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lunedì 28 marzo 2016

SOSTANZE PER IL "TAGLIO"

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La cocaina è dappertutto. E come in ogni business, i produttori ricorrono a ogni mezzo per ottimizzare i profitti, tagliando la coca con una lunga serie di disgustosi additivi.I più sanno che spesso la cocaina viene diluita con cose come zuccheri e creatina, e che queste vengono mascherate con caffeina, lidocaina o benzocaina per simulare le proprietà anestetiche e stimolanti della cocaina. Ma in pochi sono consapevoli delle sostanze ancor più schifose che finiscono nella roba che vi sniffate.
La cocaina è sempre tagliata con altre sostanze. Le sostanze da taglio utilizzate possono essere suddivise in due tipi: quelle non psicoattive, che vengono utilizzate solo per aumentarne il peso (per esempio il lattosio, la cellulosa, ecc.) e quelle psicoattive, utilizzate perché rafforzano o imitano l’effetto della cocaina ma costano molto meno e quindi aumentano i margini di guadagno dei narcotrafficanti.

Nel 23,5% dei casi nella cocaina analizzata sono presenti da tre a cinque prodotti da taglio psicoattivi, nel 18,2% due prodotti da taglio, mentre nel 49,6% delle analisi viene riscontrato un unico prodotto da taglio presente (solitamente il levamisolo).

Il levamisolo è stato originariamente usato contro la filaria (antelmintico) ed è oggi usato in una vasta gamma di altre applicazioni mediche. Gli effetti collaterali più frequenti sono vomito e diarrea, ma può anche provocare reazioni allergiche (come difficoltà respiratorie, irritazioni cutanee), disturbi del sistema nervoso (svenimento fino alla perdita di conoscenza) o problemi nella formazione del sangue. A livello psichico, sono stati riscontrati blackout, forte affaticamento e difficoltà d’espressione verbale. Un consumo regolare indebolisce il sistema immunitario provocando una maggiore vulnerabilità alle malattie e alle infezioni.

I chimici forensi segnalano che i ritrovamenti di cocaina tagliata con il levamisolo sono sempre più frequenti, a livello globale e a tutti gli stadi della distribuzione da quella che circola in strada ai carichi di migliaia di tonnellate. Il che significa che l'adulterante viene aggiunto in America Meridionale prima che la sostanza venga esportata. Solitamente la quantità di levamisolo rintracciabile nella cocaina non è elevata, quindi non serve tanto ad aggiungere peso, e non è neanche uno stimolante o un anestetico. È però noto che uno dei metaboliti del levamisolo è un composto chiamato aminorex, dotato di proprietà stimolanti simili all'anfetamina.

Un'altra possibilità potrebbe riguardare il fatto che il levamisolo aumenta la quantità di dopamina rilasciata, alzando il livello di acido glutammico nel cervello. Dato che l'effetto euforico della cocaina proviene principalmente dal blocco della proteina trasportatrice di dopamina che a sua volta accresce la quantità disponibile di dopamina che interagisce con i recettori di dopamina nel cervello il levamisolo potrebbe potenzialmente incrementare gli effetti della cocaina attraverso il rilascio di dopamina. Alcuni suggeriscono addirittura che il levamisolo potrebbe garantire il superamento dei test sulla purezza della cocaina.

Nel 2005, il levamisolo è stato rinvenuto in quasi il due percento di cocaina sequestrata dall'agenzia antidroga statunitense, la DEA. Nel 2007 la frequenza è salita al 15 percento, fino ad arrivare a livelli sconcertanti del 2011, quando la DEA ha calcolato che il 73 percento di tutta la cocaina sequestrata era stata tagliata con il levamisolo. In Europala tendenza è identica. Nel 2008-2009 nella cocaina danese la frequenza era circa del 66 percento, e nel 2011-2012 è aumentata fino al 90 percento. Gli effetti collaterali del levamisolo non sono necessariamente preoccupanti per il consumatore medio, dal momento che l'esposizione non si verifica quotidianamente. È piuttosto il consumatore regolare che dovrebbe tenere in considerazione la cosa.



La fenacetina è un derivato dell’amminofenolo usato come antidolorifico e per abbassare la febbre. A causa dei suoi effetti cancerogeni e dei danni ai reni se combinato con altri analgesici, questo medicamento non è più in commercio dal 1986. La fenacetina può anche avere effetti stimolanti e provocare euforia, per questo è usata per il taglio della cocaina.

Gli anestetici locali sono usati per il taglio della cocaina per il loro effetti inebrianti e anestetici (test sulla lingua, gengive). Nei campioni di cocaina analizzati sono state rilevate lidocaina, benzocaina, procaina e tetracaina. Possono manifestarsi effetti collaterali a livello del sistema nervoso centrale (per esempio, irrequietezza, convulsioni, coma) nonché reazioni allergiche, aritmie cardiache e ipertensione. La cocaina tagliata con gli anestetici locali è particolarmente problematica se iniettata per via intravenosa, perché può causare una paralisi del sistema nervoso centrale, rallentare o bloccare la circolazione sanguigna tra atri e ventricoli nel cuore. Forme gravi di questa patologia, anche nota come AV-block, possono causare un rallentamento del battito cardiaco (bradicardia, bradiaritmia). In casi estremi, può insorgere un arresto completo delle camere che, in caso di mancata somministrazione di farmaci e senza un massaggio cardiaco, possono portare alla morte.

La caffeina sveglia, accelera il battito cardiaco e aumenta temporaneamente l’efficienza. In dosi elevate, da 300 mg (circa 8 tazze di caffè), produce euforia. La caffeina sottrae fluidi al corpo (disidratazione). A dosi elevate, possono manifestarsi diversi effetti collaterali quali: sudorazione, palpitazioni cardiache, urgenza urinaria, disturbi del ritmo cardiaco, disturbi della percezione, tremori, nervosismo e disturbi del sonno. L’uso regolare e prolungato comporta il rischio di sviluppare una dipendenza con sintomi fisici.

L’idrossizina è un antistaminico utilizzato anche per il trattamento di ansia, disturbi del sonno e varie malattie della pelle. La combinazione con l’alcol ne aumenta gli effetti ma anche gli effetti collaterali. In caso di aritmie cardiache, malattie del sangue, malattie della prostata, malattie epatiche gravi, disfunzioni renali così come i pazienti trattati con MAO inibitori (Aurorix), dovrebbero rinunciare al consumo d’idrossizina. Gli effetti collaterali del consumo d’idrossizina possono essere nausea, affaticamento, febbre, vertigini, mal di testa, insonnia, movimenti involontari, disorientamento, allucinazioni, aumento della sudorazione, abbassamento della pressione sanguigna e battito cardiaco accelerato.

Il diltiazem appartiene al gruppo degli antagonisti del calcio ed è usato per trattare la pressione alta o altre malattie cardiovascolari che provocano, per esempio, il restringimento delle arterie coronarie e che comportano un insufficiente apporto di ossigeno al muscolo cardiaco (“indurimento delle arterie”, malattie coronariche, angina perctoris). Il diltiazem riduce il bisogno di ossigeno del muscolo cardiaco influenzando i processi metabolici che consumano energia e riducendo le resistenze periferiche (riduzione della tensione muscolare cardiaca). Questa influenza sulla muscolatura ha effetto antipertensivo evidente. L’assunzione di diltiazem provoca effetti collaterali quali perdita di appetito, vertigini, mal di testa, sensazione di debolezza, rallentamento del battito cardiaco, disturbi del ritmo cardiaco. Si possono inoltre verificare reazioni allergiche come arrossamento, prurito o eruzioni cutanee, nausea, gonfiore dei tessuti o sonnolenza. In caso di un’insufficienza cardiaca, di rallentamento del battito cardiaco, di bassa pressione sanguigna, il consumo di ditliazem è sconsigliato. Il diltiazem è probabilmente aggiunto alla cocaina per ridurre l’aumento della pressione sanguigna indotto dalla cocaina. In ragione delle sue proprietà ipotensive, in caso di consumo eccessivo (quantità), il ditliazem riduce gli effetti collaterali facendo però aumentare i rischi di sovradosaggio.

Se si parla di catena di produzione, tutto comincia dal livello base (o livello uno) con il coltivatore, che normalmente è responsabile dell'estrazione iniziale delle foglie di coca usando un impasto di cemento e benzina per far impastare la cocaina grezza. L'impasto viene trasportato più facilmente rispetto alle grosse quantità di foglie, ma ha una durata inferiore; a questo punto il coltivatore vende la miscela al secondo livello. Il tipo in questione è un grossista indipendente o l'impiegato di un laboratorio (livello tre). L'impasto di cocaina viene purificato al livello due o tre per aumentare la stabilità della sostanza. Un metodo comune consiste nell'ossidare le impurità dell'impasto con il permanganato di potassio, un ossidante molto forte con un color viola acceso.

Nel tentativo di ostacolare questa parte della produzione, la DEA ha iniziato nel 2000 la Operation Purple, il cui obiettivo era quello di monitorare la distribuzione e le rotte globali del permanganato di potassio per prevenire la produzione di cocaina. L'operazione è stata un completo fallimento. Inevitabilmente, l'industria multimiliardaria della cocaina ha trovato un modo per rimpiazzare il permanganato di potassio e la cocaina circola in abbondanza.

Al terzo livello, alla base della cocaina viene aggiunto l'acido cloridrico per convertirla al corrispondente sale, dal quale si ricavano quelli che conosciamo come cristalli di cocaina di alta qualità. Da qui in poi, gli esportatori e gli importatori costituiscono il "livello quattro". 

Quel che è certo è che, con un business così redditizio, ogni livello della catena aggiunge una certa quantità di adulteranti per massimizzare il profitto. Solitamente un simile processo diventa difficile da controllare quando la cocaina arriva al paese di destinazione e viene divisa in porzioni più piccole. Tutti vogliono aggiudicarsi una fetta della torta, non importa se si tratta dei membri di una gang responsabili delle prime fasi della distribuzione o quanti distribuiscono la sostanza agli spacciatori.

La friabilità è solitamente un segno di purezza, ma non una garanzia, visto che dipende dal metodo di cristallizzazione usato durante la produzione e richiede che la sostanza non sia stata frantumata. Quando si presenta in blocchi, invece, non porta sicuramente buone notizie. Gli spacciatori non esiteranno ad usare lacca per i capelli per solidificare la cocaina in polvere dopo averla adulterata.




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giovedì 15 ottobre 2015

LA CAFFETTIERA

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Una volta si faceva bollire il caffè più e più volte. La preparazione del caffè era un vero e proprio rito. Serviva tanto tempo per far bollire la polvere di caffè e poi farla depositare sul fondo prima di bere. Un po’ come il caffè alla turca che si beve ancora oggi e che dall’anno scorso è diventato patrimonio dell’umanità. Una volta, insomma, il caffè non veniva filtrato. E, tra l’altro, la caffeina presente nei caffè di una volta era tantissima. Questo perché più si fa bollire la polvere, maggiore è la quantità di caffeina che fuoriesce. In Cinquecento anni la qualità del caffè che beviamo è migliorata molto grazie alle invenzioni degli europei che, nel corso della storia, hanno introdotto l’uso del filtro e poi della pressione a vapore.
La prima caffettiera di cui si ha conoscenza è la jabena, originaria dell’Etiopia: questa è un bricco di terracotta grezza sormontata da uno stretto collo a camino e un minuscolo beccuccio per versare il caffè. Dobbiamo spostarci fino in Turchia per trovare l’Ibrik, il quale ha ancora oggi la duplice funzione di preparare e servire il caffè. E’ un bollitore dalla base larga e il collo molto stretto che non ha mai riscontrato un grande successo nell’Europa Occidentale. Antenato diretto della caffettiera Europea è il bollitore di Bagdad composta da una brocca in metallo, a becco, con il coperchio e il manico ricurvo.

Il metodo utilizzato dal XIV al XVIII secolo per preparare il caffè era quello di bollire i fondi. Il problema di separare i fondi dalla bevanda aguzzò l’ingegno di costruttori di macchine da caffè e caffettiere in tutta Europa.

In Francia nacque il Samovar: si metteva la polvere di caffè in un sacchetto di tela immerso nella caffettiera legato ad un piccolo cordone. La caffettiera era sollevata da terra da tre piedini per lasciare spazio ad un piccolo fornello. I Samovar erano principalmente in ottone peltro o rame, sostituiti, più tardi dalla ceramica. Erano diffusi tra i locali pubblici e le famiglie abbienti.

Nella metà del 1800, forse stanchi di bersi i fondi del caffè ottenuto per infusione, furono inventate le vacuum. La vacuum è costituita da 2 contenitori, uno inferiore che contiene l’acqua, e una parte superiore che contiene la polvere di caffè. Questo particolare attrezzo viene alimentato tramite una fiamma ad alcool: essendo un sistema chiuso, crea al proprio interno una depressione: l’acqua in ebollizione sale nel contenitore superiore, solubilizza le sostanze presenti nella polvere, con la a solubilizzazione diminuisce la tensione di vapore, per cui dallo stato gassoso dell’acqua in evaporazione si passa al liquido, questo precipita verso il basso, e viene filtrato da un tappo in sughero, ritornando nel contenitore inferiore. Il caffè ottenuto con questo metodo conserva maggiormente l’aroma fruttato del caffè, donando sentori vegetali e fornendo una minore quantità di sostanze amare.

Successivamente nacque la “caffettiera a filtro”, di forma semplice e divisa in due parti; questa nuova tipologia di caffettiera richiedeva un filtro centrale.

Nel 1819 il parigino Morize sviluppò una versione rovesciabile di caffettiera; l’invenzione francese ebbe un grande successo in Italia che la perfezionò con la nascita della “napoletana”, di latta o stagno, povera nella finitura ma di grande efficacia per lo scopo. Queste tipologie divennero le più popolari per preparare il caffè.

Nel 1933 ad opera di Alfonso Bialetti nasce la moka, come la conosciamo al giorno d’oggi, il metodo più utilizzato in tutta Italia per la preparazione del caffè in casa.




Se già con la moka, nonostante sia semplice da usare, non è proprio facilissimo preparare un buon caffè e non dell’acqua sporca, a volte bruciacchiata, parlando di cuccumella non possiamo negare che per adoperarla bene ci vuole davvero abilità, seppur oggi la vita sia molto più semplificata perché possiamo comprare il caffè già ridotto in polvere e pronto all’uso. Fino ad alcuni decenni fa, infatti, si doveva comprare il caffè in chicchi, tostarlo a manto di monaco e infine macinarlo a mano, operazioni che richiedono particolari capacità visive, per determinare la giusta macinazione e per scorgere il punto giusto di cottura, in modo da non perdere tutto l’aroma, sia olfattive, sempre con riguardo alla tostatura. Non è tuttavia finita qui, poiché a questo punto vi è la preparazione effettiva della bevanda, in cui bisogna fare attenzione alla quantità di acqua messa, a posizionare e pressare in modo giusto la polvere nel filtro, il punto giusto di bollitura, il capovolgimento della caffettiera e la percolazione (cioè il processo di discesa dell’acqua), oltre a vari trucchi come ad esempio quelli suggeriti da Eduardo De Filippo, cioè il cuppetiello e il mezzo cucchiaino di polvere nell’acqua ancora fredda, in modo che cominci ad aromatizzarsi mentre è ancora sul fuoco. Dopo tutto ciò, immaginate se il caffè veniva male: una vera e propria tragedia, un fallimento per l’alchimista napoletano che cominciava a tormentarsi per capire dove avesse sbagliato.
Un fatto curioso di cui relativamente poche persone sono a conoscenza, è che la caffettiera napoletana ha in realtà origini francesi, essendo stata ideata dal parigino Morize nel 1819, e successivamente perfezionata a Napoli.

In qualunque modo sia preparato, il caffè è sempre un rito che richiede pratica e attenzione, eccezion fatta naturalmente per quei preparati solubili o quelle macchine per il caffè che alcuni utilizzano, specialmente nel mondo anglosassone, i quali hanno ben poco del caffè come si intende a Napoli.

Risale, invece, al 1884 il primo brevetto di una macchina per caffè espresso ad opera di Angelo Moribondo. Il merito di aver industrializzato la macchina per caffè espresso è da attribuire a Luigi Bezzera che nel 1901 ottenne il primo dei suoi brevetti. Anche se il vero pioniere fu Desiderio Pavoni che intuì la grande potenzialità dell’espresso e ne sviluppò la commercializzazione nei locali pubblici..


domenica 2 agosto 2015

IL CAFFE'

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La pianta del caffè appartiene alla famiglia delle Rubiacee e viene identificata col nome di Coffea; ha piccole bacche rotonde e verdi che una volta giunte a maturazione diventano di color rosso vivo. Le specie di caffè attualmente commercializzate sono due: Coffea Canephora e Coffea arabica.
L'arabica cresce tra i 1.000 e i 2.000 metri di altitudine, è molto delicata ma ha maggiori proprietà organolettiche, mentre la Canephora, conosciuta anche col nome di Robusta, è più resistente  e cresce ad altitudini inferiori, tra i 150 e i 600 metri. La qualità di caffè più coltivata al mondo è senza dubbio quella arabica che rappresenta circa il 75% della produzione mondiale. Pare che le prime notizie del caffè provengano dall' Etiopia e precisamente dall'altopiano del Kaffa, da dove appunto proviene la prima pianta di caffè; per quanto riguarda la bevanda, trae le sue origini in Yemen, intorno all'anno 1.000.

In origine, allo stato di "chicco", il caffè contiene moltissime sostanze tra proteine, grassi, minerali, carboidrati che però dopo la tostatura si riducono drasticamente fino a quasi scomparire. Bisogna però sottolineare che quelle che restano sono sostanze con proprietà molto utili al nostro organismo. Queste le principali sostanze contenute in 100 grammi di caffè espresso: 0,36 gr. di ceneri, 3 mg. di magnesio, 49 mg. di potassio, 3 mg. di fosforo, 0,50 mg. di vitamine appartenenti al gruppo B, lipidi in minima quantità (0,018 gr.), 40 mg. di caffeina e 0,040 gr. di aminoacidi e proteine.
La caffeina è un alcaloide naturale presente in 60 specie diverse di piante, tra cui il caffè, il tè e il cacao; a temperatura ambiente si presenta con un aspetto solido bianco e senza alcun odore. Una volta assunta il nostro organismo impiega alcune ore per metabolizzarla; se assunta in dosi moderate la caffeina ha effetti benefici stimolanti sull'essere umano: aumenta la capacità di concentrazione, la memoria e strano a dirsi, anche lo stato dell'umore.
Il caffè è una delle fonti alimentari più ricche di sostanze naturali con proprietà antiossidanti; questo grazie all'abbondanza di acidi clorogenici e ai composti derivanti dalla tostatura. Una tazzina di caffè ne può contenere dai 350 ai 450 mg., una quantità importante in grado di apportare diversi benefici al nostro organismo.

In seguito a diversi studi si è potuto appurare che le persone che assumono caffè abitualmente sviluppano una maggiore protezione nei confronti di varie patologie come il morbo di Parkinson e il declino cerebrale dovuto all'età avanzata. La caffeina presente nel caffè combatte l'azione dei radicale liberi, che, come sappiamo, possono essere responsabili dell'insorgere di diverse patologie, anche gravi.

Molto importante l'azione che il caffè esercita nella riduzione dei rischi cardiovascolari. Studi sulla caffeina e le sue proprietà hanno dimostrato il suo effetto termogenico, ossia la sua capacità di bruciare energie e di conseguenza i grassi. Altri benefici del caffè: tre tazzine al giorno possono aiutare chi ha problemi di respirazione dovuti ai bronchi, in quanto il caffè ne favorisce la dilatazione; dopo pranzo una tazzina di caffè aumenta la produzione di saliva e di conseguenza ne favorisce la digestione. In ultimo, contribuisce a regolare la quantità di zucchero nel sangue rappresentando così un aiuto ai sofferenti di diabete di tipo 2.

Ricordiamo che, come per tutti gli alimenti con buone proprietà, essi apportano benefici solo se assunti con moderazione.
La quantità di caffeina presente nel caffè varia molto a seconda della miscela che si sceglie: in una miscela al 100% di arabica troviamo una media di 1,5 % di caffeina, mentre in una miscela di robusta la quantità sale al 3%.

Sebbene le varie fasi di lavorazione diminuiscono drasticamente la presenza di antiossidanti, fino al 90%, le quantità restanti sono comunque di tutto rispetto. In 100 ml. di caffè si riscontra una presenza pari a 250 mg. di acidi clorogenici.

Il caffè rappresenta una della bevande più consumate al mondo; a livello mondiale, la media pro capite è di 7 kg., mentre in Italia è di circa 6 Kg.

Il caffè è una bevanda ottenuta dalla macinazione dei semi di alcune specie di piccoli alberi tropicali appartenenti al genere Coffea, parte della famiglia botanica delle Rubiaceae, un gruppo di angiosperme che comprende oltre 600 generi e 13.500 specie.

Sebbene all'interno del genere Coffea siano identificate e descritte oltre 100 specie, commercialmente le diverse specie di origine sono presentate come diverse varietà di caffè. Le più diffuse tra esse sono l'arabica e la robusta.

La parola araba qahwa, in origine, identificava una bevanda prodotta dal succo estratto da alcuni semi che veniva consumata come liquido rosso scuro, il quale, bevuto, provocava effetti eccitanti e stimolanti, tanto da essere utilizzato anche in qualità di medicinale. Oggi questa parola indica, in arabo, precisamente il caffè.

Dal termine qahwa si passò alla parola turca kahve attraverso un progressivo restringimento di significato, parola riportata in italiano con caffè. Questa derivazione è contestata da quanti sostengono che il termine caffè derivi dal nome della regione in cui questa pianta era maggiormente diffusa allo stato spontaneo, Caffa, nell'Etiopia sud-occidentale.

Fino al XIX secolo non era certo quale fosse il luogo di origine della pianta del caffè e, oltre all'Etiopia, si ipotizzava la Persia e lo Yemen. Pellegrino Artusi, nel suo celebre manuale La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene, sostiene che il miglior caffè sia quello di Mokha (città nello Yemen), e che questo sarebbe l'indizio per individuarne il luogo d'origine.

Esistono molte leggende sull'origine del caffè. La più conosciuta dice che un pastore chiamato Kaldi portava a pascolare le capre in Etiopia. Un giorno queste incontrando una pianta di caffè cominciarono a mangiare le bacche e a masticare le foglie. Arrivata la notte le capre anziché dormire si misero a vagabondare con energia e vivacità mai espressa fino ad allora. Vedendo questo il pastore ne individuò la ragione e abbrustolì i semi della pianta mangiati dal suo gregge, poi le macinò e ne fece un'infusione, ottenendo il caffè.

Un'altra leggenda ha come protagonista il profeta Maometto il quale, sentendosi male, ebbe un giorno la visione dell'Arcangelo Gabriele che gli offriva una pozione nera (come la Sacra Pietra della Mecca) creata da Allah, che gli permise di riprendersi e tornare in forze. Esiste anche una leggenda che narra di un incendio in Abissinia di piante selvatiche di caffè che diffuse nell'aria il suo fumo per chilometri e chilometri di distanza.

Il caffè è una droga estremamente diffusa, non solo perché da esso si ricava l'omonima e famosa bevanda, ma poiché il principio attivo che lo caratterizza (caffeina) è presente anche in prodotti di interesse erboristico, dietetico, cosmetico e farmaceutico. La caffeina è per esempio contenuta in prodotti anticellulite o dimagranti, da utilizzarsi ad uso topico per le loro capacità termogene, cioè stimolanti la mobilitazione dei grassi dal tessuto adiposo e la successiva ossidazione. La caffeina è presente anche in prodotti drenanti, poiché favorisce la diuresi, riducendo la ritenzione idrica. La stessa sostanza, appartenente alla classe degli alcaloidi, ha proprietà eccitanti sul sistema nervoso centrale, stimola la veglia e, per le sue capacità di migliorare la reattività muscolare, viene spesso chiamata "il doping dei poveri".
Per tutti questi motivi il caffè è una droga molto sfruttata nell'ambito salutistico, ma anche in campo farmaceutico, dove rientra, per esempio, nella composizione di farmaci importanti come gli antiemicranici.
Il caffè è una droga ricavata da una pianta nota come coffea arabica, che da il nome alle miscele di caffè più pregiate. Esistono tuttavia moltissime altre specie e varietà a differente contenuto in caffeina. In Brasile, attraverso selezioni biotecnologiche, sono stati per esempio sviluppati semi embrionali, quindi delle piantine di caffè naturalmente prive di caffeina. Ciò consente di evitare il processo di decaffeinizzazione, che è piuttosto laborioso e costoso.
Esistono delle specie di caffè che hanno un elevato contenuto in caffeina; oltre alla  Coffea arabica (0,8-1,4%), occorre ricordare la Coffea robusta (1,7-4%), a cui spetta il primato di caffè "più forte".
La Coffea humboltiana del Madagascarha invece un bassissimo contenuto in caffeina.
La coffea arabica è un piccolo albero appartenente alla famiglia delle Rubiaceae. Originaria dell'Etiopia e della penisola arabica, attualmente è estesamente coltivata in Sud America ed in modo particolare in Brasile, principale produttore di caffè al mondo.

L'irrinunciabile tazzina di caffè rappresenta un rito tipicamente italiano, frutto di un'abitudine così radicata da portare numerosi esperti, delle più svariate discipline, a pronunciarsi periodicamente sui benefici e sui rischi dell'amata bevanda. C'è chi ne studia gli aspetti psicologici, chi ne indaga le caratteristiche organolettiche e chi, come noi, si occupa di studiarne il rapporto con la salute umana.

Tra le molte componenti nutrizionali del caffè, la più nota e studiata è senza dubbio la caffeina, poiché dotata di proprietà importanti, come:
l'effetto stimolatorio sulla secrezione gastrica e su quella biliare (ecco perché si ritiene che un caffè a fine pasto faciliti la digestione);
l'effetto tonico e stimolatorio sulla funzionalità cardiaca e nervosa (ecco perché molte persone ne apprezzano l'effetto energetico, utile tra l'altro per non abbioccarsi in seguito ad un lauto pasto);
l'effetto lipolitico, cioè favorente il dimagrimento (la caffeina stimola l'utilizzo dei grassi a scopo energetico e la termogenesi, aumentando la quantità di calorie bruciate dalla "macchina uomo");
l'effetto anoressizzante (il caffè assunto in dosi massicce diminuisce l'appetito).
Oltre alla caffeina, nel caffè sono contenute molte sostanze, il cui potenziale ruolo benefico sull'organismo è ancora in fase di studio. In particolare, sono state isolate diverse componenti dalle spiccate proprietà antiossidanti, antimutagene ed antinfiammatorie, che sono comunque insufficienti per compensare il rischio derivante da un consumo elevato di caffè.

Le ripercussioni della caffeina sulla salute umana sono dose dipendenti. Un consumo elevato di caffè espone l'organismo a diversi rischi:
quando è eccessivo, l'effetto stimolatorio sulla secrezione gastrica può causare danni al sistema digerente - per via dell'elevata acidità dei succhi riversati nello stomaco - (ecco perché il caffè è controindicato se si soffre di ulcera, gastrite o reflusso gastroesofageo);
l'effetto tonico e stimolatorio sulla funzionalità cardiaca e nervosa, può rivelarsi dannoso per persone che soffrono di insonnia, vampate di calore ed ipertensione; all'aumentare della dose la caffeina determina tachicardia, sbalzi pressori e tremori anche nelle persone sane.
L'effetto lipolitico, cioè favorente il dimagrimento, è annullato e addirittura ribaltato se al caffè viene aggiunto dello zucchero (+ 20 calorie a cucchiaino) o del latte (+ 10 calorie se il caffè è macchiato).
L'effetto inibitorio sull'assorbimento di calcio e ferro può favorire l'instaurarsi di quadri anemici ed osteoporotici.

Un limite ragionevole è fissato nell'assunzione di 300 milligrammi di caffeina al giorno. Dal momento che un espresso fornisce mediamente 60 mg di caffeina ed un tipo moka 85, i conti sono presto fatti. Tuttavia, dal momento che la caffeina è presente in  oltre 60 specie vegetali, tra cui il cioccolato ed il tè, occorre considerare anche il contributo degli altri alimenti.
In base a queste considerazioni viene generalmente fissato un limite di tre tazzine di espresso al giorno - per le donne e gli uomini di corporatura esile - e di quattro tazzine per i maschi che vantano una costituzione fisica più robusta.
In gravidanza è buona regola limitare al massimo il consumo di caffè, in quanto alte dosi di caffeina risultano pericolose per la salute del feto.

La caffeina è un alcaloide a base purinica, chimicamente 1,3,7 trimetilxantina, presente nel caffè, thè, cola, matè e guaranà. Si presenta sotto forma di polvere di colore bianco poco solubile in acqua (20g/L). La caffeina promuove negli adipociti l’aumento di AMP ciclico (adenosina 5’-monofosfato ciclico) e quindi l’attivazione della lipasi lipolitica, enzima che catalizza l’idrolisi dei trigliceridi a glicerina e acidi grassi che vengono poi rimossi. La caffeina ha perciò proprietà lipolitiche ma notevole è anche la sua capacità di stimolare il drenaggio e la rimozione dei liquidi stagnanti (funzione antiedematosa).

La caffeina viene impiegata nella formulazione di prodotti cosmetici per il trattamento della cellulite e delle adiposità localizzate. A concentrazioni superiori dell’1% può cristallizzare in soluzione acquosa, per questo è consigliabile pre-solubilizzarla in alcol o in miscele acqua-alcol. In formula, può essere utilizzata in un ampio range di pH, ma per aumentarne la solubilità è consigliabile formularla a pH acido (tra 4.5 e 5.5). L’uso topico della caffeina non comporta particolari controindicazioni poiché l’assorbimento transdermico non raggiunge concentrazioni ematiche tali da indurre effetti sistemici.





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