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mercoledì 10 agosto 2016

IL CASTORO

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Il castoro è un mammifero semiacquatico noto per l'abilità con la quale costruisce dighe. Una specie di castoro vive in Nord America (Castor canadensis) e l'altra, molto rara, in Eurasia (Castor fiber). Le due specie, che differiscono per la forma delle ossa nasali, per tutti gli altri aspetti sono così simili che alcuni studiosi le considerano come due sottospecie di un'unica specie. I castori sono grossi roditori, che da adulti pesano in media 16 kg, anche se ne sono stati rinvenuti alcuni di 40 kg e, inoltre, si sa di alcune specie ormai estinte che erano grandi quasi come orsi.

In genere il castoro è lungo circa 75 cm e alto meno di 30. La coda larga, piatta e coperta di scaglie, misura circa 25 cm di lunghezza; in caso di pericolo viene sbattuta sull'acqua, segnalando l'allarme; altrimenti aiuta a sostenere l'animale quando sta ritto sulle zampe posteriori e nel nuoto viene usata come timone. Il corpo del castoro è massiccio, il dorso arcuato e il collo grosso; le zampe posteriori sono palmate e tutte le dita sono munite di artigli. La pelliccia è generalmente marrone-rossiccia sul dorso e più chiara o grigiastra sul ventre. Gli occhi sono piccoli e le narici si possono chiudere. Il cranio è massiccio, con creste pronunciate alle quali si attaccano i potenti muscoli associati alle mascelle. I denti incisivi (due sulla mascella e due sulla mandibola), di colore giallo-arancio, sono come quelli degli altri roditori e si consumano più rapidamente sulla superficie interna, assumendo la forma di uno scalpello ben affilato, rivestito di smalto. Con questi denti il castoro può abbattere  grossi alberi. Esso sceglie di solito piante con diametro del tronco compreso fra 5 e 20 cm, ma si sa di castori che hanno abbattuto tronchi del diametro di 75 cm. I castori hanno un paio di ghiandole odorifere anali che secernono una sostanza simile al muschio, chiamata castoreo e probabilmente usata per marcare il territorio. Il castoro è generalmente monogamo e può vivere per 20 anni o più. La femmina partorisce una volta all'anno, solitamente da due a quattro piccoli.

I castori sono animali sociali. Nelle zone isolate, dove il cibo è abbondante, una comunità di castori comprende molte famiglie. La tana del castoro ha una struttura unica nel regno animale. Ne esistono tre tipi diversi, a seconda che siano costruite su isole, sulle rive di stagni o sulle sponde di laghi. La tana sull'isola è costituita da una camera centrale, con il pavimento appena sopra il livello dell'acqua, e due entrate. Essa viene costruita con ramoscelli, erba e muschio, intessuti insieme e impastati con il fango, e aumenta gradualmente di dimensioni per le riparazioni e le elaborazioni effettuate dal castoro anno dopo anno. La camera interna può misurare 2,4 m in larghezza e fino a 1 m in altezza. Il pavimento è coperto di corteccia, erba e schegge di legno; inoltre, a volte vi sono speciali ripostigli aggiuntivi. Le tane costruite negli stagni possono sorgere a poca distanza dalla riva o in parte sopra di essa, con il muro frontale orientato verso lo stagno. Le tane dei laghi sono costruite sulle rive più riparate.



Le dighe, utilizzate dai castori per ampliare l'area intorno alle loro tane e aumentare la profondità dell'acqua, sono costruite con ramoscelli e tronchi d'albero, oppure, più solidamente, con fango, rami e pietre. Con il passare del tempo le dighe vengono riparate e ingrandite, e i materiali galleggianti che rimangono impigliati nella struttura, nonché le radici della vegetazione che cresce sopra di essa, servono a rinforzarle ulteriormente. Spesso il castoro costruisce, più a valle, una diga più piccola per fare rifluire l'acqua contro la diga originale, riducendo, in tal modo, la pressione a cui quest'ultima è sottoposta a monte. Le dighe sono alte circa 1,5 m, larghe più di 3 m alla base e più strette in cima. Nel parco nazionale delle Montagne Rocciose, in Colorado, venne trovata una diga costruita da un castoro, lunga più di 300 m. I bacini artificiali dei castori attirano pesci, anatre e altri animali acquatici. Sebbene le dighe provochino locali inondazioni, esse aiutano a controllare il volume delle acque di superficie e riducono le inondazioni a fondo valle. A lungo andare, questi bacini si riempiono di sedimenti e gli animali si spostano allora verso una nuova zona. L'area abbandonata si trasforma in un prato.

Sebbene il castoro sia un potente nuotatore, quando si sposta sulla terraferma è sgraziato e ha difficoltà a trascinare i tronchi e i rami di cui si serve come cibo e materiale da costruzione. Pertanto, spesso i castori scavano dei canali per collegare il loro bacino artificiale alla zona dove crescono gli alberi da abbattere. Molti canali sono larghi e profondi fino a 1 m e spesso sono lunghi alcune centinaia di metri. Il legname che galleggia viene, quindi, fatto scendere lungo il canale fino al bacino artificiale.

I castori sono stati a lungo cacciati per le loro pellicce e per i denti: nel XVIII e nel XIX secolo ogni anno venivano esportate dal Nord America centinaia di migliaia di pelli, usate soprattutto per la fabbricazione di copricapo. I castori venivano anche uccisi a causa dei danni che provocavano alle foreste e per le inondazioni a volte causate dalle loro dighe. L'intensa carneficina spinse i castori sull'orlo dell'estinzione, sia in Europa che in Nord America. Oggi il castoro è stato reintrodotto e ha cominciato a reinsediarsi con successo in Canada e in alcune aree protette degli Stati Uniti. È stato anche reintrodotto in America del Sud, nella Terra del Fuoco. Ancora oggi a volte questi animali sono considerati nocivi, soprattutto nelle aree suburbane degli Stati Uniti orientali. In Europa si trova soprattutto in Russia e in Scandinavia ma anche lungo il fiume Rodano, in Francia e Svizzera e lungo il fiume Elba in Germania.


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IL PUMA

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Il puma, noto anche come coguaro o leone di montagna, è un mammifero appartenente alla famiglia dei felidi. Nonostante le sue dimensioni il puma viene classificato tra i piccoli felini, di cui è la specie più grande. La parola puma deriva dalla lingua quechua ed era considerato animale sacro per gli Aztechi e i Maya. Questo felino è lungo circa 130 centimetri senza la coda e alto 70 centimetri arrivando a pesare fino a 70 chili. E’ caratterizzato da un pelo folto e morbido che può assumere varie colorazioni, dal bruno al fulvo, fino al rossiccio e al grigio argento. Sotto al mento e al petto, invece, diventa bianco. Le zampe anteriori hanno 5 dita mentre quelle posteriori 4 con unghie retrattili che fanno del puma uno tra gli animali più agili al mondo. I puma, infatti, riescono a fare salti di 4 metri di altezza e 10 in lunghezza. Il puma ha la testa piccola e tonda e il collo lungo con corpo snello e gambe lunghe. Non ruggisce, ma, emette dei richiami. Si nutre di mammiferi, dai cervi alle renne, fino ai ratti ai procioni e ai castori. Caccia anche uccelli e pesci ma non mangia, invece, le carogne e i rettili. La tecnica di caccia è quella dell’agguato tipico dei felini. Attacca le prede al collo, rompendogli l’osso con un morso alla gola.

Nell'America del Nord, in particolare negli Stati Uniti, la parola panther ("pantera") da sola si riferisce al puma, sebbene il termine black panther ("pantera nera") sia correttamente associato solo con le varianti affette da melanismo di leopardi o di giaguari, piuttosto che di puma. In Europa e in Asia, "pantera" significa "leopardo" e si può riferire sia al leopardo maculato sia a quello nero. Nell'America meridionale, "pantera" si riferisce solo al giaguaro, sia quello maculato, sia quello nero. Il gene del melanismo si può trovare in una grande varietà di felini, compresi il leone, la tigre, il leopardo, il giaguaro, il caracal, il jaguarondi, il serval, l'ocelot, il margay, la lince rossa; non sono mai stati documentati, tuttavia, casi di melanismo nell'America settentrionale in Puma concolor, anche se persistono leggende metropolitane di "pantere nere". Tali resoconti aneddotici hanno particolare vigore sugli Appalachi degli Stati Uniti orientali, una regione dove è comunemente accettato il fatto che il Puma concolor sia completamente estinto da prima della fine del XIX secolo, e dove non sono state documentate presenze ristabilite di popolazioni in propagazione fino al 2005.

Il puma è un felino molto duttile e capace di adattarsi a differenti habitat naturali, dalle praterie alle foreste boreali. Predilige i climi temperati, ma, vive bene anche in quelli tropicali, nelle zone semidesertiche e sull’alta montagna. Non ama, invece, la tundra artica e i deserti troppo ostili per le sue caratteristiche.

Fino a pochi anni fa il puma era diffuso in tutto il continente americano, dal Canada alla Patagonia. Oggi, invece, la sua diffusione è limitata alle Montagne Rocciose, nelle aree semidesertiche del sudovest e nelle regioni paludose della Florida.

I puma sono animali solitari che tendono ad incontrarsi solo durante la stagione degli amori che va da novembre a giugno. Stanno insieme per sei giorni al massimo poi il maschio abbandona nuovamente la femmina. La gestazione dura tre mesi con la femmina che partorisce fino a sette cuccioli. Ogni piccolo appena nato pesa all’incirca 500 grammi ed è lungo 30 centimetri. Restano con la madre fino a 20 mesi. Come per tutti i felini l’allevamento dei piccoli spetta esclusivamente alla femmina mentre il maschio se ne disinteressa completamente. Al momento della nascita i cuccioli hanno il mantello maculato che poi perdono crescendo.



Il puma è un felino timido, che evita solitamente gli insediamenti umani. Occasionalmente, tuttavia, può attaccare l'uomo. Negli Stati Uniti si verificano, di solito, circa quattro avvenimenti del genere ogni anno; vittime degli attacchi sono perlopiù bambini. Si tratta dell'unico dei "piccoli felini" ad essere considerato potenzialmente pericoloso per le persone.

Il puma stesso, oltre all'uomo, ha pochi nemici da temere. Solo lupi ed orsi possono ogni tanto predare puma giovani o malati in Nordamerica; in Sudamerica l'unico vero competitore è il giaguaro.

Dopo essere stato cacciato quasi fino all'estinzione negli Stati Uniti, il puma ha fatto la sua ricomparsa in modo considerevole, con 30.000 individui stimati negli Stati Uniti occidentali. In Canada si trovano puma ad ovest delle praterie, nell'Alberta, nella Columbia Britannica e nello Yukon meridionale. La più alta concentrazione di puma nell'America settentrionale si trova sull'Isola di Vancouver nella Columbia Britannica.

I puma stanno gradualmente estendendo il proprio territorio verso est, seguendo torrenti ed alvei, ed hanno raggiunto il Missouri, il Michigan ed attraversato il Kansas, compresa la grande area metropolitana di Kansas City. Dei puma sono stati avvistati sulla costa settentrionale del Lago Superiore con un attacco ad un cavallo ad Ely, nel Minnesota, nel 2004. Si prevede che espandano presto il loro territorio sugli interi Stati Uniti orientali e meridionali. Continuano ad esserci segnalazioni sulla sopravvivenza della popolazione rimanente del puma orientale (Puma concolor cougar) nel New Brunswick, nell'Ontario, e nella penisola di Gaspé del Quebec.

A causa dell'urbanizzazione di aree rurali, i puma vengono spesso a contatto con le persone, soprattutto in aree con grandi popolazioni di cervi, le loro prede naturali. Hanno anche cominciato a cacciare animali domestici come cani, gatti e bestiame, ma sono raramente ricorsi a umani come fonte di cibo.

La stima del 1990 circa numerava tra i 4.000 e i 6.000 puma in California e tra i 4.500 e i 5.000 in Colorado. Nell'ultima ricerca effettuata nel marzo 2011 il coguaro (o leone di montagna) è stato dichiarato estinto dall'est degli Stati Uniti, conseguentemente dalla mancanza di avvistamenti dagli anni '30.

Il genere Puma comprende l'unica specie attuale Puma concolor, suddivisa in numerose sottospecie. In passato sono vissute altre specie attribuite al genere Puma, come la pantera di Owen (Puma pardoides) vissuta in Europa tra Pliocene e Pleistocene. A volte anche lo yaguarondi (Herpailurus yaguaroundi) è attribuito al genere Puma.

La pantera della Florida (Puma concolor coryi), una sottospecie di puma in pericolo
Si distinguono tradizionalmente tra le 24 e le 32 sottospecie di puma. Nell'America del Nord, due vengono considerate estinte. Come particolarmente minacciata è classificata la pantera della Florida (Puma concolor coryi), che nelle regioni paludose delle Everglades è sopravvissuta agli stermini. Ne esistono soltanto meno di 80 esemplari (secondo altre fonti tra 25 e 50) non in cattività. La salvezza di questa piccola sottospecie di puma, dal colore rosso intenso, è pertanto uno degli obiettivi principali delle organizzazioni locali per la salvaguardia dell'ambiente. Per proteggerli ed analizzarli, ogni animale è dotato di un collare elettronico per l'identificazione e la determinazione dell'ubicazione.

La pantera della Florida è l'unica sottospecie che sopravvive a est del Mississippi, da dove scomparve a causa della caccia abusiva dei coloni europei durante i secoli XIX e XX. L'altra sottospecie occidentale, il coguaro del Wisconsin (Puma concolor schorgeri) fu sterminata ufficialmente nel 1925, sebbene da allora si siano registrati avvistamenti non verificati. È possibile che anche il puma orientale (Puma concolor cougar) sia attualmente estinto.

Esistono ibridi fra diverse sottospecie di puma in Florida, dove si introdussero animali forestieri al fine di aumentare la scarsa popolazione di pantere della Florida, decimate anni prima dalla caccia eccessiva. Questa misura controversa, giacché diluisce la purezza genetica della sottospecie occidentale minacciata, ha prodotto una nuova generazione di puma ibridi più vigorosi e che si riproducono più rapidamente di quelli di pura razza della Florida.

Nonostante il puma non sia strettamente imparentato con i grandi felini, si è riusciti a crearne ibridi con il leopardo, che sono stati battezzati pumapardi. Si è a conoscenza anche di ibridi fra puma e ozelot, ma in questo caso i cuccioli sono morti poco dopo la nascita. In alcune occasioni, infine, si sono avute notizie di ibridi di puma e giaguari, ma l'esistenza di questi esseri non è ancora stata provata.

Anche se protetto, il puma viene tuttavia cacciato da alcuni contadini, preoccupati per il loro patrimonio zootecnico. La specie nel complesso, però, non è considerata in pericolo. Il puma perlopiù fugge l'uomo; solo in casi eccezionali aggredisce degli adulti.

Il puma era altamente rispettato presso gli indiani d'America. A lui venivano attribuite qualità come il comando, la forza, l'ingegno, la lealtà, l'impegno e il coraggio.

I colonizzatori bianchi nell'America del Nord hanno a lungo cacciato il puma, non solo per proteggere il proprio bestiame da questo animale, ma anche perché ambivano al suo trofeo.

Un popolo nordamericano, gli erie, trae forse dal puma il proprio nome, che viene considerato un'abbreviazione di erielhonan, in italiano "lunga coda". Per questo motivo erano chiamati dai francesi anche Nation du Chat, "popolo del gatto".

I casi di attacchi agli umani sono rari ma possono verificarsi, soprattutto quando l'intervento umano sui luoghi selvatici riduce la disponibilità di prede per il puma. Si sono verificati circa 100 attacchi ad umani negli Stati Uniti ed in Canada durante il periodo dal 1890 al gennaio 2004, con 16 morti. Nella sola California ci sono stati 14 attacchi e 6 morti. Attacchi da parte di puma su umani ed animali domestici sono associati con aree urbane tra luoghi selvaggi ed altre aree urbane più sviluppate, come a Boulder, in Colorado, area che ha incoraggiato una delle prede tradizionali del puma, il cervo mulo, ad abituarsi alle aree urbane ed alla presenza di persone ed animali selvatici. I puma, in circostanze tali, possono arrivare a perdere la loro paura sia delle persone sia dei cani e a vederli entrambi come prede.

L'8 gennaio 2004 un puma uccise e mangiò in parte un ciclista in mountain bike nel Whiting Ranch Wilderness Park nella Orange County, in California; forse fu lo stesso animale ad aggredire un altro ciclista nel parco il giorno seguente, ma venne respinto da altri ciclisti. Un giovane puma maschio fu ucciso lì vicino dalle guardie forestali più tardi nello stesso giorno.

In California la caccia ai puma è proibita, eccetto in circostanze molto specifiche. Questo, insieme all'estinzione in California del lupo e dell'orso bruno, ha permesso al puma di moltiplicarsi enormemente, dato che non si trovano più altri predatori in grado di rubare la cacciagione di un puma, benché gli orsi neri potrebbero non essere abbastanza forti da farlo. La legge della California prevede che gli animali selvatici che hanno attaccato un umano debbano essere uccisi qualora siano localizzati.


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domenica 3 luglio 2016

LA TIGRE DEL BENGALA



La tigre del Bengala è una sottospecie di tigre che vive in India, Nepal, Bangladesh, Bhutan, Myanmar e la Cina (Tibet meridionale). È la più grande e meglio conosciuta sottospecie di tigre, e si trova in una grande varietà di habitat, tra savane e foreste tropicali e subtropicali. La loro pelliccia è di solito arancione o capriolo, anche se vi è una mutazione genetica che causa l'arancione della pelle di tigre, è sostituito dal bianco, le tigri sono chiamati tigri bianche. Vi è anche mutazioni più rare (di cui ci sono meno di 100 copie, tutte in cattività), conosciuta come tigre d'oro. La tigre è un animale domestico in India e in Bangladesh.
La lunghezza totale dei maschi è 270-310 cm, mentre quello delle femmine è 240-265 cm, la coda è di circa 85-110 cm di lunghezza e l'altezza alle spalle di 90-110 cm. Il peso medio è 221,2 kg (487,7 lbs.) per i maschi e 139,7 kg (308 lbs.) per le femmine, [3] Tuttavia, coloro che vivono nel nord dell'India e Nepal hanno un peso medio di 235 kg (518 lbs. ) per i maschi e 140 kg (308,6 lbs.) per le femmine.

La tigre del Bengala è un animale solitario che caccia prevalentemente durante le ore notturne e che non ama spartire il proprio territorio con altre tigri o altri animali. Per scoraggiare gli intrusi, tutte le tigri marcano il loro territorio con l'urina, la quale contiene delle secrezioni dall'odore molto intenso che segnalano la loro presenza. Un altro metodo che impiegano consiste nel lacerare la corteccia degli alberi con gli artigli.

È difficile seguire le tracce di una tigre del Bengala perché, nonostante la sua taglia imponente, questo felino è di natura discreta e timida. L'animale è solito ricoprire gli escrementi con la terra e spesso trascina i resti delle sue prede in mezzo ai cespugli. Alle volte arriva persino a ricoprirli di foglie morte per essere sicura che nessun altro potrà approfittarne in sua assenza. Durante le ore diurne riesce a mimetizzarsi nel folto dell'erba degli elefanti, una pianta appartenente al genere Miscanthus tipica dell'ambiente di vita di questo felino e che può raggiungere un'altezza di quasi 10 metri.

Ha una capacità visiva superiore sei volte rispetto a quella dell'uomo, compresa la visione notturna.

E' un animale provvisto di un udito molto fine ed ha la particolarità di avere la parte posteriore delle orecchie bianca caratteristica queste che sembra le consenta di riconoscere i diversi esemplari al buio.

I denti della tigre del bengala sono caratterizzati da lunghi canini, lunghi dai 7,5 ai 10 cm che servono per uccidere la preda mentre i molari servono per trinciare la carne.

Gli artigli delle zampe sono usati per afferrare la preda, per arrampicarsi sugli alberi e per graffiare la corteccia per marcare il territorio.

Le tigri comunicazioni tra di loro in diverse maniera: con l'odorato, i segnali visivi ed i suoni.

Per delimitare il territorio la tigre del bengala graffia la corteccia degli alberi e poi spruzza l'urina (assieme ad un liquido odoroso) che serve per mandare dei messaggi molto chiari alle altre tigri indicando il sesso, la taglia, lo stato sociale ed anche (se si tratta di urine di un esemplare femmina) se sono disponibili all'accoppiamento.

Le tigri indiane sono animali che possono comunicare anche vocalmente con ruggiti, grugniti, ringhi, gemiti e sibili. Ogni suono ha una sua finalità e sembra riflettere sia cosa la tigre voglia fare o stia per fare sia il suo stato d'animo. Ad esempio il ruggito è di solito un segnale di dominanza, che dice agli altri individui quanto lei/lui sia potente e quanto grande è la sua posizione sociale.

La tigre del bengala è una cacciatrice nata tanto che può cacciare ed avere il sopravvento su prede due volte superiori il proprio peso. Ama cacciare soprattutto la notte, periodo in cui le sue prede preferite (gli ungulati) sono più attive, anche se non esistono delle regole precise in merito. Caccia tendendo agguati alle sue prede, avvicinandosi il più possibile senza farsi sentire. Raramente le insegue in lunghe corse.

Le prede di piccole dimensioni le uccide mordendo la parte posteriore del collo spezzandogli quindi il midollo spinale mentre quelle di dimensioni più grandi le afferra per la gola schiacciandogli la trachea e quindi uccidendole per soffocamento.

Dopo aver ucciso le sue prede che sono di solito cervi, bufali, maiali, scimmie, le trascina da una parte per mangiarle con calma. Di solito le prime parti che la tigre del bengala mangia sono i quarti posteriori.

Nulla viene tralasciato infatti mangia anche i peli.

Può mangiare fino a 30 kg di carne in una sola volta e quando è sazia, nasconde la preda con delle foglie per ritornare il giorno dopo fino a quando non l'ha completamente divorata, anche se in decomposizione.

La maturità sessuale viene raggiunta nella femmina della tigre indiana intorno ai 3-4 anni mentre nel maschio intorno ai 4-5 anni.

Il periodo in cui la tigre del bengala si accoppia è quello primaverile, quando la femmina entra in calore per circa 3-7 gg. Dopo l'accoppiamento il maschio resta con la femmina ancora per qualche giorno dopo di che se ne va e non alleva i figli il cui compito è affidato esclusivamente alle femmine.

La gestazione dura circa 15 settimane e possono nascere da due a quattro cuccioli che alla nascita e fino a 6-14 gg sono ciechi e dipendono in tutto e per tutto dalla madre.

I piccoli sono allattati per circa sei mesi anche se la madre quando hanno circa due mesi di età, inizia a portare loro piccole prede.

Dopo i sei mesi i piccoli iniziano ad accompagnare la madre nella caccia per impararne tutte le tecniche e verso i 18 mesi sono in grado di cacciare da soli.

Rimangono con la madre fino all'età di un anno e mezzo - tre anni.

Le tigri indiane adulte sono animali che non hanno nemici naturali fatta eccezione per l'uomo. I cuccioli di tigre spesso sono cacciati dagli esemplari maschi adulti di tigre.

La tigre indiana è classificata nella Red list dell'IUNC tra gli animali ad altissimo rischio di estinzione ENDANGERED (EN): è stato infatti stimato (dati 2008) che nel mondo la popolazione totale è di circa 2500 esemplari.

La principale minaccia per questo insuperabile animale è l'uomo che riduce sempre più il suo habitat naturale e le sue fonti di cibo.
La tigre indiana è molto importante nell'ecosistema per controllare la popolazione dei grandi erbivori.

Da un punto di vista economico è un animale che rappresenta una grande risorsa per i giardini zoologici e le aree naturali, come importante risorsa economica (ecoturismo).

Il bracconaggio purtroppo è ancora diffuso in quanto la sua pelliccia è considerata pregiata per fare arazzi e tappeti.

Tra i felini la tigre del bengala è quella che ama maggiormente l'acqua essendo tra l'altro una eccellente nuotatore.

La medicina tradizionale cinese, usava parti del corpo dell'animale per preparare medicine alternative ad esempio per diventare forte e feroce come una tigre.



Un tempo viveva in tutta l'India, Nepal, Bhutan, Myanmar (Birmania), Bangladesh, Pakistan del nord e sud del Tibet, mentre oggi la razza è scomparsa in Pakistan e sopravvive in piccole zone dell'originaria area di diffusione. Benché si tratti di una specie protetta in tutto il suo areale, le tigri sono minacciate dai bracconieri e dalla pressione umana: ne rimangono 2000 allo stato brado (in Cina ve ne sono solo 10-30 esemplari), ma ve ne sono molte in cattività. Non esiste quasi più nella regione del Rajasthan.

La varietà degli habitat di vita della tigre del Bengala è ampia, includendo le praterie, le foreste pluviali tropicali e subtropicali, macchia a cespugli, foreste umide e decidue e foreste di mangrovie.

Nel 1972, un censimento del Ministero dell'Ambiente indiano stimò il numero delle tigri viventi in India in meno di 2000 esemplari, concentrati in quattro aree principali: la regione ai piedi dell'Himalaya, nell'India settentrionale e nord-orientale, le foreste dell'India centrale e orientale ed una ristretta area sulla costa sud-occidentale. Per contrastare il pericolo di estinzione il governo indiano mise in atto un incisivo programma di conservazione, denominato Project Tiger che è riuscito a raddoppiare la consistenza della popolazione: un censimento effettuato nel 1989 ha stimato il numero delle tigri viventi in India in 4334. Tuttavia, nei primi anni '90 si è assistito ad una inversione della tendenza ed il più recente censimento del 1993 ha fatto registrare un declino della popolazione a 3750 esemplari.

Considerando anche le piccole popolazioni presenti in Nepal (circa 250 esemplari), Bhutan, Bangladesh e Myanmar, la popolazione complessiva di questa sottospecie è di circa 4500 esemplari. Attualmente in India esistono 21 aree protette, create specificamente per proteggere le tigri, che coprono un'area complessiva di oltre 30.000 km².

Tara, in apparenza una femmina di tigre del Bengala proveniente dallo Zoo di Twycross in Inghilterra nel luglio 1976 era stata stata allevata in cattività e addestrata da Billy Arjan Singh, un conservazionista, per essere poi rilasciata in natura nel Parco nazionale di Dudhwa, nel Distretto di Lakhimpur Kheri, in India, con il permesso del primo ministro allora in carica, Indira Gandhi. Lo scopo del progetto consisteva nel provare che era possibile reintrodurre con successo in natura individui nati e allevati in cattività. Quando Singh rilasciò Tara nel parco era già a conoscenza del fatto che essa aveva una discendenza mista; nonostante ciò andò avanti contro le forti obiezioni al progetto che molti esperti avevano già avanzato persino prima che la tigre arrivasse in India. Anche dopo il rilascio dell'animale in natura, Singh ricevette un bombardamento di lettere che affermavano che la contaminazione genetica della popolazione naturale di tigre del Bengala avrebbe prodotto danni irreparabili alla sottospecie. Si diceva che Singh era responsabile di aver liberato un "cocktail genetico" all'interno della riserva per la conservazione della tigre del parco di Dudhwa. Il direttore logistico responsabile della conservazione della tigre nel parco Dudhwa, Ram Lochan Singh, esperto di gestione della fauna protetta, si era opposto fortemente al progetto proprio riferendosi alla possibilità che la tigre fosse portatrice di un pool genico misto.

Nel 1995 fu proprio Billy Singh a osservare e riconoscere, all'interno del parco di Dudhwa, un giovane maschio che presentava le fattezze tipiche delle tigri siberiane: carnagione bianca, pelo chiaro, testa larga e strisce ampie di colore marrone scuro. Grazie a tecniche di analisi genetica, sviluppate solo successivamente, fu dimostrato col 90% di certezza che dei geni appartenenti alla sottospecie della tigre siberiana avevano inquinato il pool genico puro della tigre del Bengala, preesistente nel Parco Nazionale di Dudhwa. Fu inoltre provato, che il personale dello zoo di Twycross era stato irresponsabile a non mantenere un preciso registro delle genealogie degli animali e quindi fornendo al governo indiano un individuo ibrido tra tigre siberiana e tigre del Bengala.

Negli anni seguenti il rilascio, Tara divenne una "mangiatrice di uomini", responsabile della morte di circa 24 persone, e per questo motivo fu abbattuta con colpi d'arma da fuoco. È ormai noto senza ombra di dubbio che gli animali cresciuti e allevati in cattività diventano spesso un pericolo per l'uomo una volta rilasciati in natura. Essi infatti non temono l'uomo e non cercano di evitarlo, anzi, alle volte associano le persone con la presenza del cibo e quindi vanno in cerca di villaggi.

Le tigri del parco Dudhwa costituiscono circa l'1% della popolazione indiana allo stato naturale, ma esiste ora la possibilità che l'inquinamento genetico, attraverso Tara, si diffonda a tigri di altri gruppi; nel peggiore dei casi potrebbe mettere in pericolo l'esistenza della tigre del Bengala in quanto sottospecie distinta.

Nel 2000 John Varty ha avviato un progetto che ha come scopo la reintroduzione di tigri del Bengala allo stato selvatico. Questo progetto prevede di prelevare dei cuccioli nati in cattività, in zoo, e addestrarli in modo che possano riguadagnare i loro istinti predatori. Una volta che avranno dimostrato di poter sopravvivere autonomamente in natura le tigri verranno rilasciate in una riserva naturale in Africa. Il compito degli addestratori, John Varty e Dave Salmoni, esperti di zoologia e di addestramento dei grandi felini, è quello di insegnare alle tigri come inseguire furtivamente le prede, come cacciare e, cosa più importante di tutte, a riconoscere l'associazione tra l'attività di caccia e la possibilità di reperire cibo. Si dice che due tigri del Bengala siano già state reinserite in natura con successo e che altre due siano al momento sottoposte al processo di rinselvatichimento. Questo progetto è stato usato come soggetto di un documentario di Discovery Channel intitolato Living With Tigers, che è stato riconosciuto come miglior documentario prodotto da questa emittente nel 2003. Successivamente però è stato dimostrato che questo documentario in realtà era una frode. Le tigri erano incapaci di cacciare ed era la troupe cinematografica a dare la caccia alle prede contro la recinzione e sul percorso seguito dalle tigri. Cory Meacham, un giornalista statunitense che si occupa di questioni ambientali ha dichiarato che il documentario in questione ha a che fare con la conservazione della tigre quanto un cartone animato di Walt Disney. Inoltre le tigri non sono state veramente rilasciate e anzi vivono tuttora all'interno di un piccolo recinto sotto costante sorveglianza e con frequenti contatti con l'uomo. John varty, realizzatore del documentario, ha ammesso che il film contiene sequenze false. I conservazionisti, temendo che il pubblico maturasse sfiducia e un'idea fuorviante riguardo ai progetti di conservazione, hanno dichiarato che il progetto non ha mai avuto niente a che vedere con la conservazione, ma solo con il successo televisivo e le opportunità di guadagno.

Delle forti critiche nei confronti di questo progetto sono sorte a causa dei cuccioli scelti. Gli esperti affermano che le quattro tigri (Ron, Julie, Seatao e Shadow) coinvolte nel progetto di reintroduzione dal punto di vista genetico non sono esattamente appartenenti alla sottospecie tigre del Bengala e quindi non dovrebbero essere usate per scopi riproduttivi. Le quattro tigri non sono iscritte nel registro della genealogia delle tigri del Bengala purosangue (Bengal tiger Studbook) e quindi non dovrebbero essere considerate come appartenenti a quella sottospecie. Molte delle tigri tenute negli zoo di tutto il mondo sono geneticamente impure e non c'è ragione di pensare che queste quattro non siano tra di esse. Il registro internazionale delle tigri redatto nel 1997 certifica l'esistenza di una popolazione mondiale di tigri del Bengala tenute in regime di cattività che ammontava a 210 individui. L'intera popolazione citata si trova all'interno di zoo situati in India fatta eccezione per una femmina che vive in uno zoo del Nord America. È importante notare che Ron e Julie (due delle tigri coinvolte nel progetto) sono nate negli Stati Uniti e cresciute da genitori umani nello zoo di Bowmanville, in Canada, mentre Seatow and Shadow sono nate in Sud Africa.

È stato recentemente confermato che le tigri coinvolte nel progetto Tiger Canyons derivano da un incrocio tra tigri siberiane e tigri del Bengala. Non è consentito rilasciare in natura individui che non sono geneticamente puri e che perciò non sono adatti a partecipare al Piano di Sopravvivenza della tigre, che ha lo scopo di preservare questa specie facendo riprodurre esclusivamente individui geneticamente puri.


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venerdì 1 gennaio 2016

IL LABRADOR

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Il Labrador è un diretto discendente del Cane di St. John, un incrocio tra una razza autoctona e i cani da caccia importati dall'Inghilterra, allevato dai pescatori inglesi sull'isola di Terranova a partire dal XVII secolo. Le sue radici si intrecciano con quelle del Cane di Terranova.

All'inizio del 1800, fu importato in Inghilterra a bordo di navi provenienti dalla penisola del Labrador.

La razza fu quindi allevata e selezionata da alcuni nobili inglesi, tra cui il Conte di Malmesbury, al quale si deve la nascita, nel 1885, di Buccleuch Avon, il primo esemplare di Labrador come oggi lo conosciamo.

Quattro anni dopo la nascita di Buccleuch Avon, che aveva il manto nero, nacque il primo labrador giallo, Ben of Hyde. La diffusione dei cani dal manto chiaro divenne però significativa solo dopo il 1920. L'allevamento di labrador "chocolate" iniziò invece solo negli anni trenta del XX secolo.

Per le sue grandi doti di cane da caccia e da riporto, il Labrador conobbe una grande diffusione in Inghilterra, tanto da essere allevato persino da re Giorgio VI.

Il Kennel Club riconobbe ufficialmente la razza nel 1903.

Il primo standard della razza è del 1916, e fu in parte modificato nel 1950. Lo Standard della FCI attualmente in vigore è del 1989. Lo standard del Kennel Club americano è del 1994 e si discosta lievemente da quello della FCI. Oggi i Labrador sono tra i cani più diffusi al mondo, in particolare in Inghilterra, nell'Europa occidentale e negli Stati Uniti.

Il Labrador non è solo un cane da riporto, perché può essere anche un cane-guida per ciechi, un cane da fiuto che percepisce qualsiasi cosa (dalle droghe alle perdite di gas), un bagnino e un cane da salvataggio, un cane di servizio per disabili e uno dei cani per famiglie più popolari. Questi risultati, comunque, non arrivano per magia: dipendono da un buon allevamento e un ottimo addestramento.
I Labrador sono cani potenti e vitali la cui intelligenza va canalizzata. Con padroni responsabili sono ottimi compagni e cani per famiglie affidabili, molto addestrabili e adattabili.
La razza ha avuto origine in Canada come cane d'acqua, ma è stato nell'Inghilterra del XIX secolo che le sue abilità da riporto l'hanno reso il prediletto dai cacciatori. Oggi le varietà da esposizione e da lavoro sono differenti, con la seconda che è più leggera.
Noto e diffuso in Italia grazie alla presenza di cuccioli in diverse pubblicità televisive, questo cane gentile è l'ideale per una famiglia attiva disposta a dedicare molto tempo all'esercizio e all'addestramento e con qualcuno che rimanga a casa per la maggior parte della giornata. Il Labrador ha bisogno di compagnia e può diventare distruttivo e rumoroso se lasciato solo. In genere sono molto buoni con i bambini, ma possono essere troppo grandi e turbolenti per la sicurezza dei più piccoli, oltre ad avere la tendenza a prendere in bocca le mani giocando.
L'ideale per un Labrador sarebbe una casa di campagna, ma saprà adattarsi alla vita di città con il giusto esercizio e stimoli mentali adeguati. Ha bisogno di un giardino con recinzioni solide e dell'accesso a un parco dove bruciare energie. Non è un cane da appartamento ideale a causa della sua mole e della sua esuberanza.
I Labrador hanno bisogno di padroni che amino lunghe passeggiate quotidiane in tutte le stagioni, siano preparati per un cucciolo birichino che diventerà un adulto esuberante e amino addestrare un cane reattivo.




Il Labrador Retriever è un cane di struttura robusta, compatto, molto attivo. Il cranio è largo; il petto è largo e il torace profondo; i reni e il treno posteriore sono larghi e forti.

Molto agile e di buon temperamento. L'olfatto è eccellente, la bocca morbida. Molto amante dell'acqua. Adattabile e affezionato compagno.

Cranio largo con stop definito. Testa ben modellata, asciutta, senza guance carnose. Mascelle di lunghezza media, potenti e non appuntite. Tartufo largo, con narici ben sviluppate.

Occhi di grandezza media che esprimono intelligenza e buon carattere, di colore castano o nocciola.

Orecchie né larghe né pesanti, portate pendenti vicino alla testa e attaccate un pò arretrate.

Mascelle e denti forti, con chiusura a forbice perfetta regolare e completa: la parte interna degli incisivi è sovrapposta e aderente alla parte esterna di quelli inferiori. I denti sono perpendicolari alle mandibole.

Collo di bella linea, forte, poderoso, inserito tra spalle ben costruite.

Torace di buona larghezza e profondità, con costole ben arcuate "a botte". Linea del dorso dritta. Reni larghi, corti e forti.

Spalle lunghe e oblique. Arti con buona ossatura, diritti dal gomito al suolo, visti sia di fronte che di profilo.

Piedi rotondi, compatti con dita ben arcuate e cuscinetti plantari ben sviluppati.

Arti posteriori ben sviluppati, non inclinati verso la coda; ginocchio ben flesso, garretti bassi. I garretti vaccini sono indesiderati.

Coda costituisce una caratteristica distintiva della razza. Molto grossa verso la base, si assottiglia gradualmente verso la punta, di lunghezza media, senza frange ma ricoperta da pelo corto, fitto e folto, che le da quell'aspetto arrotondato tipico (coda di lontra). Può essere portata allegramente ma non deve essere mai arricciata sopra il dorso.

Andatura e movimento: sciolto, con falcate adeguatamente lunghe; arti dritti e paralleli visti sia di fronte che posteriormente.

Il mantello costituisce una caratteristica distintiva della razza. Pelo corto e folto, senza frange e ondulazioni, abbastanza duro al tatto; sottopelo resistente alle intemperie.

Completamente nero, giallo o fegato/cioccolato. Il giallo varia dal crema chiaro al rosso volpe. È ammessa una piccola macchia bianca sul petto.

L'altezza ideale al garrese è di 56-57 cm per i maschi e di 54-56 cm per le femmine.

Di recente viene inoltre impiegato anche come cane di utilità dalle forze dell'ordine e dalla protezione civile. L'eccezionale fiuto gli consente infatti di scovare esplosivi e sostanze stupefacenti occultati, nonché di percepire la presenza di persone sotto neve e macerie.

Il labrador è un cane tranquillo, intelligente e - soprattutto da giovane - molto amichevole. Per tenerlo in forma è sufficiente qualche passeggiata, attività che ama svolgere insieme ai compagni umani.

Da cucciolo è particolarmente curioso e disponibile, sempre pronto ad imparare da ogni cosa trovi sul proprio cammino.

A qualsiasi età è bene prestare molta attenzione alla sua alimentazione, in quanto si tratta di un cane piuttosto ingordo e, se troppo nutrito, tende ad ingrassare molto.

L'aspettativa di vita di un Labrador è attorno ai 12 - 15 anni. I problemi di salute di cui un Labrador può soffrire sono generalmente limitati ai seguenti:

Displasia dell'anca, soprattutto per i cani di maggiori dimensioni. Il difetto non è tuttavia così diffuso come in altre razze, tanto che il Labrador non è compreso tra i cani per cui il controllo della patologia è richiesto dal club di razza 
Displasia del gomito
Infezioni alle orecchie, che si possono però prevenire agevolmente con una pulizia regolare;
Obesità: il Labrador ha un appetito insaziabile e tende ad ingrassare. Nei soggetti obesi possono svilupparsi, soprattutto con l'età, vari problemi di salute, tra cui la displasia dell'anca o del gomito e il diabete.



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domenica 27 dicembre 2015

LE RENNE

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Le renne di Babbo Natale sono una squadra di renne volanti che trainano la slitta di Babbo Natale durante la consegna dei regali. I nomi delle renne, comparsi per la prima volta in una poesia natalizia del 1823 intitolata A Visit from St. Nicholas, sono: Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet, Cupid, Donder (o Donner) e Blitzen.

Negli ultimi sessant'anni, Rudolph la renna dal naso rosso è stata aggiunta alla squadra principale delle renne di Babbo Natale in seguito al grande successo della canzone natalizia Rudolph the Red-Nosed Reindeer scritta da Johnny Marks nel 1949.

Gran parte della tradizione natalizia contemporanea è attribuita alla poesia A Visit from St. Nicholas (conosciuta anche come The Night Before Christmas o Twas the Night Before Christmas) scritta da Clement Clark Moore nel 1823; nel poema, i nomi delle prime otto renne fanno la loro prima apparizione.

La storia originale di Rudolph venne scritta nel 1939 da Robert L. May e pubblicata sotto forma di libro per essere letta ai bambini durante il periodo di Natale. Secondo la storia, Rudolph, renna giovane da un insolito naso rosso e luminoso, viene scelta da Babbo Natale per illuminare e rendere visibile alle altre renne il sentiero offuscato dalla nebbia.

Nel 1949, Johnny Marks adattò la storia di Rudolph in una canzone natalizia dal titolo Rudolph the Red-Nosed Reindeer.

Renna e Caribou sono due nomi che indicano la stessa specie (Rangifer tarandus), con le renne in genere si fa riferimento alla varietà addomesticata che è allevata in greggi dagli uomini e tira le slitte. Il nome Caribou origine dalla parola Mi'kmaq Qalipu (pronunciato hal-lay-boo), che significa "mestolone delle nevi". La parola si riferisce al disegno degli zoccoli, a forma di pala, dai bordi affilati e concavi, che questi animali usano per scavare nella neve per trovare licheni e altre piante.

Le renne sono gli unici mammiferi che hanno occhi che cambiano colore a seconda della stagione. Gli occhi sono d'oro durante l'estate, quando la luce solare è quasi costante, ma nel buio dell'inverno le retine riflettono meno la luce e gli occhi appaiono blu.

Un cucciolo di renna nordamericana può correre più veloce di un velocista olimpico. Gli adulti possono arrivare fino a 80 km orari! Questo è il motivo per cui le renne non sono predate facilmente dagli orsi polari: gli orsi si scalderebbero troppo ad inseguirle!

I maschi di renna cambiano le corna alla fine della stagione degli amori, intorno ai primi di dicembre. Le femmine, invece, mantengono le loro corna più sottili per tutto l'inverno. Se dobbiamo pensare a tutti gli avvistamenti, allora sono le signore che trainano per il cielo la slitta di Babbo Natale piena di regali.

Alcune sottospecie di renne hanno ginocchia che fanno uno schiocco mentre camminano in modo che possano restare insieme anche in una bufera di neve. Emettono anche dei vocalizzi: gli scienziati hanno scoperto che i maschi sono dotati di una grande sacca d'aria nel collo che permette loro di emettere un suono come un rauco crepitio, o richiami di accoppiamento. La chiamata gutturale serve a dissuadere i maschi rivali mentre si attira una potenziale partner. Per le femmine, queste sacche d'aria permettono alle mamme di comunicare con i loro piccoli. Ogni renna effettua un verso unico.

Le renne battono tutti gli altri animali terrestri in quanto ad efficienza energetica. Sono nate per sopportare la neve e il freddo, con peli concavi che intrappolano l'aria e le tengono ben isolate. Durante l'inverno la pelliccia sul muso della renna cresce e si allunga fino alle labbra, in modo da proteggere il muso quando pascolano nella neve. I loro nasi sono appositamente progettati per riscaldare l'aria prima che arrivi ai polmoni. Quando c’è un freddo estremo le renne sono in grado di abbassare la temperatura delle gambe appena sopra il congelamento, così da evitare la perdita di calore corporeo.

Come i loro occhi, le zampe delle renne possono cambiare da stagione a stagione. In estate, i cuscinetti diventano spugnosi per dare loro una trazione supplementare nella morbida tundra, mentre in inverno, si ritirano e si irrigidiscono, esponendo il bordo dello zoccolo, che taglia il ghiaccio e la neve e permette loro di scavare per trovare il cibo.

Quando renne cambiano i loro palchi, ogni anno, questi possono restare a terra, ma non solo: ciò che resta dei palchi può essere il nutrimento di roditori e altri animali, e sono una grande fonte di calcio e sali minerali.

Si dice che quello della renna sia il latte più ricco e nutriente di tutti i mammiferi terrestri. Ha delle percentuali impressionanti: il  22 per cento di grasso e il 10 per cento di proteine; in confronto, il latte vaccino ha solo dal 3 al 4 per cento di grasso di latte.

Nel 1961 gli studiosi suddivisero le varie sottospecie di renne in due grandi gruppi, le renne della tundra (con sette sottospecie) e le renne dei boschi (con altre sette sottospecie). Alcune delle sottospecie della tundra sono forme insulari dell'alto Artico di piccole dimensioni. Queste sottospecie insulari non sono probabilmente imparentate tra loro, dal momento che la renna delle Svalbard sembra essersi evoluta dalla grossa renna europea, mentre il caribù di Peary è uno stretto parente di quello dei Barren-ground, e come questo ha probabilmente avuto origine nell'alto Artico nordamericano.

Le renne domestiche hanno zampe più corte e sono più pesanti delle loro cugine selvatiche.

Le renne domestiche si incontrano soprattutto nelle regioni settentrionali di Fennoscandia e Russia, mentre in Scozia, nella regione dei Cairngorm, è presente una mandria di circa 150-170 capi. L'unica popolazione selvatica rimasta in Europa di renne della tundra vive in alcune regioni della Norvegia meridionale.



Alcune renne provenienti dalla Norvegia furono introdotte nella Georgia del Sud, un'isola dell'Atlantico meridionale, agli inizi del XX secolo. Oggi questa popolazione è costituita da circa 2600 esemplari suddivisi in due distinte mandrie separate da ghiacciai. Sebbene l'immagine di una renna compaia sulla bandiera e sullo stemma del Territorio, questo animale rischia di essere sradicato dall'isola a causa dei danni che arreca all'ambiente. Circa 4000 renne sono state introdotte sull'arcipelago subantartico francese delle Isole Kerguelen. Nell'Islanda orientale è presente una piccola mandria di circa 2500-3000 capi.

Il numero di caribù e renne è variato più volte nel corso della storia, ma oggi molte popolazioni sono in declino in varie zone di tutto l'areale. Questo declino è strettamente correlato al mutamento climatico per quanto riguarda le popolazioni settentrionali migratrici, e alle attività industriali per quanto riguarda quelle meridionali stanziali.

Essendo ruminanti, le renne possiedono uno stomaco suddiviso in quattro camere. In inverno si nutrono soprattutto di licheni, in particolar modo del cosiddetto lichene delle renne. Tuttavia, mangiano anche foglie di salice e betulla, nonché carici ed erba. Alcune testimonianze lasciano ipotizzare che all'occasione mangino anche lemming, salmerini alpini e uova di uccello. È noto che verso la fine dell'estate le renne allevate dai Ciukci divorino grandi quantità di funghi.

L'accoppiamento avviene tra la fine di settembre e i primi di novembre. I maschi combattono tra loro per avere accesso alle femmine. I contendenti incrociano tra loro i palchi, cercando di spingere via l'avversario. I maschi più vigorosi possono radunare attorno a sé fino a 15-20 femmine. Durante questo periodo i maschi smettono di mangiare e perdono gran parte delle proprie riserve corporee.

I piccoli nascono il maggio o giugno successivo. Dopo 45 giorni, sono in grado di pascolare e di nutrirsi da soli, ma continuano a poppare fino all'autunno successivo, quando divengono indipendenti dalla madre.

Le renne vengono predate da un gran numero di animali. Le aquile reali, che catturano i piccoli, sono i predatori più prolifici nei territori di allevamento della specie. I ghiottoni catturano piccoli appena nati o femmine gravide, così come (anche se più raramente) adulti menomati. Orsi bruni e orsi polari predano renne di tutte le età, ma come i ghiottoni attaccano quasi sempre gli animali più deboli, come i piccoli e gli esemplari malati. Il più efficiente predatore naturale di esemplari adulti, comunque, è il lupo grigio, soprattutto durante l'inverno. Durante l'ultima glaciazione la renna godette del massimo della sua diffusione: in questo periodo questi ungulati costituivano la preda preferita del leone delle caverne.

Volpi, corvi e falchi, invece, si nutrono solo di esemplari già morti. Gli insetti ematofagi, come Simulidi e zanzare, costituiscono una vera piaga per le renne durante i mesi estivi, e possono causare così tanto stress da influire negativamente sulle abitudini alimentari e riproduttive di questi Cervidi. In un caso documentato, l'intero corpo di una renna è stato trovato all'interno dello stomaco di uno squalo della Groenlandia, una specie diffusa nell'estremità settentrionale dell'Atlantico, ma si tratta quasi probabilmente di un caso di necrofagia, considerata la distanza tra gli habitat occupati dall'ungulato e dal grosso pesce dai lenti movimenti. L'andamento demografico di alcuni di questi predatori è influenzato dalla migrazione delle renne.

La caccia alla renna ha una storia molto lunga, e secondo alcuni studiosi questo animale «potrebbe essere la specie più importante nell'intera letteratura antropologica sulla caccia».

L'uomo iniziò a cacciare la renna nel Mesolitico e nel Neolitico, e ancora oggi, in molte aree, è il principale predatore di questa specie. In Norvegia e Groenlandia la caccia alla renna ha una tradizione che va dall'era glaciale fino all'epoca attuale. Sui monti non ricoperti di alberi della Norvegia centrale, come il Jotunheimen, è ancora possibile trovare i resti di trappole fossorie costruite in pietra, recinti guida e frammenti di arco, costruiti soprattutto per la caccia alle renne. Essi risalgono, quasi probabilmente, all'epoca delle invasioni barbariche, ma è possibile che siano stati già in uso nell'età della pietra.

La Norvegia sta ora preparandosi per la nomina tra i Patrimoni dell'Umanità delle aree recanti tracce e tradizioni della caccia alla renna nei parchi nazionali di Dovrefjell-Sunndalsfjella, Reinheimen e Rondane, nel Sør-Norge centrale (Norvegia meridionale). In queste regioni della Norvegia la caccia alla renna è stata praticata ininterrottamente dall'età della pietra post-glaciale a oggi.

Il caribù selvatico viene ancora cacciato in Nordamerica e Groenlandia. In passato, per gli Inuit, le Prime nazioni settentrionali, i nativi dell'Alaska e i Kalaallit della Groenlandia, questo animale costituiva un'importante fonte di cibo, vestiario, riparo e utensili. Molti Gwich'in, che devono la sopravvivenza al caribù del Porcupine, seguono ancora oggi pratiche tradizionali di gestione del caribù, tra cui il divieto della vendita della sua carne e la limitazione degli esemplari catturati durante ogni battuta.

Nel Québec, in epoca coloniale, il sangue di caribù, misto ad alcool, veniva bevuto da cacciatori e taglialegna per contrastare gli effetti del freddo. Questa bevanda, preparata ancora oggi con vino, al posto del sangue, e whiskey, è nota come Caribou.

Le renne vengono allevate da secoli da alcuni popoli artici e subartici, come i Sami e i Nenci, per la carne, il cuoio, i palchi e, in maniera minore, il latte e i trasporti. Queste renne non vengono considerate animali propriamente domestici, dal momento che generalmente vagano libere sui territori di pascolo. Durante i tradizionali spostamenti di queste popolazioni, le renne domestiche migrano tra la costa e l'entroterra seguendo sentieri percorsi da secoli; durante gli spostamenti, gli uomini si prendono alacremente cura degli animali. Tuttavia, le renne non si riproducono in cattività, sebbene vengano allevate anche per il latte e come animali da soma. Inoltre, dalla loro pelle conciata, i Nenci ricavano un indumento tradizionale, la malitsa.

In Alaska, l'impiego delle renne come animali domestici venne introdotto alla fine del XIX secolo dallo U.S. Revenue Cutter Service, con l'assistenza di Sheldon Jackson, per fornire sostentamento ai nativi ivi presenti. Inizialmente le renne furono importate dalla Siberia, e successivamente dalla Norvegia. Un regolare servizio postale di Wales (Alaska) impiega una slitta trainata da renne per effettuare le consegne. In Alaska, i mandriani di renne utilizzano la telemetria satellitare per seguire i loro branchi, impiegando mappe e database online per tracciare i progressi della mandria.

La renna ha (o ha avuto) un importante ruolo economico per tutti i popoli circumpolari, come Sami, Nenci, Ostiachi, Evenchi, Jukaghiri, Ciukci e Coriachi in Eurasia. Si ritiene che l'addomesticamento di questo animale ebbe inizio tra l'età del bronzo e quella del ferro. Gli esemplari siberiani vengono anche impiegati come cavalcature, dal momento che sono più grandi dei loro cugini scandinavi. Un singolo proprietario può possedere centinaia, o perfino migliaia, di animali. Il numero dei mandriani russi è notevolmente diminuito dopo la caduta dell'Unione Sovietica. La vendita di pelle e carne fornisce loro un'importante fonte di entrata. Le renne vennero introdotte in Alaska verso la fine del XIX secolo e si incrociarono con la sottospecie di caribù presente nella zona. I mandriani di renne della penisola di Seward hanno subito una significativa perdita di capi a causa dei predatori (come i lupi) che seguono i caribù selvatici durante le loro migrazioni.

La carne di renna è molto popolare nei Paesi scandinavi. Le polpette di renna vengono vendute in scatola. La renna trifolata è il piatto più famoso della Lapponia. In Alaska e Finlandia, le salsicce di renna vengono vendute nei supermercati e nelle drogherie. La carne di renna è molto tenera e magra. Può essere consumata fresca, ma anche essiccata, salata e affumicata a caldo o a freddo. Oltre alla carne, quasi tutti gli organi interni della renna possono essere mangiati, e alcuni di essi costituiscono piatti tradizionali. Tuttavia, la Lapin Poron liha, carne fresca di renna completamente prodotta e confezionata nella Lapponia finlandese, è protetta in Europa sotto la classificazione di denominazione di origine protetta.

I palchi di renna vengono ridotti in polvere e venduti come afrodisiaco o supplemento nutritivo e medico sui mercati asiatici.

Il caribù è stato la principale fonte di sussistenza per gli Inuit del Canada.

Sia Aristotele che Teofrasto citarono brevemente nelle loro opere - probabilmente basandosi sulla stessa fonte - una specie di cervo delle dimensioni di un bue, chiamata tarandos, diffusa in Scizia, nelle terre dei Budini, in grado di cambiare il colore della propria pelliccia per mimetizzarsi. L'origine di quest'ultimo dato è da attribuire probabilmente a un errato modo di interpretare il cambiamento stagionale della colorazione della renna. Entrambe le descrizioni sono state attribuite a renne che vivevano nella regione meridionale dei Monti Urali verso il 350 a.C..

Bisogna quasi certamente interpretare come una renna l'animale simile al cervo incontrato nel 53 a.C. nella Foresta Ercinia da Giulio Cesare e descritto nei suoi Commentarii de Bello Gallico (capitolo 6.26):

« C'è un bue dalla forma di cervo, a metà della cui fronte si erge un solo corno più alto, e più diritto di quelle corna che ci sono note; dalla sommità di questo si estendono ampiamente come rami simili a palme. È uguale la natura del maschio e della femmina, uguale la forma e la grandezza delle corna. »
Secondo la Historia de Gentibus Septentrionalibus di Olao Magno – stampata a Roma nel 1555 – Gustavo I di Svezia inviò 10 renne ad Alberto I di Prussia, nel 1533. È probabile che Conrad Gessner abbia visto o sentito parlare di questi animali.

Il nome rangifer, che Linneo scelse per indicare il genere a cui appartiene la renna, venne usato da Alberto Magno del suo De animalibus (Libro 22, Capitolo 268: Dicitur Rangyfer quasi ramifer). Questa parola deriva dal termine sami raingo. Per la scelta dell'epiteto specifico tarandus, Linneo fece riferimento alla Quadrupedum omnium bisulcorum historia (1621; Pagine 859–863, Capitolo 30: De Tarando) di Ulisse Aldrovandi. Tuttavia, Aldrovandi – e prima di lui Conrad Gessner – pensava che il rangifer e il tarandus fossero due specie separate. In ogni caso, come detto poc'anzi, il termine tarandos risale ai tempi di Aristotele e Teofrasto.

Sugli stemmi di alcune municipalità norvegesi (Eidfjord, Porsanger, Rendalen, Tromsø, Vadsø e Vågå) sono raffigurate una o più renne. Una renna compariva anche sullo stemma della provincia storica svedese di Västerbotten. L'attuale Contea di Västerbotten ha confini molto differenti e sul suo stemma, oltre alla renna, compaiono anche altri simboli. Anche nello stemma della città di Piteå compare una renna. Il logo dell'Università di Umeå raffigura tre renne.

La moneta canadese da 25 centesimi, o quarter, raffigura un caribù su una delle sue facce. Il caribù è l'animale simbolo della Provincia di Terranova e Labrador (Canada) e compare sullo stemma del Nunavut. La statua di un caribù venne eretta al centro del Memoriale di Beaumont-Hamel, in Francia, sul luogo dove centinaia di soldati provenienti da Terranova vennero uccisi o feriti durante la prima guerra mondiale; una sua replica è presente nel Bowring Park, a St. John's, la capitale di Terranova.

In Finlandia, due municipalità presentano una renna sul loro stemma: quello di Kuusamo raffigura una renna in corsa, mentre quello di Inari raffigura un pesce coi palchi di renna.





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mercoledì 28 ottobre 2015

IL COYOTE

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Il coyote, il cui nome scientifico è Canis latrans della famiglia dei Canidae è un mammifero molto diffuso che ritroviamo in gran parte dell'America settentrionale e centrale in un ampio territorio delimitato a nord dall'Alaska e a sud da Panama.

E' difficile descrivere l'habitat tipico del coyote in quanto la sua particolarità è che è uno tra gli animali maggiormente adattabile in quanto è in grado di modificare la propria dieta, le abitudini e tutto il suo stile di vita, qualora si rendesse necessario per la sopravvivenza. Questo comporta pertanto che il suo habitat sia estremamente vario: le praterie, le foreste di montagna, i deserti ed anche i sobborghi delle città come le aree agricole, sono diventati dei luoghi dove è possibile ritrovarlo. Una sola eccezione sono le aree dove sono presenti i lupi dalle quali il coyote tende a tenersi lontano.

I coyote appartengono non solo alla stessa famiglia ma anche allo stesso genere dei lupi (Canis lupus) ai quali rassomigliano, sono solo di dimensioni più piccole.

Il coyote è un animale molto agile (può saltare fino a 4 m), veloce (può raggiungere i 65 km/h) ed intelligente (adatta la propria vita in base alle disponibilità del cibo). E' caratterizzato da un mantello il cui colore varia dal grigio, al giallo, al marrone, al bruno con la gola ed il ventre di colore biancastro.

Presentano le orecchie diritte e la coda cadente che viene usata in segno di minaccia infatti quando il coyote vuole essere aggressivo posiziona la coda in modo orizzontale rispetto al terreno e drizza il pelo.

Un'altra particolarità del coyote sono i suoi sensi, particolarmente sviluppati: ha un udito molto sensibile e le orecchie oltre che per udire, servono anche a segnalare il proprio rango ed umore; l'olfatto è molto sviluppato e viene usato per localizzare prede e carogne; la vista è molto acuta.

Il coyote ha delle zampe robuste ed è un digitigrado vale a dire che cammina poggiando sul terreno solo le dita. E' provvisto di cinque dita nelle zampe anteriori e quattro nelle zampe posteriori.

La sua estrema adattabilità alle diverse situazioni comporta uno stile di vita estremamente variabile. Infatti ad esempio se nella zona dove vive il cibo è formato solo da piccoli animali il coyote vive da solo o con la sua compagna; là dove invece le prede sono più grosse (e quindi non possono essere cacciate da un singolo individuo o da pochi) vive in branchi. I branchi pertanto sono creati a seconda delle circostanze e non sono permanenti.



Un branco, se formato, è costituito da 3 a 8 individui dove è presente una coppia dominante in età riproduttiva, i loro piccoli e la prole nata l'anno precedente.

I coyote sono animali prevalentemente notturni anche se non è infrequente vederli a caccia anche di giorno. Durante la giornata di solito stanno nella tana che può essere un buco nel terreno spesso ottenuto allargando tane preesistenti di altri animali. Queste tane sono in genere utilizzate per un anno e poi cambiate e sono caratterizzate dal fatto di avere diverse entrate.

Il caratteristico ululato del coyote è formato da una serie di acuti guaiti ai quali segue un lungo lamento ed il coyote li emette sollevando la testa, tenendo la bocca ben spalancata e mostrando i canini. Sembrerebbe che venga emesso per indicare la propria posizione oppure, quando sono emessi dal branco, per delimitare il proprio territorio.
 
Sia che viva in branco o da solo in coyote marca sempre il proprio territorio con l'urina.

I coyote sono animali molto comunicativi e comunicano soprattutto attraverso segnali vocali (sono tra i mammiferi che utilizzano maggiormente questa caratteristica) che possono essere di diverso tipo per indicare diverse situazioni: per chiedere aiuto agli altri membri del gruppo; per segnalare la presenza di altri coyote; per segnalare situazioni di pericolo, ecc.

I coyote sono fondamentalmente dei carnivori e la loro dieta tipica è a base di piccoli mammiferi quali conigli, scoiattoli, topi. Possono anche mangiare serpenti, piccoli uccelli, pesci ed invertebrati. In genere preferiscono la carne fresca ma non disdegnano le carogne, gli animali domestici, i rifiuti urbani. Una particolarità rispetto a molti altri carnivori è che si nutrono anche di frutta e verdura specialmente in autunno ed in inverno quando le altre fonti di cibo scarseggiano.

Il modo di cacciare del coyote è particolare: fa gli appostamenti acquattandosi nell'erba dopo essersi avvicinato molto cautamente; improvvisamente, quando ritiene che sia arrivato il momento giusto spicca un salto sulla preda tenendo rigide tutte e quattro le zampe e ricade su di essa con le zampe anteriore bloccandola per poi ucciderla con un morso.

Nel caso di animali di grandi dimensioni quali ad esempio un cervo vige un rigoroso lavoro di squadra: possono inseguirlo a turno fino a sfinirlo oppure alcuni lo inseguono dirigendolo verso altri del gruppo che aspettano nascosti.

I coyote non cacciano mai troppo lontano dalla loro tana ma si mantengono in un raggio di circa 4 km.

Il periodo riproduttivo va da gennaio a marzo con la nascita dei piccoli in primavera, periodo di maggiore abbondanza di cibo per i cuccioli. Le femmine hanno un periodo molto breve per accoppiarsi in quanto l'estro dura dai 2 ai 5 giorni ed in questo periodo viene corteggiata da diversi maschi ed il maschio che sceglierà sarà suo compagno per lunghi anni, anche se non necessariamente per tutta la vita.

I cuccioli nascono dopo circa 60-63 giorni in numero variabile da 1 a 19 (la media è in genere 6 cuccioli) e pesano circa 250 gr. Alla nascita sono ciechi e sono allattati dalla madre e solo dopo 10-14 gg aprono gli occhi ed iniziano a consumare cibo semi-solido che viene rigurgitato da entrambi i genitori e le orecchie iniziano ad assumere la conformazione adulta.
 
Dopo circa 28 gg dalla nascita i piccoli iniziano ad uscire dalla tana e dopo 35 gg sono completamente svezzati. In genere i coyote maschio lasciano per sempre la tana dei genitori dopo 6-9 mesi mentre le femmine tendono a restare e a costituiscono la base del branco.

I coyote solo dopo 9-12 mesi sono da considerare adulti.

Il principale predatore del coyote è sicuramente l'uomo in quanto si avvicina spesso alle periferie dei centri urbani alla ricerca di cibo. I piccoli (ma anche gli adulti) possono essere cacciati dai lupi e dai leoni di montagna.

I coyote non corrono alcun pericolo di estinzione grazie alla loro estrema capacità di adattamento tanto che nell'America del nord sono i carnivori terrestri dominanti.

Il coyote è un animale essenziale all'interno dell'ecosistema in quando tiene sotto controllo le popolazioni di conigli, topi ed altri piccoli animali: senza la sua presenza si avrebbe una loro proliferazione estremamente pericolosa per l'ambiente.

Pur essendo fortemente cacciato, il coyote è una delle poche specie animali di dimensioni grandi che ha ampliato la sua gamma da quando l'invasione umana è cominciata. Originariamente diffusi soprattutto nella parte occidentale del Nord America, si sono adattati rapidamente ai cambiamenti dovuti alla presenza umana e, sin dagli inizi del XIX secolo, si sono diffusi praticamente ovunque. Gli avvistamenti infatti avvengono in gran parte del territorio degli U.S.A e del Canada. I coyote abitano con soluzione di continuità la costa occidentale del Nord America dagli Stati Uniti all'Alaska. Hanno colonizzato gran parte delle aree del Nord America precedentemente occupate dai lupi, e sono spesso osservati, rovistare nei cassonetti nelle periferie di città (ad esempio Los Angeles).

I coyote sono difficili da addomesticare, tranne quando sono allevati sin dalla più giovane età, e anche in questi casi, gran parte del loro temperamento selvaggio rimane e si manifesta una volta raggiunta la pubertà. I coyote storicamente non sono mai stati addomesticati ad eccezione dei cani Hare di alcune popolazioni di nativi, che, secondo i più recenti studi, sembrano essere il frutto di coyote addomesticati e in parte incrociati col cane per renderli più docili. Sono utilizzati nel nord del Canada per la caccia. Il naturalista John Richardson, che ha studiato la razza nel 1820, prima che il patrimonio genetico fosse diluito da incroci con altre razze tra cui il cane principalmente, non fu in grado di rilevare alcuna differenza decisiva tra la razza addomesticata e il coyote, supponendo che la prima specie fosse una versione addomesticata della seconda.

Attacchi del coyote sugli esseri umani sono rari e ancor più raramente causano lesioni gravi, a causa delle dimensioni abbastanza ridotte del coyote. Tuttavia essi sono sempre più frequenti, soprattutto in California. Tra il 1976 e il 2006, almeno 160 attacchi sono avvenuti negli Stati Uniti d'America, soprattutto nella contea di Los Angeles. I dati, provenienti principalmente dall'USDA Wildlife Services e dal California Department of Fish and Game, indicano 41 gli attacchi verificatisi nel periodo 1988-1997 e 48 tra 1998 e 2003. Risulta evidente quindi come essi siano più che raddoppiati dal 1988 al 2003 considerando i due periodi. La maggior parte di questi incidenti si è verificato nel sud della California vicino al confine tra l'estremità della periferia cittadina e il territorio circostante.

In assenza di cibo nel loro territorio per la crescita della loro popolazione, i coyote stanno perdendo la loro paura per gli esseri umani, urbanizzandosi. Questo fenomeno è ulteriormente peggiorato da persone che intenzionalmente o involontariamente danno loro da mangiare. In tali situazioni, qualche coyote ha cominciato a comportarsi in maniera aggressiva verso gli stessi, inseguendo corridori e ciclisti, affrontando le persone a spasso coi cani, e avvicinandosi ai bambini piccoli, specie nei parchi pubblici. I Coyote hanno cominciato a prendere di mira i bambini piccoli, in gran parte sotto i 10 anni, anche se occasionalmente anche alcuni adulti sono stati morsi.

Anche se i media generalmente identificano gli animali degli attacchi come semplici "coyote", la ricerca genetica identifica in coywolves, incroci di coyote e lupo, quindi coyote solo per metà, quelli coinvolti in attacchi nel nord-est dell'America del Nord. Tra le zone colpite dagli attacchi abbiamo: Pennsylvania, New York, New England e Canada orientale.

Comunque, si registrano molto frequentemente casi in cui un coyote riesce a prevalere su un branco di cani da pastore formato da un minimo di 5 esemplari. Recenti studi, infatti, danno per scontato che un coyote possa predare un branco di cani da pastore in meno di 2 minuti.




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venerdì 25 settembre 2015

LA CACCIA

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E' così paradossale da non credersi, eppure, all'apertura generale della caccia, dopo le preaperture in quasi tutte le regioni  -  uno studio firmato da Enpa-Ente nazionale protezione animali indica come, allo stato attuale, l'attività venatoria sia illegittima in buona parte d'Italia. Così, con una lettera aperta rivolta al premier Matteo Renzi e ai ministri di Agricoltura e Ambiente, Maurizio Martina e Gian Luca Galletti, la stessa associazione, cui si uniscono Lac-Lega per l'abolizione della caccia e Lav, chiede che si rientri nell'obbedienza alla legge.

Stando al dossier, infatti, si rivelano numerose le amministrazioni in grave difetto riguardo il Pfvr-Piano faunistico venatorio regionale, di cui la legge quadro nazionale 157/92 su fauna selvatica e caccia impone il rinnovo ogni cinque anni. Il senso è valutare a intervalli regolari lo stato di salute della biodiversità e del territorio, minato da stravolgimenti climatici, incendi, cementificazione, veleni, e dalla stessa caccia, soggetto dunque a cambiamenti drastici, in modo da stabilire quali e quante specie sacrificare all'hobby dei seicentomila cacciatori nostrani. Senza, dice chiaramente la normativa, non si può sparare.

Ma, a quanto si apprende dall'indagine delle associazioni, l'ultimo Pfvr del Lazio risale al 1998. Sardegna e Molise si ritrovano nella medesima condizione, il secondo persino sordo alla sollecitazione di qualche sua provincia. I tre Pfvr del Piemonte, invece, datati 1998, 2010 e 2012, sarebbero rimasti solo atti della Giunta regionale, mai stati sottoposti al voto del Consiglio né di conseguenza formalizzati, così da non avere alcuna  valenza giuridica. La Lombardia fa di meglio: non ha mai avuto un Pfvr. "Da quanto abbiamo appreso, nel 2003 fu preparata una proposta, portata in Consiglio - che, secondo la legislazione regionale, deve approvarla -, ma si arenò", racconta Annamaria Procacci, consigliere nazionale Enpa, che fu tra i legislatori della 157/92.

Neppure il Friuli aveva mai avuto un Pfvr, e ha approvato il primo nel luglio scorso, in ritardo di quasi vent'anni: "Entrerà in vigore solo nella stagione venatoria  2016-2017" dice Alessandro Sperotto, avvocato e responsabile Lac per il Friuli Venezia Giulia: "l'approvazione è avvenuta in pendenza di un ricorso delle associazioni con cui se ne rilevava l'incredibile mancanza. Anche quest'anno, quindi, in Friuli si caccerà illegittimamente. Sarebbe tra l'altro bene informare i cittadini italiani che senza la debita pianificazione può decadere l'articolo 842 del Codice Civile, quello che consente ai cacciatori di entrare e sparare nei fondi privati non recintati".

La lista è ancora lunga: in Veneto, regione particolarmente provata da opere pubbliche, siccità e alluvioni, l'ultimo Pfvr risale al 2007, prorogato al 2016 benché nel 2014 la Giunta proponesse un nuovo Piano 2014-2019. Ancora, fra le regioni che presentano ritardi rispetto ai precetti legislativi, figura la Calabria, mentre risale addirittura al 1997 il Pfvr della Basilicata: "Non è facile ricavare tutte le informazioni per una mappatura nazionale completa e approfondita. Ci appelliamo quindi al Governo reclamando trasparenza e informazione, oltre all'imprescindibile rispetto della legge" dicono le associazioni.

L'art.10 comma 1 della legge n.157/92 recita: "Tutto il territorio agro-silvo-pastorale nazionale è soggetto a pianificazione faunistico venatoria finalizzata, per quanto attiene alle specie carnivore, alla conservazione delle effettive capacità riproduttive e al contenimento naturale di altre specie e, per quanto riguarda le altre specie, al conseguimento della densità ottimale e alla sua conservazione mediante la riqualificazione delle risorse ambientali e la regolamentazione del prelievo venatorio" e proseguendo " c.2 Le regioni e le province... realizzano la pianificazione di cui al comma 1 mediante la destinazione differenziata del territorio".

 "Tale destinazione differenziata del territorio consiste, per ogni regione, in una quota dal 20 al30% destinata a protezione della fauna selvatica (con eccezione della zona Alpi,10-20%). Una percentuale massima globale del 15% è destinata a caccia riservata a gestione privata; sul rimanente territorio agro-silvo-pastorale  le regioni  'promuovono  forme di gestione programmata della caccia secondo le modalità previste dall'art.14', vale a dire gli Atc-Ambiti Territoriali di Caccia" spiega la Procacci. "Dunque, tutta l'attività venatoria deve rientrare, seguendo regole chiare e precise e senza eccezioni, nella pianificazione, ovvero nei Pfvr, che sono in primo luogo strumenti di conservazione faunistica. La regione delega le province a predisporli, e ciascuno deve rappresentare una rete coerente e non può costituire semplicemente la sommatoria dei piani provinciali. La regione ha infatti il compito di coordinarli, non di prenderne banalmente atto".



Esistono sentenze della magistratura che sanciscono l'illegittimità dell'attività venatoria in assenza di Pfvr aggiornato, e a maggior ragione, in tale panorama, si confermano illegittime anche le preaperture della caccia. Circa la  possibilità di anticipare al 1 settembre la persecuzione a determinate specie selvatiche, oltre al parere Infs (oggi Ispra) l'art.18 comma 2 della 157/92 prevede: "L'autorizzazione regionale è condizionata alla preventiva predisposizione di  adeguati piani faunistico venatori".

Dice ancora la Procacci: "L'assenza di Pfvr  aggiornato comporta, tra l'altro, la lesione dei diritti dei cittadini. L'art.15 della 157/92, relativo all'utilizzazione dei fondi ai fini della gestione programmata della caccia, al comma 3 afferma: 'Il proprietario o conduttore di un fondo che intenda vietare sullo stesso l'esercizio dell'attività venatoria deve inoltrare, entro trenta giorni dalla pubblicazione del piano faunistico venatorio, al presidente della giunta regionale richiesta motivata, che, ai sensi della legge 7 agosto 1990, n.241, dalla stessa è esaminata entro sessanta giorni'. Se il Pfvr non c'è, oppure è vecchio di 10-20 anni,  chi ripagherà dell'attesa e del suo diritto il proprietario del fondo?"
"Questa situazione conferma l'insostenibilità della caccia in Italia" commenta Andrea Brutti, responsabile fauna selvatica per l'Enpa "intanto che l'UE ha promosso al riguardo una nuova procedura pilot, anticamera della procedura d'infrazione, indagando su ulteriori e diffuse irregolarità".

La caccia è un'attività che ha radici preistoriche, precedenti alla nascita della specie Homo sapiens. I progenitori della specie umana più remoti erano onnivori, come gli attuali scimpanzé; sono stati ritrovati reperti, risalenti a 1,8 milioni di anni fa, che provano come gli ominidi già in quest'epoca si procacciassero grandi animali per il sostentamento; non è tuttavia completamente chiaro se fossero prevalentemente cacciatori attivi o raccoglitori di carogne o entrambi.

Una delle prime tecniche di caccia utilizzate è stata probabilmente la caccia per sfinimento praticata nel paleolitico. Nel periodo precedente all'invenzione delle armi da lancio, quali lance e archi, uno dei modi per cacciare una preda consisteva nell'inseguirla per lunghe distanze fino a quando la preda, esausta, poteva essere avvicinata e abbattuta. Questa attività potrebbe spiegare il passaggio degli ominidi alla posizione bipede: la postura eretta riduce infatti la velocità di corsa e quindi le probabilità di catturare una preda dopo un inseguimento breve, ma permette una maggiore durata che può favorire la caccia per sfinimento. Anche lo sviluppo delle ghiandole sudoripare e la mancanza di pelo degli umani può aver favorito questo tipo di caccia permettendo di mantenere la temperatura corporea abbastanza bassa durante una lunga corsa nel calore del giorno. Altre tecniche potevano essere l'agguato, e l'azione di gruppo nel circondare le prede.

Con l'avvento delle prime società di cacciatori-raccoglitori, la caccia ha incominciato a ricoprire un ruolo più consistente nel sostentamento quotidiano. Prove fossili dell'utilizzo di lance per la caccia, la cui datazione risale a circa 16 200 anni fa, sono state rinvenute in Asia. Oltre a lance (a volte attrezzate con un propulsore, o atlatl), le prime armi da lancio consistevano in sassi, archi e frecce. Secondo alcuni storici l'avvento della caccia potrebbe aver contribuito al rimpiazzo della megafauna dell'olocene con gli erbivori più piccoli delle epoche successive.



In seguito, nonostante la nascita dell'agricoltura e dell'allevamento, la caccia continuò ad essere un'attività importante per la sopravvivenza delle comunità, in quanto fonte di proteine aggiuntive e materiali utili quali ossa, tendini, pelo o penne e pelli utilizzate per la produzione di abiti e la costruzione di ripari.

Con l'avvento del linguaggio e della cultura la caccia diventò un tema ricorrente di storie e miti, ma anche di proverbi, metafore e aforismi molti dei quali sono diffusi ancora oggi.

Negli antichi altorilievi, in particolare in Mesopotamia, i re venivano spesso rappresentati come cacciatori impegnati con bestie di grandi dimensioni come i leoni, solitamente su un carro da guerra, considerato simbolo virile. L'archetipo è probabilmente il leggendario re biblico Nimrod.

L'importanza psicologica e culturale della caccia nelle società antiche è testimoniata dalle divinità associate, quali il dio cornuto Cernunnos o la dea greca Artemide e l'equivalente romana Diana. In queste società sorsero anche molti tabù relativi alla caccia. L'associazione mitologica di una certa preda con una divinità poteva riflettersi in restrizioni alla caccia come, ad esempio, il divieto di cacciare nelle vicinanze di un tempio; la storia di Artemide e Atteone, narrata da Euripide, può essere interpretata come un monito verso il disprezzo per le prede e il vanto.

Con la diffusione dell'agricoltura e dell'allevamento la caccia divenne un'attività secondaria e accessoria a queste, praticata per difendere gli animali domestici dai predatori della zona o per eliminare gli animali selvatici che concorrevano nell'utilizzo delle risorse naturali o agricole, quali acqua e foraggio. Da attività primaria per la sopravvivenza la caccia divenne un fenomeno sociale, svolta in forma di attività professionale con l'uso di equipaggiamenti e allenamenti specifici oppure come attività ludica, prerogativa delle classi sociali più elevate (nobiltà), come la caccia alla volpe.

Durante l'età del Medioevo la selvaggina rappresentava ancora una fonte importante di cibo e pelliccia, solitamente procacciata da cacciatori professionisti. In gran parte dell'Europa medievale le classi sociali più elevate (aristocrazia e clero) godevano del diritto esclusivo di cacciare (e a volte pescare) in zone esclusive del territorio feudale. La violazione di questo privilegio era considerata un'offesa criminale, come si narra ad esempio nella leggenda di Robin Hood, accusato di aver cacciato il cervo del re.

Con l'evoluzione della caccia in attività delle classi elevate, la sua pratica divenne codificata. La caccia, solitamente a cavallo, di animali pericolosi come leoni o cinghiali selvatici, si sostituì ai tornei medievali, diventando un passatempo onorevole e competitivo per l'aristocrazia e permettendo di provare la propria abilità di guerra in tempo di pace.

In gran parte del mondo moderno la caccia non rappresenta più un'attività indispensabile all'approvvigionamento del cibo, tuttavia in alcune società che vivono ancora in condizioni semi selvatiche e/o in condizioni di estrema povertà e/o in ambienti che non favoriscono l'agricoltura e l'allevamento la caccia ricopre ancora una funzione importante.

Tra gli Inuit la caccia, praticata con armi e trappole, rappresenta una risorsa primaria di cibo oltre che di pellame usato per la realizzazione di tende in grado di resistere alle basse temperature dell'Artico, mentre le pelli impermeabili dei mammiferi marini sono usate per la produzione di canoe, guanti, abiti e calzature.



La caccia per sfinimento viene ancora praticata dai cacciatori-raccoglitori del deserto del Kalahari dell'Africa meridionale. Nell'inseguimento di un'antilope del Kalahari centrale questa, benché riesca a portarsi fuori vista dal cacciatore, viene infine raggiunta prima che riesca a trovare il tempo per riposarsi e, quando troppo esausta per continuare a correre, viene colpita a breve distanza con una lancia. Questo tipo di caccia può durare anche cinque ore per un percorso totale tra i 25 e i 30 km, sotto temperature comprese tra i 40 e i 42 °C.

Nei paesi industrializzati invece la caccia viene praticata principalmente come attività ricreativa oppure finalizzata allo scopo di commerciare il ricavato della cattura o dell'abbattimento degli animali. Solitamente i cacciatori ritengono che passare del tempo all'aria aperta, in ambienti relativamente selvaggi e lontano dai sentieri più frequentati, sia una parte essenziale dell'attività venatoria. Essi ritengono inoltre che la carne degli animali selvatici sia più saporita e abbia un gusto diverso rispetto alla carne degli animali d'allevamento. Il cacciatore moderno può essere anche motivato dalla collezione di trofei di caccia. Normalmente le leggi stabiliscono il compimento della maggiore età per la pratica dell'attività venatoria, anche se in alcuni paesi, come negli Stati Uniti e in Canada, è sufficiente aver raggiunto i 16 anni.

La caccia praticata come attività ricreativa o commerciale è oggi criticata dal movimento per i diritti animali il quale sostiene che tali attività violano il diritto fondamentale alla vita degli animali cacciati e siano fonte di inquinamento e del saturnismo a causa del piombo delle munizioni da caccia rilasciato nell'ambiente.

La caccia oggi può avere anche un ruolo nella gestione della fauna selvatica, ad esempio per mantenere la popolazione di una certa specie all'interno delle capacità di sostentamento dell'ambiente ecologico. In molti paesi occidentali, guardie forestali ed ecologi partecipano alla scrittura delle norme di regolamentazione della caccia in modo che il numero di animali da abbattere e i metodi permessi garantiscano la preservazione della fauna selvatica.

Tra gli animali usati dall'uomo per l'addestramento alla caccia, come falchi o furetti, i cani sono i più importanti e i più diffusi oggi. I moderni cani da caccia sono infatti il risultato di una lunga storia di selezione genetica.

L'utilizzo del cane nella caccia risale alle origini della civiltà umana, la parola stessa caccia deriva dal greco antico kynègia che a sua volta deriva da kynos, cioè cane. In seguito all'addomesticamento il cane si rivelò infatti per l'uomo un aiuto prezioso nella caccia. Nell'impero ottomano 33 o 34 delle 196 compagnie di giannizzeri erano Sekban, cioè custodi dei cani.

L'olfatto sensibile del cane permette ai cacciatori di scovare e catturare prede che, altrimenti, sarebbero molto difficili o pericolose da cacciare. Nel tempo i cani usati nella caccia sono stati classificati in razze diverse con specifiche abilità: segugi (usati per cercare la preda), cani da ferma (per fiutare e mostrare al cacciatore la preda), cani da tana (per cacciare animali nelle tane sotterranee), levrieri (per inseguire e uccidere la preda) e cani da riporto (per riportare piccole prede abbattute dal cacciatore). Attualmente vi sono numerosi tipi di caccia che si avvalgono dell'ausilio del cane, il quale viene comunemente definito nel linguaggio legislativo in materia di caccia, appunto, come ausiliare.

In Italia, la caccia ha un numero di cacciatori in diminuzione, infatti sono passati dai 1.701.853 del 1980 ai 791.848 del 2001, con un calo netto del 53.5%, mentre l’età media di chi pratica la caccia, sta aumentando. Tutto ciò è indice del fatto che ormai questa pratica è diffusa prevalentemente tra gli anziani e che riscuote uno scarso interesse tra i giovani.
L’attività venatoria è regolamentata dalla legge n. 157 del 17 febbraio 1992, anche se le regioni possono approvare delle deroghe a tale normativa.

Nel corso degli anni novanta sono stati proposti tre referendum, nessuno dei quali raggiunse il quorum, per inasprire le norme che regolano la caccia.
I referendum sul divieto di accesso ai cacciatori ai fondi privati furono proposti con l’intento di abrogare l’articolo 842 del codice civile. Secondo tale articolo, i cacciatori possono entrare (armati) nei fondi privati senza il consenso preventivo del proprietario, introducendo una discriminante, da alcuni giuristi valutata come incostituzionale, nei confronti dei cittadini non cacciatori che invece verrebbero puniti ai sensi dell’articolo 614 del codice penale per violazione di domicilio.

Un sondaggio SWG del 2001 ha evidenziato che l’87% degli italiani è contrario alla caccia dei piccoli uccelli, mentre solo l’8% è favorevole (il rimanente 5% del campione intervistato non si è espresso).
Un sondaggio Abacus del 2003 ha evidenziato che il 72% degli italiani è favorevole all’abolizione della caccia, mentre il 22% è contrario alla sua abolizione (il rimanente 6% del campione intervistato non si è espresso).
Un sondaggio Eurisko del 2005 ha evidenziato che il 74.1% degli italiani è contrario alla caccia, il 15.2% è favorevole e il 10.1% indifferente (il rimanente 0.6% del campione intervistato non si è espresso).



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