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venerdì 12 giugno 2015

IL BURRO

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Il burro è il grasso alimentare che viene ricavato dalla lavorazione delle creme di latte vaccino. Secondo la legge, il “burro” è il prodotto ottenuto dalla crema ricavata dal latte di vacca o dal siero di latte che corrisponda a requisiti specifici chimici, fisici e organolettici. Per ottenere un kg di burro sono necessari circa 24 kg di latte. La produzione può avvenire tramite due diverse tecniche di lavorazione, l’affioramento e la centrifuga.

Con la tecnica dell’affioramento il latte vaccino viene fatto riposare per un periodo di tempo variabile dalle 8 alle 12 ore; durante questo tempo la parte lipidica del latte (crema di latte o panna), meno pesante, si separa dalla parte liquida e finisce per affiorare in superficie.

Con la tecnica della centrifuga invece si opera meccanicamente; di fatto, la parte grassa del latte viene separata da quella liquida attraverso un processo di centrifugazione.

Una volta che si è ottenuta la crema di latte, si passa al processo di pastorizzazione; questo processo, che prevede temperature dai 90 ai 100 °C circa, oltre a sanificare la crema, scioglie totalmente i globuli di grasso. Una volta terminata la pastorizzazione, per conferire al prodotto una determinata consistenza, si passa alla fase di raffreddamento durante la quale il prodotto viene tenuto per alcune ore a una temperatura di circa 10 °C. Terminata anche questa fase, la crema deve essere sottoposta a burrificazione. Durante questa fase, la crema viene agitata a freddo facendo sì che i globuli di grasso si amalgamino fra loro eliminando le tracce residue di acqua; questo processo viene detto zangolatura.

Si procede poi con il lavaggio in acqua fredda e con un nuovo processo di amalgama al fine di eliminare sia i microrganismi eventualmente presenti sia i liquidi residui. La produzione del burro a questo punto può dirsi terminata e può procedere con la formatura dei pani di burro (si va dai 100 ai 1.000 g) e il loro successivo confezionamento.

In commercio sono disponibili diversi tipi di burro che, essenzialmente, si distinguono per la diversa quantità di lipidi in essi contenuti.

Tipicamente il burro contiene una percentuale di grassi che oscilla fra l’82 e l’85% circa; tale percentuale è notevolmente ridotta nel burro leggero a ridotto tenore di grasso (60-62%) e praticamente dimezzata nel burro leggero a basso tenore di grasso (39-41%).

In commercio si trovano anche il burro a ridotto contenuto di colesterolo, in cui il contenuto di questa molecola lipidica sterolica è ridotto in media del 75-80% circa.

È possibile anche trovare denominazioni particolari come burro concentrato (parte lipidica particolarmente elevata, fino al 99,8%) o burro tradizionale (burro ottenuto soltanto dalla crema di latte e non dal siero).
Il burro vegetale è ottenuto chimicamente utilizzando processi di frazionamento che portano al grasso vegetale (o, peggio, di idrogenazione che lo rendono di fatto una margarina). Salutisticamente è peggiore del burro normale.

Un burro di ottima qualità deve avere un aspetto uniforme, compatto e lucido; non deve contenere quantità eccessive di acqua, evidenziabili dalla formazione di gocce durante il taglio. L’aroma deve essere gradevole e il sapore piuttosto delicato; il colore cambia a seconda del periodo di acquisto; è bianco d’inverno e tendente al giallo d’estate, per la diversa alimentazione delle mucche da latte.

Il burro è costituito soprattutto da grassi ed è perciò un alimento molto energetico. In ogni caso il suo apporto calorico è inferiore a quello degli oli; il burro crudo è facilmente digeribile, anche dai bambini.

Questo alimento inoltre è ricco di vitamina A e sali minerali. L’utilizzo del burro in cucina dipende anche dal suo aroma particolare, generato dallo sviluppo di microrganismi nella crema durante la lavorazione; è fondamentale conservarlo con attenzione per evitare che irrancidisca o che assorba odori sgradevoli. Gli acidi grassi del burro hanno un basso punto di fusione; da un lato, questo favorisce la digeribilità dell’alimento crudo, d’altra parte lo rende poco adatto alla preparazione di pietanze fritte. Bisogna anche aggiungere che, come tutti i grassi animali, il burro ha un elevato contenuto di colesterolo.

Nell’acquisto è importante prestare attenzione al fatto che siano sempre riportati nome e indirizzo del produttore, per evitare di acquistare prodotti preparati in modo non idoneo.

Si sono diffusi recentemente dei burri vegetali che dovrebbero essere migliori da un punto di vista alimentare perché senza colesterolo e senza grassi animali. Il grave problema è che contengono grassi vegetali idrogenati, decisamente più pericolosi di quelli animali presenti in un burro di buona qualità. 

Da qualche tempo è in corso la riabilitazione dei grassi saturi, quelli di origine animale contenuti in alimenti come il burro, i prodotti caseari, la carne rossa, per ora passata in gran parte inosservata, almeno a giudicare da una rapida occhiata sui siti Internet che continuano ad additare questi alimenti come i principali responsabili dell’intasamento delle arterie e dei guai connessi. Ora un articolo-editoriale sul British Medical Journal del cardiologo Aseem Malhotra lo dice a chiare lettere: «è arrivato il momento di dire basta al mito dei grassi saturi nelle malattie cardiache».

La cattiva fama dei grassi saturi – ricorda Malhotra  – burro in testa, ha avuto inizio nel 1970, quando nel famoso studio dei “sette paesi” i ricercatori trovarono una correlazione tra livello di colesterolo, correlato a sua volta alla quantità di grassi saturi nella dieta, e malattie cardiache.

Ne scaturì il consiglio di tagliare i grassi nell’alimentazione e in particolare quelli saturi, che avrebbero fatto aumentare la frazione LDL del colesterolo, quello cosiddetto «cattivo», e la demonizzazione planetaria di alimenti come il burro. Invece, studi più recenti non hanno trovato alcuna correlazione tra l’assunzione di grassi saturi nella dieta e rischio cardiovascolare. Addirittura, questi grassi risulterebbero protettivi per il cuore, in particolare se assunti attraverso i latticini. 

Una delle ipotesi è che le vitamine A e D di cui è ricco il latte contrastino il rischio di malattie di cuore con il loro effetto anti-ipertensione. Anche la carne rossa è riabilitata. A far male sarebbero semmai gli additivi, sale e conservanti, contenuti nei salumi. 

Una dieta troppo povera di grassi saturi, altri studi stanno mostrando, produce il contrario dell’effetto sperato: minimizza la spesa del metabolismo e fa aumentare la resistenza all’insulina, che può portare al diabete. Lo dimostra il fatto che anche dove i grassi sono stati ridotti nell’alimentazione della popolazione, come è avvenuto negli Stati Uniti, l’obesità è in continuo aumento.

Il tanto temuto colesterolo – conclude Malhotra - trattato in tutto il mondo con le statine (che costituiscono ormai un’industria multimiliardaria) non è il principale responsabile di infarti e ictus.

I veri colpevoli vanno ricercati semmai tra gli alimenti altamente processati dell’industria alimentare: i grassi idrogenati, il sale, gli zuccheri. Tutti ingredienti tipici dei prodotti industriali, necessari tra l’altro per rendere più appetitosi cibi che, una volta tolti i grassi, non sanno di niente. Gli zuccheri in particolare sono alla base della sindrome metabolica, quel quadro di sintomi, dall’obesità alla glicemia alta, che comporta un alto rischio per il cuore. Un dato la dice lunga: due terzi dei pazienti ammessi in ospedale con infarto acuto è affetto da sindrome metabolica, un tempo praticamente inesistente, ma il 75 per cento di loro ha il colesterolo normale.

Il burro generalmente inizia ad ammorbidirsi attorno ai 15°, molto al di sopra delle temperature dei normali frigoriferi. Il "cassetto del burro" che si può trovare in molti frigoriferi può essere una della parti più calde all'interno dell'elettrodomestico, ma lascia comunque il burro piuttosto duro. Mantenere il burro strettamente incartato ritarda l'irrancidimento, causato dall'esposizione alla luce o all'aria, ed evita che il burro assuma altri odori. Il burro, se ben incartato, può essere conservato diversi mesi in un normale frigorifero.

Una volta che il burro si è ammorbidito si possono aggiungere spezie o erbe (per esempio aglio, rosmarino, basilico), o anche acciughe sotto sale, creando ciò che viene chiamato burro composto. Il burro composto può essere usato come crema da spalmare, oppure come salsa su un piatto caldo. Il burro composto, una volta zuccherato, può anche essere servito come dessert.

Il burro sciolto gioca un importante ruolo nella preparazione di salse, soprattutto nella cucina francese. Il burro nero (beurre noir in francese) ad esempio è una salsa che si ottiene sciogliendo il burro e cuocendolo a fuoco lento fino a che non assuma una colorazione nocciola. Non appena il burro cambia colore si aggiunge dell'acido, in genere succo di limone o aceto. Alcune ricette prevedono l'uso di prezzemolo, che però va tolto prima dell'aggiunta dell'acido. Di solito il burro nero si serve con uova ("œuf au beurre noir") o pesce.

La salsa olandese e la salsa bernese sono emulsioni di tuorlo d'uovo e burro sciolto, in sostanza sono una maionese preparata usando il burro invece dell'olio[6]. Il beurre blanc, o burro bianco, si produce frustando il burro con aceto o vino ridotto, formando un'emulsione con la consistenza di una crema spessa. Il burro viene usato per saltare o per friggere, sebbene esso si scurisca e bruci attorno ai 150 °C, una temperatura piuttosto bassa per la maggior parte delle ricette. In genere si usa burro chiarificato, che ha un punto di fumo più elevato (200°).

Il burro ricopre un importante ruolo in pasticceria, dove è usato analogamente ad altri grassi solidi (come lo strutto), mantenendo una posizione privilegiata in virtù del suo sapore, particolarmente adatto alla preparazione di dolci. Talvolta, per alcuni prodotti dolciari, viene utilizzato un particolare burro, prodotto per winterizzazione, che ha un punto di fusione più alto

Il burro ha anche altri usi, tradizionali e non legati alla cucina. Nei Paesi Bassi il burro rancido era utilizzato come lubrificante degli ingranaggi dei mulini a vento.






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giovedì 11 giugno 2015

LA PALLAVOLO

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Già nell’antichità esistevano giochi con la palla che possono essere considerati i predecessori della pallavolo. In Italia, una specie di pallavolo era giocata durante il Medioevo e le sue origini possono essere ricercate addirittura in antichi giochi greci e romani. In Germania fu introdotto nel 1893 un gioco chiamato “Faustball” (pallapugno), ma il merito della costituzione della pallavolo in forma moderna va riconosciuto a William Morgan, istruttore di educazione fisica presso una scuola dell’Ymca (Young Men’s Christian Association) di Holyoke, nel Massachusetts. In effetti, se è vero che si possono trovare similitudini fra la Faustball e il gioco ideato da Morgan, è anche vero che differivano in alcune caratteristiche di base: nella Faustball, per esempio, la palla poteva toccare il terreno anche due volte, mentre nella versione di Morgan la palla doveva essere giocata al volo.

Il 6 febbraio 1896, Morgan fece scendere in campo i suoi allievi per offrire ai colleghi e al preside dell’istituto la prima dimostrazione pubblica della “minonette”. Minonette (da minon, micio) era stato il nome di un gioco con la palla praticato da nobili e dame due secoli prima in Francia, ma, nella nuova versione, viene presentato come un gioco decisamente innovativo. Una caratteristica peculiare è quella di non prevedere il contatto fisico tra i partecipanti, per cui la destrezza, la prontezza dei riflessi, la capacità di concentrazione e l’agilità prendono il posto della qualità fino ad allora primaria nelle attività sportive: la forza. La minonette era quindi destinata ad atleti non più massicci e pesanti, bensì agili, con una buona elevazione, capaci di destreggiarsi nel gioco acrobatico. Da questa prima apparizione a una vera e propria diffusione della pallavolo bisogna aspettare ancora qualche anno. Infatti inizialmente non riscosse molto successo e la sua diffusione dal collegio di origine non arrivò più lontano di un centinaio di chilometri, fino a Springfield nel New England, dove c’era un’altra sede dell’Ymca. Qui questo sport cominciò la sua parabola ascendente e si diffuse nel mondo grazie soprattutto all’operato di Alfred Halstead, che mutò il nome minonette in "volleyball". Volley in inglese significa raffica, colpo violento, e quindi la nuova denominazione potrebbe essere tradotta piuttosto letteralmente come "palla colpita violentemente".

Nell’ultimo decennio del secolo scorso la volleyball si fa conoscere in tutta l´America. Dapprima nelle città del Massachusetts e del New England, poi in Canada, Cuba, Brasile, Uruguay, Messico, Argentina e altri paesi dell’ America latina. dove il nuovo gioco trova un terreno fertilissimo. C’è un vero e proprio boom di questo sport e ovunque vengono costituite squadre, allestiti campi da gioco e organizzati piccoli campionati cittadini su scala locale. La diffusione del gioco in Oriente cominciò nel 1898 per opera di Elwood Brown, direttore specializzato in educazione fisica dell’Ymca di Manila, nelle Filippine. Brown capì subito che le caratteristiche fisiche degli asiatici si adattavano molto bene alle qualità richieste da questo sport e incoraggiò la sostituzione delle abituali sfide di football americano tra gli indigeni e i soldati americani di stanza nelle Filippine con gare di pallavolo, in cui finalmente gli asiatici poterono ottenere la rivincita sui robusti soldati americani.

La pallavolo divenne rapidamente popolare in tutta l’Asia: per primi visi dedicarono con entusiasmo i cinesi, poi i coreani e quindi i giapponesi, per i quali la pallavolo è tuttora lo sport nazionale. L’arrivo della pallavolo in Europa si accompagna ai tragici eventi del primo conflitto mondiale: le prime reti per la pallavolo furono infatti quelle appese lungo le coste della Bretagna e della Normandia dai soldati americani sbarcati in Francia. Malgrado la forte concorrenza dello sport più popolare in gran parte del vecchio continente, il calcio, al termine della guerra la pallavolo cominciò a espandersi dalla Francia negli altri paesi europei: Olanda, Spagna, Belgio, Portogallo, Grecia e Italia per quanto riguarda l’Europa occidentale; Cecoslovacchia, Bulgaria, Polonia, Romania e soprattutto Russia per quella orientale. Nell’allora Unione Sovietica il successo della pallavolo è travolgente, anche per effetto del clima rigido che favorisce gli sport praticabili al coperto: nell’arco di pochi anni l’Urss e le altre compagini dell’Europa orientale arrivano ai massimi livelli mondiali, al pari dei giapponesi e superiori agli stessi americani. Dopo una stasi dovuta alla seconda guerra mondiale, nel 1947 si riuniscono a Parigi i rappresentanti di quindici paesi per dare vita a una federazione internazionale e uniformare le regole di questo sport. I paesi sono: Belgio, Brasile, Cecoslovacchia, Egitto, Francia, Grecia, Italia, Iugoslavia, Olanda, Polonia, Portogallo, Romania, Ungheria, Uruguay, Usa. Più avanti vi aderiranno anche Unione Sovietica. Giappone. Bulgaria e Repubblica Democratica Tedesca. La pallavolo diviene così ufficialmente uno sport mondiale e il numero di pallavolisti nel mondo cresce rapidamente fino a raggiungere la popolarità della pallacanestro (si calcola che entrambi gli sport siano attualmente praticati da oltre 80 milioni di persone, oltre il triplo di quelle che giocano a calcio). Nel 1948 fu organizzato a Roma il primo campionato europeo, vinto dalla nazionale cecoslovacca; l’anno successivo si organizzò a Praga il primo campionato mondiale, in cui la vittoria andò all’Unione Sovietica. Dalle Olimpiadi di Tokyo del 1964 la pallavolo fa parte delle discipline olimpiche.

In Italia la pallavolo nasce ufficialmente con la costituzione della Federazione nazionale (FIPAV) il 31 marzo 1947. Nel 1955 la FIPAV viene riconosciuta dal CONI, ma bisogna aspettare gli anni 㥄 prima di avere il salto di qualità del nostro paese. Una buona conduzione della federazione porta a un notevole incremento di iscritti e un maggior materiale umano su cui lavorare determina a sua volta una crescita della qualità del gioco. La pallavolo italiana ottiene sempre più successi anche a livello internazionale sia con le squadre di club sia con la nazionale, vincendo la medaglia d’oro alle Universiadi di Torino del 1970. Nel 1978 arriva un altro alloro per la pallavolo italiana: la squadra nazionale conquista infatti la medaglia d’argento ai mondiali di Roma battendo in semifinale Cuba e cedendo solo di fronte ai fortissimi russi. Nel 1984 alle Olimpiadi di Los Angcles, la rappresentativa italiana si aggiudica la medaglia di bronzo, dietro Unione Sovictica e Usa. Preannunciato dalla vittoria 3 campionati europei del 1989 l’alloro più prestigioso arriva nel 1990 quando, a Rio de janeiro, la nazionale italiana conquista il titolo mondiale per la prima volta nella sua storia.

Per un lungo periodo è stata giocata in due modi differenti, all'occidentale e all'orientale, con la cosiddetta "regola dei tre tocchi". Nel 1938 venne introdotta una fondamentale tecnica che rivoluzionò il modo di giocare: il «muro». Furono soprattutto i paesi dell'Est che lo utilizzarono con sistematicità. Nel 1947 i rappresentanti di 15 federazioni si ritrovarono a Parigi e crearono la Fédération Internationale de Volleyball (FIVB). Ancora oggi la pallavolo ha grande seguito, soprattutto nei paesi dell'estremo Oriente (Giappone, Cina, Corea del Sud), nei paesi dell'est Europa e dell'Europa meridionale, ed in Brasile. Questi paesi possono anche vantare i migliori risultati internazionali sia a livello di club che a livello di squadre nazionali. Paesi come il Brasile, l'Italia, gli Stati Uniti d'America, la Russia e Cuba, hanno le proprie nazionali ai primi posti del ranking sia maschile che femminile; altri paesi possono vantare una squadra nazionale (maschile o femminile), ai vertici del ranking (Giappone e Cina nel femminile, Argentina nel maschile). Molti altri paesi restano comunque ai margini, e tranne rari casi, i paesi a contendersi gli allori dei tornei più importanti sono sempre gli stessi.

Le partite di pallavolo si disputano al coperto, la zona libera deve misurare almeno 3 metri dalle linee di fondo e laterali, mentre lo spazio al di sopra del campo di gioco deve essere di almeno 7 metri. Per le competizioni FIVB la zona libera dalle linee laterali deve essere di almeno 5 metri, quella dalle linee di fondo di almeno 8 metri e lo spazio al di sopra del campo di gioco deve misurare almeno 12,5 metri.

Il terreno di gioco è di forma rettangolare, lungo 18 metri e largo 9, diviso in due settori di 9 per 9 metri da una rete posta perpendicolarmente al suolo. In entrambi i settori sono tracciate le linee perimetrali , che delimitano il terreno di gioco dalla zona libera e la linea d'attacco posta a 3 metri dalla rete. La tracciatura delle linee d'attacco è prolungata oltre le linee laterali con cinque linee tratteggiate di 15 cm. Tutte le linee devono essere larghe 5 cm e devono avere un colore contrastante con la superficie di gioco.

La superficie di gioco deve essere piana ed uniforme, così da non presentare pericoli per i giocatori. Inoltre la temperatura non può essere inferiore a 10°C. Per le competizioni FIPAV la temperatura non può essere inferiore a 16 °C e superiore a 25 °C.

La rete è posta ad un'altezza nella sua parte superiore di 2,43 metri per le gare maschili e 2,24 metri per le gare femminili; nei campionati giovanili l'altezza della rete varia a seconda della categoria. La misurazione deve essere effettuata nella parte centrale, dove l'altezza deve essere esatta, e in corrispondenza delle due linee laterali, dove può variare in eccesso per un massimo di due centimetri in modo simmetrico. La rete si estende per 9,50-10 metri in lunghezza e un metro in altezza. Due bande bianche verticali, larghe 5 centimetri e alte 1 metro, sono fissate alla rete esattamente al di sopra di ciascuna linea laterale. Esternamente alle bande vengono inserite le antenne (due aste in fibra di vetro di 1,80 m di altezza e 10 mm di diametro) verniciate a fasce alternate di due colori contrastanti, preferibilmente bianco e rosso; ogni antenna si estende 80 cm al di sopra della rete allo scopo di delimitare lo spazio di passaggio della palla.

Secondo il regolamento della FIPAV, la palla deve essere di cuoio vero o sintetico e deve avere una forma sferica, una circonferenza di 65–67 cm, un peso di 260-280 grammi e una pressione interna di 0,30-0,325 kg/cm².

Nei campionati italiani i tipi di pallone utilizzati sono stabiliti dalle norme emanate dalla MNH, KL.

Lo scopo del gioco è far cadere la palla nel campo avversario (indipendentemente da chi l'ha toccata per ultimo) o all'esterno del terreno di gioco dopo un tocco avversario.

Le partite si disputano al meglio dei 5 set, ossia vince la gara la squadra che ne conquista tre; ogni set viene vinto dalla prima squadra che raggiunge 25 punti con almeno due punti di scarto rispetto alla squadra avversaria ad eccezione del quinto, denominato tie-break, che termina quando una delle due squadre raggiunge i 15 punti (sempre con lo scarto di 2 punti) e con cambio campo alla conquista dell'ottavo punto.

Il campo da gioco è di forma rettangolare di 18x9 metri diviso da una rete in due quadrati di 9X9 m che identificano la metà campo di una squadra dall'altra. La partita si divide in set da 25 punti l'uno, una squadra si aggiudica la vittoria di un set al raggiungimento del 25° punto, avendone almeno due di vantaggio, altrimenti si prosegue finché una delle due squadre non otterrà i due punti di vantaggio necessari (26-24, 27-25, 28-26 ecc.). La partita finisce quando una squadra si aggiudica tre set, nel caso di pareggio (2-2) il quinto e ultimo set, denominato Tie Break, termina al raggiungimento del 15° punto, sempre con il vantaggio di almeno due punti sull'avversario.

Oltre alla pallavolo propriamente detta, ci sono differenti versioni adottabili in specifiche circostanze, che possono avere regole simili, ma non identiche, come il beach volley.

È presente nel programma dei Giochi olimpici estivi dal 1964 ed è uno degli sport più praticati.




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LA PALLAMANO

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La pallamano è uno sport abbastanza recente nato in Germania, anche se, secondo alcuni studiosi, le sue origini risalgono all’antica Grecia, e in particolare a un gioco chiamato “Gioco di Urania”. Sono state inoltre ritrovate testimonianze di un gioco simile, l'”Hapaston”, nell’antica Roma. La pallamano moderna, invece, fu inventata nel 1907 da Max Heiser, un professore di educazione fisica tedesco, con il nome di “Tornball”. Due anni dopo le fu dato il nome di “Handball” da Carl Schelenz. Questo gioco, però, si basava su altri, diffusi fin dalla fine dell’800 in Germania e in Austria-Ungheria.Nella sua forma attuale la pallamano fu organizzata nel 1920 dal tedesco Karl Diem, un organizzatore delle Olimpiadi di Berlino (1936), in occasione delle quali divenne sport olimpico.

Nel 1928 entra ufficialmente nel panorama olimpico e vengono codificate le regole di un gioco ispirato ad altri giochi più o meno simili che da tempo si praticavano in tutta Europa, soprattutto nelle caserme, come il “pallone militare” francese, la “palla in porta” tedesca e l’“hazena” cecoslovacca. Sviluppatasi sulla scia del calcio dalla quale, inizialmente, ha utilizzato la nomenclatura, le stesse porte, alcune regole (anche gli stessi 11 giocatori per squadra) e gli stessi campi da gioco, si è però da sempre differenziato per l’uso delle mani. Nel 1936 approda alle Olimpiadi di Berlino. Successivamente la versione a 7 giocatori in campo sembrerebbe riuscire a dare a questo sport maggiore fortuna, insieme alla definizione della sua identità che porta alla nascita dei Campionati del Mondo intorno al 1938. Dopo le Olimpiadi di Berlino vive, però, un periodo molto difficile che la porta fuori dal programma olimpico delle edizioni successive per diversi anni, sino al suo reinserimento nel 1972, in Germania, dove si impose la nazionale appartenente all’ex Jugoslavia.

La Pallamano è considerato uno degli sport di squadra ad elevata spettacolarità; è veloce, dinamico e prevede, seppure nel rispetto del regolamento, il contatto fisico tra giocatori avversari che si affrontano in un incessante duello per chi segna più goal. Sono richieste doti di rapidità di esecuzione, ottime capacità coordinative, potenza, precisione, visione di gioco, acutezza e prontezza di riflessi. Nei paesi del Nord-Europa è molto diffuso ed apprezzato, in Italia, invece, stenta a decollare anche se ben rappresentato e organizzato grazie alla Federazione Italiana Giuoco Handball (F.I.G.H.).

La pallamano è uno sport che contrappone 2 squadre di 7 giocatori. Ciascuna partita si disputa in 2 tempi di 30 minuti ciascuno. Lo scopo del gioco è segnare il massimo delle reti. Il pallone non può essere tenuto per più di 3 secondi in mano se si è fermi, e non si possono fare più di 3 passi senza passarlo o farlo rimbalzare al suolo. La squadra attaccante deve tentare di far rete senza entrare in area. Come nell’hockey su ghiaccio, vi sono delle sospensioni temporanee dal campo di gioco che consistono in periodi di 2 minuti, e il susseguirsi di tre sospensioni comporta la squalifica del giocatore per il resto dell’incontro; sarà comunque possibile sostituire il giocatore con un altro trascorsi i due minuti in cui la squadra è rimasta con un uomo in meno (il numero di sostituzioni è illimitato). È possibile anche l’espulsione diretta se un giocatore passa a vie di fatto nei confronti di compagni, avversari, dirigenti, arbitri o spettatori. Il “tiro franco” è un tiro di punizione tipico di questo sport. Esso viene concesso per ostruzioni o infrazioni difensive non gravi e si effettua al di fuori della linea dell’area della porta (9 metri).

I ruoli dei 7 giocatori in campo sono: PORTIERE, CENTRALE, PIVOT, TERZINO DESTRO, TERZINO SINISTRO, ALA DESTRA, ALA SINISTRA.

E’ preferibile che nelle posizioni nelle zone destre del campo giochino giocatori mancini (ala destra e terzino destro) e nella posizione opposta giocatori destri (ala sinistra e terzino sinistro). Per il centrale la mano di tiro è indifferente. Quando non è possibile schierare giocatori “di mano” si dice che gli stessi giochino “fuorimano” o “contromano”, cosa che si verifica maggiormente a destra a causa del minor numero di giocatori mancini. La dispozione degli attaccanti ad attacco schierato è un trapezio che ha per vertici le ali ed i terzini, mentre il pivot va a posizionarsi all’interno del dispositivo difensivo di fianco o di spalle al portiere avversario.

Il terreno è di forma rettangolare, comprende una superficie di gioco e due aree di porta, misura 40 metri di lunghezza e 20 metri di larghezza. Il portiere è il solo autorizzato a trovarsi nella area di rigore. Salvo poter uscire per neutralizzare contropiedi o addirittura attaccare per creare superiorità numerica. La porta è posta al centro della linea di fondo e misura all’interno 2 metri di altezza e 3 metri di larghezza. L’area di porta è delimitata da una linea lunga 3 metri tracciata a 6 metri di distanza dalla porta, parallelamente alla linea di fondo, e continuata ad ogni estremità da un quarto di cerchio di 6 metri di raggio che ha come centro lo spigolo interno posteriore di ogni montante della porta. La linea che delimita la superficie è definita come linea dell’area di porta e fa parte dell’area stessa. Cosa importante da sapere e che non si può per nessun motivo entrare in area. La linea di tiro di punizione è formata da una linea tratteggiata tracciata a 9 metri dalla porta, parallelamente alla linea dell’area di porta, e termina all’intersezione con le linee laterali. I tratti della linea di tiro di punizione e gli intervalli misurano 15 centimetri. Da questa linea vengono battuti i tiri di punizione per falli commessi fra la linea stessa e l’area di porta. Tutti gli altri tiri di punizione si eseguono dal punto in cui il fallo è stato commesso. La barriera non è obbligatoria. Tutti i giocatori sono obbligati a stare fuori dalla linea dei 9 metri durante la battuta della punizione.

La durata dell’incontro è: under 16 e 18 Prima squadra 2 x 30′ intervallo 10′ Allievi (under 14), 2 x 25′ intervallo 10′ Ragazzi (under 12), 2 x 20′ intervallo 10′ Per segnare una rete è necessario eseguire un tiro che può essere effettuato in: doppio appoggio; elevazione; estensione; tuffo.



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IL MOTOCROSS



Il motocross è uno degli sport a motore più spettacolare, soprattutto quando i piloti si esibiscono in salti con la moto in aria praticamente orizzontale oppure col posteriore di "traverso" per aria (detti comunemente whip), salvo poi atterrare come se niente fosse, molto spettacolari sono inoltre la fase della partenza e la prima curva.

Le prime apparizioni del cross si sono avute negli Stati Uniti con gare chiamate "scrambles" derivate dal trial, anch'esso molto popolare in America I motociclisti europei importarono sul continente questo tipo di gare, apportando modifiche come l'accorciamento della pista e l'aumento del numero di giri oltre all'aggiunta di alcuni ostacoli artificiali come i salti.
Durante gli anni trenta questo sport crebbe in popolarità, soprattutto in Inghilterra dove team ufficiali come quelli della BSA, Norton, Matchless, Rudge, e AJS si sfidavano nelle gare. Le moto da sterrato di quell'epoca differivano poco da quelle utilizzate per l'impiego stradale. Le competizioni furono notevolmente utili per l'evoluzione tecnica dei motocicli.

Nei primi anni trenta i telai rigidi lasciarono posto alle sospensioni, il forcellone posteriore fece la sua comparsa nei primi anni cinquanta. Il periodo dopoguerra fu dominato dalla BSA che era diventata la più grande azienda produttrice di motocicli del mondo. I piloti BSA dominarono le competizioni internazionali degli anni cinquanta.

Nel 1952 la FIM, l'organo di governo del motociclismo internazionale creò un campionato individuale europeo di categoria 500 cm³, questo campionato dal 1957 divenne campionato del mondo. Nel 1962 alla "500" venne affiancata una seconda categoria di 250 cm³. Nel 1962 venne creato il campionato mondiale 250 cm³. In questo contesto divennero famose alcune aziende che equipaggiavano le loro motociclette con motori a due tempi, infatti aziende come la svedese Husqvarna, la cecoslovacca CZ e la britannica Greeves divennero popolari per la leggerezza dei loro prodotti. Durante gli anni sessanta i progressi nel campo dei motori due tempi fece sì che i più pesanti motori quattro tempi non fossero più competitivi e quindi uscissero dalla scena mondiale. Piloti provenienti dal Belgio e dalla Svezia cominciarono a dominare nel cross in questo periodo.

Durante gli ultimi anni sessanta le aziende giapponesi cominciarono a lottare con le più blasonate aziende europee per la supremazia in questo sport. La nipponica Suzuki vinse il primo campionato del mondo della 250 nell'anno 1970, il primo campionato che andava a finire nel palmarès di un'azienda del sol levante alla voce "motocross". Nel 1975 fu affiancato alla 250 e alla 500 anche la classe con motori da un ottavo di litro (125). Il motocross cominciò a crescere di popolarità negli Stati Uniti. I piloti europei continuarono a dominare in tutti anni gli anni settanta, tuttavia negli anni ottanta cominciarono a fare la loro comparsa sulla scena internazionale alcuni piloti statunitensi, fino ad allora poco propensi ed interessati a correre nei campionati di estrazione europea, e quindi perlopiù sconosciuti da noi. Le loro vittorie praticamente ad ogni (sporadica) apparizione fece capire a tutti che nel frattempo la scuola USA era diventata probabilmente superiore a quella europea, difatti vinsero a man bassa nelle competizioni a squadre per parecchi anni, e vinsero anche dei titoli individuali pur non partecipando con le loro "punte" migliori, poco interessate a correre stabilmente in Europa. Un segnale di inversione di tendenza si ebbe nel lontano 1990, quando un francese dalle indubbie qualità, Jan Michel Bayle, andò a correre i campionati USA e l'anno seguente li batté a casa loro, vincendo praticamente tutti i campionati a cui prese parte (Supercross, il titolo più ambito in USA, e poi National 250 e 500, sempre battendo sul campo il suo rivale Jeff Stanton, a quel tempo il miglior rappresentante USA). Fu una vittoria storica per tutto il motocross mondiale. Negli anni a venire altri piloti provarono a ripetere l'impresa, ed ancora adesso ogni tanto qualcuno ci prova, ma nessuno è più riuscito a fare quello che ha fatto Bayle, nonostante alcuni si siano comportati più che onorevolmente. Attualmente i piloti USA e quelli europei nel motocross tradizionale si possono confrontare praticamente alla pari in ogni classe di cilindrata, come avviene ogni autunno nel Motocross delle Nazioni, la più importante competizione a squadre, mentre nel Supercross, disciplina che richiede una tecnica di guida ed una preparazione apposita, gli statunitensi sono considerati ancora i più forti in assoluto ed il loro campionato "Supercross AMA" è considerato il più prestigioso campionato indoor del mondo.

Durante i primi anni ottanta le aziende giapponesi furono promotrici di un vero e proprio "boom tecnologico". Le tipiche moto due tempi raffreddate ad aria con i biammortizzatori sul posteriore furono sostituiti dalle moto raffreddate a liquido con il monoammortizzatore. Durante gli anni novanta le sempre più restrittive norme riguardo alle moto a miscela costrinsero le aziende a sviluppare delle moto con motore 4 tempi. All'inizio del nuovo millennio tutte le maggiori aziende cominciarono a gareggiare con delle moto con questo motore e i marchi europei, come Husqvarna, Husaberg e KTM tornarono nuovamente al titolo iridato.

Recentemente si sono formate delle nuove branche di questo sport come il Supercross, l'Arenacross, il Freestyle in cui vengono valutate le acrobazie dei piloti e il Supermotard, molto popolare ora, in cui le moto da sterrato, gommate da strada e con gli adeguati accorgimenti tecnici gareggiano nei kartodromi. Inoltre sono diventate popolari anche le gare "vintage" in cui solitamente corrono le moto antecedenti al 1975.

Dal 2004 il motocross è stato soggetto a molti cambiamenti, che hanno praticamente rivoluzionato e sconvolto la categoria, i quali cambiamenti hanno fatto sì che in queste competizioni, ci fossero sempre meno squadre clienti, andando a impoverire la categoria, soprattutto per l'aumento dei costi di gestione.

Il 2004 ha segnato l'inizio della fine per i motori a due tempi. Da quando sono stati introdotti i moltiplicatori di cilindrata nei 3 campionati, permettendo a moto 4T di correre contro moto 2T di cilindrata inferiore, addirittura metà, nel caso della MX2, i 2T non sono più riusciti a tenere il passo delle rivali a 4T, tant'è che sempre più raramente se ne vedono in gara.

Fino al 2007 tutte le aziende hanno mantenuto in listino i loro modelli 2T storici (85, 125 e 250) anche se le 4 aziende giapponesi che detengono gran parte del mercato, aggiornano sempre più raramente i loro modelli a miscela, ritenendoli meno competitivi e dedicando energie e fondi all'evoluzione dei motori 4 tempi, i quali vengono anche dotati di sistemi migliori, come carburatori a controllo elettronico o addirittura ad iniezione.

Lo stile di guida dei piloti da quando corrono con le 4T è cambiato, di sicuro le 4T, dotate di questi sistemi sofisticati riescono ad avere una maggiore coppia motrice ai medio-bassi regimi, che consente di recuperare rapidamente da eventuali errori, senza perdere secondi preziosi.

I 4T però non hanno solo lati positivi, sono anche molto più rumorosi, molto più costosi e più pesanti, la manutenzione è molto costosa, sia perché deve essere effettuata più frequentemente sia per il costo e il numero dei componenti, risultando più costosa rispetto ai motori due tempi.

Come contro c'è anche la curva d'erogazione, se da un lato consente di avere una grande spinta sin dai bassi, aumentando l'arco d'utilizzo del motore, dall'altro lato, si ha anche una maggiore facilità di controllo su superfici a bassa aderenza ma nella MX1 (quindi 450cm³), "strappa" le braccia ai piloti, affaticandoli oltremisura, tant'è che nel corso del 2007 si era parlato di una possibile riduzione di cilindrata, sino a 400 o 350cc, nella classe maggiore, per ovviare a questo problema, aumentando così tra l'altro il numero dei piloti in grado di competere e la sicurezza.

Come in ogni sport, anche nel motocross ci sono in ballo enormi interessi economici, che hanno portato a competere fantasiose e inedite cilindrate.

Nel 2007 la casa nipponica Honda presentò, dopo aver fatto pressioni sulle federazioni FIM e AMA per ottenere una modifica dei regolamenti che consentisse a delle 150 4T di gareggiare contro le 85 2T (prima potevano correre in quella categoria le 125 4T, tra l'altro mai prodotte), la sua piccola CR-F 150R, una minicross di all'altezza delle 85 2T, visto il moltiplicatore di cilindrata, poco meno del doppio.

L'austriaca KTM ha risposto quindi facendo pressioni e quindi ottenendo la possibilità di correre nella MX2 (solo nei campionati minori, ossia Europeo e AMA Amateur, tra l'altro con regolamenti confusi e diversi) per le 144 2T, preparando un modello specifico per alcuni piloti del campionato europeo.

La prima azienda a presentare al pubblico un 144 2T è stata TM Racing nel 2007, poi KTM ha inserito la sua SX 144 (ridenominata SX 150 nel 2009) nel listino dei modelli per l'anno 2008, già disponibili da luglio 2007. Per ottenere reali vantaggi dall'aumento di cilindrata di 19 cm³ è stato necessario, per ambo le case che fin ora hanno presentato i loro modelli, riprogettare il motore, dove in alcuni casi si è solo aumentando l'alesaggio tramite l'applicazione di un kit di maggiorazione come nel caso della Yamaha che è passata dalle misure 54x54,5 a 58x54,5, mentre in altri si è anche riprogettata la corsa e riprogettando alcuni organi in funzione di ciò, come nel caso della KTM che è passata dalle misure 54x54,5 a 56x58,5 o della TM che è passata dalle misure 54x54,5 a 56x58.

Il motocross è una disciplina sportiva motociclistica che si pratica su circuiti sterrati chiusi chiamati crossodromi.
Una gara consiste generalmente in due manches precedute dalle qualifiche. Il motocross ha una partenza "di massa", ovvero tutti i piloti sono allineati dietro i cancelletti di partenza sulla stessa linea.

Le manche hanno generalmente un numero di giri da completare prima della bandiera a scacchi oppure i giri da compiere sono determinati in base al tempo (ad esempio 30 minuti + uno o due giri). I campi da cross sono generalmente abbastanza lunghi (tra i 2 e i 3 km) e incorporano alcune zone naturali e altre parti come le whoops (dossi artificiali bassi e brevi in rapida successione) fatte dall'uomo o più frequentemente i salti. È anche possibile che una pista da cross sia fatta solo da colline e curve, senza salti.

I gran premi o le gare Pro AMA tendono ad essere lunghe, solitamente 30 minuti più due giri, mentre le gare amatoriali possono durare anche solo 10 minuti (o meno), quando scade il tempo di gara un direttore di gara segnala con una tabella o con una bandiera che mancano solo 2 (o 1) giri alla fine;, mentre al termine della gara il direttore di gara sventola la bandiera a scacchi.



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L'AGLIO

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L'aglio è pianta erbacea alta dai 30 agli 80 cm, che allo stato selvatico è perenne, mentre coltivata si propaga esclusivamente per via vegetativa a causa della sua sterilità.
L'aglio possiede una parte ipogea costituita principalmente dal bulbo, rivestito da involucri rossicci e composto a sua volta da numerosi bulbi più piccoli, gli spicchi, che forniscono la droga, cioè la parte utilizzata in campo fitoterapico.
Il bulbo dell'aglio è uno dei rimedi più antichi e diffusi dalla medicina popolare.
L'odore caratteristico dell'aglio è dovuto a numerosi composti organici di zolfo tra cui l'alliina ed i suoi derivati, come l'allicina ed il disolfuro di diallile.
I parassiti dell'aglio sono principalmente le larve delle mosche Chortophila brassicae o Hylenia antiqua che ne attaccano i bulbi facendoli marcire. Intrecciarne le cime dovrebbe servire a evitare che gli insetti nocivi entrino nei bulbi.
Per coltivare l'aglio, bisogna prima dividerlo in spicchi uguali e poi piantarli uno a uno con la punta dello spicchio rivolta verso l'alto. Si pianta nello strato attivo.
I fiori sono sterili, e così anche i semi. L'unica via di propagazione si ha attraverso divisione e piantumaggio dei singoli bulbetti, previa una attenta selezione dei singoli spicchi. Questo aumenta la probabilità che le future piante siano maggiormente resistenti alle malattie, più forti, etc.
La pianta non ama il freddo autunno-invernale. Allora comincia ad afflosciarsi, fino a seccarsi del tutto. È a questo punto che il tubero sotterraneo andrebbe raccolto. I bulbi che invece si lasciano in loco, rivegeteranno l'anno seguente, coi primi caldi. Formeranno anche bulbilli (piccoli bulbi cresciuti lateralmente al bulbo-madre). La raccolta dei bulbi dunque non è solo una necessità alimentare, ma anche una intelligente pratica colturale che impedisce un eccessivo affollamento dell'area.

Dipinto nelle piramidi egizie, faceva parte dei cibo fornito dalle autorità per mantenere gli schiavi in salute.

L'aglio in cucina è molto utilizzato come condimento, ad esempio come ingrediente per salse come pesto, aioli, tzatziki. La parte commestibile sono i bulbilli (spicchi). Si consuma crudo o cotto, fresco o secco, intero, a fettine, tritato, in polvere. Talvolta gli spicchi vengono utilizzati per insaporire la pietanza ma non vengono direttamente consumati.

I composti solforati contenuti nell'aglio sono responsabili della formazione del tipico odore, in particolare l'allicina: questa viene liberata quando l'enzima allinasi agisce sull'alliina, un composto incolore ed insapore che rappresenta il componente principale della droga fresca.
L'aglio sprigiona il suo odore caratteristico ogni volta che viene “danneggiato”, per esempio durante la masticazione, il taglio, oppure la spremitura; questo è il motivo per cui gli spicchi interi non hanno odore. In effetti, nella cellula intatta l'alliina e gli altri solfossidi sono confinati nel citoplasma, mentre il suo enzima idrolitico - allinasi - è presente solo nel vacuolo: la distruzione della struttura cellulare dell'aglio libera così il suddetto enzima, che determina idrolisi dei solfossidi e loro trasformazione in disolfuri e trisolfuri.
L'allicina è un antibiotico notevole, il cui forte potere inibente su numerosi tipi di batteri (tra cui quelli responsabili del tifo) venne notato già nel 1858 da Louis Pasteur.
Oltre all'allicina, l'aglio contiene altre sostanze antibatteriche come la garlicina; è ricco di sostanze minerali ed oligominerali, quali magnesio, calcio, fosforo, iodio e ferro; sono presenti tracce di zinco, manganese, selenio, vitamina C (solo nell'aglio fresco), provitamina A, vitamine B1-B2-PP; contiene sostanze ormono-simili ed enzimi (lisozima e perossidasi).

Tra le numerose proprietà  dell'aglio c'è quella di donare alla pelle un aspetto sano e di favorire la crescita dei capelli; tale effetto è dovuto alla presenza dell'acido fitinico, che da un lato lega le sostanze minerali e dall'altro può essere trasformato in inositolo, una sostanza simile alle vitamine in grado di stimolare la crescita cellulare.
L'aglio contiene anche alcaloidi che svolgono un'azione simile a quella dell'insulina, abbassando il livello di glicemia nel sangue: per questa ragione l'aglio è considerato un valido supporto nelle terapie contro il diabete ed in altre malattie legate al metabolismo degli zuccheri.
L'aglio rafforza il sistema immunitario ed agisce come potente battericida su tutto l'organismo; è un potentissimo vermicida, un regolatore della pressione arteriosa (agisce provocando vasodilatazione delle arteriole e dei capillari), riduce il rischio di sclerosi delle arterie, previene l'aggregazione piastrinica (di conseguenza la formazione di trombi), regolarizza il tasso di colesterolo e trigliceridi nel sangue.
Una delle proprietà più importanti ed interessanti dell'aglio è quella riguardante la sua caratteristica funzione antibiotica (azione batteriostatica e battericida sia verso i Gram+ che i Gram-): è infatti un valido antibiotico da utilizzare nei casi i cui la flora batterica intestinale sia stata alterata da cure precedenti. A differenza degli antibiotici di sintesi, l'aglio - mentre si occupa dei batteri patogeni - non solo non attacca la flora batterica saprofita, ma ne favorisce addirittura il ripristino.
Questa pianta costituisce un ottimo rimedio contro meteorismo e crampi addominali, ed è utilissima anche in caso di diarrea acuta e cronica o feci muco-sanguinolente (dissenteria).
Studi clinici hanno riportato l'azione dell'aglio anche nei confronti dell'Helycobacter pylori, il batterio in parte responsabile dell'ulcera gastrica e dello sviluppo di forme tumorali allo stomaco.
Un'altra proprietà dell'aglio è quella di proteggere dai pericolosi metalli pesanti, sostanze molto dannose che entrano nell'organismo attraverso smog, otturazioni dentali di vecchia concezione (es. al piombo), frutta ed ortaggi contaminati,; gli organi maggiormente colpiti dai metalli pesanti sono i polmoni, i reni, il fegato ed il sistema nervoso, con effetti che vanno dal sintomo immediato sino a manifestazioni patologiche a distanza di diversi anni. In che modo agisce l'aglio in questo senso? Si comporta da chelante: in pratica, i composti solforati presenti tra le molecole dell'aglio si legano stabilmente alle molecole di mercurio, piombo e cadmio presenti nell'organismo, che in questo modo vengono eliminate con facilità.
L'aglio possiede molte proprietà curative, tuttavia c'è da tener presente un'accortezza: se si desidera utilizzare l'aglio come antibiotico bisogna considerare il fatto che questo perde molte delle sue proprietà durante la cottura, quindi occorrerebbe evitare di sottoporlo a temperature troppo elevate e/o a cotture prolungate.
L'aglio, a parte casi di allergie o intolleranze individuali, non comporta grossi effetti collaterali; tuttavia, l'uso continuativo può portare odorizzazione dell'alito e della pelle.
A dosi elevate l'aglio può portare gastriti, nausea, vomito e diarrea (per aumento della produzione di acido cloridrico), quindi è controindicato in soggetti affetti da ulcera peptica e gastrite.
Non utilizzare in gravidanza ed allattamento.
Gli estratti di aglio presentano numerose interazioni farmacologiche, quindi i soggetti che intendono assumere questo prodotto come terapia devono porre molta cautela e soprattutto chiedere consiglio al medico o al farmacista.
Le principali interazioni farmacologiche riguardano:
Warfarin ed antiaggreganti piastrinici: aumento del rischio di sanguinamento;
Saquinavir (farmaco utilizzato come antivirale nell'HIV, è un inibitore delle proteasi): riduzione della biodisponibilità;
Ritonavir (farmaco antivirale inibitore delle proteasi): aumento della concentrazione;
Vitamina E: potenziamento degli effetti antitrombotici;
Pentossifillina e Ticlopidina (farmaci antitrombotici ed antiaggreganti piastrinici): aumento del rischio di emorragie;
FANS: possibile aumento della gastrolesività;
Paracetamolo: riduzione della concentrazione plasmatica di metaboliti ossidativi e dell'epatotossicità;
Clorzoxazone (farmaco miorilassante): riduzione del 40% della biodisponibilità del farmaco;
ACE-inibitori: riduce l'effetto ipotensivo del farmaco.

In commercio sono reperibili numerosi preparati a base di aglio, con concentrazione dei principi attivi spesso molto diversa.
Per orientarsi meglio è sempre necessario fare attenzione alle percentuali indicate di alliina ed allicina: più sono alte, maggiori saranno le probabilità che siano presenti anche le altre componenti di cui è ricco l'aglio.
Il prodotto più vicino alla droga di partenza è quello costituito dalla polvere di aglio essiccata, che viene di solito venduta in capsule. Si possono comunque trovare commercializzati anche oli essenziali ottenuti per distillazione in corrente di vapore, oppure macerati ottenuti per estrazione dei bulbi macinati con oli vegetali e confezionati in capsule di gelatina molle: questi prodotti si sono dimostrati pressoché inefficaci.

Affinché si manifesti l'effetto terapeutico desiderato, è da tenere ben presente che le dosi sono fondamentali, e che in caso di dosaggi sostenuti è preferibile l'assunzione nel corso delle 24 ore per non irritare lo stomaco.
A scopo terapeutico viene consigliata l'assunzione di circa 4 g al giorno di bulbi freschi, che assicurano l'apporto di circa 40mg di alliina, dalla quale si liberano 20mg di allicina.
Se si desidera assumere aglio a scopo preventivo e come tonico generale è necessario prendere da 2 a 3 spicchi al giorno per periodi di almeno 3 settimane.
Per la cura di fenomeni diarroici prendere da 5 a 10 spicchi nell'arco della giornata.
Per trattare piccole ferite, punture di insetti o micosi si può ricorrere al succo di aglio diluito in acqua, oppure ad una soluzione disinfettante preparata schiacciando da 5 a 10 spicchi d'aglio e diluendo il succo così ottenuto con un rapporto 1:10 in alcol 30%.
Il prodotto ottenuto può essere conservato al buio per un paio di mesi.
Tintura di aglio come tonico: spremere 400g di spicchi di aglio pelati e trasferirli in un contenitore chiuso ermeticamente insieme a 250 ml di grappa o vodka. Lasciar riposare in luogo fresco e al buio per 2 settimane, quindi filtrare con una garza e lasciar riposare ulteriormente per un'altra settimana.
La tintura può essere assunta 2 o 3 volte al giorno con dosaggio di 15 gocce alla volta.

I bulbi dell'aglio devono essere conservati in luogo fresco e ventilato in cassette o appesi intrecciati nelle tipiche “reste”.
Nel bulbo integro i composti solforati sono rappresentati principalmente da alliina; quando il bulbo viene macinato si libera l'ezima allinasi che rapidamente trasforma l'alliina nel rispettivo acido sulfenico (responsabile del caratteristico odore dell'Aglio); successivamente, per autocondensazione, si formano tiosulfinati quali l'allicina.
L'enzima allinasi è inattivato dal calore e questo spiega perché l'aglio cotto emani meno odore dell'aglio crudo ed eserciti minori attività farmacologiche.

L'aglio ha una lunga tradizione d'uso. Documenti sanscriti testimoniano l'uso dell'Aglio 5000 anni fa. Ippocrate, Aristotele e Plinio menzionano numerosi impieghi terapeutici dell'Aglio. Viene citato frequentemente nella medicina egiziana, cinese, ayurvetica. L‘Aglio è stato oggetto di numerosi studi farmacologici e clinici anche negli anni recenti.
Notissima anche nella medicina popolare è l'azione antielmintica dell'Aglio nelle infestazioni intestinali da ascaridi ed ossiuri.
Infine l'aglio possiede importanti proprietà immunostimolanti ed antitumorali a conferma dell'evidenza epidemiologica che un alto consumo di aglio è associato ad una riduzione del rischio di diversi tumori. Per esempio, in Cina uno studio comparativo sulla popolazione di regioni diverse ha evidenziato che i decessi per tumore allo stomaco risultano significativamente minori dove il consumo di aglio è elevato rispetto alle regioni con un più basso consumo di Aglio. Studi sull'uomo hanno evidenziato che l'Aglio inibisce la formazione di nitrosammine (potenti composti cancerogeni che si formano durante la digestione).

In erboristeria l'aglio viene utilizzato:
coadiuvante nella prevenzione dell'aterosclerosi, con effetti antiossidanti: la protezione a livello vascolare è da attribuirsi all'azione dell'interleuchina-6;
immunostimolante;
antiaggregante piastrinico: gli ajoeni interagiscono direttamente con i recettori piastrinici del fibrinogeno e della lipossigenasi, mentre il disolfuro di allile funziona da inibitore dell'enzima che permette la formazione del trombossano A2 (potente aggregante piastrinico);
in vitro potente antimicrobico contro batteri, funghi e virus: il principale componente attivo in questo senso è l'allicina;
ipocolesterolemizzante, antiateromasico;
ipotensivo;
inibisce le fasi della cancerogenesi;
ipoglicemizzante: secondo studi su animali l'aglio sarebbe in grado di aumentare il rilascio di insulina e proteggerne la degradazione.
Per uso esterno, l'aglio esibisce proprietà antisettiche e rubefacenti, che lo rendono utile contro foruncoli, manifestazioni acneiche ed antrace.
Particolare attenzione va posta nei gastropazienti, ulcerosi, affetti da malattia da reflusso gastroesofageo (GERD), esofagite, in persone con intolleranze certe all'aglio oppure ad altre specie del genere Liliacee.
E' controindicato l'uso degli estratti di aglio su pelli delicate, in quanto, a causa del suo elevato potere rubefacente, non sempre viene ben tollerato.

Il suo potere antisettico era noto fin dall'antichità: nel Medioevo i medici usavano delle mascherine imbevute di succo d'aglio per proteggersi dalle infezioni e tutt'oggi è ampiamente usato nella medicina popolare.

Una famosissima cantilena napoletana recita:

Agli e fravagli fattura che non quagli. Corna e bicorne capa 'alice e capa d'aglio....''

Si consigliava infatti di tenerlo addosso la notte che precede il 24 giugno (San Giovanni Battista) insieme ad altre erbe per proteggersi dalle streghe che in quella data, secondo la tradizione, celebrerebbero il grande sabba annuale che coincide con il solstizio d'estate.

Che l'aroma dell'aglio non sia mai stato gradito è cosa nota tanto che lo stesso Shakespeare in "Sogno di una notte di mezza estate" fa dire ai propri attori nella seconda scena di non mangiare aglio in quanto " e soprattutto, attori, anime mie, badate a non mangiar aglio o cipolla, ché dobbiamo esalare tutti un alito che deve riuscir dolce e gradevole".

Anche nella cultura islamica l'aglio, pur essendo diffusamente e volentieri usato in gastronomia, viene di fatto interdetto a quanti devono poi recarsi in moschea il venerdì per la preghiera comunitaria di mezzogiorno, sulla scorta della tradizione che ricorda come il profeta Maometto non gradisse il suo odore (e quello della cipolla, che dunque risente di questo stesso "divieto").

Antivampiro per eccellenza, assieme al simbolo della croce, l’aglio viene generosamente usato sia nella tradizione letteraria che in quella cinematografica; ma le leggende non nascono mai dal nulla e, così, vorremmo esservi d’aiuto nella scoperta delle reali motivazioni che hanno trasformato questo bulbo in una potente arma contro i redivivi dai canini sporgenti.

Conosciuto col nome scientifico di “allium sativum” e appartenente alla famiglia delle Liliacee, l’aglio contiene un principio attivo, noto come allicina, in grado di svolgere un’efficace azione antielmintica e cioè contro i vermi dell’intestino. E’ evidente l’analogia tra tenia parassita e Vampiro, accomunati da una distruttiva attività volta a sottrarre al malcapitato una considerevole quantità di energia vitale, fino a cagionargli una grave debilitazione fisica.

Il Vampiro non ha nulla di diverso, nel suo modo di agire, rispetto alla tenia ed è, per questo motivo, che, in molte pellicole cinematografiche e in numerosi racconti dedicati al Signore della Notte, il Non Morto, da perfetto parassita, farà visita più volte alla medesima vittima che si consumerà lentamente fino a morire.

Ma le virtù dell’aglio non si esauriscono qui, poiché, in tempi relativamente recenti, si è scoperto che proprio l’allicina svolge un’azione repellente contro i flebotomi, cioè quegli insetti che si nutrono di sangue non solo animale ma anche umano.

Uno studio condotto da eminenti scienziati svedesi ha dimostrato che l’olio di aglio inserito nella dieta quotidiana dei cani protegge gli animali stessi dalla puntura dei flebotomi e, cosi è stato anche sperimentato con l’applicazione di olio sulla pelle di alcuni volontari umani; i risultati dicono che l’olio di aglio li ha efficacemente protetti dall’attacco della femmina di Phlebotomus papatasi. Superfluo spiegare il motivo del rapporto così profondo tra insetti ematofagi e Vampiro che, a fronte di quanto detto, appare piuttosto evidente.

C’è, però, un altro aspetto molto importante che non va sottovalutato; sembra che la figura del Vampiro, così come la conosciamo noi, possa essere nata dall’attenta osservazione di persone affette da una malattia degenerativa nota come Porfiria.

Questa patologia, detta, anche, morbo di Gunther, si manifesta, assieme a sintomi di tipo neurologico, con una fotosensibilità piuttosto marcata che può provocare al malato, se esposto per un tempo troppo prolungato ai raggi solari, a gravi ustioni della cute; ma non solo, poiché il decorso della malattia determina una ritrazione del bordo gengivale fino a lasciare scoperti i denti che appaiono decisamente più evidenti rispetto alla norma.

La rarità e la spettacolarità dei suoi sintomi hanno, probabilmente, indotto gli scrittori a utilizzare la patologia trasferendone le peculiarità fisiche al Vampiro; del resto, era regola comune che, un tempo, i nati deformi o gli uomini colpiti da morbi sconosciuti e sfigurati dalla malattia, si ritagliassero uno spazio di prim’ordine nell’immaginario popolare, diventando entità diaboliche e mostruose.

Ma cosa c’entra l’aglio con la Porfiria?

Semplice, l’aglio, a causa dei principi attivi contenuti, può determinare un progressivo peggioramento del morbo ed è per questo motivo che, così inviso, risulta ai Vampiri. Anche in questo caso la realtà ha contribuito a contaminare la fantasia creando un demoniaco ibrido destinato a popolare, ancora per molto tempo, i nostri incubi notturni.






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LA ZUCCA

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La notorietà della zucca è legata alla tradizionale festa di Halloween che da alcuni anni si sta diffondendo anche sul territorio nazionale italiano. Di certo, l’importanza di questo vegetale non termina con la festività ma va oltre. La zucca è un alimento con importanti proprietà benefiche per la nostra salute e per questo motivo è bene introdurlo nella nostra dieta. Dobbiamo sapere che la zucca è formata per la maggior parte da acqua e questo le conferisce il titolo di alimento salutare per chi si sta impegnando a portare a termine una dieta poiché contiene davvero pochissime calorie. Il fatto che è ricchissima di fibre permette inoltre di perder peso più facilmente in quanto l’intestino è aiutato e pulito da queste sostanze. Grazie al suo elevato contenuto di carotene e altre sostanze è un alimento antiossidante ed aiuta cosi ad eliminare i radicali liberi e ritardare il processo di invecchiamento delle cellule e della pelle. La zucca funziona anche come diuretico ed elimina le tossine presenti nell’organismo ed evita la ritenzione dei liquidi.

Con il termine zucca vengono identificati i frutti di diverse piante appartenenti alla famiglia delle Cucurbitaceae, in particolare alcune specie del genere Cucurbita (Cucurbita maxima, Cucurbita pepo e Cucurbita moschata) ma anche specie appartenenti ad altri generi come ad esempio la Lagenaria vulgaris o zucca ornamentale. Il periodo di raccolta in Italia va da Settembre a tutto Novembre.

La zucca è comunemente usata nella cucina di diverse culture: oltre alla polpa di zucca, se ne mangiano anche i semi, opportunamente salati. La zucca è un ortaggio che si presta a mille ricette: si consuma cucinata al forno, al vapore, nel risotto o nelle minestre, fritta nella pastella. Particolarmente famosi sono i tortelli alla mantovana, ripieni appunto dell'omonima varietà di zucca. Dai semi si ottiene un olio rossiccio usato in cosmesi e cucina tradizionale. Nei paesi anglosassoni la zucca è utilizzata per la costruzione della Jack-o'-lantern, caratteristica lanterna rudimentale utilizzata durante la festa di Halloween per scacciare Spiriti maligni che secondo la leggenda vagano sperduti sulla terra e si dice che se una persona o un animale posseduto da uno di questi spiriti si avvicini alla casa in cui è presente una zucca quest ultima si illumini di un azzurro intenso e lo spirito che tenta di entrarvi viene intrappolato nella fiamma della zucca
La zucca è stata importata in Europa dai coloni spagnoli dall'America.

Contrariamente a quanto si possa pensare, la zucca, dolcissima e gustosa, è un alimento amico delle diete povere di calorie, adatta persino ai diabetici per la scarsità in termini glucidici. Nonostante gli impieghi della zucca in cucina siano davvero numerosissimi, non dobbiamo dimenticare che la pianta - grazie alle innumerevoli proprietà benefiche - viene assai utilizzata anche in ambito erboristico, fitoterapico e cosmetico.

I semi possono essere mangiati previa salatura ed essiccazione (od arrostimento in forno); anche i fiori sono mangerecci, e sono squisiti fritti o, semplicemente, scottati in padella come base per frittate o pasta.
La polpa di zucca si presta eccellentemente a mille impieghi: infatti, dopo averla privata della scorza - procedura comunque piuttosto complessa perché molto dura e massiccia - la zucca può essere cotta a vapore o bollita per preparare zuppe e minestroni, ma può essere anche tagliata a cubetti e cucinata in padella come le classiche patate arrosto, aggiungendo quindi olio extravergine d'oliva, sale, pepe e – a chi piace – anche il rosmarino. Un metodo alternativo per preparare la zucca è la cottura al forno: dopo aver tagliato la zucca a metà, privata dei semi ed accuratamente lavata, può essere tagliata a spicchi e cucinata direttamente in forno. Ma gli impieghi della zucca in cucina non sono ancora finiti: infatti, la polpa lessata o cotta in padella, dopo essere stata schiacciata, può costituire la base per torte e dolcetti originali.

L'ortaggio s'inserisce tra gli alimenti ipocalorici, apportando solamente 18 Kcal per 100 grammi di prodotto: ciò è dovuto all'ingente quantità d'acqua in essa contenuta, stimata addirittura intorno al 94,5%. I carboidrati ammontano al 3,5%, mentre le proteine, pochissime, ne costituiscono solo l'1,1%. I grassi, pressoché assenti, rappresentano circa lo 0,1%.
Essendo arancione, è intuibile come la zucca sia miniera di caroteni e pro-vitamina A; inoltre, è ricca di minerali, tra cui fosforo, ferro, magnesio e potassio; buono anche il quantitativo di vitamina C e di vitamine del gruppo B.

In fitoterapia, la droga “zucca” è riferita soprattutto ai semi, contenenti cucurbitina, tocoferoli, tocotrienoli, steroidi (1%), proteine, pectine ed olio grasso. Inoltre, nei semi di zucca si annovera anche una modesta quantità di minerali, quali selenio, rame, zinco e manganese.
I semi non sono tossici, dal momento che sono assenti i principali steroidi amari caratteristici delle Curcubitacee (curcubitacine): pertanto, il consumo di semi non dà effetti collaterali (fatta eccezione per i soggetti sensibili ad una o più sostanze che caratterizzano il fitocomplesso).
Il marker della droga è rappresentato dalla cucurbitina (differente da curcubitacina): si tratta di un amminoacido pirrolozidinico al quale sono ascritte le note proprietà antielmintiche, efficace dunque contro i vermi in generale e la tenia in particolare.
Inoltre, l'estratto di semi di zucca sembra essere particolarmente attivo anche contro cestodi ed ascaridi: da considerare, comunque, che la cucurbitina non uccide i parassiti, ma li immobilizza semplicemente; per questa ragione, è bene somministrare lassativi dopo l'assunzione di estratti di semi di zucca a tale scopo. La quantità di questa molecola amminoacidica è variabile in base alla specie di zucca considerata: nella C. maxima, la quantità di cucurbitina è stimata intorno all'1,9%, mentre nella specie C. pepo varia tra 0,2 e 0,7%.
L'olio ricavato dai semi si zucca è ricco di acido oleico e linoleico: questi acidi grassi espletano la loro attività terapeutica in sinergia con carotenoidi e protoclorofille, come rimedio naturale per l'iperlipoproteinemia. L'impiego terapico dell'olio di semi di zucca è consigliato anche nella profilassi dell'aterosclerosi.
Alla luce di recenti studi, sembra che l'olio di semi di zucca sia utile anche in caso di flogosi vescicali, irritazioni gastriche e disturbi prostatici, specie in associazione a Serenoa repens.
La polpa di zucca, invece, essendo ricca di carotenoidi, è particolarmente indicata per fissare l'abbronzatura e, nel contempo, s'inserisce tra gli ipotetici alimenti utili per la prevenzione dalle forme tumorali.
La zucca trova impiego anche per alleggerire problemi nervosi; da ultimo, ma non certo per importanza, la zucca espleta buone proprietà rinfrescanti, diuretiche, lassative e digestive.

Gli impieghi della zucca si estendono anche nella sfera cosmetica: con la sua polpa, infatti, si possono preparare alcune semplici maschere per il viso, utilissime per idratare la cute, levigare la pelle e pulirla profondamente. Inoltre, le maschere a base di zucca sono indicate anche per lenire le scottature.
Esempio di maschera per il viso: schiacciare alcuni semi con uno spicchio di polpa di zucca, mescolare la poltiglia ottenuta con un po' di miele, applicare il composto sul viso e lasciare riposare il tutto per alcuni minuti.
Le pelli grasse con punti neri, grazie alla maschera di zucca, risultano più pulite ed idratate.

La coltivazione della zucca è una delle più diffuse negli orti italiani. Ortaggio appartenente alla famiglia delle cucurbitacee, proveniente dall’America centrale, si caratterizza per l’alto numero di forme, colori e dimensioni in cui le sue specie risultano suddivise. E’ bene sapere, per altro, che della zucca non si butta vie niente: la polpa, naturalmente, viene utilizzata in cucina in ricette e preparazioni differenti, inclusa la realizzazione di una gustosa marmellata; i semi vengono consumati, dopo essere stati seccati, come aperitivo salato; i fiori si mangiano nel risotto, oppure fritti; e infine la buccia, che si presta a divertenti lavorazioni, come la festa di Halloween insegna. La coltivazione della zucca dovrebbe essere effettuata, preferibilmente, nell’ambito di un clima temperato e caldo, con temperature comprese tra i diciotto e i ventiquattro gradi. La pianta soffre in maniera particolare il freddo e il gelo, e già con temperature inferiori ai dieci gradi può riportare danni; d’altra parte, mal sopporta anche il caldo eccessivo, e soffre temperature che superano i ventotto gradi.





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LA MOSTARDA MANTOVANA

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La mostarda è un prodotto tipico legato alla tradizione contadina mantovana, che in questo modo conservava la frutta e la verdura per il periodo invernale. Prodotto da sempre consumato come contorno di bolliti e arrosti, è ottimo anche con formaggi saporiti e stagionati o salumi. Si presenta in fettine sottili di frutta e verdura, candita immerse in uno sciroppo denso e dolce aromatizzato con aroma di senape che gli conferisce il sapore piccante.

Il termine è spesso fonte di equivoci, in quanto esso definisce sia la preparazione propriamente detta, sia, per rimando al francese moutarde, al condimento più noto in italiano come senape, che condivide la stessa base, essendo entrambi gli alimenti preparati con i semi della stessa pianta.

Deriva da mustum ardens, che compare per la prima volta in un testo francese del 1288, alludendo al mosto di vino reso ardente, cioè piccante, dall'aggiunta di farina di grani di senape; in tal modo era possibile conservare un prodotto facilmente deperibile come la frutta. La diffusione di tale alimento nell'Italia settentrionale avviene verso il Seicento; le testimonianze ne associano il consumo alle festività natalizie. La diffusione si ebbe nelle diverse città della pianura Padana: Vicenza, Mantova e soprattutto Cremona, radicandosi in alcune ricette tradizionali.

A conferma dell'antichità della tradizione della mostarda si cita la Secchia rapita del Tassoni (1621), che, nel descrivere i doni a un legato pontificio, menziona (XII, 38) «due cupelle di mostarda di Carpi isquisitissime». Peraltro già un secolo prima, nel 1522, il Berni alludeva alla mostarda nelle sue lettere facete.

L'origine della mostarda si può far risalire al 1300, inizialmente, nasce come prodotto di lusso: ce ne riportano notizia alcuni documenti gonzagheschi che testimoniano la presenza di questo alimento sulla mensa dei signori di Mantova.
Il suo uso popolare, grazie alla maggiore fluibilità di zucchero e senape, si diffonde sopratutto a partire dal 1600 presso le famiglie contadine dell'Italia settentrionale che ne fanno largo consumo prevalentemente intorno al periodo delle feste natalizie.
E' un prodotto tipico che però, negli ultimi tempi, ha rischiato l'estinzione.
Tuttavia, oggi il suo consumo è stato recuperato ed esaltato, viene proposta in gran parte dei menu tipici  come accompagnamento ad antipasti, a secondi o come contraltare al formaggio.

Il quantitativo di gocce di senape usualmente varia da dieci a venti per chilogrammo di composto, a seconda della piccantezza desiderata.

La mostarda mantovana, con mele cotogne, eventualmente anche con pere ma con frutti interi, rispetto alla Vicentina; è usata come ingrediente nei tortelli di zucca nelle zone del mantovano.

La frutta, raccolta al giusto grado di maturazione, viene lavata, pelata, affettata e messa a macerare con limone e zucchero. Durante la macerazione di 24 ore si forma una soluzione zuccherina che viene raccolta, portata ad ebollizione e versata sulla frutta. Nel momento della canditura della frutta avviene un normale procedimento fisico, attraverso il quale la frutta, immersa in una soluzione zuccherina, cede la sua parte acquosa alla soluzione in cui è immersa, mentre questa trasferisce alla frutta gli zuccheri. Questa operazione deve essere ripetuta per 2/3 giorni consecutivi e consente alla frutta di rimanere turgida e soda mantenendo le sue caratteristiche organolettiche. Finiti i passaggi si sbollenta frutta e succo, di solito per circa 20 minuti, per evitare che la frutta si cuocia troppo.
La cottura, però, può variare a seconda del gusto, può esserci mostarda più chiara cioè meno cotta e più croccante, mostarda più scura cioè più cotta e più dolce.
Si lascia raffreddare, si unisce la senape e si invasa. L’intensità aromatica data dalla senape diminuisce in modo naturale con il passare del tempo anche senza aprire il vasetto. Una costante della mostarda è il riposo. La frutta riposa sempre tra un passaggio e l’altro e anche la mostarda appena invasata avrà bisogno di un periodo di riposo prima di essere consumata.





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IL MELONE

Il melone è una pianta rampicante della famiglia Cucurbitaceae.

Il termine melone indica sia il frutto che la pianta stessa, a seconda dei contesti in cui viene utilizzato.

È largamente coltivata per i suoi frutti commestibili, dolci e profumati.

Di possibili origini africane (secondo alcuni invece dall'Asia, nell'antica Persia), nel V secolo a.C. il popolo egizio iniziò ad esportarlo nel bacino del Mediterraneo e arrivò in Italia in età cristiana, come raccontato da Plinio (I secolo d.C.) nel suo libro Naturalis Historia che lo uniformò al cetriolo a forma di mela cotogna, melopepaes. Le attuali conoscenze sulla sua diffusione nel bacino del Mediterraneo però sono state messe in discussione dalle recenti scoperte archeologiche fatte in Sardegna dove semi di melone riferibili all'età del Bronzo (tra il 1310-1120 a.C., in piena epoca nuragica), quindi in epoca ben antecedente, sono stati rinvenuti nel sito archeologico di Sa Osa a Cabras, in provincia di Oristano, poco distante dal luogo nel quale sono state trovate le statue dei Giganti di Monte Prama.

Durante l'Impero Romano il melone si diffuse rapidamente (utilizzato però come verdura, servito in insalata) tanto che al tempo dell'imperatore Diocleziano, venne emesso un apposito editto per tassare quegli esemplari di melone che superassero il peso di 200 grammi.

Alexandre Dumas scrisse “per rendere il melone digeribile, bisogna mangiarlo con pepe e sale, e berci sopra un mezzo bicchiere di Madera, o meglio di Marsala”; egli apprezzava i meloni conosciuti in Francia come Cavaillon, per la zona di produzione, e fece richiesta alla biblioteca della città di uno scambio tra le sue opere (circa 400 volumi) ed una rendita vitalizia di 12 meloni l'anno, cosa che accadde fino alla sua morte nel 1870. Fu in suo onore che venne istituita la confraternita dei Cavalieri dei meloni di Cavaillon.

Il melone venne anticamente considerato simbolo di fecondità, forse in ragione dei numerosissimi semi, ed altresì associato al concetto di sciocco e goffo (uno stolto veniva chiamato mellone e una scemenza mellonaggine). Secondo Angelo De Gubernatis, la ragione di tale associazione è da ricercare nell'estrema fecondità di questi frutti, alla loro capacità generatrice, incontrollata, opposta alla ragione dell'intelligenza.

Altri medici del tempo li consideravano nocivi e imputarono al melone la morte di ben quattro imperatori e due pontefici. Anche il naturalista romano Castore Durante (1529-1590) nel suo Herbario nuovo del 1585 ammoniva di non abusarne perché «sminuiscono il seme genitale» e ne sconsigliava l'uso a diabetici, dispeptici e a tutti coloro che soffrono di disturbi dell'apparato digerente, promuovendo per tutti gli altri invece le virtù rinfrescanti, diuretiche e lassative.

Il melone ha una forma rotonda o leggermente ovale; la buccia esterna ha un colore giallognolo e la sua polpa, ricca di semi piccoli e piatti, si presenta dolce e succosa. Esistono tre varietà di meloni: quelli estivi (cosiddetti retati, caratterizzati da striature in rilievo) e i cantalupi che hanno la buccia liscia e sono più aromatizzati e profumati; molto apprezzato e consumato è anche il melone invernale che si presenta con la scorza gialla o verde e la polpa chiara, generalmente dolce e saporita. Il 60% della produzione mondiale proviene dall’Asia, mentre in Europa i maggiori produttori sono Spagna, Romania, Francia e Italia.

Il melone ha foglie alterne glauchescenti ed ha fiori sia maschili che femminili. La fecondazione incrociata avviene ad opera degli insetti, anche se per le colture in serra è più indicato ricorrere alla fecondazione artificiale. Per quanto riguarda il clima, questo frutto necessita di un clima temperato caldo e di un terreno esposto al sole. La terra in cui viene seminato deve essere profonda e ben drenata per evitare ristagni d’acqua. La semina avviene generalmente nei mesi di aprile-maggio e in questo modo: vengono create delle piccole buche in lunghe file distanti un metro l’una dall’altra e vi si lasciano cadere dentro quattro semi. Quando invece si vuole piantare i meloni anticipatamente, si procede nel mese di marzo creando un artificiale terreno piuttosto caldo che viene ricoperto da un tunnel di plastica trasparente. Per quanto riguarda la coltura, non esistono quindi cure particolari, tuttavia occorre non trascurare un’importante operazione: la cimatura. Quando le piantine hanno cinque e sei foglie, si cimano sopra le prime due e di conseguenza anche i rami che si sviluppano dopo questa operazione e dopo la formazione dei piccoli frutti, si cimeranno ancora i rami fruttiferi a due foglie sopra i frutti. Per quanto riguarda la raccolta, questa può essere eseguita tagliando il frutto quando il peduncolo manifesta le prime screpolature: contemporaneamente la scorza prende colore tipico della varietà e il frutto inizia ad emanare il “classico” profumo.

La polpa del melone è succosa e molto profumata nel momento in cui il frutto giunge a completa maturazione.

Il colore della polpa può variare dal bianco, al giallo, all'arancio, a seconda della varietà del frutto. La cavità centrale del melone appare fibrosa e ricca di semi.

Il melone viene solitamente consumato crudo come antipasto o come dessert, a colazione o a merenda. Non tutti sono a conoscenza del fatto che sia possibile cuocere il melone, così da ottenere delle composte e delle confetture. Può essere utilizzato nella preparazione di macedonie, frullati, gelati e sorbetti, ottimi da gustare durante la stagione estiva, oltre che di centrifugati di frutta. E' perfetto per la creazione di spiedini di frutta da servire come aperitivo. Per una ricetta alternativa, è possibile suddividerlo a cubetti e gustarlo mescolandolo a fettine di cetriolo.

Il melone è considerato un frutto molto gustoso, mediamente saziante e abbastanza dissetante, grazie all’alto contenuto di acqua. Per questo motivo aiuta anche a prevenire la disidratazione. In tavola viene servito abbinato al prosciutto crudo e rappresenta un ottimo e poco calorico antipasto. Un vasetto di yogurt magro abbinato ad una fetta di melone tagliato a pezzettini è un ottimo spuntino per chi sta osservando una dieta; leggermente lassativo, è rinfrescante ed è inoltre adatto a chi soffre d’anemia essendo ricco di ferro. È anche ricco di vitamine A e C ed è considerato un ottimo ricostituente per chi è carente di questi elementi. La vitamina A, nella forma di betacarotene, previene la formazione dei radicali liberi, responsabili dell’invecchiamento cellulare e delle smagliature. Anche la vitamina B è presente in questo frutto e oltre a tonificare, ricarica dal punto di vista “umorale” e si è anche rivelata ottima nel contrastare la fame nervosa.  Inoltre questa vitamina migliora la capacità visiva e rinforza le ossa e i denti.
Il melone ha anche proprietà rinfrescanti, diuretiche, depurative e lassative ed è indicato in caso di stipsi e/o emorroidi e di dolori reumatici. La presenza di calcio, fosforo, magnesio e potassio rende il melone un ottimo integratore naturale contro il caldo: ne basta una fetta per migliorare e riattivare l’intestino pigro (quando “soffre” eccessivamente le alte temperature) ed ottenere un effetto anti gonfiore. Quindi le sue proprietà disinfiammanti, diuretiche e fluidificanti per il sangue sono molto efficaci per la rigenerazione delle cellule. Il suo apporto bilanciato di acqua e fibra rinfresca l’apparato digestivo e migliora la circolazione, eliminando il colesterolo e i trigliceridi in eccesso. Infine la sua polpa viene utilizzata, sotto forma di impasto, per curare ferite e ustioni.

Il melone contiene una percentuale elevata d'acqua, pari a circa il 95%. Si tratta di un frutto ricco di vitamine e minerali benefici per la nostra salute. Per via del suo contenuto d'acqua, il melone regala una sensazione di freschezza e di sollievo dalla calura estiva. E' considerato utile per depurare i reni e contro il bruciore di stomaco.
Non contiene grassi saturi e assicura uno scarso apporto calorico, pari a circa 60 calorie per una porzione media. Per quanto riguarda i sali minerali, nel melone troviamo ferro, calcio e fosforo. Le vitamine presenti nel melone sono vitamina C, vitamina A e vitamina B. Il melone contiene inoltre un agente anticoagulante, che permette di prevenire la formazione di grumi nel sangue, che possono causare infarto o ictus.
I meloni appartengono alla stessa famiglia dei cetrioli e delle zucche gialle, con la differenza che essi vengono consumati come frutti, al massimo della maturazione, per via della loro dolcezza. Una particolare varietà di melone amaro è stata oggetto di recente di studi scientifici. Il succo di melone amaro si sarebbe rivelato utile nel trattamento del cancro al pancreas.
Benefici per la salute del melone:
1) Prevenzione del cancro. Il melone è ricco di carotenoidi, considerati utili per la prevenione del cancro e per ridurre il rischio di tumore ai polmoni.
2) Prevenzione di infarto e ictus. Grazie all'adenosina contenuta nel melone, il sangue si mantiene maggiormente fluido, riducendo il rischio di infarto e ictus.
3) Benefici per la digestione. Il melone stimola i movimenti intestinali, che possono essere compromessi da eventuali problemi digestivi. Il suo contenuto di minerali contribuisce a eliminare l'acidità eccessiva dell'organismo, favorendo la digestione.
4) Fonte di energia. E' una fonte naturale di energia, non soltanto per il suo contenuto di zuccheri naturali, ma anche per il suo apporto di vitamina B, necessaria per la produzione di energia da parte dell'organismo a partire dai carboidrati.
5) Benefici per i reni. Il melone, per via del suo elevato contenuto d'acqua, presenta un buon potere diuretico. Può contribuire a mantenere la salute dei reni. Se unito a del succo di limone, il melone può contribuire a contrastare la gotta. E' bene consumarlo con regolarità, al mattino, per una maggiore azione benefica.

Il melone si è rivelato anche un ottimo alleato di bellezza. In cosmesi viene utilizzato sotto forma di maschera che tonifica la pelle, rendendola morbida e vellutata. Ecco come preparare un’ottima crema per pelli secche: mescolare 1 dl di succo di melone ottenuto con la centrifuga, 1 dl di acqua oligominerale naturale e 1 dl di latte intero. Conservare il tutto in frigo (al massimo per una settimana) e agitare prima dell’uso. Molto utilizzata è anche la lozione rinfrescante “fai da te”, al melone e argilla: sbucciare un melone maturo, frullare la polpa e filtrarla attraverso un fitto colino. Raccogliere il succo in una terrina, aggiungere un cucchiaino di argilla verde e mescolare per un minuto. Lasciate riposare per 5 minuti. Dopo un’eccessiva esposizione al sole, se la pelle brucia particolarmente, immergere un batuffolo di cotone nel liquido e tamponare delicatamente le parti arrossate, ripetendo l’azione fino ad ottenere il sollievo desiderato. Lasciate agire per qualche minuto, quindi risciacquate con acqua tiepida. Il succo del melone ha un effetto rinfrescante ed astringente e attenua gli effetti negativi dell’eccessiva esposizione al sole. L’argilla dal canto suo, ha un effetto antiinfiammatorio, lenitivo e cicatrizzante.

Per riconoscere un melone maturo, resta sempre valido il trucco di bussare leggermente sulla sua superficie con la mano stretta a pugno. Se si ottiene un suono sordo, il melone è giunto a maturazione. Se invece il frutto trasmette un rimbombo vuoto, significa che non è ancora pronto per essere gustato. Fatte attenzione all'odore del melone. Se risulta profumato, probabilmente è già maturo. Osservate il picciolo del melone. Se è tenero e tende a staccarsi, il melone è pronto.

La temperatura di conservazione del melone non deve mai scendere sotto i 5 gradi. E' dunque bene riporre il melone ancora chiuso nella parte meno fredda del frigorifero. Una volta aperto, il melone può essere conservato facilmente dopo aver rimosso la buccia e dopo averlo affettato o suddiviso in cubetti. E' possibile riporre il melone all'interno di un contenitore per alimenti oppure in uno scolapasta inserito all'interno di una ciotola, da riporre in frigorifero. Se il melone ancora chiuso non risulta ben maturo, si consiglia di lasciarlo riposare a temperatura ambiente.




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