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martedì 10 novembre 2015

AROMATERAPIA

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In tutte le culture umane le piante aromatiche hanno goduto di uno status particolarmente importante, probabilmente, ed originariamente proprio per le loro caratteristiche organolettiche, per la loro “salienza percettiva”, che ne ha certamente favorito l'individuazione. Cenni all'utilizzo di resine, piante aromatiche, spezie, incensi ed olii grassi infusi di piante aromatiche si ritrovano nei testi sumerici. Purtuttavia, l'utilizzo a scopo terapeutico degli olii essenziali è molto più recente. Non ci sono infatti indicazioni storiche, letterarie o iconografiche, che indichino la conoscenza degli olii essenziali nell'antichità classica. Nonostante sia probabile che la teoria e la pratica della distillazione fossero conosciute in ambito arabo intorno al 1000 d.C., fu solo nell'alto medioevo che questa tecnica fu utilizzata per ottenere gli olii essenziali, e fu solo intorno agli anni venti del XX secolo che il chimico francese René Maurice Gattefossé contribuì alla rinascita dell'interesse per i trattamenti naturali, grazie ai suoi studi sulle proprietà medicinali dell'essenza di lavanda ed alle sue applicazioni ai militari feriti della prima guerra mondiale. Se a Gattefosse viene attribuita l'invenzione del termine "aromaterapia", ad un altro medico francese, Jean Valnet viene riconosciuta l'opera fondamentale per la disciplina, intitolata Aromathérapie e pubblicata nel 1964.

L'aromaterapia rappresenta una forma sempre più popolare ed accessibile di cura e può essere considerata un ramo della fitoterapia, che si basa sull'impiego di oli essenziali altamente concentrati, ottenuti da fiori e piante.
Gli oli utilizzati in aromaterapia vengono estratti di solito mediante distillazione in corrente di vapore che rende possibile separare l’olio dall’acqua.

L’uso di olio essenziale in forma aromaterapica ha un potenziale straordinariamente alto, che si manifesta in benessere a livello fisico, emotivo e mentale.

Gli olii essenziali, che si impiegano singolarmente o miscelati tra loro, avrebbero numerosi benefici effetti, tra i più conosciuti:

• effetti antibiotici: battericidi e fungicidi;
• effetti sul sistema nervoso centrale e sul sistema nervoso periferico;
• effetti controirritanti;
• effetti anestetici locali;
• effetti antispasmodici;
• effetti balsamico-espettoranti;
• effetti antiflogistici;
• effetti carminativi.




.In aromaterapia gli olii essenziali possono essere utilizzati con varie modalità:
- applicazione cutanea, tramite bagni, massaggi, maschere, fanghi, creme, lozioni o impacchi;
- contatto permucotico, ovvero tramite risciacqui o gargarismi;
- inalazione: tramite inalatori o vaporizzatori che diffondono le proprietà degli oli nell’aria grazie al calore;
- applicazione orale od olfattiva.

Proprio per la loro alta concentrazione gli olii essenziali vengono di solito diluiti in solventi specifici, come olii grassi o l'alcol, ciò per ridurre i rischi di reazioni di ipersensibilità. Ciononostante possono provocare effetti collaterali più o meno importanti in conseguenza di diversi fattori, tra cui la via di assunzione, la quantità e specifiche patologie preesistenti. Ci sono poi casi in cui il loro impiego risulta preventivamente sconsigliato: gravidanza, età inferiore ai 3 anni, epilessia, epatopatie e insufficienze renali.

Arancio dolce: ha molte proprietà come antisettico, calmante, sedativo, tonico digestivo, tonico dell'epidermide ed è un eccellente aroma alimentare.
Limone: questo olio essenziale rinforza l'immunità naturale, regola il metabolismo, è un tonico del sistema nervoso, un antisettico generale e battericida, un antivirale, un tonico digestivo e depurativo. Inoltre ha un'azione sulla microcircolazione: diminuisce la permeabilità dei capillari ed aumenta la loro resistenza.
Menta: i benefici e le virtù del mentolo contenuto nell'olio essenziale di menta sono efficaci per stimolare, fortificare e purificare il sistema digestivo ed il sistema sanguigno. Utilizzato spesso in caso di problemi gastrici, di spasmi o di dilatazioni, l'olio essenziale di menta combatte attivamente l'ansia, le nausee e l'indigestione.
Lavanda: ottimo sedativo: utile in caso di ansia, insonnia, agitazione e nervosismo. Esercita un'azione riequilibratrice, essendo sia tonico e che sedativo.
Timo: l’olio essenziale di timo ha diverse proprietà, tra cui antitossico, ipertensivo, antireumatico, balsamico e stimolante immunitario.
Melaleuca: l'olio essenziale di melaleuca ha una significativa attività antifungina e antibatterica, in particolare contro streptococchi, funghi e candida. E’ inoltre efficace in molte malattie della pelle come acne, eczemi, psoriasi e in molte infezioni genito-urinarie come cistiti croniche e vaginiti.
Rosmarino: tonico generale, antireumatico, diuretico, antisettico e cicatrizzante, l’olio di rosmarino è anche un ottimo stimolante sessuale, un antiossidante e un antiparassitario.

L'utilizzo delle essenze a bassi dosaggi, ad esempio tramite inalazioni odorose, necessita dell'aiuto sinergico di fattori esterni che facilitino uno stato rilassato della mente. Ad esempio, un massaggio o un bagno sono momenti di relax in cui possono essere introdotte, con buoni risultati, le essenze profumate. Al contrario, un prodotto a base di oli essenziali spruzzato sulla pelle prima di un'intensa giornata lavorativa non indurrà gli stessi benefici effetti.
Ottimi risultati si hanno quindi utilizzando gli oli essenziali per massaggi terapeutici. Durante il massaggio, gli oli essenziali vengono assorbiti sia per via cutanea che per inalazione olfattiva, quindi si aggiungono dei livelli di risposta fisiologica alla risposta di tipo olfattivo/emozionale.
Le essenze con un profumo sgradevole sembrano non avere le stesse possibilità di accesso al sistema nervoso che hanno, invece, le essenze con un «buon profumo», in quanto il cervello cerca di escludere i «cattivi odori», tramite, ad esempio, una riduzione delle inspirazioni. Quindi, oli essenziali quali valeriana o asafetida (notoriamente sgradevoli) non sono adatti per un profumo anti-stress o un olio da massaggio rilassante, anche se, assunti per via orale, hanno effetti sedativi. Nel caso dell'orazione, diventa molto importante la qualità estetica (piacevole o sgradevole) dell'essenza inalata.
L'assorbimento degli oli essenziali attraverso la pelle è stato ampiamente dimostrato. Per essere utilizzati durante il massaggio, gli oli essenziali vengono diluiti in una quantità che varia dall'uno al 5 % in olio vegetale (quale l'olio di mandorla, di jojoba, ecc.). La quantità di essenza che viene assorbita attraverso la pelle durante un massaggio su tutto il corpo, è approssimativamente di 0,1 ml; cioè la stessa dose utilizzata per somministrazioni orali.
L'efficacia dei dosaggi e delle diluizioni usati in aromaterapia è attualmente oggetto di impegnate ricerche, in quanto si è sperimentato che bassi dosaggi di oli essenziali possono dare effetti opposti a quelli ottenuti con dosaggi più alti, per cui un olio può risultare stimolante a bassi dosaggi e sedativo con dosaggi più elevati, o viceversa. Questo aspetto dell'aromaterapia ricorda quello dei farmaci omeopatici, per i quali più una sostanza è diluita più potente è il suo effetto.




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domenica 5 aprile 2015

IL SORBO

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Cespugli di sorbo – non del tutto rossi ancora
di quel tono cromatico che assumono e li fa
residuo incandescente, sorbola, autunno e morte.
Cespugli di sorbo – un po’ sbiaditi ancora,
ma, a ben guardar, legati già in un mazzo
ad annunciare a fior di labbra le ore dell’addio
forse mai più, forse quest’ultima volta.
Cespugli di sorbo – quest’anno e negli anni, sempre
In toni opachi prima e poi di rosso
colorati, riempiti, maturati, offerti a Dio –
ma tu, dove hai raggiunto pienezza, colore, maturità?

Il genere Sorbus (genericamente Sorbo) comprende alberi e arbusti della famiglia delle Rosacee.

Le specie appartenenti al genere Sorbus sono molto numerose e producono tutte frutti simili, ma molto diversi per grandezza e anche per colore
È ampiamente diffuso nei boschi e nei luoghi rocciosi. Nella regione mediterranea è diffuso anche sui monti.

A seconda della specie può essere un arbusto, un alberello o anche un albero alto fino a 12 metri. Ha la corteccia grigia con chiazze bianche; rami giovani pubescenti, poi glabri, bruno-rossicci.

Le foglie sono alterne, picciolate, semplici, spesso coriacee di forma da ellittica ad ovata con apice acuto e margini irregolarmente seghettati. Hanno la pagina superiore color verde-scuro, quella inferiore color argenteo.

Ha infiorescenze a corimbi eretti di 5–8 cm con fiori bianchi. Fiorisce a maggio-giugno.

I frutti sono pomi ovoidali o rotondi, di dimensioni variabili da 1 a 3 cm a seconda della specie, rosso aranciati quando maturi.

I frutti del sorbo domestico sono entrati in passato a far parte dell'alimentazione umana, ma oggi non vengono più consumati comunemente.

I frutti del sorbo non sono peraltro commestibili quando appena raccolti: lo diventano solamente dopo aver subito l'ammezzimento, ovvero essere stati insilati nella paglia e aver subito un processo di fermentazione che li rende adatti al consumo.

I frutti di alcune specie sono stati usati in erboristeria sin dall'antichità, soprattutto per il loro alto contenuto di vitamina C.

Il legno di alcune specie trova vari utilizzi. A scopo forestale, le specie usate sono il sorbo degli uccellatori, il sorbo ciavardello e il sorbo montano.

Il sorbo domestico è usato sia in fitoterapia che per l’alimentazione. In entrambi i casi la parte utilizzata sono i frutti detti anche pomi per via della netta somiglianza con le mele. Hanno un sapore acidulo che si addolcisce con la maturazione, quando diventano commestibili, anche se, di base, mantengono sempre un certo sapore apro, ma molto gradevole. I pomi sono ricchi di vitamina C ( acido ascorbico), ma anche acidi organici, come l’acido sorbico, peptine e tannini che gli conferiscono proprietà astringenti, lenitive, diuretiche ed antinfiammatorie. Con i frutti si possono anche fare delle marmellate e bevande alcoliche ottenute dalla fermentazione degli stessi. Questi frutti si possono anche essiccare per renderli disponibili agli usi durante tutto il corso dell’anno. La polpa dei frutti giunti alla piena maturazione viene usata per ottenere delle maschere detergenti e tonificanti per il viso, utili per combattere l’invecchiamento dell’epidermide e per ridurre eventuali irritazioni della pelle del viso. I frutti si possono anche assumere per uso interno, come astringenti in caso di disturbi gastrointestinali come la dissenteria. Per un maggiore effetto antidiarroico si devono selezionare i frutti più acerbi. Anche le foglie e la corteccia del sorbo hanno proprietà astringenti per via dell’elevato contenuto di tannino, ma il loro uso è riservato alla concia delle pelli. I frutti, invece, in passato molto consumati per fini alimentari , sono stati via via abbandonati per questo scopo e sostituiti dalle comuni mele e pere. Anche le gemme del sorbo sono riconosciute come delle parti con elevate proprietà astringenti, diuretiche, antinfiammatorie e lenitive.
Quando si parla di cose di altri tempi, ritorna in mente l’immagine di noi ragazzini avvinghiati tra le braccia dei nostri nonni. Lenti, pazienti, premurosi, pieni di saggezza, capaci, con un solo proverbio, di lenire ogni nostra piccola o grande amarezza, o dare il giusto consiglio. Ed è ai vecchi che vengono associati gli indimenticabili frutti di sorbo, prodotti che hanno perso la loro “notorietà” in quanto maturano lentamente. Inizialmente aciduli, poi dolciastri, ed infine, a piena maturità - merito dell’attesa – il sapore dolce della maturazione. Questo frutto è l’incarnazione della mitezza, del giusto tempo, della lenta e continua trasformazione. In una società della terziarizzazione, dove il denaro detta i tempi della vita, parlare di sorbe e tempi di attesa, sembra anacronistico. Anche perché, lo slogan, di grandi e piccini è - tutto e subito – Purtroppo, per questo frutto, non è così. Occorre tempo e calma per la sua maturazione. Sarà per questo che è stato dimenticato. Sono in pochi a conoscerla, eppure, un tempo, la sorba era molto comune tra pastori e contadini. L’albero, Sorbus domestica, questo è il suo nome scientifico, lo si trova nei boschi e nelle radure, custodito, come un antico tesoro, da alberi secolari d’alta taglia, anche se, questa pianta in altezza può raggiungere 20 mt. Ha un portamento con il tronco diritto, con rami espansi e ascendenti, mentre la chioma è rada e globosa. La scorza del tronco è bruno arancio, squamosa e scabra, mentre le foglie, sono caduche, composte, imparipennate con 13-21 foglioline ovali a base arrotondata e margini dentati. I fiori, ermafroditi, presentano un colore biancastro, riuniti in corimbi cupoliformi. All’inizio dell’autunno sono sostituiti da pomi di forma tondeggiante o piriforme. Le sorbe diventano commestibili solo quando sono molto mature. Ne esistono diverse varietà: c’è la “sorba-mela” rossa, grossa, meno aspra delle altre; quella “a pera” o “a zucchetta”, di colore bianco o rosso pallido. Si raccoglie in settembre – ottobre. Per l' uso alimentare si dispongono su uno strato di paglia ad ammezzire: dopo alcune settimane assumono un colore bruno e divengono commestibili. Il legno di colore rosso scuro, pesante, duro è usato in agricoltura per la costruzione di utensili, pali, paletti, ecc., ed è anche ricercato dai tornitori e dagli incisori per opere di pregio. Plinio, nella sua opera “Naturalis Historia”, riferisce che: “alcune di esse sono tonde come mele; alcune aguzze come pere, altre ovate come son certe mele, queste rinforzano tosto. Le tonde sono più odorose e più delicate che le altre. L’altre hanno sapore di vino”. Columella, nel suo “De re rustica” dà consigli sulla piantagione: “...le sorbe...piantale dopo la metà dell’inverno fino a metà febbraio”, sul modo di conservarle “raccoglile a mano con diligenza e mettile in piccoli orci spalmati di pece. Alcuni conservano molto bene il frutto nel vino passito o nel vino cotto, aggiungendovi una specie di tappo di finocchio secco dal quale le sorbe siano tenute bene in fondo”. I Romani apprezzavano la tenerezza e la dolcezza della sorba, soprattutto nella preparazione di liquori. Ce ne parla Virgilio nelle “Georgiche” dov’è illustrata l’usanza di far fermentare questo frutto col grano, ottenendo la “cerevesia”, una bevanda alcolica simile al sidro. Apicio raccomanda un piatto caldo e freddo con le sorbe. “Prendi delle sorbe, puliscile, pestale nel mortaio e passale alla staccio. Snerva 4 cervella scottate, mettile nel mortaio con una decina di grani di pepe, bagna di salsa e pesta. Aggiungi le sorbe e amalgama, rompi 8 uova, aggiungi una tazza di Salsa. Ungi una padella pulita e mettila sulla brace calda sopra e sotto. Quando sarà cotta cospargi di pepe tritato fine e servi”. In Europa fu introdotto nel Medioevo. La sorba, in dialetto zorba o sorva è legata ad espressioni dialettali tipicamente siciliane. Nelle leggende popolari la sorba matura è considerata un portafortuna. Tutto merito delle sue intense e brillanti sfumature rosse che si credeva avessero la magica virtù di allontanare povertà e miseria. E ancora oggi i boschi di sorbo sono ritenuti propizi per la caccia, perché riserva di abbondante selvaggina. Un vecchio detto ricorda: “cu lu tempu e cu la pagghia maturano li zorbi” (col tempo e con la paglia maturano le sorbe), volendo con ciò indicare che certe decisioni hanno bisogno di tempo per “maturare”. Hanno bisogno di un periodo di conservazione in luogo fresco. Dopo l’ammezzimento, assumono un profumo, un gusto ed un sapore piacevole, misto tra l'acidulo e lo zuccherino. Il colto ed intrigante Alexander Dumas, consigliava di mangiarle – quando raggiungono una condizione intermedia tra la putrefazione e la maturazione, stato che chiamava - di mezzo -. Egli invitava, inoltre, a maturazione completata, di – preparare un sidro che è molto rinfrescante - . E’ anche in uso, quando le nostre donne stanno facendo qualche pesante faccenda domestica, e le si interrompe chiedendo, cosa c’è da mangiare, queste rispondono con l’espressione "Zorbi salati" (per dire che in casa c’è poco o nulla da mangiare). Quando invece, in altre occasioni, si risponde “sti zorbi”, l’esclamazione va riferita ai testicoli maschili. State attenti a non consumare le bacche di sorba quando non sono perfettamente mature; in questo caso, infatti, gli zuccheri possono trasformarsi in alcool, provocando una certa euforia in chi ne fa uso. Stefano Giacchino, cultore del mondo forestale, sostiene che “La sorba può essere conservata in due modi: o lasciandola ammorbidire per qualche tempo su un letto di paglia o "alla sicana" (incastrati in un rametto di salicone o di salice in modo da formare un grosso grappolo)”. Inoltre, fa menzione di un ecotipo di sorba, presente nei monti Sicani, detta "natalina”, leggermente più grossa della varietà comune è di colore rosso, così chiamata poiché giunge a maturazione nel periodo natalizio”. Questo frutto ha delle proprietà veramente eccezionali. Il medico greco Galeno, le consigliava come rimedio contro la dissenteria, infatti, sono diuretiche, astringenti, antinfiammatorie, lenitive, in questo caso, è consigliabile utilizzare frutti ancora più acerbi. Questa sua capacità medicinale deriva dal fatto che possiedono dei principi attivi, sostanze peptiniche e tanniniche, acidi organici (specialmente acido sorbico, malico, citrico e tartarico), sorbitolo (o sorbite). Con le sorbe si possono ottenere ottime marmellate e, previa fermentazione, anche bevande alcoliche. Per prolungare la loro disponibilità, le sorbe possono essere essiccate. La polpa dei frutti maturi può essere utilizzata per fare ottime maschere detergenti, tonificanti e riacidificanti per pelli precocemente invecchiate, astringenti e lenitive sulle pelli irritabili. In campagna ”non si butta mai niente”. Infatti, le foglie e la corteccia di questa pianta, in considerazione del loro elevato contenuto in tannino, venivano impiegate nella concia delle pelli. Come astringente intestinale, i frutti dopo averli essiccati, viene preparato un decotto (5 grammi in 100 ml di acqua). Si consiglia il consumo di una o due tazzine al giorno. Mentre, utilizzando il succo dei frutti freschi la posologia è 50-80 grammi al giorno. Lo stesso decotto può essere utilizzato come detergente e astringente sulla cute, facendo lavaggi sulle zone interessate. Maschere di bellezza possono essere fatte con polpa di sorbe ben mature setacciate, commiste a farina, quale blando astringente e turgescente per i visi precocemente invecchiati e con piccole rughe inestetiche. In erboristeria il frutto viene ad oggi utilizzato per le sue proprietà regolatrici della circolazione venosa. Forse i vecchi hanno ragione, le cose buone lo diventano con l’attesa, lasciando che il tempo le maturi e li trasformi, come l’insegnamento di questo piccolo frutto, che ci richiama il proverbio: “cu lu tempu e cu la pagghia maturano li zorbi”. LIQUORE DI SORBE (SORBOLINO) 300 g di sorbe, 300 g di zucchero, 0,3 l di acqua, 0,3 l di alcool Le sorbe mature sono tagliate in quattro parti e messe a macerare in alcool. Dopo tre settimane, si prepara uno sciroppo con acqua e zucchero. Una volta raffreddato lo si unisce al resto, puntando a ottenere una gradazione di 40° circa. Il composto deve essere fatto maturare per una settimana, poi si filtra con carta apposita e si fa riposare per un paio di mesi.

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                              asiamicky.blogspot.it/2015/03/laghi-lombardi-il-lago-di-garda.html




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sabato 28 marzo 2015

L' IRIS

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In botanica, il genere Iris raccoglie circa duecento specie di piante della famiglia delle Iridacee, il cui fiore è comunemente conosciuto anche con il nome di giaggiolo.

Il nome del genere deriva dalla parola greca Iris che significa arcobaleno.

Il genere è caratterizzato da un fiore attinomorfo con tepali saldati alla base in un breve tubo. I tepali esterni sono ripiegati verso il basso, e sono dotati di una fascia di papille chiare (barba); i tepali interni sono ripiegati verso l’alto. Nel gineceo l'ovario è infero, lo stilo è diviso in 3 porzioni coprenti gli stami.

Comprende specie erbacee e perenni per lo più rizomatose.

Sono piante perenni molto resistenti e facili da vivere, a grandi fiori variamente colorati, spesso con diversi toni sullo stesso fiore. Il blu e il viola sono i colori più frequenti, ma la palette comprende ormai anche giallo, arancione, rosa, rosso, ecc.

I fiori hanno talvolta un gradevole profumo. Anche il fogliame verde azzurrognolo a forma di spada è molto decorativo e contribuisce a ornare il giardino al di fuori del periodo di fioritura.

Le iris sono vendute sotto forma di bulbi secchi, che si chiamano rizomi. Il rizoma è uno stelo modificato in organo di riserva che affiora la superficie del suolo, da dove partono le radici e il fogliame. Le iris crescono facilmente in terreno normale, anche asciutto e calcareo, in piena luce e in situazione libera.
Attenzione ai terreni troppo pesanti e troppo argillosi che conservano troppa acqua in inverno, i bulbi rischiano di marcire. La messa a dimora si fa da settembre a maggio, una piantagione autunnale è preferibile. Prepara il terreno con cura con una vangatura profonda per eliminare tutte le erbacce e approfittane per aggiungere ghiaia o sabbia grossolana se la terra è pesante. Pianta i rizomi in modo che restino visibile, perché una piantagione troppo profonda compromette la fioritura. Annaffia leggermente dopo la piantagione per favorire l'attecchimento. La fioritura arriva generalmente l'anno che segue la piantagione.

Una volta messe a dimora, le iris non sono esigenti e vivono parecchi anni senza richiedere molte cure. Tieni il terreno privo di erbacce, elimina regolarmente le foglie rovinate e secche. Macchie brunastre possono apparire sul fogliame e provocano il suo dissecamento : è un fungo che si può facilmente combattere con qualche trattamento a base di rame o un fungicida del commercio (anti-malattia orto per esempio).

Mettere tutori può essere necessario per sostenere gli steli florali se sono sottomessi ai venti.

Elimina gli steli florali quandi i fiori sono appassati per evitare la formazione di semi che affatica inutilmente la pianta. Dopo qualche anno, i ciuffi diventati tropppo densi possono diventare meno fioriferi. Allora bisogna dividerli per rigenerarli. Sradica il ceppo durante l'estate o l'autunno, taglia il fogliame a 10-15 cm e dividi i rizomi tenendo solo i più bei pezzi, muniti al meno di un ventaglio di foglie e qualche radice. Ripiantali subito in un altro posto soleggiato del giardino già preparato.

Tra tutti i fiori, l’iris trasmette più eloquentemente sentimenti profondi e positivi: l’assoluta fiducia, l’affetto dell’amicizia, il trionfo della verità, ma soprattutto la saggezza e la promessa della speranza, l'ultima a fuoriuscire dal vaso scoperchiato da Pandora, dopo che tutti i mali si riversarono nel mondo, come narra la mitologia greca. Secondo alcune interpretazioni, il numero tre ricorrente nell’iris – i petali in posizione verticale, quelli girati verso il basso, i boccioli per stelo – rimanda a quello della Trinità, motivo per cui l'iconografia cristiana ha assunto questo fiore come simbolo di fede, di coraggio e di saggezza. In Asia orientale, il significato dell'iris era considerato come un talismano contro ogni maleficio, così che veniva dipinto sull'armatura dei soldati per proteggerli dai nemici. Il fiore di iris, ritto e proteso verso il cielo, era ritenuto anche simbolo di longevità. Disponibile in tantissime varietà come i colori dell'arcobaleno, oltre al bianco più puro, l’iris viene denominato ‘farfalla porpora’ dai cinesi per i vistosi petali posti a ventaglio svolazzanti sotto il soffio della brezza. In particolare, il fiore di iris viola (o ‘giaggiolo di S. Antonio’) è considerato simbolo di sapienza; bianco (‘giglio di Firenze’ o ‘giaggiolo bianco’), di purezza; blu (‘giaggiolo odoroso’ o ‘giaggiolo delicato’), di fede e di speranza, mentre in Giappone rappresentava le gesta eroiche della nobiltà.
Nel linguaggio floreale, un mazzo di iris è un regalo significativo per esprimere simpatia (compleanno, anniversario) e ammirazione (socio o collega), confortare (ammalato), incoraggiare nell’affrontare la vita e il futuro dopo le difficoltà, augurando l’arrivo di tempi migliori, ma è il fiore più specifico per il laureando in quanto riflette la saggezza acquisita con gli anni di studio e la speranza che percorso di successi continuerà.
La denominazione del genere ‘iris’ deriva dal termine greco che significa ‘arcobaleno’; nella mitologia greca, era personificato dalla dea Iris, messaggera velocissima degli ordini celesti, soprattutto di Era (o Hera), che consegnava agli dei e agli uomini scendendo e risalendo gli arcobaleni dal Monte Olimpo a terra e nelle profondità terrestri e marine. Secondo alcune interpretazioni, l’arcobaleno stesso era invece tracciato dal cammino di Iris. Figlia del dio marino Taumante e della ninfa oceanina Elettra, sorella delle tre mostruose Arpie donne-uccello, Iris era raffigurata come una bella e radiosa giovane donna con o senza ali sulle spalle e ai piedi, con le vesti svolazzanti dalle evanescenti sfumature luminose dell'arcobaleno, mentre era di corsa o in volo, portando a volte in mano il caduceo (il ramo di ulivo che connotava gli araldi in attività). Questa dea greca accompagnava le anime delle donne defunte ai Campi Elisi, motivo per cui gli iris viola venivano posti dai greci sulle tombe delle loro famigliari.

Diffuse nelle aree temperate di tutto l'emisfero settentrionale, alcune specie di Iridacee sono state utilizzate da diverse culture ad uso ornamentale, medicinale e in profumeria a partire dagli antichi Egiziani, Greci e Romani. Nella fitoterapia cinese, l’iris era impiegato come antinfiammatorio, antibatterico, antivirale e antifungino. Il popolo Navajo, nativo del nord America, preparava il decotto di iris ad uso emetico. I rizomi secchi venivano utilizzati in infusione come antidolorifico (mal di denti, alle orecchie, ecc.) e, ridotti in polvere, come antisettico in caso di ferite. Alle Hawaii, foglie o fiori davano il colorante blu per i tatuaggi; la poltiglia delle foglie macerate con sale, zucchero e spezie serviva per pulire e curare la pelle. In India, l’iris era assunto come diuretico, antielmintico, e rientrava in un preparato vegetale per il trattamento delle malattie veneree. I rizomi essiccati masticati aiutavano i bambini nel periodo della dentizione, ma erano anche utilizzati per mantenere l’aroma della birra nei barili in Germania e il bouquet del vino nelle botti in Francia.
Durante il Rinascimento, le radici di iris infilate in una corda profumavano l’acqua bollente per lavare la biancheria; con il rizoma essiccato e polverizzato si trattavano le parrucche indossate dall’aristocrazia francese e inglese. Nell’800, in Italia, prese campo la produzione di questa radice essiccata per soddisfare la forte richiesta di profumo proveniente dal settore nazionale e straniero. Per le proprietà aromatiche, officinali, coloranti, i fiori e i rizomi di alcune varietà di iris trovano impiego odierno in profumeria (‘radice di orris’ essiccata e invecchiata 5 anni, dal profumo simile alla violetta, fissativo nei pot-pourri), in cosmetica (shampoo a secco), in farmacia (dentifrici) e nell’industria alimentare (correttore del sapore, nei gin azzurri come il marchio londinese Bombay Sapphire e il francese Magellan Gin a base di chiodi di garofano, ecc.). Alcune specie di iris contengono sostanze tossiche in quantità elevate che possono causare malori (nausea, vomito, diarrea), irritazione cutanea e avvelenamento. Una varietà di iris giallo trova impiego nella depurazione delle acque stagnanti dalle quali assorbe nutrienti inquinanti come quelli agricoli.
Oltre all’iris coltivato a scopo ornamentale, tra i giardini botanici è da annoverare il Presby Memorial Iris Gardens (1927) con oltre 10mila di queste piante a Montclair, nella contea dell’Essex, nel New Jersey (Usa). In Italia, dal 1954, il Giardino dell'Iris presenta a Firenze uno dei più famosi concorsi annuali internazionali per ibridatori di questa pianta.
Durante l’epoca medievale, l’iris stilizzato (‘fiore del giglio’ o, da questo periodo, ‘fiore di Luigi’) diventò l’emblema della monarchia francese. E’ leggendario che re Luigi VII (Luigi il Giovane) della dinastia dei Capetingi di Francia partì nel 1147 per la seconda sfortunata crociata recando una bandiera con un’immagine di iris, visto che lo aveva sognato viola. In precedenza, Clodoveo I, re dei Franchi della dinastia dei Merovingi, aveva adottato l’iris a simbolo del suo regno su bandiere, scudi, armature e arazzi, dopo avere ricevuto questo fiore in sogno – tramanda una leggenda – da un angelo per onorare l’evento della sua conversione al cristianesimo nel 496. Clodoveo aveva infatti promesso alla regina Clotilde, che era cristiana, di battezzarsi qualora avesse vinto in battaglia a Tolbiac, ricacciando gli Alemanni dall’alto Reno.
L’iris rosso stilizzato su sfondo bianco, stemma del libero Comune di Firenze, venne invertito nei colori dopo il 1251 in seguito alle lotte intestine tra Guelfi e Ghibellini.


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