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mercoledì 9 settembre 2015

LE ZECCHE



Gli Ixodida sono un sottordine di acari che comprende tre famiglie di zecche. Le due principali sono: Ixodidae o "zecche dure" e Argasidae o "zecche molli". La terza famiglia che comprende una sola specie (Nuttalliella namaqua), è quella delle Nuttalliellidae.

Sono parassiti ematofagi di molti animali e anche dell'uomo, e possono essere pericolosi agenti di trasmissione di malattie infettive.

Le specie più note sono la zecca del bosco e la zecca del cane, lunghe più o meno 1–2 mm negli stadi giovanili, ma anche più di un centimetro nello stadio adulto.

Le zecche sono vettori di diverse malattie, sia dell'uomo che degli animali.

La piroplasmosi, o babesiosi, è causata da un protozoo che, iniettato dalla zecca tramite la saliva, si localizza nei globuli rossi invadendoli e distruggendoli provocando ittero, febbre ed emoglobinuria. Rari casi di infezione umana sono stati segnalati nel nord-est degli Stati Uniti d'America e nell'Europa settentrionale.
La rickettsiosi, o febbre bottonosa, il cui agente è Rickettsia conori e il cui vettore è la zecca del cane Rhipicephalus sanguineus appartenente alla famiglia degli Ixodidae. Questa malattia provoca febbre, cefalea, artralgia ed una tipica eruzione esantematica localizzata sugli arti e sul tronco.
La specie Ixodes ricinus (Fam. Ixodidae) può trasmettere:

la malattia di Lyme (o morbo di Lyme o Borreliosi), della quale è stato descritto il primo caso italiano nel 1985,
l'encefalite trasmessa da zecche (o TBE),
la febbre Q
la febbre bottonosa
la tumerea
la erlichiosi
Cytauxzoonosi

Per la lotta contro questi ectoparassiti temporanei è importante conoscere la biologia ed il comportamento delle varie specie, giacché esse presentano una grande diversità.

Habitat, periodi di attività e riposo, ospiti preferenziali, ciclo di sviluppo della specie in questione sono tutti fattori importanti per la riuscita di un intervento di disinfestazione.

In generale per il trattamento di bestiame ed animali domestici si usano prodotti insetticidi, mentre per il trattamento di aree aperte, con infestazione generalmente meno intensa, bastano la semplice rotazione dei pascoli e la falciatura dell'erba.

La puntura di zecca è molto fastidiosa, non perché provochi dolore o prurito, ma perché inizialmente non ce ne si accorge nemmeno. In genere i primi sintomi si avvertono soltanto successivamente, quando l’animaletto comincia a succhiare il sangue ed aumenta le sue dimensioni. Le punture di zecche sull’uomo possono provocare un quadro sintomatologico caratterizzato da gonfiore ed eruzioni cutanee. Non è detto, comunque, che si manifestino questi sintomi.

I sintomi della puntura di zecca non si manifestano nella fase iniziale, soltanto dopo ci si accorge di essere stati punti, perché l’insetto aumenta le sue dimensioni, succhiando il sangue. Quando si provvede a staccare la zecca, la zona interessata dalla puntura si gonfia un po’, presentando una zona centrale infossata, che diventa una piccola crosta.
Soltanto in alcuni casi possono comparire sintomi più generali, come la presenza della febbre, le eruzioni cutanee e l’ingrossamento dei linfonodi. Solo quando la puntura è vicino all’occhio si può riscontrare un gonfiore che può durare anche per un paio di giorni.
Le punture di zecche possono provocare l’insorgenza di alcune malattie. Fra queste c’è la malattia di Lyme, causata da un batterio che infetta le zecche e che viene trasmesso all’uomo. La malattia è caratterizzata dalla formazione di un eritema, da dolori articolari, dal mal di testa e dalla febbre.
Fra le altre patologie causate dalle zecche ci sono: la meningoencefalite, che intacca il sistema nervoso centrale, l’ehrlichinosi, un’infezione batterica con influenza, nausea, vomito e dolori muscolari, e la febbre bottonosa, accompagnata da disturbi cutanei.

Quando ci si accorge di essere stati punti da una zecca, bisogna rimuoverla il prima possibile. Soltanto in questo modo l’animaletto non si nutre del sangue dell’ospite. La rimozione deve essere effettuata in maniera delicata e non si devono utilizzare lozioni oleose, prima che l’insetto venga rimosso.
Inoltre è molto importante rivolgersi al medico, se si avvertono dei sintomi tipicamente influenzali o se si manifestano infezione e arrossamento cutaneo. Specialmente dopo un’escursione in luoghi a rischio, ci si deve accertare, attraverso un’ispezione scrupolosa della cute e del cuoio capelluto.

Per togliere le zecche si devono usare delle pinzette. In alternativa può essere utilizzato un filo avvolto intorno all’animaletto. Si deve chiudere la presa il più possibile vicino alla pelle e si comincia a tirare lentamente. Se non si riesce a toglierla per intero, perché la testa rimane attaccata, bisogna servirsi di un ago sterile e toglierla come se fosse una scheggia.
Se la zecca è molto piccola si può usare anche un coltellino, accertandosi di non rompere, strappare o schiacciare l’animale. Dopo tutto ciò, la zecca va buttata nel water o schiacciata con un sasso. Bisogna poi lavarsi le mani e passare una soluzione di acqua e sapone anche nella zona della puntura.

Spesse volte si tende ad associare le punture di zecca solamente alla malattia di Lyme, perché la più conosciuta: quanto affermato non si rivela sempre corretto. Infatti, le zecche possono causare molti altri disturbi, più o meno gravi, in base allo stato di salute del paziente, al tempo impiegato per la rimozione dell'aracnide, al sistema immunitario del soggetto infetto e, chiaramente, al tipo di zecca.

La vita delle zecche ha una durata di circa due anni, periodo in cui questi piccoli artropodi si sviluppano, passando per tre stadi di crescita: larva, ninfa e zecca adulta.
Le zecche sono parassiti temporanei che si nutrono di sangue. Vivono in regioni umide, ombreggiate, tipiche di boschi e montagne, con vegetazione bassa ed incolta. Molti sono gli animali che fungono da serbatoio per le zecche: cervi, ricci, topi, conigli, volpi, uccelli scoiattoli, cani e gatti; talvolta, infettano l'uomo con il loro morso.

Malgrado le zecche tendano a pungere l'uomo durante tutto l'anno, nelle stagioni intermedie (autunno e primavera) si registrano sempre moltissimi casi di soggetti infettati. A tal proposito, è utile porre particolare attenzione in questi periodi, soprattutto durante le passeggiate nei boschi e nelle regioni montane, luoghi ideali per la replicazione delle zecche.
Tra le regole precauzionali essenziali non può mancare un abbigliamento corretto per le escursioni: sconsigliati i pantaloncini e le magliette corte, preferibile piuttosto un vestiario stretto e calzature lunghe, in modo da impedire un eventuale ancoraggio delle zecche alla pelle. Anche i vestiti chiari rientrano tra le norme precauzionali: la tinta chiara, infatti, permette di mettere in risalto più facilmente l'eventuale presenza delle zecche.
Al fine di accertare l'assenza di zecche sul corpo, al termine dell'escursione, è utile ispezionare scrupolosamente la cute ed il cuoio capelluto.
Chiaramente, gli animali domestici dovrebbero essere sempre sottoposti a trattamenti mirati contro le zecche (vaccinazione), per evitare che questi acari infettino l'uomo.


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sabato 4 luglio 2015

L'ABETE ROSSO



L'Abete rosso o Peccio è originario delle zone di clima boreale dell'Europa, dalle Alpi Marittime attraverso l'Europa centro-settentrionale fino agli Urali. In Italia si incontrano bellissime peccete lungo tutto l'arco alpino.

Alto fino a 60 metri, con tronco diritto e chioma conica relativamente stretta. Il portamento può comunque differenziarsi in base all'altitudine, essendo questa una specie caratterizzata da un certo polimorfismo: la chioma, infatti, può assumere una forma più espansa alle quote alpine più basse, mentre tende a divenire più stretta a quote maggiori (per contenere i danni provocati dalla neve).

La corteccia è sottile e rossastra (da quest'ultima caratteristica deriva il nome comune dell'albero); con l'età diviene bruno-grigiastra e si divide in placche rotondeggianti o quasi rettangolari (di circa 1–2 cm).

Le foglie sono costituite da aghi appuntiti, a sezione quadrangolare, lunghi fino a circa 2,5 cm, inseriti su cuscinetti in rilievo posti tutto intorno al rametto, con tendenza a disporsi su un piano orizzontale.

I fiori, meglio indicati come sporofilli, maturano in aprile-maggio.

Macrosporofilli: formano coni sessili nella parte apicale dei rami, riuniti in genere in 3-4, appaiono dapprima eretti poi penduli. Sono i fiori femminili, che dopo l'impollinazione danno origine agli strobili, detti comunemente pigne.
Microsporofilli: formano coni lunghi 1 cm all'estremità dei rami dell'anno precedente, nella parte superiore della chioma. Sono i fiori maschili, generalmente si sviluppano alla base dei coni femminili.
Gli strobili, comunemente detti "pigne", sono cilindrici, penduli, lunghi 10–20 cm e larghi 2–4 cm, dapprima di color verde o rossiccio, poi marroni (in autunno). Cadono interi a maturità. La fruttificazione è tardiva (20-50 anni).

Utilizzatissimo per impieghi silvicolturali e come albero ornamentale. In Italia è presente allo stato spontaneo sulle Alpi dalla Liguria (con un nucleo relitto in alta Val Tanarello) alle Alpi Giulie, ne sono conosciuti anche alcuni popolamenti relitti nell'Appennino Tosco-Emiliano (valle del Sestaione presso il Passo dell'Abetone), altrove il peccio è stato diffusamente coltivato per rimboschimenti. Nell'arco alpino l'abete rosso forma boschi di notevole estensione solo a partire dalla sezione nord-occidentale delle Alpi Marittime (Vallone del Boréon), ma fino alla Valle d'Aosta è spesso subordinato all'abete bianco nell'orizzonte montano e al larice in quello subalpino. Le peccete si estendono maggiormente nelle Alpi centrali ed orientali, dove questa specie approfitta di condizioni climatiche per essa ideali, soprattutto estive (caldo moderato e precipitazioni regolari nel trimestre estivo), fattori climatici che nei settori alpini orientali appaiono maggiormente distribuiti.

Sulle Alpi è specie tipica dell'orizzonte montano medio e superiore e di quello subalpino inferiore, trovando condizioni climatiche ottimali tra i 1200 e i 1800 m di altitudine, anche se in condizioni particolari può scendere fino a soli 600–800 m di altitudine, come nel Tarvisiano, oppure risalire fino a 2100–2200 m, come in alcune località dell'Alta Valtellina (Bormio).

Il legno di questo peccio ha ottime proprietà di amplificazione del suono e, per questa ragione, viene utilizzato nella costruzione delle tavole armoniche degli strumenti a corda.
Il riferimento generico all'abete rosso va specificato, facendo riferimento preferibilmente all'abete rosso "di risonanza", così chiamato per le sue caratteristiche acustiche, che risultano ottimali per detti strumenti. Esso è un particolare tipo di abete rosso (spesso designato, commercialmente e in liuteria, col termine "abete maschio"), il cui legno presenta anomalie di accrescimento degli anelli annuali (cosiddette "maschiature") e da secoli viene ricercato dai liutai e costruttori per realizzare la tavola armonica di svariati strumenti musicali a corda, tra i quali strumenti ad arco (violini, viole, violoncelli...) nonché clavicembali, pianoforti, chitarre classiche. La distribuzione di questo "albero che canta" è limitata a poche zone europee.
Si ritiene che numerosi strumenti musicali, anche di illustri liutai dei secoli scorsi, siano stati costruiti con il legname di risonanza della Val di Fiemme e della foresta di Paneveggio in provincia di Trento, nonché della Val Canale e del Tarvisiano in provincia di Udine. Antonio Stradivari, per i suoi straordinari violini, si riforniva presso la Magnifica Comunità di Fiemme. Attualmente, famose case costruttrici di pianoforti da concerto di alta gamma (quali, ad esempio, Bechstein, Blüthner, Fazioli) utilizzano per i loro strumenti tavole armoniche realizzate con abete di risonanza della Val di Fiemme.
Questo albero è, inoltre, riscontrabile solo in alcuni distretti alpini della Germania, mentre è assente in Austria. Recentemente la suddescritta caratteristica negli abeti rossi è stata scoperta anche in Valle di Ledro, sul monte Tremalzo, dove è in atto uno studio più approfondito.

Il Corpo Forestale dello Stato ha condotto un censimento sugli alberi monumentali d'Italia, nel quale viene segnalato un grande abete rosso a Bagni di Mezzo di San Pancrazio: è alto 45 m e ha una circonferenza di 4,8 m.

L'abete rosso, a differenza del larice, è una specie simbionte del fungo porcino (Boletus edulis).

Dalla distillazione della resina dell'abete rosso si ricava la trementina (acquaragia). La stessa resina si usa anche per produrre il nerofumo. Dalla corteccia si estraggono tannini, usati per la concia delle pelli.

Inoltre, l'abete rosso è una delle piante più longeve al mondo. In particolare, un esemplare clonale scoperto in Svezia nel 2004 e datato al carbonio da Leif Kullman, botanico all'università di Umeå in Svezia, avrebbe ben 9550 anni, risultando così l'organismo vivente clonale più anziano del pianeta. È stato battezzato Old Tjikko.

E' un'essenza di grande impiego forestale e tecnico. Il suo legno di ottima qualità, bianco-giallastro, tenero, viene utilizzato soprattutto nel settore edilizio.
Dalla resina si ricava la trementina impiegata nell'industria di vernici e in cosmetica.

E' una specie preziosa per i rimboschimenti, è facilmente coltivabile in vivaio ed attecchisce egregiamente in bosco. Svolge una sensibile azione di regimazione delle precipitazioni, grazie all'acqua intercettata dalla chioma. E' utile, quando piantato a gruppi, per interrompere la continuità del manto nevoso e scongiurare il rischio di valanghe. Viene però travolto facilmente una volta che la massa di neve si è staccata. Vista la produttività media tutt'altro che trascurabile, 500 - 600mc ad ettaro, altezze medie di 30 - 35m, anche dal punto di vista produttivo questa specie riveste un ruolo importante. Per cercare di favorire la rinnovazione naturale, si applicano diversi metodi di taglio. Tuttavia spesso occorrono integrazioni artificiali di piante coltivate in vivaio.
Il taglio a strisce è tipico dell'Austria e del Sud Tirolo, si effettua lungo le linee di massima pendenza, per una larghezza di 40m e lunghezza 80 - 110m, andando ad asportare un'area totale di 0,20 - 0.30 ha.
Nel taglio raso a buche si praticano tagliate dal diametro di 1,5 - 2 volte l'altezza degli alberi.
Il taglio a Fratte è un taglio raso di 1 - 3 ettari di forma rettangolare. Dopo alcuni anni viene effettuata la rinnovazione artificiale. E' stato il metodo tradizionale della Val di Fiemme, oggi non più praticato per motivi estetici, può essere effettua ancora oggi in luoghi di minima rilevanza paesaggistica.

La fondamentale proprietà di questa pianta è quella di alleviare i disturbi delle vie respiratorie. È efficace come anticatarrale e disinfettante delle vie urinarie. Per l'uso esterno si sfruttano le proprietà antisettiche e rubefacenti: le prime ne fanno un efficace deodorante ed antisettico cutaneo; le seconde un ottimo stimolante della circolazione sanguigna valido nei reumatismi.

Per uso interno la medicina popolare utilizzava le gemme in decotto per disturbi respiratori, i rametti e le foglie,sempre in decotto, per disturbi alle vie urinarie e contro i reumatismi.
Le gemme, i rametti e le foglie in decotto,per uso esterno,per attivare la circolazione cutanea, disinfettare e deodorare.

L'olio essenziale è utilizzato per massaggi esterni, contro i dolori reumatici, e per massaggi toracici nelle forme catarrali croniche dell'apparato respiratorio (proprietà secretolitiche ed antisettiche). Il gemmoderivato di Abete bianco è indicato nei ritardi e nei deficit del consolidamento osseo (in caso di rachitismo, fratture ossee e ritardi del loro consolidamento, disturbi della dentizione, carie, paradontosi, osteoporosi giovanile e dell'anziano, carenze alimentari di calcio degli adulti e casi di decalcificazione).
Associazioni e rimedi complementari

Affezioni catarrali dell'apparato respiratorio: associazione di abete con rosa canina nelle rinofaringiti, tracheobronchiti, sinusiti, tonsilliti, adenoidi, otiti  e nei ritardi staturo-ponderali.
Affezioni a livello osseo: con Betulla nei casi di ritardi staturo-ponderali, fratture, osteocondriti giovanili, rachitismo; con Betulla e quercia nei casi di carie dentaria.

L'olio essenziale di abete può essere responsabile di irritazioni cutanee e di bronscospasmo. Possibili reazioni irritative o allergiche locali o sistemiche. Si sconsiglia l'uso per via orale. L'abete risulta controindicato in caso di asma bronchiale e pertosse.

L'unguento di abete rosso completamente naturale contiene vera resina di abete rosso sotto forma di unguento naturale, olio d'oliva estratto a freddo, olio di palma, cera d'api, oli essenziali di eucalipto naturali e un'aggiunta di vitamina E. L'unguento non contiene aromi artificiali, coloranti, conservanti e paraffina.
I preparati a base di resina d'abete rosso vengono usati già da molti anni nella medicina popolare tradizionale per trattare una varietà di lesioni cutanee (ferite), infiammazioni e dolori muscolari e articolari. È scientificamente provato che la resina di abete rosso è dotata di proprietà antibatteriche.
L'unguento è di colore marrone con un odore caratteristico di resina. L'unguento di abete rosso è un prodotto naturale, senza aggiunta di conservanti, coloranti. L'unguento di abete rosso contiene principi attivi con proprietà antinfiammatorie e antibatteriche. Inoltre facilita la riparazione dei tessuti e la guarigione delle ferite.



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LA FORMICA RUFA



Le formiche sono tra le più antiche creature del pianeta e sopravvivono nell'aspetto pressochè originario dopo 100 milioni di anni. A prima vista sembrano tutte uguali, eppure secondo i mirmecologi, ovvero gli specialisti che studiano questi curiosi insetti, le specie di formiche finora conosciute sono circa 12.000. In Italia si conoscono oltre 200 specie di formiche: tra queste, nei boschi di conifere delle Alpi, si trovano quelle che costruiscono i nidi (acervi) più appariscenti. Si tratta delle specie del gruppo Formica rufa. Similmente alle altre famiglie d'insetti sociali (api, vespe e termiti), anche le formiche rufe si caratterizzano per un sistema di caste ben differenziato.

Dotata di livrea rosso ruggine, addome, zampe ed antenne di colorazione bruna, questa specie è priva di pungiglione, ma è capace di lanciare, anche a 30 cm di distanza, potenti getti di acido formico prodotto da un apparato addominale. Lunga fino a 8-10 millimetri, è dotata di grandi mandibole.

La formica rossa è un insetto diffusamente poligino e spesso, subito dopo la fecondazione, riammette le regine nella colonia madre, con l'effetto di produrre vecchi nidi con una fitta rete di gallerie e oltre un centinaio di femmine fecondate, esse infatti non possono sopravvivere al di fuori di un formicaio già avviato.

Nuove colonie possono crearsi quando una colonia ha un certo numero di esemplari, allora la colonia si divide in più sottosciami o sciami secondari, che se abbastanza grandi si dividono a loro volta in sciami terziari, e molto più raramente in sciami quaternari; ogni sciame dà poi origine ad un nuovo formicaio del tutto autonomo che crescerà anch'esso di numero e produrrà femmine fertili e maschi a tempo debito.

Difende con aggressività il territorio, e spesso attacca altre specie di formiche presenti nella zona del proprio dominio per eliminarle. I voli nuziali hanno luogo durante la primavera e spesso coincidono con dure battaglie fra colonie vicine per la riorganizzazione dei confini territoriali.

La formica si nutre comunemente di invertebrati trovati intorno al nido, e in particolare afidi trovati sugli alberi, sebbene siano anche voraci saprofagi.

In un popolamento di formiche rufe si distinguono: le operaie, femmine sterili che misurano da 5 a 7 mm, hanno corpo piuttosto slanciato, dorso rosso ruggine, testa ed addome nerastro; le regine, femmine feconde, sono un poco più grandi (8-10 millimetri) e sono dotate di ali; i maschi sono più piccoli delle femmine ed alati.
Le operaie costituiscono la massa di una popolazione di formiche, svolgono tutti i lavori, assicurano la difesa, la cura della prole e l'approvvigionamento; vivono 4-5 anni. Le forme alate, femmine regine e maschi, sciamano nei primi giorni d'estate; i maschi hanno il compito di accompagnare le regine nel volo nuziale per fecondarne le uova; la loro vita è assai breve. 3-4 settimane e muoiono entro qualche giorno dal volo. Le regine, se non cadono vittime dei numerosi predatori (uccelli od insetti), dopo il volo nuziale perdono le ali e cominciano una lunga esistenza (anche 20-25 anni), votata alla deposizione delle uova nella parte più profonda del nido. La regina fecondata cerca sistemazione nel nido d'origine o comunque in quello della sua specie; talvolta fonda un altro formicaio deponendovi le uova e crescendo da sola la prima nidiata, dallo stadio di larve a quello di operaie.

Tutte le specie del gruppo Formica rufa edificano un nido a forma di cupola, forma ideale per captare il calore del sole oltre che per proteggere il nido dalla pioggia.
I nidi o acervi misurano mediamente m 1,20 di diametro sono alti circa 60 cm e contengono una popolazione che va dalle 200.000 alle 500.000 formiche e diverse centinaia di regine, ma possono arrivare anche a 2 m di altezza e diversi metri di diametro, con una popolazione fino a più di un milione d'individui. I formicai si sviluppano in profondità, all'incirca quanto l'altezza della cupola, e solitamente inglobano una ceppaia marcescente o una grossa radice morta. La parte profonda, dove le formiche sono sufficientemente protette e dove regna una temperatura ottimale per la loro vita, è formata da una successione di camere intercomunicanti, destinate alla regina, allo sviluppo delle uova e delle larve nonché a contenere, nell'epoca prossima alla sciamatura, masse di individui alati. I diversi materiali con i quali viene costruito il nido, quali aghi di conifere, ramoscelli, grani di terra, gocce di resina ecc. sono abilmente intrecciati e formano una mirabile costruzione architettonica sufficientemente compatta. In estate, la temperatura interna dell'acervo si mantiene costante attorno ai 24-28°C, salvo nella parte più profonda dove non oltrepassa i 20°C; da fine settembre le formiche iniziano a concentrarsi nella profondità del nido, dove svernano, pressoché immobili, ad una temperatura di circa 10°C. Nella bella stagione, all'interno del nido schiere di operaie servono la regina, curano la prole, puliscono le celle e le gallerie e, se la temperatura diviene troppo elevata, realizzano nuove aperture per permettere una migliore ventilazione; il nido viene ispezionato di continuo per il mantenimento delle strutture e per il regolare ricambio dei materiali da costruzione. Durante il periodo di attività numerose operaie montano la guardia, pronte ad avvertire le compagne dell'avvicinarsi di un pericolo.

Il principale costituente di Formica rufa, o formica rossa, è l’acido formico. Altri costituenti sono terpeni, oli essenziali e iridomirmecina, sostanza dall’azione battericida e insetticida. La tintura madre è preparata con l’insetto intero vivo. La sperimentazione patogenetica ha dimostrato un tropismo essenziale sull’apparato locomotore e sull’apparato urinario.

Formica rufa cura in particolar modo le cistiti croniche o recidivanti da Escherichia Coli, accompagnate o alternate ad artralgie. È indicato soprattutto per i soggetti affetti da iperuricemia.

Sintomi caratteristici sono urine abbondanti, torbide e maleodoranti, presenza di cristalli di acido urico, bisogno impellente di urinare. Le minzioni non sono molto dolorose.

Nella sperimentazione omeopatica il rimedio Formica rufa provoca una forte irritazione sull’apparato locomotore, con artralgie erratiche improvvise che peggiorano con il freddo e con l’umidità, e sull’apparato urinario dove provoca infiammazione con albuminuria, urine torbide e maleodoranti.


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IL LAMPONE



Il lampone è un arbusto della famiglia delle Rosaceae, il cui omonimo frutto, di colore rosso e sapore dolce-acidulo è molto apprezzato nelle preparazioni alimentari.

La fioritura avviene normalmente tra maggio e giugno mentre il frutto, composito, matura in tarda estate o inizio autunno. Cresce tipicamente negli spazi aperti all'interno di un bosco o colonizza opportunisticamente parti di bosco che sono stati oggetto di incendi o taglio del legno. È facilmente coltivabile nelle regioni temperate e ha una tendenza a diffondersi rapidamente. Il lampone è un aggregato di drupe.
Il lampone europeo è una pianta cespugliosa, formata da numerosi polloni di durata biennale che sorgono dalle radici, per cui si ha un continuo rinnovo del cespuglio che si espande in larghezza.I polloni, forniti di epidermide verde-chiara ricoperta da piccole spine, sono lunghi sino a 2 m. Le radici principali sono tozze e rizomatose, mentre quelle secondarie sono superficiali e fascicolate. Le foglie sono caduche, costituite da 3-5 foglioline ovali, di colore verde scuro e con margine seghettato. I fiori sono riuniti in racemi portati da germogli fioriferi che sorgono, nelle varietà unifere, apicalmente e lateralmente ai polloni dell'anno precedente, oppure anche ai polloni dell'anno nelle cultivar bifere; presentano un grosso calice, 5 sepali e 5 piccoli petali bianchi; la fioritura avviene scalarmente nel periodo che va da metà maggio a metà giugno. Dopo la fecondazione, da ciascun pistillo si origina una drupeola che, assieme a tutte le altre presenti sul ricettacolo, costituirà il frutto aggregato detto mora. Ciascuna drupeola è provvista di un minuscolo seme, che può essere fastidioso al momento del consumo, soprattutto in cultivar con poca polpa. La forma della mora varia da tonda a conica, più o meno allungata. Il colore varia dal rosa pallido, al rubino, fino al rosso carico quasi violaceo; ma esistono anche frutti di colore giallo ambrato, generalmente di sapore scialbo. A volte il frutto è coperto di uno strato di pruina, che rende il colore opaco e poco attraente.
A parte il consumo diretto o la surgelazione, i lamponi trovano molte altre utilizzazioni industriali (gelatine, confetture, sciroppi per bibite o per medicinali, coloranti naturali per cosmetici, aromatizzazione del vermouth), per i quali vengono generalmente impiegati frutti di qualità mediocre di importazione.
I frutti migliori vengono invece inviati alla surgelazione rapida per ottenere un prodotto di qualità destinato prevalentemente alla pasticceria, all’industria dei gelati e degli yogurt. Gode di azione rinfrescante delle vie intestinali e del tratto urinario, diuretica, diaforetica e protettrice vaso-capillare. Il succo secondo tradizione popolare è utile per gargarismi lenitivi e demulcenti.
In cucina il frutto si utilizza al naturale, sotto forma di succo, sciroppo, marmellate, gelatine, sorbetto, per aromatizzare liquori e grappe, bevande fermentate ed acquavite.

Nelle zone del mediterraneo, nello specifico in Italia e Grecia i lamponi cominciano ad essere coltivati nel XVI secolo; pare che a quell'epoca venisse addirittura consigliato alle donne in gravidanza in quanto vigeva la convinzione che questo frutto avesse la proprietà di scongiurare il rischio di aborto.

Il lampone è composto per l'80% da acqua, dal 10% da carboidrati, dal 5% da fibre, 1,2% da proteine, zuccheri, ceneri e, in piccolissima percentuale, ( 0,6% ) da grassi.

Discreta la presenza di minerali: magnesio, sodio, fosforo, potassio, magnesio, zinco, ferro, manganese, rame e calcio.
Buona la presenza di vitamine e nello specifico troviamo: vitamina A, vitamine B1, B2, B3, B5, B5, vitamina C, Vitamina E, K e J.

Per quanto riguarda gli zuccheri sono presenti nella percentuale dell'1,9% il destrosio, per il 2,4% il fruttosio e in piccolissima percentuale, lo 0,2%, il saccarosio.

Grazie alle ottime proprietà curative ed alla versatilità di questo frutto, si può approfittare delle sue qualità terapeutiche in vari modi: il succo di lampone puro  può essere impiegato in caso di stitichezza ed infiammazione delle vie urinarie, il decotto di foglie è consigliato in casi di colite, diarrea e per calmare i dolori di mestruazioni particolarmente dolorose. Lo sciroppo preparato con lamponi e zucchero, oltre ad essere un ottimo dissetante, ha anche proprietà diuretiche e rinfrescanti. Per uso esterno, l'infuso preparato con le foglie, è consigliato per la cura delle emorroidi, i reumatismi e per sciacqui alla gola.
Se si ha la possibilità di raccogliere i lamponi è meglio farlo nelle prime ore del mattino in quanto in quel momento della giornata sono più dolci e soprattutto si conservano più a lungo. E' molto importante raccoglierli quando sono maturi, nel caso contrario, una volta raccolti, non maturano più. Il lampone si deteriora facilmente e rapidamente stando a contatto con gli altri lamponi. In frigorifero si conservano per non più di tre giorni.

Il medico Discoride, vissuto in Grecia nel I secolo d.C., cita il lampone nella sua opera De Materia Medica, dove descrive le piante di lampone che crescevano sul monte Ida in Asia da cui prese poi il nome la specie, Idaeus appunto.

Le foglie del lampone si raccolgono di norma  a giugno e le si fanno poi seccare in un luogo areato ed asciutto per poterle utilizzare in seguito per la preparazione di infusi e decotti.

L'unica controindicazione all'assunzione del lampone è dovuta alla presenza di acido ossalico che lo rende un alimento sconsigliato a chi soffre di gotta.

La buona quantità di calcio e di vitamina C presenti nei lamponi ne fanno un alimento particolarmente indicato per i bambini e gli anziani.

Come anche la fragola, il lampone può essere utilizzato per la preparazione di maschere emollienti e rivitalizzanti per il viso; è sufficiente schiacciare i frutti freschi fino ad ottenere una specie di crema che andrà poi spalmata sul viso per una mezz'ora circa.

Da molto tempo i lamponi, grazie al loro contenuto di vitamina C, sono noti per le loro proprietà antinfiammatorie delle vie respiratorie; solo ultimamente, grazie a recenti studi scientifici, sono venute alla luce, soprattutto per quanto riguarda la varietà di lamponi scuri, le proprietà antitumorali di questo squisito frutto. Pare infatti che una sostanza in esso contenuta, presente anche nelle fragole, l'acido ellagico, sia un potente antiossidante con la proprietà di inibire l'alimentazione delle cellule tumorali, in particolare a livello intestinale.

Mangiare lampone fa bene per via di tutte le sue proprietà benefiche contro l'amenorrea, aiuta a dimagrire e migliora eventuali problemi con le mestruazioni. Il lampone è conosciuto da tutti per la sua fragrante dolcezza, per il suo gusto caratterizzato da una venatura aspra ma che resta sempre e comunque meravigliosamente delizioso al palato e stimolante per le papille gustative. Resta il fatto che ben pochi si interessano al valore nutrizionale che questa piccola bacca può portare all’organismo, nutrendolo e rafforzandolo nei confronti di una gran varietà di problemi per la salute.

Il lampone contiene i polifeni che conferiscono ai frutti ottime proprietà generali antiinfiammatorie e protettrici dei capillari sanguigni che vengono sfruttate, per uso esterno, come lenitivi della pelle infiammata, delle gengive irritate e facili a sanguinare.



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LA FRAGOLA



Le fragole sono i frutti (in realtà si tratta di un frutto aggregato) delle piante del genere Fragaria a cui appartengono molte specie differenti.
Si intende la parte edule della pianta: anche se le fragole sono considerate dei frutti dal punto di vista nutrizionale, non lo sono dal punto di vista botanico: i frutti veri e propri sono i cosiddetti acheni ossia i semini gialli che si vedono sulla superficie della fragola. La fragola viene considerata come un frutto aggregato perché non è altro che il ricettacolo ingrossato di un'infiorescenza, posizionata di norma su un apposito stelo.

La pianta, al di fuori del sistema riproduttivo, ha sistemi di moltiplicazione non sessuale, come lo stolone, ramificazione laterale radicante per mezzo della quale può produrre nuovi cespi che sono di fatto cloni dello stesso individuo vegetale. Le fragole oggi comunemente coltivate sono ibridi derivanti dall'incrocio tra varietà europee e varietà americane.

La Specie di fragole più diffusa è la Fragaria per ananassa o fragola da orto/giardino, ottenuta dall'incrocio tra la Fragaria virginiana nord americana e la Fragaria chiloensis o cilena.
La domanda commerciale e le primissime colture di fragole si sono sviluppate a partire dal XVII secolo d.C. (anche se le prime citazioni letterarie di trapianti dal selvatico risalgono al XIV secolo). Inizialmente, gli scambi commerciali non interessavano la Fragaria ananassa (prodotta a partire dalla seconda metà del XVIII secolo), bensì la Fragaria vesca o fragola di bosco. Successivamente, tra la gran Bretagna e la Francia, l'ibrido ananassa rimpiazzò efficacemente tutte le colture di fragole di bosco aumentandone la resa, la resistenza e la produzione complessiva.
Le fragole sono frutti di dimensioni ridotte (circa 8-10 volte più piccole di una mela ma 3-4 volte più grandi di una mora); in piena maturazione si presentano di colore rosso vivo e pigmentato di giallognolo-verdino (colore conferito dai numerosissimi e piccoli acheni esterni, comunemente scambiati per semi). L'aroma e il gusto dolce delle fragole sono caratteristici e le rendono uno dei i frutti più graditi e commercializzati sull'intero pianeta.
Le fragole possono essere consumate fresche, surgelate, essiccate, in confettura, frullate, sciroppate e come succo di frutta o sciroppo liquido; inoltre, rappresentano un ingrediente molto utilizzato nella formulazione di gelati, torte e dessert.

Le varie sottospecie e varietà di fragole coltivate variano l'una dall'altra per: dimensioni del frutto, colore, sapore, forma, grado di fertilità, stagione di maturazione, resistenza alle malattie e costituzione della pianta. Nella maggior parte delle fragole i fiori appaiono ermafroditi, ma la loro funzione è solamente maschile o femminile, mai entrambe. Generalmente le fragole non vengono mai prodotte per semina (poco conveniente), bensì per trapianto dei "figli", ovvero spezzoni di rami che partono dalla pianta madre e sviluppano le radici. La procedura può essere di tipo plasticoltura annuale (con aratura al termine di ogni stagione) o perenne, con recisione e reimpiego dei "figli". E' anche presente una minor produzione in serra durante il periodo invernale.
L'utilizzo di fertilizzanti (azoto, fosforo e potassio) è sempre necessario, ed applicato in due momenti ben distinti: alla conclusione del ciclo produttivo e prima dell'inizio del seguente. I parassiti più pericolosi per le fragole sono: lumache, falene, mosche della frutta, coleotteri, acari e afidi; le malattie fungine più comuni delle foglie sono invece: oidio, ruggine, perenospora e muffe mucillaginose, mentre i frutti possono essere aggrediti dalla muffa grigia e le radici da verticillum e nematodes.

La fragola predilige le zone temperate dell’emisfero settentrionale, le Ande e alcune isole dell’emisfero australe. Il suo nome scientifico è Fragraria e deriva dal vocabolo latino fragrans (fragrante), proprio in virtù dell’aroma intenso sprigionato dai suoi frutti, soprattutto quelli che crescono spontanei nei boschi. La fioritura può avvenire in diverse stagioni, secondo le specie e le varietà.

Il terreno ideale per la coltivazione delle fragole deve essere soffice, piuttosto acido e misto a sabbia: questa pianta non è difficile da coltivare ma presuppone alcuni importanti accorgimenti: innanzitutto il terreno sul quale si coltiva deve essere esposto al sole e va continuamente “sarchiato” (processo tramite il quale l’acqua viene indirizzata sul terreno con lo scopo di tenerlo morbido) e ripulito da erbe infestanti. Inoltre la concimazione iniziale deve essere molto abbondante (viene eseguita con letame posto in profondi solchi, precedentemente tracciati). Infine la “pacciatura” che avviene stendendo sul terreno un telo plasticato e forato: a seguito di questo trattamento, le piantine possono usufruire di quel tepore a loro congeniale per offrire il massimo del gusto; la copertura in plastica inoltre, impedisce che il frutto, giunto a maturazione, venga a contatto con la terra. Generalmente le piantine vengono sistemate in cassette lunghe 40 cm circa e disposte in file parallele, distanti circa 30 cm tra loro. Devono “riposare” per tutto l’inverno (se non vengono coltivate in serra) e la raccolta avviene generalmente dalle prime ore della mattina al tramonto, quando le fragole si presentano asciutte. Un fragoleto produce in modo attivo per circa 3 anni e successivamente bisogna spostare la coltura, rinnovando le piante.

Quando ci si reca da un fruttivendolo per acquistare le fragole, occorre controllare innanzitutto che siano piuttosto dure, che il picciolo sia ben attaccato e che il colore rosso risulti uniforme e non troppo scuro: in quel caso la fragola è eccessivamente matura e va consumata al massimo entro 48 ore; diffidare, quindi, di quelle che presentano parti bianche o verdi, segno evidente, al contrario, che il frutto è ancora acerbo. Se invece si acquistano in vaschetta, fare attenzione agli esemplari ammaccati o ammuffiti. Le fragole sono facilmente deperibili ed è quindi opportuno conservarle in frigorifero, nello scomparto meno freddo, per 2-3 giorni al massimo, possibilmente su vassoi di cartone o lasciate nel cestino in cui sono state acquistare, in modo che circoli l’aria.

Le foglie giovani della Fragaria, sono utilizzate a scopo alimentare nella preparazione di minestre di riso, o per sostituire gli spinaci, dando alle pietanze caratteri rinfrescanti, mentre i cinesi le utilizzano per preparare un tè particolarmente aromatico e squisito, caratteristico nel colore.

Purtroppo, attualmente le fragole coltivate che il mercato ci offre sono certamente belle da vedere, ma mostrano chiare differenze organolettiche, in sapore e profumo con i frutti spontanei del sottobosco, che sono piccoli e meno polposi, ma certamente più gustosi, mentre le varietà che crescono negli orti e nei giardini producono fragole più succose, ma meno aromatiche.

Una curiosità: nel XVI secolo in Inghilterra, si attribuiva alle fragole il potere di aumentare la fecondità delle donne, probabilmente per il grande potere afrodisiaco, che non manca loro.

Dotate di un buon contenuto calorico a causa dell'elevato tenore zuccherino, le fragole rappresentano una eccellente fonte di vitamina C e di flavonoidi. Della famiglia dei flavonoidi fanno parte gli antociani, i quali sembrerebbero essere responsabili delle potenziali caratteristiche anti-infiammatorie delle fragole.

Dal punto di vista salino, le fragole contengono ottime quantità di potassio e manganese, mentre per quel che concerne le vitamine si evidenziano notevoli concentrazioni di acido folico ed acido ascorbico (vit C). Quest'ultima molecola è uno dei principali costituenti antiossidanti delle fragole, il cui potere viene ben supportato dai flavonoidi (polifenoli), in particolare dalla fisetina. Si tratta di un flavonolo pigmentoso ampiamente studiato dalla comunità scientifica in diversi contesti patologici; l'interazione tra la fisetina delle fragole e l'organismo umano è stata osservata in caso di: malattia di alzheimer, diabete mellito tipo 2, ipercolesterolemia ecc. I risultati sono ancora in via di chiarimento ma è verosimile che possa vantare proprietà: antiaging, anticancerose, antiossidanti, antinfiammatorie ed antivirali; tuttavia, non è da escludere che possa nascondere effetti collaterali come l'incremento del rischio di malattie nel feto (tipo leucemia, a causa dell'interazione con gli acidi nucleici).
Le fragole sono anche alimenti potenzialmente allergizzanti; questa forma di ipersensibilità (piuttosto diffusa) si manifesta ordinariamente con sintomi cutanei e della mucosa orale, più raramente con febbre da fieno, dermatite, orticaria e problemi respiratori. Il principio attivo "teoricamente" responsabile delle reazioni avverse è la Fragaria allergen 1, una proteina presente anche nella mela e nella betulla, piante verso le quali si evidenzia una concreta cross-reattività dei soggetti allergici alle fragole. A tal proposito, è stata differenziata una particolare coltivazione (Sofar) che produce fragole prive di  allergeni; questa pianta origina frutti maturi totalmente bianchi (poiché privi di flavonoidi) ed il suo aspetto peculiare si rende vantaggioso anche nella lotta contro infestatori aviari nelle coltivazioni in campo aperto.

Inoltre è particolarmente indicata per combattere il colesterolo: a tale proposito, l’Università di Davis in California sta cercando volontari per testare gli effetti benefici di una dieta regolare a base di questo goloso frutto sulle malattie cardiovascolari, infiammatorie e sul colesterolo e trigliceridi. L’acido salicilico in esse contenuto, oltre a risultare efficace contro la gotta, aiuta a mantenere sotto controllo la pressione e la fluidità del sangue. La fragola ha anche un alto contenuto di fosforo ed è utilizzata per le proprietà lassative, diuretiche e depurative. Le fragole sono anche buone fonti di acido ellagico, che è un efficace anticancro. Sono anche rinfrescanti, diuretiche, depurative e disintossicanti. Contengono infine lo xilitolo, una sostanza dolce che previene la formazione della placca dentale e uccide i germi responsabili di un alito cattivo.

Le fragole sono vere e proprie alleate della bellezza: essendo costituite per il 90% da acqua, sono povere di grassi e aiutano quindi a drenare i liquidi e ciò rende più bella la pelle proprio per la presenza di particolari enzimi che attivano il metabolismo dei grassi, favorendo il ricambio cellulare. Molto adatte anche per la prevenzione delle rughe quando vengono utilizzate come maschera per il viso (basta semplicemente togliere il picciolo e schiacciarle un po’) rendendo la pelle morbida e vellutata. Come ottenere una maschera nutriente? Mescolando la polpa della fragola con una “dose” di panna o miele fino ad ottenere una crema che va applicata sulla pelle per 20 minuti e poi risciacquata. Le fragole sono anche ottime contro la couperose utilizzando le foglie per impacchi rinfrescanti. Il suo succo invece, aiuta a prevenire le scottature solari e viene utilizzato come ingrediente per composti ad azione schiarente,

Il fiore della fragola è stato paragonato nell’Ottocento all'innocenza e alle virtù della purezza, perché appartiene ad una pianta che nonostante cresca nel sottobosco, tra erbe velenose e animali nocivi mantiene il bianco candore, che produrrà un delizioso e profumato frutto. Frutto che, invece, per il suo colore rosso acceso è il simbolo dell'amore, magari passionale e sospettoso, come quello memorabile che portò Otello a credere che la dolce Desdemona lo tradisse. Il povero Otello, infatti, fu tratto in inganno dal perfido Jago tramite un candido fazzoletto, che riportava un delicato ricamo di minuscole fragole di bosco. E in queste credenze non potevano mancare simbolismi più carnali attribuiti a questo dolce frutto, il Behling la paragona al "piacere sensuale", e Joseph de Siguença attribuiva alla fragola "vanità e piaceri che passano"..


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IL MIRTILLO



I mirtilli sono piccoli arbusti. Il gigante tra i mirtilli, il Vaccinium arboreum del Nordamerica, è un piccolo albero, che può arrivare a 9 m. Altri mirtilli sono arbusti che superano il metro, mentre molti (tutti quelli presenti in Italia) sono di piccole dimensioni o addirittura striscianti.

Il mirtillo nero (Vaccinium myrtillus) fiorisce in maggio e fruttifica in luglio-agosto, ha foglie ovali e frutti bluastri, che si consumano freschi o trasformati in marmellata. Il mirtillo rosso (Vaccinium vitis-idaea) ha foglie coriacee sempreverdi, con fiori bianchi o rosa, riuniti in grappoli terminali; produce bacche rosse commestibili ma amarognole, anch'esse adatte ad essere trasformate in marmellata.

I fiori hanno una forma tipica a orcio rovesciato, con petali saldati tra loro. Questa forma è comune a tutte le Ericaceae.

I frutti hanno l'aspetto di bacche, ma in realtà sono false bacche, come le banane e i cocomeri, perché si originano - oltre che dall'ovario - da sepali, petali e stami.

La maggior parte delle specie vive nell'emisfero settentrionale e soprattutto in climi temperati e freddi, ma non mancano mirtilli propri di aree tropicali come le Hawaii, il Madagascar, Giava.

In Italia il genere Vaccinium è rappresentato solo nel Nord e sui monti del Centro.

Molte specie di mirtilli producono bacche commestibili, più o meno aspre secondo la specie e il grado di maturazione. Tra le altre, citiamo il mirtillo nero (il più usato) e il mirtillo rosso.

Vaccinuim myrtillus o Mirtillo nero: spontaneo in Europa: alto 20-40 cm, con fusti angolosi e ramosi; fiorisce in maggio e fruttifica in luglio-agosto; presenta bacche solitarie o accoppiate, nere, ricoperte da pruina e con polpa colorata. Si trova nelle Alpi e negli Appennini fino all'Abruzzo, fino a circa 2.000 metri; i frutti possono essere consumati freschi o trasformati in marmellate o gelatine.
Vaccinium vitis idaea o Mirtillo rosso: spontaneo in Europa; alto 10-40 cm, sempreverde, con fiori bianchi o rosa, riuniti in grappoli terminali; produce bacche rosse, acide, amarognole; è diffuso nelle Alpi e nell'Appennino settentrionale.
Vaccinium uliginosum o Mirtillo blu: spontaneo in Europa, alto 15-25 cm, a foglia caduca, fiori bianco-rosso; produce bacche di color nero-bluastro, pruinose, con succo incolore e insipide.
Vaccinium australe o Southeastern highbush blueberry, cui appartengono le prime varietà selezionate.
Vaccinium oxycoccus o Mortella di palude: spontaneo in Europa e nel Nord America; pianta sempreverde strisciante, con fusti filiformi lunghi 20-30 cm; produce bacche rosse e globose.
Vaccinium angustifolium: spontaneo nell'America del Nord; ha taglia ridotta (fino a 50 cm) e produce bacche pruinose, di colore blu più o meno scuro, dolci e profumate.
Vaccinium ashei o Mirtillo conilopide: spontaneo nel Sud degli Stati Uniti, è una pianta alta fino a 6 metri, con bacche nere, senza o quasi pruina, riunite in corti racemi; è meno resistente al freddo del Mirtillo gigante americano.
 Vaccinium macrocarpon o Cranberry o Bacca delle gru.
Le varietà di mirtillo nero oggi coltivate sono soprattutto quelle derivate dal mirtillo gigante e dal cranberry.
Il mirtillo vegeta bene nei terreni acidi (pH 5-5,5), privi di calcare attivo, ben dotati di sostanza organica, fertili, freschi, tendenzialmente sciolti.
Viene propagato per talea legnosa o erbacea.

Il mirtillo, in generale, contiene discrete quantità di acidi organici (citrico, malico, etc.), zuccheri, pectine, tannini, mirtillina (glucoside colorante), antocianine, vitamine A e C e, in quantità minore, vitamina B. Si sottolinea l'influenza favorevole delle antocianine sui capillari della retina e su tutti gli altri capillari in generale.

Il succo di mirtillo è consumato sempre di più per via delle sue proprietà benefiche.

Alcune sostanze presenti nel mirtillo sono considerate utili per la circolazione sanguigna, tant'è che numerosi farmaci indicati nelle situazioni di fragilità capillare o per problemi vascolari sono a base di mirtillina.

Sono inoltre indicati per gli occhi (miopia e retinopatia), contro l'affaticamento visivo notturno e contro il diabete.

Il frutto è indicato, inoltre, come antisettico urinario e, soprattutto se essiccato, ha proprietà astringenti e può essere utilizzato come antidiarroico.

I frutti del mirtillo, di colore nero azzurrognolo, sono particolarmente ricchi di antociani (glicosidi dalle spiccate virtù antiossidanti), tannini catechinici (sostanze dotate di attività vasocostrittrice e blandamente antinfiammatoria), vitamina C e pectine (fibre alimentari solubili).
Per la presenza di tannini ed antocianine, i frutti freschi interi vengono consigliati nel trattamento della diarrea (20-60 grammi al giorno) e, come decotto, nei casi di infiammazione di bocca e gola; godono inoltre di proprietà ipoglicemizzanti (più evidenti nel decotto di foglie).
Gli antocianosidi sono utili nella terapia del danno retinico e della fragilità e permeabilità capillare dell'occhio. Secondo un racconto popolare risalente alla seconda guerra mondiale, i piloti della RAF (Forza militare aerea della Gran Bretagna) erano soliti consumare marmellata di mirtilli per affinare la visione notturna durante le missioni; nonostante ciò, gli studi clinici più recenti non hanno confermato l'efficacia del frutto nella cura dei problemi associati alla visione crepuscolare e notturna.
L'effetto positivo degli antocianosidi di mirtillo sull'aumento della resistenza e sulla diminuzione della permeabilità vascolare (azione antiedemigena), associata alla loro azione blandamente diuretica, rendono il mirtillo un alimento particolarmente utile nel trattamento della cellulite, della ritenzione idrica, delle emorroidi e delle vene varicose. Indicazioni minori relative al mirtillo suggeriscono il suo impiego anche in caso di dismenorrea (mestruazioni dolorose).
Secondo la scala ORAC, messa a punto dal dipartimento dell'agricoltura statunitense per quantificare il potere antiossidante degli alimenti, i mirtilli sono tra le migliori fonti naturali di queste sostanze, secondi soli al succo d'uva nera. L'enorme interesse verso gli antiossidanti deriva dalla loro capacità di contrastare efficacemente i fenomeni degenerativi associati all'invecchiamento, al danno cardiovascolare e persino a numerose forme tumorali.
Ai glicosidi antocianici vengono attribuite proprietà antinfiammatorie ed antiaggreganti piastriniche che, unitamente all'azione vasodilatatoria ed antiossidante, costituiscono un vero toccasana per l'intero sistema cardiovascolare.
Nonostante l'effetto terapeutico sia inferiore, anche i frutti del mirtillo rosso (Vaccinium vitis-idaea Fam. Ericacee) trovano impiego in ambito fitoterapico; la loro applicazione principale rimane comunque quella alimentare, dove vengono utilizzati per la preparazione di gustose gelatine e marmellate di frutta.

Il mirtillo nero, in particolare, è quello a cui vengono riconosciute il maggior numero di proprietà benefiche per l'organismo umano; il suo colore è dovuto alla presenza di antociani, che sono dei pigmenti blu aventi diverse funzioni nella pianta, tra cui quella di difenderla dai radicali liberi e dai raggi ultravioletti. Le sostanze principali che troviamo in questo piccolo frutto sono costituite da zuccheri, diversi tipi di acidi tra cui l'acido citrico e l'acido idrocinnamico. Inoltre, il mirtillo nero, contiene la vitamina B9, i tannini e in grande quantità sono presenti le antocianine che rendono i tessuti capillari più forti ed elastici. L'acido ossalico è quello che conferisce il tipico sapore asprigno del mirtillo.
Secondo studi condotti  da scienziati della Tufts Univerity è emerso che per attuare e mantenere una difesa efficace contro i batteri è sufficiente mezzo bicchiere al giorno di succo di mirtillo per un periodo di sette settimane. Dopo questa "cura", il 73 % delle pazienti prese in esame nello studio ha visto scomparire i sintomi della cistite. Dopo aver sospeso questa cura, il 50% delle pazienti  ha visto ricomparire l'infezione nel giro di tre settimane.
 
Il mirtillo è indicato per tutte le forme di disturbi intestinali, disturbi del fegato, tendenza alle emorragie per fragilità dei capillari, disturbi della circolazione in genere e per i problemi alla vista. L'acido idroccinnamico presente nel mirtillo è molto importante per il nostro organismo, in quanto è in grado di neutralizzare le sostanza cancerogene prodotte nell'apparato digerente. Il consumo di alimenti ricchi di sostanze antiossidanti, assume un importantissimo ruolo per quanto riguarda la salute del nostro organismo; queste sostanze, infatti, sviluppano uno scudo protettivo nei confronti della nostra pelle e soprattutto nella lotta ai radicali liberi. Oltre al loro potere antiossidante, i mirtilli, vengono usati anche per altre proprietà terapeutiche; sono infatti in grado di curare l'affaticamento visivo e la fragilità dei vasi capillari.
La antocianine  agiscono sul cuore e sono in grado di aumentare la resistenza stessa del muscolo; grazie al suo effetto antisettico e anti infiammatorio, il mirtillo riduce la flatulenza e combatte in modo deciso la diarrea.
In campo oculistico, il consumo di mirtillo, favorisce la produzione della rodopsina, una proteina che migliora notevolmente la capacità di vedere in condizioni di luce bassa e ne migliora l'adattamento all'oscurità. Infine, il succo fresco di mirtillo ha proprietà in grado di migliorare la diuresi.

Da molti anni le persone che sono soggette a disturbi ed infezioni legate alle vie urinarie, consumano succo di mirtillo per prevenire eventuali rischi. Finalmente, grazie ai continui studi in merito, gli scienziati sono riusciti a comprendere in che modo il mirtillo agisce e quale sia la sua azione per contrastare le infezioni.

La scoperta arriva dal Worcester Polytechnic Institute, dove, un gruppo di ricercatori, ha rivelato che il succo di mirtillo è in grado di mutare le proprietà termodinamiche dei batteri presenti nelle vie urinarie creando una barriera che impedisce ai microrganismi di avvicinarsi ai potenziali obiettivi cellulari. In pratica due tipi di batterio sono stati esposti a diverse concentrazioni di succo di mirtillo; anche a basse concentrazioni si è visto che il succo riusciva a modificare alcune proprietà che hanno la funzione di indicare la capacità dei batteri di legarsi alle cellule. Senza succo di mirtillo questi valori risultavano negativi, proprio ad indicare che l'attacco alle cellule sarebbe stato alquanto probabile. Al contrario, grazie al succo di mirtillo, il valore è risultato positivo, rendendo la probabilità di attacco alle cellule, molto improbabile.

Presso la tradizione nordica il mirtillo era considerato una pianta in grado di proteggere dalla malasorte. In Scandinavia i suoi rami venivano utilizzati nella cerimonia del "Piccolo Yule" (il 13 dicembre), un rito associato alla stella del solstizio d'inverno, conosciuta nella tradizione nordica come "portatrice di torcia".


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IL BOSCO DEL GIOVETTO



La Riserva Regionale dei Boschi del Giovetto nasce nel 1983, ma già in precedenza questa zona aveva destato l’interesse dei ricercatori, a causa della presenza di una particolare specie di formica.
Il territorio su cui si estende la Riserva parte dal Comune di Borno e sale da 1200 m. di altitudine fino a 2300.
L’area protetta è di 650 ettari, quasi completamente ricoperti da abeti rossi, e popolati da varie specie di animali: volpi, faine, scoiattoli, lepri, caprioli e diversi tipi di uccelli. Ma l’animale più interessante è un insetto particolare: la formica rufa. La Riserva del Giovetto è la prima area in Europa ad aver creato un ambiente di protezione per queste formiche, che svolgono una funzione di difesa del bosco, contrastando l’attività di specie dannose all’ecosistema.
La formica rufa è preziosa per l’equilibrio biologico del bosco, al punto che alcuni formicai (che possono contenere da 200.000 a 500.000 esemplari) vengono esportati in zone in cui non sono presenti.

Il sito è stato classificato come Sito di Importanza Comunitaria nel 2003 e come Zona di Protezione Speciale nel 2004 inserendosi tra i Siti della regione biogeografia “Alpina”.
Circa l’86% del territorio del sito è costituito da boschi d’alto fusto di conifere, dove è possibile incontrare gli acervi della Formica rufa, simbolo della Riserva Naturale. Ai boschi di abete rosso (Picea abies) si accompagnano o si sostituiscono l’abete bianco (Abies alba) e il faggio (Fagus sylvatica) sui versanti più ombrosi, ed il larice (Larix decidua) alle quote più elevate. Pascoli e prati si insediano tra i boschi a testimoniare la passata attività alpestre.

L'assetto geologico della Riserva é costituito da formazioni sedimentarie Triassiche con prevalenza di depositi argillo - marnosi facilmente erodibili che danno luogo a forme arrotondate e pendii poco acclivi, e per brevi tratti da depositi calcareo-marnosi meno degradabili affioranti nelle zone più ripide. I primi, di colore bruno nerastro, appaiono intensamente fogliettati per effetto d'un fitto sistema di fratture; i secondi, di colore grigiastro, sono piuttosto compatti e più o meno stratificati. Verso i limiti inferiori della Riserva (loc. Paen), dove la pendenza é decisamente comoda, le rocce in posto sono ricoperte da una coltre di depositi glaciali e fluvio-glaciali con ciottoli di rocce rossastre. I depositi di versante, particolarmente estesi nella zona della "Paghera" (versante scalvino), sono costituiti da detriti stabilizzati formati da minuscole schegge di argilliti, localmente chiamati "mortès". Allo sbocco degli impluvi, nei dintorni dei valico di Croce di Salven (zona di confluenza del ghiacciaio dell'Oglio con quello della Val di Scalve), si riscontrano depositi detritici trascinati dalle acque e costituiti da ciottoli calcarei grossolani e sabbie.

La copertura vegetazionale della Riserva a colpo d'occhio é caratterizzata da almeno tre tipi: i boschi, i cespuglieti e le praterie. Subito colpisce la superficie boscata, estesa sull'82% del territorio, dai 950 m. (versante scalvino), fino a 1.850 m., formante un manto relativamente compatto ed omogeneo costituito in netta prevalenza da fustaie di abete rosso (pagher). Ad un esame più dettagliato la vegetazione forestale si può comunque distinguere in tre fasce. Dai limiti inferiori, fino a 1250-1300 m. nelle esposizioni fresche, i boschi tendono ad essere per lo più misti di abete rosso ed abete bianco. (Abieti-Faggeto). Il bosco misto si presenta pertanto eterogeneo, formato da gruppi e da piante di varia età con sottobosco relativamente ricco di muschi, felci, ed altre specie erbacee ed arbustive. Dove la dotazione d'acqua nel terreno si riduce, o dove maggiore é il soleggiamento, prevale l'abete rosso con mescolanze poco significative di latifoglie come faggio, frassino maggiore acero montano e nocciolo. Dai 1250-1300 m. ai 1450-1550 m. (Pecceta montana), i boschi sono dominati dell'abete rosso con limitate partecipazioni di abete bianco e talvolta larice. Quest'ultima conifera, facilmente individuabile nel tardo autunno per il colore giallo dorato che le sue foglie assumono prima di staccarsi, é presente in misura significativa solo in un limitato tratto del versante bornese, a seguito di introduzione artificiale. Dai 1450-1550 m. fino al limite della vegetazione arborea, aggirantesi attorno ai 1750-1850 m. (Pecceta subalpina), il bosco tende gradualmente ad aprirsi diradandosi o formando gruppi intercalati da radure, ricche di sottobosco arbustivo con ontano alpino, sorbo degli uccellatori, rododendro e mirtilli, dove la vita animale e vegetale é particolarmente ricca. L'abete rosso, pressoché esclusivo in basso, verso l'alto cede il posto al larice. Nei modesti lembi di lariceto la vegetazione dei sottobosco é multiforme, con abbondanti specie erbacee dalla ricca fioritura primaverile. Il larice colonizza le superfici temporaneamente prive di bosco ed i tratti di pascolo abbandonato, consentendo sotto la sua protezione l'insediamento dell'abete rosso. I cespuglieti caratterizzano soprattutto gli impluvi più ripidi della Val Giogna ed una discreta fascia sul versante nord, dove la neve permane più a lungo.
Oltre all'ontano alpino, che insieme ai rododendri forma serrate boscaglie nella zona marginale al pascolo del Costone, lungo gli impluvi sono frequenti il laburno alpino ed i salici.
Le praterie, comprendenti prati-pascoli, pascoli e praterie secondarie incolte, traggono tutte origine dalla eliminazione artificiale del bosco al fine di aumentare l'area disponibile per il pascolo. I prati-pascoli interessano piccole superfici verso i limiti inferiori dell'area protetta; i pascoli riguardano i modesti insediamenti stagionali di malga Creisa e Paiano, in Comune di Borno, e di malga Costone prevalentemente sul versante scalvino, tuttora utilizzati rispettivamente con bestiame bovino ed ovino. Le praterie secondarie incolte occupano le zone più ripide verso la sorgente "Cerovine".

In particolare nel versante di Borno è stato favorito il bosco coetaneo di abete rosso trattato a taglio raso per ottenere periodicamente grossi quantitativi di legname, anche a scapito della continuità della copertura forestale; al contrario nel versante della Valle di Scalve, grazie anche a condizioni ambientali favorevoli, il bosco è sempre stato più o meno misto di Abete bianco e Abete rosso ed il trattamento praticato è stato in prevalenza a scelta con diametri di taglio piuttosto bassi.

Il territorio della riserva garantisce agli escursionisti ampi e piacevoli trekking. L’area è visitabile tutto l’anno, ma è senza dubbio dalla primavera all’autunno che si possono fotografare gli splendidi paesaggi al tramonto, osservare il brulichio delle instancabili formiche ed incontrare il bestiame al pascolo.
Il cammino consigliato per scoprire le bellezze che la riserva offre è il “Percorso dei mestieri nel bosco”: partendo da Azzone, è un percorso tematico che evidenzia le tracce delle attività legate in passato ai boschi. S’incontrano un’antica segheria ad acqua, i resti di una calchera e numerose aie carbonili. A scopo dimostrativo è stato anche ricostruito un pojàt per la fabbricazione del carbone di legna, con il modesto ricovero dei carbonai che per giorni curavano costantemente la “cottura” del cumulo di legna. Nella radura del Roccolo del Pianès è illustrata la tradizionale attività di cattura degli uccelli di passo. L’intero percorso è circondato da centinaia di formicai
La riserva è accessibile da Azzone, in Val di Scalve. Lasciato il paese si segue la carrareccia fino alla Val Giogna, da dove ha inizia l’area protetta.

Unica zona protetta in Italia a difesa della formica rufa, istituita nel marzo del 1985, ha lo scopo di studiare metodi di utilizzazione dei boschi e dei pascoli per il raggiungimento della massima stabilita ambientale. La formica rufa è oggetto di intenso studio per la interessante organizzazione sociale che la caratterizza e per la importante funzione di conservazione dell'equilibrio dell'ecosistema forestale.



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mercoledì 18 marzo 2015

LA SALCERELLA

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Pianta perenne, grigio tormentosa, può superare il metro di altezza. fusto eretto tetragono; foglie opposte o poste radialmente rispetto all'asse in simmetria e poste ad una stessa altezza; infiorescenza a spiga apicale; fiori a 6 meri; calice cilindrico rigonfio, grigio-tormentoso o rossastro; corolla grande 12-15 mm con petali ellittico lineari, acuti, roseo purpurei. Il frutto è una capsula oblunga che si apre a maturità per lasciare uscire numerosi piccoli semi bruno-giallastri. I semi possono essere dispersi mediante l'acqua (disseminazione idrocora).

Pianta piuttosto comune, fiorisce da Giugno a Settembre in luoghi particolarmente umidi fino a 1200 m.

Pianta rustica cespitosa, adatta a giardini acquatici o in riva ai laghi, necessita di pieno sole e terreno umido. Resiste a temperature fino a -15°. Pianta non soggetta a parassiti e malattie. Non bisognosa di cure particolari per la crescita.

Nelle sommità fiorite normalmente impiegate, i componenti principali sono: tannini, pectine, mucillagini, tra gli zuccheri la Salicarina, carotenoidi, fitosteroli e ferro.

Per via interna esplica azione astringente e antidiarroica. Come estratto fluido in forma di collutorio è lenitivo e antinfiammatorio del cavo orale o viene impiegato per lavande vaginali.

È pianta visitata dalle api, che ne raccolgono abbondante polline e nettare.

La Salicaria fu impiegata nei secoli per le proprietà astringenti contro la dissenteria e fino al XIX secolo non mancavano descrizioni in tal senso nei libri di medicina. Durante la prima guerra mondiale fu inoltre utilizzata dalle truppe tedesche nella terapia della febbre da tifo.


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LA FARFALLA LICENA DELLE PALUDI

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E' una farfalla diurna e vive in tutta l’Europa centro-meridionale anche se, in diverse regioni, si è estinta da qualche tempo.
In Italia, si può trovare negli ambienti umidi della pianura padana, sino a circa 400 metri sul livello del mare (area centro-settentrionale della penisola). Molti fattori minacciano la sua vita, per questo è stata inserita nella lista rossa della IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) ed è protetta anche da alcune leggi europee.
Si estingue per l’inquinamento o la riduzione dell' habitat naturale, che è costituito principalmente da paludi, prati umidi e acquitrini: qui cresce la Romice, vale a dire la pianta di cui si nutrono le larve.

Farfalla dalla vivacissima colorazione arancione brillante nei maschi, mentre la femmina ha un colore bruno mattone con punti neri sulle ali.
Compie voli brevi e velocissimi; le larve superano l'inverno tra le foglie secche e negli steli cavi delle piante ospiti e, durante la diapausa, possono resistere anche per molti giorni ad una completa immersione in acqua. In tutta Europa l'areale di distribuzione di questo licenide è in forte e continua contrazione, a causa soprattutto della bonifica delle zone umide. Nel nostro paese si trova ancora con una certa frequenza nella Pianura Padana ed in pochissime altre zone pianeggianti o di bassa collina del litorale tirrenico.

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