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mercoledì 23 marzo 2016

IL PELTRO

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Il peltro è una lega composta principalmente di stagno (min. 90%), con l'aggiunta di altri metalli (rame, bismuto e antimonio). Anticamente, secondo la qualità e l'uso previsto, poteva contenere fino al 15% di piombo. Oggi il piombo è stato bandito per la tossicità. È impiegato per creare oggetti artistici, monili, trofei, vassoi, piatti, e altro ancora. Il peltro è un materiale antico che si produceva colando una lega di stagno in forme di ferro o di ottone incise, e lavorandola successivamente con la tecnica della corrosione e della martellatura per ottenerne le forme della tradizione artigiana. Oggi viene lavorato a caldo in stampi di ghisa, terra o gomma siliconica e poi rifinito a mano artigianalmente, oppure stampato in lastre e lavorato al tornio, ma sempre utilizzando tecniche prettamente artigiane. Talvolta questo materiale viene ancora utilizzato per la fabbricazione delle canne d'organo.

Lo stagno, principale componente della lega di peltro, è utilizzato in Europa da almeno quattro millenni. In Europa veniva spesso utilizzato unito al rame per la produzione del bronzo ed era utilizzato in preferenza come metallo di lega. Lo stagno ha ottenuto il favore di molte popolazioni fin da tempi antichi grazie alle sue caratteristiche tecniche: la resistenza agli agenti chimici ed atmosferici, il punto di fusione relativamente basso (232 °C), la facilità a formare leghe, la duttilità e il colore brillante.

Con il Medioevo si ha il vero punto di svolta nella storia del peltro grazie alla nascita delle Corporazioni delle arti e dei mestieri. In molte città della Germania e in altri Paesi europei nascono comunità artigiane di fonditori di stagno e nel 1285 si ha la prima menzione ufficiale dei fonditori di Norimberga. In questo periodo l'arte del fonditore guadagna stima e considerazione. In Italia, Le storie del peltro e di Venezia si fusero nel 12° secolo, lo testimoniano statuti e ordinamenti che disciplinano i rapporti tra i singoli produttori raccogliendoli nella corporazione dei peltrai, sicuramente una delle più importanti in Europa.

Lo stagno, che del peltro è la componente principale, si estrae da un minerale detto "cassiterite" che si trova, mescolato con altri minerali, in giacimenti sotterranei oppure in miniere a cielo aperto in sabbie metallifere. Se l'estrazione della cassiterite non presentava particolari difficoltà, la separazione del metallo dai diversi minerali ad esso mescolati era assai faticosa. Mulini a pestelli azionati ad acqua frantumavano il minerale che veniva poi lavato al fine di separare i minerali con diverso peso specifico. Una successiva separazione, effettuata in un forno ad alta temperatura, precedeva un'ulteriore frantumazione in un mulino a pestelli.
Il metallo veniva finalmente avviato verso il forno fusorio a legna nel quale otteneva una definitiva purificazione. Il metallo ottenuto da questi laboriosi procedimenti, lo stagno (simbolo chimico Sn-Stannum), è di colore grigio argenteo leggermente dorato e si ossida formando, a seconda degli elementi con i quali viene a contatto, ossido stannoso - di colore bruno verdastro - e ossido stannico - di colore giallo bruno -. Il punto di fusione dello stagno avviene tra il 231' e il 238', il più basso tra quelli dei metalli comuni. Lo stagno è un metallo molto malleabile ma, a causa della sua struttura cristallina, manca di resistenza; basta l'azione di una forza di circa 8 Kg per mm' per provocarne la rottura che viene accompagnata da un suono caratteristico detto "grido dello stagno". Essendo inoltre buon conduttore, consente la facile trasmissione del caldo e del freddo; ciò spiega la realizzazione sia di scaldavivande che di stampi o forme per sorbetti. Lo stagno è difficilmente lavorabile allo stato puro in quanto non fonde in modo omogeneo e presenta delle cristallizzazioni sulla superficie. Per questa ragione lo stagno è da sempre stato legato ad altri metalli quali il rame, l'antimonio, il piombo ed il bismuto.
Avendo ogni fonditore conservato gelosamente il segreto della composizione delle leghe usate, risulta oggi praticamente impossibile indicare formule attendibili riguardanti la composizione delle leghe dei peltri antichi. Si può tuttavia indicativamente stabilire una distinzione tra tre diverse qualità di peltro:
-Il peltro "fino", con un'alta percentuale di stagno (superiore al 907o) unita a percentuali variabili di antimonio, rame, bismuto e piombo. Questa lega, la migliore, è di colore chiaro, brillante e con suono squillante.
-Il peltro "comune", con un contenuto di piombo variabile dal 10 al 20%, fu la lega usata in passato e può essere ancora considerata di buona qualità anche se leggermente più tenera e meno sonora della precedente.
-Il peltro "corposo o pieno" con una percentuale di piombo variabile dal 30 al 40% genera oggetti che si presentano di colore grigio scuro, non hanno riflessi ed emettono un suono sordo e cupo. L'abuso da parte di alcuni peltrai della quantità di piombo aggiunta alla lega rendendola così nociva alla salute, indusse Inghilterra, Francia, Germania e Italia ad emanare norme che fissavano nel 10% la quantità massima di piombo consentita. I vantaggi economici derivanti da un abbondante uso del piombo sono facilmente intuibili: il piombo costava molto meno dello stagno, abbassava il punto di fusione della lega con conseguente sensibile risparmio "energetico", facilitava la fusione e rendeva più semplice la finitura degli oggetti. Dall'entrata in vigore di queste normative, alcune leghe di più facile fusione e lavorazione, si diffusero in tutta Europa e diventarono patrimonio di molte botteghe artigiane.



E' interessante a questo punto sapere come gli organi di controllo potessero determinare la percentuale di piombo presente in una lega fusa in un crogiolo senza aver a disposizione un moderno studio di analisi. Il metodo usato, senz'altro piuttosto empirico, consentiva comunque di determinare con una sorprendente precisione la percentuale di piombo contenuta nella lega basandosi sulla differenza di peso specifico esistente tra lo stagno (7,285) ed il piombo (11,36). 1 funzionari addetti al controllo delle leghe disponevano di undici campioni di identico volume. Il primo campione era composto in parti uguali da stagno e piombo e seguito da altri dieci campioni con percentuali di piombo via via decrescenti fino a giungere all'ultimo campione composto interamente da stagno puro. Giunti nella bottega di un peltraio i controllori prelevavano direttamente dal crogiolio un corrispondente volume di lega e confrontavano, su una bilancia a due piatti, il peso dei campioni con quello della lega prelevata. Quanto più il peso della lega corrispondeva a quello di uno dei campioni, tanto meglio si poteva conoscere la percentuale di piombo contenuta nella lega usata dal peltraio controllato.

Ai nostri giorni lo stagno, troppo tenero per essere lavorato da solo, viene temperato per lo più con piccole quantità di rame e antimonio dando così origine al peltro che oggi troviamo in commercio.

La massa dello stagno con le sue doti di malleabilità e di agevole fusione, per acquistare forza deve legarsi a quantità modeste di altri metalli. Ora il rigore delle normative ha limitato o vietato l'utilizzo di alcuni metalli nelle leghe impiegate nella realizzazione di stoviglie o vasellame vario.

La lega di peltro è formata inserendo i lingotti di metallo nel crogiolo alla temperatura di circa 300 °C. Il metallo fuso viene raccolto dal crogiolo con un mestolo e versato nello stampo in movimento, montato su di una macchina centrifuga. La forza centrifuga aiuta il metallo liquido ad occupare tutti gli spazi dello stampo. Una volta solidificatosi, l'oggetto viene manualmente estratto dallo stampo e successivamente ripulito da eventuali sbavature di fusione con un processo di smerigliatura. Se un oggetto, come spesso accade, è composto da più pezzi, è necessario che ogni singolo pezzo venga assemblato tramite la saldatura.

Infine, l'oggetto viene inserito nelle macchine dedicate alla burattatura che levigano la superficie rendendola più liscia e meno opaca. Il pezzo viene poi controllato e raddrizzato dalle eventuali ammaccature utilizzando appositi martelletti.

Chi si trovasse a visitare il laboratorio di un Maestro peltraio dei nostri giorni, rimarrebbe probabilmente sorpreso nel vedere quanto poco differiscono nella sostanza le odierne tecniche di lavorazione da quelle del passato sopra descritte. Certo nuove tecnologie sono venute in aiuto del peltraio d'oggi che può contare su attrezzature più resistenti e veloci specialmente nel campo della fusione e della finitura, ma la manualità del montaggio dei pezzi è praticamente rimasta invariata così come invariati sono rimasti tutti gli accorgimenti ed i segreti per ottenere una buona fusione. E' qui il caso di accennare brevemente al problema delle leghe oggi usate; una normativa della Comunità Economica Europea vieta in modo tassativo l'uso del piombo e limita nel contempo i quantitativi di antimonio, rame e bismuto in modo da poter garantire per l'uso della tavola tutti gli oggetti attualmente prodotti nell'ambito della Comunità Europea. La normativa sopra citata - EN 611/1 - prevede anche la possibile presenza di una percentuale d'argento non superiore al 4%. Questa precisazione ci offre lo spunto per affrontare un argomento oggetto di dibattito tra gli esperti e riguardante la presenza o meno di argento in alcuni peltri antichi. I più sostengono, e questo è anche il mio parere, che le leghe di peltro graffi più ostinati, potrete strofinare il pezzo non abbiamo mai, di norma, contenuto argento. Le ragioni per le quali si ritiene quanto meno improbabile l'ipotesi della presenza dell'argento nel peltro sono principalmente due: la prima deriva dal fatto che l'aggiunta d'argento in percentuali di un certo rilievo (sopra il 10%) rende più difficoltosa la fusione facendo anche diventare il metallo più difficile da lavorare; la seconda è legata al fatto che, essendo impossibile dimostrare tangibilmente quale percentuale d'argento fosse presente nella lega, è facile intuire le difficoltà che un peltraio avrebbe incontrato per spuntare un prezzo più alto dovuto al maggior costo della materia prima. Con ciò non possiamo comunque escludere che qualche peltraio abbia aggiunto alla sua lega piccoli quantitativi d'argento.

Il peltro, a differenza di altri materiali, non si ossida e tende a rimanere inalterato nel tempo senza bisogno di particolare cura. È tuttavia possibile prendere alcuni accorgimenti per mantenerlo in perfetto stato. È sconsigliato l'uso di lavastoviglie e anche l'avvicinamento diretto a fonti di calore, visto il basso punto di fusione del materiale che lo compone. In caso di macchie è quindi possibile lavare il peltro con acqua e un normale detersivo per piatti.




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domenica 25 ottobre 2015

LA BILANCIA



La Bilancia (in particolare, la bilancia a bracci) è uno dei più tradizionali simboli di giustizia; nelle rappresentazioni statuarie è sorretta spesso da una donna, personificazione della Giustizia, secondo una simbologia comune anche alle rappresentazioni delle dee Giustizia e Diche in epoca romana. Questo simbolismo corrisponde all'uso della metafora sul mantenere "uguali pesi e uguali misure".

Il termine bilancia deriva dal latino bilanx che significa "a due piatti". La bilancia, nella sua forma più semplice, con bracci uguali e sospensione centrale, è uno degli strumenti più antichi inventati dall'uomo: se ne conservano esemplari (risalenti alla civiltà mesopotamica ed egizia) databili al V millennio a.C. Lo strumento si diffuse ben presto presso tutti i popoli antichi i quali, a cominciare dal IV secolo a.C., affiancarono alla bilancia la stadera.

La bilancia è uno strumento per pesare il cui funzionamento è riconducibile al principio della leva. Essa è costituita da un giogo che può oscillare attorno ad un fulcro (generalmente a coltello), recante alle estremità due piatti. La pesata viene eseguita mediante confronto tra pesi campione di massa nota e un oggetto di massa ignota. Gli spostamenti dalla posizione di equilibrio della bilancia vengono segnalati dall'indice, o su una scala graduata o rispetto ad un punto di riferimento. Esistono innumerevoli tipi di bilance.

La bilancia a contrappeso si basa su un sistema di leve, una delle quali è contrappesata. Il sistema è tale che il piatto in cui si pone il corpo da pesare si sposta, al variare del contrappeso, lungo l'asse verticale. La lettura del peso avviene tramite un indice su una scala graduata solidale ad una delle leve.

La bilancia a sospensione solitamente di piccole dimensioni e priva di sostegno, viene sostenuta con una mano.

La bilancia idrostatica è anche detta bilancia di Archimede. Archimede (287-212 a.C.), infatti, smascherò l'inganno perpetrato da un artigiano il quale aveva consegnato a Ierone, Tiranno di Siracusa, una corona in lega d'oro e d'argento facendola passare come se fosse stata d'oro massiccio. Il metodo usato da Archimede e i suoi presupposti teorici furono attentamente studiati da Galileo (1564-1642) nella Bilancetta, un breve testo steso a Firenze nel 1586, e pubblicato solo dopo la sua morte. Lo scienziato pisano propone uno strumento, la Bilancetta, appunto, dotato di grande precisione, il cui funzionamento risiede nel concetto archimedeo di peso specifico: i corpi pesati nell'acqua risultano meno gravi che in aria in proporzione della relazione tra il loro peso specifico e quello dell'acqua. La bilancia idrostatica permette dunque di determinare il peso specifico di un corpo rispetto a quello in cui è immerso, o se il peso specifico è noto, di determinarne il volume.

Mentre la bilancia è costituita da un giogo e da due piatti, la stadera, costituita da una leva a bracci disuguali e fulcro generalmente fisso, ha un unico piatto. Molto diffusa nell'antichità, la sua invenzione viene attribuita ai Romani. La bilancia è appesa ad un gancio la cui posizione rappresenta il fulcro. Sul braccio più lungo, che reca una o più scale, scorre un peso detto "romano". Il braccio più corto sostiene, tramite un gancio, il piatto con il corpo da pesare. Facendo scorrere il romano lungo la scala si raggiunge una posizione di equilibrio nella quale il braccio graduato è orizzontale. Dalla posizione del romano sulla scala si legge dunque il peso cercato. Già i fabbricanti in età romana si accorsero che, graduando due o tre facce dell'asta, si ottenevano stadere a due o tre portate. Ad ogni scala corrispondeva un punto diverso al quale, tramite un gancio, si appendeva il corpo da pesare. Detti ganci di sospensione avevano una distanza dal fulcro tanto minore quanto maggiore era il carico da determinare..



La bilancia nel suo schema originario e tradizionale è una leva a bracci uguali (giogo) appoggiata nel suo punto di mezzo su uno spigolo di un prisma triangolare di acciaio o di pietra dura (coltello). Alle estremità dei due bracci del giogo sono sospesi due piatti uguali; a piatti vuoti la bilancia è in equilibrio stabile con giogo orizzontale; il baricentro del sistema giogo-piatti si trova sotto il coltello. Al giogo è solidale un lungo indice che può oscillare davanti a una piccola scala graduata. Il corpo di cui si vuole misurare la massa m1 (e quindi il peso), posto su uno dei piatti, fa pendere il giogo da quella parte, perché esercita una forza m1g (dove g è l'accelerazione di gravità); se una massa nota m2 posta sull'altro piatto ristabilisce l'equilibrio, si ha m1=m2. Ogni bilancia viene corredata pertanto di una pesiera contenente masse campione (cioè di valore noto) che complessivamente non superano la portata, cioè l'intervallo entro cui può variare la massa in esame. Altre caratteristiche importanti di una bilancia sono: la sensibilità, cioè la più piccola variazione di massa che fa spostare in modo apprezzabile l'indice dalla sua posizione di equilibrio; la prontezza, cioè il tempo che occorre alla bilancia per raggiungere la posizione di equilibrio. Un aumento di prontezza si ottiene sempre a scapito della sensibilità per cui in genere si preferiscono bilance sensibili e non molto pronte per misure di precisione e bilance pronte anche se poco sensibili per scopi commerciali. La bilancia si dice giusta quando il suo equilibrio non viene alterato aggiungendo sui due piatti masse uguali e questo si verifica quando i due bracci hanno la stessa lunghezza. Opportuni metodi di pesata servono a eliminare le conseguenze di difetti dell'apparecchio (disuguaglianza dei bracci, dei pesi dei bracci, dei piatti ecc.). Fra questi si hanno:  il metodo della doppia pesata o di Gauss: si pesa due volte il corpo mettendolo prima su un piattello e poi sull'altro; indicando con p1 e p2 i pesi che si devono mettere successivamente sui due piattelli e che saranno in generale di poco diversi, il peso del corpo sarà dato dalla loro media aritmetica p=(p1+p2)/2. Il metodo della tara o di sostituzione o di Borda: si pone su uno dei due piatti il corpo da pesare e sull'altro una tara (palline di vetro, di piombo, ecc.) fino a raggiungere l'equilibrio; si sostituisce poi il corpo con pesi campione raggiungendo ancora l'equilibrio; la somma di questi pesi campione dà il peso del corpo; con questo metodo si evitano errori dovuti all'eventuale differenza di lunghezza dei bracci.  Il metodo a carico costante, o a sensibilità costante o di Mendeleev: si carica un piatto con un peso campione (generalmente 100 g), che deve essere superiore al peso previsto del corpo da pesare, e l'altro con zavorra fino a ottenere l'equilibrio. Si toglie poi il peso campione e si pone sullo stesso piatto il corpo da pesare aggiungendo pesi campione fino all'equilibrio. Il peso del corpo si ottiene per differenza tra il peso campione equilibrato dalla zavorra e la somma dei pesi campione aggiunti al corpo. Con questo metodo si possono fare pesate di corpi diversi senza toccare la zavorra e avere così una sensibilità costante, poiché la sensibilità di una bilancia, a parità di altre condizioni, dipende dal carico che si pone nei piatti.

Nelle bilance di precisione il giogo porta agli estremi altri due coltelli ai quali mediante apposite staffe sono appesi due piattelli. Gli spigoli dei tre coltelli sono paralleli, complanari tra loro, normali al piano di oscillazione del giogo e poggiano su piani molto duri, di solito di agata; perché non si danneggino vengono tenuti sollevati mediante un dispositivo di bloccaggio, durante le operazioni di carico e scarico dei pesi e quando la bilancia non è usata. La base della bilancia è provvista di viti calanti e di livella per essere disposta orizzontalmente; una custodia trasparente protegge l'apparecchio da correnti d'aria. Per mantenere un'atmosfera relativamente secca si pongono all'interno della custodia sostanze essiccanti. La sensibilità della bilancia può essere aumentata o diminuita avvicinando o allontanando il baricentro del giogo dal coltello con qualche apposito accorgimento. Una diminuzione della sensibilità, riducendo le oscillazioni intorno alla posizione di equilibrio, rende più rapida la pesata. A seconda degli scopi particolari cui la bilancia è destinata, variano le particolarità costruttive. In molte bilance i pesi inferiori al centigrammo sono misurati con il cavalierino di Berzelius costituito da un filo di platino o di alluminio piegato a forcella e generalmente del peso di 10 mg; manovrando dall'esterno della custodia si può appoggiarlo in vari punti del giogo. Quando si trova all'estremità di un braccio equivale a 10 mg posti sul piatto sottostante, quando invece è in altre posizioni, in corrispondenza di tacche equidistanti segnate sul giogo, equivale a un peso proporzionale alla sua distanza dal fulcro. Fra i vari tipi di bilance di precisione ricordiamo: la bilancia analitica o bilancia per analisi che ha una sensibilità anche inferiore al milligrammo e una portata massima di 1 kg (la portata più comune è però di 200 g). Le bilance più moderne di questo tipo possono avere anche un solo piattello, come, per esempio, la bilancia di Mettler; sono corredate da dispositivi per lo smorzamento delle oscillazioni in modo da rendere più rapide le misure, da meccanismi per il caricamento automatico dei piatti, da scale graduate in milligrammi e in decimi di milligrammi, su cui si legge direttamente il valore del peso in esame. Le bilance a smorzatori d'aria hanno i bracci reggenti i piattelli che sostengono nella parte superiore una scatola cilindrica di metallo, la quale, oscillando col piattello stesso, scorre in un altro cilindro fisso e coassiale, privo della parte superiore e portante un forellino nella parte inferiore; l'aria che si trova tra un cilindro e l'altro è costretta dalla scatola mobile a defluire nell'intercapedine, provocando un forte smorzamento delle oscillazioni. La bilancia di Mettler permette di eseguire le pesate a carico costante; il giogo, a bracci disuguali, è in equilibrio quando porta a un estremo un piattello e un corredo di pezzi tarati e all'altro estremo un contrappeso costante inserito in uno smorzatore d'aria. Posto sul piatto il corpo in esame, l'equilibrio viene ristabilito togliendo dei pezzi tarati, il cui valore rappresenta ovviamente il peso del corpo. Poiché corpo in esame e pesi campione sono appesi allo stesso braccio del giogo e sono confrontati senza che il carico vari, vengono eliminati gli errori dovuti alle diverse lunghezze dei bracci del giogo e gli svantaggi relativi alla variazione di sensibilità col carico. Questa bilancia è anche molto rapida grazie a un dispositivo di manipolazione meccanica dei pesi e allo smorzamento ad aria delle oscillazioni. L'angolo di inclinazione del giogo, che individua l'equilibrio, è reso visibile da un dispositivo ottico, che permette di leggere direttamente su una scala con nonio il valore del peso. Sono bilance di altissima precisione le microbilance che hanno caratteristiche simili a quelle delle bilance analitiche, ma con portate solo fino a 20 g; generalmente sono poste in una doppia custodia di vetro. Gli ultimi tipi sono caratterizzati dall'eliminazione del secondo piatto, da bracci di lunghezza diversa, dalla lettura con sistemi ottici su quadranti numerici.



Esistono numerosi tipi di bilance usate per scopi pratici, dette anche bilance tecniche; la loro portata può variare da pochi grammi fino a diverse decine di tonnellate e la sensibilità relativa si aggira in genere sull'1‰ del carico massimo. Spesso invece di essere provviste di una sola leva sono costituite da un sistema di leve eventualmente a bracci disuguali. La bilancia a stadera o stadera, è una bilancia a bracci disuguali il più corto dei quali porta un piatto sul quale viene posato l'oggetto da pesare; sull'altro braccio, notevolmente lungo e sul quale è incisa la graduazione in chilogrammi e sottomultipli, scorre un peso, detto romano. La posizione di equilibrio del romano fa da indice per la lettura del peso del carico. La bilancia a contrappeso è costituita da un sistema di leve una delle quali contrappesata; il piatto su cui si pone il corpo da pesare si sposta parallelamente a se stesso in senso verticale; il peso del corpo è indicato da un indice su una scala solidale a una delle leve. Questa bilancia è usata specialmente come pesalettere. Le bilance di Roberval e le bilance di Béranger, dette anche a sospensione inferiore, hanno un sistema di leve costituito da un giogo a bracci uguali e da due leve ausiliarie, o controgiogo. I collegamenti sono tali che nell'oscillazione le estremità del giogo e dei controgioghi si spostano in egual misura e fanno muovere i piatti della bilancia parallelamente a se stessi. La portata è generalmente di 10 kg, con una precisione da 0,5 a 5 g. La bascula è una bilancia a bracci disuguali provvista di un unico piano su cui si pone il carico e il cui abbassamento viene trasmesso per mezzo di un sistema di leve a un braccio analogo a quello della stadera su cui scorre un romano. La portata varia da 100 a 500 kg. La bilancia semiautomatica è una combinazione della bilancia a contrappeso e della bilancia a sospensione inferiore con l'aggiunta di dispositivi per una comoda lettura diretta del peso. La massa Q, imperniata eccentricamente in A e solidale con un indice affacciato su una scala S, costituisce la bilancia a contrappeso ed è collegata mediante un tirante (un nastro d'acciaio) al giogo di una bilancia di Roberval modificata. Su un piatto si pone il corpo da pesare, che fa deviare l'indice sulla scala; se il peso è tale da fare deviare l'indice oltre il fondo scala, si pone un peso sull'altro piatto: il peso del corpo è dato dalla somma di questo peso e di quello indicato dall'indice. Le bilance automatiche sono sostanzialmente simili, salvo che hanno un solo piatto, su cui va posto il corpo da pesare. Per rendere più spedite le misurazioni, le oscillazioni dell'indice vengono smorzate con opportuni smorzatori generalmente ad aria. Queste bilance sono generalmente usate nei negozi e sono spesso provviste di due scale: la prima con una graduazione corrispondente a una sensibilità piuttosto elevata, per esempio, da 5 g fino a un chilogrammo, la seconda con una portata fino a 5 o 10 kg; girando una leva o una manopola si rende la bilancia adatta a misurare con l'una o con l'altra scala. Nelle bilance idrauliche e pneumatiche, il peso in esame viene trasformato, mediante un pistone o un'opportuna molla di superficie, in una pressione che viene misurata da un manometro. In generale le misurazioni sono influenzate dalle variazioni di temperatura, per cui sono necessari opportuni dispositivi di compensazione.

Le bilance per misurazione di densità sono strumenti che utilizzano il principio di Archimede per la determinazione della densità di liquidi e di solidi . Poiché nei problemi pratici la densità e il peso specifico sono espressi dallo stesso numero, nel linguaggio comune i due concetti vengono spesso confusi. La bilancia di Archimede o bilancia idrostatica è una comune bilancia adattata con opportuni accorgimenti a misurare la spinta archimedea che un corpo riceve quando è immerso in un liquido e serve per misurare densità di solidi e liquidi. Si differenzia dalla bilancia ordinaria perché le sospensioni dei due piattelli sono una più corta dell'altra. Il piattello appeso alla sospensione più corta è fornito di un gancetto. Per determinare la densità di un solido, lo si appende al gancetto e se ne determinano separatamente il peso e la corrispondente spinta archimedea: la densità è data dal rapporto di queste misurazioni. Per calcolare la densità relativa di un liquido si appende al gancetto un cilindro (detto immersore) e se ne determina la spinta archimedea nel liquido in esame e in acqua: la densità relativa è data dal rapporto di queste misure. La bilancia di Mohr-Westphal è derivata dalla bilancia di Archimede; è molto usata perché permette misurazioni rapide con letture dirette, esatte fino alla quarta cifra decimale. Il giogo ha bracci disuguali; il fulcro è appoggiato su un'asta alla cui base si trova una vite di livello; il braccio corto del giogo porta una massa opportuna e termina con una punta che oscilla davanti a una scala graduata; il braccio lungo è diviso mediante tacche o pioli in dieci parti uguali e all'estremità un gancio sostiene o un corpo cilindrico generalmente di vetro, detto pescante, o un castello forato, a seconda che si debbano determinare densità di liquidi o di solidi. Completano il corredo della bilancia un bicchiere, un termometro a mercurio di forma adatta per essere appeso al bicchiere e cinque cavalierini che costituiscono i pesi della bilancia; quattro di questi cavalierini pesano ognuno un decimo del precedente; il quinto ha il peso del maggiore (10 g). I cavalierini vengono opportunamente appesi ai pioli del giogo per ristabilire l'equilibrio della bilancia durante le misurazioni, quando il pescante (nel caso di liquidi) o il corpo (nel caso di solidi) sono immersi o in aria o in un liquido, generalmente acqua.

La bilancia di torsione è un dispositivo estremamente sensibile che si trova applicato in moltissimi apparecchi per la misurazione di forze, di momenti di coppie e più in generale di altre grandezze fisiche che si colleghino a momenti di forze. Il suo funzionamento è basato sul fenomeno dell'elasticità di torsione; permette di apprezzare anche effetti molto piccoli. Tale bilancia è essenzialmente costituita da una sbarretta sospesa per il baricentro a un filo di sospensione (questo tipo, il più comune, è detto monofilare ma ve ne sono di quelle con sospensione bifilare). Se agli estremi della sbarretta sono applicate due forze uguali e contrarie, la cui natura dipende dall'uso cui è destinato lo strumento, esse determinano una torsione del filo di un angolo che è direttamente proporzionale al momento delle forze applicate e alla lunghezza del filo, e inversamente proporzionale alla quarta potenza del raggio del filo (legge di Coulomb). In condizioni di equilibrio il momento torcente delle forze applicate alla sbarretta sarà opposto al momento delle reazioni elastiche del filo: scrivendo l'equazione di equilibrio si potrà ricavare l'incognita del problema in esame. Generalmente il filo di sospensione porta uno specchietto per valutare con grande precisione l'angolo di torsione con il metodo ottico di Poggendorff, basato sulla lettura della deviazione che subisce al ruotare dello specchio un raggio riflesso su di esso. La bilancia di torsione permette di raggiungere sensibilità estreme, apprezzando forze dell'ordine di 10-10 g, con fili di sospensione di quarzo molto lunghi con diametro di 10-6 m. Gli esperimenti con la bilancia di torsione vanno fatti preferibilmente sotto vuoto: le minime correnti d'aria e il più piccolo spostamento dello zero del filo di sospensione sono spesso causa di notevoli errori nelle misure. Tra le più importanti bilance di torsione si ricordano quelle usate per misurare la forza gravitazionale che si esercita tra masse dell'ordine del chilogrammo (bilancia di Cavendish); l'interazione fra cariche elettriche puntiformi (bilancia di Coulomb); le variazioni locali dell'accelerazione di gravità (bilancia di Eötvös).



L'applicazione dell'elettronica ha rivoluzionato i sistemi di pesatura, sia nel campo delle bilance commerciali sia in quello delle bilance analitiche di precisione. Il carico meccanico viene convertito in un segnale elettrico, proporzionale al carico stesso, per mezzo di vari tipi di trasduttori: estensimetri elettrici (dei quali si misura la resistenza che varia al variare del carico); lamine vibranti (se ne misura la frequenza di vibrazione, che varia col carico); magnetoelastici (che sfruttano la variazione, col carico, dell'accoppiamento magnetico di due avvolgimenti); o col sistema a compensazione elettromagnetica delle forze. Quest'ultimo, utilizzato per le bilance di precisione, consente di risolvere un carico da 60 g a 0,01 mg. La rilevazione del peso netto è immediata: basta azzerare la bilancia (premendo un pulsante) dopo avere posato sul piatto il contenitore. L'impiego di bilance elettroniche nel commercio consente anche molte altre operazioni: dal prezzo del prodotto pesato (peso × costo unitario, che può essere impostato mediante tastiera, o anche richiamato da una memoria, per mezzo di tasti simbolici o di codici) alla completa gestione del magazzino, per mezzo di un calcolatore, al quale sono collegate tutte le bilance. Ciascuna bilancia può essere dotata di stampante ed emettere uno scontrino con l'indicazione del peso, prezzo al kg, prezzo totale e descrizione di ogni prodotto pesato; il totale può anche essere stampato sotto forma di codice a barre. Le bilance elettroniche sono usate anche per la pesatura di carichi elevati, come veicoli a motore, vagoni, siviere di colata, serbatoi, contenitori, tramogge, materiale transitato su nastro trasportatore e in generale per installazioni di pesature di tipo industriale. La sensibilità dipende dalle caratteristiche costruttive e dalla portata. Molto diffuse sono le bilance in cui la parte sensibile è costituita da una o più celle di carico, opportunamente installate, che subiscono deformazioni proporzionali al carico misurate da estensimetri. Anche in questo caso il carico meccanico viene convertito in un segnale elettrico, proporzionale al carico applicato, misurato tramite uno strumento, detto indicatore, fornito di scala graduata per la lettura diretta del peso, o mediante un registratore di peso.

La bilancia aerodinamica è un dispositivo utilizzato nella sperimentazione aerodinamica alla galleria del vento per misurare forze e momenti agenti sul modello in prova. Caratteristica essenziale di qualsiasi bilancia aerodinamica è quella di arrecare il minor disturbo possibile al campo aerodinamico, per evitare di falsare le misure che vengono eseguite; è pure estremamente importante assicurare alla bilancia una considerevole robustezza, data l'eventualità che su di essa possano agire forze, anche rapidamente variabili, di notevole entità; sono pure essenziali un'elevata rigidezza, onde evitare indesiderabili spostamenti del modello, e una grande precisione. Le bilance aerodinamiche impiegate possono essere di tipo meccanico, sostanzialmente costituite da bilance tecniche corredate da un opportuno sistema di vincolo del modello, oppure da bilance estensimetriche, costituite da una struttura di supporto del modello in cui sono incorporati, quali elementi sensibili, estensimetri elettrici. Qualsiasi bilancia aerodinamica richiede sempre un'accurata taratura, che consenta di valutare gli inevitabili fenomeni d'interferenza tra modello e bilancia e tra bilancia e galleria. Per evitare almeno i primi, tecnici francesi hanno sperimentato bilance magnetiche, costituite da un complesso di elettromagneti che consentono di tener sospeso, entro la camera di prova, il modello (realizzato, almeno in parte, in materiale ferromagnetico) e di misurarne le forze aerodinamiche attraverso le variazioni di eccitazione degli elettromagneti, necessarie per mantenere il modello nell'assetto voluto.

Ciascun Paese dispone di precise normative riguardanti la progettazione, la costruzione e l'utilizzo delle bilance commerciali. Questo ha portato ad un arresto precoce lo sviluppo della tecnologia delle bilance, dove un nuovo brevetto deve sottostare e severe norme prima di vedere la luce. Ciononostante, una recente tecnologia chiamata "celle di carico digitali", prevede l'utilizzo di celle di "carico" contenenti convertitori analogici dedicati. Questo design ha notevolmente ridotto il problema della trasmissione di segnali dell'ordine dei 20 millivolt su dispositivi particolarmente sensibili ad interferenze.

Le leggi ed i regolamenti prevedono, da parte di personale qualificato, ispezioni periodiche tramite l'uso di sistemi di calibrazione rilasciati da laboratori certificati. Le bilance ad uso occasionale o semplici pesa-persone possono comunque essere prodotte, ma devono riportare per legge l'etichetta con scritto "Non destinato ad un uso commerciale", onde evitare che un utilizzo improprio possa compromettere interessi commerciali in atto. Negli Stati Uniti, ad esempio, il documento che descrive come una bilancia deve essere progettata, installata, e usata commercialmente è l'Handbook 44 del NIST.

La gravità varia dello 0.5% nei diversi angoli del pianeta, dunque la differenza tra forza peso e massa diventa rilevante nella taratura di bilance destinate ad uso commerciale. Generalmente il problema viene risolto comparando la massa con un campione conosciuto invece che misurando la forza peso indotta dalla gravità, dipendente da particolari condizioni locali.

La bilance tradizionali a doppio piatto e braccio flottante forniscono intrinsecamente una misura della massa. Invece le bilance elettroniche danno una misura delle forza gravitazionale tra l'oggetto e la Terra. Si pensi ad esempio al peso dell'oggetto campione, che varia da un posto all'altro del pianeta.

Ecco che talune bilance commerciali necessitano di una calibrazione immediatamente dopo l'installazione in un determinato luogo. Tutto ciò fornisce una chiara e precisa lettura della massa di un oggetto.

Ecco alcune fonti potenziali di errore nei sistemi di misura del peso:

Spinta dell'aria, causata dal fatto che un oggetto di una certa dimensione occupa una determinata porzione di aria, la cui entità va determinata e calcolata. Bilance ad alta precisione spesso operano nel vuoto.
Errate masse di riferimento (usate per ingannare la misura).
Raffiche d'aria, anche se di piccola entità, possono aumentare o abbassare il peso rilevato.
L'attrito di tutte le parti in movimento che ostacola il raggiungimento dell'equilibrio.
La polvere statica, che contribuisce al peso.
Scala non calibrata o mal-calibrata. La calibrazione dei circuiti elettronici tende alla deriva nel corso del tempo, o a causa della variazione di temperatura.
Allineamento approssimato delle parti meccaniche, ad esempio:
Il fulcro che viene agganciato da un sistema quadrato-quadrato invece che un cerchio-punto (usato per ingannare la misura).
Accorciando il braccio spostando la catena dal piatto al bilanciere (usato per ingannare la misura).
Disallineamenti meccanici causati da dilatazione o contrazione termica dei componenti la bilancia.
L'azione del campo magnetico terrestre sui componenti metallici della bilancia.
L'azione di campi magnetici sulle parti metalliche della bilancia, originati sia da magneti, sia dal percorso della corrente elettrica nei cavi.
Ad esempio posizionando un magnete sotto l'oggetto di massa incognita (metodo usato per ingannare la misura).
Disturbi magnetici verso bobine ed altri sensori.
Forze indotte da campi elettrici, ad esempio dovuti allo sfregamento delle scarpe sul terreno in una giornata particolarmente secca.
Reazione chimica tra l'aria e la sostanza oggetto della misura (o la bilancia stessa) sotto forma di corrosione.
Condensa del vapore acqueo atmosferico su un corpo freddo.
Evaporazione dell'acqua da un corpo caldo.
Moto convettivo dell'aria da un corpo caldo o freddo.
La rotazione terrestre sotto forma di forza di Coriolis.
Anomalie gravitazionali (ad esempio nell'uso di una bilancia nei pressi di una catena montuosa, oppure nella mancata ricalibrazione dopo lo spostamento dello strumento da un luogo ad un altro).
Vibrazioni o disturbi sismici. Ad esempio, la vicinanza di una strada ad alto traffico.
Bilance posizionate su superfici troppo morbide, tappeti o moquette. (Questo effetto si può rilevare anche con una bilancia pesa-persone).




lunedì 3 agosto 2015

LE ARMI BIANCHE



Ogni uomo ha vissuto e forse continua ancor oggi a vivere con l’angoscia di un vero e proprio assalto mortale che possa sorprenderlo e farne di lui macerie. Ab incipit, quindi, oltre che per procacciarsi cibo, ha utilizzato mezzi c.d. violenti per la propria sopravvivenza. E l’utilizzo di oggetti più o meno puntuti segna l’inizio della difesa del suo habitat.
Nell'età della pietra si fabbricarono lame, coltelli, scuri di selce, e mazze semplici o formate da un bastone spaccato a una delle estremità, avente dentro lo spacco una pietra tenuta a posto con una legatura fatta di strisce di corteccia di albero o con una cordicella fatta di minugia attorcigliata.

In età antica, la hasta dei Romani era lunga circa 1.75 metri, quanto l'altezza di chi la portava il quale era chiamato hastatus. Nei secoli XV secolo, XVI secolo e XVII secolo si chiamò picca ed era per la fanteria molto lunga, facendo riscontro all'antico contus, arma propria dei cavalieri o all'antica sarissa della fanteria dell'esercito macedone.

L'arma bianca indica tutte quelle armi che provocano ferite per mezzo di punte (come pugnali e baionette), forme contundenti (come martelli e arieti) o lame di metallo (come spade e sciabole); quelle che lanciano oggetti bellici (come archi, balestre, cerbottane e catapulte), e quelle che fungono da difesa da esse (come scudi e armature).

La locuzione deriverebbe dal bianco riflesso del sole sopra le superfici metalliche da parte di queste armi.

Gli oggetti contundenti basano il danno inferto sul principio dell'urto col bersaglio e per questo, sono chiamati anche armi da botta e ne sono tipici rappresentanti i bastoni, i martelli, le mazze, le clave. Infatti, queste sono armi da offesa, con manico più o meno lungo atte a ferire, ammaccare, contundere mediante percossa. I bastoni nodosi e le clave rappresentano i rudimenti di tali armi e sono antichi quanto l'umanità. Dopo le clave vennero le mazze e quindi la scure nell'età della pietra. Seguì il mazzafrusto (o flagello) simile al flagrum degli antichi romani, strumento di punizione formato da parecchie catene con palle di metallo alla loro estremità, sospese ad un manico corto: tale strumento fu anche usato come arma da guerra.

Le lame invece, si basano appunto sull'utilizzo della lama: questa è un pezzo di metallo di forma adeguata che presenta una o più parti affilate chiamate "filo".

Le lame possono essere più adatte a tagliare (in questo caso si parla di armi da taglio e ne sono tipici rappresentanti le spade, i coltelli, le sciabole e le asce) od a colpire di punta per penetrare nel bersaglio (da qui la nascita del termine armi da punta), come i pugnali o le lance, le picche e le baionette: a questo scopo, alcune armi da punta non prevedono nemmeno la presenza del filo sulla lama, ma hanno solamente la punta acuminata necessaria per penetrare e/o sfondare (come alcuni stiletti, i fioretti, i "centodieci", il "becco di corvo").

Esistono pure le armi da lancio come l'arco e la balestra; esse grazie alla forza fisica dell'uomo e in abbinamento a dispositivi meccanici (ma sempre caricati dalla forza del lanciatore) servono per lanciare - anche a distanze considerevoli - proiettili di vario tipo come pietre, frecce, quadrella, o vengono esse stesse lanciate (giavellotto, asce da lancio, coltelli da lancio).

Secondo alcuni sono dette armi bianche le armi che non provocano rumore. Per altri, si possono definire come gli strumenti atti ad offendere e che sfruttano solo la forza del combattente. Oppure si possono definire come tutte le armi in metallo che non siano armi da fuoco. Si possono suddividere le armi bianche secondo la dimensione: armi corte da mano, armi lunghe da mano e armi inastate, ad esempio:



Le armi bianche corte da mano sono occultabili e generalmente non superano la trentina di centimetri: in questa categoria si possono catalogare i coltelli, i pugnali, gli stiletti, le daghe corte, le accette da lancio.
Le armi bianche lunghe da mano erano le tipiche armi individuali da guerra, da usare a corta distanza, che precedettero le armi da fuoco: spade, sciabole, katane, asce da guerra ecc.
Sono armi bianche inastate o immanicate, quelle munite di un manico lungo da due a più metri che aumenta il raggio d'azione delle armi stesse.
Inoltre possono essere divise pure a seconda del fine per cui sono state costruite, quindi in:

Armi da lancio, create al fine di poter essere scagliate da una corta distanza contro l'avversario, in caso di necessità, (ad esempio i giavellotti e certi tipi di accetta, come il tomahawk);
Armi da botta e ne sono tipici rappresentanti i bastoni, i martelli, le mazze, le clave. Infatti, queste sono armi da offesa, con manico più o meno lungo atte a ferire, ammaccare, contundere mediante percossa;
Armi da taglio e ne sono tipici rappresentanti le spade, i coltelli, le sciabole e le asce, infatti tali armi sono finalizzate a tagliare;
Armi da punta, finalizzate nel colpire di punta il bersaglio, come i pugnali o le lance, le picche e le baionette: a questo scopo, alcune armi da punta non prevedono nemmeno la presenza del filo sulla lama, ma hanno solamente la punta acuminata necessaria per penetrare e/o sfondare (come alcuni stiletti, i fioretti, i "centodieci", il "becco di corvo");
Armi da tiro che lanciano a grandi distanze (come la balestra e l'arco) oggetti bellici (frecce, quadrella...).
Armi da difesa che difendono da colpi di armi bianche, come armature, scudi e cimieri.
Le Armi morbide sono tutte le armi pieghevoli o snodate, come il Chigiriki ed il Jiu jie bian.

Si definiscono armi da botta le mazze di diversa foggia e materiale, le mazze ed i bastoni, fornite di manico di varia lunghezza, che con la forza del braccio contundono mediante percossa.
Altra categoria d’armi bianche è costituita da quelle fornite di lama, solitamente di metallo, forgiate in infinite forme, a seconda dell’epoca di fabbricazione ed area geografica di provenienza, lama che può essere affilata oppure no e da impiegarsi conseguentemente in modi diversi.
La lama può essere da punta e non necessita d’affilatura altro che in cima o da taglio, che per definizione deve essere affilata, su uno o più lati, con tipi d’affilatura vari a seconda delle necessità d’impiego.
Da punta o da taglio, le lame, di diverse lunghezza,  possono essere lisce o scanalate; queste ultime, una volta estratte dal corpo vivo in cui sono conficcate, causano l’ingresso dell’aria, abbondante sanguinamento e maggiore disposizione all’infezione del tessuto.
La lama da punta, generalmente diritta, una volta estratta dal corpo in cui viene conficcata, consente al tessuto di richiudersi parzialmente lungo il bordo di penetrazione, diminuendo l’afflusso ematico.
Stocchi, picche, pugnali, baionette, sono lame da punta, utilizzate per infilzare il bersaglio; coltelli, baionette, spade, accette, asce, sono armi da taglio.
Le lame corte sono comprese fra 25/30 cm. e possono essere celate sul corpo del portatore,  sono i coltelli, i pugnali, gli stiletti; le lame medie sono comprese nei 60 cm. di lunghezza e servivano perlopiù nei combattimenti ravvicinati, durante i quali l’altra mano poteva impugnare un coltello o pugnale, per parare i colpi od offendere; le lame lunghe superano i 60 cm.  e nel caso di spade a due mani raggiungono e superano i 110 cm.
Un manico in legno, metallo, osso od altro, grezzamente o finemente lavorato, dotato o meno di protezione per la mano, serve a poter brandeggiare lo strumento ottenuto dalla composizione solidale con la lama, conferendole maneggevolezza e capacità d’applicargli la forza necessaria ad offendere.
Le spade sono immanicate per una o due mani, mentre le lance, dette armi d’asta o armi in asta, sono lame  montate su asta, con lama a tagliente o picche con capacità di  sfondamento e penetrazione in materiali resistenti.
Ambedue raggiungono comunemente e superano i due metri di lunghezza e consentono di tenere a distanza l’avversario.
Le alabarde, specie di lance, portavano in cima lame con tagliente a mo' d’ascia, variamente fornite di spuntoni, ganci, seghe, per lacerare le armature ed i corpi.
In oriente la lancia, ottenuta dalla canna del bamboo, vede sostituita la lama o la picca, col taglio molto inclinato del resistente e flessibile legno cavo, ottenendo una validissimo ed affilato strumento d’offesa.

Pertanto, si producono lesioni di aspetto differente(da punta, da taglio, da punta e taglio) a seconda che lo strumento feritore agisca con un’estremità acuminata, il filo di una superficie tagliente, o entrambi i meccanismi tra loro combinati, come si verifica nei coltelli appuntiti. Rimanendo nell’ambito della medicina legale si distinguono taglienti tipici come i bisturi, i rasoi, le falci, le spade etc.. e taglienti atipici, che pur non essendo concepiti per l’azione tagliente, posseggono un’analoga capacità lesiva. Nelle lesioni da arma bianca prevale l’estensione in superficie anziché in profondità. E, se si volessero riassumere le forme tipiche delle ferite da taglio, le stesse possono classificarsi in quattro grandi gruppi:

ferite da difesa (che sono indicative di omicidio e si producono nella vittima durante i tentativi di resistenza all’aggressione);
ferite da svenamento (che sono indicative di suicidio e si rilevano in zone autoaggredibili come polsi o regioni inguinali);
ferite da scannamento (così denominate in quanto poste in relazione alla recisione delle c.d. “canne del collo”quali laringe e trachea);
ferite da sventramento (come nel harakiri in cui si determina a scopo suicida un largo squarcio della parete addominale con fuoriuscita di visceri).
Altre tipiche ferite da taglio possono avere carattere rituale e tra queste vanno sicuramente annoverate la circoncisione e la escissione del clitoride (infibulazione) dalla spiccata natura religiosa o tribale.

Spade e Coltelli: le normative in vigore

Pugnali, coltelli a scatto, coltelli a doppio filo e baionette sono armi proprie; altri coltelli, di qualsiasi forma o dimensione, sono utensili da taglio e punta e quindi armi improprie, la vendita e la detenzione sono libere se si ha la maggiore età, il porto è consentito solo per giustificato motivo se si ha quindi un motivo valido per avere un coltello con se (caccia, attività sportiva, outdoor, campeggio etc.); in ambiente urbano non sussiste mai il giustificato motivo per avere con se una lama.
Non esiste nessuna legge che parla di "lame di 4 dita di lunghezza" che è possibile portare con se liberamente. Questa legge è stata abrogata nel 1975 quindi, senza avere un giustificato motivo, non si può avere con se nessun tipo di lama, nemmeno con un tagliente di 1 solo cm.

Sono Armi Proprie - acquisto e detenzione devono quindi avvenire dietro presentazione di Porto d'Armi o Permesso d'Acquisto rilasciato dalla propria Questura - i coltelli dotati di apertura a scatto o a molla, i coltelli a doppio filo (affilati da entrambi i lati), le baionette militari dotate di agganci per fucile, i push-daggers, i tirapugni, i manganelli estensibili e non, ed i bastoni animati.

Le spade affilate sono armi proprie, acquisto e detenzione devono quindi avvenire dietro presentazione di Porto d'Armi o Permesso d'Acquisto rilasciato dalla propria Questura. Spade non affilate sono considerate strumenti sportivi o oggetti decorativi, sono pertanto di libera vendita e detenzione se si ha la maggiore età.

Per ciò che riguarda il trasporto delle armi improprie, basta la precauzione di tener la lama assolutamente non pronta all’uso, magari impacchettata, in modo tale che sia evidente la volontà e l’intenzione di non volersene servire durante il trasporto.


LEGGI ANCHE :http://pulitiss.blogspot.it/2015/08/le-armi-da-fuoco.html





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sabato 6 giugno 2015

IL GRANA

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La storia narra che il formaggio grana della pianura padana nacque nel 1134 nell'abbazia di Chiaravalle, pochi chilometri a sud di Milano . Veniva prodotto in apposite caldaie all'interno dei monasteri che possono essere considerati i primi caseifici. I monaci lo chiamarono caseus vetus, formaggio vecchio.Il popolo che non aveva dimestichezza con il latino, gli diede un altro nome, derivato dalla particolarità della pasta, compatta ma granulosa. Così nacque il nome di formaggio di grana o più semplicemente grana. I grana più citati sono il lodesano o lodigiano, considerato da molti il più antico, il milanese, il parmigiano, il piacentino ed il mantovano.La scoperta è imputabile all'ordine monastico cattolico dei Cistercensi di Chiaravalle che, bonificando le selve lombarde, promossero l'agricoltura e l'allevamento vaccino (verosimilmente della Rossa Reggiana) locali. Ovviamente, i grandi pascoli fornivano anche notevoli quantità di latte fresco altamente deperibile (a quei tempi, infatti, non ci si poteva avvalere dei moderni metodi di conservazione). Proprio da questa necessità di mantenere al meglio, e per più tempo possibile, il liquido animale, i monaci adottarono la caseificazione del caseus vetus (formaggio vecchio), che solo nel 1951 sarebbe diventato il Grana Padano.
Il prodotto acquisì rapidamente un'ottima fama, di conseguenza venne diffuso prima nelle aree circostanti, poi in tutti i territori extra padani. Alcuni reperti del 1334 citano il grana padano tra gli alimenti impiegati nelle mense delle galee di lunga navigazione marittima, mentre nel 1477 entrò a far parte del trattato sui formaggi del medico sabaudo Pantaleone da Confienza.

Il momento della svolta nella produzione dei formaggi è datato 1951. A Stresa, nel giugno di quell'anno, tecnici e operatori caseari europei siglarono una "Convenzione", nella quale fissarono norme precise in tema di denominazioni dei formaggi e indicazioni sulle loro caratteristiche. In quella occasione vennero distinti il formaggio "di Grana Lodigiano" che poi è divenuto Grana Padano e il "Parmigiano Reggiano". Si dovette però attendere il 10 aprile 1954, perché l'Italia stabilisse alcune norme sulla "Tutela delle Denominazioni di origine e tipiche dei formaggi". Il 30 ottobre 1955 fu emanato il Decreto del Presidente della Repubblica n. 1269 sul "Riconoscimento delle denominazioni circa i metodi di lavorazione, caratteristiche merceologiche e zone di produzione dei formaggi", compreso il Grana Padano. Nel 1996 il Grana Padano ha ottenuto il riconoscimento della Denominazione di Origine Protetta da parte dell'Unione Europea. A seguito del mutato regime conseguenza di detto riconoscimento, le funzioni di controllo - che consistono nella verifica della sussistenza delle condizioni stabilite dal Disciplinare di produzione affinché il prodotto abbia diritto all'apposizione del marchio a fuoco romboidale, distintivo della Denominazione di Origine Protetta Grana Padano - sono oggi esercitate, su designazione del Consorzio e autorizzazione del Ministero per le Politiche Agricole, dalla CSQA Certificazioni Srl, con sede a Thiene (VI).

La denominazione di origine protetta Grana Padano si riferisce al formaggio prodotto durante tutto l'anno con latte crudo di vacca proveniente dalla zona di produzione definita dal Disciplinare. È sempre il disciplinare di produzione a regolamentare l'alimentazione delle vacche da latte che si basa sull'utilizzo di alimenti ottenuti dalle coltivazioni aziendali o nell'ambito del territorio di produzione del latte. Nella razione giornaliera non meno del 50% della sostanza secca deve essere apportata da foraggi con un rapporto foraggi/mangimi, riferito alla sostanza secca, non inferiore a 1. Almeno il 75% della sostanza secca dei foraggi della razione giornaliera deve provenire da alimenti prodotti nel territorio di produzione del latte. Tra i foraggi ammessi più rappresentativi troviamo i foraggi freschi o affienati da prati stabili o artificiali o sfalciati, che fin dal Medioevo costituivano la base dell'alimentazione. A questi si sono aggiunti gli insilati di trinciato di mais o di altre foraggere, i fieni silo. Tra i mangimi ammessi spiccano i cereali e la soia. Non è ammesso l'impiego della colza.

Il Grana Padano DOP si produce esclusivamente con latte crudo, proveniente dalla zona di produzione, parzialmente decremato mediante affioramento naturale, munto non più di due volte al giorno da bovine alimentate secondo regole precise e lavorato esclusivamente in caldaie in rame o con rivestimento interno in rame a forma di campana rovesciata, da ognuna delle quali si ricavano due forme. Al latte in caldaia viene aggiunto il siero innesto naturale, viene poi riscaldato a una temperatura di 31-33 °C e addizionato di caglio di vitello per la coagulazione. Si procede con la rottura della cagliata con lo spino e alla successiva cottura sotto agitazione fino ad una temperatura di 53-56 °C. La massa caseosa si deposita sul fondo della caldaia ed è lasciata riposare fino ad un massimo di 70 minuti, perché rassodi e spurghi il siero. Infine gli operatori, con una pala in legno ed un telo "schiavino", la sollevano all'interno della caldaia e la tagliano in due parti uguali, le "forme gemelle". Ognuna di esse è avvolta in un telo di lino, estratta dalla caldaia e posta sullo spersore. A questo punto ogni nuova forma è racchiusa in una "fascera", un tempo di legno ed oggi di idoneo materiale plastico, tenuta ben stretta e leggermente pressata da un disco dello stesso materiale. Dopo circa 12 ore dalla "messa in forma", tra la "fascera" e la parte laterale della forma (lo scalzo), è inserita un'altra fascia di plastica, la fascera marchiante, con in rilievo i marchi di origine: il quadrifoglio con impresso il numero di matricola del caseificio, la sigla della provincia e il mese e l'anno di produzione, e le piccole losanghe romboidali tratteggiate che riportano al loro interno alternativamente le parole "GRANA" e "PADANO". Inoltre a ogni forma è applicata una placca di caseina, che diventerà parte della crosta, con un codice identificativo che ne permette la rintracciabilità.

Dopo 24 ore si sostituisce la fascera con una di acciaio, costellata da piccoli fori e leggermente bombata, che in un giorno circa dà al formaggio la definitiva forma caratteristica: scalzo convesso e piatti piani. A quel punto, è pronto per la salatura, immerso in una soluzione di acqua e sale per un periodo che varia dai 14 ai 30 giorni. Dopo l'asciugatura in un locale adatto detto camera calda o locale di stufatura, inizia la stagionatura, da un minimo di 9 a oltre 20 mesi, in ambienti ben coibentati, con moderni sistemi di controllo della temperatura, dell'umidità e dell'aerazione. Durante il lungo periodo della stagionatura, il Grana Padano subisce una serie di mutamenti chimico-fisici, e microbiologici che si riflettono sulle caratteristiche organolettiche. In questi mesi le forme vengono curate, pulite e girate ogni 15 giorni circa. Queste operazioni un tempo completamente manuali, oggi sono assicurate da macchine spazzolatrici e rivoltatrici robotizzate. Al nono mese le forme di Grana Padano sono esaminate da esperti del Consorzio di Tutela con i tradizionali strumenti di controllo - il martelletto, l'ago e la sonda. Se superano tutte le prove, ricevono il marchio a fuoco, che garantisce la qualità "sana, leale e mercantile" del Grana Padano DOP; ad apporlo sulle forme sono i tecnici dei caseifici, sotto l'occhio dei funzionari del Consorzio di Tutela e su disposizione dell'ente certificatore (CSQA). La riproduzione del marchio deve comparire su tutte le confezioni di grattugiato e di porzionato, garantendo così il consumatore che il formaggio contenuto può legittimamente fregiarsi della DOP "Grana Padano". Senza questo marchio, il formaggio non può essere denominato né commercializzato come Grana Padano DOP. Le forme che recano i marchi di origine "Grana Padano", ma al controllo finale non risultano conformi ai requisiti necessari, vengono sottoposte alla cancellazione dei suddetti marchi mediante "retinatura", cioè ricoperte da segni che mascherano rombi e quadrifoglio che identificano come Grana Padano un formaggio che non lo è diventato. Una forma di Grana Padano DOP deve obbligatoriamente avere un peso variabile compreso tra 24 kg e 40 kg: per ottenere un chilo di formaggio Grana Padano occorrono circa 15 litri di latte. In passato il grana poteva distinguersi in tre cicli stagionali:

"vernengo": quando è prodotto da dicembre a marzo
"di testa": quando è prodotto da aprile a giugno (è considerato il migliore)
"tardivo o terzolo": quando è prodotto da ottobre a novembre
Questo dipendeva dai foraggi freschi con cui erano alimentate le vacche nei vari periodi stagionali, che conferivano colore e aromi differenti al latte e conseguentemente al formaggio. Oggi questa distinzione è superata in quanto l'alimentazione delle bovine resta sostanzialmente la stessa durante tutto l'anno. I foraggi utilizzati infatti sono per lo più conservati e solo raramente freschi. In questo modo si ottengono produzioni più costanti ed omogenee.

Il colore esterno della crosta è giallo scuro, tipicamente marchiato a fuoco per indicarne le caratteristiche (una sorta di "certificato di qualità").
Le proprietà nutrizionali del grana padano sono discrete. Rappresenta un'ottima fonte di calcio, di fosforo e di proteine ad alto valore biologico; per contro, apporta elevate quantità di calorie, di cloruro di sodio e di glutammato. Quest'ultima sostanza, ampiamente usata dall'industria alimentare come esaltatore di sapidità, si sviluppa naturalmente durante la stagionatura del grana padano.

Alla sezione trasversale, il grana padano è di forma circolare; per intero, invece, sembra più un blocco cilindrico e appiattito. Il diametro della forma è compreso tra i 35 e i 45 centimetri, mentre l'altezza è di 18-25 centimetri ed il peso oscilla tra i 24 e i 40chili.

Il grana padano è un formaggio di consistenza dura, tant'è che non andrebbe tagliato, bensì "spezzato" per mezzo dell'apposito coltello/punteruolo "a goccia". Il colore della pasta oscilla tra il bianco tendente al paglierino ed il giallo pallido (in quelli più stagionati). L'aroma del grana padano è tipico, il gusto elegante e particolarmente sapido.
In cucina, il grana padano si presta alla grattugia e, oltre a rientrare in diverse ricette o impasti, accompagna molti tipi di primi piatti, di antipasti, di contorni e di pietanze. Si presta anche come formaggio da pasto e come abbinamento gastronomico più complesso.

L'accostamento enologico più indicato è con vini tipo: Amarone della Valpollicella, Barolo Spers e Marchese di Villamarina.

Della sua categoria (formaggi), il grana padano è considerato tra i più digeribili in assoluto; tuttavia, ciò NON significa che si tratti di un alimento leggero e facilmente digeribile in senso assoluto. Le sue caratteristiche nutrizionali primarie sono:
Carenza di lattosio, nonostante sia un derivato del latte
Ricchezza di proteine ad alto valore biologico
Ricchezza di calcio e fosforo
Ricchezza di riboflavina (vit. B2)
Ricchezza di retinolo equivalenti (pro-vit. A)
Medio apporto di grassi (minimo 32% sulla sostanza secca), in quanto proviene da latte vaccino parzialmente scremato
Presenza significativa di colesterolo
Abbondanza di calorie totali
Eccesso di sodio
Eccesso di glutammato di sodio (esaltatore di sapidità).
La scarsa presenza di lattosio è imputabile alla lunga stagionatura, durante la quale i microorganismi coinvolti nel processo utilizzano il disaccaride per il proprio metabolismo cellulare. Le proteine, ad alto valore biologico, sono parzialmente idrolizzate, pertanto più digeribili di quelle del latte.
Calcio, fosforo, riboflavina, retinolo, grassi totali e calorie sono il risultato della "concentrazione" provocata dalla relativa disidratazione (cagliata, salatura e stagionatura) del formaggio; il contenuto nutrizionale è tanto più ricco e concentrato quanto più è "maturo".
Purtroppo, il grana padano deve la sua conservabilità alla massiccia presenza di sodio e parte del suo sapore a quella di glutammato.
Il grana padano è un alimento che, sempre in aggiunta ai primi piatti (circa 5-10g) o 1-2 volte alla settimana come pietanza (70-80g), può essere facilmente contestualizzato in qualsiasi regime alimentare. La sua funzione principale è quella di aumentare l'apporto di calcio e riboflavina, ragion per cui se ne consiglia l'utilizzo in fase di accrescimento. E' comunque necessario tenere a mente che si tratta di un prodotto notevolmente ricco di sodio (nocivo per l'ipertensione arteriosa), di colesterolo (nocivo per l'ipercolesterolemia) e di glutammato (potenzialmente nocivo per gli allergici o gli ipersensibili).



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