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venerdì 13 novembre 2015

DRACENA DRAGO

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La chiamano "sangue di drago" o, in lingua locale, Dam al-Akhawain questa pianta succulenta dalla caratteristica forma di ombrello rivoltato. Appartiene alla famiglia delle agavaceae, ma questa particolare specie di dracena drago (Dracaena cinnabari) esiste in un solo posto al mondo: sull'isola di Socotra, Yemen, una vera e propria isola delle meraviglie incastonata nell'Oceano Indiano. L'albero del drago con la sua chioma a forma di fungo ricorda i primi alberi cresciuti sul nostro pianeta. Il suo nome deriva dalla resina rosso scuro (cinabro) che fuoriesce quando la corteccia o le foglie vengono recise, chiamata fin dall'antichità "sangue di drago" e utilizzata dalla popolazione locale come pigmento colorante ed essenza profumata, ma anche come medicamento.

Il sangue di drago è una resina di colore rosso, che si ottiene da numerose e differenti specie di piante: Croton, Dracaena, Daemonorops, Calamus e Pterocarpus. Questa resina rossa era usata nei tempi antichi per molti scopi: per laccare il legno, in medicina, come incenso e come tinta. Tuttora viene usata per alcuni di questi scopi, anche se ormai in modeste quantità, anche a causa del suo alto costo.

Tutte le resine conosciute sotto il nome di Sangue di Drago si presentano come masse rosso brune, a frattura vetrosa lucente, che frantumate danno una polvere rosso carminio, praticamente inodore o di aroma leggermente balsamico, di sapore dolciastro, solubile in etanolo e insolubile in acqua. La composizione di queste resine registra la presenza di esteri benzoici e benzoilacetici di resinotannoli e resinoli. Tra le sostanze coloranti sono stati identificati il Dracocarminio (C31H24O5) e il Dracorubino (C32H24O5).

I documenti più antichi rivelano che il primo Sangue di Drago abbondantemente raccolto e commerciato fu quello derivato dalla Dracaena cinnabari, una pianta endemica dell'isola di Socotra. La resina veniva esportata verso il bacino del Mediterraneo e il Vicino Oriente, lungo la cosiddetta via dell'incenso nella Penisola Arabica, assieme ad altre celebri resine prodotte nella stessa regione, come l'Olibano e la Mirra. Presso gli antichi Romani vi era molta confusione a proposito del Sangue di Drago, ad esempio essi spesso confondevano la resina ricavata dalle piante del genere Dracaena con il Cinabro (HgS,un minerale che per sublimazione, può risultare velenoso). Comunque il Sangue di Drago utilizzato dai Romani e dai popoli vicini era per lo più quello della Dracaena cinnabari, e come testimoniato nel primo secolo, nel resoconto del Periplus maris erythraei, Socotra fu il più importante centro del commercio di questi prodotti (perciò fu detta l'isola dell'incenso) e lo era sicuramente dal tempo di Tolomeo. Nell'antica Cina non si faceva praticamente distinzione se il Sangue di Drago era ricavato da differenti specie di piante (e tuttora molto spesso le resine derivanti dalle piante del genere Dracaena e quelle derivanti dal genere Daemonorops, vengono normalmente vendute come Sangue di Drago senza distinzione o indicazione della pianta d'origine. Naviganti del XV secolo, esplorando le isole Canarie, scoprirono una pianta, in seguito classificata come Dracaena draco, endemica di quelle isole e di alcune zone del Marocco secernente anch'essa una resina indicata anch'essa come Sangue di Drago. Una fonte storicamente importante di un tipo di Sangue di Drago è il Sud-Est Asiatico (Isole della Sonda spec. Sumatra, Molucche, Indocina, penisola di Malacca), dove viene ottenuto in gran quantità dalla palma di rattan del genere Daemonorops (in Indonesia la resina viene detta jerang o djerang). In questi paesi questo sangue di drago viene raccolto dai frutti (simili a grosse ciliegie in grappoli coperti di scaglie) che a maturità si ricoprono di una resina rossa. Rompendo questo strato resinoso che riveste i frutti e ammorbidendolo in acqua calda, si separa il prodotto finale appallottolandolo e pressandolo in solide palle più o meno sferoidali (dette cuore di drago).



Sull'isola di Socotra il Sangue di Drago ricavato dalla Dracaena Cinnabari viene considerato tuttora una sorta di panacea, infatti viene usato per far guarire le ferite, gli eczemi e altri disturbi della pelle, grazie alle sue capacità coagulanti (paradossalmente il Sangue di Drago ottenuto dalle piante del genere Daemonorops nel Sud-Est Asiatico ha invece proprietà opposte, cioè anticoagulanti), inoltre lo utilizzano per le sue capacità anti-diarroiche, per far abbassare la febbre, per curare le ulcere della bocca, per curare l'apparato gastro-intestinale, oltre che come antivirale per le vie respiratorie. Nel corso dell'antichità, nel bacino del Mediterraneo e nel Vicino Oriente il Sangue di Drago venne usato per le sue proprietà medicinali. Ad esempio Dioscoride ed altri scrittori greci descrissero le sue proprietà. In Cina viene utilizzato per la laccatura dei mobili in legno, ed inoltre viene usato molto spesso come tintura rossa preziosa da utilizzare per decorare pannelli e cartelloni in occasione di speciali festività (matrimoni, anno nuovo). Sin dal XVII secolo, dal Sangue di Drago viene inoltre ricavata una delle tipiche vernici usate dai maestri liutai italiani per rifinire i violini e altri strumenti ad arco. Nel secolo scorso vi fu persino una pasta dentifricia che conteneva la resina del Sangue di Drago nella sua ricetta. Ancora oggi viene utilizzato per le laccature degli strumenti musicali, nel restauro dei mobili e delle cornici dei quadri, nelle Fotoincisioni e negli oli per il benessere del corpo. Dal punto di vista magico-rituale in India viene ancora usato come incenso cerimoniale. Nell'Hoodoo, che è un tipo di magia popolare afro-americana, come anche nel Voodoo di New Orleans, il Sangue di Drago viene utilizzato nelle mani mojo per attirare denaro ed amore, inoltre viene usato come incenso per ripulire i luoghi dalla presenze ed influenze negative. Viene inoltre aggiunto nell'inchiostro rosso detto “Sangue di Drago”, utilizzato per scrivere sigilli magici e talismani. Nella medicina popolare il Sangue di Drago viene usato esternamente come soluzione o sospensione per favorire la guarigione delle ferite e per fermare il sanguinamento, mentre internamente serve contro i dolori alla cassa toracica, i traumi interni e le irregolarità mestruali. Nella magia medioevale e moderna e nell'alchimia era associato alla sfera planetaria di Marte. Nella stregoneria neopagana viene utilizzato per incrementare la potenza degli incantesimi di protezione, d'amore e sessualità, di allontanamento e di attacco. Anche nello sciamanesimo New Age, ha usi simili.

I tentativi di piantare la Dracena a diverse altezze e anche a diverse latitudini sono in corso, ma come detto si tratta di una pianta delicata e che cresce in maniera estremamente lenta. Si tratta di un lavoro ultradecennale che ad oggi è solo all’inizio.

Ma non solo di Dracena si parla, quando si accenna alla biodiversità che caratterizza Socotra: basti pensare che qui sono presenti 825 specie di piante, di cui il 37% esiste solo a Socotra, così come la stragrande maggioranza di lumache e rettili: anche la popolazione aviaria è sempre più a rischio e ci ricorda di quanto siano delicati gli equilibri di questa isola.



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martedì 1 settembre 2015

LA BELLEZZA DI CAMMINARE SCALZI



La scarpa nasce come invenzione dell'uomo al fine di proteggere la pianta del piede quando, camminando su un suolo accidentato, poteva ferirsi.

Una cosa che tutti i bambini non tollerano sono le scarpe.
Quando cominciano a camminare e incarceriamo i loro piedini nelle scarpe, essi appaiono come degli automi e si mostrano molto più imbranati nel pianificare le prime passeggiate.
Quando poi diventano grandi, la prima cosa che fanno è togliersi le scarpe.

Noi li sgridiamo. Gli diamo addosso. Gli ricordiamo continuamente che se non indosseranno subito le scarpe gli verrà la febbre; se non mettono le pantofole gli scoppierà il raffreddore.
E noi, giù a incarcerare i loro magnifici piedini che tanto cresceranno bene solo se lasciati liberi di toccare la terra.

Quando il bambino comincia a camminare il piede non è ancora ben sviluppato e per la sua estrema lassità tende ad appiattirsi e a cedere medialmente.
In questo periodo, allora, la marcia a piedi nudi rappresenta uno dei metodi più efficaci per promuovere un corretto sviluppo del piede. Questo avviene specialmente se il bambino cammina su un terreno accidentato e vario (sabbia, prato, terra, sassi), mentre il camminare a piedi nudi su un terreno liscio (tipo il pavimento di casa) offre una minore stimolazione al piede ma - è bene sottolineare - non fa ammalare il bambino. Nessun raffreddore camminando a piedi nudi!
Il piede diventa un organo di movimento e pertanto occorrono delle scarpe che, rispettandone l’anatomia, lo proteggano da agenti atmosferici e dalle asperità del terreno. Questo è l'unico motivo dell'esistenza e della necessità della scarpa e non perché aiuti a far crescere bene il piede!
La calzatura deve rappresentare un valido sostegno per il piede senza però “costringerlo”, ma lasciandogli la più ampia possibilità di movimento.



Camminare a piedi nudi aiuta a proteggere la salute. In realtà la prova scientifica definitiva che la pratica di girovagare scalzi possa essere salutare non è ancora arrivata, ma i sostenitori di quest'abitudine non mancano e giustificano il loro tifo con diversi effetti positivi a livello di benessere personale.

Secondo Heidi Fiscus, sostenitrice del cosiddetto “barefooting” e “camminatrice scalza a tempo pieno” sarebbero almeno 11. Heidi riporta prima di tutto un beneficio in termini di miglioramento dell'equilibrio, per poi proseguire con la possibilità di sentirsi fisicamente e mentalmente connessi alla Terra, il rafforzamento dei piedi e delle loro dita, un miglioramento della salute dei piedi (non più alle prese con calli e ispessimenti causati dalle calzature), l'aumento delle energie a disposizione per affrontare la giornata, la riduzione dello stress, un maggiore senso di libertà fisico e mentale, il mantenimento di una postura quasi perfetta, la vittoria contro il mal di schiena, il miglioramento della circolazione sanguigna e una maggiore consapevolezza dei cinque sensi.

Isaac Eliaz, medico e ricercatore esperto di medicina complementare, sottolinea come “non ci sono benefici provati del camminare a piedi scalzi”. Tuttavia, aggiunge l'esperto, “raccomando di passeggiare spesso nella natura”. Aspetto cruciale della questione sarebbe infatti camminare sì a piedi nudi, ma su una superficie naturale, come la terra, l'erba o la sabbia. Alcuni studi, spiega infatti Eliaz, “stanno dimostrando che i benefici per la salute derivano dalla relazione tra il nostro corpo e gli elettroni nella Terra. Il pianeta – precisa l'esperto – ha la sua propria carica naturale, e sembra che stiamo meglio quando siamo in diretto contatto con lui”.

Non resta che provare per credere, magari iniziando abbandonando le ciabatte quando si è in casa, senza però poi dimenticare di farsi anche una bella passeggiata a piedi nudi sull'erba.



Camminare a piedi nudi è una pratica antica, ancestrale, benefica e sempre più diffusa. Certo, c’è una vera tribù mondiale di barefooters che non metterebbe un paio di scarpe per nulla al mondo e c’è chi cammina scalzo per piacere e benessere non appena può. Il che, indubbiamente, procura molteplici benefici.

Intanto ovviamente la sensibilità ritrovata negli arti inferiori: togliete scarpe e calze, camminate per un giorno intero a piedi nudi, e sentirete muscoli dell’arco plantare, delle tibie e degli stabilizzatori della caviglia che non immaginavate di avere. Poi la postura riacquista il suo natura equilibrio, viziato da rialzi e drop assortiti (per non parlare di tacchi e plateu, ma questo è un altro discorso).

Secondo i praticanti dell’earthing e del grounding, camminare a piedi nudi a contatto con il terreno permette anche di agevolare lo scambio dei radicali liberi tra la nostra pelle e gli elettroni che naturalmente si accumulano sulla superficie terrestre. E i radicali liberi sono i responsabili dell’invecchiamento cellulare, come ben sapete.

Secondo uno studio dell’Università della California Irvine camminare a piedi nudi migliora anche la fluidità del sangue e la circolazione, diminuendo così i rischi cardiovascolari come infarto e ictus. E sempre secondo lo stesso studio il contatto diretto con la terra avrebbe anche altri benefici effetti come la diminuzione dei disturbi del sonno, di dolori muscolari e articolari di vario genere, di artrite, diabete e asma.

Insomma, a parte qualche graffietto alla pianta dei piedi, camminare a piedi nudi può solo far del bene, tanto che sono nate anche vere e proprie associazioni (come i pionieri di Nati Scalzi, attivi fin dal 1999, ma anche Giorgio Curreli promotore di Vivere Scalzo) e pure dei veri e propri percorsi sensoriali, più o meno lunghi, per invitare alla pratica del gimnopodismo in funzione del wellness.



LEGGI ANCHE : http://cipiri8.blogspot.it/2015/08/motivi-per-stare-scalzi-in-casa.html



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lunedì 24 agosto 2015

IL DIABETE



È possibile prevedere la comparsa del diabete entro i prossimi 5 anni di vita anche nei soggetti finora ritenuti non a rischio. Uno studio italiano ha infatti dimostrato l’efficacia del test da carico di glucosio, un test semplice e già comunemente utilizzato. Lo studio è stato condotto da Giorgio Sesti, presidente eletto della Società Italiana di Diabetologia, insieme ai ricercatori dell’Università Magna Graecia di Catanzaro e dell’Università di Roma Tor Vergata. I risultati sono stati pubblicati sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism.

Grazie a questo test, si può identificare una nuova categoria di soggetti con pre-diabete, i cosiddetti «NGT-con alta glicemia ad un’ora», che presenta un rischio aumentato del 400 per cento di sviluppare un diabete conclamato entro i successivi 5 anni.

Una categoria di soggetti finora «invisibili» alle strategie di prevenzione che invece meritano attenzione come «sorvegliati stretti». Il test da carico di glucosio misura la glicemia di base e viene eseguito due ore dopo l’ingestione di 75 grammi di glucosio.

«Questa ricerca - ha detto Sesti - ha dimostrato che le persone con normale tolleranza glucidica, ma con valori di glicemia maggiori di 155 mg/dl, un’ora dopo l’assunzione di una bevanda contenente 75 gr di glucosio hanno un rischio maggiore di sviluppare il diabete mellito tipo 2, rispetto a quelli con alterata glicemia a digiuno, una condizione considerata a rischio secondo le linee guida internazionali e caratterizzata da un valore di glicemia a digiuno compreso tra 100 e 125 mg/ml».

Il diabete è una malattia cronica caratterizzata dalla presenza di elevati livelli di glucosio nel sangue (iperglicemia) e dovuta a un’alterata quantità o funzione dell’insulina. L’insulina è l’ormone, prodotto dal pancreas, che consente al glucosio l’ingresso nelle cellule e il suo conseguente utilizzo come fonte energetica. Quando questo meccanismo è alterato, il glucosio si accumula nel circolo sanguigno.



Il diabete tipo 1 riguarda circa il 10% delle persone con diabete e in genere insorge nell’infanzia o nell’adolescenza. Nel diabete tipo 1, il pancreas non produce insulina a causa della distruzione delle cellule ß che producono questo ormone: è quindi necessario che essa venga iniettata ogni giorno e per tutta la vita. La velocità di distruzione delle ß-cellule è, comunque, piuttosto variabile, per cui l’insorgenza della malattia può avvenire rapidamente in alcune persone, solitamente nei bambini e negli adolescenti, e più lentamente negli adulti (in questi rari casi si parla di una forma particolare, detta LADA: Late Autommune Diabetes in Adults).

La causa del diabete tipo 1 è sconosciuta, ma caratteristica è la presenza nel sangue di anticorpi diretti contro antigeni presenti a livello delle cellule che producono insulina, detti ICA, GAD, IA-2, IA-2ß. Questo danno, che il sistema immunitario induce nei confronti delle cellule che producono insulina, potrebbe essere legato a fattori ambientali (tra i quali, sono stati chiamati in causa fattori dietetici) oppure a fattori genetici, individuati in una generica predisposizione a reagire contro fenomeni esterni, tra cui virus e batteri. Quest’ultima ipotesi si basa su studi condotti nei gemelli monozigoti (identici) che hanno permesso di dimostrare che il rischio che entrambi sviluppino diabete tipo 1 è del 30-40%, mentre scende al 5-10% nei fratelli non gemelli e del 2-5% nei figli. Si potrebbe, quindi, trasmettere una “predisposizione alla malattia” attraverso la trasmissione di geni che interessano la risposta immunitaria e che, in corso di una banale risposta del sistema immunitario a comuni agenti infettivi, causano una reazione anche verso le ß cellule del pancreas, con la produzione di anticorpi diretti contro di esse (auto-anticorpi). Questa alterata risposta immunitaria causa una progressiva distruzione delle cellule ß, per cui l'insulina non può più essere prodotta e si scatena così la malattia diabetica.

Per questo motivo, il diabete di tipo 1 viene classificato tra le malattie cosiddette “autoimmuni”, cioè dovute a una reazione immunitaria diretta contro l’organismo stesso. Tra i possibili agenti scatenanti la risposta immunitaria, sono stati proposti i virus della parotite (i cosiddetti "orecchioni"), il citomegalovirus, i virus Coxackie B, i virus dell'encefalomiocardite. Sono poi in studio, come detto, anche altri possibili agenti non infettivi, tra cui sostanze presenti nel latte.

IL diabete tipo 2 è la forma più comune di diabete e rappresenta circa il 90% dei casi di questa malattia. La causa è ancora ignota, anche se è certo che il pancreas è in grado di produrre insulina, ma le cellule dell’organismo non riescono poi a utilizzarla. In genere, la malattia si manifesta dopo i 30-40 anni e numerosi fattori di rischio sono stati riconosciuti associarsi alla sua insorgenza. Tra questi: la familiarità per diabete, lo scarso esercizio fisico, il sovrappeso e l’appartenenza ad alcune etnie. Riguardo la familiarità, circa il 40% dei diabetici di tipo 2 ha parenti di primo grado (genitori, fratelli) affetti dalla stessa malattia, mentre nei gemelli monozigoti la concordanza della malattia si avvicina al 100%, suggerendo una forte componente ereditaria per questo tipo di diabete.

Anche per il diabete tipo 2 esistono forme rare, dette MODY (Maturity Onset Diabetes of the Young), in cui il diabete di tipo 2 ha un esordio giovanile e sono stati identificati rari difetti genetici a livello dei meccanismi intracellulari di azione dell’insulina.

Il diabete tipo 2 in genere non viene diagnosticato per molti anni in quanto l’iperglicemia si sviluppa gradualmente e inizialmente non è di grado severo al punto da dare i classici sintomi del diabete. Solitamente la diagnosi avviene casualmente o in concomitanza con una situazione di stress fisico, quale infezioni o interventi chirurgici.

Il rischio di sviluppare la malattia aumenta con l’età, con la presenza di obesità e con la mancanza di attività fisica: questa osservazione consente di prevedere strategie di prevenzione “primaria”, cioè interventi in grado di prevenire l’insorgenza della malattia e che hanno il loro cardine nell’applicazione di uno stile di vita adeguato, che comprenda gli aspetti nutrizionali e l’esercizio fisico.



La sintomatologia di insorgenza della malattia dipende dal tipo di diabete. Nel caso del diabete tipo 1 di solito si assiste a un esordio acuto, spesso in relazione a un episodio febbrile, con sete (polidipsia), aumentata quantità di urine (poliuria), sensazione si stanchezza (astenia), perdita di peso, pelle secca, aumentata frequenza di infezioni.

Nel diabete tipo 2, invece, la sintomatologia è più sfumata e solitamente non consente una diagnosi rapida, per cui spesso la glicemia è elevata ma senza i segni clinici del diabete tipo 1.

Il diabete può determinare complicanze acute o croniche. Le complicanze acute sono più frequenti nel diabete tipo 1 e sono in relazione alla carenza pressoché totale di insulina. In questi casi il paziente può andare incontro a coma chetoacidosico, dovuto ad accumulo di prodotti del metabolismo alterato, i chetoni, che causano perdita di coscienza, disidratazione e gravi alterazioni ematiche.

Nel diabete tipo 2 le complicanze acute sono piuttosto rare, mentre sono molto frequenti le complicanze croniche che riguardano diversi organi e tessuti, tra cui gli occhi, i reni, il cuore, i vasi sanguigni e i nervi periferici.
Retinopatia diabetica: è un danno a carico dei piccoli vasi sanguigni che irrorano la retina, con perdita delle facoltà visive. Inoltre, le persone diabetiche hanno maggiori probabilità di sviluppare malattie oculari come glaucoma e cataratta
nefropatia diabetica: si tratta di una riduzione progressiva della funzione di filtro del rene che, se non trattata, può condurre all’insufficienza renale fino alla necessità di dialisi e/o trapianto del rene
malattie cardiovascolari: il rischio di malattie cardiovascolari è da 2 a 4 volte più alto nelle persone con diabete che nel resto della popolazione causando, nei Paesi industrializzati, oltre il 50% delle morti per diabete. Questo induce a considerare il rischio cardiovascolare nel paziente diabetico pari a quello assegnato a un paziente che ha avuto un evento cardiovascolare
neuropatia diabetica: è una delle complicazioni più frequenti e secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità si manifesta a livelli diversi nel 50% dei diabetici. Può causare perdita di sensibilità, dolore di diversa intensità e danni agli arti, con necessità di amputazione nei casi più gravi. Può comportare disfunzioni del cuore, degli occhi, dello stomaco ed è una delle principali cause di impotenza maschile
piede diabetico: le modificazioni della struttura dei vasi sanguigni e dei nervi possono causare ulcerazioni e problemi a livello degli arti inferiori, soprattutto del piede, a causa dei carichi che sopporta. Questo può rendere necessaria l'amputazione degli arti e statisticamente costituisce la prima causa di amputazione degli arti inferiori di origine non traumatica
complicanze in gravidanza: nelle donne in gravidanza, il diabete può determinare conseguenze avverse sul feto, da malformazioni congenite a un elevato peso alla nascita, fino a un alto rischio di mortalità perinatale.

La terapia della malattia diabetica ha come cardine l’attuazione di uno stile di vita adeguato. Per stile di vita si intendono le abitudini alimentari, l’attività fisica e l’astensione dal fumo.
La dieta del soggetto con diabete (definita negli USA: Medical Nutrition Theraphy, cioè terapia medica nutrizionale) ha l’obiettivo di ridurre il rischio di complicanze del diabete e di malattie cardiovascolari attraverso il mantenimento di valori di glucosio e lipidi plasmatici e dei livelli della pressione arteriosa il più possibile vicini alla normalità.

In linea di massima, si raccomanda che la dieta includa carboidrati, provenienti da frutta, vegetali, grano, legumi e latte scremato, non inferiori ai 130 g/giorno ma controllando che siano assunti in maniera equilibrata, attraverso la loro misurazione e l’uso alternativo. Evitare l’uso di saccarosio, sostituibile con dolcificanti. Come per la popolazione generale, si raccomanda di consumare cibi contenenti fibre. Riguardo i grassi, è importante limitare il loro apporto a <7% delle calorie totali giornaliere, con particolare limitazione ai grassi saturi e al colesterolo.

Un’attività fisica di tipo aerobico e di grado moderato per almeno 150 minuti a settimana oppure di tipo più intenso per 90 minuti a settimana è raccomandata per migliorare il controllo glicemico e mantenere il peso corporeo. Dovrebbe essere distribuita in almeno tre volte a settimana e con non più di due giorni consecutivi senza attività. Come per la popolazione generale si consiglia di non fumare, e a tale scopo dovrebbe essere prevista una forma di sostegno alla cessazione del fumo come facente parte del trattamento del diabete.

I diabetici tipo 1 hanno necessità di regolare in maniera più stretta la terapia insulinica all’apporto dietetico e all’attività fisica, mentre per i diabetici tipo 2, che in genere sono anche sovrappeso o francamente obesi, assume maggior importanza un adeguato stile di vita che comprenda riduzione dell’apporto calorico, soprattutto dai grassi, e aumento dell’attività fisica per migliorare glicemia, dislipidemia e livelli della pressione arteriosa.



Le neuropatie legate al diabete appartengono ai disturbi del sistema nervoso e portano a insensibilità, qualche volta dolore e debolezza nelle mani, nelle braccia, nelle gambe e nei piedi. Le neuropatie possono anche avere effetti sul sistema digerente, sul cuore e sugli organi sessuali.
Circa il 50 % delle persone con diabete mostrano danni al sistema nervoso, ma non tutti presentano sintomi fisici a questo riguardo. Le neuropatie sono più comuni nelle persone che hanno il diabete da almeno 25 anni, che sono sovrappeso, che tengono sotto controllo il livello di glucosio e che hanno la pressione alta. Il tipo più diffuso riguarda le neuropatie periferiche, che danneggiano le gambe e le braccia. Questo tipo di danno è riscontrabile in un’assenza di sensibilità nei piedi. Questo aumenta la probabilità di infortuni ai piedi, che, se non curati, possono portare all’amputazione.

Un alto livello di glucosio indurisce le arterie (arteriosclerosi), e questo può portare a un attacco di cuore, all’ictus o a problemi di circolazione nei piedi.
I disturbi legati al cuore sono le prime cause di morte legate al diabete. Gli adulti con diabete hanno tassi di morte legati al cuore da 2 a 4 volte superiori rispetto a coloro che non l’hanno. Anche il rischio di ictus è superiore di 2 a 4 volte.

Un alto livello di glucosio nel sangue ispessisce le pareti capillari, rende il sangue più denso e può causare delle crepe nei vasi sanguigni più piccoli. Questi effetti, insieme, possono ridurre la circolazione del sangue verso la pelle, le braccia, le gambe e i piedi. Possono anche avere effetti sugli occhi, sui denti e sui reni. Un flusso capillare di sangue ridotto può inoltre provocare macchie marroni sulle gambe.
Con un buon controllo del glucosio nel sangue, molti di questi disturbi possono essere ridotti. La priorità dovrebbe essere quella di raggiungere livelli di emoglobina glicata (HbA1c) uguali o inferiori al 7 %.  La ricerca ha mostrato che per ogni punto percentuale in meno di HbA1c che si riesce a raggiungere, il rischio di attacco di cuore diminuisce del 14%, il rischio di disturbi microvascolari del 37% e il rischio di disturbi vascolari periferici del 43%. Ogni punto percentuale in meno nel livello di HbA1c riduce ulteriormente il rischio di complicazioni.
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