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domenica 23 luglio 2017

LA PIPI' DEL CANE

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Molti cani si emozionano e fanno pipì sul pavimento se arriva qualcuno, o quando il padrone torna a casa dal lavoro.

Nel cucciolo l’urinazione è una reazione quasi del tutto inconscia, in risposta ad una presenza che lui ritiene minacciosa, l’adulto spesso se la fa sotto volutamente, perché pensa che noi siamo molto felici quando fa così.
La prima cosa da fare per evitare che l’urinazione permanga fino all’età adulta, quindi, è evitare di rinforzarla con segnali di approvazione.
Inutile dire che non si devono dare neppure segnali di riprovazione, perché in questo caso il cane si sentirebbe minacciato e all’urinazione dettata dal nostro compiacimento potrebbe subentrare quella dettata dalla paura: quindi,  in questo caso, la cosa migliore da fare è proprio quella di ignorare completamente il comportamento.
Nel contempo è bene aumentare l’autostima e la sicurezza del cucciolo, facendolo socializzare e cercando di ottenere che si senta tranquillo e al sicuro con qualsiasi persona e in qualsiasi ambiente.

Nel cane la sottomissione è una dimostrazione di rispetto che comprende il riconoscimento di un rango sociale più elevato del proprio e il desiderio di evitare qualsiasi conflitto.
Quindi, primissimo imperativo: NON punire mai questo tipo di comportamento.
Infatti, se il cane venisse punito perché si sente insicuro e ha un po’ paura di noi, questa paura – ovviamente – peggiorerebbe.
Se invece venisse punito perché pensava di farci felici, andrebbe in totale confusione e perderebbe fiducia in noi (passando, magari, dall’urinazione emessa per compiacerci a quella emessa per paura).
E’ sbagliato anche “consolare” il cane con atteggiamenti di compiacimento (che, come abbiamo visto, rinforzano il comportamento: questo avviene anche nell’adulto, non solo nel cucciolo).



Ignorare l’urinazione (e anche il resto del cane) quando rientriamo dopo un’assenza (è il caso più frequente in cui si manifesta il comportamento: l’altro caso è quello in cui il cane venga sgridato, o comunque si accorga che siamo tesi o incavolati);
Chiedere al cane un comportamento alternativo: dopo essere rientrati in casa (senza filarci il cane di pezza) spogliamoci, posiamo le chiavi o la borsa, mettiamoci le ciabatte, insomma facciamoci tutte le nostre cosine… poi chiamiamo il cane, facciamogli eseguire un piccolo esercizio di obbedienza (basta un “seduto”, o un “dai la zampa”) e solo a quel punto salutiamolo con enfasi, facendogli capire che anche noi siamo molto contenti di rivederlo. Questo tipo di comportamento umano serve anche ad eliminare il vizio di saltare addosso al nostro rientro.
Eliminare ogni forma di coercizione psicofisica: il che non significa affatto che il cane deve fare tutto quello che gli pare, ma che deve imparare ad obbedire perché sa che così ci divertiremo insieme, e non per timore di una punizione.



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martedì 30 agosto 2016

AMPUTAZIONI AGLI ANIMALI

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L’aspetto degli animali è curato eccessivamente, si utilizzano vestiti (a volte addirittura vestiti firmati) e si arriva a volte ad amputare parti del corpo dell’animale, nel segno della “maggiore bellezza” o della miglior presenza estetica: tagliare le orecchie perché siano più dritte e non cadenti, tagliare la coda, ecc..

Storicamente si amputavano le orecchie di cani da guardia e da difesa, come i dobermann, i bulldog e i boxer, per fare in modo che non avessero punti vulnerabili nel momento della lotta con altri animali. Questo tipo di pratica si è poi diffuso per ragioni estetiche, però quello che invece non è chiaro è che queste operazioni influiscono sulle interazioni sociali dell’ animale, oltre ad esporlo a dolori inutili e infezioni.

Al contrario del taglio di unghie e pelo, che fanno parte della cura e della pulizia generale del cane, l’ amputazione di coda e orecchie consistono nel taglio di tessuto cartilagineo, nervi, vasi sanguigni e altri tessuti, che possono mettere a repentaglio la salute dell’ animale.

Il cane ha bisogno di coda e orecchie per poter comunicare. Oltre alla comunicazione orale (come può essere l’ abbaiare, il ringhiare, ecc..) i cane comunicano  per mezzo di altri segnali, come ad esempio il movimento della coda e delle orecchie, attraverso l’odore e altri segnali fisici. La posizione delle orecchie e il movimento della coda trasmettono informazioni essenziali per la socializzazione con altri animali.

La coda inoltre è l’estensione della colonna vertebrale del cane e, oltre che da muscoli e tendini, è composta da ossa. Questo la rende una parte essenziale per l’equilibrio dell’animale. La coda permette anche una normale corsa, la possibilità di saltare e di fare tutta una serie di trucchi e piroette. Senza coda questi movimenti risulterebbero molto più complicati e faticosi.

Non soddisfatti dalla mutilazione di coda e orecchie, molti padroni vanno dal veterinario chiedendo l’amputazione delle corde vocali del loro animale, perché sono infastiditi dai versi del loro cane. Il risultato è che i cani diventano muti, incapaci di abbaiare o in grado di abbaiare solo flebilmente. Questo provoca gravi conseguenze, come la difficoltà a socializzare, poiché il cane comunica con gli altri animali e con il suo padrone abbaiando.

Nel caso dei gatti molte volte viene amputata la prima falange di ciascun dito, dove crescono le unghie. Questa pratica previene la crescita delle unghie, deformando però le zampe del felino che si ritrovano molto più esposti a infezioni e traumi, oltre che privati delle loro doti naturali, come l’agile arrampicata.

Le amputazioni sono molto traumatiche e dolorose per gli animali. Anche se l’ amputazione della coda viene solitamente realizzata nei primi cinque giorni di vita dell’animale e molti veterinari utilizzino l’anestesia locale, questa causa ai nostri piccoli amici molto dolore. Inoltre alcuni allevatori non utilizzano l’anestesia e causano agli animali sofferenze ancora maggiori.

L’amputazione delle orecchie invece è caratterizzata da un abbondante sanguinamento e un processo post operatorio molto sgradevole per l’animale. Se inoltre le cure e le attenzioni post operatorie e il procedimento utilizzato non sono adeguati, le amputazioni possono addirittura causare la morte dell’animale, poiché si formano ferite aperte molto suscettibili a infezioni che possono raggiungere l’osso, compromettendo ad esempio la colonna vertebrale e, in casi estremi, causare setticemia.

L'età migliore per il cucciolo è intorno al 60°-70° giorno, la conchectomia è un vero e proprio intervento chirurgico eseguito in anestesia totale.

Dopo l'asportazione di una parte del padiglione auricolare, il taglio viene effettuato in base alle proporzioni della testa, vengono applicati dei punti di sutura che verranno tolti dopo 12 giorni e le orecchie vengono fissate alla testa mediante dei cerotti.

La fase del risveglio è quella più critica, bisogna essere assolutamente vicini al cucciolo.

In questi 12 giorni si effettuano medicazioni e dopo aver tolto i punti di sutura le orecchie devono stare 4-5 giorni libere per permettere la completa cicatrizzazione della ferita, dopodichè si passa alla fase della "steccatura", che ha lo scopo di far sì che il cane tenga le orecchie dritte, mediante cornetti cioè cotone idrofilo arrotolato strettamente lungo quanto le orecchie. Questi bastoncini vengo infilati dentro le orecchie e avvolti partendo dalla base con strisce di cerotto traspirante.

Durante questa operazione le orecchie devono essere perpendicolari al cranio. Questa operazione va ripetuta ad intervalli settimanali fino a quando le orecchie staranno diritte. Tra una steccatura e l'altra bisogna lasciare libere le orecchie per 1 o 2 giorni e con un batuffolo di cotone imbevuto di alcool pulirle e togliere la colla lasciata dal cerotto.



Dal 1 gennaio di quest’anno le razze italiane “Cane Corso” e “Mastino Napoletano” non prevedono più la conchectomia estetica nello standard ufficiale internazionale. La Federazione Cinologica Internazionale (FCI) ha approvato le modifiche- proposte dall’Italia- e modificato gli standard internazionali di bellezza: per il cane corso “ears are un-cropped” e per il mastino napoletano “ears are natural”. Si tratta di due razze italiane per le quali vigevano ancora standard antecedenti il divieto di amputazione estetica.

Questo traguardo – che allinea estetica ed etica- è il risultato dell’impegno preso da ENCI, ANMVI e FNOVI nella Dichiarazione congiunta, firmata a Milano un anno fa, che avviava – presso la Federazione Cinologica Internazionale (FCI)- l’avvio delle procedure di modifica dello standard in favore dell'integrità delle orecchie. L’iter di modifica si è concluso a Zagabria a novembre del 2015.

“E’ un successo di cui possiamo andare fieri e del quale possiamo a buon diritto rivendicare il merito- commenta il Presidente ANMVI Marco Melosi. Quando un anno fa abbiamo sottoscritto la Dichiarazione ANMVI-FNOVI-ENCI per l’osservanza dei divieti di amputazione estetica – prosegue Melosi- ci siamo dati un obiettivo radicale, per cancellare alla fonte una giustificazione estetica della conchectomia, procedura vietata in Italia in seguito alla ratifica, nel 2010, della Convenzione Europea per la Protezione degli Animali da Compagnia” (Legge 201/2010). Dal 2010, infatti, le amputazioni estetiche in Italia sono considerate reato penale di maltrattamento animale”.

Che la strada non fosse proprio tutta in discesa lo conferma il Presidente ENCI Dino Muto: "La modifica degli standard del Mastino Napoletano e del Cane Corso, che l’ENCI ha già difeso con successo vincendo una causa promossa presso il tribunale di Milano, sono un passo che da tempo si attendeva da parte della cinofilia ufficiale e che ho voluto, non appena assunto il ruolo di Presidente, in tempi più rapidi possibile. Speriamo che tale iniziativa italiana – aggiunge il Presidente dell’Ente Nazionale Cinofilia Italiana- venga presto seguita da alcuni Kennel Club esteri per la modifica dei pochi altri standard di razza non italiane che consentono ancora la conchectomia. Confidiamo che i medici veterinari non si prestino a effettuare la conchectomia se non per motivi realmente legati alla salute dei cani.”

Le nuove regole di standard non si applicheranno retroattivamente, come del resto non sono considerabili penalmente penali le amputazioni antecedenti l’entrata in vigore della Legge 201/2010. “Tuttavia- aggiunge Melosi- cambieranno definitivamente gli scenari delle competizioni di bellezza canina e il futuro di questi cani, perché viene definitivamente superata una discrasia etica fra la normativa vigente in Italia e i criteri estetici internazionali”.

Soddisfazione per la modifica degli standard è espressa anche dalla Vicepresidente Fnovi Carla Bernasconi secondo la quale "La cinofilia italiana fa una altro passo avanti nel rispetto dei cani". La Vicepresidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Veterinari Italiani ricorda che per tutti i cani, in Italia, le amputazioni di orecchie (conchectomia) e della coda (caudotomia) sono legali solo quando eseguite a scopo terapeutico da un Medico Veterinario che ne certifica- sotto la propria responsabilità- l’esecuzione e la finalità.

Per la caudotomia valgono anche le prescrizioni del Consiglio Superiore di Sanità che ha ammesso il taglio della coda a scopo di prevenzione in alcune razze da lavoro, in quanto esposte a rischio di traumi e compromissioni del benessere. Al riguardo la Fnovi ha prodotto specifiche linee guida veterinarie su divieti ed eccezioni consentite.


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giovedì 24 dicembre 2015

CANI PERICOLOSI

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Esistono cani realmente pericolosi? Possiamo attribuire ad una razza piuttosto che ad un'altra una caratteristica di pericolosità? Da anni ormai il dibattito è acceso tra veterinari, addestratori, animalisti e detrattori e purtroppo, venirne a capo, non è così semplice.

Correva l'anno 2006 e l'allora ministro Livia Turco firmò un'ordinanza alla quale fu allegato il documento per la "Tutela dell’incolumità pubblica dall’aggressione di cani". Documento che da allora ha suscitato non poche critiche ma anche diversi dubbi.

Parlare in assoluto della pericolosità di una razza sembra ormai che possa essere escluso, in quanto la fase di addestramento risulta essere fondamentale per limare il carattere dell'animale ed un rapporto sano con il padrone riduce al minimo questo rischio.

Anche l'ENCI, Ente Nazionale Cinofilia Italiana, si è espresso a sfavore di tale ordinanza emettendo un unico giudizio: la pericolositá di una razza è infondata.

Come ci si comporta quindi con quei cani che pensiamo essere pericolosi? Possiamo fare qualcosa?

Se ne siamo noi proprietari usare alcune misure di attenzione è fondamentale, come usare il guinzaglio e far indossare al cane la museruola, perchè, ricordiamolo, anche se noi sappiamo che il cane non è pericoloso ma solo esuberante, possiamo trovarci di fronte a persone timorose o addirittura fobiche ed il buon senso deve essere sempre la linea guida principale.

Non esistono razze pericolose, quindi. Ma la lista redatta è comunque ancora valida e noi vogliamo sottoportela, perché è un diritto del cittadino essere informato e avere tutti gli strumenti per potersi rapportare con gli avvenimenti della vita quotidiana.

La Lista delle razze pericolose ovvero l'elenco di razze canine è redatto come allegato dell'Ordinanza del 12 dicembre 2006, "Tutela dell’incolumità pubblica dall’aggressione di cani", pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 10 del 13 gennaio 2007, a firma dell'allora Ministro Livia Turco, con validità per un anno dal momento della pubblicazione.

Dal 23 marzo 2009, per la durata di ventiquattro mesi (art. 7), è stata in vigore una ordinanza, firmata dal Sottosegretario alla Salute Francesca Martini, Ordinanza contingibile ed urgente concernente la tutela dell’incolumità pubblica dall’aggressione dei cani. A differenza della precedente ordinanza 12 dicembre 2006 (Tutela dell’incolumità pubblica dall’aggressione di cani), pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 10 del 13 gennaio 2007, la cui vigenza veniva limitata al periodo di un anno dal 14-01-2007, non conteneva alcuna "lista di razze", specificando anzi che l'ordinanza precedente «non solo non ha ridotto gli episodi di aggressione ma, come confermato dalla letteratura scientifica di Medicina Veterinaria, "non è possibile stabilire il rischio di una maggiore aggressività di un cane sulla base dell’appartenenza a una razza o ai suoi incroci"».

Tale ordinanza quindi, con riferimento a tutti i cani indipendentemente dalla razza, aveva previsto -testualmente- quanto di seguito: "Ai fini della prevenzione dei danni o lesioni a persone, animali o cose il proprietario e il detentore di un cane devono adottare le seguenti misure: a) adottare sempre il guinzaglio ad una misura non superiore a mt 1,50 durante la conduzione dell'animale nelle aree urbane e nei luoghi aperti al pubblico, fatte salve le aree per i cani individuate dai comuni; b) portare con sé una museruola, rigida o morbida, da applicare al cane in caso di rischio in caso di pericolosità per persone o animali o su richiesta delle Autorità competenti; c) affidare il cane a persone in grado di gestirlo correttamente.

I contenuti dell'ordinanza del 23 marzo 2009 sono stati confermati ed attualmente è in vigore l' Ordinanza contingibile ed urgente concernente la tutela dell’incolumità pubblica dall’aggressione dei cani del 6 agosto 2013 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 209 del 6 settembre 2013).

L'ordinanza, e in particolare la lista allegata, fin dalla sua pubblicazione aveva suscitato le critiche del mondo cinofilo.

In particolare, lo stesso ENCI (Ente nazionale cinofilia italiana) aveva emesso nei giorni immediatamente successivi alla pubblicazione un comunicato in cui si «sottolinea, assieme alle associazioni veterinarie, l'inconsistenza scientifica di una lista di tipologie canine "a rischio di aggressività", rilevando come le radici di una potenziale pericolosità di alcuni soggetti debbano invece ricercarsi nel rapporto tra l'uomo e il cane.»

Negli stessi giorni anche il Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Paolo De Castro «per quanto concerne l'elenco delle razze canine a rischio di maggiore aggressività...rileva che non vi è corrispondenza rispetto a un precedente parere espresso in merito dal Consiglio Superiore di Sanità».

L'Associazione nazionale medici veterinari italiani si era così espressa in merito:«quanto detto vale per qualsiasi cane: la correlazione fra alcune razze canine e la pericolosità è infatti scientificamente infondata.»

Alcune razze, come il Rafeiro do Alentejo, risultavano non esistenti in Italia in quanto nessun esemplare è stato iscritto ai registri ENCI dal 2003 al 2008.

La lista contiene alcuni errori nella denominazione delle razze, come risulta dal confronto con l'elenco ufficiale delle razze canine della FCI (Federazione Cinologica Internazionale). Ad esempio la razza denominata Perro da canapo majoero non è mai esistita al di fuori della Lista di razze pericolose. Si tratta probabilmente (per assonanza) di un riferimento al Perro de Ganado Majorero, razza ritenuta pressoché estinta, nonostante alcuni tentativi di recupero.

Dopo l’infelice pubblicazione, nel 2006, della “lista delle razze pericolose” e l’ordinanza “Martini” del 2009 con la quale si ristabiliva un equilibrio tra l’esigenza della tutela pubblica e la gestione della popolazione canina italiana, affermando il principio che l’aggressività di un cane non dipende dall’appartenenza ad una razza ecco finalmente affermato il principio che il proprietario o il detentore è responsabile dei comportamenti del suo cane e che è la relazione cane-padrone a dare origine alla disfunzionalità che sfocia dell’aggressività del cane.
Passaggio non di poco conto perché consente di perseguire anche chi, scientemente, ometta di microcippare il proprio cane e di denunciarne il possesso presso la ASL; un modo per evitare che, anche in questo, caso “i furbetti” sfuggano alle loro responsabilità nei casi di aggressione a terzi.
L’ordinanza per la prima volta parla di responsabilità del proprietario-detentore del “benessere” e della “conduzione” del proprio cane , ponendo l’accento finalmente alla “relazione” che deve instaurarsi tra l’uomo ed il suo fedele compagno da oltre 50.000 anni.



Abbandonata la visione antropocentrica (io sono il padrone buono-il cane è pericoloso) si arriva finalmente a riconoscere che i comportamenti “aggressivi” del cane sono il frutto di comportamenti umani sbagliati e che per eliminare i primi occorre correggere i secondi.
La grande novità è la “formazione obbligatoria” e l’istituzione di “percorsi formativi” per cani e proprietari dopo il verificarsi di episodi di morsicature o aggressioni.
Nessun cane è aggressivo “per natura” ed ogni cane agisce d’istinto a seconda delle situazioni che vive e in relazione all’imprinting ricevuto nella suo rapporto con l’uomo.
I proprietari, pur in perfetta buona fede e sempre per inesperienza, spesso non si accorgono di porre in essere veri e propri comportamenti “abusanti” nei confronti del proprio cane.
Far dormire il cane nel proprio letto, a parte le implicazioni igieniche, significa ,dalla parte del cane, essere “al suo livello” ed eliminare la barriera gerarchica di cui il cane ha bisogno per sentirsi tranquillo, guidato dal suo “padrone”-capobranco.
Relegare un cane in giardino perché “c’è tanto spazio e può correre” evitando di portarlo in passeggiata, significa limitare pesantemente la sua vita di relazione che, per un cane, è fatta principalmente di odori che lo mettono in relazione con il mondo circostante.
Strattonarlo mentre sta annusando la pipì di chi è passato prima di lui davanti a quel palo equivale a strappare violentemente di mano l’ultimo numero di Topolino o la sigaretta, a seconda dei gusti, all’umano nel momento “solenne” dell’espletamento delle funzioni corporali mattutine…
Le norme dell’ordinanza del 6 agosto obbligano i proprietari ad essere loro i “responsabili” sia delle conseguenze civili e penali dei comportamenti del loro cane anche con l’obbligo della stipula di idonea polizza assicurativa ma soprattutto della relazione disfunzionale che ha prodotto l’evento morsicatura o aggressione.
E se, nella fase “patologica” diventa di vitale importanza avviare cani e padroni ai percorsi formativi, è invece indispensabile l’istituzione obbligatoria del patentino per tutti i proprietari di cani a prescindere dalla razza perché solo educando il padrone si può amare meglio il cane.

Periodicamente si verificano incidenti gravi causati da cani che aggrediscono umani. Statisticamente gli incidenti mortali o gravemente invalidanti sono attribuibili a determinate razze che per stazza e/o indole sono in grado di produrre gravi danni durante l’attacco.
Per questo vengono periodicamente stilati elenchi di “razze socialmente pericolose”. La locuzione è inesatta e andrebbe corretta in “razze potenzialmente pericolose”, indicando che l’appartenenza a una razza non indica automaticamente una pericolosità.

Le statistiche sono comunque inconfutabili; una ricerca dell’azienda sanitaria di Firenze mostra che su 32 vittime 9 sono causate da pastori tedeschi, 4 da pit bull e 3 da rottweiler. Delle 32 vittime 19 non erano estranei al cane (proprietari o familiari). Poiché per ogni 15 pastori tedeschi ci sono 3 rottweiler e 2 pit bull, il pit bull e il rottweiler devono essere considerati i cani potenzialmente più pericolosi, una pericolosità statisticamente circa doppia rispetto a quella del pastore tedesco, razza troppo spesso ritenuta inoffensiva, vista la pubblicità fattale dal cinema e dalla televisione, da Rin Tin Tin a Rex.

Si potrebbe obiettare che l’ASL fiorentina usi dati solo italiani. Ampliando l’orizzonte, il risultato degli studi condotti presso la Scuola di veterinaria della Tufts University (una delle più prestigiose negli Stati Uniti) rivela che in ordine le razze maggiormente colpevoli di attacchi letali sono pit bull, rottweiler, pastore tedesco.

Questi dati mostrano chiaramente come l’affermazione proveniente dal mondo cinofilo e veterinario (Associazione nazionale medici veterinari italiani) secondo la quale la correlazione fra alcune razze canine e la pericolosità sia scientificamente infondata, è un colossale errore, frutto solo di una partigianeria incapace di un’analisi (scientifica, appunto) dei dati.

L’american pit bull terrier è l’incrocio di due razze inglesi l’english white terrier e l’old bulldog, avvenuta attorno alla fine del XIX secolo; secondo altri, come Richard Stratton, è invece l’autentico bull dog da lavoro rinascimentale senza apporto di altre razze.

La razza non è riconosciuta né dalla FCI (Federazione Cinologica Internazionale) né dall’ENCI (Ente Nazionale Cinofilia Italiana), mentre lo è dall’UKC (United Kennel Club) e dalla ADBA (American Dog Breeders Association).

La FCI riconosce solamente quattro terrier di tipo bull: il bull terrier inglese, il bull terrier inglese miniatura, lo Staffordshire bull terrier e l’american Staffordshire terrier. Di fatto, quest’ultimo condivide la stessa origine del pit bull e solo dal 1930 si cominciarono a separare due tipologie distinte.

Certo tutti parlano di leggi, di cani pericolosi da tenersi al guinzaglio e/o con museruola, ma poi tutti concludono dicendo che in fondo è colpa del padrone che non ha saputo educare il cane. L’ultima frase è una profonda sciocchezza. Infatti non ha alcun senso avere un cane di una razza giudicata ad alta pericolosità sociale.

Infatti:

non ha senso averlo “da guardia”. Espressione pessima che rivela un sostanziale non affetto per il cane, visto solo come baluardo contro i malviventi.
Non ha senso averlo “da difesa”. Anche in questo caso si sceglie il cane per un puro egoismo personale, come fosse un’arma.
Non ha senso sceglierlo perché la razza piace. Questo è il punto più difficile da spiegare. In fondo, se lo educo bene, non è pericoloso per me o per gli altri: che male c’è?

Supponiamo che io, privato cittadino, me ne vada in giro con un’arma in mano, carica e senza sicura, in un luogo pubblico molto affollato. Chiunque protesterebbe e a nulla varrebbero le mie giustificazioni basate sul fatto che io conosco benissimo le armi e che mai mi partirà un colpo. Basterebbe banalmente farmi presente che se scivolo e cado rovinosamente a terra il colpo potrebbe partire e uccidere un bambino innocente. Nell’esempio l’arma è la forza della mascella del pit bull, ma l’essere senziente è comunque l’umano che gestisce la pistola. Se l’umano è un violento o un irresponsabile fa danni gravissimi.

Non serve a nulla educare bene il cane, perché se questo è di una razza di determinata mole e indole, in determinate circostanze può esplodere. Ci sono per esempio molti pit bull cui è stato insegnato a comportarsi bene con gli umani, ma non con i cani dello stesso sesso (sentita da un imbecille: “non si preoccupi la sua è una femmina, il mio non le fa niente”. Perché se era un maschio me lo sbranava oppure io non potevo circolare perché il suo pit bull non sopporta i maschi?); oppure si consideri un bambino che maliziosamente gli metta un dito in un occhio e gli tiri le orecchie. Il cane reagirà in modo eccessivo: anche se ha moralmente ragione, il piccolo verrà sbranato.

E se lo tengo al guinzaglio? .

Così il cane può sfuggirmi di mano (o può fuggire dal mio giardino: già successo) ed essere pericoloso. Sono penosi tutti i soggetti non particolarmente forzuti che vanno in giro con cani di grossa taglia che non saprebbero mai contenere in situazioni eccezionali.

E allora uso la museruola? Ma chi potrebbe dire di amare veramente il suo cane se fosse costretto a portarlo sempre al guinzaglio e con la museruola?

È quindi evidente che non c’è nessuna ragione per scegliere un cane ad alta pericolosità sociale.

Purtroppo per i pit bull, la razza è stata scelta da molte persone che ne fanno uno scudo alla loro insicurezza o, peggio, violenza. È un dato di fatto incontestabile.




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venerdì 25 settembre 2015

LA CACCIA

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E' così paradossale da non credersi, eppure, all'apertura generale della caccia, dopo le preaperture in quasi tutte le regioni  -  uno studio firmato da Enpa-Ente nazionale protezione animali indica come, allo stato attuale, l'attività venatoria sia illegittima in buona parte d'Italia. Così, con una lettera aperta rivolta al premier Matteo Renzi e ai ministri di Agricoltura e Ambiente, Maurizio Martina e Gian Luca Galletti, la stessa associazione, cui si uniscono Lac-Lega per l'abolizione della caccia e Lav, chiede che si rientri nell'obbedienza alla legge.

Stando al dossier, infatti, si rivelano numerose le amministrazioni in grave difetto riguardo il Pfvr-Piano faunistico venatorio regionale, di cui la legge quadro nazionale 157/92 su fauna selvatica e caccia impone il rinnovo ogni cinque anni. Il senso è valutare a intervalli regolari lo stato di salute della biodiversità e del territorio, minato da stravolgimenti climatici, incendi, cementificazione, veleni, e dalla stessa caccia, soggetto dunque a cambiamenti drastici, in modo da stabilire quali e quante specie sacrificare all'hobby dei seicentomila cacciatori nostrani. Senza, dice chiaramente la normativa, non si può sparare.

Ma, a quanto si apprende dall'indagine delle associazioni, l'ultimo Pfvr del Lazio risale al 1998. Sardegna e Molise si ritrovano nella medesima condizione, il secondo persino sordo alla sollecitazione di qualche sua provincia. I tre Pfvr del Piemonte, invece, datati 1998, 2010 e 2012, sarebbero rimasti solo atti della Giunta regionale, mai stati sottoposti al voto del Consiglio né di conseguenza formalizzati, così da non avere alcuna  valenza giuridica. La Lombardia fa di meglio: non ha mai avuto un Pfvr. "Da quanto abbiamo appreso, nel 2003 fu preparata una proposta, portata in Consiglio - che, secondo la legislazione regionale, deve approvarla -, ma si arenò", racconta Annamaria Procacci, consigliere nazionale Enpa, che fu tra i legislatori della 157/92.

Neppure il Friuli aveva mai avuto un Pfvr, e ha approvato il primo nel luglio scorso, in ritardo di quasi vent'anni: "Entrerà in vigore solo nella stagione venatoria  2016-2017" dice Alessandro Sperotto, avvocato e responsabile Lac per il Friuli Venezia Giulia: "l'approvazione è avvenuta in pendenza di un ricorso delle associazioni con cui se ne rilevava l'incredibile mancanza. Anche quest'anno, quindi, in Friuli si caccerà illegittimamente. Sarebbe tra l'altro bene informare i cittadini italiani che senza la debita pianificazione può decadere l'articolo 842 del Codice Civile, quello che consente ai cacciatori di entrare e sparare nei fondi privati non recintati".

La lista è ancora lunga: in Veneto, regione particolarmente provata da opere pubbliche, siccità e alluvioni, l'ultimo Pfvr risale al 2007, prorogato al 2016 benché nel 2014 la Giunta proponesse un nuovo Piano 2014-2019. Ancora, fra le regioni che presentano ritardi rispetto ai precetti legislativi, figura la Calabria, mentre risale addirittura al 1997 il Pfvr della Basilicata: "Non è facile ricavare tutte le informazioni per una mappatura nazionale completa e approfondita. Ci appelliamo quindi al Governo reclamando trasparenza e informazione, oltre all'imprescindibile rispetto della legge" dicono le associazioni.

L'art.10 comma 1 della legge n.157/92 recita: "Tutto il territorio agro-silvo-pastorale nazionale è soggetto a pianificazione faunistico venatoria finalizzata, per quanto attiene alle specie carnivore, alla conservazione delle effettive capacità riproduttive e al contenimento naturale di altre specie e, per quanto riguarda le altre specie, al conseguimento della densità ottimale e alla sua conservazione mediante la riqualificazione delle risorse ambientali e la regolamentazione del prelievo venatorio" e proseguendo " c.2 Le regioni e le province... realizzano la pianificazione di cui al comma 1 mediante la destinazione differenziata del territorio".

 "Tale destinazione differenziata del territorio consiste, per ogni regione, in una quota dal 20 al30% destinata a protezione della fauna selvatica (con eccezione della zona Alpi,10-20%). Una percentuale massima globale del 15% è destinata a caccia riservata a gestione privata; sul rimanente territorio agro-silvo-pastorale  le regioni  'promuovono  forme di gestione programmata della caccia secondo le modalità previste dall'art.14', vale a dire gli Atc-Ambiti Territoriali di Caccia" spiega la Procacci. "Dunque, tutta l'attività venatoria deve rientrare, seguendo regole chiare e precise e senza eccezioni, nella pianificazione, ovvero nei Pfvr, che sono in primo luogo strumenti di conservazione faunistica. La regione delega le province a predisporli, e ciascuno deve rappresentare una rete coerente e non può costituire semplicemente la sommatoria dei piani provinciali. La regione ha infatti il compito di coordinarli, non di prenderne banalmente atto".



Esistono sentenze della magistratura che sanciscono l'illegittimità dell'attività venatoria in assenza di Pfvr aggiornato, e a maggior ragione, in tale panorama, si confermano illegittime anche le preaperture della caccia. Circa la  possibilità di anticipare al 1 settembre la persecuzione a determinate specie selvatiche, oltre al parere Infs (oggi Ispra) l'art.18 comma 2 della 157/92 prevede: "L'autorizzazione regionale è condizionata alla preventiva predisposizione di  adeguati piani faunistico venatori".

Dice ancora la Procacci: "L'assenza di Pfvr  aggiornato comporta, tra l'altro, la lesione dei diritti dei cittadini. L'art.15 della 157/92, relativo all'utilizzazione dei fondi ai fini della gestione programmata della caccia, al comma 3 afferma: 'Il proprietario o conduttore di un fondo che intenda vietare sullo stesso l'esercizio dell'attività venatoria deve inoltrare, entro trenta giorni dalla pubblicazione del piano faunistico venatorio, al presidente della giunta regionale richiesta motivata, che, ai sensi della legge 7 agosto 1990, n.241, dalla stessa è esaminata entro sessanta giorni'. Se il Pfvr non c'è, oppure è vecchio di 10-20 anni,  chi ripagherà dell'attesa e del suo diritto il proprietario del fondo?"
"Questa situazione conferma l'insostenibilità della caccia in Italia" commenta Andrea Brutti, responsabile fauna selvatica per l'Enpa "intanto che l'UE ha promosso al riguardo una nuova procedura pilot, anticamera della procedura d'infrazione, indagando su ulteriori e diffuse irregolarità".

La caccia è un'attività che ha radici preistoriche, precedenti alla nascita della specie Homo sapiens. I progenitori della specie umana più remoti erano onnivori, come gli attuali scimpanzé; sono stati ritrovati reperti, risalenti a 1,8 milioni di anni fa, che provano come gli ominidi già in quest'epoca si procacciassero grandi animali per il sostentamento; non è tuttavia completamente chiaro se fossero prevalentemente cacciatori attivi o raccoglitori di carogne o entrambi.

Una delle prime tecniche di caccia utilizzate è stata probabilmente la caccia per sfinimento praticata nel paleolitico. Nel periodo precedente all'invenzione delle armi da lancio, quali lance e archi, uno dei modi per cacciare una preda consisteva nell'inseguirla per lunghe distanze fino a quando la preda, esausta, poteva essere avvicinata e abbattuta. Questa attività potrebbe spiegare il passaggio degli ominidi alla posizione bipede: la postura eretta riduce infatti la velocità di corsa e quindi le probabilità di catturare una preda dopo un inseguimento breve, ma permette una maggiore durata che può favorire la caccia per sfinimento. Anche lo sviluppo delle ghiandole sudoripare e la mancanza di pelo degli umani può aver favorito questo tipo di caccia permettendo di mantenere la temperatura corporea abbastanza bassa durante una lunga corsa nel calore del giorno. Altre tecniche potevano essere l'agguato, e l'azione di gruppo nel circondare le prede.

Con l'avvento delle prime società di cacciatori-raccoglitori, la caccia ha incominciato a ricoprire un ruolo più consistente nel sostentamento quotidiano. Prove fossili dell'utilizzo di lance per la caccia, la cui datazione risale a circa 16 200 anni fa, sono state rinvenute in Asia. Oltre a lance (a volte attrezzate con un propulsore, o atlatl), le prime armi da lancio consistevano in sassi, archi e frecce. Secondo alcuni storici l'avvento della caccia potrebbe aver contribuito al rimpiazzo della megafauna dell'olocene con gli erbivori più piccoli delle epoche successive.



In seguito, nonostante la nascita dell'agricoltura e dell'allevamento, la caccia continuò ad essere un'attività importante per la sopravvivenza delle comunità, in quanto fonte di proteine aggiuntive e materiali utili quali ossa, tendini, pelo o penne e pelli utilizzate per la produzione di abiti e la costruzione di ripari.

Con l'avvento del linguaggio e della cultura la caccia diventò un tema ricorrente di storie e miti, ma anche di proverbi, metafore e aforismi molti dei quali sono diffusi ancora oggi.

Negli antichi altorilievi, in particolare in Mesopotamia, i re venivano spesso rappresentati come cacciatori impegnati con bestie di grandi dimensioni come i leoni, solitamente su un carro da guerra, considerato simbolo virile. L'archetipo è probabilmente il leggendario re biblico Nimrod.

L'importanza psicologica e culturale della caccia nelle società antiche è testimoniata dalle divinità associate, quali il dio cornuto Cernunnos o la dea greca Artemide e l'equivalente romana Diana. In queste società sorsero anche molti tabù relativi alla caccia. L'associazione mitologica di una certa preda con una divinità poteva riflettersi in restrizioni alla caccia come, ad esempio, il divieto di cacciare nelle vicinanze di un tempio; la storia di Artemide e Atteone, narrata da Euripide, può essere interpretata come un monito verso il disprezzo per le prede e il vanto.

Con la diffusione dell'agricoltura e dell'allevamento la caccia divenne un'attività secondaria e accessoria a queste, praticata per difendere gli animali domestici dai predatori della zona o per eliminare gli animali selvatici che concorrevano nell'utilizzo delle risorse naturali o agricole, quali acqua e foraggio. Da attività primaria per la sopravvivenza la caccia divenne un fenomeno sociale, svolta in forma di attività professionale con l'uso di equipaggiamenti e allenamenti specifici oppure come attività ludica, prerogativa delle classi sociali più elevate (nobiltà), come la caccia alla volpe.

Durante l'età del Medioevo la selvaggina rappresentava ancora una fonte importante di cibo e pelliccia, solitamente procacciata da cacciatori professionisti. In gran parte dell'Europa medievale le classi sociali più elevate (aristocrazia e clero) godevano del diritto esclusivo di cacciare (e a volte pescare) in zone esclusive del territorio feudale. La violazione di questo privilegio era considerata un'offesa criminale, come si narra ad esempio nella leggenda di Robin Hood, accusato di aver cacciato il cervo del re.

Con l'evoluzione della caccia in attività delle classi elevate, la sua pratica divenne codificata. La caccia, solitamente a cavallo, di animali pericolosi come leoni o cinghiali selvatici, si sostituì ai tornei medievali, diventando un passatempo onorevole e competitivo per l'aristocrazia e permettendo di provare la propria abilità di guerra in tempo di pace.

In gran parte del mondo moderno la caccia non rappresenta più un'attività indispensabile all'approvvigionamento del cibo, tuttavia in alcune società che vivono ancora in condizioni semi selvatiche e/o in condizioni di estrema povertà e/o in ambienti che non favoriscono l'agricoltura e l'allevamento la caccia ricopre ancora una funzione importante.

Tra gli Inuit la caccia, praticata con armi e trappole, rappresenta una risorsa primaria di cibo oltre che di pellame usato per la realizzazione di tende in grado di resistere alle basse temperature dell'Artico, mentre le pelli impermeabili dei mammiferi marini sono usate per la produzione di canoe, guanti, abiti e calzature.



La caccia per sfinimento viene ancora praticata dai cacciatori-raccoglitori del deserto del Kalahari dell'Africa meridionale. Nell'inseguimento di un'antilope del Kalahari centrale questa, benché riesca a portarsi fuori vista dal cacciatore, viene infine raggiunta prima che riesca a trovare il tempo per riposarsi e, quando troppo esausta per continuare a correre, viene colpita a breve distanza con una lancia. Questo tipo di caccia può durare anche cinque ore per un percorso totale tra i 25 e i 30 km, sotto temperature comprese tra i 40 e i 42 °C.

Nei paesi industrializzati invece la caccia viene praticata principalmente come attività ricreativa oppure finalizzata allo scopo di commerciare il ricavato della cattura o dell'abbattimento degli animali. Solitamente i cacciatori ritengono che passare del tempo all'aria aperta, in ambienti relativamente selvaggi e lontano dai sentieri più frequentati, sia una parte essenziale dell'attività venatoria. Essi ritengono inoltre che la carne degli animali selvatici sia più saporita e abbia un gusto diverso rispetto alla carne degli animali d'allevamento. Il cacciatore moderno può essere anche motivato dalla collezione di trofei di caccia. Normalmente le leggi stabiliscono il compimento della maggiore età per la pratica dell'attività venatoria, anche se in alcuni paesi, come negli Stati Uniti e in Canada, è sufficiente aver raggiunto i 16 anni.

La caccia praticata come attività ricreativa o commerciale è oggi criticata dal movimento per i diritti animali il quale sostiene che tali attività violano il diritto fondamentale alla vita degli animali cacciati e siano fonte di inquinamento e del saturnismo a causa del piombo delle munizioni da caccia rilasciato nell'ambiente.

La caccia oggi può avere anche un ruolo nella gestione della fauna selvatica, ad esempio per mantenere la popolazione di una certa specie all'interno delle capacità di sostentamento dell'ambiente ecologico. In molti paesi occidentali, guardie forestali ed ecologi partecipano alla scrittura delle norme di regolamentazione della caccia in modo che il numero di animali da abbattere e i metodi permessi garantiscano la preservazione della fauna selvatica.

Tra gli animali usati dall'uomo per l'addestramento alla caccia, come falchi o furetti, i cani sono i più importanti e i più diffusi oggi. I moderni cani da caccia sono infatti il risultato di una lunga storia di selezione genetica.

L'utilizzo del cane nella caccia risale alle origini della civiltà umana, la parola stessa caccia deriva dal greco antico kynègia che a sua volta deriva da kynos, cioè cane. In seguito all'addomesticamento il cane si rivelò infatti per l'uomo un aiuto prezioso nella caccia. Nell'impero ottomano 33 o 34 delle 196 compagnie di giannizzeri erano Sekban, cioè custodi dei cani.

L'olfatto sensibile del cane permette ai cacciatori di scovare e catturare prede che, altrimenti, sarebbero molto difficili o pericolose da cacciare. Nel tempo i cani usati nella caccia sono stati classificati in razze diverse con specifiche abilità: segugi (usati per cercare la preda), cani da ferma (per fiutare e mostrare al cacciatore la preda), cani da tana (per cacciare animali nelle tane sotterranee), levrieri (per inseguire e uccidere la preda) e cani da riporto (per riportare piccole prede abbattute dal cacciatore). Attualmente vi sono numerosi tipi di caccia che si avvalgono dell'ausilio del cane, il quale viene comunemente definito nel linguaggio legislativo in materia di caccia, appunto, come ausiliare.

In Italia, la caccia ha un numero di cacciatori in diminuzione, infatti sono passati dai 1.701.853 del 1980 ai 791.848 del 2001, con un calo netto del 53.5%, mentre l’età media di chi pratica la caccia, sta aumentando. Tutto ciò è indice del fatto che ormai questa pratica è diffusa prevalentemente tra gli anziani e che riscuote uno scarso interesse tra i giovani.
L’attività venatoria è regolamentata dalla legge n. 157 del 17 febbraio 1992, anche se le regioni possono approvare delle deroghe a tale normativa.

Nel corso degli anni novanta sono stati proposti tre referendum, nessuno dei quali raggiunse il quorum, per inasprire le norme che regolano la caccia.
I referendum sul divieto di accesso ai cacciatori ai fondi privati furono proposti con l’intento di abrogare l’articolo 842 del codice civile. Secondo tale articolo, i cacciatori possono entrare (armati) nei fondi privati senza il consenso preventivo del proprietario, introducendo una discriminante, da alcuni giuristi valutata come incostituzionale, nei confronti dei cittadini non cacciatori che invece verrebbero puniti ai sensi dell’articolo 614 del codice penale per violazione di domicilio.

Un sondaggio SWG del 2001 ha evidenziato che l’87% degli italiani è contrario alla caccia dei piccoli uccelli, mentre solo l’8% è favorevole (il rimanente 5% del campione intervistato non si è espresso).
Un sondaggio Abacus del 2003 ha evidenziato che il 72% degli italiani è favorevole all’abolizione della caccia, mentre il 22% è contrario alla sua abolizione (il rimanente 6% del campione intervistato non si è espresso).
Un sondaggio Eurisko del 2005 ha evidenziato che il 74.1% degli italiani è contrario alla caccia, il 15.2% è favorevole e il 10.1% indifferente (il rimanente 0.6% del campione intervistato non si è espresso).



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sabato 12 settembre 2015

I TARTUFI

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Tartufo, una vera prelibatezza, tipica di alcune regioni d'Italia, come il Piemonte e l'Umbria. Con il tartufo si preparano piatti prelibati. Viene utilizzato semplicemente per condire pasta e risotto, oppure sotto forma di crema da spalmare sul pane. Il suo profumo e il suo sapore non sono sempre graditi a tutti, ma sono di certo inconfondibili.

Il tartufo appartiene al genere Tuber e viene definito un fungo ipogeo, cioè che cresce sotto terra. Appartiene alla famiglia delle Tberaceae. I tartufi crescono spontaneamente nel terreno accanto alle radice di alcuni alberi o arbusti, detti piante simbionti, che ne consentono la crescita.

In particolare i tartufi stabiliscono un rapporto simbiotico con le querce e con i lecci. Ecco perché quercete e leccete sono probabilmente alcuni dei luoghi in cui troverete più facilmente i tartufi. Normalmente i tartufi vengono raccolti a mano e secondo tradizione vengono individuati con l'aiuto dei cani, il cui fiuto è particolarmente sensibile alla loro presenza.

Forse non sapevate che ciò avviene poiché il tipico odore penetrante che il tartufo sviluppa solo a maturazione avvenuta ha lo scopo di attirare gli animali selvatici – come maiali, cinghiali, tassi, ghiri e volpi – che scavando nel terreno possono contribuire a spargere le spore di tartufo e a propagare la specie.

La rarità dei tartufi dipende da fattori ambientali oltre che stagionali. Le annate di siccità sono sfavorevoli alla formazione dei tartufi e in questi casi il loro prezzo sale. L'Italia è uno dei maggiori produttori mondiali e esportatori di tartufi. In Italia e in Francia la coltivazione del tartufo è in fase sperimentale. Ma pare che la coltivazione del tartufo stia già avendo successo in Australia e Nuova Zelanda.

In Italia troviamo essenzialmente due varietà principali di tartufo distribuite in zone diverse della nostra penisola. La formazione dei tartufi dipende dalle caratteristiche del clima, dei terreni e dei boschi presenti nelle diverse regioni. Nel nostro Paese troviamo il tartufo bianco e il tartufo nero, mentre nelle regioni desertiche del Mediterraneo si raccolgono dei tartufi particolari chiamati terfezie.

Il tartufo bianco rappresenta la varietà di tartufo più rara e pregiata. Le zone principali di produzione del tartufo bianco in Italia sono il Piemonte, con particolare riferimento ad una piccola parte della provincia di Torino e ad Alba (si parla infatti di tartufo bianco di Alba come prodotto tipico), la Lombardia meridionale (Isola Boscone), l'Emilia Romagna (colli bolognesi e forlivesi, provincia di Piacenza), le Marche. il Molise e l'Abruzzo (tartufo bianco di Ateleta).

Il tartufo nero rispetto al tartufo bianco è molto più comune. Le zone di maggior produzione del tartufo nero sono l'Umbria e il Molise, sia per quanto riguarda la varietà estiva del tartufo nero, detta scorzone, sia per la più pregiata varietà invernale. Solo in tempi recenti ha iniziato ad essere valorizzata la produzione di tartufi anche in altre regioni, come Campania, Sicilia, Calabria e Basilicata.

Di solito nella famiglia dei tartufi vengono inserite anche le terfezie, che fanno parte della famiglia delle Terfeziaceae. Si tratta di alimenti noti anche come tartufi del deserto, in quanto sono tipici delle zone desertiche e semi desertiche che si affacciano sul Mediterraneo, dove questi particolari tipi di tartufo sarebbero molto apprezzati.

Comunemente per tartufo si intende il solo corpo fruttifero ipogeo che viene individuato con l'aiuto di cani e raccolto a mano. Il tartufo è un alimento estremamente pregiato e ricercato, molto costoso. Il tipico profumo penetrante e persistente si sviluppa solo a maturazione avvenuta e ha lo scopo di attirare gli animali selvatici (maiale, cinghiale, tasso, ghiro, volpe), nonostante la copertura di terra, per spargere le spore contenute e perpetuare la specie.

L’origine della parola tartufo fu per molto tempo dibattuta dai linguisti, che dopo secoli di incertezze giunsero alla conclusione, ritenuta probabile ma non definitiva, che tartufo derivasse da territùfru, volgarizzazione del tardo latino terrae tufer (escrescenza della terra), dove tufer sarebbe usato al posto di tuber. Anche se, in effetti, i latini chiamavano questo fungo terrae tuber, l’etimologia proposta appare forzata. Recentemente, lo storico Giordano Berti, creatore dell'Archivio Storico del Tartufo, ha dimostrato in modo convincente che il termine tartufo deriva da terra tufule tubera. Questo titolo appare in testa ad un’illustrazione della raccolta del tartufo contenuta nel Tacuinum sanitatis, codice miniato a contenuto naturalistico risalente al XIV secolo, conosciuto in diverse versioni. Il termine tartufo nasce quindi, secondo Berti, dalla somiglianza che nel Medioevo si ravvisava tra questo fungo ipogeo e il tufo, pietra porosa tipica dell’Italia centrale. Il termine si contrasse poi in terra tufide e nei dialettali tartùfola, trìfula, tréffla, trìfola. Il termine tartufo cominciò a diffondersi in Italia nel Seicento, ma nel frattempo la dizione volgare era già emigrata in altri paesi d’Europa assumendo varie dizioni: truffe in Francia, Trüffel in Germania, truffle in Inghilterra.

Le prime notizie certe sul tartufo compaiono nella Naturalis Historia, di Plinio il Vecchio. Nel I secolo d.C., grazie al filosofo greco Plutarco di Cheronea, si tramandò l'idea che il prezioso fungo nascesse dall'azione combinata dell'acqua, del calore e dei fulmini. Da qui trassero ispirazione vari poeti; uno di questi, Giovenale, spiegò che l'origine del prezioso fungo, a quell'epoca chiamato "tuber terrae", si deve ad un fulmine scagliato da Giove in prossimità di una quercia (albero ritenuto sacro al padre degli dèi). Poiché Giove era anche famoso per la sua prodigiosa attività sessuale, al tartufo da sempre si sono attribuite qualità afrodisiache. Scriveva il medico Galeno: "il tartufo è molto nutriente e può disporre della voluttà".

Tra gli autori rinascimentali degni di nota occorre citare almeno il medico umbro Alfonso Ceccarelli, il quale scrisse un libro sul tartufo, l'Opusculus de tuberis (1564), dove sono riassunte le opinioni di naturalisti greci e latini e vari aneddoti storici. Da questa lettura risulta che il tartufo è sempre stato cibo altamente apprezzato, soprattutto nelle mense di nobili ed alti prelati. Per alcuni, il suo aroma era una sorta di "quinta essenza" che provocava sull'essere umano un effetto estatico.

Una ricerca svolta da Raoul Molinari e Giordano Berti su cronache medievali e rinascimentali, testi corografici del Regno sabaudo, lettere di cronisti e viaggiatori sette e ottocenteschi, ha portato alla luce una straordinaria quantità di notizie che esaltano l'intero Monferrato (area che storicamente comprende il Casalese, l’Alessandrino occidentale, l’Acquese, l’Astigiano, le Langhe e il Roero) come luogo di produzione dei più eccellenti e profumati tartufi.

Tra i luoghi che fin dal Medioevo sono rinomati per la ricerca ed il commercio dei tartufi emergono in particolare due città: Casale Monferrato i cui tartufi, prima dell'annessione al Regno del Piemonte, erano destinati alla corte mantovana dei Gonzaga; Tortona, centro di rifornimento per i Visconti-Sforza di Milano.

I tartufi sono relativamente rari, in quanto la loro crescita dipende da fattori stagionali, oltre che ambientali. In certe annate di particolare scarsità arrivano a costare cifre molto elevate (per il Tuber magnatum, il bianco più pregiato, talvolta si è arrivati a 4.500 euro al chilo).

L'Italia è uno dei maggiori produttori mondiali ed esportatori di tartufi. Nell'intera Penisola è possibile raccogliere tutte le specie di tartufo impiegate in gastronomia.

Le più importanti zone di produzione di tartufo bianco, per via della loro conformazione geografica, sono il Piemonte (in particolare Alba, in provincia di Cuneo, la provincia di Asti e una parte della provincia di Torino), la Lombardia sud-orientale (Carbonara di Po, in provincia di Mantova, nella protetta Isola Boscone), l'Emilia-Romagna (tutta la fascia appenninica a partire da Piacenza, e in particolare i colli bolognesi e forlivesi), la Toscana (specialmente i comuni di San Miniato, in provincia di Pisa e San Giovanni d'Asso, in provincia di Siena), l'Umbria (Città di Castello, Gubbio e Norcia, in provincia di Perugia) le Marche (con in testa Acqualagna e Sant'Angelo in Vado, in provincia di Pesaro e Urbino), l'Abruzzo con il paese di Ateleta, in provincia dell'Aquila, e il Molise, le cui zone di maggior raccolta sono quelle ricadenti nei comuni di Larino e Spinete, in provincia di Campobasso, e Frosolone, San Pietro Avellana e Vastogirardi in provincia d'Isernia.

Molto più comune invece il tartufo nero, che vede in Umbria e in Molise alcune delle zone più vocate alla sua produzione, sia della varietà estiva (il cosiddetto scorzone), sia della più pregiata varietà invernale (Tuber melanosporum). Altre produzioni, di recente scoperta, si individuano in Campania (Sannio e Irpinia), Calabria, Basilicata e Sicilia, dove i tartufi hanno iniziato a essere valorizzati solo in tempi recentissimi.

Il Delta del Po, in Veneto, è un'altra zona che bene si presta a ospitare la produzione dello scorzone, ma anche del Tuber albidum, detto marzolino o bianchetto.

In Italia è sempre possibile raccogliere tartufi, salvo il periodo di fine aprile. Tradizionalmente la raccolta era compiuta impiegando un maialino. Il problema di tale metodo è che il maiale è ghiotto di tartufi, ed occorre trattenerlo per impedirgli di mangiare il ritrovato.

Al giorno d'oggi, in Italia si impiegano esclusivamente cani debitamente addestrati. Non si impiegano razze particolari (a parte il lagotto romagnolo), al contrario in genere si sceglie un meticcio di piccola taglia. Invece in alcune regioni della Francia, in particolare nel Lot e nel Périgord, si usa ancor oggi andare in cerca di tartufi con maiali perfettamente addestrati; un'abitudine che in Italia, come ha dimostrato un'accurata ricerca di Giordano Berti su una grande quantità di riviste illustrate e fotografiche, è scomparsa nel secondo dopoguerra in seguito alla crescente richiesta di tartufi ed al conseguente sviluppo di "scuole" per l'addestramento di cani da tartufo.

Nonostante l'associazione dell'immagine del cinghiale al tartufo, la raccolta con cinghiale non è stata mai utilizzata, a causa dell'evidente difficoltà di controllare un animale selvatico e non addomesticabile.

La coltivazione del tartufo o tartuficoltura è allo stadio sperimentale in Italia ed in Francia. Per creare un terreno adatto alla produzione intensiva del tartufo, o tartufaia coltivata, occorre scegliere un terreno calcareo e povero di humus, scegliere una varietà di tartufo ed impiantare essenze arboree ed arbustive tartufigene (quercia, nocciolo, salice, leccio). Le pianticelle sono preventivamente micorizzate, ovvero le radici sono già in simbiosi con le ife fungine prescelte. I risultati della tartuficoltura sono stati deludenti con le specie più pregiate di tartufo (Tuber magnatum), mentre con le altre, la produzione raggiunge ottimi livelli di qualità e quantità. Data la forte domanda non ci sono stati ancora forti impatti sui prezzi.

Risultati ottimi si sono avuti con l'impianto di ulteriori piantine micorrizzate in aree boschive dove il tartufo cresce naturalmente. Per tartufaia controllata si intende una tartufaia naturale migliorata con opportune pratiche colturali ed incrementate con la messa a dimora di idonee piante arboree ed arbustive tartufigene, preventivamente micorrizate.

Raramente viene commercializzato intero e fresco, a causa del costo esorbitante, della difficoltà di trasporto e conservazione e della caratteristica attitudine del tartufo ad essere trasformato in modo creativo. È sufficiente infatti una ridottissima quantità di tartufo per insaporire un piatto o una salsa, e l'enorme valore aggiunto della lavorazione stimola il proliferare di piccole imprese di trasformazione.

Vengono preparati normalmente vasetti con tartufi interi di piccole dimensioni, e anche altri prodotti a base di tale fungo: carpaccio (ovvero a fettine molto sottili), salse pronte comprendenti in genere una base di funghi, che si prestano all'uso su crostini, bruschette, pasta di grano duro, pasta fresca o di soia, bistecche di filetto. Altre preparazioni comuni sono la grappa e l'amaro al tartufo.

Gli oli d'oliva aromatizzati al tartufo sono molto richiesti, ma a causa di difficoltà insite nel processo di produzione, la maggior parte di essi vengono preparati con aroma di sintesi a base di bis-metiltiometano: sono quindi prodotti non naturali. Tale aroma viene spesso aggiunto anche a salse con polpa di tartufo. Per evitare di acquistare prodotti sintetici occorre osservare se sull'etichetta appare la dicitura "aroma" che significa, in pratica, a base di bis-metiltiometano. Quando il prodotto è naturale in genere non appare alcuna specifica oppure è specificato come "aroma naturale". Alcune preparazioni particolari si stanno affermando grazie all'inventiva dei produttori, come le peschette al tartufo d'Abruzzo, preparati con pesche verdi nane, olio ed aceto.

La legge dal 1985, in seguito all'incremento della raccolta e al diffondersi di pratiche non eco-compatibili, ha regolato la raccolta di tartufi. La legge 16 dicembre 1985, n. 752, "Normativa quadro in materia di raccolta, coltivazione e commercio dei tartufi freschi o conservati destinati al consumo" (g.u. 21 dicembre 1985, n. 300) ha dato mandato alle Regioni di regolare la raccolta sul proprio territorio, stabilendo alcune regole comuni:
è vietato commercializzare tartufi immaturi o non appartenenti alle 9 specie elencate di seguito;
la raccolta dei tartufi è libera nei boschi e nei terreni non coltivati, compresi i pascoli;
la raccolta nelle tartufaie "coltivate" ed in quelle "controllate" compete ai titolari della loro conduzione, se debitamente autorizzate, delimitate e segnalate;
la raccolta tramite zappatura, sarchiatura ed aratura è severamente punita in quanto uccide il fungo;
è vietato l'utilizzo del maiale per la ricerca del tartufo, a causa dei danni ambientali provocati da questo animale nella ricerca.

Il tartufo presenta numerose proprietà benefiche. E' famoso per la sua ricchezza di antiossidanti, che aiutano a combattere i radicali liberi. Ha proprietà elasticizzati che stimolano la produzione di collagene. Al tartufo vengono inoltre attribuite proprietà afrodisiache, in quanto pare che le sostanze emanate da questo alimento possano provocare un particolare stato di benessere e favorire l'attrazione da parte del partner. Il tartufo è rimineralizzante e il suo consumo facilita la digestione.

Tra le controindicazioni per il consumo di tartufo troviamo i pazienti affetti da renella e da problemi al fegato. Un consumo frequente di tartufi potrebbe appesantire il fegato. Ma dato che normalmente il consumo di tartufi è occasionale, e di solito legato a viaggi nelle zone d'origine o ad una cena speciale al ristorante, per le persone sane e non allergiche, i tartufi non dovrebbero presentare alcun problema.



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martedì 23 giugno 2015

LA SLITTA



La slitta è un veicolo con dei pattini che scivolano al posto di ruote che girano. Viene utilizzata per il trasporto su superfici a bassa frizione, solitamente neve o ghiaccio ma ogni superificie ingrassata è utilizzabile purché non sia troppo secca. In alcuni casi sassi di fiume possono essere utilizzati per andare in slitta.

Nei paesi nordici, dove la slitta è un comune mezzo di locomozione nei periodi invernali, è formata da un abitacolo, simile a quello delle carrozze, montato egualmente su pattini. In alcuni paesi (per es., Boemia) una slitta trainata da animali viene usata anche su terreno non nevoso, soprattutto per il trasporto di tronchi di legno e una slitta è, in definitiva, la treggia in uso in varie regioni.

Come mezzo di trasporto terrestre su ghiaccio o neve, a trazione animale (cani o renna), anticamente forse anche umana, la slitta è usata dai cacciatori della zona artica. Si possono distinguere 2 tipi principali: la slitta a un solo pattino, lappone (detta pulka), e la slitta a due pattini, diffusa in tutte le altre zone, con varianti locali, dalla più semplice slitta eschimese tirata dai cani, alla complessa forma ostiacosamoieda con i pattini rialzati e riuniti sul davanti per mezzo di una barra.

Uno slittino è una piccola slitta per una o due persone, sulla quale si viaggia in posizione supina con i piedi in avanti e su piste ghiacciate. Per curvare si flettono i pattini usando i piedi (premendo sulla parte curva, che è flessibile), o si tirano delle cinghie attaccate ai pattini, o si esercita pressione sul sedile con la spalla opposta alla direzione di curva desiderata. Il termine "slittino" è utilizzato anche per indicare il nome dello sport nel quale si gareggia con questo tipo di attrezzo.

La storia dello slittino è più che millenaria, infatti già i vichinghi nel IX secolo usavano slitte biposto per spostarsi; le più antiche slitte giunte intatte ai giorni nostri sono quelle rinvenute nel ritrovamento della nave di Oseberg avvenuto nel 1904. Le prime gare di cui si hanno notizia risalgono al 1480 in Norvegia ed al 1552 presso i Monti Metalliferi, zona attualmente di confine tra la Germania e la Repubblica Ceca. La prima competizione di livello internazionale di cui si ha traccia ebbe luogo il 12 febbraio 1883 in Svizzera, su una pista lunga più di quattro chilometri che collegava Davos e Klosters, e sulla quale si sfidarono atleti provenienti da sei nazioni differenti.

Nel 1913 venne fondata a Dresda la Internationale Schlittensportverband, ossia la "Federazione Internazionale degli Sport con Slitte", è già l'anno successivo a Reichenberg, l'odierna Liberec, si tennero i primi campionati europei, unicamente maschili, e nei quali si disputarono la gara del singolo e del doppio. La prima gara internazionale aperta anche alle donne fu in occasione della gara femminile del singolo durante la seconda edizione dei campionati continentali a Schreiberhau, oggi conosciuta con il nome di Szklarska Poręba.

Nel 1935 la sezione di slittino della Internationale Schlittensportverband venne incorporata nella Fédération Internationale de Bobsleigh et de Tobogganing (FIBT). Dopo che il Comitato Olimpico Internazionale nel congresso tenutosi ad Atene nel 1954 decise la sostituzione dello skeleton con lo slittino ai Giochi olimpici, venne disputato il primo campionato mondiale, ad Oslo nel 1955, in cui si tennero le gare del singolo maschile e femminile e del doppio.

Il 25 gennaio 1957 a Davos venne fondata la Fédération Internationale de Luge de Course (FIL) che nello stesso anno entrò a far parte delle federazioni riconosciute dal CIO. Le gare di slittino, nelle specialità del singolo maschile e femminile e del doppio, comparvero nel programma dei Giochi olimpici invernali ad Innsbruck nel 1964.

Quando si parla di slittino si intende normalmente quello disputato su pista artificiale, ossia la versione più famosa a livello agonistico e che ha dignità olimpica; in questa disciplina i tracciati sono caratterizzati da lunghi rettilinei, curve paraboliche e spesso anche da kreisel. Di norma attualmente questi circuiti sono costruiti in muratura e refrigerati artificialmente, ma non mancano anche oggi esempi di piste artificiali, cioè create scavando, adattando e modellando il ghiaccio presente sul percorso, ma con poche o nulle costruzioni murarie o permanenti, e refrigerate naturalmente, la più famosa delle quali è senza dubbio quella situata a Sant Moritz; agli esordi della disciplina quest'ultimo tipo di tracciati erano la norma.

Esistono però anche altre tipologie di slittino: quello su pista naturale, in cui i tracciati sono ricavati da sentieri esistenti o strade di montagna; in questo tipo di competizione i pattini dello slittino possono correre esclusivamente su una superficie orizzontale e le curve paraboliche o comunque con strati ghiaccio artificialmente ammassati non sono consentite, la refrigerazione delle piste è esclusivamente naturale. Oltre a questo, vi è anche lo slittino su strada, che si disputa su piste asfaltate ed al posto delle lamine dei pattini vengono montate una serie di piccole rotelle, oppure lo Zipflbob o il Böckl, anch'esse piccole slitte ma di diversa fattura rispetto al classico slittino.
L'attività agonistica internazionale è organizzata dalla Federazione Internazionale Slittino (FIL).

Tutte le gare di slittino prevedono il passaggio cronometrato degli atleti, in successione, lungo lo stesso tracciato e alla fine della competizione vengono sommati i tempi ottenuti dagli stessi atleti per ogni manche di cui si compone la gara. La discesa è possibile solo stando in posizione seduta o supina sulla slitta e mantenendo i piedi in avanti, ma comunque gli atleti stanno il più possibile in posizione orizzontale, per cercare la massima aerodinamicità e guidano l'attrezzo lungo il tracciato spostando il loro peso corporeo a destra o a sinistra in modo da incidere più su un pattino rispetto all'altro ed agendo con i piedi sulla parte curva del pattino che è flessibile. Durante la discesa è obbligatorio essere sempre in contatto con la slitta, anche in caso di schianto contro le pareti della pista o di ribaltamento, pena la squalifica; allo stesso modo è vietato spingersi, tranne nella fase di partenza, detta appunto "di spinta", o percorrere a piedi tratti di gara.

Le diverse specialità (singolo, doppio, gara a squadre, prove sprint) si corrono lungo lo stesso tracciato e seguono sempre lo stesso principio base di competizione, anche se differiscono l'una dall'altra per alcuni specifici dettagli regolamentari.

La gara del singolo è l'unica disciplina di cui esiste la suddivisione tra competizioni per gli uomini e per le donne, si corre normalmente su due manche, eccezion fatta per i Giochi olimpici in cui si gareggia lungo quattro discese, sommando i tempi delle varie prove. La sola differenza tra le gare è data dalla lunghezza del tracciato, che di norma per le donne è un po' più corta, facendo partire la gara femminile da un punto più in basso della pista rispetto alla gara del singolo maschile. La misura del tracciato non può comunque essere inferiore ai 1000 metri per gli uomini ed agli 800 metri per le donne.

La gara del doppio è aperta ad ambo i sessi, non disciplinando in alcun modo la composizione della coppia. Di fatto però i componenti del doppio sono quasi esclusivamente uomini per via del maggior peso e potenza in spinta che rende più conveniente per le squadre schierare atleti di sesso maschile. Le competizioni si disputano sempre su due manche ed anche in questo caso viene fatta la somma dei tempi di entrambe le discese; sia la partenza della gara sia la lunghezza minima del percorso sono equivalenti a quelle previste per il singolo femminile, salvo alcune eccezioni come ad Altenberg ove è prevista una rampa di partenza per ciascuna specialità. Tra una manche e l'altra non sono consentite sostituzioni in seno ai componenti della coppia.

A differenza delle due precedenti tipologie, che sono presenti nei programmi delle varie competizioni nazionali ed internazionali fin dalle prime edizioni, questo tipo di gara è molto più recente, essendo stato introdotto per la prima volta agli europei del 1988. La Gara a squadre nel corso degli anni ha subito alcuni mutamenti organizzativi: inizialmente era previsto che per questa gara ogni nazione facesse scendere due atleti nel singolo uomini, due atlete nel singolo donne e un doppio, veniva quindi assegnato un punteggio ad ogni atleta in base al suo posizionamento nella rispettiva disciplina e quindi veniva fatta la somma dei punti. Nel 1999 la FIL ha ridotto il numero dei componenti stabilendo che ogni squadra sarebbe stato composta da un singolo uomini, un singolo donne e un doppio. Dal 2001 venne accantonato il sistema dei punti optando per la disputa di un'unica manche di singolo uomini, singolo donne e doppio e dalla semplice somma dei tempi ottenuti dai vari atleti nella loro discesa. Dal 2008, infine, pur rimanendo invariato il numero delle discese previste, è cambiata la formula di gara: gli atleti di ciascun team partono in successione dal cancelletto di partenza normalmente utilizzato per la gara del singolo femminile e del doppio, attendendo il via che viene dato dal compagno di squadra partito immediatamente prima mediante il tocco di un pannello posto sopra la linea del traguardo che attiva l'apertura automatica del suddetto cancelletto, senza dunque l'interruzione dei tempi tra una discesa e l'altra dei vari membri dello stesso team; per questo motivo la gara a squadre è ora chiamata anche "staffetta".

Lo sprint fu istituito per la prima volta durante la Coppa del Mondo del 2014/15, questa nuova specialità, che prevede prove del doppio, del singolo maschile e di quello femminile, consiste in una singola discesa sul tracciato, ma gli atleti partono senza l'ausilio dei classici appigli propri del cancelletto di partenza ed il tempo viene preso a partire da circa 100/150 metri più in basso rispetto alla rampa di partenza. Alla gara possono prendere il via solo i primi quindici classificati delle "classiche" gare del singolo uomini e donne e del doppio disputate in quella stessa tappa del circuito di Coppa.

Per praticare questa disciplina viene usato uno slittino; la lunghezza e il peso sono variabili, anche a seconda del fatto che siano omologate per un solo atleta o per le discese del doppio ed entro comunque dei limiti ben stabiliti dalla federazione; le lamine che si usano per far scivolare la slitta vengono montate direttamente sui pattini e queste non possono essere riscaldate. Anche tutti gli altri dettagli costruttivi sono specificati dal regolamento FIL.

Accanto all'attrezzatura tecnica indispensabile per la pratica dello sport, gli slittinisti indossano abitualmente un abbigliamento specifico, atto a migliorare tanto la comodità quanto la sicurezza sulla pista.
La tuta da slittino veste integralmente lo slittinista ed è cucita in un pezzo unico e realizzata in modo da risultare il più aderente possibile e, quindi, aerodinamica. È sempre corredata da un paio di scarpe da slittino approvate dalla FIL.
È obbligatorio per ogni atleta indossare i caschi, i quali necessitano di un'omologazione specifica da parte della FIL. Sui caschi è sempre montata una visiera, solitamente in plastica trasparente, ma alcuni atleti preferiscono una visiera colorata, per proteggere gli occhi e migliorare la visibilità, spesso insufficiente visto che lo slittino è uno sport che si pratica all'aperto, in cui si raggiungono alte velocità e su piste ghiacciate che quindi riflettono la luce del sole o delle luci che illuminano il percorso.
Tutti gli atleti utilizzano dei guanti per coprire le mani, su questi guanti sono inseriti dei piccoli chiodi della lunghezza di cinque millimetri che servono allo slittinista.





Presso gl'indigeni della zona artica, vale a dire presso quei gruppi umani, i quali, per l'ambiente in cui vivono, sono maggiormente in grado di apprezzare i perfezionamenti apportati alla locomozione sulla neve o sul ghiaccio, la slitta presenta tre tipi fondamentali corrispondenti ai tre continenti. La slitta lappone ha un pattino solo, ma larghissimo perché formato da una tavola rialzata anteriormente, e presenta nell'insieme all'incirca la forma di una piroga. Tutte le altre slitte, salvo quelle primitive, sono a due pattini. La slitta eschimese è costituita da due tavolette verticali che sostengono delle tavolette orizzontali (come gli slittini dei nostri ragazzi). Fra queste due forme è diffusa la forma asiatica che appare la più complessa; essa è sollevata e il suo ponte, fatto con bacchette incrociate, poggia sopra sostegni fissati nei pattini. Il tipo asiatico presenta due sottotipi principali: la slitta samoieda pesante, con i due pattini riuniti anteriormente, nella parte rialzata, da una sbarra trasversale; e la slitta ciukci più snella, i cui pattini non sono riuniti anteriormente ma si sollevano e si ripiegano (con un pezzo rapportato) in modo da raggiungere l'intelaiatura del ponte. La slitta eschimese è tirata da cani, dato che la cultura eschimoide non conosce l'allevamento della renna; quelle lappone, samoieda e ciukci sopra descritte sono tirate da renne; la slitta asiatica da cani è più bassa e si distingue per avere un arco orizzontale che riunisce le estremità montanti dei pattini. Oltre alle forme descritte, sono stati osservati tre tipi assolutamente primitivi. Quando i Lapponi uccidono una renna questa viene scorticata e la sua carne avvolta nella pelle e trascinata come un sacco sulla neve. In un secondo caso c'è una "treggia costituita da una rozza tavola di legno, più o meno rialzata anteriormente o ad ambedue le estremità e tirata a mano, quale si trova presso i Finni, i Tungusi e, col nome di "toboggan" presso gli Amerindî della zona subartica. Nel continente antico, dei rialzi laterali diedero luogo alla costruzione di piccole slitte per cacciatori, a forma di scafo, pure tirate a mano e costruite secondo l'uno o l'altro dei seguenti procedimenti. Nel primo è un tronco di albero che viene scavato come un canotto monoxilo: presso i Camassini (tribù samoieda delle valli a N. dei monti Saiani), fra i Samoiedi-Ostiachi del fiume Tym (affluente di destra dell'Obi a valle di Natym) con forme più larghe di quelle in uso presso i Camassini, e fra i Ceremissi (a NO. di Kazan′) che possiedono una analoga slitta di forma incavata, di scorza di tiglio, usata dalle donne per trasportare i bambini. Nel secondo caso la tavola che forma la chiglia è sormontata ai bordi da assicelle più o meno mobili riunite da corde: forma finnica ; di questo tipo esistono numerose varianti: le più complicate presentano delle costole interne ad arco che rendono i fianchi rigidi; ve ne sono anche ricoperte del tutto di pelli, come un caiak eschimese.
Una terza slitta primitiva è il travois. Di questa forma non si citano generalmente che quelle degli Amerindî della zona subartica ma, fatta con quattro rami di betulla, essa è anche usata dai Finni, come slitta da estate.

Sebbene la pelle di renna trascinata sulla neve non sia stata riscontrata che presso i Lapponi, il procedimento ha potuto esser stato immaginato prima dell'impiego della treggia da neve. È chiaro, d'altra parte, che da questa deriva la slitta lappone, che ha oggi raggiunto uno stadio terminale in questa direzione: essa presenta così un buon esempio dello sviluppo su un'area ristretta di un elemento culturale derivato da forme sorte su una vasta area: mentre la pelle di renna a sacco e la treggia dovute alla cultura primitiva venivano usate qua e là, il progressivo miglioramento di una delle forme avveniva su un territorio limitato: in Lapponia. Lo sci, che è pure di origine lappone, deve naturalmente esser messo in rapporto con la treggia; alcuni autori (Donner) ritengono che sia stato lo sci a dar origine alla treggia; ma sembra più probabile che la pelle a sacco e la semplice tavola-treggia abbiano fatto immaginare una forma primitiva di pattino da neve e poi lo sci.

Sebbene la slitta a due pattini possa esser dovuta all'accoppiamento di due tregge sormontate da un'armatura, è più probabile che essa derivi dal travois passando per la "slitta da estate" ancora usata nella Finlandia orientale alla fine del sec. XIX, e i cui pattini e i timoni corrispondenti sono di un sol pezzo. Certo il doppio timone richiede in genere l'attacco di una renna o di un cavallo, ma i Jurak (Samoiedi) e gli Ostiaco-Samoiedi del Jenissei attaccano spessissimo i cani a slitte di questo genere (Donner) e si ammette comunemente che l'addomesticamento del cane sia anteriore a quella della renna; alcuni autori ritengono che l'attacco dei cani a simili slitte sia un fenomeno secondario. In definitiva, la questione dell'origine della slitta a due pattini non è perfettamente risolta.

Infine non sarebbe impossibile che lo "slittino" degli Eschimesi derivi dalla slitta dei Ciukci e che la sua semplicità, come per l'arco rinforzato eschimese derivato dall'arco composto asiatico, sia dovuta alla povertà dell'ambiente artico.
Presso i popoli civili la slitta è stata ed è ancora usata come mezzo di trasporto laddove le condizioni del clima, del terreno e del traffico l'hanno resa preferibile agli altri più moderni veicoli: così in intere zone della Russia, della Scandinavia, dell'America Settentrionale; così pure in moltissime regioni montuose dei due continenti. A seconda delle epoche e dei paesi, sul motivo funzionale fondamentale della slitta si elaborano strutture assai diverse: dallo slittino senza pretese, a un sol posto, si va alla comoda carrozza-slitta foderata di pellicce: dalle forme squadrate e disadorne delle slitte rurali si giunge a quelle ricche di preziosi intagli, fregi, sculture, o addirittura raffiguranti animali o esseri mitologici. I tipi più ornati e fantasiosi di slitte appartengono al sec. XVIII e se ne conserva buon numero nei musei.

La propulsione delle slitte utilitarie si compie, nella maggior parte dei casi, mediante la forza muscolare umana o animale (cani, cavalli, renne), laddove non si utilizzi la semplice forza di gravità, come è il caso nello sport della slitta. Si hanno peraltro anche slitte a vela, usate in genere a scopo puramente sportivo, e slitte a motore (ad elica), che possono trovare applicazione utilitaria, subordinatamente alla possibilità del rifornimento di carburante.



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