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sabato 19 dicembre 2015

LE CIASPOLE

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Le ciaspole o racchette da neve sono un particolare strumento progettato per consentire di spostarsi facilmente sulla neve a piedi senza sprofondare. Le racchette sono indicate per i pendii non troppo scoscesi, per camminate tra i boschi, nelle radure o sulle strade forestali innevate. Il materiale di partenza (legno) è stato negli anni migliorato: i vecchi cerchi di legno e cuoio divennero racchette da neve, prodotte con materiali particolarmente leggeri e decisamente adatti ai movimenti dell’uomo. Ora grazie a materiali antistrappo, leghe al titanio e altre novità i progressi sono stati notevoli. Per camminare con le ciaspole non sono richiesti particolari preparazioni fisiche, se non quello che possiede un semplice escursionista. E' necessario, invece, avere una conoscenza di base sulla nivologia, meteorologia e, di conseguenza, sulla scelta degli itinerari.



Le racchette da neve (o ciaspole) sono uno strumento che consente di spostarsi agevolmente a piedi sulla neve fresca perché aumenta la superficie calpestata e quindi anche il 'galleggiamento', tipicamente usate in attività di escursionismo in ambiente innevato. Inizialmente erano fatte di corda intrecciata e legno, oggi sono per lo più di plastica o di materiale composito. Il nome "ciaspole" è un termine del ladino noneso (val di Non), è entrato nel linguaggio comune dopo il successo de "La Ciaspolada". La prima edizione ha avuto luogo a Tret, frazione di Fondo (val di Non), con partenza ed arrivo in località Plazze.   Si indossano direttamente e con facilità su gli scarponi e permettono di muoversi agevolmente sul manto nevoso senza sprofondare e senza scivolare. Si differenziano in sinistra e destra dalla fibbia di chiusura che deve sempre trovarsi all'esterno. Il piede va inserito in modo tale che la punta e il tacco dello scarpone siano rispettivamente sopra il puntale e il centro della racchetta, quindi va fissato stringendo le cinghie (anteriore e posteriore). Esistono anche racchette da neve con attacchi automatici molto simili a quelli dei ramponi, composti da due ferretti (uno anteriore ed uno posteriore), che si incastrano in apposite scanalature presenti sugli scarponi. Questo sistema rende l'attacco molto più facile, ma richiede racchette da neve e scarponi dedicati all'uso. Le racchette da neve sono molto utilizzate per le escursioni invernali sulla neve e, per facilitarne la camminata si utilizzano bastoncini telescopici, che aiutano nella progressione.


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lunedì 27 luglio 2015

LO SNOWBOARD

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Lo snowboard, è uno sport di scivolamento sulla neve, nato negli anni sessanta negli Stati Uniti. Lo si pratica utilizzando una tavola costruita a partire da un'anima di legno e provvista di lamine e soletta in materiale sintetico, simili a quelle dello sci.

Lo snowboard è divenuto disciplina olimpica nel 1998. Ai Giochi olimpici invernali del 2006 si sono disputate anche le gare di snowboardcross, sia maschile che femminile.

Non è facile stabilire chi sia stato il primo ad inventare lo snowboard. La gente di montagna ha sempre avuto la necessità di spostarsi sulla neve, e di trasportare carichi con la minor fatica possibile. I contadini in inverno scendevano a valle con la slitta, in estate trasportavano il fieno su appositi slittoni giù per i prati. Possiamo dire comunque che lo snowboard attuale è nato negli Stati Uniti. Deriva quasi certamente dal surf da mare, a sua volta originario della Polinesia in Oceania e delle Isole Hawaii nel Pacifico. Fu addirittura il grande navigatore ed esploratore James Cook, alla fine del ‘700, ad osservare gli indigeni polinesiani mentre si facevano trasportare dalle onde sulle canoe e su lunghe tavole di legno.
Il primo esempio documentato di rudimentale snowboard risale al 1929, quando Jack Burchett, un costruttore di slitte, tagliò un pezzo di legno piatto con dei lacci di stoffa per i piedi. Un’altra documentazione certa risale a circa trent’anni dopo: nel 1963 Sherman Popper, un ingegnere chimico, per far giocare i suoi figli inventò un attrezzo che battezzò snurfer. Popper unì due sci con l’intento di riprodurre un attrezzo simile al monosci, che all’epoca stava diffondendosi tra gli sciatori più spericolati. Si accorse però che i suoi ragazzi salivano sulla tavola di traverso, proprio come i surfisti da onda.
Popper prese allora un surf da onda e lo elaborò montando dei bordi metallici e progettando un attacco per la scarpa. L’attrezzo ebbe un grande successo tra gli amichetti dei suoi figli. Quindi registrò il nome e cedette i diritti alla ditta Brunswick che incominciò a produrre in serie lo Snurfer. Queste tavole giallo-nere di legno compensato fecero il giro degli Stati Uniti e una di esse arrivò tra le mani di Jack Burton Carpenter che, allora quattordicenne, cominciò ad elaborare lo Snurfer per migliorarne le prestazioni agonistiche.
Nel 1969 un ingegnere di New York, D. Milovitch, anch’egli ispirato dal surf d’onda, costruì alcuni prototipi di tavole da neve e ne registrò il brevetto con il nome di Winterstick. La leggenda narra che l’idea gli venne dopo aver ‘surfato’ sulla neve, per scherzo, con dei vassoi da mensa. Quelle di Milovitch furono costruite dapprima in legno resinato, ma così erano troppo fragili: utilizzò allora un’anima schiumata racchiusa tra laminati in fibra di vetro e con base in P-tex, un nuovo materiale. Per un certo periodo le cose andarono molto bene e i suoi attrezzi ebbero una grande notorietà grazie ad articoli pubblicati su Newsweek, Playboy e Powder.
Milovitch andò però incontro ad enormi spese di produzione che ne impedirono il decollo commerciale: le tavole risultarono troppo costose per invogliare le masse ad affrontare l’avventura dello snowboard. Milovitch produsse tavole fino agli anni 80, quindi abbandonò l’attività anche se la Winterstick, dopo vari problemi finanziari, riuscì a sopravvivere. Anche Jack Burton nel 1977 iniziò a produrre surf da neve. I suoi modelli somigliavano molto allo Snurfer di Popper: si differenizavano per il fatto che erano stretti come un monosci, costruiti in legno di acero laminato e con gli attacchi di gomma regolabili, muniti di una superficie antisdrucciolo. Con un nuovo prototipo Burton sorprese tutti vincendo molte gare. Decise così di trasferirsi a Londonderry, nel Vermont, per dedicarsi appieno al suo business. Nel ’79 disegnò gli attacchi tipo strap. Nello stesso periodo Popper interrompeva la produzione tornando al suo lavoro di ingegnere.
Un altro personaggio iniziò l’avventura nel mondo dello snowboard contemporaneamente a Burton: Tom Sims. In realtà egli era un produttore di skatebord, lavorava nel suo garage con l’amico Chuck Barfoot. Sims provò ad incollare dei pezzi di tessuto sopra il legno e usò un foglio di alluminio come soletta. Sims tuttavia continuò a concentrarsi sulla produzione di skateboard. La svolta decisiva arrivò ancora una volta da Jack Burton: ispirandosi alla tecnologia dello sci, introdusse nel 1980 un prototipo con soletta in P-tex, strati di legno laminato e lamine. Nel Vermont nel 1982 si organizzò il primo campionato nazionale americano: la gara consisteva nel partire dalla cima di una montagna e arrivare in fondo, possibilmente interi. La leggenda narra che un certo Bob Boutin abbia raggiunto la folle velocità, per l’epoca, di 100 km orari con una tavola Backhill. Nei primi anni ’80 erano pochissime le stazioni di sci che accettano lo snow. In alcune si richiedeva una specie di esame per poter accedere agli impianti e scendere sulle piste, con il quale si doveva dimostrare di avere una buona padronanza dell’attrezzo. Il primo prototipo di attacco moderno è del 1984 grazie ad un personaggio che non avrà il riconoscimento che meritava: Jeff Grell. Egli mise a punto un tipo di attacco che facilitava molto la guida della tavola, e che in seguito sarà imitato da tutti.
I campionati americani si spostarono a Stratton, nel Vermont, e diventarono gli U.S Open. Jack Burton aprì ad Innsbruck, in Austria, la divisione europea Burton. Nelle edicole americane apparvero due importanti riviste del settore che diventarono in breve il punto di riferimento degli appassionati: Snowboarder e successivamente Absolutley Radical.
Apocalypse snow, esplode la mania
Un altro episodio importante nella storia dello snowboard accadde nel 1981, quando due riders americani della Winterstick, che si trovavano a Les Arc in Francia, vendettero una tavola ad un certo Regis Rolland, il quale a metà degli anni ’80 produsse il primo video-film di snowboard intitolato Apoclypse Snow, che diventerà una pietra miliare del genere.
Il film provocò una specie di contagio, una diffusione a macchia d’olio dello snowboard in tutta Europa. Nel 1989 si svolse a St. Moritz-Livigno il primo contest di snowboard in Europa in collaborazione tra ISA (International Snowboard Association) e la PSA (Professional Snow Association) due movimenti che unendosi daranno poi vita alla ISF (Federazione Internazionale Snowboard), che è tuttora l’organizzazione più vicina alla realtà dello snowboard.
Con la diffusione crescente di questo sport migliorarono le tecnologie e i materiali. Nel 1994 lo snowboard raggiunse la definitiva consacrazione entrando a far parte degli sport olimpici. Nel 1996 un altro celebre video contribuì alla popolarità di questo nuovo sport: Subject Haakonsen. Nel 98 lo snowboard, con tutte le sue discipline, approdò ai giochi olimpici di Nagano in Giappone. In Italia, oggi, il successo di questo sport è testimoniato da più di 100 club e da oltre 1600 soci.
Lo snowboard si è evoluto fino ai giorni nostri fino a diventare per molte persone un vero e proprio stile di vita, ragion d’essere, modo di vivere la montagna e in montagna.
L’attrezzatura si è evoluta rapidamente: studi e ricerche hanno migliorato i materiali e cambiato molte abitudini di riding. Le tavole ‘sbananate’ oggigiorno sono dappertutto.
I camber delle tavole, da come eravamo abituati a concepirli fino a poco tempo fa, sono diventati ora una vera e propria fonte inesauribile di studi. I produttori di tavole si sbizzarriscono ogni anno con camber sempre più estremi: tavole con camber a banana, ad ali di gabbiano, inversi, tradizionali, sfaccettati, c’è n’è veramente per tutti i gusti!
Unico neo di questa innovazione è il fatto che al momento per ogni tipo di terreno esiste una diversa tavola: c’è la tavola per i box e i rail, la tavola per i kicker, la tavola per le piste dure ghiacciate, la tavola per la fresca e la tavola per il fuoripista… c’è da aspettarsi un giorno che i consumatori si stufino e vogliano tornare indietro per avere 2 massimo 3 tipi di tavole con proprietà sensibilmente differenti. Per il futuro dunque c’è da aspettarsi un ritorno alla normalità con una standardizzazione delle varie forme e proprietà delle tavole.
Anche gli scarponi e gli attacchi sono cambiati notevolmente in questi ultimi anni: è ormai quasi impossibile trovare sul mercato attacchi che non stringono sulla punta piuttosto che sulla parte superiore del piede e scarponi che non abbiano sistemi di allacciatura semi-automatici per cui basta tirare un cordino o girare una rotella per stringerli o allentarli a proprio piacimento.
Per non parlare poi dell’evoluzione degli snowpark che da inizio anni 2000 ha visto l’impennata nella costruzione di ‘parchi giochi’ sulla neve con strutture sempre più moderne, sicure e divertenti.
I pionieri degli snowpark in Italia sono senza dubbio Livigno e la sua crew che già nei primi anni 2000, grazie agli European Open di Burton, hanno fatto molto per la crescita dello snowboard freestyle in Italia. Dopo Livigno, a credere nel freestyle sono state stazioni sciistiche come Obereggen, Val Senales, Alleghe, il mitico Grappa oramai scomparso e subito dopo molte altre stazioni.
Oggigiorno in Italia è praticamente impossibile trovare uno ski resort che non abbia almeno un paio di salti e un paio di box.
Di pari passo con la nascita dei vari snowpark in Italia, sono nate anche aziende che si occupano della progettazione e costruzione di strutture per snowpark quali ad esempio park e F-Tech le quali da anni, progettano, studiano e producono prodotti di qualità testati e creati ad hoc per le esigenze degli snowboarder.

La tavola da snowboard, detta anche semplicemente "tavola", viene oggi realizzata con materiali che consentono di modellarne la forma nei modi più disparati, al fine di esaltarne il comportamento in funzione dell'utilizzo desiderato. Se tutte le tavole da snowboard sono simmetriche lungo l'asse longitudinale, lo stesso non si può sempre dire lungo l'asse trasversale. Anche osservandola di lato, non è detto che il profilo risulti sempre piano.
Una moderna tavola da snowboard viene data una forma (detta "shape" nella terminologia tecnica inglese) quanto più adatta all'utilizzo per cui essa è progettata. Una tavola monodirezionale, pensata con una punta e una coda, sarà simile a un grosso sci, con punta sollevata e coda pressoché piatta, mentre una tavola bidirezionale sarà assolutamente simmetrica anche lungo l'asse trasversale, rendendo indistinguibile la punta dalla coda.

Anche la sciancratura della tavola può essere accentuata (in stile Carving) per esaltarne l'aderenza in curva.
Il profilo della tavola (Camber nella terminologia tecnica) è l'altro elemento che la identifica e ne condiziona fortemente il comportamento sulla neve.

Le prime tavole presentavano una superficie inferiore convessa, tipica degli sci, con la parte centrale più alta rispetto alle parti anteriore e posteriore; tale profilo esalta ancora di più la sciancratura della tavola e garantisce la presa delle lamine in curva anche in condizioni di scarsa aderenza.

Un profilo concavo, al contrario, presenta delle punte più alte rispetto alla parte centrale della tavola, con conseguente minore stabilità e maggiore maneggevolezza.

Un profilo piatto garantisce la lamina a contatto con la neve per tutta la lunghezza della tavola e garantisce il massimo della stabilità nell'appoggio agli ostacoli in snowpark.

Esistono due fondamentali distinzioni che nascono dalla tipologia di attrezzatura utilizzata: il soft e l'hard.

Soft significa uso di attrezzatura morbida, ovvero scarponi cedevoli e deformabili, tavole flessibili e bidirezionali, attacchi permissivi e tendenzialmente elastici. All’interno di questa categoria possiamo distinguere due principali specialità: il freestyle e il freeride.

Freestyle è la disciplina più spettacolare dello snowboarding e per molti anche la più divertente. L'obiettivo di questo stile è di eseguire manovre (trick) ed evoluzioni sfruttando la conformazione del terreno o le strutture artificiali (salti, ringhiere, piattaforme ecc.). Per la messa in pratica molte stazioni sciistiche mettono a disposizione zone appositamente progettate dette snowpark. Ha molto in comune con lo skateboard (disciplina dalla quale eredita strutture come l'half-pipe o i rails) e la maggior parte delle competizioni è dedicata a questo stile.

Freeride è la disciplina più profonda e più pura dello snowboarding; consiste nello scendere un pendio in neve fresca seguendo liberamente una propria linea. Il freeriding, che sia alpinismo o che sia semplice fuoripista servito dagli impianti di risalita, è un’attività che comporta dei rischi in base alle condizioni della neve ed al pericolo valanghe.

Hard significa invece uso di attrezzatura rigida. È la disciplina maestra dello snowboard a livello di tecnica e conduzione della tavola in pista.
Praticato su neve ben battuta come sulle piste sciistiche, questo stile richiede scarponi rigidi simili a quelli utilizzati nello sci alpino e tavole direzionali più rigide di quelle usate per gli altri stili. La sua espressione agonistica è lo slalom.

Esistono due modi di scendere con una tavola ai piedi, vengono denominati con i termini regular e goofy. Regular è caratterizzata dal fatto che il piede sinistro, in una normale discesa, si trova davanti, vicino al nose (punta della tavola), mentre il piede destro si troverà dietro, vicino al tail (coda della tavola). L'impostazione goofy ovviamente sarà l'inverso del regular. Piede destro davanti e piede sinistro dietro.

Come altri sport invernali, lo snowboard comporta un certo livello di rischio. Il tasso di infortuni fra gli snowboarder è circa il doppio rispetto a quello fra gli sciatori. Gli incidenti sono più frequenti fra i principianti; un quarto degli infortuni accade a chi prova per le prime volte, la metà fra coloro che hanno meno di un anno di esperienza. Gli snowboarder esperti hanno meno probabilità di infortunarsi, ma le conseguenze tendono a essere più gravi.

Due terzi delle lesioni colpiscono la parte superiore del corpo e il restante gli arti inferiori. Questo dato contrasta con lo sci alpino, dove la proporzione è invertita. Il punto più soggetto a danni è il polso, con il 40% su tutti gli infortuni; il 24% degli infortuni risulta essere una frattura al polso. Ogni anno vi sono circa 100.000 fratture al polso fra gli snowboarder. Per questo motivo spesso si raccomanda l'uso di protezioni integrate o meno ai guanti, che riducono il rischio di fratture al polso della metà.

Il rischio di urti alla testa è 6 volte superiore che per gli sciatori, con la tendenza a essere più rare, ma più gravi, fra gli snowboarder avanzati. Gli urti alla testa possono essere la conseguenza di una collisione o di un errore in una manovra di curva. Quest'ultima può causare allo snowboarder un urto violento della nuca contro la superficie della pista. L'uso del casco è quindi raccomandabile. Anche l'uso di adeguati occhiali è importante, in quanto il riverbero della neve può causare gravi danni alla vista.


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martedì 23 giugno 2015

LO SKILIFT



Lo skilift è un impianto funicolare terrestre per il traino di sciatori su piste di risalita lungo pendii innevati o ghiacciati, con tracciato di norma rettilineo (detto anche sciovia). È costituita essenzialmente da un anello di fune metallica generalmente in moto unidirezionale continuo, teso fra due stazioni terminali e mantenuto ad altezza prestabilita dal terreno mediante sostegni muniti di rulli; alla fune sono fissati, a intervalli regolari, dispositivi per l’attacco e il traino degli sciatori, che, agganciatisi alla stazione di valle, vengono trainati a velocità uniforme, sciando su una pista predisposta sotto il ramo ascendente della linea, finché si staccano alla stazione a monte.

I primi impianti di risalita a servizio dello sci sono stati costruiti all'inizio del XX secolo; ma è dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale, con l’aumento del benessere generalizzato, che gli sport invernali hanno conosciuto una progressiva diffusione in molti strati della popolazione, innescando una notevole evoluzione tecnica degli impianti di risalita.

Nel campo delle sciovie si è assistito al passaggio da quelle a fune bassa al tipo a fune alta, più sicure e confortevoli in quanto dotate di traini ad azione progressiva.

La sciovia è costituita nella maggior parte dei casi da:
una stazione motrice, dove è installato il motore che trasmette il movimento della fune;
la linea, formata dai sostegni e dalla pista di risalita;
una stazione di rinvio e tensione, costituita da una puleggia, libera di ruotare, montata su una piattaforma scorrevole contrappesata per mantenere costante nel tempo la tensione della fune.
Fa eccezione allo schema sopra riportato la stazione motrice avente la funzione di mantenere costante la tensione dell’anello di fune, detta stazione motrice-tenditrice; in tal caso l'altra stazione svolge la sola funzione di rinvio della fune.

La fune è sempre in movimento, e gli sciatori possono agganciarsi allo skilift alla stazione a valle, dove il piattello è a portata di mano. Per evitare che gli sciatori escano dalla linea ideale di traino, spesso vengono tracciati dei solchi nella neve, come per le piste da sci di fondo. Al termine della pista di risalita il piattello, abbandonato dallo sciatore, viene recuperato dal meccanismo di avvolgimento a molla.

La costruzione e la progettazione di ogni sciovia vengono regolamentate da normative tecniche, in Italia emanate dal Ministero dei Trasporti.

Negli ultimi anni, come conseguenza dell'aumento del numero di sciatori, le sciovie vengono spesso sostituite da moderne seggiovie, caratterizzate da una maggiore portata oraria.

Tipologie:
a piattello (i più diffusi);
ad àncora (per trasporto di sciatori in coppia, molto diffusi in Svizzera, in Austria e nel Nord America dove sono conosciuti con il nome di T-bar);
a fune bassa, o manovia, eventualmente con nodi di appoggio o con speciali supporti sagomati (per principianti);
ad agganciamento/sganciamento automatico, in cui i piattelli sono fissati a pertiche rigide collegate alla morsa sulla fune mediante una molla avente la funzione di ammortizzare lo strappo alla partenza (detti alla francese perché inventati dalla ditta francese Poma);
slittovia (formato da una grossa slitta, dove salgono i passeggeri, che viene trainata da una fune tramite un sistema di argano).


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LA SLITTA



La slitta è un veicolo con dei pattini che scivolano al posto di ruote che girano. Viene utilizzata per il trasporto su superfici a bassa frizione, solitamente neve o ghiaccio ma ogni superificie ingrassata è utilizzabile purché non sia troppo secca. In alcuni casi sassi di fiume possono essere utilizzati per andare in slitta.

Nei paesi nordici, dove la slitta è un comune mezzo di locomozione nei periodi invernali, è formata da un abitacolo, simile a quello delle carrozze, montato egualmente su pattini. In alcuni paesi (per es., Boemia) una slitta trainata da animali viene usata anche su terreno non nevoso, soprattutto per il trasporto di tronchi di legno e una slitta è, in definitiva, la treggia in uso in varie regioni.

Come mezzo di trasporto terrestre su ghiaccio o neve, a trazione animale (cani o renna), anticamente forse anche umana, la slitta è usata dai cacciatori della zona artica. Si possono distinguere 2 tipi principali: la slitta a un solo pattino, lappone (detta pulka), e la slitta a due pattini, diffusa in tutte le altre zone, con varianti locali, dalla più semplice slitta eschimese tirata dai cani, alla complessa forma ostiacosamoieda con i pattini rialzati e riuniti sul davanti per mezzo di una barra.

Uno slittino è una piccola slitta per una o due persone, sulla quale si viaggia in posizione supina con i piedi in avanti e su piste ghiacciate. Per curvare si flettono i pattini usando i piedi (premendo sulla parte curva, che è flessibile), o si tirano delle cinghie attaccate ai pattini, o si esercita pressione sul sedile con la spalla opposta alla direzione di curva desiderata. Il termine "slittino" è utilizzato anche per indicare il nome dello sport nel quale si gareggia con questo tipo di attrezzo.

La storia dello slittino è più che millenaria, infatti già i vichinghi nel IX secolo usavano slitte biposto per spostarsi; le più antiche slitte giunte intatte ai giorni nostri sono quelle rinvenute nel ritrovamento della nave di Oseberg avvenuto nel 1904. Le prime gare di cui si hanno notizia risalgono al 1480 in Norvegia ed al 1552 presso i Monti Metalliferi, zona attualmente di confine tra la Germania e la Repubblica Ceca. La prima competizione di livello internazionale di cui si ha traccia ebbe luogo il 12 febbraio 1883 in Svizzera, su una pista lunga più di quattro chilometri che collegava Davos e Klosters, e sulla quale si sfidarono atleti provenienti da sei nazioni differenti.

Nel 1913 venne fondata a Dresda la Internationale Schlittensportverband, ossia la "Federazione Internazionale degli Sport con Slitte", è già l'anno successivo a Reichenberg, l'odierna Liberec, si tennero i primi campionati europei, unicamente maschili, e nei quali si disputarono la gara del singolo e del doppio. La prima gara internazionale aperta anche alle donne fu in occasione della gara femminile del singolo durante la seconda edizione dei campionati continentali a Schreiberhau, oggi conosciuta con il nome di Szklarska Poręba.

Nel 1935 la sezione di slittino della Internationale Schlittensportverband venne incorporata nella Fédération Internationale de Bobsleigh et de Tobogganing (FIBT). Dopo che il Comitato Olimpico Internazionale nel congresso tenutosi ad Atene nel 1954 decise la sostituzione dello skeleton con lo slittino ai Giochi olimpici, venne disputato il primo campionato mondiale, ad Oslo nel 1955, in cui si tennero le gare del singolo maschile e femminile e del doppio.

Il 25 gennaio 1957 a Davos venne fondata la Fédération Internationale de Luge de Course (FIL) che nello stesso anno entrò a far parte delle federazioni riconosciute dal CIO. Le gare di slittino, nelle specialità del singolo maschile e femminile e del doppio, comparvero nel programma dei Giochi olimpici invernali ad Innsbruck nel 1964.

Quando si parla di slittino si intende normalmente quello disputato su pista artificiale, ossia la versione più famosa a livello agonistico e che ha dignità olimpica; in questa disciplina i tracciati sono caratterizzati da lunghi rettilinei, curve paraboliche e spesso anche da kreisel. Di norma attualmente questi circuiti sono costruiti in muratura e refrigerati artificialmente, ma non mancano anche oggi esempi di piste artificiali, cioè create scavando, adattando e modellando il ghiaccio presente sul percorso, ma con poche o nulle costruzioni murarie o permanenti, e refrigerate naturalmente, la più famosa delle quali è senza dubbio quella situata a Sant Moritz; agli esordi della disciplina quest'ultimo tipo di tracciati erano la norma.

Esistono però anche altre tipologie di slittino: quello su pista naturale, in cui i tracciati sono ricavati da sentieri esistenti o strade di montagna; in questo tipo di competizione i pattini dello slittino possono correre esclusivamente su una superficie orizzontale e le curve paraboliche o comunque con strati ghiaccio artificialmente ammassati non sono consentite, la refrigerazione delle piste è esclusivamente naturale. Oltre a questo, vi è anche lo slittino su strada, che si disputa su piste asfaltate ed al posto delle lamine dei pattini vengono montate una serie di piccole rotelle, oppure lo Zipflbob o il Böckl, anch'esse piccole slitte ma di diversa fattura rispetto al classico slittino.
L'attività agonistica internazionale è organizzata dalla Federazione Internazionale Slittino (FIL).

Tutte le gare di slittino prevedono il passaggio cronometrato degli atleti, in successione, lungo lo stesso tracciato e alla fine della competizione vengono sommati i tempi ottenuti dagli stessi atleti per ogni manche di cui si compone la gara. La discesa è possibile solo stando in posizione seduta o supina sulla slitta e mantenendo i piedi in avanti, ma comunque gli atleti stanno il più possibile in posizione orizzontale, per cercare la massima aerodinamicità e guidano l'attrezzo lungo il tracciato spostando il loro peso corporeo a destra o a sinistra in modo da incidere più su un pattino rispetto all'altro ed agendo con i piedi sulla parte curva del pattino che è flessibile. Durante la discesa è obbligatorio essere sempre in contatto con la slitta, anche in caso di schianto contro le pareti della pista o di ribaltamento, pena la squalifica; allo stesso modo è vietato spingersi, tranne nella fase di partenza, detta appunto "di spinta", o percorrere a piedi tratti di gara.

Le diverse specialità (singolo, doppio, gara a squadre, prove sprint) si corrono lungo lo stesso tracciato e seguono sempre lo stesso principio base di competizione, anche se differiscono l'una dall'altra per alcuni specifici dettagli regolamentari.

La gara del singolo è l'unica disciplina di cui esiste la suddivisione tra competizioni per gli uomini e per le donne, si corre normalmente su due manche, eccezion fatta per i Giochi olimpici in cui si gareggia lungo quattro discese, sommando i tempi delle varie prove. La sola differenza tra le gare è data dalla lunghezza del tracciato, che di norma per le donne è un po' più corta, facendo partire la gara femminile da un punto più in basso della pista rispetto alla gara del singolo maschile. La misura del tracciato non può comunque essere inferiore ai 1000 metri per gli uomini ed agli 800 metri per le donne.

La gara del doppio è aperta ad ambo i sessi, non disciplinando in alcun modo la composizione della coppia. Di fatto però i componenti del doppio sono quasi esclusivamente uomini per via del maggior peso e potenza in spinta che rende più conveniente per le squadre schierare atleti di sesso maschile. Le competizioni si disputano sempre su due manche ed anche in questo caso viene fatta la somma dei tempi di entrambe le discese; sia la partenza della gara sia la lunghezza minima del percorso sono equivalenti a quelle previste per il singolo femminile, salvo alcune eccezioni come ad Altenberg ove è prevista una rampa di partenza per ciascuna specialità. Tra una manche e l'altra non sono consentite sostituzioni in seno ai componenti della coppia.

A differenza delle due precedenti tipologie, che sono presenti nei programmi delle varie competizioni nazionali ed internazionali fin dalle prime edizioni, questo tipo di gara è molto più recente, essendo stato introdotto per la prima volta agli europei del 1988. La Gara a squadre nel corso degli anni ha subito alcuni mutamenti organizzativi: inizialmente era previsto che per questa gara ogni nazione facesse scendere due atleti nel singolo uomini, due atlete nel singolo donne e un doppio, veniva quindi assegnato un punteggio ad ogni atleta in base al suo posizionamento nella rispettiva disciplina e quindi veniva fatta la somma dei punti. Nel 1999 la FIL ha ridotto il numero dei componenti stabilendo che ogni squadra sarebbe stato composta da un singolo uomini, un singolo donne e un doppio. Dal 2001 venne accantonato il sistema dei punti optando per la disputa di un'unica manche di singolo uomini, singolo donne e doppio e dalla semplice somma dei tempi ottenuti dai vari atleti nella loro discesa. Dal 2008, infine, pur rimanendo invariato il numero delle discese previste, è cambiata la formula di gara: gli atleti di ciascun team partono in successione dal cancelletto di partenza normalmente utilizzato per la gara del singolo femminile e del doppio, attendendo il via che viene dato dal compagno di squadra partito immediatamente prima mediante il tocco di un pannello posto sopra la linea del traguardo che attiva l'apertura automatica del suddetto cancelletto, senza dunque l'interruzione dei tempi tra una discesa e l'altra dei vari membri dello stesso team; per questo motivo la gara a squadre è ora chiamata anche "staffetta".

Lo sprint fu istituito per la prima volta durante la Coppa del Mondo del 2014/15, questa nuova specialità, che prevede prove del doppio, del singolo maschile e di quello femminile, consiste in una singola discesa sul tracciato, ma gli atleti partono senza l'ausilio dei classici appigli propri del cancelletto di partenza ed il tempo viene preso a partire da circa 100/150 metri più in basso rispetto alla rampa di partenza. Alla gara possono prendere il via solo i primi quindici classificati delle "classiche" gare del singolo uomini e donne e del doppio disputate in quella stessa tappa del circuito di Coppa.

Per praticare questa disciplina viene usato uno slittino; la lunghezza e il peso sono variabili, anche a seconda del fatto che siano omologate per un solo atleta o per le discese del doppio ed entro comunque dei limiti ben stabiliti dalla federazione; le lamine che si usano per far scivolare la slitta vengono montate direttamente sui pattini e queste non possono essere riscaldate. Anche tutti gli altri dettagli costruttivi sono specificati dal regolamento FIL.

Accanto all'attrezzatura tecnica indispensabile per la pratica dello sport, gli slittinisti indossano abitualmente un abbigliamento specifico, atto a migliorare tanto la comodità quanto la sicurezza sulla pista.
La tuta da slittino veste integralmente lo slittinista ed è cucita in un pezzo unico e realizzata in modo da risultare il più aderente possibile e, quindi, aerodinamica. È sempre corredata da un paio di scarpe da slittino approvate dalla FIL.
È obbligatorio per ogni atleta indossare i caschi, i quali necessitano di un'omologazione specifica da parte della FIL. Sui caschi è sempre montata una visiera, solitamente in plastica trasparente, ma alcuni atleti preferiscono una visiera colorata, per proteggere gli occhi e migliorare la visibilità, spesso insufficiente visto che lo slittino è uno sport che si pratica all'aperto, in cui si raggiungono alte velocità e su piste ghiacciate che quindi riflettono la luce del sole o delle luci che illuminano il percorso.
Tutti gli atleti utilizzano dei guanti per coprire le mani, su questi guanti sono inseriti dei piccoli chiodi della lunghezza di cinque millimetri che servono allo slittinista.





Presso gl'indigeni della zona artica, vale a dire presso quei gruppi umani, i quali, per l'ambiente in cui vivono, sono maggiormente in grado di apprezzare i perfezionamenti apportati alla locomozione sulla neve o sul ghiaccio, la slitta presenta tre tipi fondamentali corrispondenti ai tre continenti. La slitta lappone ha un pattino solo, ma larghissimo perché formato da una tavola rialzata anteriormente, e presenta nell'insieme all'incirca la forma di una piroga. Tutte le altre slitte, salvo quelle primitive, sono a due pattini. La slitta eschimese è costituita da due tavolette verticali che sostengono delle tavolette orizzontali (come gli slittini dei nostri ragazzi). Fra queste due forme è diffusa la forma asiatica che appare la più complessa; essa è sollevata e il suo ponte, fatto con bacchette incrociate, poggia sopra sostegni fissati nei pattini. Il tipo asiatico presenta due sottotipi principali: la slitta samoieda pesante, con i due pattini riuniti anteriormente, nella parte rialzata, da una sbarra trasversale; e la slitta ciukci più snella, i cui pattini non sono riuniti anteriormente ma si sollevano e si ripiegano (con un pezzo rapportato) in modo da raggiungere l'intelaiatura del ponte. La slitta eschimese è tirata da cani, dato che la cultura eschimoide non conosce l'allevamento della renna; quelle lappone, samoieda e ciukci sopra descritte sono tirate da renne; la slitta asiatica da cani è più bassa e si distingue per avere un arco orizzontale che riunisce le estremità montanti dei pattini. Oltre alle forme descritte, sono stati osservati tre tipi assolutamente primitivi. Quando i Lapponi uccidono una renna questa viene scorticata e la sua carne avvolta nella pelle e trascinata come un sacco sulla neve. In un secondo caso c'è una "treggia costituita da una rozza tavola di legno, più o meno rialzata anteriormente o ad ambedue le estremità e tirata a mano, quale si trova presso i Finni, i Tungusi e, col nome di "toboggan" presso gli Amerindî della zona subartica. Nel continente antico, dei rialzi laterali diedero luogo alla costruzione di piccole slitte per cacciatori, a forma di scafo, pure tirate a mano e costruite secondo l'uno o l'altro dei seguenti procedimenti. Nel primo è un tronco di albero che viene scavato come un canotto monoxilo: presso i Camassini (tribù samoieda delle valli a N. dei monti Saiani), fra i Samoiedi-Ostiachi del fiume Tym (affluente di destra dell'Obi a valle di Natym) con forme più larghe di quelle in uso presso i Camassini, e fra i Ceremissi (a NO. di Kazan′) che possiedono una analoga slitta di forma incavata, di scorza di tiglio, usata dalle donne per trasportare i bambini. Nel secondo caso la tavola che forma la chiglia è sormontata ai bordi da assicelle più o meno mobili riunite da corde: forma finnica ; di questo tipo esistono numerose varianti: le più complicate presentano delle costole interne ad arco che rendono i fianchi rigidi; ve ne sono anche ricoperte del tutto di pelli, come un caiak eschimese.
Una terza slitta primitiva è il travois. Di questa forma non si citano generalmente che quelle degli Amerindî della zona subartica ma, fatta con quattro rami di betulla, essa è anche usata dai Finni, come slitta da estate.

Sebbene la pelle di renna trascinata sulla neve non sia stata riscontrata che presso i Lapponi, il procedimento ha potuto esser stato immaginato prima dell'impiego della treggia da neve. È chiaro, d'altra parte, che da questa deriva la slitta lappone, che ha oggi raggiunto uno stadio terminale in questa direzione: essa presenta così un buon esempio dello sviluppo su un'area ristretta di un elemento culturale derivato da forme sorte su una vasta area: mentre la pelle di renna a sacco e la treggia dovute alla cultura primitiva venivano usate qua e là, il progressivo miglioramento di una delle forme avveniva su un territorio limitato: in Lapponia. Lo sci, che è pure di origine lappone, deve naturalmente esser messo in rapporto con la treggia; alcuni autori (Donner) ritengono che sia stato lo sci a dar origine alla treggia; ma sembra più probabile che la pelle a sacco e la semplice tavola-treggia abbiano fatto immaginare una forma primitiva di pattino da neve e poi lo sci.

Sebbene la slitta a due pattini possa esser dovuta all'accoppiamento di due tregge sormontate da un'armatura, è più probabile che essa derivi dal travois passando per la "slitta da estate" ancora usata nella Finlandia orientale alla fine del sec. XIX, e i cui pattini e i timoni corrispondenti sono di un sol pezzo. Certo il doppio timone richiede in genere l'attacco di una renna o di un cavallo, ma i Jurak (Samoiedi) e gli Ostiaco-Samoiedi del Jenissei attaccano spessissimo i cani a slitte di questo genere (Donner) e si ammette comunemente che l'addomesticamento del cane sia anteriore a quella della renna; alcuni autori ritengono che l'attacco dei cani a simili slitte sia un fenomeno secondario. In definitiva, la questione dell'origine della slitta a due pattini non è perfettamente risolta.

Infine non sarebbe impossibile che lo "slittino" degli Eschimesi derivi dalla slitta dei Ciukci e che la sua semplicità, come per l'arco rinforzato eschimese derivato dall'arco composto asiatico, sia dovuta alla povertà dell'ambiente artico.
Presso i popoli civili la slitta è stata ed è ancora usata come mezzo di trasporto laddove le condizioni del clima, del terreno e del traffico l'hanno resa preferibile agli altri più moderni veicoli: così in intere zone della Russia, della Scandinavia, dell'America Settentrionale; così pure in moltissime regioni montuose dei due continenti. A seconda delle epoche e dei paesi, sul motivo funzionale fondamentale della slitta si elaborano strutture assai diverse: dallo slittino senza pretese, a un sol posto, si va alla comoda carrozza-slitta foderata di pellicce: dalle forme squadrate e disadorne delle slitte rurali si giunge a quelle ricche di preziosi intagli, fregi, sculture, o addirittura raffiguranti animali o esseri mitologici. I tipi più ornati e fantasiosi di slitte appartengono al sec. XVIII e se ne conserva buon numero nei musei.

La propulsione delle slitte utilitarie si compie, nella maggior parte dei casi, mediante la forza muscolare umana o animale (cani, cavalli, renne), laddove non si utilizzi la semplice forza di gravità, come è il caso nello sport della slitta. Si hanno peraltro anche slitte a vela, usate in genere a scopo puramente sportivo, e slitte a motore (ad elica), che possono trovare applicazione utilitaria, subordinatamente alla possibilità del rifornimento di carburante.



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IL BOB



Il Bob è uno sport invernale nel quale gli equipaggi da due o quattro persone scendono attraverso una pista ghiacciata cercando di ottenere il miglior tempo possibile. Solitamente si usa neve pressata innaffiata nelle ore notturne, così da formare uno stato ghiacciato di adeguato spessore e perfettamente liscio.

Generalmente la lunghezza della pista è di 1500 metri con quindici curve, di cui alcune sopraelevate, avente la parte superiore concava. In questo modo la forza centrifuga evita che il bob finisca al di fuori della pista. Le velocità raggiunte sono superiori ai 130 km/h in cui l'equipaggio nell'affrontare alcune curve, è sottoposto ad accelerazioni laterali di ben 5g.

Le origini del bob risalgono alla comunissima slitta, conosciuta sulle montagne, in tutte le parti del mondo, come mezzo di trasporto per portare a valle ogni genere di merce. Tanto negli antichi racconti di tribù indiane d'America quanto nella storia delle nostre montagne la slitta è sempre presente, anche se costruita in modi diversi a seconda delle specifiche esigenze. Si trova così traccia di slitte a un solo pattino, impiegate principalmente per le persone, o a due pattini tenuti insieme da listelli di legno e strisce di cuoio. L'evoluzione di tali mezzi rudimentali portò all'introduzione del toboggan, più veloce e sicuro.
Lanciato su pendii innevati o su strade ghiacciate, il toboggan diede inizio ai piaceri degli sport invernali molto tempo prima che si affermasse lo sci: se ne appassionarono i turisti delle località montane alla moda, specialmente Davos e St. Moritz sulle Alpi svizzere. Negli anni Ottanta del 19° secolo i sempre più numerosi praticanti costituirono una loro associazione, individuando nei pendii del Cresta Run, tra St. Moritz e Celerina, e nella strada tra Davos e Klosters il teatro ideale delle loro spericolate discese. Presto però il toboggan risultò troppo rigido e duro per correre sulle piste ghiacciate e si pensò quindi di introdurre veri e propri pattini, che fecero guadagnare in velocità ma perdere in sicurezza: era infatti difficile mantenere il percorso stabilito e inoltre l'eccesso di velocità causava molti incidenti. Fu così che nel 1889, il maggiore W.H. Bulpetts presentò il primo toboggan con elementi di acciaio, da lui costruito insieme a Christian Mathis, fabbro ferraio di St. Moritz. Questo prototipo, pur avendo un semplice rastrello da giardiniere come freno e un doppio carrello montato su pattini d'acciaio, possedeva già un sistema di comando a fune: successive soluzioni mirate ad aumentare la velocità e la sicurezza portarono all'utilizzo di un sistema di sterzo. Il nuovo mezzo, cui fu dato il nome di bob-sleigh ("guidoslitta"), poteva avere due o più sedili. L'equipaggio guidava in posizione seduta, a differenza di altri mezzi, in uso principalmente a Davos, in cui si scendeva in posizione 'ventre a terra'.
Il 21 dicembre 1897 gli appassionati del toboggan e del bob si unirono, costituendo il St. Moritz bobsleigh club, che attraverso un comitato di cinque membri cercò di dare una prima regolamentazione al nuovo sport, oltre a curare la sistemazione della pista del Cresta Run che fu adattata alle nuove esigenze. Il 5 gennaio 1898 vi si tenne la prima corsa ufficiale. L'equipaggio vincitore era composto da G. St. Aubyn, guidatore e capitano, Mrs. Shepley e Miss Davidson, passeggere, il maggiore De Winton e H.N.P. Shaw, frenatori. Le grosse slitte in uso in quel tempo trasportavano cinque o sei passeggeri e le prime regole delle gare prevedevano che due fossero donne.
Il bob divenne uno sport molto popolare tra gli appartenenti all'alta società che soggiornavano nelle località invernali delle Alpi svizzere e registrò presto una forte espansione anche in Austria, Italia e Germania, dove ebbe un forte impulso grazie al principe ereditario tedesco Federico Guglielmo. Nel 1903, in seguito a continue contese con le autorità comunali che proibivano l'uso delle strade alle corse di bob, il St. Moritz bobsleigh club si fece promotore della progettazione e costruzione di un percorso strutturato al di fuori delle strade aperte alla pubblica circolazione e fu così realizzata la prima pista artificiale, con rettilinei e ripari di ghiaccio sulle curve, che da St. Moritz scendeva al Parco Badrutt di Celerina.
Non esistevano in quegli anni normative in merito alle attrezzature e all'abbigliamento, che molte documentazioni del tempo rivelano essere stati alquanto stravaganti. I membri maschili delle squadre di solito indossavano spessi cappelli di lana, calati in profondità sul viso, che lasciavano scoperti solo gli occhi e il naso, pesanti maglioni e guanti lunghi fino ai gomiti, gambali di pelle o di pesante tela di canapa e scarpe d'alta montagna. Le donne erano vestite con lunghi maglioni invernali e stivali, cappuccio o cappelli a tesa larga. Ben presto, però, si dovette abolire la regola che riguardava la presenza femminile in squadra, poiché non era facile trovare donne disposte a correre il rischio di effettuare una gara su un percorso poco sicuro e con un mezzo tanto pericoloso.

Presto furono aperte piste naturali un po' dappertutto lungo i versanti delle Alpi, e anche in America si iniziò a praticare questa disciplina. L'Austria organizzò il primo Campionato nazionale nel 1908, seguì la Germania nel 1910. Il primo Europeo fu disputato nel 1914. Quando si pensò di organizzare i Giochi Olimpici anche per gli sport invernali, il bob ebbe così tanti sostenitori che non si poté fare altro che includerlo: fece la sua apparizione già alla prima edizione che ebbe luogo a Chamonix nel 1924. Le gare effettuate in quella occasione furono anche riconosciute come primo campionato internazionale. Risultò vincitore l'equipaggio svizzero guidato da Eduard Sherrer con cinque passeggeri.
Un anno prima era stata costituita la FIBT (Fédération internationale de bobsleigh et tobogganing), che ancora oggi dirige questo sport. Della fondazione si fece promotore, per incarico delle autorità sportive francesi, un redattore del famoso giornale parigino Le Figaro, Franz Reichel, egli stesso bobbista appassionato. Invitò a Parigi il pilota di bob Pierre Golay in rappresentanza della Svizzera, il maggiore B.M. Patton per la Gran Bretagna, il giocatore di calcio Allan Muhr per gli Stati Uniti e i francesi François Alebert, Maurice Mayuns e Renaud de la Frégeolière. Nello stesso giorno venne costituita la FIBT e, su proposta dello stesso Reichel, il conte de la Frégeolière venne eletto presidente, carica che mantenne per trentasette anni, fino al congresso internazionale di Cortina del 1960, quando venne nominato presidente onorario e sostituito nell'incarico dall'italiano Amilcare Rota.
Il primo Campionato del Mondo organizzato dalla FIBT fu disputato nel 1927 a St. Moritz e fu vinto dall'equipaggio inglese a cinque pilotato da C.N. Martineu. Le associazioni americane di bob, che non facevano parte della FIBT e di conseguenza non erano riconosciute dal Comitato internazionale olimpico, vi aderirono nel 1928 proprio in tempo per partecipare ai secondi Giochi Olimpici invernali, tenuti nello stesso anno a St. Moritz. Gli americani si imposero su tutti gli altri concorrenti e conquistarono la medaglia d'oro con Willy Fiske e quella d'argento con l'equipaggio pilotato da Jennison Heaton.
Durante i primi congressi della FIBT vennero emanate le regole che, con successive modificazioni, portarono al pieno inserimento della disciplina nell'ambito degli sport invernali. A Davos, nel 1928, venne abolita la posizione sdraiata 'ventre a terra', ritenuta non sufficientemente atletica e restrittiva se si volevano migliorare le prestazioni di gara. Nel 1930 il numero dei membri dell'equipaggio fu ridotto a quattro, mentre nel 1931 fu introdotta la gara di bob a due. I verbali del congresso del 1938 riferiscono del primo tentativo di illecito operato nella disciplina: ai Giochi Olimpici di Garmisch-Partenkirchen del 1936 fu ritrovata una cintura imbottita di piombo del peso di 15 kg, dimenticata da un equipaggio. Furono successivamente stilati i primi regolamenti sulla costruzione dei mezzi, includendo limitazioni nel peso e nelle misure.
Nel corso degli anni i continui aggiornamenti dei regolamenti, dettati principalmente dall'esigenza di migliorare la sicurezza durante la gara relativamente sia ai mezzi sia alle piste, hanno consentito un salto qualitativo che ha portato il bob a connotarsi come uno sport della velocità praticato da atleti ben allenati, con mezzi tecnologicamente molto sofisticati, su piste altamente spettacolari, disegnate in modo da esaltare le prestazioni, assicurando allo stesso tempo la massima sicurezza agli equipaggi.
Le regole delle prime gare di bob prevedevano che almeno due membri dell'equipaggio fossero donne e di tale partecipazione femminile restano numerose testimonianze fotografiche. Tuttavia già al congresso di costituzione della Federazione internazionale nel 1923 si parlò dell'opportunità di escludere le donne dalle gare ufficiali, decisione che fu formalizzata al congresso di Davos del 1928. Nel 1932 venne avanzata la proposta di consentire alle donne il ruolo di pilota nel bob a due e di membro dell'equipaggio nel bob a quattro, ma si rimandò la discussione al congresso successivo, quando la richie-sta fu respinta, malgrado il parere favorevole del presidente de la Frégeolière. Non se ne parlò più per vent'anni, fino al 1955, quando la Cecoslovacchia ripropose la questione, ma invano. Nel 1975, al congresso di Cervinia, la proposta fu avanzata nuovamente dalla Francia, ma nonostante il presidente Rota dichiarasse che "la normativa internazionale non conteneva alcuna restrizione riguardante il sesso dei concorrenti" gli stessi francesi non fecero più alcun tipo di pressione e non se ne fece nulla. Ci vollero altri diciassette anni prima che la 'questione femminile' fosse affrontata di nuovo durante un congresso FIBT: se ne fece promotrice la Gran Bretagna nel 1992 a Lillehammer. A quel tempo le donne avevano già iniziato a praticare il bob in un loro circuito di gare, ma soltanto nel 1995 a Treviso la Federazione internazionale autorizzò ufficialmente le gare di campionato di bob femminile, che ha esordito alle Olimpiadi di Salt Lake City nel 2002.

Anche in Italia agli inizi del 20° secolo il nuovo sport richiamò l'interesse di non pochi neofiti, specialmente nelle valli del Trentino e del Veneto. Le cronache del tempo attribuiscono al conte Federico Terschak il merito di averlo importato a Cortina, destinata a divenire la sede per eccellenza del bob italiano. Qui, sulla strada del Passo Falzarego, nel 1922 si tenne il primo Campionato italiano. L'anno successivo fu costruita, per opera di Raffaele Zardini, la pista di Ronco; mantenuta costantemente in efficienza fino alla sua completa revisione in occasione dei Giochi Olimpici invernali del 1956, è tuttora una delle piste artificiali più tecniche del mondo. Altre piste furono costruite a Bardonecchia nel 1933 (in occasione dei Campionati Mondiali universitari), sul Mottarone (per volere del conte Luigi Tornielli, primo direttore tecnico del bob italiano), e nel 1966 a Cervinia (quest'ultima rimasta in funzione fino al 1992).
Nel 1925 si costituì il Bob club d'Italia, che nel 1926 si unì alla Federazione italiana di pattinaggio e alla Federazione italiana di hockey sul ghiaccio a formare la Federazione italiana sport del ghiaccio (FISG), di cui primo presidente fu il conte Alberto Bonacossa. La FISG rimase autonoma fino al 1933 quando confluì nella Federazione italiana sport invernali.


I moderni Bob da competizione, sono slitte aerodinamiche  dotate di pattini d’acciaio, di cui due sterzanti (quelli anteriori). I materiali impiegati variano dalle leghe in acciaio ai materiali compositi, tra cui la fibra di carbonio, che riveste il bob, compresa la parte affusolata del medesimo.
La coppia di pattini posteriori è munita di freni a leva che tramite una serie di denti metallici agiscono sul ghiaccio frenando il bob.
La lunghezza del Bob varia, ma indicativamente abbiamo Bob di 3,80 metri per il quattro posti, a quello di 2,70 metri per il due posti.
Anche il peso ha la sua importanza, e qualora non vengano rispettati gli standard richiesti dal regolamento, è previsto che il Bob sia zavorrato.

Nell'equipaggio del Bob a due, abbiamo un pilota, che tramite dei tiranti controlla lo sterzo, questa persona è l'unica che può tenere la testa alzata nel corso della discesa. La seconda persona assolve il ruolo di frenatore al termine della prova, mentre all’inizio contribuisce alla spinta iniziale nei 15 metri di lancio.

Nel Bob a quattro oltre a un pilota e un frenatore abbiamo due persone “laterali” che assolvono il compito di aiutare nella spinta iniziale, e con gli spostamenti del corpo, mantengono il bob nella giusta direzione. Spesso i laterali provengono da discipline diverse rispetto agli sport invernali, quale l'atletica. Ogni discesa comincia sempre con una spinta iniziale di 15 metri, poi è la forza di gravità che fa il resto, imprimendo una grande velocità al mezzo.

In pista scende un Bob per volta, quindi il primo a scendere (viene sorteggiato) ha il vantaggio di una pista perfettamente liscia, che va a deteriorarsi con la discesa di altri equipaggi. Per gli uomini nel corso della gara si effettuano più discese, per le donne sono previste solo due discese, il risultato finale è determinato dalla somma dei tempi ottenuti.


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giovedì 26 marzo 2015

VIBURNUM OPULUS



È un arbusto, talvolta piccolo albero alto fino a 4 m, a fogliame caduco, molto decorativo e una caratteristica e abbondante fioritura, con fiori di colore bianco, profumati e riuniti in corimbi o cime ombrelliformi, i cui fiori esterni sono più grandi, appariscenti e sterili. I frutti sono grappoli di drupe rosse che rimangono fino all'inverno.

Vive in boschi umidi, pioppeti, siepi. Predilige suoli calcarei. È usato anche come pianta ornamentale.

Il  viburnum opulus, viburno palla di neve o viburno “pallone di maggio” è una varietà di viburno che produce fiori sferici simili a grandi palle di neve.

Si tratta di una pianta molto decorativa, della famiglia delle Caprifogliacee, proveniente dall’Asia e dall’Europa, molto facile da coltivare in giardino o in ampie fioriere. La chioma, a portamento sferico, è composta da rami alti anche più di 2 metri.

I rami dalla primavera fino a  tutta l’estate sono ricoperti da foglie trilobate di colore verde scuro. In autunno le foglie virano  di colore (giallo – rossastro) per poi cadere. Durante il periodo della fioritura sbocciano fiori bellissimi e profumati ermafroditi, simili a quelli dell’ortensia, che sono grandi infiorescenze sferiche, larghe 5-10 centimetri, di colore bianco o rosa. Dopo la fioritura, sulla piante con fiori fertili, fanno la comparsa le drupe, piccoli frutti velenosi di colore rosso molto decorativi che persistono sui rami fino all’inizio dell’inverno.

Il viburnum opulus fiorisce nel periodo tra maggio e giugno.

Si propaga per seme, per margotta in giugno e per talea in settembre (tecnica di moltiplicazione più sicura).

La messa a dimora può essere effettuata durante tutto l'anno, senza alcun rischio per la pianta. In caso di piantumazione in terra, si scava una buca grande circa il doppio del vaso con cui viene fornita la pianta; se preferisci mettere la pianta in un vaso più grande, usa di un vaso di 6 centimetri di diametro più grande dell'attuale. Per rimuovere la pianta dal vaso con quale viene fornita, si capovolge e da alcuni colpetti al fondo del vaso, per facilitarne il distacco. La pianta tolta dal vaso dovrà quanto prima essere posta a dimora nella buca precedentemente scavata. Se il terreno è particolarmente argilloso,si mescola la terra rimossa con del terriccio universale in parti uguali, altrimenti si utilizza solamente la terra. Si ricoprono le radici con il terreno precedentemente preparato. Se invece si ha deciso di mettere la pianta in un vaso più grande, si riempie lo spazio vuoto nel vaso più grande solo con terriccio universale.
Subito dopo la piantagione, bisogna effettuare una irrigazione molto abbondante, quasi fino ad allagare il terreno. Successivamente si deve  fornire acqua per mantenere il terreno sempre leggermente umido, secondo necessità. Fornire abbondante acqua alla pianta solo quando il terreno è quasi asciutto. Il peggior nemico delle piante è il ristagno idrico: non annaffiare fino a quando l'acqua fornita con l'irrigazione precedente non è stata assorbita dalla pianta.
La pianta si pota a fioritura terminata, eliminando eventuali rami secchi e accorciando quelli in buona salute di circa un terzo.
All'inizio di marzo e ad agosto, concimare le piante del concime organico a lenta cessione.

La corteccia è impiegata in omeopatia per il trattamento dei dolori mestruali, degli stati nervosi e per alleviare spasmi e crampi.
L'ingestione dei frutti provoca infiammazioni gastrointestinali

Indicato nella dismenorrea crampiforme con mestruo breve, scarso, ritardato, o preceduto da un senso di peso pelvico e dolori irradiati alla parte anteriore della coscia. Gli spasmi sono improvvisi e sembrano interrompere il flusso con tendenza alla lipotimia. Può concomitare senso di pesantezza alla vescica e stimolo frequente alla minzione.


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domenica 1 marzo 2015

IL BUCANEVE

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Il bucaneve (Galanthus nivalis, Linnaeus 1753) è una pianta perenne, erbacea ed eretta della famiglia delle Amaryllidaceae.

Galanthus è un piccolo genere con circa una ventina di specie, tutte molto precoci nel fiorire a Primavera. All'interno della famiglia delle Amaryllidaceae il nostro genere appartiene alla tribù delle Galantheae.
La classificazione di questo gruppo di piante ha subito alcune modifiche nel corso del tempo. Questo è causato dal fatto che la famiglia delle Amaryllidaceae è strettamente imparentata con quella delle Liliaceae. Infatti secondo il Sistema Cronquist (degli anni 80') queste piante facevano parte di quest'ultima famiglia (e quindi all'ordine delle Liliales): il Sistema Cronquist non contempla una famiglia di nome Amaryllidaceae, nonostante nelle classificazioni ancora più vecchie (vedi Adolf Engler) tale famiglia avesse una sua collocazione ben precisa.
Ma gli ultimi studi filogenetici (vedi la moderna classificazione APG) hanno dimostrato che le Liliaceae sono un gruppo parafiletico per cui molti generi sono stati attributi ad altre famiglie e quindi il genere Galanthus è rientrato nella famiglia delle Amaryllidaceae e nell'ordine delle Asparagales.
Il nostro fiore è l'unico del genere che cresce spontaneo in Italia. All'estero sono segnalate diverse cultivar (varietà coltivate) di questa specie: con fiori a diverse dimensioni, periodi diversi di fioritura, e altre caratteristiche di interesse per gli appassionati e il commercio.

Il nome del genere (“Galanthus”) deriva da due parole greche: “gala” = latte (bianco come il latte) e “anthos” = fiore.
Il nome specifico (“nivalis”) fa riferimento alla sua precoce fioritura in mezzo alla neve.
I riferimenti storici al Bucaneve si perdono nella “notte dei tempi”. Viene chiamato “Stella del mattino” perché è uno dei primi fiori ad apparire nel nuovo anno. Anche le feste religiose (sia cristiane che pagane) fanno riferimento a questo fiore: è una pianta sacra e simbolica per la festa della Candelora (2 febbraio); invece in Imbolc (antica festa irlandese del culmine dell'inverno – 1º febbraio) si dice che il colore bianco del bucaneve ricorda allo stesso tempo la purezza di una Giovane Dea (festeggiata in questa ricorrenza pagana) e il latte che nutre gli agnelli.
Tra le varie leggende anche Adamo ed Eva sono collegati al bucaneve: un racconto inglese narra che Eva scacciata dal paradiso terrestre fu presa dallo sconforto nel trovarsi su una terra buia e gelida, ma ben presto l'apparire di un bucaneve (grazie al miracolo di un angelo) le diede di nuovo forza e speranza.
È interessante ricordare ancora che in Inghilterra il Bucaneve fu introdotto dalla Regina Elisabetta prelevato dalle zone selvatiche dell'Italia alpina.

La forma biologica è definita come geofita bulbosa (G bulb): sono piante decidue provviste di un bulbo come organo perennante che ogni anno produce foglie e fiori.

Le radici si generano nella parte inferiore del bulbo e sono fascicolate e di tipo contrattile.

Parte ipogea: consiste in un bulbo ovoide di colore bruno – scuro dato da alcune tuniche avvolgenti come le cipolle. Dimensione: 3 cm.
Parte epigea: eretto, glabro e leggermente striato; può arrivare fino a 20 – 30 cm di altezza.

Le foglie sono tutte radicali, fuoriescono cioè dal bulbo basale.

Foglie inferiori: una parte delle foglie (quelle più vicine al bulbo) sono ridotte a guaine membranose.
Foglie superiori: le altre sono lineare – nastriformi lunghe come il fusto (lunghezza: 10 – 20 cm; larghezza: 3 – 7 cm), arrotondate all'apice e di consistenza carnosa con un'unica nervatura centrale. Sono di colore verde glauco (bluastro) e dotate di una copertura pruinosa dalla tinta cerosa. Inoltre si presentano appaiate a due a due.

L'infiorescenza è solitaria e pendula (nutante - oscillante). Questa, tramite un peduncolo fiorale, fuoriesce dal bulbo radicale. Il fiore non ha un odore particolarmente gradevole ed ha il peduncolo accompagnato da una spata patente (che sovrasta il fiore), trasparente e inguainata, dentellata alla sua estremità e fornita di due verdi e brillanti nervature. Lunghezza della spata: qualche centimetro (3 – 4 cm).

I fiori sono ermafroditi, attinomorfi e di colore bianco. Dimensione del fiore: 2,5 cm.

Perigonio: il perigonio petaloide è composto da 6 tepali: 3 esterni e 3 interni.
I tepali esterni sono patenti (e liberi) e disposti a stella; hanno la forma ovata, concavi e sono lunghi 15-25 mm e larghi 3 – 9 mm.
I tepali interni sono eretti, embricati e sono più corti (1 cm di lunghezza); sulla pagina interna sono macchiati di verde (qualche volta sono giallastri), mentre su quella esterna hanno una V rovesciata, sempre di colore verde. Inoltre sono lievemente bilobati.
Entrambi i tepali hanno una decina di striature longitudinali e all'apice sono lievemente smarginati.

Androceo: gli stami sono 6. Dei filamenti capillari portano le antere lesiniformi e di colore giallo-aranciato; queste hanno diversi pori o piccole fessure (dalle quali scaricano il polline) e convergono al centro attorno allo stilo.
Gineceo: l'ovario è infero con 3 loculi (da 3 carpelli). Lo stilo è unico e fa sporgere lo stigma sopra il cono delle antere. In questo modo le vibrazioni degli insetti auto - impollinano il fiore.
Fioritura: in febbraio e marzo
Impollinazione: tramite api. La disseminazione avviene anche tramite le formiche che sono ghiotte del frutto. È presente anche una fase di auto - impollinazione (vedi sopra) resa ancora più probabile dal fatto che i fiori sono omogami (maturano insieme le antere e gli stigmi).

Il frutto è una capsula carnosa dalla forma ovoidale di 6 – 9 mm.

Diffusione: la nostra pianta è presente in Europa meridionale e nelle zone caucasiche. In Italia questa specie è presente nelle regioni settentrionali e in quelle della Penisola ad esclusione della Calabria e della Sicilia dove è sostituito da Galanthus reginae-olgae Orph., risulta assente anche dalla Sardegna.
Habitat: vegeta nei boschi di latifoglie, cespuglieti o prati; in tutti i casi zone di mezz'ombra e con terreni un po' pesanti. Nell'Italia centro-meridionale tende a divenire specie montana, mentre nel Nord Italia, in Toscana e nelle Marche è presente anche nelle pianure alluvionali e in prossimità delle coste.
Diffusione altitudinale: da 0 a 1500 m s.l.m.
Sostanze presenti: contiene galantamina,
Proprietà curative: la pianta è emmenagoga ed emetica. La galantamina è un farmaco che sembra che rallenti il deterioramento cognitivo nei malati di Alzheimer.

Il bucaneve si può coltivare abbastanza facilmente: il bulbo deve essere piantato in autunno ad almeno 5 cm di profondità in terreni soleggiati d'inverno ma ombrosi d'estate (in prossimità di piante caducifoglie). Attenzione particolare si deve fare alle radici che siano ben coperte di terra in quanto non attecchiscono tanto facilmente.

Nelle Isole Britanniche questo fiore è particolarmente celebrato come segno della Primavera imminente. A questo proposito esiste un Festival Galanthus (1º febbraio – 11 marzo) dove ad esempio nel 2007 in Scozia hanno preso parte ben 60 giardini aperti appositamente per i visitatori desiderosi di ammirare questo bel fiore.


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