Visualizzazione post con etichetta regionale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta regionale. Mostra tutti i post

lunedì 6 luglio 2015

IL PARCO REGIONALE DELL'ADAMELLO

.


Il Parco dell’Adamello è situato nelle Alpi Retiche, e prende il nome dal massiccio omonimo dell’Adamello. In un territorio così vasto esistono naturalmente diverse tipologie ambientali, sia dal punto di vista geologico, sia rispetto alla flora e alla fauna. All’interno del Parco si incontrano boschi di castagni, di latifoglie e, più in alto, di conifere, fino ad una fascia di arbusti e di splendidi fiori di montagna. In tutta l’area protetta sono presenti diversi animali: volatili di varie specie (anche l’aquila reale e il gallo cedrone), pesci, rettili e mammiferi, tra cui cervi, caprioli, stambecchi (appena reintrodotti), lepri e marmotte. Le vie di accesso al Parco sono numerose, esistono alcuni centri-visita (Vezza d’Oglio e Saviore dell’Adamello) e sono presenti varie aree da pic-nic, molti rifugi alpini e bivacchi, e considerevoli tracce della Grande Guerra (trincee, postazioni, resti di baracche).


L'importanza del Parco dell'Adamello è accresciuta dalla sua posizione, perché esso funge da ponte tra i due parchi che gli sono limitrofi: al suo limite orientale si trova il Parco trentino Adamello-Brenta, al limite settentrionale il Parco dello Stelvio, a sua volta limitrofo del Parco Nazionale svizzero dell'Engadina. In tal modo si è venuta a costituire nel cuore dell'Europa un'area protetta di 250.000 ettari, la più grande delle Alpi e tra le più affascinanti. Di essa il Parco dell'Adamello rappresenta la punta meridionale.

Il Gruppo dell'Adamello, sede del ghiacciaio più vasto d'Italia (secondo le stime attuali circa 18 km² di superficie), presenta una conformazione a raggiera, per cui dai ghiacciai centrali dell'acrocoro culminante si dipartono creste e catene montuose che, a loro volta, si articolano nei sottogruppi del Baitone, del Frisozzo e del Blumone. Cime, creste, monti dominano il complesso di numerose valli diramate per tutto il Parco, in modo da dividere le varie catene.

La flora del Parco regionale dell Adamello è composta da varie specie di piante aghiformi come l'abete rosso (Picea abies) pianta molto diffusa con tronco rosso, l'abete bianco (Abies alba), il larice(Larix decidua) con tronco diritto tendente al bianco ed il pino cembro o cirmolo (Pinus cembra) pino di alta montagna ottimo per le sculture per la sua composizione molle. Vi sono inoltre molte piante di caducifoglie come il carpino nero, legno molto duro adatto per il fuoco, presenta foglie seghettate, il carpino bianco (Carpinus betulus) meno duro del fratello, con tronco sottile e foglie seghettate , l' acero (Acer pseudoplatanus) con la tipica foglia a stella e dal quale si ricava lo sciroppo, il faggio (Fagus sylvatica) altro albero da fuoco con foglia liscia, il tiglio (Tiliae platyphyllos) in primavera emette un profumo talmente intenso da non far quasi respirare, il nocciolo (Corylus avellana) che cresce in famiglie: gruppi uniti di alberi in uno spazio ristretto, cresce all inizio del bosco dove picchia il sole, il viburno (Viburnum opulus) sembra quasi un germoglio ed è flessibilissimo, si usava per fare corde o lacci, la quercia Quercus coccifera) pianta grande che per frutti ha le ghiande e le foglie con vari ed ampi lobi, il rovere (Quercus petraea) stessa famiglia della quercia con la differenza che è più piccolo e con solcature sul tronco più profonde, la betulla ( Betula alba) albero bianco che cresce diritto per circa 10-20m, l acacia con lunghe spine e legno durissimo da lavorare ed il frassino (Fraxcinur excelsior) con curve mai brusche che ricordano un corpo femminile. Per quanto riguarda i fiori o piante erbacee vi sono i cardi(Carduus spp.) e le tipiche stelle alpine( Leontopodium alpinum) insieme ad innumerevoli altri fiori presenti in tutto l arco alpino. Crescono anche funghi di una varietà incredibile dovuta ai vari ambienti che offre il parco: boschi umidi ricchi di muschio dove abbondano amanite o porcini; colline soleggiate dove raccogliere chiodini e boschi soleggiati dove si trovano le mazze di tamburo e le vesce, che in queste zone sono chiamate in dialetto "scurese del uf" per via della tecnica di riproduzione che questo fungo adotta quando marcisce: se lo si preme emette nuvolette gialle ricche di spore che ricordano delle flatulenze e che, trasportate dal vento, vanno a depositarsi nelle varie zone boschive. Vi sono funghi mortali come le amanite phalloides facilmente confondibili con altri funghi commestibili, perciò occorre essere attrezzati di libro, conoscenza e di licenza. Crescono anche frutti di bosco come lamponi, more e ribes. Attenzione anche in questo campo a riconoscere quelli commestibili da quelli maligni come la belladonna dalle bacche rosse facilmente ingannevoli.
Numerose altre specie meritano di essere citate in quanto di grande interesse fitogeografico grazie alla loro rarità. Tra queste si annoverano la meravigliosa Scarpetta di Venere, Cypripedium calceolus, Leontopodium alpinum, Andromeda polifolia, Lycopodiella inundata, Vaccinium microcarpum, Utricularia minor, Carex microglochin, C. pauciflora, Scheuchzeria palustris, Menyanthes trifoliata, Tulipa australis, Listera cordata, Dactylorhiza cruenta, D. lapponica, Trientalis europaea, Primula minima, Vitaliana primulaeflora, Gentianella tenella, Saussurea alpina, Ranunculus seguieri.
Per la maggior parte queste specie costituiscono dei relitti glaciali, conservatisi nella fascia nivale dell'Arco Alpino in quanto unico ambiente residuo dell'epoca glaciale, durante la quale gli endemismi sopra descritti sono giunti sulle Alpi dai Paesi Nord Europei.
La fauna del parco regionale dell'Adamello è la tipica fauna presente in tutto l arco alpino e in altre regioni come Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli, Piemonte e Valle d Aosta. Gli animali che caratterizzano questo parco hanno adottato tecniche per vivere nell'ambiente ostile in cui vivono sviluppando corporature ben precise e abitudini invernali- estive differenti. la stagione più dura è sicuramente l' inverno, molto rigido con fitte nevicate e temperature che possono scendere fino a -30 °C. Per superare questa stagione le tecniche utilizzate dagli animali per sopravvivere sono tre: letargo, migrazione o adattamento all'ambiente invernale pur mantenendo le normali abitudini. Un altro aspetto fondamentale che caratterizza la fauna dell Adamello è la biodiversità, ovvero l' insieme di tutti gli esseri viventi e degli ecosistemi presenti nel medesimo ambiente. La biodiversità è un parametro fondamentale per stabilire la ricchezza e la contaminazione di un territorio in quanto una buona e vasta catena alimentare può esistere solo in ambienti non compromessi, soprattutto dall'influenza umana. Le specie e le famiglie di animali che popolano la valle sono molte e differenti: pesci come le trote fario, uccelli come il prispolone o l' aquila reale, mammiferi di piccola dimensione come la martora o di grande dimensione come il camoscio, rettili come la vipera e anfibi come la rana temporaria.


Nel Parco Adamello è presente tutta la fauna alpina compreso l'orso (Ursus arctos) che da qualche anno ormai interessa con la sua presenza anche i territori del nostro Parco. Al momento non si hanno indicazioni certe sulle aree di svernamento, ma in diverse zone e in diversi periodi la presenza di questo splendido animale è data ormai per assodata. E' comunque in atto un progetto di monitoraggio di orso (Ursus arctos) e lupo (Canis lupus) per meglio comprendere le dinamiche di ripopolamento sul territorio da parte di queste specie.
In corrispondenza dei fondovalle e nei boschi di latifoglie e conifere vivono alcuni tra i più noti rappresentanti della famiglia dei Mustelidi: il tasso (Meles meles), elusivo carnivoro dalle abitudini notturne che predilige ambienti boscosi, soleggiati e cespugliati a margine dei coltivi, la faina (Martes foina), diffusa in prossimità dei coltivi e degli incolti, la martora (Martes martes), specie arboricola legata alla foresta matura e la donnola (Mustela nivalis), presente nei boschi dell'orizzonte montano in Val Paghera di Ceto, conca del Lago d'Arno, piana del Gaver.
Il riccio (Erinaceus europaeus), specie insettivora, è ampiamente diffuso dal piano basale fino a 1500 metri circa di quota, nei boschi di latifoglie frammisti a radure e al margine dei seminativi.
Fra i Roditori arboricoli è facile avvistare lo scoiattolo (Sciurus vulgaris), che predilige i boschi di latifoglie e conifere dai 500 ai 2000 metri di quota, mentre il ghiro (Glis glis), seppur legato alle foreste mature di caducifoglie, può essere avvistato anche in prossimità dei fienili.
La volpe (Vulpes vulpes), specie ubiquitaria, predilige ambienti selvaggi ricchi di copertura vegetale, anfratti cespugliati e rocce che le permettono di stabilirvi le tane, dai 500 fino ai 2000 metri di quota. Le foreste miste a radure dell'orizzonte submontano e montano sono frequentate, rispettivamente, dal toporagno (Sorex araneus) e dal toporagno alpino (Sorex alpinus).
Tra i 500 e i 1800 metri, in ampie radure al margine delle foreste miste di latifoglie e conifere e nelle peccete non chiuse vive il cervo (Cervus elaphus), regale Ungulato appartenente alla famiglia dei Cervidi.
Lo stesso habitat, seppure provvisto di un ricco sottobosco cespugliato, è occupato dal capriolo (Capreolus capreolus), aggraziato cervide dalle abitudini elusive.
Tra i Lagomorfi la lepre comune (Lepus europaeus) è distribuita uniformemente tra i fondovalle e i 1500 metri di quota, in prossimità degli incolti e dei boschi di latifoglie ricchi di radure.
In corrispondenza del piano culminale, nelle praterie alpine e nelle pietraie vivono la lepre variabile (Lepus timidus), l'ermellino (Mustela erminea) e la marmotta (Marmota marmota), grosso Roditore diffuso, nel Parco, tra i 1800 e i 2800 metri di altitudine. L'organizzazione sociale di questa specie prevede che un componente della colonia funga da sentinella e segnali la presenza di potenziali nemici attraverso l'emissione di un fischio stridulo. L'arvicola delle nevi (Microtus nivalis) è un piccolo Roditore che vive in tane scavate nel terreno nell'orizzonte subalpino ed alpino.
Oltre il limite della vegetazione arborea è possibile osservare il camoscio (Rupicapra rupicapra) e lo stambecco (Capra ibex), eleganti Ungulati appartenenti alla famiglia dei Bovidi, che prediligono le rocce più impervie e scoscese del Parco. Il camoscio, animale dalle abitudini gregarie, si differenzia dallo stambecco, oltre che per le dimensioni ridotte e per la presenza, in entrambi i sessi, di piccole corna ripiegate ad uncino, per la maggiore elusività.

Numerosissime sono le specie di avifauna che vivono nei diversi ambienti dei Parco. Caratteristici dei boschi dell'orizzonte submontano sono i Picidi quali il picchio verde (Picus viridis), il picchio rosso maggiore (Picoides major) -facilmente individuabile grazie al caratteristico richiamo, un breve e acuto kik che viene emesso molto velocemente - ed il raro picchio nero (Dryocopus martius), la cui presenza è strettamente legata alla disponibilità di vecchi alberi marcescenti. Durante la primavera e l'estate esso si nutre soprattutto di larve di insetti parassiti degli alberi, che ricerca scavando buchi nel tronco; in autunno ed in inverno si nutre degli insetti svernanti sotto le cortecce e dei semi delle pigne. Per poter estrarre i pinoli il picchio incastra le pigne in una fessura della corteccia di un albero, generalmente sempre lo stesso, che si riconosce per le pigne già utilizzate che si accumulano alla sua base.
La civetta capogrosso (Aegolius funereus) è uno Strigiforme che vive nei boschi d'alto fusto con presenza di larice e nidifica volentieri nelle cavità prodotte dai picchi. Altri rapaci notturni che vivono nel Parco sono la civetta nana (Glaucidium passerinum), l'allocco (Strix aluco) e il gufo comune (Asio otus), che predilige i boschi frammisti a radure. Fra i rapaci diurni si ricordano il falco pecchiaiolo (Pernis apivorus), lo sparviere (Accipiter nisus), la poiana (Buteo buteo), il gheppio (Falco tinnunculus), l'astore (Accipiter gentilis) presente nelle foreste di conifere a quote comprese tra i 1000 ed i 1800 metri di quota.
Nel Parco vivono anche i Tetraonidi, uccelli di particolare interesse a causa della loro rarità e delle notevoli esigenze ecologiche. Nei boschi misti con ricco sottobosco è possibile avvistare il francolino di monte (Bonasia bonasia), mentre il fagiano di monte o gallo forcello (Tetrao tetrix) predilige i lariceti e gli arbusteti alpini tra i 1600 ed i 2200 m di quota. Il gallo forcello è una specie poligama in cui il corteggiamento avviene, dopo un susseguirsi di inseguimenti e combattimenti tra maschi per aggiudicarsi, mediante parate, danze e canti alle prime luci dell'alba, la migliore arena di canto (area in genere pianeggiante e priva di vegetazione che viene riutilizzata ogni anno). Nelle arene di canto, al termine delle esibizioni, avviene l'accoppiamento delle femmine con i maschi dominanti.
Rarissimo è il gallo cedrone (Tetrao urogallus), specie che vive solo in ambienti naturali integri e che è ormai relegata, con consistenze irrisorie, in pochi ambiti boscati della Val Paghera di Vezza d'Oglio e della località Olda di Sonico. Il suo habitat è essenzialmente costituito da foreste miste di latifoglie e conifere, con abbondante sottobosco erbaceo ed arbustivo, rigogliosa rinnovazione e presenza di vetusti esemplari arborei necessari alla specie come posatoi e per l'involo. Il gallo cedrone è particolarmente sensibile al disturbo antropico.
La pernice bianca (Lagopus mutus) è il tetraonide che vive alle quote più elevate. Analogamente alla lepre variabile ed all'ermellino in inverno assume una livrea completamente bianca che le consente di mimetizzarsi perfettamente con l'ambiente da lei frequentato, al limite delle nevi perenni a quote comprese tra i 2300 ed i 2800 m di quota. Nel piano culminale era un tempo diffusa la coturnice (Alectoris graeca), specie rupicola il cui habitat ideale coincide con i versanti aridi esposti a sud tra i 1700 ed i 2300 metri di quota.
La prateria alpina è abitata dal culbianco (Oenanthe oenanthe), dal sordone (Prunella collaris) e dal fringuello alpino (Montifringilla nivalis).
Sui dirupi rocciosi degli orizzonti estremi nidificano l'aquila reale (Aquila chrysaëtos) ed il gracchio alpino (Pyrrhocorax graculus). L'aquila, specie territoriale e monogama, durante l'estate si nutre soprattutto di marmotte, giovani ungulati, ricci, volpi, corvidi e passeriformi. In inverno e primavera consuma le carcasse degli erbivori selvatici e del bestiame domestico travolto da slavine.

Nelle acque correnti la specie ittica più frequente è la trota fario (Salmo trutta fario), presente sia per le periodiche immissioni di ripopolamento sia per la sua elevata capacità riproduttiva. La sottospecie originariamente autoctona è ampiamente diffusa nella media ed alta Val Camonica e nell'alta Valle del Caffaro, fino ad oltre 2000 m di quota. Altri Salmonidi presenti, seppure non autoctoni, sono la trota marmorata (Salmo trutta marmoratus) e la trota iridea (Salmo gairdneri). La fauna ittica del Parco comprende anche lo scazzone (Cottus gobio), presente nell'areale della trota fario seppure a quote più basse, e la sanguinerola (Phoxinus phoxinus), conosciuta con certezza solamente per i tratti inferiori dei principali torrenti del Parco Adamello.
Legati all'acqua e più in generale agli ambienti umidi almeno nelle prime fasi del ciclo vitale, sono gli Anfibi. Agli Urodeli appartengono salamandre e tritoni. La salamandra pezzata (Salamandra salamandra) abita le vallecole umide del bosco misto. Nel Parco è indicata per la Valle dei Re a Niardo, la Val Paghera di Ceto, la Val Saviore, la Val Malga e la Val d'Avio. La salamandra alpina (Salamandra atra) è più alto-montana ed alpina ed è ovunque vicariante della salamandra pezzata. Vive nei siti umidi e ombrosi dei bosco di conifere ed è presente fino alla fascia degli arbusti contorti, nella prateria e nei macereti alpini, in luoghi con elevato tasso di umidità ambientale. Nel Parco è segnalata solo per la Val Braone e per l'alta Val Malga (dintorni del Lago Baitone e presso il Rifugio Tonolini). Il tritone crestato (Triturus carnifex) è specie planiziale con ampia distribuzione submontana e montana, nelle valli interne può raggiungere anche la fascia subalpina. Predilige acque a lento corso, o stagnanti. Nel Parco, nonostante la sua ampia adattabilità, è segnalato solo per la località Lagoja, sopra Berzo Demo. Il tritone alpino (Triturus alpestris), proprio dei siti alto-montani, nelle Alpi frequenta laghi e laghetti nonché le anse dei torrenti ove la corrente è meno forte. Per il territorio del Parco è segnalato esclusivamente in alta Val d'Avio, presso Malga Lavedole.
La rarità dei tritoni in Valle Camonica è ritenuta dagli esperti anche conseguenza delle indiscriminate immissioni di trote, vere e proprie predatrici di Urodeli. Per quanto riguarda gli Anfibi Anuri, nel Parco sono presenti rane verdi, rane rosse e rospi propriamente detti. La rana verde per eccellenza (Rana esculenta) è segnalata unicamente per i dintorni di Breno, ma la sua presenza è possibile anche lungo il fondovalle di tutto il medio corso dell'Oglio. Al gruppo delle rane rosse è riferibile la rana temporaria (Rana temporaria), specie montana e subalpina solo temporaneamente acquatica: infatti, gli adulti si trovano dispersi sul territorio, anche lontano dall'elemento che ha assicurato il loro sviluppo. Nel Parco è segnalata in numerosissime località, anche oltre i 2000 metri di quota.
Il rospo comune (Bufo bufo), notoriamente erratico negli ambienti submontani e montani più diversi, è invece indicato solamente in Val Saviore e Val Malga.
La natrice dal collare (Natrix natrix) e la natrice tessellata (Natrix tessellata) sono legate alle acque stagnanti tra i 300 e i 1800 metri di quota. Le natrici sono segnalate nel territorio di Breno, Niardo, Cedegolo, Malonno, Vezza d'Oglio e Temù. In ambienti secchi con arbusti, ai margini boschivi, nelle radure e negli incolti, è possibile imbattersi nel biacco (Coluber viridiflavus) indicato, fra 650 e 1300 m di quota, per i dintorni di Breno, Ceto, Capo di Ponte, Berzo Demo, Valle di Saviore, Malonno e Sonico. Nello stesso orizzonte, ma più arboricolo, è possibile trovare il colubro di Esculapio (Elaphe longissima), che frequenta boschi, radure e ambienti ruderali. Un Colubride più xerofilo è il colubro liscio (Coronella austriaca), indicato per Breno, Val di Saviore e Val d'Avio. Fra gli Ofidi, le uniche specie velenose sono la vipera comune (Vipera aspis), ampiamente diffusa fra 500 e 1200 m, e il marasso (Vipera berus) che non pare condividere il territorio con essa e può essere considerato suo vicariante, diffuso fra l'orizzonte montano superiore e quello altoalpino. Fra i Rettili Sauri sono diffusi l'orbettino (Anguis fragilis), che vive nella lettiera dei boschi e nei terreni ricchi di humus, la lucertola muraiola (Podarcis muralis), il ramarro (Lacerta bilineata), che abita gli arbusteti, i pendii e le radure dei boschi soleggiati. Il Sauro più interessante dal punto di vista naturalistico è però la lucertola vivipara (Lacerta vivipara), presente in molte località, per lo più nel rodoreto e nei siti esposti ma umidi, o addirittura presso i ruscelli, da 1230 a 2550 m.

A differenza degli altri complessi montuosi di origine sedimentaria appartenenti alle Alpi Meridionali, le rocce costitutive del Gruppo dell'Adamello hanno origine magmatica, intrusiva. Il processo di raffreddamento dei "plutoni" provenienti dal centro della Terra e penetrati nelle fratture di rocce preesistenti ha preso inizio circa 42 milioni di anni fa, a partire dalla zona del Monte Re di Castello ed è terminata, estendendosi verso nord (Monte Presanella), circa 29 milioni di anni fa.
I tipi principali di rocce magmatiche presenti nel massiccio adamellino sono i seguenti:
quarzodioriti (Monte Adamello, Monte Avio)
tonaliti a grana grossa (Corno Baitone, Val Miller, Val Salarno, Valle Adamé)
granodioriti (Monte Re di Castello, Cima Laione, Cima Terre Fredde, Alta Valle di Stabio).
Queste ultime formano il nucleo del Gruppo (M. Adamello, M. Fumo, Valli d'Avio e Paghéra).
Tonaliti a grana grossa costituiscono il Corno Baitone, le Valli Miller, di Salarno e Adamé; mentre di quelle a grana minuta sono il Re di Castello, M. Listino, la Val di Stabio ecc.
Tra i minerali fondamentali delle rocce dell'Adamello si trovano il quarzo, il feldspato, l'orneblenda, il plagioclasio. Il magma incandescente, sgorgato dal profondo, ha metamorfosato "per contatto" le preesistenti rocce di origine sedimentaria, derivanti da antiche barriere coralline, di cui oggi rimangono significativi resti solamente nella porzione meridionale del Parco, in particolare in Val fredda e Val di Cadino. Calcari e dolomie sono stati trasformati in marmi saccaroidi e calcefiri (Corna Bianca), mentre nella parte più settentrionale del Parco le arenarie sono state metamorfosate in granati (Corno delle Granate). La natura cristallina ed impermeabile delle rocce del Gruppo dell'Adamello, agendo in modo sinergico con la presenza del ghiacciaio, determina una significativa abbondanza di sorgenti e corsi d'acqua, che un tempo davano origine a torrenti di grande portata e cascate suggestive e spettacolari.
I calcari puri si sono trasformati in marmi, i materiali argillosi in rocce microcristalline con frattura scheggiosa (usate tradizionalmente come piòde per coprire gli edifici rurali in Valle Camonica) o in formazioni cristalline che contengono minerali accessori come miche e granati.
Le forme attuali delle montagne sono in gran parte modellate dalla plurimillenaria azione dei ghiacciai e dai successivi fenomeni di erosione prodotti dagli agenti atmosferici.
Nella prima metà del Novecento ha preso avvio un'azione di sbarramento e captazione di numerosi corpi idrici del Parco, in particolare nelle conche del Lago d'Arno e del Lago Baitone, in Val Salarno e Val d'Avio, opere facenti capo a due imponenti impianti idroelettrici, quelli di S. Fiorano e di Edolo.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/la-valcamonica.html


                                  http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/il-monte-adamello.html





FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



.

domenica 29 marzo 2015

IL LOTO

.


Nelumbo Adans., 1763, è un genere di piante acquatiche, unico genere della famiglia delle Nelumbonaceae. Comprende due sole specie, originarie di America, Asia e Australia, con foglie molto decorative e grandi fiori di colore bianco, rosa, giallo e rosso, note col nome di fior di loto.

Le foglie raggiungono un diametro di 1 metro e oltre. Sono alte da 80 cm a oltre 1 m. Le foglie del Fior di loto hanno una struttura superficiale particolare che le rende estremamente idrofobiche e le mantiene costantemente pulite. Tale proprietà, che con la nanotecnologia si cerca di riprodurre per altri materiali quali tessuti e vernici, è chiamata effetto loto. Il fiore è composto da più di 20 petali di colori che vanno dal rosa scuro al bianco, il profumo è inebriante. La femmina del Fiore di Loto e il fiore di Lota, entrambi sono ermafrodite in quanto possono cambiare a loro volta sesso.

Esigono molte ore di completo irradiamento solare, ed il terreno deve essere molto pesante misto ad argilla e limo, necessitano di una copertura di 15-20 cm d'acqua, per poter mantenere le radici a temperatura calda e costante, vi sono varietà rustiche che nella stagione invernale non occorre proteggere.  Queste piante producono frutti i quali, giunti a maturazione, lasciano cadere i semi nell'acqua; Si moltiplicano per divisione dei rizomi sotterranei, o con la semina primaverile che, in condizioni ottimali, darà la prima fioritura già dopo 4 mesi. Possono essere coltivate in un vaso capiente alto almeno 40cm e con diametro di 35cm.

Può essere usata come pianta ornamentale per decorare stagni, vasche e laghetti, o coltivata in vasche idroponiche.
I particolari frutti, opportunamente essiccati, vengono utilizzati nelle composizioni floreali, per decorare saloni e appartamenti.
Nel loto, i fiori, i semi, le foglie giovani e i rizomi sono tutti commestibili. In Asia, i petali vengono mangiati mentre le foglie sono solitamente utilizzate come piatto per il cibo. I rizomi (pning in Cinese, ngau in Cantonese, bhe in India e Pakistan, e renkon in Giapponese) sono utilizzati come condimento per una zuppa o fritti. Petali, foglie e rizomi possono essere consumati anche crudi, ma il rischio di trasmissione di parassiti ne consiglia una consumazione cotta.
In Cina tutti gli anni viene festeggiata in autunno la luna e il giorno delle torte della luna, in cui si mangia e regala tradizionalmente la torta della luna, fatta con pasta di semi di loto e rossi d'uovo di anatra salati.
Il popolo cinese ritiene che il loto sia un cibo molto salutare e per questo esso è conosciuto e rinomato da molti secoli. Recenti studi lo hanno confermato e hanno dimostrato che esso è ricco di fibre, vitamina C, potassio, tiamina, riboflavina, vitamina B6, fosforo, rame e manganese e contiene pochi grassi.
I semi vengono mangiati assieme ad un'erba detta liánhuā cha o in particolare in Vietnam, gli stami essiccati vengono usati per la preparazione di un tè profumato. I semi del loto consistono in noccioline (dette liánzĭ, 蓮子; o xian liánzĭ, 鲜莲子, in cinese) e sono altrettanto versatili, e possono essere consumati freschi, essiccati o cucinati come i popcorn, se ne può ricavare inoltre una pasta utilizzata in pasticceria per la preparazione di dolciumi, o bolliti e ricoperti di zucchero per la preparazione di una tong sui (zuppa dolce).
Recentemente la nota casa del lusso italiana Loro Piana ha avviato un progetto con le popolazioni dell'Ille Lake in Birmania per la realizzazione di tessuto per sartoria ricavato dai gambi del fiore di loto. Per evitare l'essiccamento, esso va raccolto, rullato e filato entro 24 ore con speciali tecniche delle popolazioni locali tramandate da secoli. Si potranno produrre massimo 50 metri al mese. Attualmente il prezzo al pubblico è di circa 2.500,00 euro al metro.

Il decotto della pianta intera, o delle radici, contenenti tra l'altro oli essenziali, tannini, nelumbina e zinco, vanta proprietà, antidiarroiche, febbrifughe, emollienti, catarrali e antitussigene.
L'essiccazione della pianta, se bruciata come incensi su speciali bracieri, può provocare effetti allucinogeni.

La Nelumbo nucifera è il Loto indiano, fiore sacro per l'Induismo e il Buddhismo. È detto anche Loto blu, Giglio sacro o Fagiolo dell'India. È il fiore nazionale dell'India e del Vietnam. Il Loto ha tutto un complesso e antichissimo simbolismo filosofico e religioso, fra i quali il più noto è quello di rappresentazione dei centri energetici sottili nel corpo umano, detti chakra. È considerato anche simbolo di purezza, e questo probabilmente è dovuto al cosiddetto effetto loto, che è la capacità, osservata appunto nei Fiori di loto, di un materiale di mantenersi pulito autonomamente.

Secondo la tradizione la setta del Loto Bianco fu fondata nel 1280 in Cina dall'ultimo discendente della dinastia Sung sterminata dai Mongoli di Kublai Khan. Il giovane principe auspicava che potesse diventare l'elemento catalizzatore di gruppi di ispirazione buddhista che si opponevano agli invasori. I membri prestavano un rigido giuramento e mantenevano la segretezza. Si cingevano il capo con una sciarpa di seta rossa prima della battaglia: furono perciò chiamati i Ribelli del Turbante Rosso. L'organizzazione, formata da monaci, contadini, banditi e corsari, contribuì non poco alla cacciata dei Mongoli e fu guidata da Chu Yuan-chang che nel 1368 assunse il nome di Hung wu e divenne il primo imperatore della dinastia Ming. Questo termine deriva da un vocabolo segreto del linguaggio del Loto e significa "Pace" e "Ordine". Dopo la cacciata dei nemici, alcuni membri dell'organizzazione giunsero ad occupare alte cariche di potere, mentre altri abiurarono il proprio credo. Per più di due secoli e mezzo non ci fu più notizia della setta che risorse alla metà del XVII secolo quando i Ming furono spazzati dai Manciù, provenienti da nord. Sorsero allora molti movimenti politico-insurrezionali coordinati dalla Setta Profumata dell'Incenso, ovvero il rinato Loto Bianco: la Società del Cielo e della Terra, la Società degli Otto Diagrammi, la Società delle Nove Dimore. Questi movimenti attuarono diverse insurrezioni contro gli impopolari invasori Manciù, incluse la grande rivolta del 1794 e il clamoroso assalto alla Città Proibita di Pechino nel 1814. Successivamente, ottenuta l'indipendenza, queste organizzazioni segrete mutarono in bande di briganti o in gruppi religiosi militanti e pacifisti. Ultime esperienze dei Ribelli del Turbante Rosso sarebbero state individute da alcuni studiosi nell'attività della Setta dell'Unità, che nel Novecento durante l'occupazione giapponese prima, e durante la Seconda guerra mondiale poi, avrebbero attuato le stesse tecniche del passato per favorire la fuga dalla Cina di importanti personalità della politica e della cultura, strappandole così alle persecuzioni e ai campi di concentramento.

Il loto in molti paesi orientali è considerato simbolo di purezza: infatti i fiori di loto, pur avendo come habitat fiumi e laghi fangosi, non sono mai sporchi. I botanici che hanno studiato questo meccanismo hanno appurato che in effetti queste piante posseggono un meccanismo naturale di pulizia: sulle foglie del loto l'acqua non viene trattenuta (infatti queste foglie sono sempre asciutte), ma scivola via in tante goccioline che si formano per via dell'alta tensione superficiale presente sulla foglia, portando con sé la fanghiglia e i piccoli insetti che in essa si trovano. Questo è possibile perché le foglie di loto sono rivestite da cristalli di una cera idrofobica di dimensioni nanometriche. In questa scala, le superfici ruvide risultano più idrofobiche di quelle lisce, perché l'area di contatto reale tra la goccia d'acqua e la superficie d'appoggio è circa il 3% di quella apparente, per cui il peso della goccia la fa scivolare via. La ruvidità della foglia è utilissima anche per l'effetto autopulente, perché le gocce rotolano, mentre su una superficie liscia le gocce slitterebbero, rendendo meno efficace l'asporto dello sporco.

Oggi mediante le nanotecnologie si cerca di riprodurre l'effetto loto in vernici, tegole, tessuti ed altre superfici che resteranno pulite e asciutte come le foglie del loto.

Ad esempio, un metodo per rendere idrofobica una superficie di alluminio consiste nell'immergere quest'ultima nell'idrossido di sodio per qualche ora, al fine di rendere ruvida la superficie, per poi rivestirla con 2 nanometri di perfluorononano (C9F20) con la tecnica del rivestimento per rotazione o Spin Coating. In questo modo l'Angolo di contatto tra l'acqua e la superficie passa da 67° a 168°; l'effetto di questo è spiegato dalla legge di Cassie. Al microscopio elettronico si può notare come l'alluminio trattato somigli alle foglie del loto.

Il fiore di loto è un fiore bellissimo che si può ammirare ovunque perché presente in tutto il mondo, ma la sua esistenza non è così facile e piena di bellezza come si potrebbe immaginare.

A differenza di tutti gli altri fiori, infatti, quando il loto inizia a germogliare, si trova sotto l'acqua sporca di laghi o piccoli stagni, circondato da fango e melma e tormentato da pesci e insetti.

Nonostante queste condizioni, il fiore di loto si fa forza e, crescendo, sale verso la superficie dell’acqua. E’ ancora solo un gambo con alcune foglie e un piccolo baccello.

Col tempo lo stelo continua ad allungarsi e il baccello lentamente emerge dall’acquitrino. E’ allora che il loto comincia ad aprirsi, petalo dopo petalo, nell’aria pulita e nel sole. Il fiore di loto è pronto per appagare gli occhi di tutto il mondo.

Nonostante sia nato in acque torbide, scure, dove la speranza di una vita bella sembra lontana, il loto cresce, supera le avversità e, ironia della sorte, quella stessa acqua sporca che lo ha visto germogliare si pulisce man mano che esso emerge.

Quando il loto si apre, non una macchia di fango o sporcizia rimane esternamente. All’interno poi non vi è traccia dell’acqua di provenienza. E’ puro, luminoso e bello.

Nel Buddismo il bocciolo del loto simboleggia il risveglio, la crescita spirituale e l'illuminazione. Nonostante il fiore di loto emerga dall'acqua sporca, rappresenta comunque la purezza del corpo, della parola e della mente.

Può essere concepito come una mente risvegliata, che cresce naturalmente verso il calore e la luce della verità, dell'amore e della compassione. Può apparire fragile, ma è flessibile e resistente, saldamente ancorato sotto la superficie dell'acqua.

Non c'è bisogno di essere buddhisti per capire che tutti siamo come il fiore di loto. Molti di noi vivono in acque torbide e pensano che non potranno mai arrivare in "superficie” per fiorire. Molti altri sono più vicini, sono solo germogli pronti e desiderosi di sentire il sole della vita sulla pelle. Non importa in quale fase della vita ci si trovi, si può sempre guardare il loto e vedere se stessi nella sua storia.

Le circostanze della vita non sempre sono ideali, ma il loto non smette mai di risalire attraverso le acque dell’avversità, di aprire i suoi petali e fiorire sotto il sole.

Per crescere e ottenere la saggezza, prima è necessario superare il fango, gli ostacoli della vita e la sua sofferenza, la tristezza, la perdita e la malattia.

Per ottenere più saggezza, gentilezza e compassione, pensiamo di crescere come un fiore di loto e di schiudere i petali, uno per uno.


Il baccello che contiene i semi del fiore di loto (Nelumbo nucifera), una delle piante più coltivate e consumate di tutta l’Asia.
Tutte le parti di questo fiore sono commestibili e apprezzate da oltre un millennio per le loro proprietà antidiarroiche, febbrifughe e vitaminiche, confermate anche da recenti studi scientifici.
Ecco perché di questa pianta non si butta via niente. I semi seccati vengono mangiati come salatini, cucinati come popcorn e utilizzati in pasticceria.
Dagli stami del fiore si ricava un té profumato, mentre le foglie sono utili per avvolgere gli alimenti.

Alcuni ricercatori australiani stanno studiando una vernice autopulente, ispirata alla copertura delle foglie di loto. L'ispirazione è venuta al gruppo di ricerca guardando alcune foglie di loto che, anche se vivono sempre nell'acqua, non sono mai “bagnate”. Un esame delle foglie ha determinato che la loro superficie, leggermente irregolare, è coperta da un sottile strato di cera, che permette alla pioggia di portare via lo sporco che si fosse accumulato.
Il gruppo ha quindi sintetizzato un composto sintetico (fatto di un polimero idrorepellente riempito di una polvere microscopica) strutturato apposta per diminuire la forza di legame tra lo sporco e la superficie. «Se qualcosa si attacca alla foglia, una pioggia leggera lo spazza via». La vernice può essere usata per gli esterni di case, automobili, segnali stradali e cartelloni pubblicitari, che potrebbero essere puliti da un semplice spruzzo d'acqua. Anche se sono necessarie ulteriori prove per vedere se la vernice funziona in tutte le condizioni, le prospettive per questo prodotto sono molto interessanti.


LEGGI ANCHE : http://pulitiss.blogspot.it/p/verde.html


                              http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/il-parco-regionale-del-mincio.html





FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/le_imago.html



.

IL CANNARECCIONE

.


Il Cannareccione è uno dei Passeriformi di palude di maggiori dimensioni: raggiunge i 19 centimetri di lunghezza e i 30 grammi di peso. La parte superiore del corpo si presenta di colore bruno-fulvo, mentre quella inferiore è di tonalità biancastra, fatta eccezione per il sottocoda e i fianchi, che riprendono la colorazione del dorso. Il becco è lungo e robusto, le zampe sono grigie. Caratteristica della specie è il sottile e ben marcato sopracciglio e una corta cresta di piume sul capo.La coda nettamente biforcuta e le zampe sono carnicine.

Il Cannareccione si distribuisce quasi esclusivamente negli ambienti palustri e umidi. Cerca riserve d’acqua all’interno di una fitta vegetazione ripariale, nei pressi di fiumi, stagni, fossi, canali e laghi. Di norma predilige stazionare in un’area più vicina possibile all’acqua, che viene periodicamente inondata o stabilmente sommersa. Tra i diversi tipi di vegetazione, nel periodo della riproduzione preferisce gli alti canneti, che a volte sono affiancati da alcune specie elofitiche (cioè piante con apparato radicale costantemente sommerso dall’acqua) o arbustive.
La specie si distribuisce tra Europa continentale e mediterranea, anche se le più alte densità di individui si incontrano nelle pianure europee, e in modo particolare nella parte orientale del continente. L’area di svernamento prediletta è costituita dai territori dell’Africa subsahariana. Il contingente italiano raggiunge le maggiori densità nella Pianura padana, soprattutto quella orientale. In porzioni minori è presente anche nelle regioni tirreniche e adriatiche centro-settentrionali. Nelle regioni insulari e meridionali e nei comprensori appenninico e alpino la presenza della specie si riduce ulteriormente.

I dati sugli aplotipi del DNA mitocondriale indicano che durante l'ultimo periodo glaciale c'erano due popolazioni allopatriche di questa specie. I cannareccioni nella zona sud-occidentale e sud-orientale dell'Europa vennero apparentemente separati dalla calotta di ghiaccio Würmiana-Vistoliana e dai territori circostanti ad essa. Nonostante i dati siano insufficienti per dedurre una data certa per la loro separazione, si ipotizza che le popolazioni si siano separate circa 80.000 anni fa – in coincidenza con la prima grande avanzata dei ghiacci. Le popolazioni avrebbero nuovamente espanso il loro areale agli inizi dell'Olocene, circa 13.000 anni fa, ma ancora oggi gli esemplari occidentali svernano in Africa occidentale mentre gli esemplari orientali svernano nell'Africa orientale.

La specie si nutre principalmente di insetti, ragni e piccoli invertebrati e, in autunno, arricchisce la propria dieta con le bacche.
La stagione riproduttiva del Cannareccione coincide con il mese di maggio. Luoghi prediletti per la nidificazione sono le aree palustri, i laghi e le rive dei fiumi. Il nido viene ancorato a 3-5 canne e presenta una forma a coppa allungata, con una parte interna che raggiunge i 15 centimetri di profondità. Qui la femmina depone dalle 3 alle 6 uova di colore blu-verdastro, che vengono covate per circa due settimane.


LEGGI ANCHE : http://pulitiss.blogspot.it/p/e-dog-sitter-dalla-passeggiata.html


                              http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/il-parco-regionale-del-mincio.html




FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/le_imago.html



.

LA CANNAIOLA

.


La Cannaiola comune raggiunge i 13-14 centimetri di lunghezza e un’apertura alare pari a 19-21 centimetri. Il piumaggio si caratterizza per una netta contrapposizione di tonalità tra le parti superiori e inferiori: le prime presentano sfumature brunastre, mentre le altre sono di colore bianco sporco-fulvo. La specie si caratterizza inoltre per un sopracciglio bianco appena accennato. Le zampe sono di colore marrone, mentre il becco è piuttosto allungato e, nella parte inferiore, si presenta marrone chiaro. Non si apprezzano particolari differenze estetiche né tra i due sessi, né tra individui giovani e adulti, anche se questi ultimi appaiono, nel complesso, di un colore grigio più marcato.

 La Cannaiola comune è diffusa in tutta l'Europa, nell'Asia Minore e in Italia risulta essere di passo estivo.

La Cannaiola comune si concentra principalmente in prossimità di raccolte di acqua dolce, come zone umide sempre piuttosto estese, lungo fiumi, e laghi.  La si può incontrare nelle lagune, nelle valli da pesca, nelle paludi e nelle cave di argilla.
La specie è distribuita tra il continente europeo e quello asiatico. In Europa, l’areale si estende dalla penisola iberica alla Russia e, nella zona meridionale, arriva a coprire le regioni nord-occidentali dell’Africa. Presente in Italia come nidificante, migratrice regolare e – occasionalmente – svernante, la Cannaiola comune presenta una distribuzione ampia, ma frammentata. Il suo ambiente principale, il canneto, lo si ritrova principalmente nelle zone interne e costiere della Pianura padana, sulla costa adriatica e lunga quella tirrenica, fino alla Sicilia.

La specie alleva una sola covata l’anno, mentre il periodo riproduttivo coincide, approssimativamente, con il mese di giugno. Il nido – di dimensioni relativamente ridotte e a forma di cilindro allungato – viene costruito all’interno della vegetazione, ben mimetizzato nell’ambiente circostante. Entrambi i genitori si occupano della sua costruzione, ma è la femmina a creare il rivestimento interno. Qui vi depone 4-5 uova di colore verde chiaro con macchie grigie, che vengono covate da entrambi i partner per quasi due settimane.

La cannaiola è un uccello prettamente insettivoro e quindi si ciba di piccoli insetti, come zanzare libellule, larve,ecc, che riesce a trovare lungo i corsi d'acqua in cui essa predilige vivere.

La Cannaiola comune è la specie più esposta al parassitismo del Cuculo: questo, infatti, approfittando di un momento di abbandono del nido, depone il proprio uovo tra quelli della Cannaiola, che, non distinguendolo dagli altri, lo cova con la stessa premura. Una volta nato, il giovane Cuculo scaraventa fuori del nido le altre uova per ricevere tutte le attenzioni dai genitori adottivi.


LEGGI ANCHE : http://pulitiss.blogspot.it/p/e-dog-sitter-dalla-passeggiata.html

                              http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/il-parco-regionale-del-mincio.html





FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/le_imago.html



.

IL BECCAMOSCHINO

.


Il Beccamoschino è uno degli uccelli più piccoli che abitano il continente europeo: misura circa 10-11 centimetri e il suo peso non supera gli 8-9 grammi. Non si apprezzano particolari differenze tra i due sessi. Entrambi, infatti, presentano il piumaggio delle parti superiori di color bruno-ocra e il dorso è attraversato da striature nere. Le parti inferiori tendono invece a una tonalità biancastra, gola e ventre compresi. Le ali sono punteggiate e striate di nero, mentre il becco è rosa-arancio. La coda è corta e arrotondata e le zampe vanno dal rosa al giallo.

È un uccello insettivoro e granivoro.

Il periodo riproduttivo va da maggio a luglio e vengono deposte in media due o tre covate l’anno. In primavera il maschio prepara parzialmente diversi nidi e con il suo volo nuziale vi attira diverse femmine. Subito dopo l’accoppiamento sono queste ultime a completare il nido, utilizzando erba secca intrecciata a ragnatele, dandogli una forma a coppa allungata. A ogni covata vengono deposte dalle 4 alle 6 uova che vengono incubate per 10-11 giorni. I pulcini rimangono poi nel nido per almeno due settimane

Nidifica soprattutto in habitat costituiti da aree aperte, come pascoli, zone coltivate, e praterie, mai al di sopra del piano collinare.

La popolazione del Beccamoschino si concentra prevalentemente in pianura e sui primi rilievi, fino ai 500 metri di altitudine. Nelle zone di montagna invece la sua presenza è molto localizzata. Predilige in primo luogo ambienti umidi quali paludi, aree costiere, cave di argilla e lungofiumi, ma lo si può incontrare anche in spazi aperti più secchi come i pascoli o i campi coltivati. Sceglie comunque di norma una vegetazione incolta e folta, formata da sterpaglie ed erba alta.
La specie si distribuisce tra le regioni equatoriali, tropicali e subtropicali, dall’Africa all’Australia, passando per la Cina e il Giappone. In Europa si concentra soprattutto nell’area mediterranea e, durante la stagione fredda, si sposta nella parte meridionale dell’areale, fino a raggiungere il Nord Africa. In generale in Italia la specie si concentra principalmente nella Pianura Padana, ma è distribuita in gran parte della penisola, fatta eccezione per le Alpi e i rilievi appenninici più interni.


LEGGI ANCHE : http://pulitiss.blogspot.it/p/e-dog-sitter-dalla-passeggiata.html

                              http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/il-parco-regionale-del-mincio.html




FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/le_imago.html



.

LA STERNA COMUNE

.


Dall’America settentrionale ai Caraibi, dall’Europa al nord Africa, fino a Medio Oriente e Siberia. La Sterna comune è diffusa praticamente in tutto l’emisfero settentrionale del globo. Altre sottospecie abitano la Siberia orientale, quindi l’Asia centrale fino a Cina e Mongolia.
Il suo nome deriva dal fatto che risulta in assoluto la Sterna più diffusa in Europa, soprattutto nell’area settentrionale e orientale, nonché lungo le coste dei Paesi che si affacciano sull’Atlantico. Procedendo verso il centro e il sud d’Europa, la sua distribuzione diventa più irregolare, e interessa principalmente le acque interne e le coste mediterranee.
L’Italia vede la presenza della Sterna comune principalmente nell’alto Adriatico, in Friuli-Venezia Giulia e in Sardegna. Quindi nell’intera Valle Padana, nell’area prospiciente il corso del Fiume Po. Per la Sterna comune il nostro Paese è sia un luogo adatto per costruire il nido sia un usuale corridoio di passaggio durante la fase della migrazione. Pochissimi, per la verità, gli individui svernanti sulle nostre coste: la gran parte della popolazione europea di Sterna comune sverna infatti in Africa, lungo le coste occidentali. Alcuni gruppi si spingono ancora più a sud, per trascorrere l’inverno nel lontano Sudafrica.

La sterna comune (Sterna hirundo Linnaeus 1758), è un uccello della sottofamiglia Sterninae nella famiglia Laridae. È conosciuta anche come rondine di mare per il suo modo di volare particolarmente agile. È una delle sterne più abbondanti e si caratterizza per i tuffi spettacolari che è in grado di fare durante il volo di foraggiamento. La sua notevole abilità di manovra in volo è dovuta alla lunga coda forcuta.

S. hirundo è una sterna di dimensioni medio-piccole, lunga 34–37 cm (inclusa la coda), con un'apertura alare di 73–81 cm e un peso di 100-150 gr. All'interno delle aree di sovrapposizione dei range di distribuzione è spesso facilmente confusa con le due specie simili: la sterna codalunga (Sterna paradisaea) e la sterna di Dougall (Sterna dougalli).

Il becco è sottile e appuntito di colore rosso corallo e con la punta nera. Anche le zampe sono di colore rosso arancio e si distinguono da quelle della sterna di Dougall per la loro maggiore lunghezza. Il corpo è prevalentemente bianco con dorso e parte superiore dell'ala grigio perla, sottoala grigio tenue e punta dell'ala (le penne remiganti) tendente al nero. La parte superiore del capo e la nuca sono nere e formano un ampio cappuccio.

Gli adulti durante l'inverno e i piccoli hanno la nuca nera e il becco scuro e il nero sulla testa non raggiunge la base del becco. I giovani hanno le parti dorsali rossicce, tendenti al marrone, fronte bianca e becco scuro con la base aranciata e si differenziano da quelli di sterna di Dougall per la mancanza di screziature marcate sulla pagina superiore delle ali. Ci vogliono tre anni perché il piumaggio adulto sia completo.

Le colonie sono molto rumorose. La specie presenta diversi tipi di richiamo. Tra questi troviamo un rapido e acuto 'kit', rapide serie di 'kt-kt-kt-kt-...' durante le contese, e un tipico 'kierri-kierri-kierri-...' con alcune variazioni. Il richiamo di allarme è un disillabico, prolungato 'kreee-arrr' o un chiaro 'chip!'. Il canto assomiglia a quello della sterna codalunga ma ha un tono più grave ed è meno stridente.

Prevalentemente ittiofaga, la Sterna comune è abbastanza versatile nella dieta che può essere convertita rapidamente a seconda delle disponibilità alimentari. Preda soprattutto piccoli pesci, ma tra i suoi cibi preferiti troviamo anche crostacei e molluschi.

Cattura le prede con il becco tuffandosi nell'acqua dopo averle individuate sorvolando la superficie e facendo lo "Spirito Santo". Occasionalmente si nutre anche di insetti durante il volo.

La sterna comune cova le sue uova da maggio ad agosto lungo le coste e su isole ricoperte qua e là di scogli e sabbia, lontano dal mare la si trova nidificante in ampi greti di alcuni fiumi dell'interno. Può nidificare su zattere galleggianti, collocate anche in bacini di origine artificiale.

Il maschio seduce la femmina con un rituale di accoppiamento con un pesce nel becco. Nel nido, un cumulo sul terreno rivestito di fili d'erba o di semplici sassolini, la femmina depone da 1 a 4 uova. I due genitori riscaldano le uova per circa tre settimane finché i pulcini non escono fuori. I suoi piccoli vengono difesi con voli in picchiata. Dopo circa 4 settimane i piccoli diventano atti al volo.

S. hirundo è inserita nella lista rossa delle specie minacciate di estinzione redatta dall'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), con lo status: Least concern (LC). Il suo nome si trova in Allegato 1 della Direttiva 79/409/CEE del 2 aprile 1979, che riguarda la tutela degli uccelli selvatici. Inoltre è presente come specie faunistica rigorosamente protetta nell'Allegato 2 della "Convenzione sulla conservazione della vita selvatica dell’ambiente naturale in Europa", adottata a Berna il 19 settembre 1979. In Italia la specie è protetta dalla Legge 11 febbraio 1992, n. 157 che contiene le "Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio".


LEGGI ANCHE : http://pulitiss.blogspot.it/p/e-dog-sitter-dalla-passeggiata.html

                              http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/il-parco-regionale-del-mincio.html
                             



FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/le_imago.html



.

venerdì 20 marzo 2015

LA ROSA DI NATALE

.

La Rosa di Natale (Helleborus) è la pianta perenne invernale più apprezzata: quando il giardino è in riposo vegetativo, questa varietà dalla fioritura esuberante sfoggia i suoi eleganti fiori, persino tra il manto nevoso.

Gli Ellebori sono piante perenni, con radice rizomatosa, diffuse in natura nella flora italiana ed Europea; le specie non sono molte, in compenso esistono alcune cultivar, con fiori particolarmente ampi o di colore vistoso. Il nome comune deriva dal fatto che buona parte delle specie, in caso di clima favorevole, fioriscono in dicembre-gennaio, producendo infiorescenze che ricordano molto i fiori delle rose botaniche, come grandi rose canine bianche.

La denominazione del genere Helleborus è stata attribuita dal botanico francese Joseph Pitton de Tournefort (Aix-en-Provence, 5 giugno 1656 – Parigi, 28 dicembre 1708) ed è stata formata (a quanto pare) dall'unione di due parole greche (“elein” = ferire e bora=alimentare) il cui significato finale è : pietanza, nutrimento o cibo mortale. Altre etimologie sembrerebbero far riferimento ad una antica città greca famosa per curare la pazzia con una pianta di questo genere. Il nome specifico niger (= nero, scuro) fa riferimento al colore del rizoma.
Il binomio scientifico attualmente accettato (Helleborus niger) è stato proposto da Carl von Linné (1707 – 1778) biologo e scrittore svedese, considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, nella pubblicazione Species Plantarum del 1753.

Sono piante erbacee la cui altezza totale varia da 15 a 30 cm. La forma biologica di questa pianta è geofita rizomatosa (G rhiz), ossia è una pianta perenne che porta le gemme in posizione sotterranea. Durante la stagione avversa non presenta organi aerei e le gemme si trovano in organi sotterranei chiamati rizomi, dei fusti sotterranei dai quali, ogni anno, si dipartono radici e fusti aerei. Tutta la pianta ha un debole odore acre.

Le radici sono secondarie da rizoma.

La parte sotterranea consiste in un grosso ma breve rizoma. Diametro del rizoma: 1 cm.
La parte aerea del fusto è erbacea ed eretta. Si sviluppa compiutamente solamente alla fioritura. In genere porta una o due foglie e uno scapo fiorale.

In questa pianta sono presente sia le foglie radicali che quelle cauline.

Le foglie basali, picciolate, si presentano con una lamina divisa totalmente in 7 – 9 segmenti (lembo fogliare di tipo palmato-diviso). Quelli laterali (3 – 4) sono raccolti su un breve picciolo. I vari segmenti sono lanceolati e terminano in modo acuto; sono inoltre dentellati nella parte apicale. Lunghezza del picciolo: 10 – 30 cm. Dimensione dei segmenti: larghezza 1,5 – 5 cm; lunghezza 5 – 12 cm.
Le foglie cauline sono perlopiù ridotte a delle brattee alla base dei peduncoli fiorali.

Dal rizoma dipartono dei robusti scapi portanti uno o due fiori. Si tratta quindi di una infiorescenza del tipo pauciflora. Alla base dei peduncoli fiorali sono presenti alcune brattee (1 - 2) lanceolate e intere lunghe 1 – 2 cm.

I fiori sono ermafroditi e attinomorfi con verticilli spiralati. Il perianzio ha un solo verticillo (perianzio “aploclamidato”): il calice è di tipo petaloide, mentre la corolla è atrofizzata o molto ridotta. Le strutture rimanenti (androceo e gineceo) sono perlopiù a disposizione spiralata. Questa morfologia degli “ellebori” è probabilmente la forma più arcaica nell'ambito della famiglia delle Ranunculaceae. Dimensione del fiore: da 6 a 8 cm.

Il calice (la parte più in vista del fiore) è composto da cinque grandi sepali conniventi a campanula, a forma ovale o oblaceolato-spatolata di tipo corollino (o petaloide) e quindi possono essere chiamata anche tepali. Il colore è bianco ma tende al rosato a maturazione completata. In questa struttura è possibile osservare il passaggio graduale da brattee a sepali. Dimensione dei tepali: larghezza 1,5 – 4 cm; lunghezza 3 – 5 cm.
I petali veri e propri (da 8 a 12) sono ridotti a piccoli cornetti tubulari con funzione nettarifera (di origine staminale) provvisti all'apice di un'unghia (sono più corti degli stami, meno della metà).
Gli stami (a disposizione spiralata) sono molto numerosi (più o meno una cinquantina), bilobi e colorati di giallognolo.
L'ovario è supero e “apocarpo” (derivato da carpelli indipendenti). I carpelli sono da 3 a 7, sessili e disposti in modo spiralato anche questi, ma indipendenti tra di loro.
Fioritura: da dicembre a marzo.

I frutti sono delle capsule (o follicoli) coriacee (6 – 7) con appendice (un rostro quasi uncinato di 1,2 – 2 cm) contenenti molti semi. La deiscenza è all'apice del follicolo. I semi hanno un colore nero ma brillante. Lunghezza dei follicoli a maturità senza becco: 2 cm.

La riproduzione di questa pianta avviene per via sessuata grazie all'impollinazione degli insetti pronubi in quanto è una pianta provvista di nettare (impollinazione entomogama).

Il tipo corologico (area di distribuzione) è quello delle specie Alpico-dinariche.
In Italia l'Elleboro bianco è presente nelle Alpi, dal Piemonte al Friuli-Venezia Giulia. Si trova anche in Austria, Slovenia e nelle Alpi Dinariche. Le segnalazioni per l'Appennino sono molto probabilmente erronee, forse per confusione con Helleborus foetidus o con specie del gruppo di Helleborus viridis.
L'habitat tipico di questa pianta sono i boschi (sottoboschi di pinete – Pino silvestre e Pino nero e faggete), le boscaglie (gineprai) e le macchie delle zone montane; ma anche boschi sub-mediterranei a carpino nero Ostrya carpinifolia. Il substrato preferito è calcareo con pH basico-neutro, con terreno a medi valori nutrizionali e a regime secco.
Sui rilievi queste piante si possono trovare da 300 fino 1000 m s.l.m.; frequentano quindi i seguenti piani vegetazionali: collinare e montano.
Sono considerate piante velenose in quanto contengono “elleborina” e altre sostanze alcaloidi tossiche e velenose (come del resto buona parte delle Ranunculaceae). Se ingerite in quantità possono provocare vomito, diarrea e arresto cardiaco (contengono glicosidi cardiaci). Il veleno può essere assorbito anche attraverso la pelle.

Essendo un fiore invernale, è molto apprezzato nel giardinaggio. Non è una pianta di facile coltura, ad esempio i suoli acidi non sono adatti in quanto poveri di sostanze; come anche non sono adatte le zone asciutte e in pieno sole. Ideale è un terreno umido, alcalino in mezza ombra. Possono andare terreni sabbiosi; un po' di calce può essere aggiunta per “addolcire” i terreni troppo acidi. Diversi cultivar sono stati preparati da questa pianta; sono stati inoltre tentati alcuni ibridi con altri Ellebori per migliorare le caratteristiche fisiche ed estetiche.

Predilige una posizione ombreggiata, un terreno umido, fertile e ben drenato, e annaffiature regolari.

Il periodo di fioritura della Rosa di Natale è atipico: alcune varietà fioriscono già a dicembre, mentre quelle più tardive possono fiorire ancora ad aprile. A volte la Rosa di Natale risente di gelate particolarmente intense, ma solitamente si limita ad aspettare che il clima si temperi un poco. Ciò può creare vere e proprie sorprese: un anno si potrebbero vedere le rose di Natale spuntare dalla neve, mentre l'anno successivo potrebbero fare la loro comparsa solo con i primi tuberi primaverili. Dopo la fioritura, gli affusolati pericarpi continueranno ad allietare le bordure.

Nella medicina popolare alcune parti di questa pianta vengono usate come diuretiche (facilita il rilascio dell'urina), emetiche (utile in caso di avvelenamento in quanto provoca il vomito), cardiotoniche (regolano la frequenza cardiaca) e purganti. L'Elleboro bianco è utilizzato anche nel trattamento delle emicranie e disturbi psichici. Data l'alta tossicità della pianta (si rischia di morire anche in pochi minuti!) ora in medicina popolare non è più usato.




                              http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/il-parco-regionale-del-serio.html

.


FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/le_imago.html



.

LA ROSA SELVATICA

.


Il nome “Rosa canina” viene indistintamente utilizzato sia nella nomenclatura botanica - indicando, rispettivamente, il genere e la specie - sia, abitualmente, nel linguaggio comune. Nel parlato di alcune regioni italiane, la rosa canina viene denominata semplicemente “grattacu” o, ancora, rosa selvatica, rosa delle siepi, rosa spina, rosella, rosa di macchia, roselline dei pruni e biancarosa.
L'appellativo “canina” ha origini remote: anticamente, infatti, le radici di questo arbusto venivano impiegate in decotto come rimedio efficace nel trattamento della rabbia.
Nel linguaggio dei fiori, la rosa canina simboleggia sia la poesia, che l'indipendenza. Viene menzionata persino nella Bibbia: probabilmente, Giuda utilizzò proprio l'albero di rosa canina per suicidarsi; ancora, la corona di spine di Gesù era presumibilmente realizzata con i rami di questo arbusto.

È un arbusto spinoso, alto 100 - 300 cm, con fusti legnosi glabri, spesso arcuati e pendenti, e radici profonde.

Le spine rosse sono robuste, arcuate, a base allungata e compressa lateralmente. Le foglie, caduche, sono composte da 5-7 foglioline di 9-25 x 13-40 mm, ovali o ellittiche, con 17-22 denti sul margine. Hanno stipole lanceolate di 3 x 15 mm. I fiori, singoli o a 2-3, hanno un diametro di 4-7 cm e sono poco profumati. Hanno un peduncolo di 20-25 mm e sono generalmente superati dalle foglie. I sepali laciniati, lunghi da 15 a 18 mm, dopo la fioritura si piegano all'indietro e cadono in breve tempo. La corolla è formata grandi petali bilobi, rosati soprattutto sui lobi, di 19-25 x 20-25 mm. Gli stili, lanosi e allungati, sono fusi insieme in una colonnina cilindrica.

La rosa canina fiorisce da maggio a luglio.

I suoi frutti (di 1-2 cm) carnosi e colorati di un rosso vivace (cinorroidi) raggiungono la maturazione nel tardo autunno.

La rosa canina è un arbusto assai comune nel sottobosco e nei luoghi ruderali: in generale, è diffusa nella fascia europea dal Mediterraneo alla Scandinavia, nell'Asia centrale ed occidentale, nelle Canarie e nell'Africa del Nord. In America, in Nuova Zelanda e in Oceania, la rosa canina vi è stata invece introdotta.
La pianticella cresce sino i 1.900 metri d'altitudine, e predilige aree limitatamente aride, con terreno limoso e profondo.

In questi ultimi tempi si sta solidamente affermando il gusto della rosa più semplice, la rosa selvatica, quella che era amata perfino dai nostri progenitori Romani di epoca pre-imperiale, quando di giardini ornamentali neppure si parlava e l’orto era il vero “giardino”.

Una prima sorpresa, parlando rose selvatiche, s’incontra nell’apprendere che in fondo non sono poi così numerose, non più di 150 specie spontanee, una bazzecola in confronto alle migliaia e migliaia di ibridi e cultivar creati dall’uomo nel corso di un paio di millenni. Il loro areale si estende per l’intero emisfero boreale della Terra, nelle zone temperate e temperato-calde, per poi scendere giù fino all’Africa del nord, alla Tailandia e al Nuovo Messico, toccando il loro punto più meridionale con l’India del sud. Al contrario, non troviamo rose nell’emisfero australe, dall’America del sud all’Oceano Pacifico. Le zone di concentrazione più elevata sono in Cina (spesso in testa alla classifica per numero di specie di molti generi botanici), nell’Asia centrale e in Europa, mentre l’America settentrionale è la patria di una ventina o poco più di specie. Per limitarci al nostro continente va detto che la dotazione è abbastanza consistente, soprattutto nei gruppi della Rosa canina e della R. rubiginosa. Insomma, gli europei possono contare su una cinquantina di specie, vale a dire un terzo del totale, mentre il nostro Paese ne vanta circa venticinque.

Per quanto riguarda gli habitat, le rose gradiscono luoghi impervi e inospitali, come i cespuglieti, le siepi o l’intrico delle boscaglie, pur non disdegnando le rive dei torrenti e i margini dei boschi.

La storia della coltivazione rosa è talmente antica, che oggi è perfino difficile capire se una specie, da noi casualmente rinvenuta durante una passeggiata, sia realmente spontanea o meno. Inoltre, riuscire a classificare con certezza una rosa selvatica, in natura e non in vivaio, è un compito tanto arduo che è preferibile lasciarlo ai botanici professionisti, mentre a tutti gli altri si può solo consigliare di godersi la visione degli esemplari spontanei, senza troppo fidarsi dell’immaginazione o delle figure dei libri divulgativi. Ciò è tanto vero che non è infrequente sentir dire da persone anche colte frasi come questa: “Io ho molti ibridi di ‘Tea’, di ‘Moschata’, di ‘Bourbon’, ma anche qualche rosa spontanea, che sicuramente sarà la R. canina“, come se tutte le rose selvatiche si chiamassero così. Ovviamente, con il tempo e la costanza, chiunque può imparare a distinguere questa da quella specie, ma la fatica non sarà poca. Insomma: se ne vorremo qualcuna in giardino, la guida migliore sarà il vivaista di nostra fiducia.

Al contrario, ci sarà di conforto il fatto che una rosa, in quanto tale, non può essere confusa con altre piante, come invece capita, e spesso, con famiglie diverse da quella delle Rosacee. Le rose si presentano sempre sotto forma di arbusti, perlopiù decidui e solo raramente sempreverdi, con fusti che, a seconda dei casi, possono essere eretti, arcuati, striscianti o, meno comunemente, rampicanti. Le spine – contrariamente a quanto sostiene un famoso proverbio – non sempre sono lì, pronte ad attendere il nostro dito, perché alcune specie ne sono prive. Le foglie sono alterne e composte, formate da un numero dispari di foglioline dentate ai margini. I fiori sono solitari o in corimbi, con corolla semplice e quasi sempre a 5 petali (tranne R. sericea che talvolta ne ha 4), in una gamma di colori che va dal bianco al crema e dal giallo al rosso, con numerosi passaggi intermedi. Bellissimi e curiosi sono poi i frutti – detti tecnicamente cinorrodonti – notevolmente ornamentali anche in inverno e ricchissimi di sostanze vitaminiche.

Di recente, la richiesta della rosa canina è cresciuta esponenzialmente, soprattutto nei tè e nelle tisane: il suo aroma - particolare e dolciastro - modula il sapore di molte altre droghe meno piacevoli al gusto, oltre ad esplicare importanti virtù medicamentose che analizzeremo dettagliatamente durante il corso della disquisizione.

Dai tempi più remoti, la rosa canina viene apprezzata per la bellezza dei suoi fiori e per la loro profumazione delicata e tenue. Anticamente, i petali della rosa canina costituivano la matrice per estrarre un prezioso olio.
Attualmente, la droga è costituita da:
Frutti maturi essiccati (fructus), erroneamente chiamati semi
Ricettacoli privi sia di veri frutti che di buona parte del ricettacolo (pseudofructus sine fructubus)
Cinorridi (pseudofructus) o falso frutto maturo: più in particolare, la droga è costituita dal talamo dei falsi frutti
Radici (utilizzate per decotto)
Foglie (tisane ed infusi)
I frutti contengono tannini, acido nicotinico, carotenoidi, vitamina C e P, riboflavina, acido malico e citrico, flavonoidi (bioflavonoidi: fitoestrogeni), pectine e carboidrati. Più in dettaglio, i frutti sono miniera di tannini e di acido ascorbico: i falsi frutti maturi devono contenere il 5% di acido ascorbico il quale, dopo il processo d'essiccazione, scende all'1% a seguito della degradazione.
La sua ricchezza in vitamina C fu di grande aiuto al tempo di guerra: la rosa canina veniva utilizzata come sostituto degli agrumi, proprio per l'ingente contenuto in acido ascorbico. Basti pensare che un'arancia ideale di 100 grammi fornisce all'incirca 50 mg di vitamina C: a pari quantità, la rosa canina ne assicura oltre 2.200 mg.
Per la presenza di tannini, la rosa canina rappresenta un buon rimedio naturale contro la diarrea; inoltre, è consigliata in caso di debilitazione ed infiammazioni. La droga è considerata anche un discreto vaso-protettore.
Le tisane, i decotti e gli infusi ottenuti con foglie, fiori o radici di rosa canina sono consigliati in caso di raffreddore ed infezioni, oltre ad essere un blando decongestionante e tonificante; alla rosa canina sono altresì ascritte proprietà immunostimolanti ed antiallergiche.
La rosa canina è un buon diuretico: stimolando l'eliminazione delle tossine tramite l'urina, la droga è utile per contrastare infiammazioni a carico di vescica o reni.
La droga si rivela utile anche in caso di mestruazioni abbondanti, catarri intestinali, iperidrosi, congiuntiviti e fragilità tissutale.
I semi di rosa canina sono impiegati per la realizzazione di antiparassitari.
Anche in cosmesi la rosa canina è una pianta ampliamente adoperata per la formulazione di acque profumate, creme anti-aging ed antirughe, pomate lenitive contro gli eritemi solari, maschere per il viso ad azione tonificante, levigante ed astringente.
Per il trattamento di pelli sensibili, arrossate e particolarmente delicate, si consiglia l'applicazione di impacchi a base di acqua distillata di rosa canina.

I principi attivi (oltre alla vitamina C, tannini, acidi organici, pectine, carotenoidi e polifenoli) vengono usati dalle industrie farmaceutiche, alimentari e cosmetiche; i frutti, seccati e sminuzzati, vengono usati in erboristeria per la preparazione di infusi e decotti.

È indicata come astringente intestinale, antidiarroico, vasoprotettore e antinfiammatorio, inoltre viene consigliata nei casi di debilitazione.

I semi vengono utilizzati per la preparazione di antiparassitari ed i petali dei fiori per il miele rosato.

Con i frutti freschi si preparano ottime marmellate.


LEGGI ANCHE: http://pulitiss.blogspot.it/p/verde.html

                             http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/il-parco-regionale-del-serio.html




FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
http://www.mundimago.org/
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE
LA NOSTRA APP


http://mundimago.org/le_imago.html



.

LA PAVONCELLA

.

La Pavoncella presenta dimensioni simili a quelle di un Colombo di città, raggiungendo una lunghezza di 34 centimetri e un’apertura alare di 77 centimetri, per un peso che può raggiungere anche i 300 grammi. Il maschio e la femmina sono molto simili nell’aspetto, con parti superiori verde scuro con riflessi iridescenti tendenti al nero verso le estremità alari, che terminano con il bianco. Il petto è nero e l’addome bianco, gli stessi colori che connotano il capo, dove campeggia un pronunciato ciuffo. Le zampe sono invece rosse, il becco nerastro. Le femmine si distinguono dai maschi per alcune screziature bianche presenti sul nero del petto e della gola. I giovani somigliano agli adulti, con colorazioni però meno accese e qualche screziatura sulle parti bianche della testa.

La pavoncella (Vanellus vanellus, Linnaeus 1758) è un uccello di media grandezza diffuso in buona parte dell'Europa. Frequenta le pianure, i vasti territori coltivati a campi e zone parzialmente umide, ma la si incontra anche nei pascoli, fino a quote medio alte, nella stagione invernale e durante il passo. L'habitat, molto vasto, comprende l'Eurasia settentrionale, il Giappone e il Nordafrica. Particolarmente comune nei Paesi Bassi dove nidifica in gran numero. Si riproduce normalmente nell'europa centrale e orientale, mentre sverna nell'europa occidentale e meridionale e Nordafrica.

La specie in Italia è nidificante parzialmente sedentaria, con un congruo numero di soggetti migratori e svernanti. Frequenta le pianure, i vasti territori coltivati a campi e zone parzialmente umide, ma la si incontra anche nei pascoli, fino a quote medio alte, nella stagione invernale e durante la migrazione primaverile.
La Pavoncella si nutre essenzialmente di coleotteri, mosche e altri insetti, ma anche di ragni, lombrichi e altri invertebrati. Non disdegna nella dieta anche qualche seme di pino o di graminacee. Di carattere sospettoso e di indole timida, conduce vita gregaria in branchi anche numerosi. Il volo è ondulato e relativamente veloce. Sul terreno cammina e corre compiendo improvvisi arresti e ricerca il cibo piegando il corpo senza flettere le zampe.

La stagione riproduttiva inizia alla fine di marzo, con voli di corteggiamento irregolari e abbastanza vistosi. Davanti alla femmina, il maschio si esibisce in una parata che consiste nel simulare il movimento del corpo che dovrà compiere in seguito per scavare la cavità nella quale saranno deposte le uova. Il nido è infatti un semplice buco sul terreno, spesso un poco rialzato per permettere un controllo della zona circostante. Il maschio scava vari nidi la femmina ne sceglierà il migliore. La femmina depone circa 4 uova di colore marrone chiaro, striati e macchiettati di marrone scuro, tra la metà di marzo e aprile, raramente fa seguito una seconda covata. La cova dura circa 4 settimane assicurata dalla femmina e dal maschio. Alla nascita i piccoli abbandonano immediatamente il nido. Sono accuditi da entrambi i genitori e dopo 35-40 giorni raggiungono il piumaggio definitivo e l'indipendenza. La pavoncella si nutre essenzialmente di coleotteri, di mosche e altri insetti, ma anche di ragni, lombrichi e altri invertebrati. Non disdegna nella dieta anche qualche seme di pino o di graminacee. Dopo circa 4 settimane le uova si schiudono: alla nascita i pulcini abbandonano immediatamente il nido – c.d. nidifughi – per essere comunque accuditi da entrambi i genitori anche in seguito, per un periodo di 35-40 giorni.

Il nome di questo volatile è in varie lingue un indizio di sue caratteristiche peculiari. Quello italiano pavoncella, si riferisce al colore del piumaggio del dorso che ha dei riflessi bronzei tipici del piumaggio del Pavone. Il nome inglese Lapwing si rifà alle piroette (in inglese lapping) che il maschio esegue in aria durante la parata nuziale. Il nome latino Vanellus invece fa riferimento al suo grido d'allarme che ricorda il rumore che fa il grano quando ricade nel vaglio. In certi periodi dell'anno, non è raro vedere le pavoncelle insieme con i pivieri dorati, in mezzo ai campi.




LEGGI ANCHE : http://pulitiss.blogspot.it/p/e-dog-sitter-dalla-passeggiata.html


                            http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/il-parco-regionale-del-serio.html



http://www.mundimago.org/

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE
LA NOSTRA APP


http://mundimago.org/le_imago.html



.

questo

Post più popolari

Blog Amici