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mercoledì 8 luglio 2015

IL MARASSO



Il marasso è un serpente della famiglia Viperidae diffuso in Eurasia.

Il suo morso, che può essere molto doloroso, non è considerato pericoloso per l'uomo e raramente si configura mortale, tuttavia richiede un soccorso immediato. A rischio sono prevalentemente i bambini, i soggetti esposti alle reazioni allergiche, quelli emotivi, gli anziani ed i malati affetti da patologie croniche.

È una specie diurna, specialmente nelle regioni settentrionali, mentre nelle regioni meridionali può essere attiva anche la sera e la notte durante il periodo estivo.

La sua colorazione ha  una tonalità variabile, transita dal grigio al rossastro, dal giallo al bruno. La parte inferiore è generalmente grigia o nerastra, biancastra, spesso maculata da piccole macchie biancastre o grigiastre. Come l’aspis la coda è spesso arancione, rossastra o rosata. Una serie di macchie scure triangolari percorrono il dorso, formando un disegno zigzagante. I fianchi sono percorsi da macchie scure di forma circolare. La parte superiore della testa, oltre a mostrare la striatura scura a forma di “V”, è punteggiata da una serie di piccole macchiette scure, mentre due bande dello stesso colore intersecano l’occhio per raggiungere l’angolo delle labbra. Non raramente la “V” è sostituita da una “X”. La sua lunghezza va da 50 a 90 cm. La femmina è più lunga del maschio. La pupilla è verticalmente ellittica. La testa ben distinta dal tronco, appiattita nella zona mascellare, mostra una leggera depressione sulla nuca. Il muso è piatto, privo di protuberanze verso l’alto, coda corta e massiccia. Può viver 8/15 anni. Il suo veleno sembra essere uno dei più complessi dei veleni dei viperidi italiani. Molto ricercato dagli Istituti Sieroterapici.

Il marasso è un serpente molto comune in tutta l’Europa settentrionale, compresa la Scandinavia e la Gran Bretagna. E’ molto diffuso anche nelle regioni dell’est europeo come l’Albania, la Bulgaria e la Grecia. In Asia si spinge fino alla Corea del Nord, alla Cina e alla Mongolia. In Italia è presente in tutte le regioni settentrionali e centrali, dove si spinge fino ai 3000 metri di altitudine. Il suo habitat naturale è costituito da brughiere, pascoli alpini, paludi e boschi. Predilige le zone umide, caratterizzate dalla presenza di corsi d’acqua. Abile nuotatore, spesso si avventura in acqua per catturare le sue prede.

La stagione degli amori per i marassi inizia con l’arrivo della primavera e il risveglio dal letargo. Si protrae fino alla fine di maggio e i maschi tendono ad accoppiarsi con il maggior numero possibile di femmine. Si tratta di una specie ovovivipara, il che significa che la femmina non depone le uova, ma, le cova nel suo grembo e poi da alla luce le piccole serpi già perfettamente formate. Nel periodo degli accoppiamenti i marassi smettono di nutrirsi completamente e i maschi tendono a ingaggiare furibonde lotte tra di loro per conquistare le femmine. Durante la lotta intrecciano tra di loro i corpi e alla fine il più giovane, quindi anche quello più esile, viene sconfitto. Una volta fecondate le femmine, tendono a passare molte ore stese al sole per riscaldare gli embrioni che portano in grembo. La gestazione dura circa due mesi con i piccoli che vengono partoriti tra agosto e settembre. Il luogo del parto influenza il numero dei nati, infatti, in montagna saranno dati alla luce dai quattro ai sei piccoli, mentre in pianura il numero salirà a dieci. Le femmine non si riproducono tutti gli anni, ma solo una volta ogni due tre anni in modo da riuscire a immagazzinare sufficienti riserve di grasso per portare avanti la gravidanza. I marassi maschi raggiungono la maturità sessuale intorno ai quattro anni mentre le femmine devono aspettare i cinque anni.

I marassi si nutrono principalmente di piccoli mammiferi, uccelli e anfibi come le rane. La loro dieta è condizionata dalla disponibilità del territorio in cui vivono. I marassi, come tutti gli animali a sangue freddo, non sono capaci di termoregolare autonomamente la loro temperatura corporea, ma, per farlo hanno bisogno di assorbire il calore dai raggi del sole. Per questa ragione i marassi hanno l’abitudine di trascorrere gran parte della loro giornata distesi al sole, con il corpo appiattito al fine di aumentare la superficie corporea e quindi assorbire più calore in minor tempo. Si tratta di una specie diurna, ma, quando le temperature diventano troppo alte, tende a restare nella tana durante il giorno e uscire solo la sera per andare a caccia. Nei mesi invernali va in letargo rifugiandosi in tane sotterranee. La durata del letargo dipende dalla regione in cui vive ciascun esemplare, arrivando a durare anche 8-9 mesi in Svezia. In media, il 15% degli esemplari adulti e il 40% di quelli giovani non sopravvivono al letargo. Il marasso è predato principalmente dal tasso, dal biancone e dall’uomo. Si tratta, comunque, di una specie inclusa nella lista delle specie protette dalla Convenzione di Berna che ne vieta il prelievo in natura e l’uccisione.





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IL GIPETO

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Il gipeto comunemente noto come "avvoltoio barbuto" o "avvoltoio degli agnelli", fa parte degli avvoltoi del Vecchio Mondo, ed è l'avvoltoio di maggiori dimensioni tra quelli nidificanti in Europa.

Il nome latino del genere, Gypaetus, che deriva dal greco gyps (avvoltoio) e da aetos (aquila), sta ad indicare la particolarità della specie. In volo quello che spicca maggiormente sono le ali strette ed appuntite, e la coda lunga e cuneiforme, che gli conferiscono più l’aspetto di un Corvo imperiale o di un gigantesco falcone che non quello di un avvoltoio.

Come altri avvoltoi è un necrofago, cioè si nutre principalmente di carcasse di animali morti, ed ha una dieta estremamente specializzata, nutrendosi in particolare delle ossa e del midollo osseo. Un comportamento tipico è quello di lasciar cadere le ossa di carcasse da grandi altezze, per frantumarle e quindi nutrirsene.
             
La struttura morfo-funzionale lo rende una specie molto caratteristica: pur essendo inserito nel gruppo degli avvoltoi, mostra caratteri tipici dei rapaci predatori che lo discostano dagli altri rappresentanti del gruppo a cui appartiene, avvicinandolo soltanto al Capovaccaio (Neophron pernopterus). Differisce, ad esempio, dagli altri avvoltoi per i suoi artigli, ancora adatti al trasporto della preda (come i rapaci) e non specializzati per la necrofagia, come ad esempio quelli del Grifone (Gyps fulvus).

Lo studio delle specie estinte e di quella attuale rivela comunque una progressiva evoluzione verso la necrofagia con perdita delle capacità predatorie e modificazione della struttura del becco (non più adatto a strappare la carne) e delle zampe (non più utilizzabili a scopo offensivo).

Gli abiti stagionali e sessuali non sono differenziati; la femmina è leggermente più grande del maschio ma tale differenza è difficilmente apprezzabile in natura. L’aspetto degli adulti è fortemente contrastato con parti inferiori, testa e collo chiari, da bianchi a rossastri, e parti superiori scure, grigio-ardesia. Le ali e la coda sono grigio-scuro. La testa, interamente piumata è molto caratteristica per la presenza di ‘‘baffi’’ neri e rigidi che scendono ai lati del becco, di redini nere, e per la colorazione giallo chiaro dell’iride e rossa dell’anello perioculare. I giovani, soprattutto in volo, evidenziano un aspetto meno slanciato rispetto agli adulti, dovuto alla maggior lunghezza delle remiganti secondarie e ad una maggiore ampiezza della coda; questo consente loro di avere un minor carico alare e quindi di volare più lentamente e con maggiori possibilità di manovra. Il piumaggio dei giovani, inoltre, è più scuro rispetto a quello degli adulti: quasi completamente bruno, con capo nerastro.

Nell'adulto il colore del piumaggio presenta un netto contrasto tra le parti ventrali e la testa, chiare, e le parti dorsali e le ali, scure.

Le penne timoniere e le penne copritrici delle ali e del dorso, pur essendo di colore grigio scuro, sono dotate di un rachide biancastro che produce delle sfumature chiare.

Sul capo, costantemente bianco, spiccano i ciuffi di vibrisse nere che circondano l'occhio e scendono fin sotto il becco a formare una specie di "barba".

L'iride è gialla ed è circondata da un anello perioculare membranoso di colore rosso che diventa particolarmente evidente nei momenti di eccitazione.

Una caratteristica particolare del piumaggio dell'adulto è il colore ruggine del petto e del ventre, che non è di origine biologica, ma assunto dall'ambiente esterno.

Sulle cause di tale colorazione sono state formulate diverse ipotesi, la più accreditata delle quali la attribuisce al contatto degli uccelli con minerali contenenti sali di ferro. È stato osservato che il Gipeto adulto è attratto dagli accumuli di terra o sabbia umida rossastra, nei quali compie tipici "bagni" cospargendo le parti ventrali del proprio piumaggio con tali sostanze: la pigmentazione verrebbe ottenuta grazie a questo comportamento, il cui significato è ancora ignoto.

I giovani hanno un piumaggio completamente scuro, tranne le penne del dorso che possono presentare apici biancastri di varia estensione. Essi assumono l'abito adulto verso i 6–7 anni di età, quando raggiungono anche la maturità sessuale, dopo aver attraversato una serie di più fasi con colorazioni intermedie.

Può essere allevato ed addestrato dall'uomo, resta comunque un animale difficile da reperire ed usato solo in esposizioni di una certa importanza. Inoltre anche in paesi dove il possesso del Gipeto non sia proibito da esplicite leggi resta piuttosto discutibile (come in altri casi) impiegare in falconeria una specie così rara e minacciata.



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martedì 7 luglio 2015

IL PARCO DELL'ALTO SEBINO



Il Parco presenta un'altitudine media del territorio variabile dai 1.879,8 metri sul livello del mare del Monte Pora ai circa 183 (o 185) metri sul livello del mare della superficie del Lago d'Iseo (Sebino). La sua collocazione geografica è nel settore prealpino (Valle Camonica-Sebino) più precisamente compreso tra le pendici dell'alto Sebino, il fondovalle dell'Oglio, le pendici della destra idrografica del Fiume Oglio, le valli interne e la dorsale Monte Pora e Monte Alto nonché tra il fondovalle e le pendici della bassa Valle Borlezza.
Il territorio interessato dal Parco presenta una mescolanza di ambienti con vocazioni che vanno dal naturale al turistico per giungere ad attività di tipo agro-silvo-pastorale, il tutto in buono stato di equilibrio ecologico e produttivo. Il Parco comprende aree per la maggior parte agricole e boschive. La complessa geografia, a seconda delle particolari situazioni topografiche e della presenza mitigante del lago, la frammentazione degli ambienti con differenti caratteristiche ecologiche, la ripartizione per fasce altitudinali, ha portato ad una notevole e molteplice presenza di specie vegetali anche di carattere endemico. Altrettanto è stata l'influenza sulla fauna, ricca e diversificata. Rappresenta pertanto un territorio ricco di specificità in ogni settore, specificità che non si fermano certo al confine del parco locale ma si raccordano al resto del territorio.
Non va esclusa o valutata negativamente l'azione antropica, soprattutto nei fondovalle, essendo legata all'esigenza di vita della popolazione, ma occorre considerare il parco locale come un'occasione per riequilibrare le situazioni urbanistiche meno positive esistenti e un riferimento per una lettura della situazione ambientale del territorio.

I valori ambientali complessivi risultano di grande interesse e sono dovuti alla collocazione geografica del Parco nel settore prealpino racchiuso tra il Sebino e le valli dell'Oglio, del Borlezza e del Dezzo. Il territorio del Parco si affaccia sul profondo ed ampio solco vallivo camuno protendendosi verso la Val Borlezza e racchiudendo entro il suo perimetro il M. Pora. I rilievi e le valli secondarie definiscono un paesaggio vario e articolato, ricco di ambienti ad elevata biodiversità e dove i caratteri geologici stupiscono per l'eterogeneità delle formazioni rocciose, per la suggestione delle impronte glaciali e carsiche e per la natura delle strutture determinate dalla declinazione locale dei grandi eventi orogenetici alpini. Il quadro naturalistico è reso ulteriormente complesso dagli effetti della profonda e secolare presenza umana che ha modificato gli assetti vegetazionali originari. Questo territorio fa parte delle Alpi Calcaree Meridionali che abbraccia la fascia di rilievi compresi tra la Valtellina e la pianura padana; questi corrugamenti presentano uno stile tettonico e una costituzione litologica con caratteristiche che li differenziano dal resto della catena alpina. L'ossatura generale dei rilievi del Parco è costituita, infatti, da rocce di varia natura, ma riconducibili tutte ad un comune ambiente di formazione: un braccio di mare che si estendeva tra i continenti europeo e africano. Le incisioni vallive e lo svettare dei rilievi mettono a giorno rocce diverse che nell'insieme delineano le complesse vicende formative mesozoiche e deformative cenozoiche del territorio. Il solco camuno-sebino e la Val Borlezza mettono a nudo formazioni geologiche che abbracciano un arco di tempo considerevole - 50 milioni di anni circa - che va dalla fine dell'Era Primaria con le rocce permiane che affiorano presso i settori settentrionali del Parco in Comune di Rogno a quelle norico-retiche che affiorano a meridione, in Val Borlezza e a Castro. La topografia del Parco è il frutto combinato e complesso dell'azione dei fattori esogeni che hanno agito sulle rocce fin dal momento dell'emersione della catena alpina dalle acque del mare. Le deformazioni, le dislocazioni tettoniche e l'erodibilità delle rocce hanno imposto i lineamenti fisici dominanti del paesaggio. A lasciare un'impronta determinante nella morfologia del territorio, sono stati gli eventi glaciali; inoltre, la natura prevalentemente calcarea delle rocce ha determinato spettacolari aspetti geomorfologici legati al carsismo.

Il clima, la natura del suolo, l'esposizione delle superfici e la secolare azione umana hanno creato il superbo scenario verde del paesaggio del PLIS. Ciò che appare in distanza, un manto verde che riveste in maniera quasi continua ogni valle e monte del Parco, in una visione ravvicinata mostra tutta la ricchezza e la diversità di una vegetazione composta, di volta in volta, da specie con esigenze ecologiche diverse, in una mirabile corsa all'affermazione della vita. La complessa geografia del Parco, a seconda delle particolari situazioni topografiche e della presenza del lago con effetti mitiganti sul clima, presenta una diversa distribuzione dei tipi vegetazionali, anche nell'ambito di una individuabile e classica ripartizione per fasce altitudinali. Se la vegetazione ha risentito in misura diretta del modo di utilizzo dei suoli, secondo sfruttamenti certamente più incisivi e diffusi rispetto all'oggi, la flora si è in proporzione assai meno impoverita, mantenendo la sua continuità biologica pur nella riduzione degli habitat. In generale, anche grazie alla frammentazione degli ambienti, che presentano differenti caratteristiche ecologiche, il Parco può vantare la presenza di una flora con elevata diversità specifica. A solo titolo di esempio si citano alcuni preziosi endemici quali la meringia d'Insubria, la primula di Lombardia, il citiso insubrico, la vulneraria, la vedovella celeste, la campanula della Carnia, la campanula d'Insubria, il raponzolo di Scheuchzer, il dente di leone insubrico, l'erba regina, il forasacco eretto e la carice del M. Baldo. Numerose anche le orchidee, di cui sono state censite oltre 23 specie diverse.
Tra le comunità vegetali si segnalano quelle acquatiche, presenti lungo le aste fluviali dell'Oglio e del Borlezza, caratterizzate da molte specie del genere Salix, tra cui predominano il salice bianco, il salice ripaiolo e il salicone, il pioppo nero, l'ontano nero e l'ontano bianco. A queste specie arboree si associano vari arbusti come ad esempio il sambuco nero, il pallon di maggio, il corniolo e il sanguinello. La vegetazione e rupicola del Parco, pur avendo un'estensione areale molto limitata, riveste un grande significato biogeografico in quanto ospita alcune tra le specie più rare, tra cui la preziosa Campanula elatinoides. Interessanti anche le praterie, siano esse quelle soggette a sfalcio sia quelle situate in altura (triseteti e nardeti), ma sicuramente di straordinario valore ecologico sono le praterie aride ricchissime di specie e particolarmente delicate in quanto soggette a rapida trasformazione se non adeguatamente gestite. Tra le altre tipologie di vegetazione presenti nel PLIS si segnalano gli orno-ostrieti, boschi che colonizzano i versanti nella porzione più bassa; le specie edificanti tali boschi sono il carpino nero e l'orniello, a cui spesso si associa, soprattutto sui versanti esposti a sud, la roverella. Non mancano anche gli acero-frassineti, i boschi di betulla, i castagneti, i faggeti e le boscaglie a pino mugo.

Il territorio del PLIS, vasto, articolato morfologicamente e coperto da una vegetazione in massima parte spontanea ed in equilibrio con i caratteri ecologici dell'ambiente ospita anche una fauna altrettanto ricca e diversificata. L'ornitofauna abituale dei boschi delle pendici e delle zone più aperte è composta da numerose presenze, tra cui l' averla piccola, il balestruccio, il beccafico, il cardellino, la cesena, le civette, i pettirossi, i picchi, il rigogolo e numerose altre specie facilmente osservabili da occhi esperti. Alle quote più elevate non mancano specie quali l'allodola, l'aquila, l'averla piccola, il falco pellegrino, il fagiano di monte, il francolino di monte, la poiana che, assieme alle altre specie di uccelli presenti nell'area contribuiscono ad un ricco patrimonio di ornitofauna. Lungo la foce dell'Oglio, infine, le zone umide presenti costituiscono importanti habitat per numerose altre specie di uccelli, tra cui l'airone cenerino, il beccaccino, la nitticora e il porciglione, tutti nidificanti. Ugualmente interessanti sono le specie migratrici, tra cui spiccano: il cormorano, il forapaglie, l'ortolano, il piovanello e il voltolino. Tra le specie acquatiche si segnala lo svasso maggiore, la ballerina gialla, la ballerina bianca, il cigno reale e il germano reale. Per quanto riguarda i mammiferi sono presenti il capriolo, il cinghiale, la donnola, l'ermellino, la faina, il ghiro, la lepre, la martora, il moscardino, la puzzola, lo scoiattolo, il tasso e la volpe.



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lunedì 6 luglio 2015

IL PARCO REGIONALE DELL'ADAMELLO

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Il Parco dell’Adamello è situato nelle Alpi Retiche, e prende il nome dal massiccio omonimo dell’Adamello. In un territorio così vasto esistono naturalmente diverse tipologie ambientali, sia dal punto di vista geologico, sia rispetto alla flora e alla fauna. All’interno del Parco si incontrano boschi di castagni, di latifoglie e, più in alto, di conifere, fino ad una fascia di arbusti e di splendidi fiori di montagna. In tutta l’area protetta sono presenti diversi animali: volatili di varie specie (anche l’aquila reale e il gallo cedrone), pesci, rettili e mammiferi, tra cui cervi, caprioli, stambecchi (appena reintrodotti), lepri e marmotte. Le vie di accesso al Parco sono numerose, esistono alcuni centri-visita (Vezza d’Oglio e Saviore dell’Adamello) e sono presenti varie aree da pic-nic, molti rifugi alpini e bivacchi, e considerevoli tracce della Grande Guerra (trincee, postazioni, resti di baracche).


L'importanza del Parco dell'Adamello è accresciuta dalla sua posizione, perché esso funge da ponte tra i due parchi che gli sono limitrofi: al suo limite orientale si trova il Parco trentino Adamello-Brenta, al limite settentrionale il Parco dello Stelvio, a sua volta limitrofo del Parco Nazionale svizzero dell'Engadina. In tal modo si è venuta a costituire nel cuore dell'Europa un'area protetta di 250.000 ettari, la più grande delle Alpi e tra le più affascinanti. Di essa il Parco dell'Adamello rappresenta la punta meridionale.

Il Gruppo dell'Adamello, sede del ghiacciaio più vasto d'Italia (secondo le stime attuali circa 18 km² di superficie), presenta una conformazione a raggiera, per cui dai ghiacciai centrali dell'acrocoro culminante si dipartono creste e catene montuose che, a loro volta, si articolano nei sottogruppi del Baitone, del Frisozzo e del Blumone. Cime, creste, monti dominano il complesso di numerose valli diramate per tutto il Parco, in modo da dividere le varie catene.

La flora del Parco regionale dell Adamello è composta da varie specie di piante aghiformi come l'abete rosso (Picea abies) pianta molto diffusa con tronco rosso, l'abete bianco (Abies alba), il larice(Larix decidua) con tronco diritto tendente al bianco ed il pino cembro o cirmolo (Pinus cembra) pino di alta montagna ottimo per le sculture per la sua composizione molle. Vi sono inoltre molte piante di caducifoglie come il carpino nero, legno molto duro adatto per il fuoco, presenta foglie seghettate, il carpino bianco (Carpinus betulus) meno duro del fratello, con tronco sottile e foglie seghettate , l' acero (Acer pseudoplatanus) con la tipica foglia a stella e dal quale si ricava lo sciroppo, il faggio (Fagus sylvatica) altro albero da fuoco con foglia liscia, il tiglio (Tiliae platyphyllos) in primavera emette un profumo talmente intenso da non far quasi respirare, il nocciolo (Corylus avellana) che cresce in famiglie: gruppi uniti di alberi in uno spazio ristretto, cresce all inizio del bosco dove picchia il sole, il viburno (Viburnum opulus) sembra quasi un germoglio ed è flessibilissimo, si usava per fare corde o lacci, la quercia Quercus coccifera) pianta grande che per frutti ha le ghiande e le foglie con vari ed ampi lobi, il rovere (Quercus petraea) stessa famiglia della quercia con la differenza che è più piccolo e con solcature sul tronco più profonde, la betulla ( Betula alba) albero bianco che cresce diritto per circa 10-20m, l acacia con lunghe spine e legno durissimo da lavorare ed il frassino (Fraxcinur excelsior) con curve mai brusche che ricordano un corpo femminile. Per quanto riguarda i fiori o piante erbacee vi sono i cardi(Carduus spp.) e le tipiche stelle alpine( Leontopodium alpinum) insieme ad innumerevoli altri fiori presenti in tutto l arco alpino. Crescono anche funghi di una varietà incredibile dovuta ai vari ambienti che offre il parco: boschi umidi ricchi di muschio dove abbondano amanite o porcini; colline soleggiate dove raccogliere chiodini e boschi soleggiati dove si trovano le mazze di tamburo e le vesce, che in queste zone sono chiamate in dialetto "scurese del uf" per via della tecnica di riproduzione che questo fungo adotta quando marcisce: se lo si preme emette nuvolette gialle ricche di spore che ricordano delle flatulenze e che, trasportate dal vento, vanno a depositarsi nelle varie zone boschive. Vi sono funghi mortali come le amanite phalloides facilmente confondibili con altri funghi commestibili, perciò occorre essere attrezzati di libro, conoscenza e di licenza. Crescono anche frutti di bosco come lamponi, more e ribes. Attenzione anche in questo campo a riconoscere quelli commestibili da quelli maligni come la belladonna dalle bacche rosse facilmente ingannevoli.
Numerose altre specie meritano di essere citate in quanto di grande interesse fitogeografico grazie alla loro rarità. Tra queste si annoverano la meravigliosa Scarpetta di Venere, Cypripedium calceolus, Leontopodium alpinum, Andromeda polifolia, Lycopodiella inundata, Vaccinium microcarpum, Utricularia minor, Carex microglochin, C. pauciflora, Scheuchzeria palustris, Menyanthes trifoliata, Tulipa australis, Listera cordata, Dactylorhiza cruenta, D. lapponica, Trientalis europaea, Primula minima, Vitaliana primulaeflora, Gentianella tenella, Saussurea alpina, Ranunculus seguieri.
Per la maggior parte queste specie costituiscono dei relitti glaciali, conservatisi nella fascia nivale dell'Arco Alpino in quanto unico ambiente residuo dell'epoca glaciale, durante la quale gli endemismi sopra descritti sono giunti sulle Alpi dai Paesi Nord Europei.
La fauna del parco regionale dell'Adamello è la tipica fauna presente in tutto l arco alpino e in altre regioni come Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli, Piemonte e Valle d Aosta. Gli animali che caratterizzano questo parco hanno adottato tecniche per vivere nell'ambiente ostile in cui vivono sviluppando corporature ben precise e abitudini invernali- estive differenti. la stagione più dura è sicuramente l' inverno, molto rigido con fitte nevicate e temperature che possono scendere fino a -30 °C. Per superare questa stagione le tecniche utilizzate dagli animali per sopravvivere sono tre: letargo, migrazione o adattamento all'ambiente invernale pur mantenendo le normali abitudini. Un altro aspetto fondamentale che caratterizza la fauna dell Adamello è la biodiversità, ovvero l' insieme di tutti gli esseri viventi e degli ecosistemi presenti nel medesimo ambiente. La biodiversità è un parametro fondamentale per stabilire la ricchezza e la contaminazione di un territorio in quanto una buona e vasta catena alimentare può esistere solo in ambienti non compromessi, soprattutto dall'influenza umana. Le specie e le famiglie di animali che popolano la valle sono molte e differenti: pesci come le trote fario, uccelli come il prispolone o l' aquila reale, mammiferi di piccola dimensione come la martora o di grande dimensione come il camoscio, rettili come la vipera e anfibi come la rana temporaria.


Nel Parco Adamello è presente tutta la fauna alpina compreso l'orso (Ursus arctos) che da qualche anno ormai interessa con la sua presenza anche i territori del nostro Parco. Al momento non si hanno indicazioni certe sulle aree di svernamento, ma in diverse zone e in diversi periodi la presenza di questo splendido animale è data ormai per assodata. E' comunque in atto un progetto di monitoraggio di orso (Ursus arctos) e lupo (Canis lupus) per meglio comprendere le dinamiche di ripopolamento sul territorio da parte di queste specie.
In corrispondenza dei fondovalle e nei boschi di latifoglie e conifere vivono alcuni tra i più noti rappresentanti della famiglia dei Mustelidi: il tasso (Meles meles), elusivo carnivoro dalle abitudini notturne che predilige ambienti boscosi, soleggiati e cespugliati a margine dei coltivi, la faina (Martes foina), diffusa in prossimità dei coltivi e degli incolti, la martora (Martes martes), specie arboricola legata alla foresta matura e la donnola (Mustela nivalis), presente nei boschi dell'orizzonte montano in Val Paghera di Ceto, conca del Lago d'Arno, piana del Gaver.
Il riccio (Erinaceus europaeus), specie insettivora, è ampiamente diffuso dal piano basale fino a 1500 metri circa di quota, nei boschi di latifoglie frammisti a radure e al margine dei seminativi.
Fra i Roditori arboricoli è facile avvistare lo scoiattolo (Sciurus vulgaris), che predilige i boschi di latifoglie e conifere dai 500 ai 2000 metri di quota, mentre il ghiro (Glis glis), seppur legato alle foreste mature di caducifoglie, può essere avvistato anche in prossimità dei fienili.
La volpe (Vulpes vulpes), specie ubiquitaria, predilige ambienti selvaggi ricchi di copertura vegetale, anfratti cespugliati e rocce che le permettono di stabilirvi le tane, dai 500 fino ai 2000 metri di quota. Le foreste miste a radure dell'orizzonte submontano e montano sono frequentate, rispettivamente, dal toporagno (Sorex araneus) e dal toporagno alpino (Sorex alpinus).
Tra i 500 e i 1800 metri, in ampie radure al margine delle foreste miste di latifoglie e conifere e nelle peccete non chiuse vive il cervo (Cervus elaphus), regale Ungulato appartenente alla famiglia dei Cervidi.
Lo stesso habitat, seppure provvisto di un ricco sottobosco cespugliato, è occupato dal capriolo (Capreolus capreolus), aggraziato cervide dalle abitudini elusive.
Tra i Lagomorfi la lepre comune (Lepus europaeus) è distribuita uniformemente tra i fondovalle e i 1500 metri di quota, in prossimità degli incolti e dei boschi di latifoglie ricchi di radure.
In corrispondenza del piano culminale, nelle praterie alpine e nelle pietraie vivono la lepre variabile (Lepus timidus), l'ermellino (Mustela erminea) e la marmotta (Marmota marmota), grosso Roditore diffuso, nel Parco, tra i 1800 e i 2800 metri di altitudine. L'organizzazione sociale di questa specie prevede che un componente della colonia funga da sentinella e segnali la presenza di potenziali nemici attraverso l'emissione di un fischio stridulo. L'arvicola delle nevi (Microtus nivalis) è un piccolo Roditore che vive in tane scavate nel terreno nell'orizzonte subalpino ed alpino.
Oltre il limite della vegetazione arborea è possibile osservare il camoscio (Rupicapra rupicapra) e lo stambecco (Capra ibex), eleganti Ungulati appartenenti alla famiglia dei Bovidi, che prediligono le rocce più impervie e scoscese del Parco. Il camoscio, animale dalle abitudini gregarie, si differenzia dallo stambecco, oltre che per le dimensioni ridotte e per la presenza, in entrambi i sessi, di piccole corna ripiegate ad uncino, per la maggiore elusività.

Numerosissime sono le specie di avifauna che vivono nei diversi ambienti dei Parco. Caratteristici dei boschi dell'orizzonte submontano sono i Picidi quali il picchio verde (Picus viridis), il picchio rosso maggiore (Picoides major) -facilmente individuabile grazie al caratteristico richiamo, un breve e acuto kik che viene emesso molto velocemente - ed il raro picchio nero (Dryocopus martius), la cui presenza è strettamente legata alla disponibilità di vecchi alberi marcescenti. Durante la primavera e l'estate esso si nutre soprattutto di larve di insetti parassiti degli alberi, che ricerca scavando buchi nel tronco; in autunno ed in inverno si nutre degli insetti svernanti sotto le cortecce e dei semi delle pigne. Per poter estrarre i pinoli il picchio incastra le pigne in una fessura della corteccia di un albero, generalmente sempre lo stesso, che si riconosce per le pigne già utilizzate che si accumulano alla sua base.
La civetta capogrosso (Aegolius funereus) è uno Strigiforme che vive nei boschi d'alto fusto con presenza di larice e nidifica volentieri nelle cavità prodotte dai picchi. Altri rapaci notturni che vivono nel Parco sono la civetta nana (Glaucidium passerinum), l'allocco (Strix aluco) e il gufo comune (Asio otus), che predilige i boschi frammisti a radure. Fra i rapaci diurni si ricordano il falco pecchiaiolo (Pernis apivorus), lo sparviere (Accipiter nisus), la poiana (Buteo buteo), il gheppio (Falco tinnunculus), l'astore (Accipiter gentilis) presente nelle foreste di conifere a quote comprese tra i 1000 ed i 1800 metri di quota.
Nel Parco vivono anche i Tetraonidi, uccelli di particolare interesse a causa della loro rarità e delle notevoli esigenze ecologiche. Nei boschi misti con ricco sottobosco è possibile avvistare il francolino di monte (Bonasia bonasia), mentre il fagiano di monte o gallo forcello (Tetrao tetrix) predilige i lariceti e gli arbusteti alpini tra i 1600 ed i 2200 m di quota. Il gallo forcello è una specie poligama in cui il corteggiamento avviene, dopo un susseguirsi di inseguimenti e combattimenti tra maschi per aggiudicarsi, mediante parate, danze e canti alle prime luci dell'alba, la migliore arena di canto (area in genere pianeggiante e priva di vegetazione che viene riutilizzata ogni anno). Nelle arene di canto, al termine delle esibizioni, avviene l'accoppiamento delle femmine con i maschi dominanti.
Rarissimo è il gallo cedrone (Tetrao urogallus), specie che vive solo in ambienti naturali integri e che è ormai relegata, con consistenze irrisorie, in pochi ambiti boscati della Val Paghera di Vezza d'Oglio e della località Olda di Sonico. Il suo habitat è essenzialmente costituito da foreste miste di latifoglie e conifere, con abbondante sottobosco erbaceo ed arbustivo, rigogliosa rinnovazione e presenza di vetusti esemplari arborei necessari alla specie come posatoi e per l'involo. Il gallo cedrone è particolarmente sensibile al disturbo antropico.
La pernice bianca (Lagopus mutus) è il tetraonide che vive alle quote più elevate. Analogamente alla lepre variabile ed all'ermellino in inverno assume una livrea completamente bianca che le consente di mimetizzarsi perfettamente con l'ambiente da lei frequentato, al limite delle nevi perenni a quote comprese tra i 2300 ed i 2800 m di quota. Nel piano culminale era un tempo diffusa la coturnice (Alectoris graeca), specie rupicola il cui habitat ideale coincide con i versanti aridi esposti a sud tra i 1700 ed i 2300 metri di quota.
La prateria alpina è abitata dal culbianco (Oenanthe oenanthe), dal sordone (Prunella collaris) e dal fringuello alpino (Montifringilla nivalis).
Sui dirupi rocciosi degli orizzonti estremi nidificano l'aquila reale (Aquila chrysaëtos) ed il gracchio alpino (Pyrrhocorax graculus). L'aquila, specie territoriale e monogama, durante l'estate si nutre soprattutto di marmotte, giovani ungulati, ricci, volpi, corvidi e passeriformi. In inverno e primavera consuma le carcasse degli erbivori selvatici e del bestiame domestico travolto da slavine.

Nelle acque correnti la specie ittica più frequente è la trota fario (Salmo trutta fario), presente sia per le periodiche immissioni di ripopolamento sia per la sua elevata capacità riproduttiva. La sottospecie originariamente autoctona è ampiamente diffusa nella media ed alta Val Camonica e nell'alta Valle del Caffaro, fino ad oltre 2000 m di quota. Altri Salmonidi presenti, seppure non autoctoni, sono la trota marmorata (Salmo trutta marmoratus) e la trota iridea (Salmo gairdneri). La fauna ittica del Parco comprende anche lo scazzone (Cottus gobio), presente nell'areale della trota fario seppure a quote più basse, e la sanguinerola (Phoxinus phoxinus), conosciuta con certezza solamente per i tratti inferiori dei principali torrenti del Parco Adamello.
Legati all'acqua e più in generale agli ambienti umidi almeno nelle prime fasi del ciclo vitale, sono gli Anfibi. Agli Urodeli appartengono salamandre e tritoni. La salamandra pezzata (Salamandra salamandra) abita le vallecole umide del bosco misto. Nel Parco è indicata per la Valle dei Re a Niardo, la Val Paghera di Ceto, la Val Saviore, la Val Malga e la Val d'Avio. La salamandra alpina (Salamandra atra) è più alto-montana ed alpina ed è ovunque vicariante della salamandra pezzata. Vive nei siti umidi e ombrosi dei bosco di conifere ed è presente fino alla fascia degli arbusti contorti, nella prateria e nei macereti alpini, in luoghi con elevato tasso di umidità ambientale. Nel Parco è segnalata solo per la Val Braone e per l'alta Val Malga (dintorni del Lago Baitone e presso il Rifugio Tonolini). Il tritone crestato (Triturus carnifex) è specie planiziale con ampia distribuzione submontana e montana, nelle valli interne può raggiungere anche la fascia subalpina. Predilige acque a lento corso, o stagnanti. Nel Parco, nonostante la sua ampia adattabilità, è segnalato solo per la località Lagoja, sopra Berzo Demo. Il tritone alpino (Triturus alpestris), proprio dei siti alto-montani, nelle Alpi frequenta laghi e laghetti nonché le anse dei torrenti ove la corrente è meno forte. Per il territorio del Parco è segnalato esclusivamente in alta Val d'Avio, presso Malga Lavedole.
La rarità dei tritoni in Valle Camonica è ritenuta dagli esperti anche conseguenza delle indiscriminate immissioni di trote, vere e proprie predatrici di Urodeli. Per quanto riguarda gli Anfibi Anuri, nel Parco sono presenti rane verdi, rane rosse e rospi propriamente detti. La rana verde per eccellenza (Rana esculenta) è segnalata unicamente per i dintorni di Breno, ma la sua presenza è possibile anche lungo il fondovalle di tutto il medio corso dell'Oglio. Al gruppo delle rane rosse è riferibile la rana temporaria (Rana temporaria), specie montana e subalpina solo temporaneamente acquatica: infatti, gli adulti si trovano dispersi sul territorio, anche lontano dall'elemento che ha assicurato il loro sviluppo. Nel Parco è segnalata in numerosissime località, anche oltre i 2000 metri di quota.
Il rospo comune (Bufo bufo), notoriamente erratico negli ambienti submontani e montani più diversi, è invece indicato solamente in Val Saviore e Val Malga.
La natrice dal collare (Natrix natrix) e la natrice tessellata (Natrix tessellata) sono legate alle acque stagnanti tra i 300 e i 1800 metri di quota. Le natrici sono segnalate nel territorio di Breno, Niardo, Cedegolo, Malonno, Vezza d'Oglio e Temù. In ambienti secchi con arbusti, ai margini boschivi, nelle radure e negli incolti, è possibile imbattersi nel biacco (Coluber viridiflavus) indicato, fra 650 e 1300 m di quota, per i dintorni di Breno, Ceto, Capo di Ponte, Berzo Demo, Valle di Saviore, Malonno e Sonico. Nello stesso orizzonte, ma più arboricolo, è possibile trovare il colubro di Esculapio (Elaphe longissima), che frequenta boschi, radure e ambienti ruderali. Un Colubride più xerofilo è il colubro liscio (Coronella austriaca), indicato per Breno, Val di Saviore e Val d'Avio. Fra gli Ofidi, le uniche specie velenose sono la vipera comune (Vipera aspis), ampiamente diffusa fra 500 e 1200 m, e il marasso (Vipera berus) che non pare condividere il territorio con essa e può essere considerato suo vicariante, diffuso fra l'orizzonte montano superiore e quello altoalpino. Fra i Rettili Sauri sono diffusi l'orbettino (Anguis fragilis), che vive nella lettiera dei boschi e nei terreni ricchi di humus, la lucertola muraiola (Podarcis muralis), il ramarro (Lacerta bilineata), che abita gli arbusteti, i pendii e le radure dei boschi soleggiati. Il Sauro più interessante dal punto di vista naturalistico è però la lucertola vivipara (Lacerta vivipara), presente in molte località, per lo più nel rodoreto e nei siti esposti ma umidi, o addirittura presso i ruscelli, da 1230 a 2550 m.

A differenza degli altri complessi montuosi di origine sedimentaria appartenenti alle Alpi Meridionali, le rocce costitutive del Gruppo dell'Adamello hanno origine magmatica, intrusiva. Il processo di raffreddamento dei "plutoni" provenienti dal centro della Terra e penetrati nelle fratture di rocce preesistenti ha preso inizio circa 42 milioni di anni fa, a partire dalla zona del Monte Re di Castello ed è terminata, estendendosi verso nord (Monte Presanella), circa 29 milioni di anni fa.
I tipi principali di rocce magmatiche presenti nel massiccio adamellino sono i seguenti:
quarzodioriti (Monte Adamello, Monte Avio)
tonaliti a grana grossa (Corno Baitone, Val Miller, Val Salarno, Valle Adamé)
granodioriti (Monte Re di Castello, Cima Laione, Cima Terre Fredde, Alta Valle di Stabio).
Queste ultime formano il nucleo del Gruppo (M. Adamello, M. Fumo, Valli d'Avio e Paghéra).
Tonaliti a grana grossa costituiscono il Corno Baitone, le Valli Miller, di Salarno e Adamé; mentre di quelle a grana minuta sono il Re di Castello, M. Listino, la Val di Stabio ecc.
Tra i minerali fondamentali delle rocce dell'Adamello si trovano il quarzo, il feldspato, l'orneblenda, il plagioclasio. Il magma incandescente, sgorgato dal profondo, ha metamorfosato "per contatto" le preesistenti rocce di origine sedimentaria, derivanti da antiche barriere coralline, di cui oggi rimangono significativi resti solamente nella porzione meridionale del Parco, in particolare in Val fredda e Val di Cadino. Calcari e dolomie sono stati trasformati in marmi saccaroidi e calcefiri (Corna Bianca), mentre nella parte più settentrionale del Parco le arenarie sono state metamorfosate in granati (Corno delle Granate). La natura cristallina ed impermeabile delle rocce del Gruppo dell'Adamello, agendo in modo sinergico con la presenza del ghiacciaio, determina una significativa abbondanza di sorgenti e corsi d'acqua, che un tempo davano origine a torrenti di grande portata e cascate suggestive e spettacolari.
I calcari puri si sono trasformati in marmi, i materiali argillosi in rocce microcristalline con frattura scheggiosa (usate tradizionalmente come piòde per coprire gli edifici rurali in Valle Camonica) o in formazioni cristalline che contengono minerali accessori come miche e granati.
Le forme attuali delle montagne sono in gran parte modellate dalla plurimillenaria azione dei ghiacciai e dai successivi fenomeni di erosione prodotti dagli agenti atmosferici.
Nella prima metà del Novecento ha preso avvio un'azione di sbarramento e captazione di numerosi corpi idrici del Parco, in particolare nelle conche del Lago d'Arno e del Lago Baitone, in Val Salarno e Val d'Avio, opere facenti capo a due imponenti impianti idroelettrici, quelli di S. Fiorano e di Edolo.



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sabato 4 luglio 2015

IL BOSCO DEL GIOVETTO



La Riserva Regionale dei Boschi del Giovetto nasce nel 1983, ma già in precedenza questa zona aveva destato l’interesse dei ricercatori, a causa della presenza di una particolare specie di formica.
Il territorio su cui si estende la Riserva parte dal Comune di Borno e sale da 1200 m. di altitudine fino a 2300.
L’area protetta è di 650 ettari, quasi completamente ricoperti da abeti rossi, e popolati da varie specie di animali: volpi, faine, scoiattoli, lepri, caprioli e diversi tipi di uccelli. Ma l’animale più interessante è un insetto particolare: la formica rufa. La Riserva del Giovetto è la prima area in Europa ad aver creato un ambiente di protezione per queste formiche, che svolgono una funzione di difesa del bosco, contrastando l’attività di specie dannose all’ecosistema.
La formica rufa è preziosa per l’equilibrio biologico del bosco, al punto che alcuni formicai (che possono contenere da 200.000 a 500.000 esemplari) vengono esportati in zone in cui non sono presenti.

Il sito è stato classificato come Sito di Importanza Comunitaria nel 2003 e come Zona di Protezione Speciale nel 2004 inserendosi tra i Siti della regione biogeografia “Alpina”.
Circa l’86% del territorio del sito è costituito da boschi d’alto fusto di conifere, dove è possibile incontrare gli acervi della Formica rufa, simbolo della Riserva Naturale. Ai boschi di abete rosso (Picea abies) si accompagnano o si sostituiscono l’abete bianco (Abies alba) e il faggio (Fagus sylvatica) sui versanti più ombrosi, ed il larice (Larix decidua) alle quote più elevate. Pascoli e prati si insediano tra i boschi a testimoniare la passata attività alpestre.

L'assetto geologico della Riserva é costituito da formazioni sedimentarie Triassiche con prevalenza di depositi argillo - marnosi facilmente erodibili che danno luogo a forme arrotondate e pendii poco acclivi, e per brevi tratti da depositi calcareo-marnosi meno degradabili affioranti nelle zone più ripide. I primi, di colore bruno nerastro, appaiono intensamente fogliettati per effetto d'un fitto sistema di fratture; i secondi, di colore grigiastro, sono piuttosto compatti e più o meno stratificati. Verso i limiti inferiori della Riserva (loc. Paen), dove la pendenza é decisamente comoda, le rocce in posto sono ricoperte da una coltre di depositi glaciali e fluvio-glaciali con ciottoli di rocce rossastre. I depositi di versante, particolarmente estesi nella zona della "Paghera" (versante scalvino), sono costituiti da detriti stabilizzati formati da minuscole schegge di argilliti, localmente chiamati "mortès". Allo sbocco degli impluvi, nei dintorni dei valico di Croce di Salven (zona di confluenza del ghiacciaio dell'Oglio con quello della Val di Scalve), si riscontrano depositi detritici trascinati dalle acque e costituiti da ciottoli calcarei grossolani e sabbie.

La copertura vegetazionale della Riserva a colpo d'occhio é caratterizzata da almeno tre tipi: i boschi, i cespuglieti e le praterie. Subito colpisce la superficie boscata, estesa sull'82% del territorio, dai 950 m. (versante scalvino), fino a 1.850 m., formante un manto relativamente compatto ed omogeneo costituito in netta prevalenza da fustaie di abete rosso (pagher). Ad un esame più dettagliato la vegetazione forestale si può comunque distinguere in tre fasce. Dai limiti inferiori, fino a 1250-1300 m. nelle esposizioni fresche, i boschi tendono ad essere per lo più misti di abete rosso ed abete bianco. (Abieti-Faggeto). Il bosco misto si presenta pertanto eterogeneo, formato da gruppi e da piante di varia età con sottobosco relativamente ricco di muschi, felci, ed altre specie erbacee ed arbustive. Dove la dotazione d'acqua nel terreno si riduce, o dove maggiore é il soleggiamento, prevale l'abete rosso con mescolanze poco significative di latifoglie come faggio, frassino maggiore acero montano e nocciolo. Dai 1250-1300 m. ai 1450-1550 m. (Pecceta montana), i boschi sono dominati dell'abete rosso con limitate partecipazioni di abete bianco e talvolta larice. Quest'ultima conifera, facilmente individuabile nel tardo autunno per il colore giallo dorato che le sue foglie assumono prima di staccarsi, é presente in misura significativa solo in un limitato tratto del versante bornese, a seguito di introduzione artificiale. Dai 1450-1550 m. fino al limite della vegetazione arborea, aggirantesi attorno ai 1750-1850 m. (Pecceta subalpina), il bosco tende gradualmente ad aprirsi diradandosi o formando gruppi intercalati da radure, ricche di sottobosco arbustivo con ontano alpino, sorbo degli uccellatori, rododendro e mirtilli, dove la vita animale e vegetale é particolarmente ricca. L'abete rosso, pressoché esclusivo in basso, verso l'alto cede il posto al larice. Nei modesti lembi di lariceto la vegetazione dei sottobosco é multiforme, con abbondanti specie erbacee dalla ricca fioritura primaverile. Il larice colonizza le superfici temporaneamente prive di bosco ed i tratti di pascolo abbandonato, consentendo sotto la sua protezione l'insediamento dell'abete rosso. I cespuglieti caratterizzano soprattutto gli impluvi più ripidi della Val Giogna ed una discreta fascia sul versante nord, dove la neve permane più a lungo.
Oltre all'ontano alpino, che insieme ai rododendri forma serrate boscaglie nella zona marginale al pascolo del Costone, lungo gli impluvi sono frequenti il laburno alpino ed i salici.
Le praterie, comprendenti prati-pascoli, pascoli e praterie secondarie incolte, traggono tutte origine dalla eliminazione artificiale del bosco al fine di aumentare l'area disponibile per il pascolo. I prati-pascoli interessano piccole superfici verso i limiti inferiori dell'area protetta; i pascoli riguardano i modesti insediamenti stagionali di malga Creisa e Paiano, in Comune di Borno, e di malga Costone prevalentemente sul versante scalvino, tuttora utilizzati rispettivamente con bestiame bovino ed ovino. Le praterie secondarie incolte occupano le zone più ripide verso la sorgente "Cerovine".

In particolare nel versante di Borno è stato favorito il bosco coetaneo di abete rosso trattato a taglio raso per ottenere periodicamente grossi quantitativi di legname, anche a scapito della continuità della copertura forestale; al contrario nel versante della Valle di Scalve, grazie anche a condizioni ambientali favorevoli, il bosco è sempre stato più o meno misto di Abete bianco e Abete rosso ed il trattamento praticato è stato in prevalenza a scelta con diametri di taglio piuttosto bassi.

Il territorio della riserva garantisce agli escursionisti ampi e piacevoli trekking. L’area è visitabile tutto l’anno, ma è senza dubbio dalla primavera all’autunno che si possono fotografare gli splendidi paesaggi al tramonto, osservare il brulichio delle instancabili formiche ed incontrare il bestiame al pascolo.
Il cammino consigliato per scoprire le bellezze che la riserva offre è il “Percorso dei mestieri nel bosco”: partendo da Azzone, è un percorso tematico che evidenzia le tracce delle attività legate in passato ai boschi. S’incontrano un’antica segheria ad acqua, i resti di una calchera e numerose aie carbonili. A scopo dimostrativo è stato anche ricostruito un pojàt per la fabbricazione del carbone di legna, con il modesto ricovero dei carbonai che per giorni curavano costantemente la “cottura” del cumulo di legna. Nella radura del Roccolo del Pianès è illustrata la tradizionale attività di cattura degli uccelli di passo. L’intero percorso è circondato da centinaia di formicai
La riserva è accessibile da Azzone, in Val di Scalve. Lasciato il paese si segue la carrareccia fino alla Val Giogna, da dove ha inizia l’area protetta.

Unica zona protetta in Italia a difesa della formica rufa, istituita nel marzo del 1985, ha lo scopo di studiare metodi di utilizzazione dei boschi e dei pascoli per il raggiungimento della massima stabilita ambientale. La formica rufa è oggetto di intenso studio per la interessante organizzazione sociale che la caratterizza e per la importante funzione di conservazione dell'equilibrio dell'ecosistema forestale.



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