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martedì 22 marzo 2016

JIAD

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Sui social media diversi account riconducibili a jihadisti esultano dopo le esplosioni all'aeroporto di Bruxelles e alla stazione della metro di Maelbeek che hanno seminato il terrore nella capitale belga. "Incursione a Bruxelles: è magnifico", twitta Karim Abdul Salam sul suo account "Ksalam". Un altro: "I leoni di Bruxelles vi dicono: o lasciate libero Salah o questo è il negoziato dello Stato Islamico". Ma il mondo islamico si spacca. "Il terrorismo colpisce tutti" ha detto il Gran Mufti dell'Egitto Sheik Shawki Allem, in un discorso al Parlamento europeo.

Jihad è un termine nel linguaggio dell'Islam che connota un ampio spettro di significati. Letteralmente significa "sforzo", individua lo slancio per raggiungere un dato obiettivo e può fare riferimento allo sforzo spirituale del singolo individuo per migliorare sé stesso. Nella dottrina islamica indica tanto lo sforzo di miglioramento del credente (il «jihad superiore»), soprattutto intellettuale, rivolto per esempio allo studio e alla comprensione dei testi sacri o del diritto, quanto la guerra condotta «per la causa di Dio», ossia per l'espansione dell'islam al di fuori dei confini del mondo musulmano (il «jihad inferiore»).

Nel mondo occidentale la traduzione di jihad esclusivamente come "guerra santa" è fuorviante perché ci porta a equivocare il vero significato del termine. Prevalentemente, però, il termine jihad è stato interpretato come la guerra santa contro gli infedeli, lo strumento armato per la diffusione dell'Islam.

L'interpretazione militante del jihad dello Shaykh al-Azzam descrive il "jihad offensivo" come una campagna che può essere dichiarata solo da un'autorità musulmana legittima e legale, tradizionalmente il califfo. Secondo questa interpretazione, nessuna autorità è richiesta per intraprendere il "jihad difensivo", poiché, secondo questa opinione, quando i musulmani vengono attaccati, diventa automaticamente obbligatorio per tutti i maschi musulmani in età militare, entro un certo raggio dall'attacco, prendere le difese.

La questione di quale autorità musulmana, ammesso che ve ne sia, possa adempiere doveri come dichiara il jihad è divenuta problematica da quando, il 3 marzo 1924, Kemal Atatürk abolì il califfato, che i sultani ottomani detenevano dal 1517. Non esiste oggi un'unica autorità politica costituita che governi la maggioranza del mondo musulmano. A causa della mancanza di organizzazione ecclesiastica all'interno della vasta maggioranza dei musulmani, qualsiasi aderente può autoproclamarsi alim (esperto in materia di religione) e proclamare un jihad offensivo per mezzo di una fatwa. Il riconoscimento è a discrezione di colui che riceve il messaggio.

In assenza di un Califfo, i soli leader politici islamici di fatto sembrerebbero essere i governi dei moderni stati-nazione musulmani emersi dagli sconvolgimenti della prima parte del XX secolo. Comunque, a causa dell'alleanza e della sudditanza degli Stati-nazione secolari e pseudo-democratici o monarchici del Vicino e Medio Oriente alle superpotenze economiche e militari mondiali non islamiche, Stati Uniti, Europa e Russia, i militanti islamisti reputano che gli Stati-nazione moderni emersi a metà XX secolo siano non-islamici e non rappresentativi di società islamiche. Il secolarismo è ampiamente percepito dagli islamisti militanti come rappresentativo di interessi politici americani ed europei ostili all'Islam.

Di conseguenza, movimenti islamisti (come al-Qaida e Hamas) si sono assunti il compito di proclamare il jihad, scavalcando l'autorità tanto degli Stati-nazione quanto degli esperti religiosi tradizionali. Analogamente, alcuni musulmani (specialmente i takfiristi) hanno dichiarato il jihad contro specifici governi che percepiscono come corrotti, oppressivi e anti-islamici.

Durante il periodo della rivelazione coranica, allorché Maometto si trovava a La Mecca, lo jihad si riferiva essenzialmente alla lotta non violenta e personale, quindi a quello sforzo interiore necessario per la comprensione dei misteri divini. In seguito al trasferimento (Egira) da La Mecca a Medina nel 622 e alla fondazione di uno Stato islamico, il Corano (22:39) autorizzò il combattimento difensivo. Il Corano iniziò a incorporare la parola qital (combattimento o stato di guerra) per scopo difensivo:

« Combattete contro coloro che vi combattono, ma senza eccessi, ché Allah non ama coloro che eccedono. »
(Corano 2:190 (tradotto da Shakir))
« Se vi assalgono uccideteli, se però cessano allora Allah è perdonatore. »
(Corano 2:191-192 (tradotto da Shakir))
« Combatteteli finché non ci sia più persecuzione. »
(Corano 2:193 (tradotto da Shakir))
« Quando poi siano trascorsi i mesi sacri, uccidete questi idolatri ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati. Se poi si pentono, eseguono l'orazione e pagano la decima, lasciateli andare per la loro strada. Allah è perdonatore, misericordioso. »
(Corano 9:5 (tradotto da Shakir))
« Combattete coloro che non credono in Allah e nell'Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati. »
(Corano 9:29 (tradotto da Shakir))
Tra i seguaci dei movimenti liberali interni all'Islam, l'interpretazione di questi versi è quello di una specifica "guerra in corso" e non una serie di precetti vincolanti per il fedele.

Questi musulmani "liberali" tendono a promuovere una comprensione dello jihad che rigetti l'identificazione dello jihad con la lotta armata, scegliendo invece di porre in risalto principi di non violenza. Tali musulmani citano la figura coranica di Abele a sostegno della credenza per cui chi muore in conseguenza del rifiuto di usare violenza può ottenere perdono dei peccati.

Nonostante le interpretazioni posteriori di queste porzioni del Corano, i passaggi in questione sottolineavano chiaramente, all'epoca, l'importanza dell'autodifesa nella comunità musulmana.

I musulmani spesso si rifanno a due significati di jihad citando un hadith riportato dall'imam Bayhaqi e da al-Khatib al-Baghdadi, benché il suo isnad (la catena di tradizioni che può ricondurre sino alle parole di Maometto) sia classificato come "debole":

"grande jihad (interiore)" – lo sforzo per autoemendarsi, contrastando le pulsioni passionali dell'io;
"piccolo jihad (esteriore)" – uno sforzo militare, cioè una guerra legale; da esercitarsi solo in caso di attacco personale.
Altri esempi di azioni che potrebbero essere considerati jihad (sulla base di hadith con migliore isnad) includono:
parlare francamente contro un governante oppressivo ("Sunan" di Abu Dawud, libro 37, numero 4330);
andare in pellegrinaggio a Mecca – per le donne, questa è la migliore forma di jihad ("Sahih" di Bukhari, volume 2, libro 26, numero 595);
prendersi cura dei genitori anziani, come il profeta Maometto ordinò di fare a un giovane, invece di unirsi a una campagna militare (narrato da Bukhari, Muslim, Abu Dawud al-Sijistani, al-Tirmidhi e al-Nasa'i).
Il significato più letterale di jihad è semplicemente "sforzo" e così è talvolta soprannominato lo "jihad interiore". Lo "jihad interiore" si riferisce essenzialmente a tutti gli sforzi che un musulmano potrebbe affrontare aderendo alla religione.

La tradizione di identificare lo sforzo interiore come grande jihad (cioè, non militare) pare essere stato profondamente influenzato dal sufismo, un movimento mistico interno all'Islam antico e diversificato.

Sia per i musulmani, sia per i non musulmani gli attacchi dei militanti sotto l'egida dello jihad possono essere percepiti come atti di terrorismo. Due gruppi islamisti si chiamano "jihad islamico": l'Egyptian Islamic Jihad e il Palestinian Islamic Jihad. I fiancheggiatori di questi gruppi percepiscono una giustificazione religiosa forte per un'interpretazione militante del termine jihad quale risposta adeguata all'occupazione israeliana della Cisgiordania (o "West Bank", all'inglese) e della Striscia di Gaza.



I musulmani credono che un posto in Paradiso (Ganna) sia assicurato a colui che muore come parte in lotta contro l'oppressione in qualità di shahid (martire, cioè testimone). Descrizioni del Paradiso, nell'Islam come nel Cristianesimo, sono intrinsecamente problematiche. Considerazioni negli hadith e nel Corano circa le ricompense spettanti allo shahid — i settantadue "puri spiriti" conosciuti come Huri, i fiumi che scorrono, l'abbondanza di freschi frutti — possono, a seconda delle prospettive, essere considerati realtà letterali o metafore per un'esperienza trascendente l'umana espressione.

Anche qualora la morte di un martire in un'operazione militare sia sicura, gli islamisti militanti considerano l'atto un martirio anziché un suicidio. Qualora musulmani non combattenti periscano in tali operazioni militari, i militanti considerano queste persone shahid, anch'essi con un posto assicurato in paradiso. Stando a questa concezione, solo il nemico kafir, o i miscredenti, ricevono danno dalle operazioni di martirio. La maggioranza degli eruditi islamici rigetta questa interpretazione. Il suicidio è un peccato nell'Islam. La dottrina maggioritaria degli studiosi discorda dall'approccio militante islamista in materia, e ritiene che le operazioni di martirio siano equivalenti al peccato di suicidio, che uccidere civili sia un peccato e che la Sunna (il costume, la "Retta Via") non permetta né l'uno né l'altro. Per questi studiosi, e per la vasta maggioranza dei musulmani, né le missioni suicide né gli attacchi ai civili sono considerati legittime conseguenze dello jihad.

Praticamente tutti i musulmani, tuttavia, ritengono che la legittima difesa dell'Islam comporti ricompense nell'Altra Vita.
Le organizzazioni militanti islamiste non costituiscono uno Stato autonomo o un'autorità di fatto; nondimeno esse considerano i bersagli economici come obiettivi militari, citando come prova le numerose incursioni carovaniere. Resta il fatto, comunque, che la tradizione islamica più antica proibisce espressamente di attaccare donne, bambini, anziani ed edifici civili nel corso di una campagna militare. Il Corano, l'indiscutibile fonte di autorità nell'Islam, vieta l'uccisione di innocenti. Tuttavia, il divieto di uccidere non è assoluto, poiché viene posta una condizione:

« Chiunque uccida una persona – a meno che essa non stia per uccidere una persona o per creare disordine sulla Terra – sarà come se uccidesse l'intera umanità; e chiunque salvi una vita, sarà come se avrà salvato la vita di tutta l'umanità. »
(Corano (5:32))
In base a questo verso del Corano, se un essere umano non ha ucciso un'altra persona o creato conflitto o disordine nel mondo è da considerarsi innocente. Ucciderlo sarebbe l'equivalente di un massacro dell'intera razza umana, un delitto inconcepibilmente barbaro e un peccato enorme. Per una parte dei musulmani questo verso è decisamente abbastanza chiaro da togliere ogni dubbio o ambiguità sul rango morale degli attacchi contro civili.

La maggioranza dei musulmani considera la lotta armata contro l'occupazione straniera o l'oppressione da parte di un governo interno degne di jihad difensivo. In effetti, sembra che il Corano richieda la difesa militare della comunità islamica assediata.

In epoca coloniale le popolazioni musulmane insorsero contro le autorità coloniali sotto la bandiera dello jihad (gli esempi includono il Daghestan, la Cecenia, la rivolta indiana contro la Gran Bretagna (moti indiani del 1857, altrimenti chiamati dai britannici mutiny, cui peraltro parteciparono in maggioranza gli Hindu) e la guerra d'indipendenza algerina contro la Francia). In questo senso, lo jihad difensivo non è diverso dal diritto di resistenza armata contro l'occupazione, che è riconosciuto dall'ONU e dal diritto internazionale.

La tradizione islamica ritiene che quando i musulmani vengono attaccati diventi obbligatorio per tutti i musulmani difendersi dall'attacco, partecipare allo jihad. Quando l'Unione Sovietica invase l'Afghanistan nel 1979, l'eminente militante islamico Abd Allah Yusuf al-Azzam (che influenzò in modo determinante Ayman al-Zawahiri e Usama bin Laden) emise una fatwa chiamata, Difesa delle terre islamiche, il primo dovere secondo la Legge, dichiarando che tanto la lotta afghana quanto quella palestinese erano jihad nelle quali l'azione militare contro i kuffar (miscredenti) sarebbe stata far? ?ayn (obbligo personale) per tutti i musulmani. L'editto fu appoggiato dal Gran Mufti dell'Arabia Saudita, Abd al-Aziz Bin Bazz.

Lo Jihad offensivo è l'intraprendere una guerra di aggressione e conquista contro i non-musulmani al fine di sottomettere questi e i loro territori al dominio islamico. Secondo numerose interpretazioni tra cui la Encylopedia of the Orient, "il jihad offensivo, cioè l'aggressione, è pienamente ammesso dall'islam sunnita", ma al contrario del jihad difensivo non vi è alcun obbligo di partecipazione da parte dei singoli fedeli musulmani, ma solo della comunità islamica nel suo insieme.

Il Corano usa il termine "jihad" solo quattro volte, nessuna delle quali fa riferimento alla lotta armata. Come tale, l'uso della parola jihad in riferimento alla guerra canonica islamica, fu un'invenzione posteriore dei musulmani. Tuttavia, il concetto di guerra legale islamica non fu a sua volta un'invenzione posteriore, e il Corano contiene passaggi che si riferiscono a specifici eventi storici e che possono chiarire la teoria e la pratica dalla lotta armata (qital) per i musulmani.

In questo senso è decisivo il passo 193 della Sura II, nel quale compare la parola "fitna" (arabo "prova"), che in arabo ha un significato molto ampio, che include sia la ribellione che il vizio, nei confronti di Allah e delle sue creature.

Come era pratica comune nel Medioevo, l'Islam in effetti considera i prigionieri di guerra un bottino. Quando Maometto e i suoi eserciti risultavano vittoriosi in battaglia, i prigionieri di guerra maschi o venivano restituiti alle tribù dietro riscatto, o scambiati con prigionieri di guerra musulmani, oppure venduti come schiavi, com'era costume dell'epoca. Anche le donne e i bambini catturati e fatti prigionieri correvano il rischio di cadere in schiavitù, benché la conversione all'Islam fosse una strada per ottenere la libertà.

Il trattamento di prigionieri di guerra ai tempi di Maometto in persona sembra fosse decisamente più umano di quello riservato dalle generazioni successive della dirigenza islamica. Dopo la battaglia di Badr, ai restanti furono date le seguenti opzioni: o di convertirsi all'Islam e guadagnare così la libertà, o di pagare il riscatto e guadagnare la libertà, o di insegnare a leggere e a scrivere a 10 musulmani e guadagnare così la libertà. Anche l'orientalista William Muir, non propriamente amichevole verso l'Islam, ha scritto quanto segue:

« A seguito delle decisioni di Maometto, i cittadini di Medina e coloro tra i rifugiati che possedevano case ricevettero i prigionieri e li trattarono con molta considerazione. "Siano benedetti gli uomini di Medina", disse uno dei prigionieri in epoca successiva, "ci hanno fatto cavalcare mentre essi camminavano, ci hanno dato pane lievitato quando ce n'era poco, mentre loro si accontentavano di datteri". »
(William Muir)

Con il termine jihadismo si fa tradizionalmente riferimento al macrofenomeno del fondamentalismo islamico che, attraverso una multiforme costellazione di soggetti e raggruppamenti, promuove il ‘jihad’ contro coloro che a vario titolo sono considerati infedeli. Tale prospettiva – che ha avuto modo di consolidarsi con particolare forza dopo gli attentati alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 – riconduce pertanto il jihad ad una dimensione conflittuale spesso marcatamente brutale e violenta, che funge da base ideologica per il terrorismo di matrice islamica e che, grazie anche ad una propaganda particolarmente efficace, ha attratto nell’ultimo decennio migliaia di nuovi adepti.

Nonostante la sua rilevanza, al di fuori del mondo islamico il tema del jihad è rimasto a lungo appannaggio esclusivo degli studiosi. La familiarità dell’opinione pubblica occidentale – per lo meno sotto il profilo mediatico - con il jihad e con il fenomeno del jihadismo è infatti da considerarsi recente, e in gran parte riconducibile agli sviluppi storici e geopolitici successivi agli eventi dell’11 settembre 2001, quando l’Occidente colpito nei suoi massimi simboli economici (New York e le Torri Gemelle) e militari (il Pentagono a Washington) ha scoperto al suo interno una inattesa quanto preoccupante vulnerabilità. Dai richiami al jihad contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979, gli Stati Uniti trassero indiscutibili vantaggi nell’ambito del conflitto bipolare; ma furono proprio quei proclami formulati da studiosi quali Abdullah Yusuf Azzam – lo stesso che nell’aprile del 1988 scrisse dello sviluppo di un’avanguardia come solida base (al-Qaida al-Subah) per costruire la società islamica anticipando la nascita di al-Qaida – a colpire gli USA nel 2001. Gli attentati al World Trade Center nel 1993, l’uccisione di decine di turisti occidentali a Luxor nel 1997 e gli attacchi alle ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania nel 1998 avevano già messo in evidenza la sensibilità degli obiettivi riconducibili all’Occidente, e risale al 1998 la celebre fatwa in cui Osama bin Laden affermava che l’uccisione degli americani e dei loro alleati fosse un dovere per ogni musulmano. Furono tuttavia i fatti eclatanti dell’11 settembre a condurre alla percezione del terrorismo di matrice jihadista come fenomeno globale, e di rimando ad una pressoché immediata sovrapposizione concettuale di jihad e terrorismo nelle società occidentali. Similmente, la ‘guerra al terrore’ avviata dall’amministrazione di George W. Bush con l’offensiva contro il regime talebano afghano reo di proteggere Osama bin Laden, è stata accompagnata da una retorica polarizzante che, nella misura in cui tendeva a separare in modo netto il bene dal male, ha contribuito ad alimentare la percezione del conflitto come una dichiarazione di guerra contro i musulmani, percezione meno nitida nel caso afghano ma cresciuta esponenzialmente con la campagna irachena iniziata nel 2003. Sotto il profilo sociologico, una interessante tesi tende ad evidenziare come l’identificazione dell’Occidente quale nemico dell’Islam possa essere ricondotta ad un netto rifiuto della sua cultura e del ‘carico di modernità’ che la accompagna, portatore di una secolarizzazione incompatibile con le sacre verità della legge islamica; al tempo stesso, la globalizzazione è intesa come strumento di un nuovo imperialismo occidentale che mira ad esercitare il suo controllo sul dar-al-Islam.

È altresì evidente però che i precipitati della globalizzazione sono stati funzionali alla diffusione della propaganda jihadista: grazie ad un efficace uso delle nuove tecnologie e dei media, il messaggio è stato infatti trasmesso su scala globale favorendo la crescita del sostegno alla causa; inoltre, la divulgazione delle immagini delle torture commesse dagli uomini della coalizione USA ad Abu Ghraib nel corso della guerra in Iraq, ha alimentato in alcuni ambienti l’idea dell’Occidente oppressore e rafforzato l’ostilità nei suoi confronti.

Inquadrare la galassia delle forze di ispirazione jihadista esclusivamente nella prospettiva di una lotta globale contro l’Occidente sotto una struttura di comando centralizzata indicata come al-Qaida, non renderebbe tuttavia conto della complessità del fenomeno, ulteriormente accentuatasi negli ultimi anni. Proprio in riferimento ad al-Qaida, si è tradizionalmente utilizzato il concetto di network, ad indicare una struttura ramificata che non si esauriva esclusivamente nelle aree dell’Afghanistan e del Pakistan. Sui collegamenti tra ‘centro’ e ‘periferia’, sulla forza dei vincoli di affiliazione delle diverse cellule e sull’eventuale autonomia di azione di tali unità rispetto al ‘centro’ si è spesso discusso, senza peraltro giungere a risposte univoche. Il nucleo originario di al-Qaida ha subito nel corso della guerra al terrore perdite di una certa rilevanza, su tutte quella di Osama bin Laden ucciso nel corso del blitz di Abbottabad (Pakistan) nel maggio del 2011; cionondimeno le diverse ramificazioni di quello che viene identificato come il network qaidista hanno comunque dimostrato di essere operative. È il caso di al-Qaida nella Penisola Araba (AQAP), gruppo costituitosi ufficialmente nel gennaio del 2009 e responsabile di numerosi attacchi nello Yemen senza dimenticare il grande nemico americano, come dimostra il fallito attentato del 25 dicembre 2009 sul volo 253 della Northwest Airlines da Amsterdam a Detroit; o ancora di al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM), le cui origini sarebbero rinvenibili nella guerra civile algerina degli anni ’90 e che nel 2007 assunse tale denominazione per sancire ufficialmente la sua affiliazione ad al-Qaida. Un’organizzazione prevalentemente attiva in Algeria, Mauritania, Niger e Mali, paese quest’ultimo nel quale è stata tra i protagonisti di un conflitto destabilizzante tra il 2012 e il 2013 che ha allarmato l’Europa e in particolare Parigi, timorose della nascita di un santuario jihadista con il mirino puntato verso il Vecchio Continente. In Mali opera anche il Movimento per l’Unicità e il Jihad nell’Africa Occidentale (MUJAO), nato da una costola di AQIM e interessato ad espandere l’azione jihadista nell’Africa Occidentale. C’è poi il fronte del Corno d’Africa, dove operano i miliziani di al-Shabaab che terrorizzano la Somalia e hanno realizzato attentati anche in Uganda e in Kenya, tra cui quello al Westgate Mall di Nairobi nel settembre 2013.

AQIM, al-Shabaab, AQAP e la stessa al-Qaida avrebbero inoltre avuto contatti con Boko Haram – che in lingua hausa significa ‘l’educazione occidentale è peccaminosa’ - organizzazione terroristica nata nel 2002, attiva in Nigeria (ma ha anche sconfinato in Camerun) e il cui nome ufficiale è Jama'atu Ahlis Sunna Lidda'Awati Wal-Jihad, che vuol dire ‘Popolo per la Propagazione degli Insegnamenti del Profeta e del Jihad’.

La causa jihadista interessa anche la regione nord-caucasica controllata dalla Russia: l’Emirato del Caucaso è riconosciuto come organizzazione terroristica sia da Mosca che da Washington, ha cooperato con al-Qaida e segue con particolare interesse le evoluzioni del non lontano teatro di guerra siriano, in cui interessanti orizzonti si sono aperti per il jihad. Proprio nel contesto siriano - e in quello del vicino Iraq - si sono registrati preoccupanti sviluppi. In Siria, attratti dal messaggio diffuso dai predicatori, migliaia di volontari da ogni parte del mondo. In Siria, attratti dal messaggio diffuso dai predicatori, migliaia di volontari da ogni parte del mondo – tra cui moltissimi europei – combattono il jihad contro il regime del dittatore alawita Bashar al-Assad: non più dunque la guerra contro il ‘nemico lontano’ americano e occidentale, ma quella sunnita contro il ‘nemico vicino’. Nella complessa costellazione delle forze attive in Siria, si è distinta per l’efficacia delle sue azioni Jabhat al-Nusra, anch’essa affiliata ad al-Qaida ed inserita dagli USA – pure apertamente ostili al regime di Damasco – tra le organizzazioni terroristiche a fine 2012. Nell’aprile del 2013 giunse l’annuncio della sua fusione con il gruppo iracheno dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS), stabilitosi nel 2006 come successore di al-Qaida in Iraq e poi allargatosi alla Siria con la guerra civile: a dare la notizia fu il leader dell’ISIS Abu Bakr al-Baghdadi, ma Jabhat al-Nusra, pur confermando l’esistenza di rapporti tra le due forze, ribadì la sua fedeltà ad al-Qaida e alla causa siriana. L’ISIS ha tuttavia proseguito con le sue iniziative, estendendo la sua influenza su territori sempre più vasti e sconfiggendo più volte il debole esercito di un Iraq profondamente diviso dalle politiche settarie del premier sciita Nuri al-Maliki, fino alla proclamazione del califfato islamico a cavallo tra lo Stato iracheno e la Siria. I nuovi scenari mettono in guardia l’Occidente e i vicini medio orientali, preoccupati dall’avanzata di un gruppo – che si è ribattezzato semplicemente Stato Islamico (IS) – che ai proclami del jihad accompagna un progetto politico ben più definito che in passato, mirante ad incidere nel tessuto dello status quo geopolitico della regione. Un’avanzata che ha costretto i cristiani alla fuga e in cui centinaia di yazidi considerati ‘adoratori di Satana’ sono stati massacrati. Ai raid degli USA cominciati nell’agosto del 2014, l’IS ha risposto con la decapitazione degli ostaggi statunitensi James Foley e Steven Sotloff, all’annuncio del sostegno britannico ai peshmerga curdi in funzione anti-Stato Islamico, l’organizzazione ha reagito con l’uccisione di David Cawthorne Haines; in Algeria la formazione Jund al-Khilafah ha rotto con al-Qaida giurando fedeltà al califfo al-Baghdadi e uccidendo il 24 settembre l’ostaggio francese Hérve Gourdel; nelle Filippine è stata Abu Sayyaf a minacciare l’uccisione di due tedeschi. E mentre al-Qaida appare più debole, sempre più formazioni uniscono la loro causa a quella del califfato, un polo di riferimento di giorno in giorno più importante per la galassia jihadista. A inizio settembre 2014, al-Zawahiri ha rilanciato con l’annuncio della nascita di un ramo di al-Qaida nel Subcontinente indiano, che dovrebbe agire dall’India fino al Myanmar: secondo gli esperti, anche un messaggio allo Stato Islamico rispetto a cui al-Qaida ha perso terreno. Nel 2015 l’IS si è ulteriormente rafforzato, grazie alla propaganda e all’utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione. Non solo gli uomini del califfato hanno continuato a decapitare i prigionieri e a pubblicare le esecuzioni sul web, ma tra le loro file è andato crescendo il numero dei foreign fighters, combattenti stranieri che in diversi casi sono risultati cittadini europei o statunitensi e il cui ipotetico ritorno entro i confini dei paesi di provenienza non lascia tranquille le cancellerie occidentali. I timori dell’Occidente sono inoltre aumentati all’indomani degli attentati di Parigi di inizio gennaio 2015, con l’assalto alla redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo – questo rivendicato tuttavia da AQAP – e l’attentato al supermercato kosher da parte di Amedy Coulibaly, appartenente all’IS. L'attentato più grave degli ultimi anni è avvenuto nuovamente a Parigi il 13 novembre dello stesso anno, rivendicato dall'IS, dove i morti e i feriti sono stati centinaia, in cui sono state colpite simultaneamente varie sedi della società civile, come lo stadio e il teatro Bataclan, simboli della libertà occidentale. L’Europa guarda inoltre con crescente preoccupazione alla sponda Sud del Mediterraneo, verso la Libia, dove miliziani affiliati allo Stato islamico hanno trovato importanti spazi d’azione sfruttando la cronica instabilità politica del paese.

La galassia jihadista e i paradigmi del jihadismo paiono dunque in via di rimodulazione e ridefinizione, adattandosi alle contingenze geopolitiche e modificandole allo stesso tempo.



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mercoledì 25 novembre 2015

CAPTAGON

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La pillola di captagon era stata sviluppata nel 1937 dal medico Fritz Hauschild, rimasto colpito dagli straordinari effetti delle benzedrine sugli atleti americani che avevano partecipato alle Olimpiadi di Berlino nel 1936. All'inizio della Seconda Guerra Mondiale veniva distribuita ai soldati dai medici militari. Secondo Der Spiegel, più di 35 milioni di dosi di Pervitin da 3 milligrammi furono confezionate per le forze di terra e aeree tedesche tra l'aprile e il luglio 1940. Per i loro uso massiccio sui tank tedeschi e austriaci le tavolette di Pervitin furono soprannominate Panzerschokolade, "cioccolato per carri armati".

La fenetillina è stata sintetizzata per la prima volta nel 1961 dalla tedesca Degussa AG e di lì utilizzata per circa 25 anni come farmaco alternativo più blando rispetto all'amfetamina e ai composti derivati. Nonostante non ci fosse indicazioni ufficiali, veniva utilizzata nel trattamento dei "bambini ipercinetici" (ora diagnosticabili con ADHD) e, meno comunemente, della narcolessia e della depressione. Le sue capacità ne fanno un prodotto dopante. Nel 2004 il Bild riportò che nella finale del Campionato mondiale di calcio 1954 alcuni giocatori tedeschi si sarebbero giovati dell'uso di droghe al Captagon.

Uno dei principali vantaggi di questo farmaco era rappresentato dal fatto che non causava un aumento della pressione sanguigna significativo come quello dell'amfetamina, quindi poteva essere impiegato su pazienti con problemi cardiovascolari. La fenetillina era ritenuta provocare minori effetti collaterali e minore dipendenza dell'amfetamina, finché nel 1981 negli Stati Uniti non venne inserita in una lista di sostanze sotto osservazione, prima, e poi nel 1986 l'Organizzazione Mondiale della Sanità la segnalò nella Convenzione sulle Sostanze Psicotrope, anche se la reale incidenza dell'abuso di fenetillina fosse abbastanza modesta all'epoca.

L'abuso di fenitillina sottoforma di Captagon è diffuso nei paesi arabi e, nonostante la sua illegalità, versioni contraffatte di questo farmarco continuano a essere disponibili. Molte delle pillole contraffatte di "Captagon" contengono in realtà altri derivati amfetaminici più facili da sintetizzare, ma vengono confezionati per richiamare le pillole di Captagon. Alcuni campioni di queste pillole hanno mostrato di contenere fenitillina, in seguito alle analisi, suggerendo che una produzione illegale di questo farmaco abbia comunque luogo. Mescolata a caffeina, è utilizzata da gruppi antigovernativi durante la guerra civile siriana. Infatti, fino al 2011, i principali centri di produzione sono stati la Libia e il Libano. Dopo lo scoppio della guerra civile, la Siria ne è diventato il primo produttore: viene prodotta localmente con un processo semplice ed economico. Secondo fonti locali, i gruppi militanti esportano la droga in cambio di armi e contanti.

L'organismo metabolizza la fenetillina scomponendola in amfetamina (24,5% della dose orale) e teofillina (13,7% della dose orale), entrambe le quali sono esse stesse psicostimolanti. Gli effetti fisiologici della fenetillina quindi risultano dalla combinazione di tutti e tre i composti.

Con il Captagon i miliziani dello Stato Islamico hanno trovato il modo di essere temerari, spesso oltre ogni morale.

Le anfetamine usate dai terroristi dell'Isis sono solo le ultime di una lunga serie di sostanze usate in guerra per togliere le inibizioni, sconfiggere la paura, sopportare la fatica e innalzare la soglia del dolore. Dai nazisti ai soldati vichinghi, passando per Vietnam e Afghanistan, la tragica storia della chimica al fronte.

La "droga della Jihad" come è stata soprannominata, è un cloridrato di fenetillina, un composto di anfetamina e altre sostanze stimolanti da decenni diffuso nei Paesi del Golfo, e ora diffusosi in modo capillare tra chi combatte la "Guerra Santa".

Perdita di giudizio, resistenza alla fatica, euforia e abbandono di ogni inibizione sono tra gli effetti delle pasticche, vendute dai 5 ai 20 dollari a dose. Chi le assume può non mangiare o dormire per giorni, ed è pervaso da un senso di onnipotenza che fa sentire invincibili. Siringhe con tracce di Captagon - si può anche iniettare - sono state trovate nella casa di uno degli attentatori di Parigi e la stessa droga era nel sangue di uno dei terroristi di Sousse, Tunisia. Ma quella tra guerre e droghe è un'associazione ricorsa più volte negli anni bui dell'ultimo secolo.



Di anfetamine fecero largo uso, per esempio, i soldati di Hitler. Quando il 14 maggio 1940, dopo solo 4 giorni, le truppe dell'armata nazista conquistarono l'Olanda, fu determinante la loro capacità di combattere senza sosta, giorno e notte, senza dormire. Secondo quanto sostenuto da Norman Ohler nel recente saggio Der totale Rausch ("La totale euforia"), questa resistenza sarebbe stata garantita dal Pervitin, un "farmaco militarmente prezioso" usato regolarmente anche dal generale Rommel e dallo stesso Hitler.

Di metanfetamine si servì, tra il 1939 e il 1945, l'esercito giapponese, che nel dopoguerra avrebbe pagato cari gli effetti dell'abuso di queste sostanze.

Ne utilizzarono, per sopportare estenuanti sessioni di volo, anche gli alleati. Gli statunitensi le impiegarono anche per un motivo psicologico: non volevano che i propri piloti si sentissero svantaggiati rispetto ai tedeschi. Tuttavia il ricorso alle anfetamine non fu indolore: i piloti alleati accusarono effetti collaterali come forte irritabilità e incapacità di incanalare la concentrazione. Molti militari diventarono dipendenti da queste sostanze e continuarono ad abusarne anche a guerra finita.

Durante il conflitto in Vietnam (1955-1975), l'abuso di eroina, marijuana e altre droghe divenne talmente comune tra i soldati americani che il 10-15% delle sviluppò una qualche forma di dipendenza e il Presidente Nixon si vide costretto a finanziare la prima grande espansione di programmi per il trattamento delle tossicodipendenze.

La lista continua fino ai giorni nostri. Un farmaco stimolante creato per curare la narcolessia e inserito nella lista "proibita" delle sostanze dopanti - il Modafinil - è attualmente testato su soldati di varie nazionalità per prolungare il numero di ore di veglia delle truppe (si arriva a 48 ore senza dormire). Fu dato per la prima volta ai piloti dell'Air Force americana nel 2003 in occasione dell'invasione in Iraq e si lavora ora alla struttura della molecola per prolungare ulteriormente la capacità di rimanere svegli.

L'utilizzo di anfetamine tra i soldati americani in Afghanistan è invece emerso, per esempio, con l'incidente della Tarnak farm, nel 2002, quando il pilota di un F-16 statunitense, forse sotto anfetamine, uccise con fuoco amico quattro soldati canadesi.

Non che l'utilizzo di sostanze psicoattive in battaglia sia prerogativa dell'epoca moderna. Molti secoli prima dell'avvento delle droghe sintetiche, i soldati greci e romani preferivano lanciarsi contro le schiere nemiche non ubriachi, ma comunque brilli, per innalzare la soglia del dolore e inibire la paura (l'usanza di miscelare vino all'acqua della borraccia sarebbe stata mantenuta dai soldati francesi fino agli anni '30 del Novecento).

Prima della battaglia i Berserkir, feroci guerrieri vichinghi votati al dio supremo della guerra Odino, entravano in una sorta di trance che li rendeva particolarmente feroci e insensibili al dolore. Credendosi invulnerabili, si lanciavano sul nemico vestiti di sole pelli, forse sotto effetto di droghe.

La stessa fiera esaltazione guidava gli hashshashin, la principale setta degli ismailiti, una corrente dell'Islam sciita, contro cui combatterono i Crociati nel 1200. Sembra che il loro nome, da cui deriva il termine "assassini", venga dal plurale arabo al-Hashishiyyun, "coloro che sono dediti all'hashish" (ma non tutti concordano con questa etimologia).
 
I guerrieri Inca masticavano foglie di coca per restare svegli; allo stesso scopo, due secoli fa, i soldati Prussiani assumevano cocaina (la consuetudine sarebbe rimasta anche in seguito, con caffeina e nicotina ad aggiungersi al cocktail). E l'elenco potrebbe continuare di cultura in cultura, di sostanza in sostanza, con effetti analoghi e sempre le stesse, tragiche conseguenze.

Ad attacco compiuto, stare svegli e vigili non serviva più: allora si ricorreva alle droghe per sopportare il dolore di perdite, ferite e amputazioni. Tra il '700 e il '900, la morfina fu ampiamente usata per curare le ferite da arma da fuoco e persino la dissenteria tra i soldati impegnati in battaglia. Tanto che dopo la Guerra Civile americana, si coniò l'espressione "soldier's disease" o "Army disease" per indicare la dipendenza da questa sostanza.
 La fenetillina (nota anche come amfetaminoetilteofillina o amfetillina) è un composto derivato dal legame (tramite ponte etile) tra amfetamina e teofillina, per entrambe le quali funge da profarmaco. La fenitillina viene commercializzata in qualità di psicostimolante sotto il nome di Captagon, Biocapton e Fitton.



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lunedì 16 novembre 2015

ISIS

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« Noi crediamo ciecamente in Dio noi ci batteremo per liberare i prigionieri dalle manette per porre fine all'oppressione alla quale i sunniti sono stati sottoposti dai malvagi sciiti e dalle crociate occupanti, di assistere gli oppressi e ripristinare i loro diritti anche a costo della nostre stesse vite  per far diventare la parola di Dio suprema nel mondo e ripristinare la gloria dell'Islam. »
Stato Islamico dell'Iraq (ISI) (2006–2013)

ISIS è la sigla per Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, conosciuto anche col nome di Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isil), anche se la seconda formula è meno diffusa.

Il califfato comprende un territorio tra Siria e Iraq, che parte dalla città di Aleppo e si estende fino alla regione di Diyala.

Abu Bakr al-Baghdadi si è autoproclamato califfo dello Stato Islamico. Il suo vero nome è Awad Ibrahim al-Badri, è nato a Samarra, a nord di Baghdad, il 1° Luglio 1971 ed è diventato dottore in teologia islamica nel 2007.

Il califfo nel mondo islamico è colui che è considerato il successore di Maometto e riveste il ruolo di guida politica e spirituale della comunità islamica mondiale.

Prima di tale proclamazione, il gruppo si faceva chiamare Stato Islamico dell'Iraq e Siria, o ISIS, perfetto corrispettivo dell'inglese Islamic State of Iraq and Syria, o Islamic State of Iraq and al-Sham, ossia Stato Islamico dell'Iraq e del Levante (abbreviato ISIL, se riferito all'equivalente espressione Islamic State of Iraq and the Levant).

Le origini del gruppo risalgono ad "al-Qaida in Iraq" (2004-2006), poi rinominata "Stato Islamico dell'Iraq" (2006-2013), fondata da Abu Mus'ab al-Zarqawi nel 2004 per combattere l’occupazione americana dell’Iraq e il governo iracheno sciita sostenuto dagli USA dopo il rovesciamento di Saddam Hussein. A partire dal 2012 lo Stato Islamico dell’Iraq è intervenuto nella guerra civile siriana contro il governo di Baššar al-Asad e nel 2013, avendo conquistato una parte del territorio siriano e scelto come propria capitale Raqqa, ha cambiato nome in Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS).

Nel 2014 l'ISIS ha espanso il proprio controllo in territorio iracheno (con la presa in giugno di Mossul), proclamando la nascita del "califfato" il 29 giugno 2014. Le rapide conquiste territoriali dell’ISIS hanno finito per attirare la preoccupazione della comunità internazionale, spingendo gli Stati Uniti d'America e altri Stati occidentali e arabi a intervenire militarmente contro l’ISIS con bombardamenti aerei in Iraq da agosto 2014 e in Siria da settembre 2014.

Dapprima alleato di al-Qaida, rappresentata in Siria dal Fronte al-Nusra, l'ISIS se ne è definitivamente distaccato nel febbraio 2014, diventandone il principale concorrente per il primato nel jihad globale. Così, a partire da ottobre 2014, altri gruppi jihadisti esterni all’Iraq e alla Siria hanno dichiarato la loro affiliazione all'ISIS, assumendo il nome di "province" (wilayat) dello Stato Islamico: tra queste, si sono particolarmente distinte per le loro attività la provincia del Sinai, attiva nella regione egiziana del Sinai, e le province libiche di Barqa e di Tripoli, che, nel contesto della seconda guerra civile libica, controllano alcune città in Libia.

L'ONU e alcuni singoli Stati hanno esplicitamente fatto riferimento allo Stato Islamico come a un'organizzazione terroristica, così come i mezzi d'informazione in tutto il mondo.

Nel maggio del 2003, in Iraq, Paul Bremer, governatore civile dell'Iraq occupato dalle forze americane, dopo l'abbattimento del regime sunnita di Saddam Hussein, emanò un decreto che prevedeva lo scioglimento dell’esercito iracheno. Improvvisamente 400.000 soldati dello sconfitto esercito iracheno furono esclusi da incarichi militari e fu negato loro il trattamento pensionistico. Da questo evento, numerosi ex-militari cominciarono a imbracciare le armi e a combattere contro gli statunitensi e contro il nuovo governo sciita iracheno da essi voluto, cominciando a organizzarsi in gruppi di combattimento e a coordinarsi per riconquistare il potere in Iraq.

Questo gruppo di scontenti formò nel 2004 la Jamaat al-Tawid wa l-jihad, JTJ (Organizzazione del Tawid e del Jihad). Nell'ottobre dello stesso anno, il capogruppo, Abu Mus'ab al-Zarqawi, giurò fedeltà a Osama bin Laden e cambiò il nome dello stesso in Tanim Qaidat al-jihad fi Bilad al-Rafidayn, ossia “Organizzazione della Base del jihad nel Paese dei due Fiumi” (con riferimento alla Mesopotamia), meglio conosciuto come "al-Qaida in Iraq" (AQI), un nome che non è mai stato usato dal gruppo, ma con cui sono state spesso descritte le sue varie incarnazioni.

L'organizzazione, con un intento soprattutto propagandistico, cambiò nuovamente il proprio nome nel gennaio del 2006, questa volta in "Mujahidin del Consiglio della Shura". Il 12 ottobre 2006 il gruppo "Mujahidin del Consiglio della Shura" si unì ad altre quattro fazioni ribelli e il giorno seguente venne annunciata la fondazione del Dawlat al-Iraq al-Islamiyya (Stato islamico dell'Iraq, ISI).

Il 9 aprile 2013, dopo essersi ampliato all'interno della Siria, il gruppo adottò il nome di "Stato Islamico dell'Iraq e del Levante", conosciuto anche come "Stato Islamico dell'Iraq e di al-Sham" o "Stato Islamico dell'Iraq e della Siria", ma anche con le forme abbreviate al-Dawla (Lo Stato) e o al-Dawla al-Islamiyya (Lo Stato Islamico). Il nome viene abbreviato in ISIS o ISIL.

Il 14 maggio 2014 il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha annunciato la sua decisione di usare Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL) come nome di principale del gruppo.

In seguito alla seconda guerra del Golfo, lo jihadista salafita giordano Abu Mus'ab al-Zarqawi e il suo gruppo di militanti della Jamaat al-tawid wa l-jihad, fondata nel 1999, raggiunse la notorietà nelle prime fasi della guerriglia irachena, non solo attaccando le forze della Coalizione ma anche con attacchi suicidi nei confronti di obiettivi civili e decapitando ostaggi. Il gruppo di al-Zarqawi, crescendo in forze, attrasse nuovi combattenti e nell'ottobre del 2004 si alleò ufficialmente con la rete di al-Qaida di Osama bin Laden, cambiando il proprio nome in Tanim qaidat al-jihad fi Bilad al-rafidayn ("Organizzazione della base del jihad nel Paese dei due fiumi", ossia la Mesopotamia), anche conosciuta come al-Qaida in Iraq (AQI).



Gli attacchi contro i civili, il governo iracheno e le forze di sicurezza aumentarono nei successivi due anni. In una lettera ad al-Zarqawi del luglio 2005 Ayman al-Zawahiri delineò un piano in quattro fasi per espandere la guerra in Iraq: espellere le forze statunitensi dall'Iraq, stabilire un'autorità islamica (un emirato), espandere il conflitto ai vicini laici dell'Iraq e ingaggiare un conflitto arabo-israeliano. Nel gennaio del 2006 AQI unì vari gruppi ribelli iracheni più piccoli in un'organizzazione chiamata "Mujahidin del Consiglio della Shura".

Questo fu soprattutto un atto propagandistico e un tentativo di dare al gruppo un sapore più iracheno, e forse di allontanare al-Qaida da al-Zarqawi, colpevole di aver commesso alcuni errori tattici, come gli attentati terroristici di Amman nel 2005, nel quale vennero colpiti tre alberghi. La rottura definitiva fra i due gruppi avverrà però solo nel 2013. Il 7 giugno del 2006 al-Zarqawi venne ucciso in un bombardamento statunitense e gli succedette come capo dell'AQI il militante egiziano Abu Ayyub al-Masri.

Il 12 ottobre del 2006 venne annunciata la fondazione del Dawlat al-Iraq al-Islamiyya (Stato islamico dell'Iraq, ISI), comprendente i sei governatorati più sunniti dell'Iraq, e Abu Omar al-Baghdadi si autoproclamò comandante, ma di fatto era solamente un prestanome, dato che il potere era detenuto dall'egiziano Abu Ayyub al-Mari, a cui venne dato il titolo di ministro della guerra all'interno del governo dell'ISI, che era composto da dieci elementi. La dichiarazione incontrò la critica ostile degli altri gruppi rivali dell'ISI in Iraq e dei principali ideologi al di fuori dal paese.

Secondo uno studio dei servizi segreti statunitensi all'inizio del 2007 lo Stato Islamico aveva pianificato di sottrarre potere nell'area centrale e occidentale del paese e trasformarle in un califfato. Negli ultimi mesi del 2007 gli attacchi violenti e indiscriminati dell'ISI contro civili iracheni avevano gravemente danneggiato l'immagine del gruppo e causato una perdita di sostegno da parte della popolazione, causandone un maggior isolamento. Molti ex guerriglieri sunniti che precedentemente avevano lavorato con lo Stato Islamico cominciarono a lavorare con le forze americane.

Le truppe statunitensi fornirono nuovo personale per le operazioni contro lo Stato Islamico, e ciò permise di catturare o uccidere molti membri di alto livello del gruppo. al-Qaida sembrava aver perso il suo punto d'appoggio in Iraq e appariva seriamente menomata. Durante il 2008 una serie di offensive statunitensi e irachene riuscì a scacciare i ribelli pro-Stato Islamico dai loro rifugi sicuri (come i governatorati di Diyala e al-Anbar e l'assediata capitale Baghdad) verso l'area della città di Mossul, nel nord del paese, l'ultimo dei grossi campi di battaglia della guerra irachena. Nel 2008 l'ISI si descrive come in uno stato di “straordinaria crisi” ascrivibile a vari fattori, in particolare ai Figli dell'Iraq, una coalizione tribale irachena inizialmente sostenuta dagli Stati Uniti.

Nel 2009 il futuro comandante dell'ISIS, Abu Bakr al-Baghdadi venne rilasciato dal campo di detenzione americano di Camp Bucca in seguito al parere di una commissione che ne raccomandava il "rilascio incondizionato". Secondo la testimonianza di alcuni ex-internati, il campo era un vero e proprio centro di indottrinamento e addestramento per terroristi, con classi dedicate all'apprendimento delle tecniche per costruire autobombe o perpetrare attacchi suicidi. Sul finire dello stesso anno il comandante delle forze statunitensi in Iraq, il generale Ray Odierno, ha dichiarato che l'ISI “si è trasformato significativamente negli ultimi due anni. Quello che una volta era dominato da individui stranieri è ora diventato sempre più dominato da cittadini iracheni”. Il 18 aprile 2010 i due principali capi di ISI, Abu Ayyub al-Mari e Abu Omar al-Baghdadi, vennero uccisi in un'incursione irachena e statunitense vicino a Tikrit. In una conferenza stampa del giugno del 2010 il generale Odierno ha riportato che l'80% dei 42 principali capi dell'ISI, inclusi reclutatori e finanziatori, sono stati uccisi o catturati, solo otto erano ancora a piede libero. Ha poi detto che erano stati tagliati fuori dal comando pachistano di al-Qaida, e che i servizi segreti hanno potuto portare a termine con successo la missione che ha portato all'uccisione di al-Mari e al-Baghdadi in aprile; in più, il numero di vari attacchi e vittime nei primi cinque mesi di conflitti in Iraq, è stato il più basso dal 2003.

Il 16 maggio del 2012 Abu Bakr al-Baghdadi fu nominato nuovo comandante dello Stato Islamico dell'Iraq. Al-Baghdadi ricostituì l'alto comando del gruppo, decimato dagli attacchi, affidando incarichi a ex militari e ufficiali dei servizi segreti del partito Ba'th che avevano servito sotto il regime di Saddam Hussein. Questi uomini, molti dei quali già prigionieri delle forze americane, arrivarono a costituire un terzo dei venticinque più alti gerarchi di al-Baghdadi. Uno di loro era l'ex colonnello Samir al-Khalifawi, anche conosciuto come ajji Bakr, che ebbe l'incarico di supervisionare le operazioni del gruppo.

Nel luglio del 2012 Abu Bakr al-Baghdadi pubblicò in linea una dichiarazione audio nella quale annunciava che il gruppo stava ritornando verso le roccaforti dalle quali gli statunitensi e i Figli dell'Iraq li avevano scacciati prima del ritiro delle truppe americane. Ha dichiarato inoltre l'inizio di una nuova offensiva in Iraq chiamata “Abbattere i muri” con l'obiettivo di liberare i membri del gruppo rinchiusi nelle prigioni irachene. La campagna “Abbattere i muri” culminò nel luglio del 2013 con il gruppo che effettuava incursioni simultanee a Taji e nella prigione di Abu Ghurayb, liberando più di 500 prigionieri, molti dei quali veterani della guerriglia irachena.

Nel marzo del 2011 cominciarono delle proteste contro il governo siriano di Baššar al-Asad. Nei mesi seguenti la violenza tra i dimostranti e le forze di sicurezza portò alla graduale militarizzazione del conflitto. Nell'agosto del 2011 Abu Bakr al-Baghdadi cominciò a inviare in Siria membri iracheni e siriani dell'ISI con esperienza nella guerriglia per formare un'organizzazione all'interno del Paese. Guidato da un siriano chiamato Abu Muammad al-Jawlani, il gruppo cominciò a reclutare combattenti e a costituire celle terroristiche in tutto il paese. Il 23 gennaio 2012 il gruppo annunciò la sua formazione come Jabhat al-Nura li-Ahl al-Sham, più conosciuto come Fronte al-Nusra. Al-Nura crebbe rapidamente diventando una forza combattente sostenuta dall'opposizione siriana.

Nell'aprile del 2013 al-Baghdadi pubblicò una dichiarazione audio nella quale annunciò che era stato fondato il Fronte al-Nura, finanziato e sostenuto dallo Stato Islamico dell'Iraq e che i due gruppi si stavano fondendo insieme col nome "Stato Islamico dell'Iraq e Al-Sham". Al-Jawani pubblicò una dichiarazione in cui negò la fusione dei due gruppi lamentandosi che né lui né nessun altro all'interno del comando di al-Nura era stato consultato in proposito.

Nel giugno del 2013 Al Jazeera disse di aver ottenuto una lettera del capo di al-Qaida Ayman al-Zawahiri, indirizzata a entrambi i comandanti, nella quale questi si espresse contro la fusione e incaricò un emissario di supervisionare le relazioni tra i due gruppi per porre fine alle tensioni.

Lo stesso mese al-Baghdadi pubblicò un altro messaggio audio rifiutando la decisione di al-Zawahiri e dichiarando che la fusione stava proseguendo. A ottobre al-Zawahiri ordinò lo scioglimento di ISIS, dando al Fronte al-Nura il compito di portare avanti il jihad in Siria, ma al-Baghdadi contestò la decisione sulla base della giurisprudenza islamica e il gruppo continuò a operare in Siria. Nel febbraio del 2014, dopo otto mesi di lotta per il potere, al-Qaida rinnegò qualsiasi relazione con ISIS. L'azione di disconoscimento viene ribadita nuovamente a febbraio 2014 con un comunicato di al-Qaida diffuso via web. Al-Qaida ha giudicato troppo estremi i propositi del movimento.




Secondo la giornalista Sarah Birke ci sono “significative differenze” tra il Fronte al-Nura e ISIS. Mentre al-Nura agisce attivamente per rovesciare il governo di Assad, l'ISIS “tende a essere più focalizzata a istituire un proprio governo nei territori conquistati”. L'ISIS è “molto più spietata” nel creare uno stato islamico “portando avanti attacchi settari e imponendo immediatamente la shari'a”. Al-Nura ha “un numeroso contingente di combattenti stranieri” ed è visto da molti siriani come gruppo sviluppatosi localmente; di contro i combattenti dell'ISIS sono stati descritti come “invasori stranieri” da molti rifugiati siriani.

ISIS conta una grossa presenza nella Siria centrale e settentrionale, dove ha imposto la sharia in alcune città. Il gruppo probabilmente controlla le città di confine di Atmeh, al-Bab, Azaz e Jarablus, e di conseguenza ciò che entra ed esce tra Siria e Turchia. I combattenti stranieri in Siria comprendono alcuni terroristi russofoni che erano parte del Jaysh al-Muhajirin wa l-Anar (JMA). Nel novembre del 2013 Abu Omar al-Shishani, il leader ceceno del JMA, giurò fedeltà ad al-Baghdadi e il gruppo si divise poi tra chi seguì al-Shishani unendosi all'ISIS e quelli che continuarono a operare indipendentemente nella JMA guidati da un nuovo comandante.

Nel maggio del 2014 Ayman al-Zawahiri ordinò al Fronte al-Nura di sospendere gli attacchi all'ISIS. Nel giugno del 2014, dopo continui combattimenti tra i due gruppi, il distaccamento di al-Nura nella città siriana di al–Bukamal promise alleanza con l'ISIS.

La sera del 29 giugno 2014 l'ISIS ha proclamato la restaurazione del Califfato islamico, con Abu Bakr al-Baghdadi come califfo. Nella prima notte di ramadan, lo Shaykh Abu Muhammad al-Adnani al-Shami, portavoce del neonato Stato Islamico, ha dichiarato che il Consiglio della Shura del gruppo ha deciso di fondare formalmente il califfato, descrivendolo come “un sogno che vive nelle profondità di ogni credente musulmano”, e che i musulmani di tutto il mondo dovrebbero giurare la loro fedeltà al nuovo califfo. La fondazione del califfato è stata criticata e ridicolizzata da studiosi musulmani e altri islamisti dentro e fuori i territori occupati, ma molti ribelli erano già stati assimilati dal gruppo. Nell'agosto del 2014 un alto comandante dello Stato Islamico ha dichiarato che “nella Siria orientale non c'è più nessun Esercito siriano libero. Tutti i membri dell'Esercito siriano libero si sono uniti allo Stato Islamico. Secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani lo Stato islamico ha reclutato più di 6.300 combattenti solo nel mese di luglio 2014, molti di loro provenienti dall'Esercito siriano libero.

Una settimana prima di cambiare il suo nome in "Stato Islamico", l'ISIS ha preso Trabil, attraversando così per la prima volta il confine giordano-iracheno. L'ISIS ha ricevuto un certo sostegno in Giordania, parzialmente dovuto alla repressione attuata dallo stato, ma ha intrapreso una campagna di reclutamento in Arabia Saudita, dove le tribù nel nord hanno rapporti con quelle dell'Iraq occidentale e della Siria orientale. Raghad Hussein, la figlia del dittatore Saddam, che ora vive in Giordania, ha pubblicamente espresso il suo sostegno all'avanzata di ISIS in Iraq, riflettendo l'alleanza di convenienza dei ba'thisti con ISIS e il suo obiettivo di riconquistare il potere a Baghdad.

Nel giugno del 2014 la Giordania e l'Arabia Saudita hanno dislocato le loro truppe ai confini con l'Iraq dopo che l'Iraq stesso ne ha perso, o abbandonato, il controllo dei punti di attraversamento strategici che erano caduti in mano all'ISIS, compiendo alcuni eccidi come il massacro di Camp Speicher dove trovarono la morte circa 160 reclute dell'aeronautica militare irachena. Alcune speculazioni dicono che al-Maliki ha ordinato un ritiro delle truppe dal confine con l'Arabia Saudita in modo da “aumentare la pressione sull'Arabia Saudita e portare la minaccia dell'ISIS a sfondare anche quel confine”.

Nel luglio del 2014 Abubakar Shekau, leader di Boko Haram, ha dichiarato il suo sostegno al nuovo califfato e al califfo Ibrahim; nel settembre 2014 ha lanciato un'offensiva nell'Adamawa e nel Borno, due stati della Nigeria nord–orientale, seguendo l'esempio dello Stato Islamico. Il 25 dello stesso mese viene distrutta a Mossul la Moschea di Giona che, poiché frequentata anche dai cristiani, viene considerata dallo Stato Islamico "meta di apostasia". Lo Stato Islamico ha inoltre imposto ai cristiani di Mossul di abbandonare la città e di lasciare i propri beni o, in alternativa, di pagare la tassa di protezione, altrimenti sarebbero stati uccisi. L'8 agosto 2014 il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha autorizzato i primi bombardamenti mirati contro lo Stato Islamico nel nord dell'Iraq e il lancio di aiuti umanitari alle popolazioni in fuga dalle zone da esso occupate.

I primi attacchi sono stati effettuati con dei caccia F-18 e dei droni Predator. Le incursioni americane hanno permesso a ventimila dei quarantamila Yazidi (una minoranza finita nel mirino dello Stato Islamico, che nei giorni precedenti ne aveva uccisi almeno 500 durante l'avanzata nel nord dell'Iraq, seppellendo vive parte delle vittime, inclusi donne e bambini, e rapendo quasi trecento donne per trasformarle in schiave), di fuggire dai Monti del Sinjar, dove erano intrappolati sotto la minaccia dei jihadisti. Inoltre grazie all'appoggio aereo i curdi hanno riconquistato Guwair e Makhmur, due cittadine in posizione strategica, e l'esercito iracheno ha lanciato due controffensive una nel distretto di al-Bakri e una nel distretto di Muqdadiyya. Il 10 agosto i terroristi hanno assediato 50.000 yazidi rifugiatisi sul monte Sinjar, uccidendone almeno 500 e seppellendoli in fosse comuni. Per aiutare gli yazidi in trappola, gli Stati Uniti hanno inviato una missione militare composta da 100 uomini tra marines e forze speciali con il compito di organizzare una via di fuga per i civili minacciati. Il 15 agosto 2014 il consiglio europeo ha approvato la fornitura di armi ai Curdi per aiutarli a contenere l'avanzata dello Stato Islamico.



Nei giorni successivi le truppe dell'ISIS si sono rese responsabili di un nuovo massacro nel villaggio yazidi di Kocho, in cui hanno ucciso oltre 80 uomini e hanno rapito più di 100 donne, dopo che gli abitanti si erano rifiutati di convertirsi all'Islam. Altri eccidi commessi dallo Stato Islamico nei confronti degli yazidi nella prima metà di agosto si sono svolti nei villaggi di Quiniyeh (70-90 morti), Hardan (60 morti), Ramadi Jabal (60-70 morti), Dhola (50 morti), Khana Sor (100 morti), Hardan (250-300 morti), al-Shimal (decine di vittime), Khocho (400 morti e 1.000 donne rapite) e Jadala (14 morti); altri 200 yazidi sono stati uccisi per aver rifiutato la conversione nella prigione di Tal Afar, mentre centinaia (tra cui almeno 200 bambini) sono deceduti di stenti durante la fuga o sono stati uccisi da bombardamenti di mortaio lungo le strade. Stime dell'ONU parlano di circa 5.000 yazidi (soprattutto uomini) uccisi e altri 5.000-7.000 (soprattutto donne e bambini) catturati e sovente venduti come schiavi.

Oltre agli yazidi e ai cristiani assiri, lo Stato Islamico ha perseguitato anche la minoranza sciita dei turcomanni, 700 dei quali sono stati massacrati tra l'11 e il 12 luglio nel villaggio di Beshir. Altri dei più sanguinosi eccidi perpetrati dallo Stato Islamico hanno avuto luogo il 10 giugno a Mosul (dove 670 detenuti sciiti del carcere di Badush sono stati fucilati), tra il 12 e il 15 giugno a Camp Speicher (tra i 1.095 e i 1.700 soldati iracheni sono stati fucilati dopo avere abbandonato la base, e migliaia di altri sono scomparsi), il 16 luglio a Shaer (200 soldati siriani fucilati dopo la presa di un giacimento di gas) e il 24 agosto a Tabqa (250 soldati siriani sono stati fucilati dopo la presa della base aerea di Tabqa).

Lo Stato islamico ha operato massacri anche in Siria, dove nelle prime due settimane di agosto ha ucciso oltre 700 membri della tribù sunnita degli Chaitat, che si era ribellata alla sua autorità nell'est del paese. Il 17 agosto 2014 le forze peshmerga curde annunciano di aver ripreso il controllo della diga di Mossul, un importante sito strategico, con l'aiuto dei bombardamenti aerei americani, e di aver riconquistato le cittadine di Tel Skuf, Ashrafia e Batnaya. La notizia viene smentita dallo Stato Islamico che la rigetta come "mera propaganda di guerra". Anche secondo altre fonti la diga di Mossul sarebbe ancora nelle mani dello Stato Islamico. Il 19 agosto 2014 l'esercito iracheno lancia un'offensiva per riconquistare la città di Tikrit.

La questione dell'acronimo corretto da utilizzare per riferirsi al gruppo è stata discussa da molti commentatori. Ishaan Taroor del Washington Post ha concluso:

« Nel crescente campo di battaglia delle controversie di editing, la distinzione tra ISIS o ISIL non è così grande.»
Il 29 giugno 2014 venne annunciata la fondazione di un califfato, guidato dal califfo Abu Bakr al-Baghdadi, chiamato Stato Islamico.

Alcuni analisti hanno osservato che eliminare il riferimento geografico dal nome ha ampliato il raggio d'azione del gruppo e Laith Alkhouri, un analista del terrorismo, pensa che dopo aver conquistato molte aree della Siria e dell'Iraq, ISIS abbia visto la concreta opportunità di prendere controllo di un movimento jihadista globale.

Alla fine dell'agosto del 2014 una delle principali autorità islamiche egiziane, la Dar al-Ifta al-Miriyya, ha consigliato ai musulmani di smettere di chiamare il gruppo Stato Islamico ma di riferirsi a esso come Separatisti di al-Qaida in Iraq e Siria o QSIS, dato il carattere non-islamico dell'organizzazione.

I detrattori di ISIS, particolarmente in Siria, si riferiscono al gruppo usando l'acronimo arabo Daish - più volgarmente Daesh -, che può significare al-Dawla al-Islamiyya fi Iraq wa l-Sham ("Stato Islamico dell'Iraq e del Levante", o "della Grande Siria"), ma che può essere anche letto con significati spregiativi, motivo per cui il gruppo considera il termine denigratorio e punisce con la fustigazione coloro che lo usano. Il termine viene utilizzato anche a livello internazionale; in occasione dell'attentato al consolato italiano al Cairo dell'11 luglio 2015, il ministro italiano Paolo Gentiloni ha dichiarato "Risponderemo con rinnovata determinazione nel contrasto al Daesh e al fanatismo terrorista".

Lo Stato Islamico è un'organizzazione estremista islamica, d'ispirazione salafita, che considera il jihad globale un dovere di ogni musulmano. Come al-Qaida e molti altri gruppi jihadisti odierni, lo Stato Islamico è un prodotto dell'ideologia dei Fratelli Musulmani, la prima organizzazione islamista al mondo, che tuttavia non afferma la cogenza del jihad avendo da tempo optato per una strategia legale per salire al potere. Segue un'interpretazione radicale e anti-occidentale dell'Islam, promuove la violenza religiosa e considera coloro che non concordano con la sua interpretazione del Corano infedeli e apostati; sostiene di rifarsi all'Islam delle origini e rifiuta le “innovazioni” più recenti considerandole responsabili della corruzione del suo spirito originario. Condanna i califfati più recenti e l'Impero ottomano per aver deviato da quello che chiama “Islam puro”, per restaurare il quale ha stabilito un suo califfato. Allo stesso tempo lo Stato Islamico mira a fondare uno stato fondamentalista salafita, e quindi sunnita, in Iraq, Siria e altre parti del levante.

Dopo aver conquistato le città irachene, ISIS ha pubblicato alcune linee guida su come indossare veli e vestiti. L'ISIS avverte le donne di Mossul di indossare veli che coprano tutto, pena una severa punizione.



Un religioso ha dichiarato alla Reuters di Mossul che uomini armati dell'ISIS gli hanno ordinato di leggere gli avvertimenti ai fedeli nella sua moschea. ISIS ha anche messo al bando manichini nudi e ordinato che le facce dei manichini sia maschili sia femminili venissero coperte. ISIS ha pubblicato 16 note chiamate “Contratto con la città”, una serie di regole rivolte ai civili di Nineveh. Una regola stabilisce che le donne devono stare in casa e non uscire a meno che non sia necessario. Un'altra regola dice che rubare sarà punito con l'amputazione della mano. Oltre a bandire la vendita e il consumo di alcolici, che è normale nella cultura musulmana, ISIS ha vietato la vendita e l'uso di sigarette e narghilè. Hanno anche messo al bando “musica e canzoni in macchina, alle feste, in negozi e in pubblico, così come fotografie di persone nelle vetrine dei negozi”.

I cristiani che vivono in aree sotto il controllo dell'ISIS che vogliono rimanere nel califfato hanno tre opzioni: convertirsi all'islam, pagare l'imposta religiosa oppure la morte. “Offriamo tre scelte: l'islam, la dhimma, che include il pagamento della jizya, se rifiutano questo non avranno nient'altro che la spada”, ha dichiarato l'ISIS. ISIS ha già imposto simili regole per i cristiani di Al-Raqqa, in Siria, una delle città più liberali della nazione.

I seguaci dell’ISIS sono combattenti che hanno aderito alla causa, o sono stati costretti a farlo, erano appena mille nel 2012, ora se ne contano diverse decine di migliaia.
Si tratta di ragazzi in cerca di un lavoro, alcuni sono nati in Iraq, Siria e territori limitrofi, ma molti di loro parlano inglese e sono partiti da diverse parti del mondo, anche dall’Europa, attratti dalla propaganda dell’ISIS (per indicare questi ultimi si fa spesso riferimento all’espressione “Foreign Fighters“).

Ci sono molti combattenti stranieri tra le file dell'ISIS. Nel giugno del 2014 la rivista inglese The Economist riporta che «l'ISIS potrebbe avere fino a 6.000 combattenti in Iraq e 3–5.000 in Siria, inclusi forse 3.000 stranieri; quasi un migliaio si dice vengano dalla Cecenia e forse cinquecento o qualcosa di più da Francia, Gran Bretagna e altre parti d'Europa». Il comandante ceceno Abu Omar al-Shishani, ad esempio, è stato nominato tale per il settore nord della Siria dall'ISIS nel 2013. Secondo il New York Times nel settembre del 2014 c'erano più di 2.000 europei e 100 americani tra i combattenti stranieri dell'ISIS.

La bandiera dell’ISIS vede campeggiare su uno sfondo nero la frase in bianco “Non vi è altro Dio all’infuori di Allah e Muhammad è il Suo Messaggero“.
Si tratta del principio più importante per tutto l’Islam e rappresenta il primo pilastro della fede musulmana.

Ulteriore elemento simbolico, fortemente evocativo per i musulmani più acculturati, è il luogo prescelto nell'estate del 2014 per l'annuncio della costituzione del "Califfato" islamico: la moschea di Mossul, detta al-Nuri, così detta perché fondata dal sultano turco Nur al-Din (il nostro Norandino), che avviò proprio da Mossul la riconquista islamica della Terrasanta occupata dai crociati. Anche il nome di battaglia del suo capo non è casuale, essendo la sua kunya Abu Bakr quella del primo califfo "ortodosso" (rashid) della Umma islamica, mentre la nisba al-Baghdadi sottolinea la originale matrice del suo capo e del movimento: l'Iraq, di cui Baghdad è la capitale e che fu, dall'VIII al XIII secolo, sede prestigiosa del califfato abbaside.

La particolarità dell’ISIS è il suo massiccio uso della rete, con le stesse competenze di una moderna azienda multinazionale.
E’ stata provata l’esistenza di una fitta rete di account Twitter che condividono i messaggi dei membri più influenti dell’organizzazione. Video, foto e social network sono solo alcune delle nuove “armi” a disposizione dell’ISIS per la propaganda del loro pensiero.

Sul giornale online dell'ISIS Dabiq è stato poi pubblicato il 12 ottobre un fotomontaggio, che è stato (come probabilmente sperava l'ISIS) puntualmente riproposto dai media occidentali, in cui era raffigurata sullo sfondo la Basilica di San Pietro a Roma, con il vessillo dell'ISIS sventolante al di sopra dell'obelisco della piazza, e un titolo (The failed Crusade) in cui si sottolineava il "fallimento" della "Crociata" - intesa dai componenti dello Stato Islamico dall'inefficacia dei bombardamenti aerei alleati - e l'imminente inevitabile conquista di Roma, assurta a simbolo dell'intero Occidente.

E’ stato stimato che il guadagno dell’ISIS ammonti a circa 3 milioni di dollari al giorno, per un totale di oltre due miliardi.
Il 90% di questa ricchezza deriva dal business del petrolio, ma vi concorrono anche donazioni private, saccheggi, furti nelle banche dei territori conquistati e altre attività non ancora chiare.

Uno studio di duecento documenti (lettere personali, note spesa e registri dei membri) appartenenti ad al-Qaida in Iraq e a ISIS stesso è stato effettuato dalla RAND Corporation nel 2014. Si è scoperto che tra il 2005 e il 2010 le donazioni dall'estero arrivavano solo al 5% del capitale a disposizione del gruppo, il resto veniva raccolto in Iraq. Nel periodo di tempo studiato, alle cellule era richiesto d'inviare fino al 20% degli introiti derivanti da rapimento, estorsione e altre attività, al livello superiore della gerarchia del gruppo. I comandanti di grado più alto avrebbero poi distribuito i fondi alle celle provinciali o locali che si trovavano in difficoltà o avevano bisogno di soldi per condurre gli attacchi. I dati mostrano che per il denaro liquido ISIS contava su membri di Mossul, la cui dirigenza era usata per elargire ulteriori fondi ai miliziani di Diyala, ala al-Din (Salahuddin) e Baghdad che si trovavano in difficoltà.

Nella metà del 2014 lo spionaggio iracheno ha ottenuto informazioni da un membro dell'ISIS, il quale ha rivelato che le risorse del gruppo ammontano a due miliardi di dollari statunitensi. ISIS è così il più ricco gruppo jihadista del mondo. Alcune voci dicono che circa tre quarti di questa somma è rappresentata da risorse di cui il gruppo si è impadronito durante la presa di Mossul nel giugno del 2014; queste includono fino a 429 milioni di dollari rubati dalla banca centrale di Mossul, assieme ad altri milioni e a una grande quantità di lingotti d'oro rubati da altre banche di Mossul. È stato però messo in dubbio il fatto che ISIS abbia potuto recuperare una somma così imponente dalla banca centrale e abbia realizzato le rapine in banca di cui è accusata.

ISIS ha regolarmente praticato l'estorsione, ad esempio domandando denaro ai camionisti, minacciandoli di far esplodere il loro carico. Le rapine in banca e alle gioiellerie sono state altre fonti di guadagno. È risaputo, inoltre, che il gruppo abbia ricevuto fondi da donatori privati dagli stati del Golfo, e sia il primo ministro iraniano sia quello iracheno Nuri al-Maliki hanno accusato l'Arabia Saudita e il Qatar di finanziare l'ISIS, senza però fornire prove.

Si pensa che il gruppo riceva dei considerevoli finanziamenti dalle sue operazioni nella Siria orientale, dove ha sequestrato campi petroliferi e contrabbandato materiali grezzi e beni archeologici. ISIS guadagna denaro anche dalla produzione di petrolio greggio e vendendo energia elettrica nella Siria settentrionale e al governo siriano.



Fin dal 2012 l'ISIS ha prodotto rapporti annuali dando informazioni numeriche sulle sue operazioni in uno stile che ricorda i report aziendali, incoraggiando potenziali donatori.

All'inizio di settembre del 2014 il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite decise di mandare in Iraq e in Siria un team per investigare su abusi e uccisioni “di portata inimmaginabile” compiute dallo Stato Islamico. Zeid Ra'ad al Hussein di Giordania, che ha sostituito Navanethem Pillay come Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha incoraggiato i capi mondiali a intervenire per proteggere le donne e bambini che si trovano tra le mani dei combattenti dello Stato Islamico, che si diceva stessero cercando di creare una “casa del sangue”. Ha fatto appello alla comunità internazionale perché concentri i suoi sforzi per porre fine al conflitto in Iraq e Siria.

Lo Stato Islamico obbliga le persone che si trovano nelle aree sotto il suo controllo ad attestare la propria fede islamica, vivere secondo la propria interpretazione dell'islam sunnita e sotto la Legge coranica con la pena di morte, tortura e mutilazione genitale. La violenza è rivolta verso i musulmani sciiti, Assiri, yazidi, drusi, caldei, siriaci e armeni cristiani, in particolare shabak e mandei.

Amnesty International ha accusato l'ISIS di pulizia etnica nei gruppi minoritari dell'Iraq settentrionale.

Durante il conflitto iracheno del 2014, l'ISIS ha pubblicato dozzine di video che mostrano il trattamento riservato ai civili, molti dei quali erano considerati in base alla loro religione e gruppo etnico. Navanethem Pillay, da Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, ha segnalato la presenza di crimini nella zona di guerra dell'Iraq divulgando un rapporto delle Nazioni Unite in cui si fa riferimento a militari iracheni e diciassette civili uccisi in una strada di Mossul da parte dei combattenti dell'ISIS. Le Nazioni Unite riportano inoltre che dal cinque al ventidue giugno ISIS ha ucciso più di mille civili iracheni e ne ha feriti almeno un altro migliaio. Dopo la pubblicazione da parte di ISIS di fotografie che ritraggono i suoi combattenti uccidere file di giovani uomini, le Nazioni Unite hanno dichiarato che le esecuzioni a sangue freddo eseguite dall'ISIS nell'Iraq settentrionale vanno quasi sicuramente annoverate tra i crimini di guerra.

L'avanzata dell'ISIS in Iraq nella metà del 2014 è stata accompagnata da continua violenza in Siria. Il 29 maggio un villaggio siriano è stato assaltato dall'ISIS e almeno quindici civili sono rimasti uccisi, secondo Human Rights Watch almeno sei erano bambini. Un ospedale della zona ha confermato di aver ricevuto quindici corpi lo stesso giorno. L'Osservatorio siriano per i diritti umani ha riportato che il primo giugno un uomo di centodue anni è stato ucciso con tutta la sua famiglia in un villaggio a Hama.

L'ISIS ha reclutato nei propri ranghi bambini iracheni che possono essere visti mentre pattugliano le strade di Mossul imbracciando un fucile con una maschera in faccia.

Secondo un rapporto, la presa delle città irachene nel giugno del 2014 da parte dell'ISIS è stata accompagnata da un'impennata di crimini contro le donne. Il Guardian ha riportato che l'agenda estremista dell'ISIS si estende al corpo delle donne e che le donne che vivono sotto il suo controllo sono state catturate e stuprate.

Hannaa Edwar, una delle principali sostenitrici dei diritti delle donne a Baghdad, che dirige un'organizzazione non governativa chiamata "Iraqi Al-Amal Association", ha dichiarato che nessuno dei suoi contatti a Mossul ha potuto confermare alcun caso di stupro. Un'altra attivista per i diritti delle donne di Baghdad, Basma al-Khatib, ha detto che una cultura della violenza contro le donne esiste in Iraq e si sente sicura del fatto che avvenissero violenze sessuali nei confronti delle donne a Mossul non solo per opera dell'ISIS, ma di tutti i gruppi armati.

Durante un incontro con Nuri al-Maliki, il ministro degli Esteri britannico Wiliam Hague ha dichiarato: "Chiunque glorifichi, supporti o si unisca all'ISIS deve capire che aiuterebbe un gruppo responsabile di rapimento, tortura, esecuzioni, stupro e molti altri orribili crimini". Secondo Martin Williams del The Citizen, un quotidiano sudafricano, una parte dei membri appartenenti alla linea dura del salafismo considerano il sesso extraconiugale con più partner come una forma legittima di guerra santa ed è "difficile riconciliare questo con una religione nella quale alcuni seguaci insistono che le donne debbano essere coperte dalla testa ai piedi, con solo una sottile apertura sugli occhi".

Haleh Esfandiari del Woodrow Wilson International Center for Scholars ha sottolineato l'abuso su donne locali da parte dei combattenti dell'ISIS dopo aver catturato un'area. "Solitamente prendono le donne più vecchie a un improvvisato mercato degli schiavi e provano a venderle. Le più giovani... sono stuprate o date in spose ai combattenti.  È basato sul matrimonio temporaneo e una volta che questi combattenti hanno fatto sesso con queste giovani donne, le passano ad altri combattenti".

Alcuni testimoni hanno dichiarato che alcune ragazze yazide, dopo essere state stuprate dai combattenti dell'ISIS, si sono suicidate gettandosi dal monte Jebel Sinjar.

L'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus) ha evidenziato come l'ISIS promuova la persecuzione delle persone omosessuali prevedendo per loro la pena capitale.

Diversi Tribunali islamici, tra cui le Corti islamiche di Wilayat al-Furat, di Mayadin e di Dayr al-Zor, hanno condannato a morte diversi omosessuali con metodi particolarmente brutali e cruenti, anche ispirati a un antico supplizio islamico secondo cui "i sodomiti devono essere fatti precipitare dal punto più alto della città, e poi lapidati fino alla morte". Alcuni omosessuali, quindi, sono stati legati e portati in cima al tetto del palazzo più alto della città, fatti precipitare a terra, e poi lapidati pubblicamente.

Alcuni commentatori sunniti come Zayd Hamis, e anche mufti jihadisti e salafiti come Adnan al-Aroor e Abu Basir al-Tartusi, ritengono però che lo Stato Islamico e altri gruppi terroristici a esso correlati non siano affatto salafiti, ma eretici kharigiti, al servizio di un'agenda imperiale anti-islamica.

Altre fonti associano invece l'ideologia del gruppo non al Fondamentalismo islamico e al jihadismo di al-Qaida, ma al Wahhabismo. Secondo lo studioso Bernard Haykel il wahabismo è “il parente più stretto dello Stato Islamico.  Per al-Qaida la violenza è un mezzo per arrivare a un fine, per ISIS è un fine in sé”. Secondo il New York Times, “tutti i più influenti teorici del jihad criticano lo Stato Islamico definendolo anormale, considerando nullo l'autoproclamato califfato” e criticandolo per le decapitazioni di giornalisti e operatori umanitari.

I salafiti, come gli appartenenti allo Stato Islamico, credono che solo un'autorità legittima possa intraprendere la direzione del jihad, e che la purificazione della società islamica sia prioritaria rispetto ad altre attività, come quella di combattere contro Paesi non musulmani. Ad esempio, per quanto riguarda la questione palestinese, lo Stato Islamico considera amas – un gruppo sunnita che costituisce la branca dei Fratelli Musulmani in Palestina – come apostata e senza alcuna autorità per guidare il jihad. Combattere amas potrebbe quindi essere il suo primo passo verso il confronto con Israele.

Alla fine di settembre del 2014 più di centoventi studiosi islamici di tutto il mondo hanno firmato una lettera aperta al leader dello Stato Islamico rifiutando esplicitamente le interpretazioni che il gruppo dà del Corano e della Hadith per giustificare le proprie azioni. La lettera rimprovera lo Stato Islamico per le esecuzioni dei prigionieri, descrivendole come “atroci crimini di guerra”, e per la persecuzione degli yazidi, definita “abominevole”. Accusano inoltre il gruppo di istigare la fitna istituendo la schiavitù in contraddizione all'interpretazione antischiavista che gli ulema danno al giorno d'oggi.

L'11 ottobre 2014, Mazen Darwish, avvocato siriano di fede musulmana, ha inviato una lettera aperta al quotidiano ‘The Guardian’ nella quale dice: Le conseguenze disastrose di ciò sono chiaramente evidenti nel mondo arabo e in Siria, il mio paese, dove le forme più violente di fascismo e la più sporca barbarie sono praticate in nome del patriottismo e dell’Islam, nella stessa misura... Non potete uccidere un'idea eliminando la gente.

In un comunicato l'ONU fa riferimento allo Stato Islamico come "gruppo terroristico", in un altro comunicato del 2 settembre 2014 si riferisce all'ISIS come al «so-called Islamic State in Iraq and the Levant (ISIL)» (cosiddetto ISIL), contemporaneamente esprimendo apprezzamento alle forze di sicurezza irachene e peshmerga impegnate nella difesa di Amerli. Ha inoltre dichiarato il più alto livello di emergenza sotto il profilo umanitario e invitato il governo iracheno a formare un governo il prima possibile entro i limiti della Costituzione irachena.

Alcuni cospirazionisti hanno avanzato l'ipotesi secondo cui dietro lo Stato Islamico ci siano gli Stati Uniti d'America, che così facendo intendono destabilizzare ulteriormente il vicino oriente. Le prime notizie in tal senso furono pubblicate nel luglio 2014 dal Gulf Daily News, una testata che ha sede nel Bahrein. Quando tali indiscrezioni hanno cominciato a guadagnare consensi, l'ambasciata americana in Libano ha emesso un comunicato ufficiale in cui nega le accuse, definendole una totale invenzione.

Un'altra teoria complottista afferma che Abu Bakr al-Baghdadi è in realtà un attore e agente israeliano del Mossad chiamato “Simon Elliot”: chi condivide questa asserzione ribadisce che ciò si evince dai documenti scoperti da Edward Snowden, ma l'avvocato di quest'ultimo ha definito tutta la vicenda “una bufala”.



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