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martedì 22 marzo 2016

JIAD

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Sui social media diversi account riconducibili a jihadisti esultano dopo le esplosioni all'aeroporto di Bruxelles e alla stazione della metro di Maelbeek che hanno seminato il terrore nella capitale belga. "Incursione a Bruxelles: è magnifico", twitta Karim Abdul Salam sul suo account "Ksalam". Un altro: "I leoni di Bruxelles vi dicono: o lasciate libero Salah o questo è il negoziato dello Stato Islamico". Ma il mondo islamico si spacca. "Il terrorismo colpisce tutti" ha detto il Gran Mufti dell'Egitto Sheik Shawki Allem, in un discorso al Parlamento europeo.

Jihad è un termine nel linguaggio dell'Islam che connota un ampio spettro di significati. Letteralmente significa "sforzo", individua lo slancio per raggiungere un dato obiettivo e può fare riferimento allo sforzo spirituale del singolo individuo per migliorare sé stesso. Nella dottrina islamica indica tanto lo sforzo di miglioramento del credente (il «jihad superiore»), soprattutto intellettuale, rivolto per esempio allo studio e alla comprensione dei testi sacri o del diritto, quanto la guerra condotta «per la causa di Dio», ossia per l'espansione dell'islam al di fuori dei confini del mondo musulmano (il «jihad inferiore»).

Nel mondo occidentale la traduzione di jihad esclusivamente come "guerra santa" è fuorviante perché ci porta a equivocare il vero significato del termine. Prevalentemente, però, il termine jihad è stato interpretato come la guerra santa contro gli infedeli, lo strumento armato per la diffusione dell'Islam.

L'interpretazione militante del jihad dello Shaykh al-Azzam descrive il "jihad offensivo" come una campagna che può essere dichiarata solo da un'autorità musulmana legittima e legale, tradizionalmente il califfo. Secondo questa interpretazione, nessuna autorità è richiesta per intraprendere il "jihad difensivo", poiché, secondo questa opinione, quando i musulmani vengono attaccati, diventa automaticamente obbligatorio per tutti i maschi musulmani in età militare, entro un certo raggio dall'attacco, prendere le difese.

La questione di quale autorità musulmana, ammesso che ve ne sia, possa adempiere doveri come dichiara il jihad è divenuta problematica da quando, il 3 marzo 1924, Kemal Atatürk abolì il califfato, che i sultani ottomani detenevano dal 1517. Non esiste oggi un'unica autorità politica costituita che governi la maggioranza del mondo musulmano. A causa della mancanza di organizzazione ecclesiastica all'interno della vasta maggioranza dei musulmani, qualsiasi aderente può autoproclamarsi alim (esperto in materia di religione) e proclamare un jihad offensivo per mezzo di una fatwa. Il riconoscimento è a discrezione di colui che riceve il messaggio.

In assenza di un Califfo, i soli leader politici islamici di fatto sembrerebbero essere i governi dei moderni stati-nazione musulmani emersi dagli sconvolgimenti della prima parte del XX secolo. Comunque, a causa dell'alleanza e della sudditanza degli Stati-nazione secolari e pseudo-democratici o monarchici del Vicino e Medio Oriente alle superpotenze economiche e militari mondiali non islamiche, Stati Uniti, Europa e Russia, i militanti islamisti reputano che gli Stati-nazione moderni emersi a metà XX secolo siano non-islamici e non rappresentativi di società islamiche. Il secolarismo è ampiamente percepito dagli islamisti militanti come rappresentativo di interessi politici americani ed europei ostili all'Islam.

Di conseguenza, movimenti islamisti (come al-Qaida e Hamas) si sono assunti il compito di proclamare il jihad, scavalcando l'autorità tanto degli Stati-nazione quanto degli esperti religiosi tradizionali. Analogamente, alcuni musulmani (specialmente i takfiristi) hanno dichiarato il jihad contro specifici governi che percepiscono come corrotti, oppressivi e anti-islamici.

Durante il periodo della rivelazione coranica, allorché Maometto si trovava a La Mecca, lo jihad si riferiva essenzialmente alla lotta non violenta e personale, quindi a quello sforzo interiore necessario per la comprensione dei misteri divini. In seguito al trasferimento (Egira) da La Mecca a Medina nel 622 e alla fondazione di uno Stato islamico, il Corano (22:39) autorizzò il combattimento difensivo. Il Corano iniziò a incorporare la parola qital (combattimento o stato di guerra) per scopo difensivo:

« Combattete contro coloro che vi combattono, ma senza eccessi, ché Allah non ama coloro che eccedono. »
(Corano 2:190 (tradotto da Shakir))
« Se vi assalgono uccideteli, se però cessano allora Allah è perdonatore. »
(Corano 2:191-192 (tradotto da Shakir))
« Combatteteli finché non ci sia più persecuzione. »
(Corano 2:193 (tradotto da Shakir))
« Quando poi siano trascorsi i mesi sacri, uccidete questi idolatri ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati. Se poi si pentono, eseguono l'orazione e pagano la decima, lasciateli andare per la loro strada. Allah è perdonatore, misericordioso. »
(Corano 9:5 (tradotto da Shakir))
« Combattete coloro che non credono in Allah e nell'Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati. »
(Corano 9:29 (tradotto da Shakir))
Tra i seguaci dei movimenti liberali interni all'Islam, l'interpretazione di questi versi è quello di una specifica "guerra in corso" e non una serie di precetti vincolanti per il fedele.

Questi musulmani "liberali" tendono a promuovere una comprensione dello jihad che rigetti l'identificazione dello jihad con la lotta armata, scegliendo invece di porre in risalto principi di non violenza. Tali musulmani citano la figura coranica di Abele a sostegno della credenza per cui chi muore in conseguenza del rifiuto di usare violenza può ottenere perdono dei peccati.

Nonostante le interpretazioni posteriori di queste porzioni del Corano, i passaggi in questione sottolineavano chiaramente, all'epoca, l'importanza dell'autodifesa nella comunità musulmana.

I musulmani spesso si rifanno a due significati di jihad citando un hadith riportato dall'imam Bayhaqi e da al-Khatib al-Baghdadi, benché il suo isnad (la catena di tradizioni che può ricondurre sino alle parole di Maometto) sia classificato come "debole":

"grande jihad (interiore)" – lo sforzo per autoemendarsi, contrastando le pulsioni passionali dell'io;
"piccolo jihad (esteriore)" – uno sforzo militare, cioè una guerra legale; da esercitarsi solo in caso di attacco personale.
Altri esempi di azioni che potrebbero essere considerati jihad (sulla base di hadith con migliore isnad) includono:
parlare francamente contro un governante oppressivo ("Sunan" di Abu Dawud, libro 37, numero 4330);
andare in pellegrinaggio a Mecca – per le donne, questa è la migliore forma di jihad ("Sahih" di Bukhari, volume 2, libro 26, numero 595);
prendersi cura dei genitori anziani, come il profeta Maometto ordinò di fare a un giovane, invece di unirsi a una campagna militare (narrato da Bukhari, Muslim, Abu Dawud al-Sijistani, al-Tirmidhi e al-Nasa'i).
Il significato più letterale di jihad è semplicemente "sforzo" e così è talvolta soprannominato lo "jihad interiore". Lo "jihad interiore" si riferisce essenzialmente a tutti gli sforzi che un musulmano potrebbe affrontare aderendo alla religione.

La tradizione di identificare lo sforzo interiore come grande jihad (cioè, non militare) pare essere stato profondamente influenzato dal sufismo, un movimento mistico interno all'Islam antico e diversificato.

Sia per i musulmani, sia per i non musulmani gli attacchi dei militanti sotto l'egida dello jihad possono essere percepiti come atti di terrorismo. Due gruppi islamisti si chiamano "jihad islamico": l'Egyptian Islamic Jihad e il Palestinian Islamic Jihad. I fiancheggiatori di questi gruppi percepiscono una giustificazione religiosa forte per un'interpretazione militante del termine jihad quale risposta adeguata all'occupazione israeliana della Cisgiordania (o "West Bank", all'inglese) e della Striscia di Gaza.



I musulmani credono che un posto in Paradiso (Ganna) sia assicurato a colui che muore come parte in lotta contro l'oppressione in qualità di shahid (martire, cioè testimone). Descrizioni del Paradiso, nell'Islam come nel Cristianesimo, sono intrinsecamente problematiche. Considerazioni negli hadith e nel Corano circa le ricompense spettanti allo shahid — i settantadue "puri spiriti" conosciuti come Huri, i fiumi che scorrono, l'abbondanza di freschi frutti — possono, a seconda delle prospettive, essere considerati realtà letterali o metafore per un'esperienza trascendente l'umana espressione.

Anche qualora la morte di un martire in un'operazione militare sia sicura, gli islamisti militanti considerano l'atto un martirio anziché un suicidio. Qualora musulmani non combattenti periscano in tali operazioni militari, i militanti considerano queste persone shahid, anch'essi con un posto assicurato in paradiso. Stando a questa concezione, solo il nemico kafir, o i miscredenti, ricevono danno dalle operazioni di martirio. La maggioranza degli eruditi islamici rigetta questa interpretazione. Il suicidio è un peccato nell'Islam. La dottrina maggioritaria degli studiosi discorda dall'approccio militante islamista in materia, e ritiene che le operazioni di martirio siano equivalenti al peccato di suicidio, che uccidere civili sia un peccato e che la Sunna (il costume, la "Retta Via") non permetta né l'uno né l'altro. Per questi studiosi, e per la vasta maggioranza dei musulmani, né le missioni suicide né gli attacchi ai civili sono considerati legittime conseguenze dello jihad.

Praticamente tutti i musulmani, tuttavia, ritengono che la legittima difesa dell'Islam comporti ricompense nell'Altra Vita.
Le organizzazioni militanti islamiste non costituiscono uno Stato autonomo o un'autorità di fatto; nondimeno esse considerano i bersagli economici come obiettivi militari, citando come prova le numerose incursioni carovaniere. Resta il fatto, comunque, che la tradizione islamica più antica proibisce espressamente di attaccare donne, bambini, anziani ed edifici civili nel corso di una campagna militare. Il Corano, l'indiscutibile fonte di autorità nell'Islam, vieta l'uccisione di innocenti. Tuttavia, il divieto di uccidere non è assoluto, poiché viene posta una condizione:

« Chiunque uccida una persona – a meno che essa non stia per uccidere una persona o per creare disordine sulla Terra – sarà come se uccidesse l'intera umanità; e chiunque salvi una vita, sarà come se avrà salvato la vita di tutta l'umanità. »
(Corano (5:32))
In base a questo verso del Corano, se un essere umano non ha ucciso un'altra persona o creato conflitto o disordine nel mondo è da considerarsi innocente. Ucciderlo sarebbe l'equivalente di un massacro dell'intera razza umana, un delitto inconcepibilmente barbaro e un peccato enorme. Per una parte dei musulmani questo verso è decisamente abbastanza chiaro da togliere ogni dubbio o ambiguità sul rango morale degli attacchi contro civili.

La maggioranza dei musulmani considera la lotta armata contro l'occupazione straniera o l'oppressione da parte di un governo interno degne di jihad difensivo. In effetti, sembra che il Corano richieda la difesa militare della comunità islamica assediata.

In epoca coloniale le popolazioni musulmane insorsero contro le autorità coloniali sotto la bandiera dello jihad (gli esempi includono il Daghestan, la Cecenia, la rivolta indiana contro la Gran Bretagna (moti indiani del 1857, altrimenti chiamati dai britannici mutiny, cui peraltro parteciparono in maggioranza gli Hindu) e la guerra d'indipendenza algerina contro la Francia). In questo senso, lo jihad difensivo non è diverso dal diritto di resistenza armata contro l'occupazione, che è riconosciuto dall'ONU e dal diritto internazionale.

La tradizione islamica ritiene che quando i musulmani vengono attaccati diventi obbligatorio per tutti i musulmani difendersi dall'attacco, partecipare allo jihad. Quando l'Unione Sovietica invase l'Afghanistan nel 1979, l'eminente militante islamico Abd Allah Yusuf al-Azzam (che influenzò in modo determinante Ayman al-Zawahiri e Usama bin Laden) emise una fatwa chiamata, Difesa delle terre islamiche, il primo dovere secondo la Legge, dichiarando che tanto la lotta afghana quanto quella palestinese erano jihad nelle quali l'azione militare contro i kuffar (miscredenti) sarebbe stata far? ?ayn (obbligo personale) per tutti i musulmani. L'editto fu appoggiato dal Gran Mufti dell'Arabia Saudita, Abd al-Aziz Bin Bazz.

Lo Jihad offensivo è l'intraprendere una guerra di aggressione e conquista contro i non-musulmani al fine di sottomettere questi e i loro territori al dominio islamico. Secondo numerose interpretazioni tra cui la Encylopedia of the Orient, "il jihad offensivo, cioè l'aggressione, è pienamente ammesso dall'islam sunnita", ma al contrario del jihad difensivo non vi è alcun obbligo di partecipazione da parte dei singoli fedeli musulmani, ma solo della comunità islamica nel suo insieme.

Il Corano usa il termine "jihad" solo quattro volte, nessuna delle quali fa riferimento alla lotta armata. Come tale, l'uso della parola jihad in riferimento alla guerra canonica islamica, fu un'invenzione posteriore dei musulmani. Tuttavia, il concetto di guerra legale islamica non fu a sua volta un'invenzione posteriore, e il Corano contiene passaggi che si riferiscono a specifici eventi storici e che possono chiarire la teoria e la pratica dalla lotta armata (qital) per i musulmani.

In questo senso è decisivo il passo 193 della Sura II, nel quale compare la parola "fitna" (arabo "prova"), che in arabo ha un significato molto ampio, che include sia la ribellione che il vizio, nei confronti di Allah e delle sue creature.

Come era pratica comune nel Medioevo, l'Islam in effetti considera i prigionieri di guerra un bottino. Quando Maometto e i suoi eserciti risultavano vittoriosi in battaglia, i prigionieri di guerra maschi o venivano restituiti alle tribù dietro riscatto, o scambiati con prigionieri di guerra musulmani, oppure venduti come schiavi, com'era costume dell'epoca. Anche le donne e i bambini catturati e fatti prigionieri correvano il rischio di cadere in schiavitù, benché la conversione all'Islam fosse una strada per ottenere la libertà.

Il trattamento di prigionieri di guerra ai tempi di Maometto in persona sembra fosse decisamente più umano di quello riservato dalle generazioni successive della dirigenza islamica. Dopo la battaglia di Badr, ai restanti furono date le seguenti opzioni: o di convertirsi all'Islam e guadagnare così la libertà, o di pagare il riscatto e guadagnare la libertà, o di insegnare a leggere e a scrivere a 10 musulmani e guadagnare così la libertà. Anche l'orientalista William Muir, non propriamente amichevole verso l'Islam, ha scritto quanto segue:

« A seguito delle decisioni di Maometto, i cittadini di Medina e coloro tra i rifugiati che possedevano case ricevettero i prigionieri e li trattarono con molta considerazione. "Siano benedetti gli uomini di Medina", disse uno dei prigionieri in epoca successiva, "ci hanno fatto cavalcare mentre essi camminavano, ci hanno dato pane lievitato quando ce n'era poco, mentre loro si accontentavano di datteri". »
(William Muir)

Con il termine jihadismo si fa tradizionalmente riferimento al macrofenomeno del fondamentalismo islamico che, attraverso una multiforme costellazione di soggetti e raggruppamenti, promuove il ‘jihad’ contro coloro che a vario titolo sono considerati infedeli. Tale prospettiva – che ha avuto modo di consolidarsi con particolare forza dopo gli attentati alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 – riconduce pertanto il jihad ad una dimensione conflittuale spesso marcatamente brutale e violenta, che funge da base ideologica per il terrorismo di matrice islamica e che, grazie anche ad una propaganda particolarmente efficace, ha attratto nell’ultimo decennio migliaia di nuovi adepti.

Nonostante la sua rilevanza, al di fuori del mondo islamico il tema del jihad è rimasto a lungo appannaggio esclusivo degli studiosi. La familiarità dell’opinione pubblica occidentale – per lo meno sotto il profilo mediatico - con il jihad e con il fenomeno del jihadismo è infatti da considerarsi recente, e in gran parte riconducibile agli sviluppi storici e geopolitici successivi agli eventi dell’11 settembre 2001, quando l’Occidente colpito nei suoi massimi simboli economici (New York e le Torri Gemelle) e militari (il Pentagono a Washington) ha scoperto al suo interno una inattesa quanto preoccupante vulnerabilità. Dai richiami al jihad contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979, gli Stati Uniti trassero indiscutibili vantaggi nell’ambito del conflitto bipolare; ma furono proprio quei proclami formulati da studiosi quali Abdullah Yusuf Azzam – lo stesso che nell’aprile del 1988 scrisse dello sviluppo di un’avanguardia come solida base (al-Qaida al-Subah) per costruire la società islamica anticipando la nascita di al-Qaida – a colpire gli USA nel 2001. Gli attentati al World Trade Center nel 1993, l’uccisione di decine di turisti occidentali a Luxor nel 1997 e gli attacchi alle ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania nel 1998 avevano già messo in evidenza la sensibilità degli obiettivi riconducibili all’Occidente, e risale al 1998 la celebre fatwa in cui Osama bin Laden affermava che l’uccisione degli americani e dei loro alleati fosse un dovere per ogni musulmano. Furono tuttavia i fatti eclatanti dell’11 settembre a condurre alla percezione del terrorismo di matrice jihadista come fenomeno globale, e di rimando ad una pressoché immediata sovrapposizione concettuale di jihad e terrorismo nelle società occidentali. Similmente, la ‘guerra al terrore’ avviata dall’amministrazione di George W. Bush con l’offensiva contro il regime talebano afghano reo di proteggere Osama bin Laden, è stata accompagnata da una retorica polarizzante che, nella misura in cui tendeva a separare in modo netto il bene dal male, ha contribuito ad alimentare la percezione del conflitto come una dichiarazione di guerra contro i musulmani, percezione meno nitida nel caso afghano ma cresciuta esponenzialmente con la campagna irachena iniziata nel 2003. Sotto il profilo sociologico, una interessante tesi tende ad evidenziare come l’identificazione dell’Occidente quale nemico dell’Islam possa essere ricondotta ad un netto rifiuto della sua cultura e del ‘carico di modernità’ che la accompagna, portatore di una secolarizzazione incompatibile con le sacre verità della legge islamica; al tempo stesso, la globalizzazione è intesa come strumento di un nuovo imperialismo occidentale che mira ad esercitare il suo controllo sul dar-al-Islam.

È altresì evidente però che i precipitati della globalizzazione sono stati funzionali alla diffusione della propaganda jihadista: grazie ad un efficace uso delle nuove tecnologie e dei media, il messaggio è stato infatti trasmesso su scala globale favorendo la crescita del sostegno alla causa; inoltre, la divulgazione delle immagini delle torture commesse dagli uomini della coalizione USA ad Abu Ghraib nel corso della guerra in Iraq, ha alimentato in alcuni ambienti l’idea dell’Occidente oppressore e rafforzato l’ostilità nei suoi confronti.

Inquadrare la galassia delle forze di ispirazione jihadista esclusivamente nella prospettiva di una lotta globale contro l’Occidente sotto una struttura di comando centralizzata indicata come al-Qaida, non renderebbe tuttavia conto della complessità del fenomeno, ulteriormente accentuatasi negli ultimi anni. Proprio in riferimento ad al-Qaida, si è tradizionalmente utilizzato il concetto di network, ad indicare una struttura ramificata che non si esauriva esclusivamente nelle aree dell’Afghanistan e del Pakistan. Sui collegamenti tra ‘centro’ e ‘periferia’, sulla forza dei vincoli di affiliazione delle diverse cellule e sull’eventuale autonomia di azione di tali unità rispetto al ‘centro’ si è spesso discusso, senza peraltro giungere a risposte univoche. Il nucleo originario di al-Qaida ha subito nel corso della guerra al terrore perdite di una certa rilevanza, su tutte quella di Osama bin Laden ucciso nel corso del blitz di Abbottabad (Pakistan) nel maggio del 2011; cionondimeno le diverse ramificazioni di quello che viene identificato come il network qaidista hanno comunque dimostrato di essere operative. È il caso di al-Qaida nella Penisola Araba (AQAP), gruppo costituitosi ufficialmente nel gennaio del 2009 e responsabile di numerosi attacchi nello Yemen senza dimenticare il grande nemico americano, come dimostra il fallito attentato del 25 dicembre 2009 sul volo 253 della Northwest Airlines da Amsterdam a Detroit; o ancora di al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM), le cui origini sarebbero rinvenibili nella guerra civile algerina degli anni ’90 e che nel 2007 assunse tale denominazione per sancire ufficialmente la sua affiliazione ad al-Qaida. Un’organizzazione prevalentemente attiva in Algeria, Mauritania, Niger e Mali, paese quest’ultimo nel quale è stata tra i protagonisti di un conflitto destabilizzante tra il 2012 e il 2013 che ha allarmato l’Europa e in particolare Parigi, timorose della nascita di un santuario jihadista con il mirino puntato verso il Vecchio Continente. In Mali opera anche il Movimento per l’Unicità e il Jihad nell’Africa Occidentale (MUJAO), nato da una costola di AQIM e interessato ad espandere l’azione jihadista nell’Africa Occidentale. C’è poi il fronte del Corno d’Africa, dove operano i miliziani di al-Shabaab che terrorizzano la Somalia e hanno realizzato attentati anche in Uganda e in Kenya, tra cui quello al Westgate Mall di Nairobi nel settembre 2013.

AQIM, al-Shabaab, AQAP e la stessa al-Qaida avrebbero inoltre avuto contatti con Boko Haram – che in lingua hausa significa ‘l’educazione occidentale è peccaminosa’ - organizzazione terroristica nata nel 2002, attiva in Nigeria (ma ha anche sconfinato in Camerun) e il cui nome ufficiale è Jama'atu Ahlis Sunna Lidda'Awati Wal-Jihad, che vuol dire ‘Popolo per la Propagazione degli Insegnamenti del Profeta e del Jihad’.

La causa jihadista interessa anche la regione nord-caucasica controllata dalla Russia: l’Emirato del Caucaso è riconosciuto come organizzazione terroristica sia da Mosca che da Washington, ha cooperato con al-Qaida e segue con particolare interesse le evoluzioni del non lontano teatro di guerra siriano, in cui interessanti orizzonti si sono aperti per il jihad. Proprio nel contesto siriano - e in quello del vicino Iraq - si sono registrati preoccupanti sviluppi. In Siria, attratti dal messaggio diffuso dai predicatori, migliaia di volontari da ogni parte del mondo. In Siria, attratti dal messaggio diffuso dai predicatori, migliaia di volontari da ogni parte del mondo – tra cui moltissimi europei – combattono il jihad contro il regime del dittatore alawita Bashar al-Assad: non più dunque la guerra contro il ‘nemico lontano’ americano e occidentale, ma quella sunnita contro il ‘nemico vicino’. Nella complessa costellazione delle forze attive in Siria, si è distinta per l’efficacia delle sue azioni Jabhat al-Nusra, anch’essa affiliata ad al-Qaida ed inserita dagli USA – pure apertamente ostili al regime di Damasco – tra le organizzazioni terroristiche a fine 2012. Nell’aprile del 2013 giunse l’annuncio della sua fusione con il gruppo iracheno dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS), stabilitosi nel 2006 come successore di al-Qaida in Iraq e poi allargatosi alla Siria con la guerra civile: a dare la notizia fu il leader dell’ISIS Abu Bakr al-Baghdadi, ma Jabhat al-Nusra, pur confermando l’esistenza di rapporti tra le due forze, ribadì la sua fedeltà ad al-Qaida e alla causa siriana. L’ISIS ha tuttavia proseguito con le sue iniziative, estendendo la sua influenza su territori sempre più vasti e sconfiggendo più volte il debole esercito di un Iraq profondamente diviso dalle politiche settarie del premier sciita Nuri al-Maliki, fino alla proclamazione del califfato islamico a cavallo tra lo Stato iracheno e la Siria. I nuovi scenari mettono in guardia l’Occidente e i vicini medio orientali, preoccupati dall’avanzata di un gruppo – che si è ribattezzato semplicemente Stato Islamico (IS) – che ai proclami del jihad accompagna un progetto politico ben più definito che in passato, mirante ad incidere nel tessuto dello status quo geopolitico della regione. Un’avanzata che ha costretto i cristiani alla fuga e in cui centinaia di yazidi considerati ‘adoratori di Satana’ sono stati massacrati. Ai raid degli USA cominciati nell’agosto del 2014, l’IS ha risposto con la decapitazione degli ostaggi statunitensi James Foley e Steven Sotloff, all’annuncio del sostegno britannico ai peshmerga curdi in funzione anti-Stato Islamico, l’organizzazione ha reagito con l’uccisione di David Cawthorne Haines; in Algeria la formazione Jund al-Khilafah ha rotto con al-Qaida giurando fedeltà al califfo al-Baghdadi e uccidendo il 24 settembre l’ostaggio francese Hérve Gourdel; nelle Filippine è stata Abu Sayyaf a minacciare l’uccisione di due tedeschi. E mentre al-Qaida appare più debole, sempre più formazioni uniscono la loro causa a quella del califfato, un polo di riferimento di giorno in giorno più importante per la galassia jihadista. A inizio settembre 2014, al-Zawahiri ha rilanciato con l’annuncio della nascita di un ramo di al-Qaida nel Subcontinente indiano, che dovrebbe agire dall’India fino al Myanmar: secondo gli esperti, anche un messaggio allo Stato Islamico rispetto a cui al-Qaida ha perso terreno. Nel 2015 l’IS si è ulteriormente rafforzato, grazie alla propaganda e all’utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione. Non solo gli uomini del califfato hanno continuato a decapitare i prigionieri e a pubblicare le esecuzioni sul web, ma tra le loro file è andato crescendo il numero dei foreign fighters, combattenti stranieri che in diversi casi sono risultati cittadini europei o statunitensi e il cui ipotetico ritorno entro i confini dei paesi di provenienza non lascia tranquille le cancellerie occidentali. I timori dell’Occidente sono inoltre aumentati all’indomani degli attentati di Parigi di inizio gennaio 2015, con l’assalto alla redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo – questo rivendicato tuttavia da AQAP – e l’attentato al supermercato kosher da parte di Amedy Coulibaly, appartenente all’IS. L'attentato più grave degli ultimi anni è avvenuto nuovamente a Parigi il 13 novembre dello stesso anno, rivendicato dall'IS, dove i morti e i feriti sono stati centinaia, in cui sono state colpite simultaneamente varie sedi della società civile, come lo stadio e il teatro Bataclan, simboli della libertà occidentale. L’Europa guarda inoltre con crescente preoccupazione alla sponda Sud del Mediterraneo, verso la Libia, dove miliziani affiliati allo Stato islamico hanno trovato importanti spazi d’azione sfruttando la cronica instabilità politica del paese.

La galassia jihadista e i paradigmi del jihadismo paiono dunque in via di rimodulazione e ridefinizione, adattandosi alle contingenze geopolitiche e modificandole allo stesso tempo.



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lunedì 7 marzo 2016

LA DONNA MUSULMANA

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Nelle questioni religiose, il primo dovere della donna, come quello dell'uomo è di credere nell'Unicità di Dio, solo mezzo di salvezza nell'aldilà. Si sa che l'Islâm ha formalmente proibito l'uso della costrizione per ottenere la conversione; ricordiamo che la moglie non-musulmana di un musulmano ha pieno diritto di conservare la sua religione e di praticarla. All'interno della comunità islamica si mantiene una rigorosa disciplina per salvaguardare l'insieme della struttura della sua vita. I tradimenti sono puniti e certi esempi dell'epoca dei Califfi ortodossi ci mostrano che la punizione della donna è meno severa di quella dell'uomo.

Nella pratica religiosa, la preghiera deve essere osservata dalla donna come dall'uomo, ma con delle concessioni: durante il periodo mensile la donna adulta è dispensata dall'osservanza quotidiana delle preghiere canoniche e quanto alla preghiera pubblica del venerdì, è facoltativa e non obbligatoria. Il rigore del digiuno le viene alleggerito: durante la gravidanza, ecc., ella ha diritto di rimandare il digiuno del mese di Ramadan. Nel Hagg (pellegrinaggio alla Mecca) è pure dispensata da certi riti, se non li può compiere per ragioni inerenti al suo sesso. In breve, la religione è indulgente verso di lei. Per l'ultimo dei doveri principali, il pagamento dell'imposta zakat, ha la stessa parità dell'uomo, ma certe scuole giuridiche, degli Shafeiti, per esempio, le fanno delle concessioni: c'è una tassa suoi risparmi, ma i risparmi convertiti da un donna in gioie ed ornamenti per uso personale sono esentati dall'imposta zakat. Malgrado il fatto che l'Islâm insista sulla circolazione costante della ricchezza nazionale, in vista del suo accrescimento, e scoraggi la tesaurizzazione, assoggettandola ad una tassa, fa una concessione a favore della donna e dei suoi gusti propriamente femminili.

La morale regola i rapporti dell'uomo con i suoi simili, come la spiritualità regola i suoi rapporti con il Creatore. L'una e l'altra impongono dei doveri. Nel campo della moralità, l'Islâm ha avuto, come altrove, la preoccupazione di attaccare il male alle sue radici, e non solo le sue manifestazioni, certi suoi effetti: ha imposto, raccomandato o, incoraggiato delle pratiche, di cui ci si può stupire, a prima vista, se non se ne considerano i motivi profondi. Tutte le religioni diranno che la fornicazione e l'adulterio sono dei peccati, ma l'Islâm va oltre: prescrive i mezzi per diminuire le tentazioni.

È per questo che il Corano (XXIV, 30-31) esorta: "Dì ai credenti (oh Profeta) che abbassino i loro sguardi e conservino la loro castità, è per loro più puro, Dio è ben informato, veramente, di quello che fanno. E dì alle credenti che abbassino i loro sguardi, che conservino la loro castità, che non mostrino dai loro indumenti se non ciò che è lecito mostrare e che facciano scendere il velo sui loro petti". Una vita di reclusione non è raccomandata, il solo scopo del velo è di diminuire l'attrazione sugli sconosciuti e di proteggere pure la donna dalla malvagità degli uomini, come è detto altrove nel Corano (XXXIII, 59). In ogni epoca della storia islamica, compresa quella del Profeta, si videro donne musulmane occuparsi di tutti i settori loro convenienti; esse furono infermiere, istitutrici e anche soldati combattenti, al bisogno, a fianco dell'uomo; ci furono cantanti, parrucchiere, cuoche, ecc. Il califfo Omar impiegò una donna, la stessa che insegnò a Hafsa, sposa del Profeta, al leggere e a scrivere, come direttrice del mercato della capitale a Medina. I giuristi ammettono le donne come giudici di tribunale, e ci sono molteplici esempi.

Il Corano (XXX, 21) assegna a questa collaborazione il suo posto: "È dei Suoi segni l'aver creato da voi, per voi delle spose, affinché abitiate presso di loro, ed Egli pone tra di voi amore e misericordia". L'uomo e la donna si completano a vicenda (II, 187); è loro interesse aiutarsi quindi, reciprocamente. Il consiglio del Corano (IV, 19) ai mariti concernente il trattamento delle loro spose, fa ben riflettere: "... Comportatevi in maniera conveniente verso di loro, e se avete avversione per loro è come se aveste avversione per una cosa mediante cui Dio vi concede grande bene". Infatti, più si è saggi, più si fanno concessioni, soprattutto quando si è più forti.



Si cerca e si preferisce sposare la persona che si ama. Ma i motivi d'amore, soprattutto per i giovani, spesso sono fantasiosi ed effimeri: Mohammed ha fornito un consiglio molto saggio riguardo al matrimonio: "Non sposatevi solo per la bellezza, è possibile che questa diventi la causa di una degradazione morale, non sposatevi neppure per la ricchezza, forse la ricchezza sarà causa di insubordinazione, sposatevi, piuttosto, mirando alla pietà". (Ibn Magih, N° 1859). La religione islamica regge ogni campo della vita, quindi, va da sé che, colui che si attiene scrupolosamente ai suoi doveri, crea anche la pace nel focolare domestico. Un'altra volta Mohammed disse: "Il mondo è una cosa effimera, di cui l'umanità gode solo temporaneamente, e tra le cose del mondo, non vi è nulla di meglio di una donna che opera il bene". (Ibid, N° 1855). Tirmidhiy e Nasa'iy riportano un'altra espressione del Profeta: "Il migliore tra i credenti è colui che ha un buon carattere ed è dolce nei confronti della sposa".

Come abbiamo appena sottolineato, l'Islâm attribuisce un'importanza particolare alla moralità e la promiscuità sarà quindi repressa con ogni mezzo. Secondo il Corano (IV, 34), se uno teme l'infedeltà della moglie, deve immediatamente ammonirla, allo scopo di esercitare su di lei una pressione, facendola dormire a parte; come ultimo mezzo, può arrivare a punirla, ma non troppo duramente. Se non ottiene alcun esito, il divorzio - "La più detestata delle cose permesse", come si è espresso in merito il Profeta - può risolvere il problema. Ma il problema della castità è reciproco. Più oltre, il Corano (IV, 128-130) precisa che se la donna teme che suo marito sia infedele, o che sia indifferente nei suoi confronti, tenterà di arrangiare le cose e, come ultimo mezzo, ella ha il diritto di reclamare la separazione giudiziaria.

Un buona intesa implica identità di vedute: questa identità di vedute si realizza, a volte, spontaneamente, quando i due sposi arrivano alla stessa conclusione, ma, altre volte, uno dei due deve fare delle concessioni, una rinuncia alla sua opinione. Esiste però un limite alle concessioni; non stupiamoci se il Corano (XXIX, 8) ed un Hadith del Profeta Mohammed dice: "Nessuna obbedienza ad una creatura nella disobbedienza del creatore!". Si può fare concessione ad ogni sorta di cose, per amore o per semplice espediente, concesso che ciò non leda un dovere islamico formale; soprattutto le ingiunzioni religiose non devono essere violate.

Una cosa aveva particolarmente a cuore il Profeta, e se ne è spesso parlato: che gli uomini evitino atteggiamenti effeminati e che le donne non si comportino da maschi, nella pettinatura, nell'abbigliamento, nel modo di parlare e via di seguito. Bisogna svilupparsi in base alla propria natura e non in senso contrario: la maledizione divina colpisce chiunque violi questa direttiva.

La vita coniugale predicata dall’Islâm è improntata alla serenità, alla tenerezza e al mutuo affetto, poiché più la famiglia è solida, più la comunità è unita e forte.

Infatti, la famiglia è il supporto essenziale su cui si può costruire una società forte ed equilibrata. È da questa prospettiva che si può considerare l’interesse accordato dall’Islâm alla famiglia e il ruolo rilevante che essa occupa nella società islamica.

Per citare l’esempio del matrimonio, che ha la funzione di fondamenta, sulle quali viene costruita una famiglia, esso ha uno scopo molto nobile ed elevato dal punto di vista islamico. Permette agli sposi di trovare la tranquillità, l’affetto e la bontà, di perpetuare la vita, e di preservarsi dalle tentazioni sessuali illecite.

Allah l’Altissimo dice:

Fa parte dei Suoi segni l’aver creato da voi, per voi, delle spose, affinché riposiate presso di loro, e ha stabilito tra voi amore e misericordia. Ecco davvero dei segni per coloro che riflettono (Corano XXX.Ar-Rûm, 21)

Egli è Colui che vi ha creati da un solo individuo, e che da esso ha tratto la sua sposa affinché riposasse presso di lei… (Corano VII. Al-A’râf, 189)

Ibn Kathîr (rahimahullah) scrive, a questo proposito: “Significa che fa nascere tra loro un’initmità e una compagnia, poiché non vi è intimità maggiore, tra due anime, di quella esistente tra due sposi” (Tafsîr Ibn Kathîr, vol. 6, pag. 274).

In un altro versetto, il Corano ci dona una bella descrizione di questa intimità, nel suo senso umano più nobile:

…esse sono una veste per voi, e voi siete una veste per loro… (Corano II. Al-Baqara, 187)

Questo versetto descrive gli sposi come un vestito, l’una per l’altro. Ora, il vestito, come tutti sanno, è il tessuto che l’essere umano indossa per pudore e per proteggersi.

Il vestito, così, è l’elemento più vicino alla pelle dell’essere umano. È per questo che il Corano simbolizza la relazione tra i due sposi tramite l’esempio del vestito; poiché tale relazione, secondo il Corano, deve avere lo stesso significato e lo stesso ruolo che ha il vestito sul corpo.

Significa che i due sposi devono essere legati nel cuore e nell’anima; che ciascuno dei due deve essere per l’altro un abito che lo protegga dai rischi che potrebbero nuocere al loro onore e alla loro intimità. Tuttavia, perché questa armonia nella coppia possa realizzarsi, Allah ha imposto dei doveri ad ognuno dei due coniugi, accordando loro, in cambio, dei diritti.



I diritti devono andare di pari passo coi doveri, perché i due possano vivere in armonia.

A / Il dovere di obbedire al marito in ciò che è lecito

Allah l’Altissimo dice:

…Le donne virtuose sono obbedienti (ai loro mariti) e proteggono ciò che deve essere protetto, in assenza del loro sposo, con la protezione di Allah… (Corano IV. An-Nisâ’, 34)

Sayyid Qutb (rahimahullah) scrive, a proposito di questo versetto: “L’obbedienza cui è fatta allusione qui è quella che deriva dalla volontà, dal buon volere e dall’amore, e non quella che è dettata dalla forza o dalla costrizione. Per questo il Corano ha detto “obbedienti” (qanitât) e non “sottomesse” (ta’i’ât), poiché questo è il termine relativo alla tranquillità, alla tenerezza, alla protezione e all’amore che uniscono le due metà di una sola anima. Inoltre, è nella natura della credente virtuosa di essere fedele al legame sacro che la unisce a suo marito, in assenza di costui come in sua presenza” (“All’Ombra del Corano”, vol. 2, p. 652).

In un hadîth riportato da Nisâ’î, riferito da Abû Hurayra (radiAllahu ‘anhu), il Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) disse, a qualcuno che lo interrogava riguardo la migliore delle mogli: “La migliore delle spose è quella che rallegra il suo sposo quando questi la guarda, gli obbedisce quando questi le chiede qualcosa, e non fa della sua persona o dei suoi beni delle cose che egli aborrisce” (Sunan Nisâ’î, vol. 6, pag. 68).

Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: “Non è dovuta obbedienza per le cose che suscitano la collera di Allah. L’obbedienza non è valida che per le cose lecite” (Sharh Sahîh Muslim – Nawawi, vol. 12 pag. 227).

L’Imâm Ibn Hajar Al-Asqalani (rahimahullah) scrive: “L’obbedienza della moglie nei confronti del marito non deve oltrepassare i limiti di ciò che è lecito; se costui la invitasse a fare ciò che è illecito, ella non deve obbedirgli” (Fath al-Bari, vol. 9 pag. 304).

Tra i suoi doveri, deve anche preservare i beni di lui e averne la miglior cura possibile. Secondo Ibn ‘Umar (radiAllahu ‘anhuma), il Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) disse: “Ciascuno di voi è un pastore responsabile del suo gregge. Il capo della comunità musulmana (imam) è un pastore, e gli verrà chiesto conto del suo gregge; l’uomo è il pastore dei suoi ed è responsabile del suo gregge; la donna è un pastore nella sua casa ed è responsabile del suo gregge; lo schiavo è un pastore responsabile dei beni del suo padrone, ed è responsabile del suo gregge” (Fath al-Bari, vol. 9, pag. 299).

Alla luce di questo hadîth, la donna è responsabile dell’educazione dei suoi bambini, della gestione del suo focolare, in breve di tutto ciò che contiene la casa. Deve essere all’altezza delle sue responsabilità e rivolgervi tutta l’attenzione richiesta.

In quanto all’obbedienza della moglie nei confronti di suo marito, essa deriva dal favore della “qiwama” (l’autorità familiare) che Allah ha accordato all’uomo. Allah l’Altissimo dice:

Gli uomini hanno autorità (qawamûn) sulle donne, in ragione dei favori che Allah accorda loro su di esse, e perché spendono (per esse) i loro beni… (Corano IV. An-Nisa’, 34)

L’autorità significa qui il potere sulla famiglia, cioè l’uomo è il capofamiglia. Etimologicamente il verbo qama (dalla radice QiWaMa) significa occuparsi di qualcosa e prendersene cura. In altri termini, l’uomo deve prendersi cura di sua moglie e soddisfare tutti i suoi bisogni per quanto riguarda il cibo, l’abbigliamento e l’alloggio. È lui che deve prendersi carico dei bisogni della sua famiglia e assicurarle la protezione necessaria.

Occorre segnalare, tuttavia, che la funzione di capofamiglia attribuita all’uomo non vuol dire affatto dittatura o costrizione imposte da costui. Assolutamente al contrario: essa deve essere basata sulla concertazione e l’uguaglianza.

Sayyid Qutb (rahimahullah) scrisse a questo proposito: “Allah ha creato gli esseri umani, uomini e donne, affinché facciano prosperare, in comunione e armonia, la vita sulla terra. Ha affidato, a questo scopo, a ciascuno di essi, una funzione adatta alla sua natura. Alla donna, tra le altre funzioni, ha affidato quella di portare nel suo ventre i bambini, di metterli al mondo, di allattarli e di educarli per renderli uomini e donne responsabili. Si tratta di una funzione nel contempo immensa e decisiva, che necessita di capacità fisiologiche, psichiche e intellettuali considerevoli. È dunque giusto che l’uomo assicuri alla moglie tutto ciò di cui ha bisogno sul piano materiale e affettivo, affinché ella possa consacrarsi alla sua funzione primordiale” (“All’Ombra del Corano”, vol. 2, pag. 65).

La donna occidentale soffre oggi dell’assenza dell’uomo capace di compiere questa missione, assicurandole la protezione e la quiete.

Ora, la donna, in generale, non raggiunge la felicità e la serenità se non vivendo sotto la protezione di un uomo che eserciti coscientemente il suo ruolo di capofamiglia, affinché ella viva in pace e goda della protezione e della sollecitudine del suo sposo.

Purtroppo, molti musulmani e musulmane hanno mal assimilato il vero significato dell’autorità. Gli uomini abusano spesso di questo favore e lo snaturano.

1 – La condizione di uguaglianza

Quando Allah ha imposto dei doveri all’uomo e alla donna, ha accordato loro, in cambio, dei diritti, affinché ciascuno senta in se stesso l’equità e la giustizia e possa vivere nella felicità e nell’armonia. Allah ha riunito gli obblighi e i diritti dei due sposi nelle sue sublimi parole:

…Esse hanno diritti equivalenti ai loro doveri, in base alle buone consuetudini… (Corano II. Baqara, 228)

L’Imam Al-Qurtubi (rahimahullah) spiega così questo versetto: “Significa che le donne hanno sugli uomini gli stessi diritti che costoro hanno su di esse. È in questa ottica che Ibn ‘Abbâs (radiAllahu ‘anhu) disse: “Mi faccio bello per mia moglie come lei si fa bella per me. Non voglio, tuttavia, reclamare tutti i diritti che ho su di lei, affinché ella non esiga i diritti che ha su di me, poiché Allah l’Altissimo dice:

…Esse hanno diritti equivalenti ai loro doveri, in base alle buone consuetudini… (Corano II. Baqara, 228)”

(Tafsîr Al-Qurtubi, vol. 5 pag. 123).

In quest’ordine di idee, M. Darwaza scrive: “Il senso di questo versetto è che tutto ciò che l’uomo esige da sua moglie come obbedienza, fedeltà, lealtà, castità, buona compagnia, buon comportamento, tenerezza e rispetto, fiducia e generosità, benevolenza e gradimento, custodia degli interessi e disponibilità; e tutto ciò che egli non vuole vedere in lei, come tetraggine, veemenza, grossolanità, perversità, nocività, ristrettezza di spirito, cattivo comportamento, malvagità, orgoglio, arroganza, ecc… tutto ciò, (anche) la moglie ha il diritto di esigerlo dal suo sposo” (“La donna nel Corano e nella Sunnah”, pag. 30).

Questo per quanto riguarda il principio generale di uguaglianza. Poi viene la Parola dell’Altissimo:

…tuttavia gli uomini hanno una predominanza su di esse… (Corano II. Al-Baqara, 228).

Questo versetto potrebbe prestarsi ad un equivoco, dando l’impressione che vi sia una distinzione tra i diritti degli uomini e quelli delle donne, ma non è affatto così, perché in questo caso vi sarebbe una contraddizione con la parte precedente del versetto:

…Esse hanno diritti equivalenti ai loro doveri, in base alle buone consuetudini… (Corano II. Baqara, 228)

Così, la sola spiegazione possibile – e Allah è il più Sapiente – è che il grado di predominanza accordato agli uomini riguardi l’autorità (qiwama).



2 – La condizione di concertazione

La vita tra i due sposi deve essere basata sulle fondamenta della shûrâ, ossia la concertazione, la consultazione. Non vi deve essere né costrizione, né oppressione, ma, come dice Allah l’Altissimo descrivendo i credenti:

Coloro che rispondono al loro Signore, assolvono all’orazione, si consultano vicendevolmente su quel che li concerne e sono generosi di ciò che Noi abbiamo concesso loro (Corano XLII. Ash-Shûrâ, 38)

Il Corano ci mostra che ogni accordo che impegni i due coniugi in qualsiasi dominio deve concludersi dopo una preventiva consultazione. Allah l’Altissimo dice:

…E se, dopo che si siano consultati, entrambi sono d’accordo per svezzarlo (il loro figlio), non ci sarà colpa alcuna… (Corano II. Al-Baqara, 233)

Questo versetto riguarda la situazione della donna divorziata e l’allattamento del bambino. Quindi, se tale è il diritto della moglie divorziata alla consultazione e al mutuo accordo, cosa dire della moglie che vive con suo marito e amministra gli affari domestici?

3 – La condizione del buon comportamento

Il Corano ha descritto le relazioni tra i due sposi come improntate alla convivialità e al buon senso, poiché il principio generale dell’Islâm è che tutte le relazioni e transazioni devono svolgersi in uno spirito nobile e conveniente. Questa raccomandazione torna spesso nel Corano.

Allah l’Altissimo dice:

…e accordatevi tra voi convenientemente… (Corano LXV. At-Talâq, 6)

Ibn Kathîr (rahimahullah) scrive a questo proposito: “Ciò significa: che i vostri affari siano regolati tra voi in modo conveniente, senza che vi siano torti o ingiustizie per nessuno di voi due” (Tafsîr Ibn Kathîr, vol. 4, pag. 373).

Allah l’Altissimo dice:

…comportatevi verso di loro convenientemente… (Corano IV. An-Nisâ’, 19)

Ibn Kathîr commenta così questo versetto: “Ciò significa: siate cortesi e gradevoli nei loro confronti tramite il vostro comportamento, così come vorreste che esse lo fossero verso di voi” (Tafsîr Ibn Kathîr, vol. 1, pag. 466).

Il conveniente (ma’rûf) è “tutto ciò che ha a che fare con la generosità, la sincerità e la buona intesa, con un parente oppure no. È un termine che si applica ad ogni azione che la religione e la ragione giudichino buona” (Dizionario della Lingua Araba – A. Reda, vol. 4, pag. 79).

Se la vita coniugale si basa su queste tre principi e se l’autorità è affidata all’uomo in virtù della ripartizione delle funzioni in seno alla famiglia, non vi è dubbio che questa conoscerà stabilità e gioia.

B / Il dovere di soddisfare i bisogni sessuali

Ciò significa che la moglie deve rispondere al marito quando questi la inviti nel suo letto, senza stanchezza né noia, poiché non le è permesso di rifiutare il corteggiamento del suo sposo, salvo in caso di forza maggiore o d’impedimento legale, secondo un hadîth riportato da Bukhârî (rahimahullah), riferito da Abû Hurayra (radiAllahu ‘anhu), in cui il Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) disse:“Gli angeli maledicono fino al mattino la donna che trascorre la notte abbandonando il letto del suo sposo”.

Ibn Hajar Al-Asqalani scrive, a commento di questo hadîth: “Se il rifiuto della donna non è motivato da una valida ragione, esso non è accettabile. Ibn Abi Jamra dice che “il letto” indica le relazioni sessuali coniugali. Questo hadîth, dice, è un consiglio rivolto alla donna, affinché stia attenta a soddisfare il suo sposo” (Fath al-Bari, vol. 9, pag. 294).

In un altro hadîth, il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: “Non è permesso ad una donna digiunare se suo marito sia presente, salvo che col suo permesso” (Bukhârî).

Ibn Hajar Asqalani spiega: “Le parole “salvo che col suo permesso” riguardano i giorni che non siano del mese di Ramadan (in cui il digiuno è obbligatorio)” (Fath al-Bari, vol. 9, pag. 395).

Tuttavia, la legislazione islamica non ha trascurato il diritto della donna a soddisfare anch’ella i suoi bisogni sessuali, in virtù del principio di uguaglianza. In un hadîth riferito da ‘Abdullah Ibn ‘Umar (radiAllahu ‘anhuma), quest’ultimo riportò che il Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) gli disse: “ ‘Abdullah! Ho sentito dire che tu digiuni il giorno, e passi la notte in preghiera”. Egli rispose: “Sì, Messaggero di Allah”. Egli proseguì: “Non farlo più; ma digiuna e mangia; veglia la notte e dormi; poiché il tuo corpo ha un diritto su di te, i tuoi occhi hanno un diritto su di te, e tua moglie ha un diritto su di te”(Bukhârî).

Commentando questo hadîth, Ibn Hajar Asqalani scrive: “Ibn Battal ritiene che l’hadîth in questione sia una replica all’hadîth citato precedentemente, che invita le donne a non rifiutare le proposte dei loro mariti.

In questo hadîth, il Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) ordina agli uomini di non affaticarsi negli atti d’adorazione, allo scopo di non ledere le loro spose nel loro diritto alla soddisfazione sessuale, e di poter sovvenire ai bisogni materiali della famiglia” (Fath al-Bari vol. 9, pag. 399).

Così, il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) vietò ad ‘Abdullah di sprecare le forze per poter accordare i suoi diritti a sua moglie. Ciò prova l’equità della legislazione islamica.

In un hadîth, il Messaggero di Allah (sallAllahu ‘alayhi waSallam) disse: “Ogni volta che compite l’atto coniugale, fate un’elemosina”. I Sahâba che erano con lui esclamarono: “E come mai ciascuno di noi, soddisfando i suoi appetiti sessuali, meriterebbe una retribuzione?”. Rispose allora: “Vediamo un po’; chi soddisfi i suoi appetiti in modo illecito non si carica forse di un peccato? Allo stesso modo, chi li soddisfi in modo lecito ottiene una retribuzione” (Muslim).

C / Il dovere di proteggere il focolare domestico

Fa parte dei doveri della moglie di tener conto dei sentimenti del marito, non aprendo la porta dell’abitazione a coloro che egli non ami vedere a casa sua.

Il Messaggero di Allah (sallAllahu ‘alayhi waSallam) disse, secondo un hadîth riferito da ‘Amr ibn Ahwas (radiAllahu ‘anhu): “Voi avete un diritto sulle vostre mogli, così come esse hanno un diritto su di voi. Il vostro diritto su di loro consiste nel fatto che esse non lascino che la gente che non amate calpesti il suolo della vostra casa, e che non l’invitino. In quanto al loro diritto su di voi, consiste nel fatto che siate buoni nei loro confronti, e che assicuriate loro il cibo e il vestiario” (Sunan Tirmidhî).

L’Imam Nawawi (rahimahullah) scrive a questo proposito: “Il senso di questo hadîth è che la donna non deve permettere a coloro che il suo sposo non gradisce di entrare in casa, sia che si tratti di un uomo o di una donna estranei, sia che si tratti di parenti della sposa. Il divieto riguarda tutti i casi. La moglie deve lasciare entrare solo coloro la cui visita sia sicura che non contrarierà il marito. In effetti, la regola stabilisce che nessuno possa entrare in casa d’altri senza il permesso del proprietario” (Sharh Sahîh Muslim).

D / Il dovere di avere un aspetto curato

Questo dovere è uno dei più importanti nella vita coniugale, al punto tale che il Messaggero di Allah (sallAllahu ‘alayhi waSallam) disse: “La migliore delle donne è quella che, quando la guardi, ti rallegra; quando le chiedi una cosa ti obbedisce e non fa nulla che possa indispettirti” (Sunan Nisâ’î).

Ciò che ci interessa, in questo hadîth, è la frase: “…quando la guardi, ti rallegra…”; ciò significa che il suo aspetto curato, il suo viso sereno e il suo sorriso quotidiano fanno gioire il suo sposo e fanno entrare la felicità nel suo cuore.

Queste qualità rallegrano il marito e rafforzano i legami che lo uniscono a sua moglie, poiché la natura umana ama, essenzialmente, ciò che è bello ed emana un buon profumo, così come detesta ciò che è brutto ed esala un cattivo odore.

Ora, l’essere umano, a causa degli sforzi e della fatica cui si deve confrontare tutti i giorni, è esposto al sudore e alla polvere che, accumulandosi, emanano un cattivo odore. Per questo motivo l’Islâm accorda una tale importanza alla pulizia. Lavarsi tutto il corpo (quotidianamente) è molto raccomandato nell’Islâm, oltre alle abluzioni rituali che ciascuno deve effettuare cinque volte al giorno.

La Sunnah del Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) racchiude molti ahadîth che trattano della pulizia e dell’ordine in tutte le questioni.

È così che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) non dimenticava di istruire le donne a questo proposito, e si spingeva fino ad aiutarle a mostrarsi in modo conveniente dinanzi al loro sposo. In quest’ottica, è riportato che, al ritorno dalle spedizioni militari, chiedeva ai suoi Compagni (che Allah sia soddisfatto di loro) di rimanere alla periferia della città, affinché le loro spose, informate del loro arrivo, si potessero preparare ad accoglierli.



In un hadîth, Jabir ibn ‘AbdAllah (radiAllahu ‘anhu) riferì: “Tornammo, in compagnia del Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) da una spedizione militare, finché, giunti dinanzi a Madinah, egli ci ordinò di fermarci fino al calar della notte, afinché quelle delle nostre spose che non erano pettinate potessero farlo, e quelle che volevano depilarsi potessero ugualmente farlo” (Sahîh Bukhârî).

Il Messaggero di Allah (sallAllahu ‘alayhi waSallam) vegliava anche affinché la donna fosse sempre pulita e ben curata. Le insegnava a lavarsi e a purificarsi dalle mestruazioni. Ad una donna che gli chiedeva come si dovesse purificare dalle mestruazioni, egli rispose (sallAllahu ‘alayhi waSallam): “Prendi un pezzo di stoffa intriso di muschio e purificati” (Sahîh Muslim).

Abu Dharr (radiALlahu ‘anhu) riferì che il Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) gli disse: “Non sotovalutare le buone azioni, per quanto piccole possano essere, come il fatto di andare incontro a tuo fratello con un viso sereno” (Sahîh Muslim). Se è così nei confronti dei musulmani in generale, come dovrebbe essere, allora, nei confronti del coniuge?

E / Il dovere di governare bene la casa

La morale istituita dalla legislazione islamica esige dai due sposi che essi si aiutino vicendevolmente in tutto ciò che riguarda gli affari familiari. Se l’uomo si occupa di sovvenire ai bisogni della famiglia in quanto al cibo, all’abbigliamento, ecc…, la moglie deve partecipare con lui alla gestione domestica. Ciò è basato sugli usi e costumi, oltre che sul mutuo accordo dei coniugi.

La maggior parte degli ulamâ’ dicono, in effetti, che l’uomo non deve costringere la moglie a svolgere i lavori domestici. Allo stesso modo, dicono, non ha il diritto di licenziare i domestici che lavorano per lei, ma deve pagarli secondo i suoi mezzi.

L’Imâm Shafî’î e gli ulamâ’ di Kufa ritengono che il marito debba pagare uno stipendio a sua moglie e al suo domestico (Fath al-Bârî).

Negli ahadîth autentici relativi al lavoro domestico delle donne, viene detto, in sostanza, che la moglie deve compiere le sue mansioni domestiche di buon grado e senza alcuna costrizione, partecipando alla gestione familiare e aiutando suo marito se egli non possa offrirle un domestico per scarsità di mezzi.

In compenso, egli deve essere compassionevole nei suoi confronti e comprensivo per ciò che riguarda le faccende domestiche. Se è ricco, può offrirle l’aiuto di un domestico, ma se non può, deve accontentarsi di imitare il Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) nel suo comportamento nei confronti delle sue spose, che egli aiutava nelle loro faccende, per rispetto e considerazione nei loro confronti.

In effetti, interrogata su ciò che facesse il Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) in casa, ‘Aisha (radiAllahu ‘anha) rispose: “Divideva con sua moglie le faccende domestiche, e quando sentiva l’appello alla preghiera, usciva” (Fath al-Bârî).

F / Altri doveri

Quelli citati sopra sono i doveri della donna in quanto sposa.

Esistono altri doveri, che ella condivide con suo marito.

In particolare:

1) Il buon comportamento reciproco

Allah (che Egli sia Esaltato) dice:

O credenti, preservate voi stessi e le vostre famiglie da un fuoco il cui combustibile saranno uomini e pietre e sul quale vegliano angeli formidabili, severi, che non disobbediscono a ciò che Allah comanda loro e che eseguono quello che viene loro ordinato (Corano LXVII. At-Tahrîm, 6)

È dovere di ogni musulmano quello di cercare di proteggere la sua persona, la sua sposa e la sua famiglia dal fuoco eterno. Lo stesso vale per la donna. Ibn Kathîr scrive a questo proposito: “Ibn ‘Abbâs (radiAllahu ‘anhu) disse: “Obbedite ad Allah, evitate i peccati e raccomandate ai vostri parenti il ricordo di Allah; e sarete risparmiati dal fuoco”. Mujâhid disse, da parte sua: “Temete Allah e raccomandate il timore di Lui ai vostri parenti”. In quanto a Qatada, commentò: “Ordinate loro di temere Allah e di non disobbedirGli, e applicate nella vostra dimora le prescrizioni di Allah”. Dhahak e Muqatil ritengono,da parte loro, che il dovere del musulmano a casa sua sia quello di istruire i suoi parenti, la sua famiglia, e finanche i suoi schiavi sulle prescrizioni e interdizioni decretate da Allah” (Tafsîr Ibn Kathîr).

Gli ulamâ’ hanno così mostrato al musulmano come evitare il fuoco preservandone la propria famiglia e i propri parenti. Lo stesso vale per la donna, poiché se l’uomo è responsabile della sua famiglia, anche lei è responsabile della sua casa. Allah l’Altissimo dice:

I credenti e le credenti sono alleati gli uni degli altri. Ordinano le buone consuetudini e proibiscono ciò che è riprovevole (Corano IX. At-Tawba, 71)

È dunque normale che i coniugi si consiglino reciprocamente e si aiutino vicendevolmente nel bene. Un hadîth del Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) ci fornisce un bell’esempio di aiuto reciproco tra gli sposi e dello stimolo che l’uno deve essere nei confronti dell’altra. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: “Che Allah abbia misericordia di un uomo che, svegliandosi la notte per pregare, sveglia sua moglie con sé. Se costei non riesce a svegliarsi, egli le spruzza sul viso un po’ d’acqua. Che Allah abbia misericordia di una donna che, svegliandosi la notte per pregare, sveglia suo marito con sé. Se costui non riesce a svegliarsi, gli spruzza il viso con un po’ d’acqua” (Sunan Nisâ’i, Sharh Suyûti).

2) Preservare i segreti della vita coniugale

Lo sposo è tenuto a non rivelare nulla dei segreti di sua moglie, e viceversa. In un hadîth riportato da Al-Bukhârî, il Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) disse:“Le più vili creature dinanzi ad Allah, il Giorno della Resurrezione, saranno degli uomini che avranno fatto delle confidenze alla loro moglie – e viceversa – per poi rivelare i loro segreti” (Sahîh Muslim).

L’Imâm an-Nawâwî commenta così questo hadîth: “È formalmente vietato all’uomo di rivelare ciò che vi è di intimo tra lui e sua moglie, che si tratti di parole o di atti”. La stessa cosa è valida evidentemente per la donna, poiché entrambi sono responsabili dinanzi ad Allah.

Questi sono i principali doveri che l’Islâm ha imposto alla donna, in quanto sposa. A questi doveri imposti alla moglie durante la vita del suo sposo, è bene citare in aggiunta un altro dovere che ella è tenuta ad applicare dopo la morte di costui.

3) Il lutto e il periodo di attesa

L’Islâm ha imposto alla donna che perda il suo sposo di portare il lutto per quattro mesi e dieci giorni; ciò significa che non deve uscire di casa, se non per necessità, che non deve fidanzarsi né risposarsi, né profumarsi o farsi bella, finché tale periodo sia trascorso; tutto ciò come segno di fedeltà alla vita coniugale trascorsa.

Allah l’Altissimo dice:

E per coloro di voi che muoiano lasciando delle spose, queste devono osservare un ritiro di quattro mesi e dieci giorni. Passato questo termine, non sarete responsabili del modo in cui disporranno di loro stesse, secondo la buona consuetudine. Allah è ben informato di quello che fate” (Corano II. Al-Baqara, 234).

Nel commento a questi versetti, Ibn Kathîr scrive: “Questo è un ordine di Allah rivolto alle donne che perdono il loro marito, affinché esse portino il lutto per quattro mesi e dieci giorni. Questo ordine riguarda sia la donna il cui matrimonio sia stato consumato, sia quella il cui matrimonio non fosse stato ancora consumato” (Tafsîr Ibn Kathîr).

In quanto alle parole divine:

…queste devono osservare un ritiro.. (Corano II. Al-Baqara, 234),

ciò significa, secondo Al-Qurtubi, che esse “devono pazientare durante questo periodo, evitando di risposarsi, di uscire senza necessità dal loro domicilio e (comunque) non lasciarlo di notte” (Tafsîr al-Qurtubi).

Secondo un hadîth riferito da Umm Habiba (che Allah sia soddisfatto di lei): “Sentii il Messaggero di Allah (sallAllahu ‘alayhi waSallam) dire: “Non è permesso ad una donna che creda in Allah e nel Giorno Ultimo di portare il lutto di un morto per più di tre giorni, salvo che si tratti di suo marito. Il suo lutto sarà allora di quattro mesi e dieci giorni” (Bukharî).

Occorre segnalare che il periodo di attesa di quattro mesi e dieci giorni riguarda la vedova non incinta. Per colei che il marito lasci incinta, il periodo ha termine col parto. Allah l’Altissimo dice:

…Quelle che sono incinte, avranno per termine il parto stesso… (Corano LXV. At-Talâq, 4)

Così, senza imporle alcunché di disonorevole, l’Islâm ordina alla donna di portare il lutto per suo marito per una durata di quattro mesi e dieci giorni durante i quali non deve truccarsi, portare dei bei vestiti di seta o di colori sgargianti, mettere del kohol (polvere di antimonio per gli occhi), profumarsi o portare gioielli. Tutto ciò, secondo l’Islâm, per onorare la memoria di suo marito, esprimere la sua tristezza, e anche per associarsi al dolore dei parenti dello scomparso e condividere il loro lutto.

Certamente, essendo il lutto un costume proprio a tutte le culture, ciascuna possiede la sua concezione della cosa.

L’Islâm, al suo arrivo, trovò dei costumi arcaici che facevano legge in materia di lutto. Così, ha regolamentato le modalità che li governavano, fissando a tre giorni il lutto normale e a quattro mesi e dieci giorni quello della moglie per suo marito.

Il Legislatore, nella Sua saggezza, sa che il dolore di una donna per la perdita del marito è incommensurabile, per via della tenerezza e dell’amore che li univano. Di conseguenza, le ha permesso di portare il lutto per fedeltà alla loro vita comune e per onorare la memoria del defunto. Così, il lutto e il periodo di attesa che l’accompagna sono per la donna musulmana un atto d’obbedienza ad Allah e al Suo Inviato (sallAllahu ‘alayhi waSallam) prima di essere un costume sociale.

La condizione della donna è una delle realtà dell’Islam che più sconcertano l’Occidente. Dal punto di vista religioso non sembrano esserci problemi; per la legge islamica la donna è ontologicamente uguale all’uomo, ha gli stessi doveri, non c’è per essa alcuna discriminazione nella vita eterna che l’attende dopo la morte. I problemi cominciano quando dal campo religioso si passa a quello sociale. Stabilisce infatti il Corano: «gli uomini sono preposti alle donne perché Dio ha prescelto alcuni esseri sugli altri e perché essi donano dei loro beni per mantenerle.»

Così, in virtù di questo precetto, le donne sono private persino dei fondamentali diritti umani e civili: non godono della libertà di spostamento, della libertà di espressione e di parola; non possono procedere negli studi né tanto meno fare carriera o ricoprire cariche o posizioni di responsabilità in campo civile o religioso. Non possono decidere il proprio destino né quello dei propri figli e sono totalmente sottomesse all'uomo, da cui possono venire ripudiate (e non viceversa). Sono eventualmente costrette a convivere con altre mogli scelte dall'uomo; e sono obbligate a coprire il proprio corpo e spesso anche il viso. La poligamia è lecita e prevista dal Corano per gli uomini. Secondo il Corano l'uomo può ripudiare la moglie e non v'è nessun accenno che la moglie possa farlo nei confronti del marito. Esso prescrive che le credenti abbassino gli sguardi e custodiscano le loro vergogne, non mostrino troppo le loro parti belle ad altri che agli uomini della famiglia e non battano i piedi sì da mostrare le loro parti nascoste.

Rimane un retaggio di un mondo passato anche se si aprono particolarmente in alcuni paesi prospettive di cambiamento, mentre in altri si devono fare i conti con regimi repressivi dove alle donne è vietato uscire dalle case senza autorizzazione e sono in pratica sepolte sotto i burqua , quelle vesti che coprono anche gli occhi. In altri paesi la situazione è molto differente e la presenza femminile è ormai simile a quella che si riscontra nel resto del mondo, ma ci sono settori rimasti inaccessibili alla partecipazione femminile, quali l’esercito, la burocrazia, la giustizia. L’obbligo del velo nella maggior parte dei paesi islamici è tuttavia ancora presente, e di questa imposizione si è occupato anche Amnesty International in un rapporto sulla donna nel 1995.

Nella società occidentale il velo delle donne islamiche viene interpretato come simbolo dell’oppressione e allo stesso tempo dell’arretratezza della società di quei paesi che l’impongono. Un altro problema è quello della dignità matrimoniale: la donna spesso viene assegnata ad un giovane. Il matrimonio è combinato dai genitori e i figli devono sottostare senza possibilità di dissenso. L’idea della donna, nei paesi dell’Islam, sia considerata un essere inferiore e debole è assai diffuso anche nella letteratura.Già nel 1859 Gustav Flaubert in una lettera alla sua amica Louis Colet così scriveva : “La donna orientale è una macchina e niente più; non trova differenza tra un uomo e un altro uomo”.



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