opera verrà fatta seguendo tutte le precauzioni, le regole e, quindi, le tecniche del buon costruire relative a quel particolare manufatto, che può essere una trave in cemento armato, un tramezzo, o anche la semplice ritinteggiatura di una vecchia parete. Ciascuna piccola opera edilizia, che, assieme a tante altre, permette di costruire edifici interi, ha le sue piccole grandi regole.
Nel mondo dell'edilizia esistono diverse figure professionali, ciascuna con un proprio ruolo all'interno del processo produttivo.

Si parte dal semplice operaio non qualificato, che è impiegato per la corretta funzionalità del cantiere compiendo le lavorazioni più disparate: dal trasporto dei sacchi di materiale alla pulizia del cantiere stesso. L'operaio qualificato, invece, è quello in grado di realizzare specifiche lavorazioni. Ogni settore dell'edilizia ha il suo operaio qualificato per la realizzazione delle opere relative, e a capo di ogni mestiere c'è sempre un maestro d'arte qualificato.

A capo della squadra di operai in genere vi è un capo mastro, con il quale in genere dialoga il direttore dei lavori, che è la figura professionale responsabile della corretta esecuzione dei lavori in base al progetto approvato. Il direttore dei lavori è un tecnico qualificato, in genere ingegnere, architetto o geometra e il Perito Industriale Edile (Per. Ind.) e può coincidere con il progettista.

Il progettista è il fautore del progetto, e riceve l'incarico dal committente dell'opera. Il progettista può non essere un'unica persona, in quanto può esservi chi ha fatto il progetto architettonico, chi il calcolo del cemento armato, chi la redazione manuale del disegno, chi l'espletamento delle pratiche amministrative, ecc.


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