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giovedì 25 agosto 2016

IL VELO DELLE SUORE

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La prima traccia dell'uso femminile del velo è attestata in un documento legale assiro del XIII secolo a.C. all'interno del quale l'uso del velo è permesso esclusivamente a donne nobili ed è proibito a prostitute e donne comuni. Anche documenti antichi greci e testimonianze scultoree mostrano come il velo sia considerato un modo per proteggere le donne e rendere visibile il loro status sociale.

L’usanza di coprirsi il capo con un velo è antichissima, e documentata da oltre tre millenni in area mesopotamica prima, poi indo-iranica. Fin dall’inizio l’atto di velarsi il capo ha assunto una pluralità di significati alquanto diversificati, dall’attribuzione di un’eccellenza a quella di simbolo dello stigma sociale, sia in ambito sacro che in ambito profano.

Anche nel mondo classico la sua presenza è legata sia al mondo della religione che alla vita quotidiana. Divinità o personaggi mitologici sono quasi sempre raffigurati con un velo che ricopre testa e spalle. A Roma il flamen dialis, il sacerdote incaricato del culto di Giove, aveva l’obbligo di indossare sempre un copricapo, l’apex, salvo quando stava nella sua abitazione. Il cristianesimo riprende l’uso del velo riservandolo alle donne.

Il Nuovo Testamento (1Cor 1,3-17) contiene infatti questa prescrizione di san Paolo: “Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata. L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli. Tuttavia, nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza la donna; come infatti la donna deriva dall’uomo, così l’uomo ha vita dalla donna; tutto poi proviene da Dio. 

Il cristianesimo, fino a non molto tempo fa, ha sempre raffigurato le donne (la Madonna, le sante) con il capo velato; le stesse suore indossano il velo.

L’usanza si è ampiamente tramandata anche nella cultura popolare, tanto che in alcuni comuni del nostro paese l’usanza di portare il velo da parte della donne anziane è tuttora diffusa.

L’usanza di riservare il velo alle donne è diffusa anche nell’islam: all’epoca della predicazione di Maometto non sembra che le donne della penisola arabica apparissero coperte in pubblico: l’obbligo è stato probabilmente mutuato dai ‘vicini’ bizantini.

Anche il Corano contiene un riferimento al velo (Sura 24,31): “E dì alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo (hijab) fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne”. E anche gli Hadith, i detti che la tradizione attribuisce a Maometto, contengono alcuni ambigui riferimenti all’obbligatorietà dell’uso del velo: pertanto, nel mondo islamico, essi vengono utilizzati sia da sostenitori, sia da detrattori dello svelamento (totale o parziale) del viso della donna. Il grande imam dell’università al-Azhar del Cairo, Mohammed Said Tantawi, nel 2009 ha emanato una fatwa con cui ha dichiarato il niqab e il burqa incompatibili con l’islam: a suo dire non sarebbero simboli religiosi, ma soltanto il retaggio di tradizioni locali.

Anche nell’ebraismo vi è obbligo di coprirsi il capo all’interno della sinagoga.



Nelle società contemporanee l’obbligo di coprirsi la testa non è più considerato accettabile, in quanto contrasta con diritti fondamentali, quali la parità tra uomo e donna, che la maggioranza delle religioni non accetta, in quanto attribuiscono al genere femminile un ruolo subalterno (si pensi alle limitazioni nell’accesso al sacerdozio, per esempio). Proprio per questo motivo, però, è difficile comprendere quando una donna decide volontariamente di coprirsi il capo, e quando invece tale abbigliamento le viene imposto dal condizionamento familiare e sociale: in entrambi i casi si rischia di mettere a repentaglio un fondamento della democrazia, la libertà di coscienza. Il dibattito sulla questione all’interno del mondo laico è dunque intenso: e ancor di più lo è sui mezzi di informazione, dove il tema del velo tende a diventare sempre più ‘caldo’ con l’intensificarsi dei fenomeni migratori, il proliferare dei casi di cronaca e l’uso che ne viene fatto all’interno del confronto politico.

Fino al 1175, le donne anglosassoni e anglo-normanne, con l'eccezione delle giovani nubili, indossavano veli che coprivano interamente i capelli e spesso anche collo e mento. Solo a partire dai Tudor (1485), il velo diventa meno comune e l'uso di cappucci si fa più frequente.

Oggigiorno, nel mondo occidentale l'uso del velo è limitato quasi solamente a suore e monache cattoliche, tanto che in italiano l'espressione prendere il velo significa entrare in un ordine o congregazione femminile.

In altri contesti, comunque, sono gli uomini a velarsi: in Mauritania, per esempio, è diffusa l'abitudine maschile di coprirsi il capo con la tagelmust.

La monaca, consacrata nella verginità per essere esclusivamente sposa di Cristo, deve sottrarsi allo sguardo di altri possibili pretendenti e amanti. Essa vive quindi ritirata dal mondo, nel chiostro (claustrum, da cui derivano i termini claustrale, clausura), per essere sempre sotto lo sguardo di Dio e a lui solo piacere per la purezza e l’intensità dell’amore.

Il velo è una specie di clausura nella clausura, poiché anche all’interno del monastero la monaca ha uno stile di vita e un modo di relazionarsi con le altre claustrali molto riservato. Questa consuetudine non ha però nulla di opprimente, anzi il velo è molto caro alla monaca e da lei devotamente portato; lo bacia ogni volta che lo mette e che lo depone. Esso, distogliendola dal divagare con gli occhi, la aiuta a tenere lo sguardo del cuore più direttamente rivolto a Dio, nella contemplazione del suo volto sempre desiderato e cercato. Il velo è inoltre anche il segno del pudore che la nasconde, in certo senso, al suo stesso sposo.

Anticamente il velo era in uso anche di colore rosso, a significare che la vergine era stata riscattata dal sangue dello sposo, Cristo. Sulla base di questa testimonianza, nota l’autrice del volume, la monaca vive quindi in modo sublime il mistero nuziale e materno sul piano soprannaturale; il forte simbolismo del velo indica proprio la generosità e l’intensità con cui la claustrale fa dono di sé a Dio per tutti, rimanendo nascosta, per essere del tutto gratuita.

Il velo delle consacrate può essere acconciato in modo diverso e mutare nel colore e nel tessuto, indicando rispettivamente l’ordine di appartenenza, la funzione svolta dalla religiosa nella comunità o il momento della vita quotidiana.
Il colore dominante è stato storicamente il nero. 

Il velo bianco lo indossano le Serve di Maria, con tonaca (con cintura di cuoio), scapolare e cappa neri. Le Cistercensi all’inizio si vestivano di nero, passando poi a una tonaca di lana greggia naturale, scapolare nero, pantofole di panno dette socci, calze solate con cuoio o zoccoli: tuttavia il loro capitolo del 1481 concede pepli e casacche, purché non preziosi né plissettati. Ma niente veli di seta.

In ogni ordine religioso, esiste la consuetudine di adottare un abito per il coro e uno più semplice per l’uso domestico. Nell’abbigliamento casalingo il velo può essere tolto, restando i capelli semicoperti da una benda e dal soggolo. E anche nelle proprie camere le religiose sono dispensate dall’indossarlo. Il capo coperto è invece prescritto per la recita del breviario che avviene nel coro della chiesa interna, giacché si tratta di un atto solenne che esprime la riverenza dovuta al rapporto con Dio.

L’uso del velo in abito corale prevede un uguale sistema di copertura del capo, ma assai diverso può essere lo spessore della velatura. A fronte del sottilissimo tessuto nero delle benedettine di San Lorenzo, possiamo vedere lo scuro telo delle agostiniane di Santa Caterina di Venezia, documentato dall’immagine che il francescano Vincenzo Coronelli pubblicò nel suo Catalogo degli ordini religiosi in tre volumi, tra il 1707 e il 1715.

Storicamente nel chiostro tipologia e colore del velo, oltre che dell’abito, rivestivano un ruolo di riconoscimento: indicavano lo status delle monache nella struttura claustrale, distinguendo tra loro professe, con velo nero, e novizie, solitamente con velo bianco. Il velo è dunque anche indice di differenza di grado gerarchico.



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martedì 22 marzo 2016

JIAD

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Sui social media diversi account riconducibili a jihadisti esultano dopo le esplosioni all'aeroporto di Bruxelles e alla stazione della metro di Maelbeek che hanno seminato il terrore nella capitale belga. "Incursione a Bruxelles: è magnifico", twitta Karim Abdul Salam sul suo account "Ksalam". Un altro: "I leoni di Bruxelles vi dicono: o lasciate libero Salah o questo è il negoziato dello Stato Islamico". Ma il mondo islamico si spacca. "Il terrorismo colpisce tutti" ha detto il Gran Mufti dell'Egitto Sheik Shawki Allem, in un discorso al Parlamento europeo.

Jihad è un termine nel linguaggio dell'Islam che connota un ampio spettro di significati. Letteralmente significa "sforzo", individua lo slancio per raggiungere un dato obiettivo e può fare riferimento allo sforzo spirituale del singolo individuo per migliorare sé stesso. Nella dottrina islamica indica tanto lo sforzo di miglioramento del credente (il «jihad superiore»), soprattutto intellettuale, rivolto per esempio allo studio e alla comprensione dei testi sacri o del diritto, quanto la guerra condotta «per la causa di Dio», ossia per l'espansione dell'islam al di fuori dei confini del mondo musulmano (il «jihad inferiore»).

Nel mondo occidentale la traduzione di jihad esclusivamente come "guerra santa" è fuorviante perché ci porta a equivocare il vero significato del termine. Prevalentemente, però, il termine jihad è stato interpretato come la guerra santa contro gli infedeli, lo strumento armato per la diffusione dell'Islam.

L'interpretazione militante del jihad dello Shaykh al-Azzam descrive il "jihad offensivo" come una campagna che può essere dichiarata solo da un'autorità musulmana legittima e legale, tradizionalmente il califfo. Secondo questa interpretazione, nessuna autorità è richiesta per intraprendere il "jihad difensivo", poiché, secondo questa opinione, quando i musulmani vengono attaccati, diventa automaticamente obbligatorio per tutti i maschi musulmani in età militare, entro un certo raggio dall'attacco, prendere le difese.

La questione di quale autorità musulmana, ammesso che ve ne sia, possa adempiere doveri come dichiara il jihad è divenuta problematica da quando, il 3 marzo 1924, Kemal Atatürk abolì il califfato, che i sultani ottomani detenevano dal 1517. Non esiste oggi un'unica autorità politica costituita che governi la maggioranza del mondo musulmano. A causa della mancanza di organizzazione ecclesiastica all'interno della vasta maggioranza dei musulmani, qualsiasi aderente può autoproclamarsi alim (esperto in materia di religione) e proclamare un jihad offensivo per mezzo di una fatwa. Il riconoscimento è a discrezione di colui che riceve il messaggio.

In assenza di un Califfo, i soli leader politici islamici di fatto sembrerebbero essere i governi dei moderni stati-nazione musulmani emersi dagli sconvolgimenti della prima parte del XX secolo. Comunque, a causa dell'alleanza e della sudditanza degli Stati-nazione secolari e pseudo-democratici o monarchici del Vicino e Medio Oriente alle superpotenze economiche e militari mondiali non islamiche, Stati Uniti, Europa e Russia, i militanti islamisti reputano che gli Stati-nazione moderni emersi a metà XX secolo siano non-islamici e non rappresentativi di società islamiche. Il secolarismo è ampiamente percepito dagli islamisti militanti come rappresentativo di interessi politici americani ed europei ostili all'Islam.

Di conseguenza, movimenti islamisti (come al-Qaida e Hamas) si sono assunti il compito di proclamare il jihad, scavalcando l'autorità tanto degli Stati-nazione quanto degli esperti religiosi tradizionali. Analogamente, alcuni musulmani (specialmente i takfiristi) hanno dichiarato il jihad contro specifici governi che percepiscono come corrotti, oppressivi e anti-islamici.

Durante il periodo della rivelazione coranica, allorché Maometto si trovava a La Mecca, lo jihad si riferiva essenzialmente alla lotta non violenta e personale, quindi a quello sforzo interiore necessario per la comprensione dei misteri divini. In seguito al trasferimento (Egira) da La Mecca a Medina nel 622 e alla fondazione di uno Stato islamico, il Corano (22:39) autorizzò il combattimento difensivo. Il Corano iniziò a incorporare la parola qital (combattimento o stato di guerra) per scopo difensivo:

« Combattete contro coloro che vi combattono, ma senza eccessi, ché Allah non ama coloro che eccedono. »
(Corano 2:190 (tradotto da Shakir))
« Se vi assalgono uccideteli, se però cessano allora Allah è perdonatore. »
(Corano 2:191-192 (tradotto da Shakir))
« Combatteteli finché non ci sia più persecuzione. »
(Corano 2:193 (tradotto da Shakir))
« Quando poi siano trascorsi i mesi sacri, uccidete questi idolatri ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati. Se poi si pentono, eseguono l'orazione e pagano la decima, lasciateli andare per la loro strada. Allah è perdonatore, misericordioso. »
(Corano 9:5 (tradotto da Shakir))
« Combattete coloro che non credono in Allah e nell'Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati. »
(Corano 9:29 (tradotto da Shakir))
Tra i seguaci dei movimenti liberali interni all'Islam, l'interpretazione di questi versi è quello di una specifica "guerra in corso" e non una serie di precetti vincolanti per il fedele.

Questi musulmani "liberali" tendono a promuovere una comprensione dello jihad che rigetti l'identificazione dello jihad con la lotta armata, scegliendo invece di porre in risalto principi di non violenza. Tali musulmani citano la figura coranica di Abele a sostegno della credenza per cui chi muore in conseguenza del rifiuto di usare violenza può ottenere perdono dei peccati.

Nonostante le interpretazioni posteriori di queste porzioni del Corano, i passaggi in questione sottolineavano chiaramente, all'epoca, l'importanza dell'autodifesa nella comunità musulmana.

I musulmani spesso si rifanno a due significati di jihad citando un hadith riportato dall'imam Bayhaqi e da al-Khatib al-Baghdadi, benché il suo isnad (la catena di tradizioni che può ricondurre sino alle parole di Maometto) sia classificato come "debole":

"grande jihad (interiore)" – lo sforzo per autoemendarsi, contrastando le pulsioni passionali dell'io;
"piccolo jihad (esteriore)" – uno sforzo militare, cioè una guerra legale; da esercitarsi solo in caso di attacco personale.
Altri esempi di azioni che potrebbero essere considerati jihad (sulla base di hadith con migliore isnad) includono:
parlare francamente contro un governante oppressivo ("Sunan" di Abu Dawud, libro 37, numero 4330);
andare in pellegrinaggio a Mecca – per le donne, questa è la migliore forma di jihad ("Sahih" di Bukhari, volume 2, libro 26, numero 595);
prendersi cura dei genitori anziani, come il profeta Maometto ordinò di fare a un giovane, invece di unirsi a una campagna militare (narrato da Bukhari, Muslim, Abu Dawud al-Sijistani, al-Tirmidhi e al-Nasa'i).
Il significato più letterale di jihad è semplicemente "sforzo" e così è talvolta soprannominato lo "jihad interiore". Lo "jihad interiore" si riferisce essenzialmente a tutti gli sforzi che un musulmano potrebbe affrontare aderendo alla religione.

La tradizione di identificare lo sforzo interiore come grande jihad (cioè, non militare) pare essere stato profondamente influenzato dal sufismo, un movimento mistico interno all'Islam antico e diversificato.

Sia per i musulmani, sia per i non musulmani gli attacchi dei militanti sotto l'egida dello jihad possono essere percepiti come atti di terrorismo. Due gruppi islamisti si chiamano "jihad islamico": l'Egyptian Islamic Jihad e il Palestinian Islamic Jihad. I fiancheggiatori di questi gruppi percepiscono una giustificazione religiosa forte per un'interpretazione militante del termine jihad quale risposta adeguata all'occupazione israeliana della Cisgiordania (o "West Bank", all'inglese) e della Striscia di Gaza.



I musulmani credono che un posto in Paradiso (Ganna) sia assicurato a colui che muore come parte in lotta contro l'oppressione in qualità di shahid (martire, cioè testimone). Descrizioni del Paradiso, nell'Islam come nel Cristianesimo, sono intrinsecamente problematiche. Considerazioni negli hadith e nel Corano circa le ricompense spettanti allo shahid — i settantadue "puri spiriti" conosciuti come Huri, i fiumi che scorrono, l'abbondanza di freschi frutti — possono, a seconda delle prospettive, essere considerati realtà letterali o metafore per un'esperienza trascendente l'umana espressione.

Anche qualora la morte di un martire in un'operazione militare sia sicura, gli islamisti militanti considerano l'atto un martirio anziché un suicidio. Qualora musulmani non combattenti periscano in tali operazioni militari, i militanti considerano queste persone shahid, anch'essi con un posto assicurato in paradiso. Stando a questa concezione, solo il nemico kafir, o i miscredenti, ricevono danno dalle operazioni di martirio. La maggioranza degli eruditi islamici rigetta questa interpretazione. Il suicidio è un peccato nell'Islam. La dottrina maggioritaria degli studiosi discorda dall'approccio militante islamista in materia, e ritiene che le operazioni di martirio siano equivalenti al peccato di suicidio, che uccidere civili sia un peccato e che la Sunna (il costume, la "Retta Via") non permetta né l'uno né l'altro. Per questi studiosi, e per la vasta maggioranza dei musulmani, né le missioni suicide né gli attacchi ai civili sono considerati legittime conseguenze dello jihad.

Praticamente tutti i musulmani, tuttavia, ritengono che la legittima difesa dell'Islam comporti ricompense nell'Altra Vita.
Le organizzazioni militanti islamiste non costituiscono uno Stato autonomo o un'autorità di fatto; nondimeno esse considerano i bersagli economici come obiettivi militari, citando come prova le numerose incursioni carovaniere. Resta il fatto, comunque, che la tradizione islamica più antica proibisce espressamente di attaccare donne, bambini, anziani ed edifici civili nel corso di una campagna militare. Il Corano, l'indiscutibile fonte di autorità nell'Islam, vieta l'uccisione di innocenti. Tuttavia, il divieto di uccidere non è assoluto, poiché viene posta una condizione:

« Chiunque uccida una persona – a meno che essa non stia per uccidere una persona o per creare disordine sulla Terra – sarà come se uccidesse l'intera umanità; e chiunque salvi una vita, sarà come se avrà salvato la vita di tutta l'umanità. »
(Corano (5:32))
In base a questo verso del Corano, se un essere umano non ha ucciso un'altra persona o creato conflitto o disordine nel mondo è da considerarsi innocente. Ucciderlo sarebbe l'equivalente di un massacro dell'intera razza umana, un delitto inconcepibilmente barbaro e un peccato enorme. Per una parte dei musulmani questo verso è decisamente abbastanza chiaro da togliere ogni dubbio o ambiguità sul rango morale degli attacchi contro civili.

La maggioranza dei musulmani considera la lotta armata contro l'occupazione straniera o l'oppressione da parte di un governo interno degne di jihad difensivo. In effetti, sembra che il Corano richieda la difesa militare della comunità islamica assediata.

In epoca coloniale le popolazioni musulmane insorsero contro le autorità coloniali sotto la bandiera dello jihad (gli esempi includono il Daghestan, la Cecenia, la rivolta indiana contro la Gran Bretagna (moti indiani del 1857, altrimenti chiamati dai britannici mutiny, cui peraltro parteciparono in maggioranza gli Hindu) e la guerra d'indipendenza algerina contro la Francia). In questo senso, lo jihad difensivo non è diverso dal diritto di resistenza armata contro l'occupazione, che è riconosciuto dall'ONU e dal diritto internazionale.

La tradizione islamica ritiene che quando i musulmani vengono attaccati diventi obbligatorio per tutti i musulmani difendersi dall'attacco, partecipare allo jihad. Quando l'Unione Sovietica invase l'Afghanistan nel 1979, l'eminente militante islamico Abd Allah Yusuf al-Azzam (che influenzò in modo determinante Ayman al-Zawahiri e Usama bin Laden) emise una fatwa chiamata, Difesa delle terre islamiche, il primo dovere secondo la Legge, dichiarando che tanto la lotta afghana quanto quella palestinese erano jihad nelle quali l'azione militare contro i kuffar (miscredenti) sarebbe stata far? ?ayn (obbligo personale) per tutti i musulmani. L'editto fu appoggiato dal Gran Mufti dell'Arabia Saudita, Abd al-Aziz Bin Bazz.

Lo Jihad offensivo è l'intraprendere una guerra di aggressione e conquista contro i non-musulmani al fine di sottomettere questi e i loro territori al dominio islamico. Secondo numerose interpretazioni tra cui la Encylopedia of the Orient, "il jihad offensivo, cioè l'aggressione, è pienamente ammesso dall'islam sunnita", ma al contrario del jihad difensivo non vi è alcun obbligo di partecipazione da parte dei singoli fedeli musulmani, ma solo della comunità islamica nel suo insieme.

Il Corano usa il termine "jihad" solo quattro volte, nessuna delle quali fa riferimento alla lotta armata. Come tale, l'uso della parola jihad in riferimento alla guerra canonica islamica, fu un'invenzione posteriore dei musulmani. Tuttavia, il concetto di guerra legale islamica non fu a sua volta un'invenzione posteriore, e il Corano contiene passaggi che si riferiscono a specifici eventi storici e che possono chiarire la teoria e la pratica dalla lotta armata (qital) per i musulmani.

In questo senso è decisivo il passo 193 della Sura II, nel quale compare la parola "fitna" (arabo "prova"), che in arabo ha un significato molto ampio, che include sia la ribellione che il vizio, nei confronti di Allah e delle sue creature.

Come era pratica comune nel Medioevo, l'Islam in effetti considera i prigionieri di guerra un bottino. Quando Maometto e i suoi eserciti risultavano vittoriosi in battaglia, i prigionieri di guerra maschi o venivano restituiti alle tribù dietro riscatto, o scambiati con prigionieri di guerra musulmani, oppure venduti come schiavi, com'era costume dell'epoca. Anche le donne e i bambini catturati e fatti prigionieri correvano il rischio di cadere in schiavitù, benché la conversione all'Islam fosse una strada per ottenere la libertà.

Il trattamento di prigionieri di guerra ai tempi di Maometto in persona sembra fosse decisamente più umano di quello riservato dalle generazioni successive della dirigenza islamica. Dopo la battaglia di Badr, ai restanti furono date le seguenti opzioni: o di convertirsi all'Islam e guadagnare così la libertà, o di pagare il riscatto e guadagnare la libertà, o di insegnare a leggere e a scrivere a 10 musulmani e guadagnare così la libertà. Anche l'orientalista William Muir, non propriamente amichevole verso l'Islam, ha scritto quanto segue:

« A seguito delle decisioni di Maometto, i cittadini di Medina e coloro tra i rifugiati che possedevano case ricevettero i prigionieri e li trattarono con molta considerazione. "Siano benedetti gli uomini di Medina", disse uno dei prigionieri in epoca successiva, "ci hanno fatto cavalcare mentre essi camminavano, ci hanno dato pane lievitato quando ce n'era poco, mentre loro si accontentavano di datteri". »
(William Muir)

Con il termine jihadismo si fa tradizionalmente riferimento al macrofenomeno del fondamentalismo islamico che, attraverso una multiforme costellazione di soggetti e raggruppamenti, promuove il ‘jihad’ contro coloro che a vario titolo sono considerati infedeli. Tale prospettiva – che ha avuto modo di consolidarsi con particolare forza dopo gli attentati alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 – riconduce pertanto il jihad ad una dimensione conflittuale spesso marcatamente brutale e violenta, che funge da base ideologica per il terrorismo di matrice islamica e che, grazie anche ad una propaganda particolarmente efficace, ha attratto nell’ultimo decennio migliaia di nuovi adepti.

Nonostante la sua rilevanza, al di fuori del mondo islamico il tema del jihad è rimasto a lungo appannaggio esclusivo degli studiosi. La familiarità dell’opinione pubblica occidentale – per lo meno sotto il profilo mediatico - con il jihad e con il fenomeno del jihadismo è infatti da considerarsi recente, e in gran parte riconducibile agli sviluppi storici e geopolitici successivi agli eventi dell’11 settembre 2001, quando l’Occidente colpito nei suoi massimi simboli economici (New York e le Torri Gemelle) e militari (il Pentagono a Washington) ha scoperto al suo interno una inattesa quanto preoccupante vulnerabilità. Dai richiami al jihad contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979, gli Stati Uniti trassero indiscutibili vantaggi nell’ambito del conflitto bipolare; ma furono proprio quei proclami formulati da studiosi quali Abdullah Yusuf Azzam – lo stesso che nell’aprile del 1988 scrisse dello sviluppo di un’avanguardia come solida base (al-Qaida al-Subah) per costruire la società islamica anticipando la nascita di al-Qaida – a colpire gli USA nel 2001. Gli attentati al World Trade Center nel 1993, l’uccisione di decine di turisti occidentali a Luxor nel 1997 e gli attacchi alle ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania nel 1998 avevano già messo in evidenza la sensibilità degli obiettivi riconducibili all’Occidente, e risale al 1998 la celebre fatwa in cui Osama bin Laden affermava che l’uccisione degli americani e dei loro alleati fosse un dovere per ogni musulmano. Furono tuttavia i fatti eclatanti dell’11 settembre a condurre alla percezione del terrorismo di matrice jihadista come fenomeno globale, e di rimando ad una pressoché immediata sovrapposizione concettuale di jihad e terrorismo nelle società occidentali. Similmente, la ‘guerra al terrore’ avviata dall’amministrazione di George W. Bush con l’offensiva contro il regime talebano afghano reo di proteggere Osama bin Laden, è stata accompagnata da una retorica polarizzante che, nella misura in cui tendeva a separare in modo netto il bene dal male, ha contribuito ad alimentare la percezione del conflitto come una dichiarazione di guerra contro i musulmani, percezione meno nitida nel caso afghano ma cresciuta esponenzialmente con la campagna irachena iniziata nel 2003. Sotto il profilo sociologico, una interessante tesi tende ad evidenziare come l’identificazione dell’Occidente quale nemico dell’Islam possa essere ricondotta ad un netto rifiuto della sua cultura e del ‘carico di modernità’ che la accompagna, portatore di una secolarizzazione incompatibile con le sacre verità della legge islamica; al tempo stesso, la globalizzazione è intesa come strumento di un nuovo imperialismo occidentale che mira ad esercitare il suo controllo sul dar-al-Islam.

È altresì evidente però che i precipitati della globalizzazione sono stati funzionali alla diffusione della propaganda jihadista: grazie ad un efficace uso delle nuove tecnologie e dei media, il messaggio è stato infatti trasmesso su scala globale favorendo la crescita del sostegno alla causa; inoltre, la divulgazione delle immagini delle torture commesse dagli uomini della coalizione USA ad Abu Ghraib nel corso della guerra in Iraq, ha alimentato in alcuni ambienti l’idea dell’Occidente oppressore e rafforzato l’ostilità nei suoi confronti.

Inquadrare la galassia delle forze di ispirazione jihadista esclusivamente nella prospettiva di una lotta globale contro l’Occidente sotto una struttura di comando centralizzata indicata come al-Qaida, non renderebbe tuttavia conto della complessità del fenomeno, ulteriormente accentuatasi negli ultimi anni. Proprio in riferimento ad al-Qaida, si è tradizionalmente utilizzato il concetto di network, ad indicare una struttura ramificata che non si esauriva esclusivamente nelle aree dell’Afghanistan e del Pakistan. Sui collegamenti tra ‘centro’ e ‘periferia’, sulla forza dei vincoli di affiliazione delle diverse cellule e sull’eventuale autonomia di azione di tali unità rispetto al ‘centro’ si è spesso discusso, senza peraltro giungere a risposte univoche. Il nucleo originario di al-Qaida ha subito nel corso della guerra al terrore perdite di una certa rilevanza, su tutte quella di Osama bin Laden ucciso nel corso del blitz di Abbottabad (Pakistan) nel maggio del 2011; cionondimeno le diverse ramificazioni di quello che viene identificato come il network qaidista hanno comunque dimostrato di essere operative. È il caso di al-Qaida nella Penisola Araba (AQAP), gruppo costituitosi ufficialmente nel gennaio del 2009 e responsabile di numerosi attacchi nello Yemen senza dimenticare il grande nemico americano, come dimostra il fallito attentato del 25 dicembre 2009 sul volo 253 della Northwest Airlines da Amsterdam a Detroit; o ancora di al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM), le cui origini sarebbero rinvenibili nella guerra civile algerina degli anni ’90 e che nel 2007 assunse tale denominazione per sancire ufficialmente la sua affiliazione ad al-Qaida. Un’organizzazione prevalentemente attiva in Algeria, Mauritania, Niger e Mali, paese quest’ultimo nel quale è stata tra i protagonisti di un conflitto destabilizzante tra il 2012 e il 2013 che ha allarmato l’Europa e in particolare Parigi, timorose della nascita di un santuario jihadista con il mirino puntato verso il Vecchio Continente. In Mali opera anche il Movimento per l’Unicità e il Jihad nell’Africa Occidentale (MUJAO), nato da una costola di AQIM e interessato ad espandere l’azione jihadista nell’Africa Occidentale. C’è poi il fronte del Corno d’Africa, dove operano i miliziani di al-Shabaab che terrorizzano la Somalia e hanno realizzato attentati anche in Uganda e in Kenya, tra cui quello al Westgate Mall di Nairobi nel settembre 2013.

AQIM, al-Shabaab, AQAP e la stessa al-Qaida avrebbero inoltre avuto contatti con Boko Haram – che in lingua hausa significa ‘l’educazione occidentale è peccaminosa’ - organizzazione terroristica nata nel 2002, attiva in Nigeria (ma ha anche sconfinato in Camerun) e il cui nome ufficiale è Jama'atu Ahlis Sunna Lidda'Awati Wal-Jihad, che vuol dire ‘Popolo per la Propagazione degli Insegnamenti del Profeta e del Jihad’.

La causa jihadista interessa anche la regione nord-caucasica controllata dalla Russia: l’Emirato del Caucaso è riconosciuto come organizzazione terroristica sia da Mosca che da Washington, ha cooperato con al-Qaida e segue con particolare interesse le evoluzioni del non lontano teatro di guerra siriano, in cui interessanti orizzonti si sono aperti per il jihad. Proprio nel contesto siriano - e in quello del vicino Iraq - si sono registrati preoccupanti sviluppi. In Siria, attratti dal messaggio diffuso dai predicatori, migliaia di volontari da ogni parte del mondo. In Siria, attratti dal messaggio diffuso dai predicatori, migliaia di volontari da ogni parte del mondo – tra cui moltissimi europei – combattono il jihad contro il regime del dittatore alawita Bashar al-Assad: non più dunque la guerra contro il ‘nemico lontano’ americano e occidentale, ma quella sunnita contro il ‘nemico vicino’. Nella complessa costellazione delle forze attive in Siria, si è distinta per l’efficacia delle sue azioni Jabhat al-Nusra, anch’essa affiliata ad al-Qaida ed inserita dagli USA – pure apertamente ostili al regime di Damasco – tra le organizzazioni terroristiche a fine 2012. Nell’aprile del 2013 giunse l’annuncio della sua fusione con il gruppo iracheno dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS), stabilitosi nel 2006 come successore di al-Qaida in Iraq e poi allargatosi alla Siria con la guerra civile: a dare la notizia fu il leader dell’ISIS Abu Bakr al-Baghdadi, ma Jabhat al-Nusra, pur confermando l’esistenza di rapporti tra le due forze, ribadì la sua fedeltà ad al-Qaida e alla causa siriana. L’ISIS ha tuttavia proseguito con le sue iniziative, estendendo la sua influenza su territori sempre più vasti e sconfiggendo più volte il debole esercito di un Iraq profondamente diviso dalle politiche settarie del premier sciita Nuri al-Maliki, fino alla proclamazione del califfato islamico a cavallo tra lo Stato iracheno e la Siria. I nuovi scenari mettono in guardia l’Occidente e i vicini medio orientali, preoccupati dall’avanzata di un gruppo – che si è ribattezzato semplicemente Stato Islamico (IS) – che ai proclami del jihad accompagna un progetto politico ben più definito che in passato, mirante ad incidere nel tessuto dello status quo geopolitico della regione. Un’avanzata che ha costretto i cristiani alla fuga e in cui centinaia di yazidi considerati ‘adoratori di Satana’ sono stati massacrati. Ai raid degli USA cominciati nell’agosto del 2014, l’IS ha risposto con la decapitazione degli ostaggi statunitensi James Foley e Steven Sotloff, all’annuncio del sostegno britannico ai peshmerga curdi in funzione anti-Stato Islamico, l’organizzazione ha reagito con l’uccisione di David Cawthorne Haines; in Algeria la formazione Jund al-Khilafah ha rotto con al-Qaida giurando fedeltà al califfo al-Baghdadi e uccidendo il 24 settembre l’ostaggio francese Hérve Gourdel; nelle Filippine è stata Abu Sayyaf a minacciare l’uccisione di due tedeschi. E mentre al-Qaida appare più debole, sempre più formazioni uniscono la loro causa a quella del califfato, un polo di riferimento di giorno in giorno più importante per la galassia jihadista. A inizio settembre 2014, al-Zawahiri ha rilanciato con l’annuncio della nascita di un ramo di al-Qaida nel Subcontinente indiano, che dovrebbe agire dall’India fino al Myanmar: secondo gli esperti, anche un messaggio allo Stato Islamico rispetto a cui al-Qaida ha perso terreno. Nel 2015 l’IS si è ulteriormente rafforzato, grazie alla propaganda e all’utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione. Non solo gli uomini del califfato hanno continuato a decapitare i prigionieri e a pubblicare le esecuzioni sul web, ma tra le loro file è andato crescendo il numero dei foreign fighters, combattenti stranieri che in diversi casi sono risultati cittadini europei o statunitensi e il cui ipotetico ritorno entro i confini dei paesi di provenienza non lascia tranquille le cancellerie occidentali. I timori dell’Occidente sono inoltre aumentati all’indomani degli attentati di Parigi di inizio gennaio 2015, con l’assalto alla redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo – questo rivendicato tuttavia da AQAP – e l’attentato al supermercato kosher da parte di Amedy Coulibaly, appartenente all’IS. L'attentato più grave degli ultimi anni è avvenuto nuovamente a Parigi il 13 novembre dello stesso anno, rivendicato dall'IS, dove i morti e i feriti sono stati centinaia, in cui sono state colpite simultaneamente varie sedi della società civile, come lo stadio e il teatro Bataclan, simboli della libertà occidentale. L’Europa guarda inoltre con crescente preoccupazione alla sponda Sud del Mediterraneo, verso la Libia, dove miliziani affiliati allo Stato islamico hanno trovato importanti spazi d’azione sfruttando la cronica instabilità politica del paese.

La galassia jihadista e i paradigmi del jihadismo paiono dunque in via di rimodulazione e ridefinizione, adattandosi alle contingenze geopolitiche e modificandole allo stesso tempo.



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lunedì 11 gennaio 2016

LA MELA DEL PECCATO

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Come sicuramente tutti sappiamo, la mela è diventata il simbolo, dal punto di vista iconografico, più utilizzato per raffigurare il senso del frutto proibito; questa posizione è stata avallata persino dalla linguistica che ha interpretato la parola malum, che significa mela, con l’altro suo significato che è “male”; questo ha portato, nel corso del Medioevo, a unificare i significati e a fornire alla mela questo ruolo peraltro non sempre comodo. Teniamo in debito conto che il nostro tanto amato testo biblico non precisa quale sia esattamente il frutto del peccato ed infatti, inizialmente, gli artisti prendevano in considerazione i frutti che erano presenti nelle loro terre di origine… come nel mediterraneo dove i fichi e le arance erano i più presenti e i più riconosciuti. Voci di corridoio, inoltre, hanno ritenuto di far derivare il fatto che l’albero della conoscenza e quindi del peccato, fosse un fico, partendo dalla considerazione che, una volta consapevolizzate le nudità dei primi esseri umani, fu semplice utilizzare le foglie di fico come primo segno vestiario, proprio perché albero più raggiungibile. Per continuare a denigrare “il fico”, chi ha letto la storia di Giuda dovrebbe ricordare che Giuda stesso, e la leggenda lo rimarca, dopo aver venduto Gesù per pochi danari, decise di impiccarsi ad un fico.

Il frutto proibito poi, nel suo concetto generale, con il tempo, si è arricchito più che di sapore, di significati, superando il simbolismo legato all’uomo e al suo atto di estrema disobbedienza, diventando sinonimo e sostituto del peccato e, nello specifico, della LUSSURIA, identificata come oggettivazione del corpo e spersonalizzazione della persona.

In alcune nature morte, sono spesso in bella mostra all’interno della tavola imbandita di gozzoviglianti meraviglie, mele in “cattiva salute” che sembrano, spiritosamente, fare allusioni al ricordo del peccato originale.

Ma la mela, indiscussa regina del peccato è, almeno nella mitologia, quella che fu contesa tra Venere, Giunone e Minerva, mela “lanciata” dalla Dea della Discordia e che vide vincitrice Venere che seppe convincere il giudice Paride con il regalo migliore ma foriero di futura guerra.

Il più famoso e discusso brano della Bibbia è certamente quello della Genesi (cap. 2 e 3), relativo ad Adamo ed Eva e alla loro espulsione dal Paradiso Terrestre.

L’interpretazione corrente della Bibbia ci narra dell’episodio della cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre come conseguenza di un peccato dei protagonisti perché non hanno rispettato un obbligo di Dio che vietava di mangiare frutti di un determinato albero. Questo peccato ha determinato la loro rovina, ma anche quella di tutti i discendenti.

La Bibbia è stata scritta alcune migliaia di anni fa, trascritta e tradotta molte volte nel corso dei secoli. Dovremmo considerare che il testo originale potrebbe essere stato volutamente o involontariamente alterato, inoltre la terminologia era adatta per il popolo dell’epoca.

L’episodio della Genesi non corrisponde ad un fatto realmente accaduto, ma un mito, un’allegoria, una storia che aveva il compito di spiegare, alla gente dell’epoca, i motivi di certe situazioni nel mondo.

Secondo alcune confessioni del cristianesimo il peccato originale è il peccato che Adamo ed Eva, i progenitori dell'umanità nella tradizione biblica, avrebbero commesso contro Dio, così come descritto nel libro della Genesi. Conseguenza di questo peccato sarebbe stata la caduta dell'uomo: il peccato originale viene descritto come ciò che ha diviso l'uomo da Dio e che, secondo un buon numero di teologi, avrebbe reso l'uomo mortale.

Al peccato originale sono stati attribuiti vari significati simbolici a seconda delle interpretazioni che sono state date al brano biblico; in generale, comunque, esso sembra rappresentare la disobbedienza verso Dio da parte dell'uomo, che vorrebbe decidere da solo che cosa sia bene e che cosa sia male.

Il termine “peccato originale” non è presente nel testo biblico, né nell’Antico Testamento né nel Nuovo.

Il testo che tradizionalmente descriverebbe questo peccato è il capitolo 3 del libro della Genesi. L’esegesi biblica codificata nella ipotesi documentale ricondurrebbe questo testo alla cosiddetta tradizione jahvista, alcuni nuclei della quale potrebbero risalire addirittura all’XI-X secolo a.C.

Dio, dopo aver creato Adamo ed Eva (il primo nome ebraico è collegato con la parola che significa "terra", poiché il suo corpo sarebbe stato modellato con la creta; il nome di Eva - chavvàh - ha la stessa radice del verbo "vivere" - lachavvot -, e infatti nel testo essa sarà definita in seguito "la madre di ogni vivente", -  em kol chay), li mette a vivere nel giardino dell'Eden, comandando loro di nutrirsi liberamente dei frutti di tutti gli alberi presenti, tranne che dei frutti del cosiddetto albero della conoscenza del bene e del male.



Ma i due, tentati dal serpente, mangeranno il frutto dell'albero proibito. Il personaggio del serpente denota forse una polemica "anti-ofiolatrica", contro i miti cananaici e di altri popoli della Mezzaluna Fertile: il serpente, nella religiosità dei Cananei, rappresentava il dio supremo, Baal, signore della fertilità.

Si dice che il serpente è "astuto", ma la sua furbizia è messa a servizio di un fine cattivo. Il suo è un vero e proprio disegno malefico, che si oppone subito al desiderio divino. Nel dialogo con la donna il serpente arriva per gradi al suo obiettivo: rivela il suo disegno di opposizione a Dio già nella domanda che rivolge alla donna, con il gioco di parole per il quale la proibizione di mangiare i frutti di "un albero" viene estesa ad "ogni albero". Il serpente porta così la donna a dubitare che il divieto di Dio possa essere stato legittimo. La donna si lascia trascinare dal gioco del serpente e cade nella trappola della esagerazione: afferma, falsamente, che Dio ha proibito persino di toccare l'albero in questione.

Il serpente prospetta come conseguenza del mangiare i frutti dell'albero l'"apertura degli occhi" e il diventare "come Dio" (o "come divinità"), conoscitori del bene e del male.

Allettati da questa tentazione,i due mangiano questo frutto (la donna lo offre all’uomo: l’immagine della donna tentatrice è tipica di molte letterature sapienziali soprattutto nel mondo antico). Subito si rendono conto di essere nudi. La loro nudità esprime l’indegnità, l’insuccesso.

Spesso il "frutto proibito" viene rappresentato come una mela. Nel testo della Bibbia si parla di "frutto", senza ulteriori specificazioni. In latino la mela viene chiamata malum, parola che ha anche lo stesso suono di quella che significa "male". Per questo motivo nel medioevo si sarebbe cominciato a rappresentarla come una mela.

Al peccato fa seguito una specie di istruttoria condotta da Dio, che ripercorre i gradini opposti a quelli del peccato: prima l’uomo, poi la donna, poi il serpente. L’uomo, che sperimenta la paura e la vergogna, scarica la sua responsabilità su altri (Adamo sulla donna, e la donna sul serpente).

Dio condanna prima di tutto il serpente; la punizione della donna la tocca nella sua duplice qualità di madre e di moglie. Anche l’uomo è condannato, anzitutto nel suo rapporto con la terra, alla quale è legato come a una moglie e dalla quale attende i frutti: ora la terra diventa una nemica. Comunque né l’uomo né la donna vengono "maledetti" da Dio, che riserva parole di maledizione soltanto al serpente e alla terra (o al cosmo). La più aspra conseguenza del peccato è la morte: il peccato produce una rottura del rapporto con Dio, e la morte fisica sancisce definitivamente questa rottura.

Nonostante tutto, Dio dà agli uomini un vestito: è già un gesto salvifico di Dio, che soccorre l’uomo ridandogli dignità.

Il problema che emerge in sede di interpretazione è se davvero, nelle intenzioni degli autori del testo e nell'ambiente vitale in cui il testo stesso venne scritto, si pensava davvero ad un peccato "originale", un peccato - cioè - che fosse all'origine di una definitiva corruzione del genere umano o addirittura di tutto il cosmo (alcuni teologi, come Karl Rahner usano l’espressione peccato originale originante per distinguerlo dal peccato originale che ogni uomo porterebbe in sé – peccato originale originato).

Più che ad un peccato originale, il testo biblico sembra far riferimento, attraverso il racconto simbolico, a quel peccato che "originava" le forme storiche e sociali di peccabilità del popolo d'Israele, cioè l'idolatria. Il serpente, infatti, nel brano biblico non è il diavolo - questa è una interpretazione molto tarda - ma potrebbe rappresentare il culto cananeo della fertilità, verso cui il popolo d'Israele fu costantemente attratto.

La riflessione condotta in questo capitolo della Genesi prende in considerazione il male già presente nell'umanità, e ne cerca la causa. La risposta che viene data è che la causa di questo male è il peccato dell’uomo. Viene così proiettata sull'intera umanità la visione particolare che il popolo di Israele aveva della propria storia: alleanza offerta gratuitamente da Dio, rottura dell’alleanza da parte degli uomini, punizione e riconciliazione.

Paolo apostolo, nei suoi scritti e in particolare nel capitolo 5 della Lettera ai Romani, ha presente il racconto della Genesi e ne sottolinea l’aspetto della solidarietà (nel male) che tutti gli esseri umani sperimentano. Questa categoria della solidarietà permette a Paolo di formulare l’annuncio evangelico: Gesù Cristo è il centro della storia, il male originato da Adamo è vinto da Cristo, e per chi è solidale con Cristo il male può essere vinto.

La visione del peccato della prima coppia umana, così come è proposta dalla religione ebraica, è priva della componente di ereditarietà della colpa che invece viene evidenziata nell'interpretazione cattolica e protestante.

Per il giudaismo il peccato dei progenitori assumerebbe una duplice valenza: da una parte rappresenterebbe un errore, causa della caduta e mortalità umane e testimonianza della debolezza e della fallibilità dell'uomo, dall'altra rappresenterebbe il libero arbitrio dell'uomo, in grado di poter liberamente scegliere fra il bene (la volontà divina) o il male (la tentazione). Un Midrash del Libro del Pentateuco Bereshit, Genesi, indica metaforicamente il peccato di Adamo come un furto. Poiché un peccato porta ad un altro peccato, quando Dio rimproverò Adamo ed Eva per il peccato commesso essi commisero subito maldicenza accusando il serpente e colpevolizzando l'uno l'altra.

La Torah insegna che dopo il peccato di Adamo bene e male furono mischiati l'uno con l'altro e che solo nell'era messianica con il Messia il male non sarà più; come conseguenza immediata del primo peccato venne slegata la connessione tra l'Albero della Vita e quello del frutto della conoscenza del bene e del male il cui archetipo e la cui origine in principio sono il vero ed il falso.

Nell'alleanza perpetua ed eterna tra Dio e gli Ebrei, stipulata sin da Avraham e mantenuta con i patriarchi ebrei successivi nonché con i capostipiti delle dodici tribù e per sempre anche nell'osservanza della Torah e delle sue leggi, ognuno secondo la natura della propria anima, gli Ebrei sono liberi dalla conseguenze del primo peccato, origine ed archetipo di tutti i peccati esistenti, accettando così definitivamente e sottomettendosi completamente alla volontà divina unitaria: con il patto tra gli Ebrei e Dio gli Ebrei non sono coinvolti nella radice del peccato e le sue conseguenze ed alcuni tra gli eletti del popolo d'Israele hanno il compito di correggerle spiritualmente in tutto il Mondo; l'osservanza della Torah permette infatti all'Ebreo di distinguere tra merito e peccato, tra puro ed impuro, tra santo e non santo.

Lo studio della Torah permette agli Ebrei di separare il bene dal male; lo stesso studio permette ancora metaforicamente di assaporare il frutto dell'albero della vita.

Con il dono della Torah sul monte Sinai tutto il mondo fu momentaneamente libero dalle conseguenze del peccato dei progenitori (Sefer haZohar) sino a quando vi fu il peccato del vitello d'oro in cui alcuni Ebrei furono indirettamente coinvolti spinti da una mancanza di fiducia in Dio ed in Mosè che a loro sembrava stesse attardando a tornare dal monte Sinai dove stava ricevendo la parola divina; tra essi, colpevoli per non essere intervenuti al fine di evitarlo, ve ne furono anche influenzati nell'episodio del peccato suddetto dalla moltitudine di alcuni non ebrei, non solo egiziani, che vollero seguire gli Ebrei usciti dall'Egitto per i miracoli visti e quindi per la vittoria degli Ebrei senza però una sincera fede in Dio e senza un legame stretto con Dio mancando così di aderire alla totalità dei sette precetti dei figli di Noah.

I peccati possono poi essere cancellati attraverso la Teshuvah che, pentimento come ritorno spirituale a Dio che permette di aderire al Mondo futuro, l''Olam Ha-Ba, qui in vita in questo mondo, è il modo attraverso cui si torna ad essere mondi: la Teshuvah è uno tra i fondamenti divini presenti prima della Creazione, anteriori al Creato.

Secondo l'osservanza della Torah e dei precetti morali, etici e pratici iscritti nell'anima di ciascun ebreo, ascoltando e studiando la parola ed il comando divini nell'accettazione del giogo della Torah e del Regno celeste, vi è il tentativo di arrivare allo stato di rettifica che sancirà il completamento dell'era messianica: la Qabbalah ebraica insegna che alcuni rabbini mistici del passato cercarono di rettificare il peccato di Adamo ed Eva risalendo alle origini spirituali del Gan Eden nell'esperienza mistica conosciuta come "l'ascesa (o paradossalmente discesa) al Pardes"; in ogni epoca grandi personalità spirituali ebraiche sono responsabili del tiqqun: per tiqqun si intende la rettificazione spirituale dell'origine dei guasti causati dall'uomo sin dal primo peccato di Adamo ed Eva, rettificazione spirituale che verrà completata con l'avvento dell'era messianica.



Il tiqqun iniziò con Avraham assieme alla propria sposa Sarah e poi continuato da Isacco e Rebecca. Anche Giacobbe rappresenta la rettificazione di Adamo.
Secondo l'Arizal quindi Avraham fu il Ghilgul del Nefesh di Adamo e, per aver distrutto tutti gli idoli del padre riconoscendo così l'Unico e solo Dio Creatore del Mondo, rettificò il peccato di idolatria racchiuso nel primo peccato per aver negato un ordine di Dio e quindi Dio stesso; Isacco fu quello del suo Ruach e, per essersi offerto nella prova del sacrificio, rettificò il peccato di omicidio racchiuso nel primo peccato perché Adamo portò la morte di tutti gli individui dopo di lui; infine Giacobbe fu il Ghilgul della sua Neshamah e rettificò il peccato della licenziosità sessuale, in cui invece cadde Adamo nei 130 anni lontano da Eva.

L'Arizal afferma che i due figli di Aronne Nadab e Abiu ebbero il compito di rettificare il peccato di Adamo ma non vi riuscirono cadendo nello stesso errore: l'egocentrismo per il fuoco estraneo offerto a Dio e per essersi a Lui presentati ubriachi proprio come il succo e la feccia dell'uva, frutto della conoscenza del bene e del male.

Il Kohen Gadol ed il Tempio di Gerusalemme corrispondono distintamente al livello di Adamo e del Mondo senza il peccato di Adamo, anzi ne sono il corrispettivo rettificato: il Kohen Gadol corrisponde infatti all'Adam Qadmon, l'uomo superno, mentre il Tempio ed il Tabernacolo sono un microcosmo nel reame della santità.
Il territorio del Tempio non subì la maledizione sulla terra, causata dal peccato sino alla nascita di Noè, inoltre anche le sue acque non divennero "di lacrime" e "pianto".

Secondo lo Zohar, uno tra i più importanti testi della Qabbalah ebraica, l'angelo della Merkavah Metatron rappresenta il bene del frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male mentre l'angelo Samael viene associato al male della conoscenza del succitato frutto.

Pochi gli individui che non riportano le conseguenze del veleno iniettato in Eva dal serpente: tra essi si ricordano certamente Mosè, senza esso fin dalla nascita, ed Aronne che dovette essere reso mondo.

A causa della perdita dell'innocenza dal momento dell'episodio del primo peccato dell'umanità la sessualità venne considerata con vergogna con l'eccezione dei Patriarchi ebrei che vissero tale relazione come Mizvah in Qedushah come sarà soltanto nell'era messianica.

Molte chiese, pur riconoscendo l'allegoricità del racconto, riconoscono ad esso una verità spirituale almeno per quanto attiene alla sfera della fede e del destino umano ultraterreno.

Il peccato originale, come questione teologica, riguarda tre aspetti sostanziali: l'universalità, l'ereditarietà e l'originalità della colpa.

Relativamente alla discussione sull'ereditarietà degli effetti del peccato originale nella stirpe umana, esistono differenti opinioni fra le diverse religioni abramitiche e spesso anche fra singole correnti di pensiero all'interno di uno stesso indirizzo religioso.

In tutta la Bibbia non è menzionato un "peccato originale" con questa terminologia, propria della teologia posteriore.

Nelle lettere paoline, e in particolare nella Lettera ai Romani, viene dato rilievo principalmente alla responsabilità di ciascuno per le proprie azioni (cfr. Rm 2,6-11 e 3). In particolare in (3,19-26) è precisato che ogni essere umano in quanto tale è peccatore, e perciò "privo della gloria di Dio": solo per fede nel sacrificio di Gesù sulla croce può essere salvato. Anche nel quarto vangelo si ribadisce che qualsiasi uomo è peccatore ed è per questo che ha bisogno di una giustificazione che lo renda "accettato" dinanzi a Dio, eppure non viene evidenziata nessuna particolare relazione con Adamo o chiunque altro (Gv 3,16).

Sempre nella lettera ai Romani, tuttavia, emerge anche l'idea di una umanità profondamente lacerata sin dalle origini, e quindi di una sorta di corruzione posta sotto l'insegna del comune progenitore, Adamo (Rm 5,19).

Nonostante questa tensione tra responsabilità personale e solidarietà nel peccato, in molte teologie cristiane è presente la dottrina sul peccato originale, che presso alcune chiese è anche sancita da un vero e proprio dogma.

Agostino d'Ippona ritenne che l'uomo fosse stato creato simile a Dio, ma non in tutto, perché Dio conosce il male ma in quanto amore infinito non lo commette, mentre l'uomo conosce il male e può compierlo; l'essere umano è stato creato con il libero arbitrio di conoscere e fare sia il male sia il bene.

Inoltre, insegnare a fare il male è una colpa tanto quanto compierlo direttamente: perciò Dio non può avere insegnato il male, pur avendo lasciato la possibilità e la responsabilità all'uomo di conoscerlo.

Va evidenziato che l'insegnamento di Agostino, sebbene in continuità con la dottrina insegnata da Paolo e dai vangeli, e con la tradizione veterotestamentaria (si pensi ad alcune espressioni del salmo 51 che insistono su un uomo "nato malvagio", "concepito peccatore dalla propria madre"), risente nel suo vigore argomentativo dell'accesa polemica contro Pelagio. Quest'ultimo sosteneva che la salvezza è per l'uomo raggiungibile senza necessariamente la grazia divina: l'uomo può salvarsi anche solo con le sue forze, perché naturalmente portato al bene. Ciò era inconcepibile per Agostino: l'uomo non può salvarsi con le sue sole forze, perché si trova in una condizione corrotta, e causa di questa condizione è proprio il peccato originale, ereditato attraverso l'atto sessuale che è all'origine di ogni vita umana.

Per sostenere questa tesi Agostino assume anche posizioni tipiche del traducianesimo (sebbene si tratti di un traducianesimo spirituale, differente dal traducianesimo materialistico di Tertulliano).

Secondo la Chiesa cattolica per effetto del peccato originale, l'uomo eredita, anzitutto, una colpa che, se non viene estinta con il sacramento del battesimo, preclude la salvezza.

L'uomo eredita, inoltre, sempre per effetto del peccato originale, un'inclinazione verso il male, che il battesimo non può cancellare, e che è chiamata concupiscenza. Questa inclinazione, che accompagna l'uomo nel corso dell'intera sua vita non costituisce in sé un peccato, ma una debolezza di base dell'essere umano che è la causa dell'agire malvagio degli uomini nella storia dell'umanità. La trasmissione di questa inclinazione è un mistero che non può essere pienamente compreso. Una interpretazione è che Adamo ed Eva abbiano ricevuto la santità e la giustizia originali non soltanto per sé, ma per tutta la natura umana, ed il peccato commesso abbia alterato la stessa natura umana. Il rimedio a questo stato "decaduto" consiste nella "storia della salvezza", che si sviluppa dagli antichi patriarchi fino alla redenzione.




Solo alla luce della dottrina cattolica è comprensibile il dogma cattolico dell'Immacolata Concezione di Maria madre di Gesù (proclamato nel 1854 da papa Pio IX), secondo il quale Maria fu concepita senza peccato originale in vista dei meriti di suo figlio, ossia "pre-redenta", redenta prima che la redenzione avvenisse storicamente.

Per il cristianesimo protestante, il peccato originale è caratterizzato dal concetto di ereditarietà della colpa evincibile dalle Sacre Scritture (salmo 51, vangeli), illustrato dall'apostolo Paolo e ripreso da Agostino nella sua aspra polemica contro Pelagio.

La dottrina del peccato originale venne ripresa e reinterpretata da Martin Lutero, il principale fautore della Riforma protestante, in opposizione alla Chiesa cattolica. Secondo Lutero il peccato originale avrebbe corrotto moralmente l'anima umana a tal punto da privarla della possibilità di volgersi da sola verso il bene: l'uomo sarebbe quindi privo del libero arbitrio che lo avrebbe caratterizzato prima del peccato originale e che gli permetterebbe di scegliere fra il bene e il male. Il suo sarebbe un servo arbitrio, servo del male.

Solo Dio decide, ancor prima della nascita dell'uomo, di salvarlo: la salvezza è dovuta solo a Dio, le azioni che un individuo compie durante la sua esistenza non hanno alcuna influenza sul suo destino umano.

Nel calvinismo questa riflessione sulla predestinazione dell'essere umano è ulteriormente sviluppata: tutti gli uomini sarebbero meritevoli di dannazione, ma Dio ne ha predestinati alcuni (il cui numero e la cui identità sono sconosciute agli uomini), per suo imperscrutabile volere, ad essere eletti e salvati malgrado le loro colpe, grazie al sacrificio espiatorio di Gesù, che si è sostituto a loro nella meritata punizione.

A differenza delle interpretazioni cattolica e protestante, per l'Ortodossia cristiana il peccato di Adamo ha avuto delle conseguenze per l'uomo, ma non si tratterebbe di conseguenze morali in grado di “macchiare” con una colpa l'anima di ogni individuo. Piuttosto il peccato originale avrebbe introdotto la corruttibilità fisica dell'essere umano, e in particolare la morte. Le uniche conseguenze del gesto di Adamo sono dunque, secondo la visione ortodossa, la corruzione e la mortalità, considerate da un punto di vista fisico, non morale. Tuttavia, la morte comporta un desiderio innato degli esseri umani di "ridurre" il dolore per la certezza della fine della vita terrena: da ciò scaturisce il peccato come palliativo di fronte alla mortalità.

Nella religione islamica è assente il concetto di eredità della colpa, perché ognuno è responsabile del proprio peccato. Secondo l'Islam il peccato originale sarebbe solo un errore commesso da Adamo ed Eva, ma essi si sarebbero pentiti e quindi perdonati da Dio, senza che il loro sbaglio si ripercuotesse sul genere umano.

Secondo una tesi sostenuta nel libro Il vero significato dei sogni la perdita del paradiso terrestre raccontata nella Genesi corrisponderebbe alla perdita della consapevolezza del momento presente e ciò sarebbe dovuto allo svilupparsi del pensiero, attività che ci proietta costantemente nel futuro quando non ci fa rivivere il passato, ma lo stesso significato trasparirebbe anche da due dei dipinti che affrescano la volta della Cappella Sistina, opera di Michelangelo.

Il dipinto del Peccato originale descrive la condizione di perenne giovinezza di cui l'uomo poteva godere quando non conosceva il pensiero che crea il tempo, infatti è possibile notare come Adamo ed Eva appaiano giovani prima di avere compiuto il peccato e con dei corpi già invecchiati mentre vengono cacciati dall'angelo.

L'intento di Michelangelo si completa in quello che è forse il suo dipinto più famoso e cioè la Creazione di Adamo. Dall'osservazione di questo affresco appare evidente come l'artista voglia in realtà raffigurare il pensiero che crea la mente umana (prospettiva sostanzialista o essenzialista della mente), infatti notiamo che nel drappo con le figure angeliche che fanno da sfondo alla figura divina si cela una sezione del cervello umano.

Anche nel libro già citato si sostiene che l'attività mentale non è connaturata all'essere umano, infatti secondo il suo autore i sogni derivano dall'attività depurativa del sonno che vede l'organismo impegnato nell'eliminazione delle tossine psichiche che abbiamo prodotto durante la giornata. Tutti i drammi vissuti nel sogno non sarebbero che manifestazioni dell'angoscia della nostra anima (individuabile nell'intelligenza e volontà di vita che è alla base dello svolgersi delle funzioni autonome del corpo e che si estende oltre di esso formando l'aura che lo circonda), per l'eccessiva produzione di energia mentale, la quale, non potendo essere depurata dal sonno andrebbe ad inquinare l'anima/aura per la differente qualità vibrazionale.

Lo stesso significato sarebbe riscontrabile in un altro racconto biblico, cioè in quello del crollo della Torre di Babele che si riferirebbe alla perduta capacità di comunicare attraverso un unico linguaggio che non poteva essere verbale e ciò sarebbe appunto dovuto alla nascita del pensiero, che è alla base della verbalizzazione.

Il linguaggio primordiale sarebbe stato energetico in quanto formato da onde vibrazionali che venivano emanate provando dei sentimenti di consapevolezza che facevano fremere il cuore e che venivano elaborate e comprese dalla particolare intelligenza di cui il cuore sarebbe dotato. Tale modo di comunicare permetteva ad ognuno, oltre che di interagire comprendendo i sentimenti del prossimo, anche di provvedere a se stesso con estrema naturalezza facendo manifestare nella realtà ciò di cui necessitava attraendola dal non creato, cioè dalla coscienza universale di cui l'universo è composto, il cui doppio movimento di espansione e di riassorbimento è uguale alle sistole e diastole del movimento cardiaco e che manifestò il creato provando il sentimento della consapevolezza di se stessa, un sentimento che se sapessimo provare ci permetterebbe di vivere in un vero e proprio Paradiso Terrestre.

Una lettura storico-critica della bibbia ha colto forti analogie tra il peccato originale e i miti delle origini e di un'età dell'oro perduta, presenti presso altri popoli.

Esiste, inoltre, almeno una terza possibile interpretazione dell'origine del male legata direttamente all'intenzionalità divina orientata in premessa a sacrificare i progenitori nell'ambito di un processo, si direbbe oggi, privo di garanzie giuridiche. Questa tesi attribuisce ad Adamo ed Eva un'incapacità assoluta di violare coscientemente la prescrizione divina che proibiva loro l'accesso all'Albero della conoscenza del bene e del male. I progenitori, infatti, prima di accedere al Frutto, non sarebbero stati in grado di percepire la differenza fra bene e male a causa della loro radicale "amoralità". Tant'è che per acquisire una coscienza morale è stato necessario "peccare", attingendo il frutto prodotto dall'albero della conoscenza del Bene e del Male. In altri termini, il peccato non poteva essere realizzato da chi non aveva alcuna coscienza né percezione del valore della Normatività divina e delle conseguenze della violazione (per i progenitori, infatti, prima della conoscenza del Bene e del Male ci sarebbe dovuto essere come unico Male il mangiare il frutto). Secondo questa tesi, in definitiva, Adamo ed Eva erano incapaci di intendere e di volere in termini etici e morali, dunque non sarebbero stati punibili. Un preciso riferimento neotestamentario a questa tesi sarebbe reso esplicito in Luca 23,34.

Una ulteriore interpretazione intende il peccato originale - sulla base di notevoli evidenze antropologiche e etnologiche e in forte affinità con la moderna teoria evoluzionistica - come degenerazione psicocognitiva dovuta al passaggio da forme di religiosità di tipo deista a quella relativa alle religioni rivelate. Questa transizione si sarebbe verificata a partire dal 10/15.000 circa a.C. col passaggio da forme di vita stanziale ai primi sistemi classisti e teocratici della storia detti teoetotomie - dalle radici theòs (dio) ethos (costume di vita) e -tomia (cesura).  A seguito di tale trasformazione culturale l'uomo sarebbe caduto in una rappresentazione del sacro capace di produrre forme psicopatologiche (a livello individuale e sociale) così come descritto - ad esempio - dalla teoria psicoanalitica. In particolare la persistenza di una autorità morale esterna riesce ad influenzare le dinamiche edipiche da cui deriva una sovrastrutturazione del super io, ai sensi delle ipotesi di Sigmund Freud. Un ulteriore contributo deriva dal lavoro sull'aggressività umana di Erich Fromm. Da questo derivano quelle forme di psicopatologie e disturbi della personalità (sindromi ossessivo compulsivo, dipendente, evitante etc.) note da tempo alla psicologia classica.

Un'ulteriore interpretazione suggerisce che la figura del serpente rappresenti la razionalità umana, come evidente dalla simbologia greca o araba nel caduceo o nel bastone di Asclepio, in cui simboleggia rispettivamente il commercio e le arti mediche. In una visione più ampia, il serpente rappresenta la natura stessa dell'uomo assetato di conoscenza.



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