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domenica 8 novembre 2015

LE FORZE DELL'ORDINE

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L’approccio degli italiani alla questione sicurezza è cambiato: più che terroristi e mafiosi, fanno paura le minacce quotidiane, dalle rapine in casa ai piccoli furti. «Il cittadino si sente utente di un servizio che giustamente pretende efficiente e tempestivo», ha spiegato già nel 2007 l’allora capo della polizia Antonio Manganelli. Da allora però la situazione non è migliorata.

Così la grande riforma della pubblica amministrazione varata dal ministro Madia è diventata l’occasione per ridefinire il settore della sicurezza.
Prevede di mettere ordine nelle competenze, spazzando via una serie di doppioni che apparivano assurdi e concentrando il personale sui fronti più caldi. Non ci saranno più due nuclei che si occupano d’opere d’arte: scomparirà quello della Finanza per affidare la missione ai carabinieri. Che, dal canto loro, dismetteranno il reparto per la lotta alle banconote false lasciando il campo alle Fiamme Gialle. La sfida ai grandi crimini informatici – dove tutti hanno fatto capolino – sarà sostanzialmente appannaggio della polizia, che curerà la protezione delle reti strategiche dagli assalti degli hacker. Nel futuro prossimo, ognuno si potenzierà seguendo una vocazione precisa ed evitando di accavallarsi: le questure investiranno di più nelle metropoli; l’Arma nelle fasce periferiche e nelle province, irrobustendo la rete delle stazioni; le Fiamme Gialle si concentreranno sulla polizia economico-finanziaria.
Diminuirà progressivamente l’anacronistico schieramento di finanzieri per l’ordine pubblico durante i cortei e le partite di calcio: personale che resterà sulle strade, ma per combattere evasione fiscale e mercato dei falsi. Nel prossimo anno i presidi sul territorio verranno aggiornati, per «essere lì dove sono i problemi». E in tutta Italia sarà introdotto il centralino unico 112, per ora attivo solo in Lombardia, che riceve le richieste dei cittadini, smistandole a chi deve intervenire: vigili, pompieri, ambulanze o polizie.

È da questi provvedimenti che si vuole ottenere risparmi ed efficienza. Mentre la soppressione della Guardia Forestale, introdotta dal ddl Madia, pare più un’iniziativa dal valore simbolico, visto che sparirà solo il vertice del Corpo. I 7563 forestali, tranne i circa 600 uomini che si occupano di lotta agli incendi, sembrano destinati a confluire nei carabinieri. C’è una questione giuridica ancora non definita: il passaggio da un’amministrazione civile allo status militare, che però quasi tutti i parlamentari da destra a sinistra hanno appoggiato superando antiche diffidenze.

Quella dell’Arma d’altronde è l’unica struttura sul territorio che può assorbire le 1200 caserme, spesso minuscole, sparse su monti e parchi. Inoltre saranno i carabinieri ad avere competenza sul contrasto all’inquinamento e alle frodi alimentari, due temi fondamentali in cui la Forestale ha un ruolo importante mentre la Finanza farà un passo indietro, dedicandosi alla prevenzione ambientale marittima. L’ipotesi al vaglio è di far confluire i forestali in un “ruolo speciale” dei carabinieri, mantenendo quindi distinti compiti e carriere.



L’unico settore turbolento è stato il mare. Polizia e carabinieri si ritireranno, lasciando la missione solo alle Fiamme Gialle. Nel “tavolo Gutfeld” e in Parlamento però negli scorsi mesi si era discusso di sciogliere la Capitaneria, altro organismo ibrido a metà strada tra Difesa e Trasporti, che in vent’anni ha silenziosamente ampliato le competenze: in base ai codici, può persino occuparsi di polizia stradale, facendo venire alla mente un celebre spot in cui un agente in moto inseguiva una barca a vela. Dietro le quinte c’è stata una battaglia navale tra Marina e Finanza. Alla fine la Guardia costiera sopravvive, ma ridimensionata nei vertici – in futuro non ci sarà più un comandante generale, riducendo il numero degli alti gradi – e nei compiti, limitandosi al soccorso dei naufraghi, alle dirette dipendenze dell’ammiragliato militare.

Resta un tabù invece l’antimafia. Più di venti anni fa si era deciso di affidare il compito alla Dia, dipendente dal Viminale, ma i tre organi specializzati delle altre polizie – Ros, Gico, Sco – si sono sempre più rafforzati. E oggi la Dia appare come la cenerentola della guerra ai clan, con risultati opachi e mansioni che sembrano ridursi alle certificazioni e alla protezione dei pentiti, tanto che magistrati illustri come Nicola Gratteri sono arrivati provocatoriamente a ipotizzarne l’abolizione. Il tema però è troppo delicato, con il rischio di polemiche politiche, e il governo ha preferito non toccare l’organizzazione del contrasto a cosche e narcos.

I risparmi però verranno anche da altri fronti. La legge chiede due sforzi. Ridurre i dirigenti e trovare una gestione unitaria per quanto riguarda acquisti, addestramento e caserme. Oggi spesso stazioni e commissariati hanno sede in edifici affittati a caro prezzo, mentre ci sono basi militari dismesse e immobili confiscati alle mafie che non vengono usati: un lusso che non si può sostenere. Così come negli appalti, spesso con gare diverse per comprare lo stesso tipo di auto o di velivolo. E più il mezzo è sofisticato, più aumentano i prezzi per l’assistenza, che si tratti di computer o di barche. Oggi ci sono veri paradossi, con contratti di manutenzione differenti per ogni singolo elicottero, oltre 600mila euro l’anno nel caso della Capitaneria: spese che si vuole abbattere uniformando i modelli e unificando i centri tecnici. Quanto alla razionalizzazione delle gerarchie, i nodi irrisolti sono diversi. Un dato statistico offerto dal dossier della spending review del governo Monti segnala che nel compartimento “Roma Centro” contro i 414 poliziotti previsti ne risultino ben 7500.

Carabinieri e Finanza hanno il vantaggio della natura militare: una volta impartiti gli ordini, si obbedisce. La polizia invece ha un’organizzazione più lineare ma deve negoziare ogni cambiamento con la nutrita schiera di sigle sindacali. La stessa che ha di fatto bloccato la soppressione dei reparti navali, che l’Arma ha invece più che dimezzato nel giro di cinque anni seguendo una revisione autonoma dei costi.

In sei anni i carabinieri hanno realizzato una consistente spending review. Destinando più risorse e uomini al controllo del territorio.

Per tutti i dipendenti pubblici però il ddl Madia impone una rivoluzione delle carriere, obbligando a fare pesare di più “merito e professionalità” nelle promozioni, adesso troppo spesso dominate dagli automatismi delle anzianità di servizio e – per i gradi superiori delle forze dell’ordine – dai giochi delle cordate interne o persino dalle influenze politiche. Una grande novità, con criteri che vanno ancora definiti. Perché senza i decreti attuativi la riforma non potrà partire.

Quanto si risparmierà non è ancora chiaro. Le stime iniziali parlano di 42 milioni di euro dall’accorpamento delle attività sul mare, altri 40 milioni dagli affitti delle sedi e circa 26 milioni dalla centralizzazione degli acquisti. Ma a regime si può andare molto più a fondo. Sulla base della radiografia dei bilanci realizzata da Piero Giarda per il governo Monti alcune analisi sono arrivate a prospettare un beneficio di 360 milioni solo sulla logistica – immobili, auto, manutenzione – e altri 180 milioni dalla razionalizzazione dei reparti speciali. E c’è chi spera che entro il 2025 le forze dell’ordine riescano a mettere da parte almeno un miliardo l’anno. Utopia?

La legge Madia propone di lasciare alle polizie fino alla metà dei risparmi: la decisione spetta al ministero dell’Economia. E questa formulazione non rappresenta certo un incentivo ai sacrifici. Anche perché la richiesta è quella di spendere meno ma aumentare la sicurezza per i cittadini. Una missione quasi impossibile alla luce degli stanziamenti attuali e soprattutto dai buchi negli organici: negli ultimi quattro anni meno della metà dei pensionati è stata rimpiazzata. Entro il 2018 alla polizia mancheranno 21 mila uomini e alla Finanza 15 mila mentre i carabinieri sono già sotto di 13.500. Nonostante questo la stragrande maggioranza dei fondi serve per gli stipendi, lasciando le briciole per i mezzi e l’addestramento. E l’età media continua a salire: ormai si è già a 42 anni, troppi per un lavoro logorante come quello del poliziotto.



Di imitare il resto d’Europa e aumentare la presenza di impiegati civili – con mansioni burocratiche e paghe minori – per smaltire alcune pratiche, come i passaporti o i permessi per gli immigrati, non se ne parla: negli altri Paesi ormai formano un quinto dei ranghi, da noi sono circa il 5 per cento. Il governo dal prossimo anno ha promesso di eliminare il blocco del turnover e già a dicembre l’Arma spera di arruolare un contingente di giovani carabinieri, selezionati con un concorso ma mai assunti.

L’unica risposta però può venire solo dalla razionalizzazione. Rivedere la mappa dei presidi, dirottando agenti e carabinieri dove servono di più: mandare sulle strade, nelle stazioni e nei commissariati uomini e donne che verranno reperiti eliminando doppioni e comandi. Convincendoli che saranno i loro risultati a determinare la carriera. Questa sì sarebbe una vera rivoluzione.

Con l’unificazione delle forze di sicurezza, l’Italia potrebbe realizzare risparmi valutabili in circa 3,5-4 miliardi l’anno. Se n’era accorto Claudio Cottarelli, ex commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica nominato dall’ex presidente del Consiglio Letta; e se n’è accorto Renzi, che vorrebbe metterla nell’ordine del giorno del suo esecutivo. Ora, grazie a due emendamenti al disegno di legge sulla riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche proposti dal vice presidente della Camera Roberto Giachetti (Pd), il premier potrebbe avere la possibilità di effettuare le razionalizzazioni che Marco Pannella perorò già nei primi anni "80. Il primo emendamento prevede la completa unificazione, nell’ambito del Ministero dell’Interno di Polizia di Stato e Carabinieri. Si avrebbe così, ha scritto Giachetti, “una efficace razionalizzazione delle risorse disponibili attraverso una completa eliminazione delle duplicazione di funzioni e strutture equivalenti”. Al momento, gli uomini in organico sono, complessivamente, superiori alle 200 mila unità e quindi si avrebbero esuberi stimati in circa 25-30 mila unità che potrebbero essere “smaltiti” con i pre pensionamenti. Una simile soluzione metterebbe fine anche al pasticciaccio prodotto dalla legge 78 del 2000, quando i militare dell'Arma diventarono un doppione della Polizia di Stato.
Il secondo emendamento chiede invece “una delega al Governo in materia di istituzione del Corpo di polizia tributaria, di nomina del suo direttore generale e il transito del personale della Gdf nel medesimo”. E contiene il seme per rimettere ordine nella Guardia di Finanza, nella Polizia di Stato, nella polizia municipale e nel Corpo della polizia penitenziaria. “L'Italia è sinora l'unico Paese dell'Ue che, oltre ad avere due forze di polizia ha anche un Corpo di verificatori fiscali inserito tra le Forze destinate all'addestramento alla guerra”, commenta Luca Marco Comellini, uno degli estensori, insieme all’ex deputato Radicale, Maurizio Turco degli emendamenti.Le resistenze maggiori potrebbero venire, trasversalmente, proprio dalla politica e dai “militari”. Le forze dell’ordine – infatti - bivaccano sotto tende diverse: la polizia risponde al ministero dell’Interno, i carabinieri, d’altro canto, prendono ordini dal ministero della Difesa, la Guardia di Finanza dal ministero dell’Economia, la polizia penitenziaria dal ministero della Giustizia, mentre la Forestale è alle dirette dipendenze del ministero dell’Agricoltura. A volte i settori di competenza combaciano: nel settore alimentare, per esempio, Nas di carabinieri, polizia e forestali agiscono senza un coordinamento centralizzato.“Nel 1980, i Radicali avrebbero voluto modificare con un referendum l’organizzazione della Gdf, ma la Corte Costituzionale lo dichiarò inammissibile”, spiega Turco. Successivamente, il partito di Pannella tentò di trasformare la GdF, senza risultati tangibili, in corpo di Polizia tributaria: “Ha ancora poco senso – spiega Turco - che i finanzieri siano utilizzati per garantire l’ordine pubblico. Stesso discorso per il Corpo Forestale”. Per quanto riguarda le forze di polizia, basta osservare quanto fanno gli altri paesi dell’Ue: da nessuna parte, anche perché è antieconomico, operano polizie comunali, provinciali (e se si continua con questo tran tran molto presto ci saranno anche quelle regionali).Una seria riforma permetterebbe, insomma, di produrre risparmi e di presidiare interi territori abbandonati a se stessi. E mettere fine al proliferare di generali nella GdF, dove vige un meccanismo di promozioni assurdo che ha portato ai vertici del comando un’infinità di generali non operativi, determinando un consolidamento delle figure apicali (con un congruo aumento degli stipendi) a discapito della base. “L’accorpamento dei carabinieri e le forze di polizia è inderogabile: al nostro Paese non sono necessarie più polizie scientifiche”, commenta ancora Turco: “C’è in gioco anche la credibilità delle nostre istituzioni nell’Ue”.Gianni Tonelli, il segretario del Sindacato Autonomo di Polizia, ha commentato positivamente la proposta di Giachetti: “Ha fatto sua una battaglia storica del Sap: crediamo che la prima cosa da fare sia l’unificazione degli apparati logistici e centrali, assorbono il sessanta per cento delle risorse umane e logistiche”. Secondo Tonelli, occorre fare presto, “perché così si potrebbe impedire la chiusura dei presidi di polizia che il Viminale ha ancora in animo di fare e portare avanti invece una riforma complessiva dell'apparato della sicurezza". Ben vengano gli emendamenti, dice ancora Tonelli, soprattutto “se riescono ad evitare quei tagli lineari che stanno indebolendo gli apparati di Polizia, se riducono l’apparato logistico e se evitano le sovrapposizioni per materie e per territorio”. Il segretario del Sap ha paura solo di una cosa: che “la riforma resti ancora una volta lettera morta”.


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domenica 18 ottobre 2015

IL LAMPIONE e illuminazione pubblica




Generalmente vengono definiti lampioni tutti quei sistemi dedicati all'illuminazione pubblica, il termine, utilizzato perlopiù in relazione ad infrastrutture e viabilità, è utilizzato anche in urbanistica o design urbano per identificare un punto luce volto all'illuminazione di uno spazio urbano circoscritto, pubblico o privato, o per migliorare l'identificazione di un punto d'interesse, spesso d'accesso o di transito, ma anche di sosta.

Più correttamente tali sistemi sono chiamati "apparecchi per pubblica illuminazione" o "corpi illuminanti" e si dividono in molteplici categorie; il termine generico lampione infatti identifica un vasto numero di corpi illuminanti, dalle caratteristiche molto diversificate.

Il concetto di illuminazione pubblica è relativamente recente, anche se certe parti di edifici importanti (castelli, conventi) hanno sempre avuto un'illuminazione notturna continua assicurata mediante torce o bracieri. L'illuminazione pubblica coincide all'inizio, e anche oggi in gran parte, con l'illuminazione stradale, e nasce coll'ingrandirsi delle città e il diffondersi della criminalità, che ovviamente era grandemente favorita dalle tenebre.

Dapprima limitata a lanterne da appendersi sotto i balconi delle case, avrà una svolta con la disponibilità del gas illuminante, che permetterà di realizzare nel 1825 un'illuminazione a gas centralizzata nella città di Parigi, che prenderà da questo il soprannome di Ville Lumiere. Nel 1811 Windsor costruì la prima officina pubblica a Londra (Gas-Ling and Coke) per la produzione continua di gas che, convogliato in tubature, alimentava le lampade per illuminare Pali Mali, il Saint James's Park e il Golden Lane.

I primi esperimenti in Italia furono compiuti nel 1818 da Giovanni Arduin; nel 1832 venne inaugurata l'illuminazione a gas della galleria De Cristoforis a Milano, alla quale seguì quella pubblica nel 1845; nel frattempo (1840) si attiva la prima illuminazione pubblica di Napoli. Il 1º ottobre 1846, a Torino, furono illuminate le contrade Doragrossa e Nuova e, poco dopo, anche le vie Po e Santa Teresa, piazza Castello, piazza San Carlo e piazza Vittorio. Solo nel 1847 il governo pontificio autorizzò l'installazione dell'illuminazione a gas a Roma. In anni successivi, il gas giunse ad illuminare anche le pubbliche vie di città meno grandi: ad esempio Forlì, nel 1864, o Prato, nel 1869.

L'illuminazione elettrica si iniziò nel 1814 (lampada ad arco di Humphry Davy); questo determinò un ulteriore progresso con la messa a punto del sistema ad arco fra due carboni di storta affiancati (candela Jablochkov) o disposti frontalmente; nel 1878 Thomas Edison ideò la prima lampadina a incandescenza. L'affermazione di questo sistema di illuminazione è dovuta sia alla facilità di impiego, alla tonalità e alla costanza della luce, sia al rapido progredire dell'industria elettrica che ha consentito di portare ovunque l'energia elettrica. Il primo impianto di illuminazione pubblica a incandescenza fu montato a New York nel 1882. In Europa, a Torino e a Milano nel 1884: nel maggio 1884 infatti fu inaugurato il primo impianto di illuminazione elettrica a Torino in piazza Carlo Felice con 12 lampade ad arco Siemens da 800 candele; nello stesso anno le Ferrovie illuminarono elettricamente la stazione di Porta Nuova e l'ingegnere torinese Enrico progettò l'illuminazione del Teatro Regio.



Dopo una cinquantina d'anni, comincerà a diffondersi l'illuminazione elettrica, oggigiorno praticamente la sola utilizzata.

La disponibilità, a partire dall'ultimo ventennio del secolo scorso, di lampade più efficienti rispetto alla classica lampadina a incandescenza, ha permesso di aumentare e migliorare l'illuminazione pubblica, che si è estesa anche a scopi meno strettamente utilitaristici come l'illuminazione di monumenti, generando però contemporaneamente problemi di inquinamento luminoso.

L'illuminazione pubblica è stata gradualmente estesa anche ad ambiti extraurbani relativi ai trasporti, quali incroci stradali e aeroporti, mentre l'illuminazione di altre grandi superfici, come carceri e aree industriali, anche se molto simile come tecniche e motivazioni non si può a stretto rigore definire pubblica.

Il progetto di illuminazione pubblica (in particolare quella stradale) in Italia è regolato dalla norma UNI 11248 che definisce la categoria illuminotecnica in base al tipo di strada, al flusso di automezzi, alla presenza di pedoni, di svincoli, di pericoli di aggressione, ecc. Per ogni categoria vengono definiti i parametri illuminotecnici che il progetto deve soddisfare. Particolari caratteristiche sono definite anche per le zone circostanti alla carreggiata (piste ciclabili, marciapiedi, attraversamenti pedonali, incroci).

Il progetto deve essere realizzato in maniera da limitare gli sprechi energetici e limitare fenomeni indesiderati quali l'abbagliamento debilitante e l'inquinamento luminoso.

L'altezza dei pali deve essere circa pari alla larghezza della carreggiata e la distanza dipende dal tipo di apparecchi utilizzati e soprattutto varia in base alle caratteristiche illuminotecniche richieste dalla norma, l'angolo di inclinazione del braccio del lampione deve essere dimensionato in modo da ridurre effetti di inquinamento luminoso.

Si può realizzare l'impianto di illuminazione disponendo i lampioni in vari modi:

Disposizione unilaterale: I lampioni vengono disposti su un solo lato della carreggiata, rientrano in questa categoria anche gli impianti in cui i lampioni sono posti tra le due carreggiate (dove è presente uno spartitraffico)
Disposizione bilaterale: I lampioni sono disposti su entrambi i lati della carreggiata disposti frontalmente gli uni agli altri
Disposizione a quinconce: I lampioni sono disposti su entrambi i lati della strada posti alternativamente, in questo modo si ottiene un'uniformità dell'illuminazione maggiore.



Anche se con un po’ di ritardo, anche l’Italia riesce alla fine a seguire le orme dei paesi più progrediti. E’ Venezia, assieme a Torino, una delle prime città a dotarsi di una primitiva illuminazione pubblica: decretata a partire dal maggio del 1732, essa impone alla città lagunare una tassa speciale per tutti i cittadini (ad ogni modo l’illuminazione non si diffonde inizialmente ovunque e per lungo tempo continua a sopravvivere l’uso di rivolgersi, in caso di necessità, alle guide notturne).
Ancora nel 1763 il Parini può contemplare a Milano le fiaccole dei lacchè in corsa davanti alle carrozze dei nobili ed è necessario attendere il 1786 per poter parlare di vera illuminazione cittadina. Dieci anni dopo è la volta di Bologna, ma l’impresa non viene condotta a termine prima del 1801: nel frattempo la città, fatta eccezione per qualche lumino acceso davanti agli altari votivi alla Madonna, rimane nell’oscurità più totale e coloro che escono di notte per le vie sono costretti a ricorrere necessariamente all’uso di piccole lanterne.
Firenze si rivela più sollecita e il primo tentativo di illuminare il suo centro storico risale al 1783 anche se in passato, come apprendiamo dall’Osservatorio fiorentino del Lastri, le lampade collocate in prossimità delle immagini sacre, specialmente quelle agli angoli delle strade, erano abbastanza frequenti da riuscire ad avere la meglio sulle tenebre circostanti.
Precise notizie su Lucca, ricavate dal libro Vita lucchese nel Settecento (Cesare Sardi, 1905) confermano l’accensione delle prime luci di strada a partire dalla fine del ‘700: finalmente la gente può aggirarsi per le vie anche dopo il tramonto, frequentare le osterie e i ritrovi di ogni sorta.
Dall’opera del Sardi, inoltre, apprendiamo che i lampioni compaiono nel 1792, grazie all’opera di privati benefattori: Pietro Bancari e Cosimo Bernardini che ne collocano qualcuno davanti alle proprie dimore. I meno facoltosi si accontentano di lanterne a muro, mentre il Comune provvede per i lampioni del Palazzo Pubblico regolando, con norme opportune, la quantità d’olio secondo l’intensità luminosa della luna e l’orario di accensione in base al variare delle stagioni.

Nella città toscana si raggiunge comunque una perfetta efficienza nel 1808, sotto il regime napoleonico, con l’istallazione di 100 lampioni, dei quali 70 ordinati nuovi e 30 scelti tra quelli di proprietà privata. Anche i romani rimangono al buio fino al 1798, data in cui il governo repubblicano prescrive a tutti i proprietari di case con “più di tre finestre corrispondenti sopra di una strada” l’obbligo “di tenere sospeso ad una finestra del primo piano un lampione acceso in tutta la notte dal tramontare del sole sino al nuovo giorno”.

Provvedimenti ancora più solleciti si registrano a Napoli dove fin dal 1770 il governo ordina che tutti gli edifici pubblici, i Banchi, i palazzi dei ministri, degli ambasciatori e dei nobili di grande casato, tengano fanali accesi di notte davanti alle porte e agli angoli delle strade; in seguito ne viene collocato un centinaio lungo la strada di Forcella.

Ma si tratta di un’illuminazione di breve durata in quanto le luci vengono presto abbattute da malviventi che necessitano del buio per poter svolgere le loro illecite attività. Per ovviare a questo grave inconveniente si racconta che padre Gregorio Maria Rocco (1700-1782), ottenuta la licenza dal re, inizia a disporre nei punti più trafficati, e in apposite nicchie, 300 copie di un quadro raffigurante la Vergine e 100 figure del Cristo montate su altrettante croci di legno: da quel giorno si registra una vera e propria gara da parte dei fedeli per mantenere continuamente accesi, sia di giorno che di notte, due fanali ai lati di ciascuna raffigurazione sacra. Con questo espediente Napoli riesce finalmente ad essere illuminata, persino nei vicoli in precedenza troppo bui e pericolosi.

Tra il 1785 e il 1786 si hanno tracce di appalti per l’illuminazione anche nelle vie principali della città di Palermo.

Molti, però, sono i centri che rimangono ancora al buio, rotto a malapena da qualche scialbo lumicino posto davanti alla edicole dei Santi e al rintocco della campane delle chiese, annuncianti un’ora trascorsa dall’Avemaria, piazze, strade, vicoli e cortili, ripiombano nell’oscurità.
Soltanto a partire dalla metà dell’Ottocento, con l’entrata in funzione del gas ottenuto dalla distillazione del carbon fossile, anche i centri italiani possono finalmente dotarsi di lampioni stradali capaci di illuminare e vincere in maniera efficace e duratura persino le tenebre più profonde.




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