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giovedì 23 febbraio 2017

L'ARNICA

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L’arnica montana è un’erba medicinale della famiglia delle Asteraceae, originaria delle regioni montuose dell’Europa e della Russia meridionale. Cresce dai 30 ai 60 centimetri, mentre le foglie ovali e contrapposte formano una rosetta basale (rosolata). L’arnica ha fiori dai colori vivaci, simili alle margherite gialle, ed essiccati sono le parti più utilizzate negli unguenti medicinali. Tuttavia, vengono utilizzate anche le radici e i rizomi.

L’arnica è stata ampiamente utilizzata nella medicina europea già molti secoli fa: le prime tinture alcoliche sono state prodotte dai coloni del Nord America per curare il mal di gola, come febbrifugo e per migliorare la circolazione.
Oggi l’arnica montana è utilizzata come agente omeopatico topico che porta sollievo dal dolore. Il suo meccanismo d’azione, tuttavia, non è ben noto. Le preparazioni di arnica hanno mostrato di procurare guarigione dalle ferite, oltre ad avere proprietà antisettiche, antinfiammatorie e antidolorifiche. Questo potrebbe derivare da due sostanze chimiche chiamate elenalina e diidroelenalina: si tratta di sostanze che possono modificare l’azione delle cellule immunitarie, uccidere i batteri, ridurre l’infiammazione.
Ancora oggi, l’arnica e i suoi estratti sono ampiamente utilizzati nei rimedi naturali e omeopatici per combattere acne, foruncoli, contusioni, distorsioni, eruzioni cutanee, dolori muscolari, dolori articolari, rigidità, lividi, gonfiori e ferite. L’arnica non è un medicinale allopatico e per questo può essere utile per tutte le persone che non tollerano il dolore ma che, nello stesso tempo, vogliono evitare eventuali effetti collaterali di farmaci antidolorici.

L’arnica non deve essere applicata sulle ferite aperte o direttamente sulle mucose. Le forme orali non diluite non sono considerate sicure, in quanto potrebbero provocare arresto cardiaco, battito cardiaco accelerato, respiro corto, mal di stomaco, diarrea e vomito. L’FDA (Food Drug Administration) considera l’arnica pura una pianta con potenziali pericoli. Ancora, alcune persone possono mostrare reazioni allergiche o di ipersensibilità: in questo caso è importante interrompere l’uso di arnica quando si presentano i primi problemi.



L’arnica contiene delle sostanze in grado di eliminare i batteri e rafforzare il sistema immunitario, ha ottime proprietà antinfiammatorie e antidolorifiche. È adatta per favorire la cicatrizzazione delle ferite e, in caso di piccoli traumi, contusioni ed ematomi, l’arnica dà sollievo al dolore, diminuisce il gonfiore e protegge i capillari. Inoltre, l’arnica è un valido rimedio anche contro le infiammazioni di bocca e gola, contro le punture di insetto, i foruncoli, le flebiti, la febbre. Infine, l’arnica può essere utilizzata anche come stimolante delle funzioni cerebrali, come tonico del sistema nervoso centrale.

La sua azione antinfiammatoria è dovuta ai componenti chimici contenuti in questa erba medicinale: le sostanze amare, come i lattoni sesquiterpenici, in particolare l’elenalina, in grado di modificare l’azione delle cellule immunitarie, gli oli essenziali capaci di stimolare l’irrorazione sanguigna dalle proprietà disinfettanti e i tannini.

I principi attivi sono contenuti principalmente nei fiori, che vengono essiccati per ricavarne le varie formulazioni: gel unguenti, tintura madre e granuli omeopatici. Gli olii da massaggio a base di arnica sono perfetti prima dell’attività sportiva, per riscaldare i muscoli e prevenire gli strappi e dopo, per alleviare i dolori muscolari ed evitare le contratture. Le formulazioni in gel, crema e unguento, o impacco, invece, sono indicate per traumi, contusioni, ematomi e gonfiori. Il gel è adatto per il primo soccorso, nella fase acuta del trauma, mentre l’unguento agisce quando permane l’edema dopo urti, slogature e stiramenti.

L’impiego topico invece è particolarmente consigliato tutte le volte in cui si subiscono traumi o si soffre di dolori muscolari o articolari. L’arnica ha infatti mostrato particolari doti antinfiammatorie e anche analgesiche.

In commercio si trovano facilmente gel di arnica o pomata di arnica (con diverse concentrazioni di principio attivo) da applicare al bisogno sulle zone dolenti, generalmente una piccola porzione di prodotto 2 o 3 volte al giorno. Molto efficace anche l’olio che si può trovare solo o in combinazione con altre sostanze ed è utile per realizzare dei veri e propri massaggi antinfiammatori e lenitivi nei confronti dei muscoli e delle articolazioni.

Infine esiste la tintura madre di arnica, una soluzione alcolica a base di questa pianta ideale per fare impacchi nelle zone dolenti. L’importante è ricordarsi sempre di diluirla prima con abbondante acqua, si tratta infatti di un prodotto molto potente che non deve mai essere utilizzato puro.

E’ possibile anche acquistare i fiori secchi in erboristeria e preparare in casa un decotto a base di arnica, anch’esso da utilizzare in caso di piccoli traumi, oppure una tintura curativa, ottenuta lasciando macerare in un bicchiere contenente 100 ml di alcol, per 5 giorni, 10 grammi di fiori di arnica essiccati. Una volta filtrata si potranno prendere poche gocce di tintura diluirle in 4 parti d’acqua ed applicare sulle zone dolenti a mo’ di impacco. Attenzione però a non utilizzare mai arnica sulle ferite aperte.

Le proprietà di questa pianta sono dovute probabilmente all'azione combinata di composti fenolici e flavonoidi, che hanno una parte fondamentale nei meccanismi coinvolti nella diminuzione dei mediatori infiammatori (molecole, generate in un focolaio infiammatorio, capaci di modulare la progressione dell'infiammazione e la sua eventuale cronicizzazione) e delle tossine che generano radicali liberi”.

L'applicazione di composti a base di arnica stimola l'aumento della produzione di antiossidanti: questo aiuta nella prevenzione di ulteriori danni ai tessuti, lesioni e la sovrapproduzione di membrana sinoviale in alcuni casi di artrite.
Sono state confermate poi le sue proprietà anche in casi di infiammazioni gravi, come ad esempio la riduzione delle terribili ecchimosi che seguono ad interventi di chirurgia plastica al naso.

L'utilizzo prolungato di arnica non è consigliato, perché può portare ad irritazioni, anche serie, della pelle ed è assolutamente da evitare su ulcere e ferite aperte.
Non si esclude neppure la possibilità di reazioni allergiche nei confronti della pianta. Se è la prima volta che la utilizzate provate prima ad applicarla solo su un piccolo lembo di pelle.


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domenica 10 luglio 2016

MANDRAGORA

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La mandragora è un genere di piante appartenenti alla famiglia delle Solanaceae comunemente note come mandragola.
Le loro radici sono caratterizzate da una peculiare biforcazione che ricorda la figura umana (maschile e femminile); insieme alle proprietà anestetiche della pianta, questo fatto ha probabilmente contribuito a far attribuire alla mandragola poteri sovrannaturali in molte tradizioni popolari.

La mandragola costituì uno degli ingredienti principali per la maggior parte delle pozioni mitologiche e leggendarie. Innanzitutto il nome, probabilmente di derivazione persiana (mehregiah), le è stato assegnato dal medico greco Ippocrate. Nell'antichità le venivano accreditate virtù afrodisiache; era utilizzata anche per curare la sterilità.

Alla mandragora venivano nel Medioevo attribuite qualità magiche e non è un caso se era inclusa nella preparazione di varie pozioni. È raffigurata in alcuni testi di alchimia con le sembianze di un uomo o un bambino, per l'aspetto antropomorfo che assume la sua radice in primavera. Da ciò ne è derivata la leggenda del pianto della mandragola ritenuto in grado di uccidere un uomo e per questo, come ricorda Machiavelli nell'omonima sua commedia, il metodo più sicuro per coglierla era legarla al guinzaglio di un cane e quindi lasciarlo libero di modo che, tirando la corda, questi avrebbe sradicato la mandragola udendone il lamento straziante e morendo all'istante, consentendo così al proprietario di coglierla.

La mandragora veniva considerata una creatura a metà del regno vegetale e animale, come il meno noto agnello vegetale di Tartaria. Nel 1615, in alcuni trattati sulla licantropia, tra i quali quello di Njanaud, appariva l'informazione dell'uso di un magico unguento a base di mandragora che permetteva la trasformazione in animali.

Secondo le credenze popolari, le mandragore nascevano dallo sperma emesso dagli impiccati in punto di morte. La mandragola può essere ricondotta ad alcune usanze della stregoneria nelle quali era utilizzata come surrogato delle più famose bambole di cera. È considerata una pianta magica anche dalla Wicca moderna, in particolare nei giorni di plenilunio.

La pianta della mandragora viene pure ricordata nell'omonima rappresentazione teatrale di Niccolò Machiavelli, fra le piante magiche del romanzo fantasy Harry Potter e la camera dei segreti e dell'omonimo film da esso tratto, nel nome di due personaggi dell'anime e manga I Cavalieri dello zodiaco, nonché nel lungometraggio Il labirinto del fauno e nel film di Stefano Bessoni Krokodyle dove una mandragola viene utilizzata nel processo di fabbricazione di un homunculus. Inoltre viene descritta in Haunting Ground per le sue proprietà rivitalizzanti. Nel videogioco Pokémon, Oddish è ispirato a questa pianta. Nel romanzo di Luigi Santucci Il mandragolo il protagonista Demo (un essere deforme, ma dotato di straordinari poteri medianici) viene paragonato alla pianta magica. Nel film prodotto da Iginio Straffi Winx Club - Il Segreto del Regno Perduto uno dei personaggi, ostili alle fate, si chiama Mandragora.

La mandragora aveva (ed ha tutt’oggi) anche un impiego medicinale, afrodisiaco e psicoattivo. In Oriente, è citata nel Vecchio Testamento in Genesi e nel Cantico dei Cantici con il nome di dudaim, “amore e paura”. Nel primo episodio, Rachele, disperata per non avere figli, supplicò Lea di darle una delle mandragore trovate dal figlio Ruben, concedendole in cambio il marito per una notte. Nel secondo episodio, Shulammite invita il suo amante ad andare nei campi dove crescono le mandragore. Flavio Giuseppe, nella Guerra Giudaica, menziona una pianta nota come baaras, “ardore”, probabilmente la mandragora, che “ verso sera emette una luce brillante, elude le persone che tentano di raccoglierla, a meno che non si pongano su essa certe secrezioni del corpo umano. Applicata al paziente, la radice fa espellere i demoni”.

Un nome significativo è quello attribuito nell’Arabia preislamica, cioè abu ‘lruh, “signore del respiro vitale” o “signore dello spirito”, a indicare la carica spirituale della mandragora e probabilmente la sua identificazione con una divinità. Con l’avvento dell’Islam, ritroviamo Tufah al-jinn, “mele del demonio”, Baydal-jinn, “testicoli del demonio” e anche “candela del diavolo”. Questo valore negativo attribuito dagli Arabi alla mandragora si ritrova in una formula per la preparazione di un veleno a base di radici decomposte della pianta. In Persia, il nome è sag-kan, “scavata da un cane”.



Nell’Europa medievale, alla mandragora furono attribuiti numerosi epiteti, per esempio “mela di Satana”, “testicoli di Satana”, “mela dello stolto” e “mela dell’amore”. Per i Germani era nota come Drachenpuppe, “pupazzo-dragone”, e Galgenmännlein, “piccolo uomo delle forche”, mentre in Islanda come thjofarot, “radice dei ladri”. Altre denominazioni ricordavano l’effetto narcotico e le streghe. Una della caratteristiche della mandragora che suscitò la fantasia degli antichi fu la somiglianza della sua radice con la figura umana. Sembra che sia stato Pitagora uno dei primi a descrivere la radice come antropomorfa. E come per tutte le piante magiche, estirparla era pericoloso. Occorreva seguire un preciso rituale e rispettare certe precauzioni. Teofrasto di Lesbo, poi ripreso da Plinio il Vecchio, scrive che per raccoglierla bisogna tracciarle attorno tre cerchi con una spada e tagliarla rivolgendosi a ovest. Tagliandone una seconda parte, si dovrebbe danzarle attorno e dire “quante più cose è possibile sui misteri dell’amore”.

Durante il Medioevo, il rituale prevedeva di recarsi sul posto il venerdì al crepuscolo, con un cane nero affamato. Dopo essersi tappate le orecchie, si facevano tre segni di croce sulla pianta, si scavava attorno e si poneva attorno alla radice una corda, poi annodata al collo o coda del cane. Poco lontano si poneva del cibo per l’animale, il quale strattonando staccava la radice che emetteva un grido. In questo modo, il cane moriva al posto dell’uomo.

C’è addirittura chi fa nascere la mandragora nel Giardino dell’Eden: i primi Esseri umani non sarebbero stati che giganti mandragore sensitive; essi avrebbero poi mantenuto per sempre intimi rapporti con la Pianta Madre specie per quanto riguarda l’aspetto delle sue radici.

Essendo una pianta potenzialmente bisex, quindi ambivalente nei suoi rapporti con l’Essere umano, essa poteva sia guarire la mente e il corpo, come anche portarlo alla perdizione: sia donargli il sonno ristoratore che provocargli la pazzia; sia proteggerlo contro il veleno dei serpenti che ucciderlo senza pietà; oppure lenire il dolore, o (in forti dosi) produrre allucinazioni e deliri.

Nel I secolo d.C. Dioscoride testimonia l’impiego della radice di mandragora, stemperata nel vino, come antidolorifico nei pazienti sottoposti a incisioni e cauterizzazioni.

Sempre come analgesico, a Roma lo stesso preparato (importato dall’Egitto) era anche in uso (come anche la coda essiccata di vipera) contro il mal di denti. Gli erbari medioevali attribuivano poteri prodigiosi a tutte le parti di questa pianta, non di rado tuttavia vicini alla realtà, quali ad esempio la proprietà di indurre anestesia. E verso la fine del XIII secolo Arnaldo da Villanova, tra i rappresentanti più eminenti della famosa Scuola Medica di Montpellier, nella sua Opera omnia improntata alle dottrine della Medicina araba (allora all’avanguardia) riporta una “ricetta anestetica” consistente nell’applicare sul naso e sulla fronte del paziente un panno imbibito di un miscuglio acquoso di oppio, mandragora e giusquìamo in parti eguali, che consentiva di far “cadere il paziente in un sonno così profondo da poterlo operare senza che sentisse dolore e potergli quindi fare qualsiasi cosa”.

Tuttavia, nel Rinascimento molte delle tante virtù medicinali ascritte alla mandragora furono contestate, talvolta derise, anche se le farmacie erano stracolme dei preparati più diversi a base della pianta. Poiché comunque la gente continuava a credere che bastasse possedere un po’ di mandragora, anche senza utilizzarla, per assicurarsi la felicità, la salute e la ricchezza, la richiesta era molto alta. E laddove per le condizioni climatiche e del terreno di mandragora DOC non ne cresceva, abilissimi sofisticatori provvedevano a soddisfare le crescenti e lucrose richieste trasformando in “autentiche” piante che le assomigliavano solo vagamente.

Superfluo dire che le leggende legate alle proprietà magiche della mandragora sono ormai sfatate. La moderna Scienza ne ha riconosciuto i reali effetti sul corpo umano nel suo contenuto in principi chimici attivi come la scopolamina, l’atropina e la josciamina, le cui proprietà vengono oggi utilizzate dalla farmacologia ufficiale in dosi ben determinate e non arbitrarie come un tempo. Tuttavia, nei secoli, nella medicina popolare la mandragora ha continuato ad avere avuto gli impieghi più diversi e fantasiosi: oltre che contro l’epilessia e la depressione, ad esempio, anche contro l’insonnia (commista a rosso d’uovo e latte di donna) e contro l’incontinenza urinaria, nonché (in piccole dosi) come anestetico e antiveleno.

Tuttavia, nonostante le attuali convalidate conoscenze scientifiche circa la reale natura chimica e gli effetti farmacologici dei suoi princìpi attivi, nella fantasia popolare la mandragora ha mantenuto pressoché immutato l’antico fascino. All’Orto Botanico di Berlino si è addirittura rinunciato a coltivarla: le Autorità comunali preferiscono mantenere vuoto lo spazio riservato alla sua coltivazione piuttosto che vederlo continuamente espoliato dai continui furti. E - assicurano gli esperti, nel convulso mondo odierno di super-computer e di missili interplanetari, esiste tuttora un fiorentissimo commercio di “preparati” di mandragora, contenenti frammenti delle sue radici (ma talora sono di rapa), variamente commisti a grani di papavero o di giusquìamo, a polvere di mirra o di ferro calamitato, e (nelle confezioni più ambìte e costose) a sangue di pipistrello.



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sabato 21 novembre 2015

FAMIGLIE CON MALATI PSICHIATRICI

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Mentre la cultura nei diversi settori della medicina avanza anche fra la gente comune per effetto del continuo apporto dei media, che crea poi domanda di ritorno, è opinione diffusa che nel campo della salute mentale esista ancora una certa misconoscenza del problema. È viceversa ben presente l’effetto del pregiudizio, come sempre avviene in questi casi, che va dalla paura, alla vergogna, alla colpa. La paura soprattutto è diffusissima nei confronti di un pericolo vago e distinto; vergogna e colpa colpiscono invece i familiari. I media purtroppo, invece di impegnarsi nella lotta al pregiudizio, ne sono anch’essi vittime acritiche, sempre alla ricerca esasperata di sensazionalismo a ogni costo.
In questo panorama si può verificare, a un certo punto, la situazione di un congiunto colpito dalla malattia mentale con diagnosi di schizofrenia o di altra psicosi grave. E qui inizia la difficoltà del confronto con qualcosa di difficile da capire, con i pareri più diversi degli addetti ai lavori (farmaci vecchi e nuovi, psicoterapie di varie tendenze, prognosi nebulose, prese in carico difficili), con il peso maggiore che grava sulla famiglia, non in grado di reggerlo per varie ragioni (età avanzata, mancanza di risorse economiche, conflittualità eccessiva…).
A differenza di altre malattie o di un handicap fisico, la malattia mentale non concede tregua, non consente una vita familiare degna di questo nome, poiché è molto distruttiva.

Convivere con il disagio mentale di un figlio o un genitore. Stare 24 ore al giorno assieme a una persona scrutando i suoi comportamenti, osservando le sue reazioni, assecondando le piccole follie quotidiane e temendo, d´altro canto, che un giorno la psiche possa dare il via a un raptus di violenza incontenibile.

Detto così, quello del disagio psichico sembra un problema per poche famiglie sfortunate. Invece una casa su due, circa un quinto della popolazione, si trova a fare i conti con situazioni di malessere, se non di vera malattia. Si tratta di dati peraltro destinati ad aumentare inesorabilmente, secondo gli specialisti, con la crescita dello stress della vita. Ma soprattutto si tratta di dati stimati, nascosti. La maggior parte dei casi non viene allo scoperto, ma resta latente: "Le famiglie, per un senso di vergogna, spesso sono restie a confidare a uno specialista di avere un problema - dice Vincenzo Villari, primario della Psichiatria 2 delle Molinette - E lo fanno solo quando esplode in modo eclatante. Invece spesso è possibile prevenire certi comportamenti violenti facendosi seguire da una persona neutrale, esterna alla famiglia, in grado di valutare certe situazioni critiche che si sono cristallizzate in casa. E questo è un problema trasversale a tutta la società, che non si fa influenzare dal ceto o dal livello culturale. Anche se spesso famiglie di estrazione sociale diversa reagiscono in modo diverso al problema".



Solo in rari casi, ovviamente, il destino di questi nuclei familiari è quello di diventare protagonisti di un caso di cronaca atroce. "Da sempre si tende erroneamente a collegare la malattia mentale alla violenza - continua Villari - Invece le statistiche non lo dimostrano affatto. Quello che cambia, piuttosto, è che la violenza nelle persone sane sembra spinta da ragioni più comprensibili, mentre i malati mentali a volte agiscono spinti da motivazioni deliranti. E questo ci spiazza. Certamente, però, va presa in considerazione l´esistenza di un precedente. Se già una persona ha avuto un episodio di violenza, capire l´origine del disturbo e curarla è fondamentale per ridurre il rischio che si ripeta".

In generale il disturbo è soggettivo, il malato non fa del male ma sta male. E stanno male i loro familiari. Da anni, ormai, la psichiatria prende in cura, oltre al malato, anche i parenti. Perché spesso sono proprio le relazioni nate sotto lo stesso tetto la causa o l´affetto di un disagio psichico. In molti casi non si può parlare di malattia mentale, ma di malessere. E spesso si instaurano relazioni familiari basate sul ricatto emotivo, comportamenti improntati sulla paura di reazioni. "È una situazione molto più frequente di quanto non si pensi - conclude Villari - ed è anche difficile da sondare dall´esterno, perché le dinamiche all´interno di una famiglia possono sembrare incomprensibili, agiscono su livelli sotterranei. La famiglia è un grande contenitore di emozioni e i suoi componenti devono essere in grado di notare quando queste dinamiche prendono una piega sbagliata: comportamenti strani, emozioni diverse dal solito, decadimento improvviso del rendimento scolastico o lavorativo. Quello è il momento in cui bisogna chiedere aiuto, prima che sia tardi".

L’attenzione riservata alle famiglie nella psichiatria ha una storia relativamente recente ed in pochi anni il lavoro con le famiglie si è radicalmente trasformato.
Fino a quando era il manicomio l'istituzione preposta a rispondere ai bisogni non solo di cura, custodia, ma anche di controllo sociale, nel rapporto tra istituzione e paziente la famiglia restava in ombra, scompariva dalla scena. La separazione netta tra la normalità e la follia costruiva la lontananza della famiglia.
Possiamo forse immaginare le ricadute emotive nelle famiglie rispetto al vissuto di colpa per l'assenza, per la distanza del familiare ricoverato. Le ricerche al riguardo sono scarse, ma sono le persone, i loro racconti a suggerirci l’esistenza di un vissuto familiare pesante anche in presenza di risposte istituzionali tanto certe quanto forti e di delega totale quali quelle manicomiali.
L’ereditarietà, questione su cui oggi s’impegnano le neuroscienze, era l’unico terreno in cui comparisse la famiglia in chiave esclusivamente deterministica e come fonte di dati anamnestici oggettivi, o presunti tali (la tara ereditaria).
Ancora oggi dobbiamo confrontarci con le famiglie che ricordano "il sangue malato" del nonno morto in manicomio, forse ricomparso nel figlio, e si vergognano, e non parlano, e piangono.



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venerdì 13 novembre 2015

DRACENA DRAGO

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La chiamano "sangue di drago" o, in lingua locale, Dam al-Akhawain questa pianta succulenta dalla caratteristica forma di ombrello rivoltato. Appartiene alla famiglia delle agavaceae, ma questa particolare specie di dracena drago (Dracaena cinnabari) esiste in un solo posto al mondo: sull'isola di Socotra, Yemen, una vera e propria isola delle meraviglie incastonata nell'Oceano Indiano. L'albero del drago con la sua chioma a forma di fungo ricorda i primi alberi cresciuti sul nostro pianeta. Il suo nome deriva dalla resina rosso scuro (cinabro) che fuoriesce quando la corteccia o le foglie vengono recise, chiamata fin dall'antichità "sangue di drago" e utilizzata dalla popolazione locale come pigmento colorante ed essenza profumata, ma anche come medicamento.

Il sangue di drago è una resina di colore rosso, che si ottiene da numerose e differenti specie di piante: Croton, Dracaena, Daemonorops, Calamus e Pterocarpus. Questa resina rossa era usata nei tempi antichi per molti scopi: per laccare il legno, in medicina, come incenso e come tinta. Tuttora viene usata per alcuni di questi scopi, anche se ormai in modeste quantità, anche a causa del suo alto costo.

Tutte le resine conosciute sotto il nome di Sangue di Drago si presentano come masse rosso brune, a frattura vetrosa lucente, che frantumate danno una polvere rosso carminio, praticamente inodore o di aroma leggermente balsamico, di sapore dolciastro, solubile in etanolo e insolubile in acqua. La composizione di queste resine registra la presenza di esteri benzoici e benzoilacetici di resinotannoli e resinoli. Tra le sostanze coloranti sono stati identificati il Dracocarminio (C31H24O5) e il Dracorubino (C32H24O5).

I documenti più antichi rivelano che il primo Sangue di Drago abbondantemente raccolto e commerciato fu quello derivato dalla Dracaena cinnabari, una pianta endemica dell'isola di Socotra. La resina veniva esportata verso il bacino del Mediterraneo e il Vicino Oriente, lungo la cosiddetta via dell'incenso nella Penisola Arabica, assieme ad altre celebri resine prodotte nella stessa regione, come l'Olibano e la Mirra. Presso gli antichi Romani vi era molta confusione a proposito del Sangue di Drago, ad esempio essi spesso confondevano la resina ricavata dalle piante del genere Dracaena con il Cinabro (HgS,un minerale che per sublimazione, può risultare velenoso). Comunque il Sangue di Drago utilizzato dai Romani e dai popoli vicini era per lo più quello della Dracaena cinnabari, e come testimoniato nel primo secolo, nel resoconto del Periplus maris erythraei, Socotra fu il più importante centro del commercio di questi prodotti (perciò fu detta l'isola dell'incenso) e lo era sicuramente dal tempo di Tolomeo. Nell'antica Cina non si faceva praticamente distinzione se il Sangue di Drago era ricavato da differenti specie di piante (e tuttora molto spesso le resine derivanti dalle piante del genere Dracaena e quelle derivanti dal genere Daemonorops, vengono normalmente vendute come Sangue di Drago senza distinzione o indicazione della pianta d'origine. Naviganti del XV secolo, esplorando le isole Canarie, scoprirono una pianta, in seguito classificata come Dracaena draco, endemica di quelle isole e di alcune zone del Marocco secernente anch'essa una resina indicata anch'essa come Sangue di Drago. Una fonte storicamente importante di un tipo di Sangue di Drago è il Sud-Est Asiatico (Isole della Sonda spec. Sumatra, Molucche, Indocina, penisola di Malacca), dove viene ottenuto in gran quantità dalla palma di rattan del genere Daemonorops (in Indonesia la resina viene detta jerang o djerang). In questi paesi questo sangue di drago viene raccolto dai frutti (simili a grosse ciliegie in grappoli coperti di scaglie) che a maturità si ricoprono di una resina rossa. Rompendo questo strato resinoso che riveste i frutti e ammorbidendolo in acqua calda, si separa il prodotto finale appallottolandolo e pressandolo in solide palle più o meno sferoidali (dette cuore di drago).



Sull'isola di Socotra il Sangue di Drago ricavato dalla Dracaena Cinnabari viene considerato tuttora una sorta di panacea, infatti viene usato per far guarire le ferite, gli eczemi e altri disturbi della pelle, grazie alle sue capacità coagulanti (paradossalmente il Sangue di Drago ottenuto dalle piante del genere Daemonorops nel Sud-Est Asiatico ha invece proprietà opposte, cioè anticoagulanti), inoltre lo utilizzano per le sue capacità anti-diarroiche, per far abbassare la febbre, per curare le ulcere della bocca, per curare l'apparato gastro-intestinale, oltre che come antivirale per le vie respiratorie. Nel corso dell'antichità, nel bacino del Mediterraneo e nel Vicino Oriente il Sangue di Drago venne usato per le sue proprietà medicinali. Ad esempio Dioscoride ed altri scrittori greci descrissero le sue proprietà. In Cina viene utilizzato per la laccatura dei mobili in legno, ed inoltre viene usato molto spesso come tintura rossa preziosa da utilizzare per decorare pannelli e cartelloni in occasione di speciali festività (matrimoni, anno nuovo). Sin dal XVII secolo, dal Sangue di Drago viene inoltre ricavata una delle tipiche vernici usate dai maestri liutai italiani per rifinire i violini e altri strumenti ad arco. Nel secolo scorso vi fu persino una pasta dentifricia che conteneva la resina del Sangue di Drago nella sua ricetta. Ancora oggi viene utilizzato per le laccature degli strumenti musicali, nel restauro dei mobili e delle cornici dei quadri, nelle Fotoincisioni e negli oli per il benessere del corpo. Dal punto di vista magico-rituale in India viene ancora usato come incenso cerimoniale. Nell'Hoodoo, che è un tipo di magia popolare afro-americana, come anche nel Voodoo di New Orleans, il Sangue di Drago viene utilizzato nelle mani mojo per attirare denaro ed amore, inoltre viene usato come incenso per ripulire i luoghi dalla presenze ed influenze negative. Viene inoltre aggiunto nell'inchiostro rosso detto “Sangue di Drago”, utilizzato per scrivere sigilli magici e talismani. Nella medicina popolare il Sangue di Drago viene usato esternamente come soluzione o sospensione per favorire la guarigione delle ferite e per fermare il sanguinamento, mentre internamente serve contro i dolori alla cassa toracica, i traumi interni e le irregolarità mestruali. Nella magia medioevale e moderna e nell'alchimia era associato alla sfera planetaria di Marte. Nella stregoneria neopagana viene utilizzato per incrementare la potenza degli incantesimi di protezione, d'amore e sessualità, di allontanamento e di attacco. Anche nello sciamanesimo New Age, ha usi simili.

I tentativi di piantare la Dracena a diverse altezze e anche a diverse latitudini sono in corso, ma come detto si tratta di una pianta delicata e che cresce in maniera estremamente lenta. Si tratta di un lavoro ultradecennale che ad oggi è solo all’inizio.

Ma non solo di Dracena si parla, quando si accenna alla biodiversità che caratterizza Socotra: basti pensare che qui sono presenti 825 specie di piante, di cui il 37% esiste solo a Socotra, così come la stragrande maggioranza di lumache e rettili: anche la popolazione aviaria è sempre più a rischio e ci ricorda di quanto siano delicati gli equilibri di questa isola.



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venerdì 8 maggio 2015

LA PEONIA SELVATICA

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Pianta erbacea perenne con portamento eretto alta solitamente intorno ai 60 cm ma che può raggiungere talvolta dimensioni ragguardevoli (fino a 120 cm). Presenta rizoma legnoso, con, alla base, tuberi sotterranei. Le foglie sono piuttosto grandi, tripartite più volte, picciolate, verdi con superficie lucida nella pagina superiore, più pallide e glauche in quella inferiore. Il fiore, dal profumo gradevole, è unico e molto appariscente sia per le sue dimensioni (da 2 a 10 cm quando è aperto) che per il  colore dei petali che nella varietà spontanea è tra il rosso cremisi e il rosa porpora acceso. Molto raramente i fiori possono essere bianchi. All’interno presenta numerose antere giallo dorate.

Periodo di fioritura: da aprile a giugno.

Boschi radi di latifoglie, radure delle faggete, arbusteti, pendii pietrosi asciutti prevalentemente calcarei da 100 a 1800 metri di quota. E’ presente sull’arco alpino e nelle aree appenniniche dell’Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Abruzzo e Molise. Nonostante sia presente in molte regioni italiane è una pianta che allo stato spontaneo sta divenendo sempre più rara: gli splendidi e appariscenti fiori sono stati in passato raccolti indiscriminatamente impedendo la formazione di semi e la produzione di nuove piante: per questa ragione è pianta quasi ovunque protetta in senso assoluto.

La peonia era nota fin dall’antichità, se ne sono trovate tracce nei testi di 2000 anni fa: veniva citata nell’Iliade, come pure in antichi testi cinesi; la sua diffusione in Europa tuttavia avvenne solo a partire dal diciannovesimo secolo.
Secondo una leggenda della mitologia greca, il suo nome deriva da Paeon, medico degli dei e studente di Asclepio, il dio della medicina; Asclepio, geloso della bellezza e della bravura del suo allievo, tentò di ucciderlo; Zeus per salvargli la vita lo trasformò nella pianta che porta il suo nome. In base ad un’altra leggenda la peonia nacque nel luogo dove Diana, dea della caccia, versò copiose lacrime quando si accorse di aver ucciso l’amato Orione con una freccia scoccata dal suo arco, a seguito di un tranello tesole dal fratello Apollo. Un’antica leggenda cinese invece narra che le ninfe utilizzassero i petali di peonia per nascondersi agli sguardi ed ai pericoli del mondo; in Oriente la peonia è considerata un fiore di buon auspicio, portatore di amore, armonia e fertilità nella vita matrimoniale. Nel linguaggio dei fiori rappresenta la timidezza, la vergogna, il pudore.

Questa pianta spontanea è utilizzata nella medicina omeopatica come rimedio contro l’epilessia. Tale proprietà era nota anche nell’antichità: si narra che i fiori di peonia dovessero essere raccolti con il favore delle tenebre, per evitare gli attacchi di un misterioso “picchio verde” – solo in questo modo si poteva preservare le virtù curative della pianta per l’epilessia, la pazzia e la tosse. La pianta ha effettivamente funzioni sedative dovute alla peonina, un alcaloide in essa contenuto; per questo motivo è impiegata con successo come antispasmodico e sedativo per la tosse, oltre che come rimedio per stati d’ansia, di stress o di eccessiva agitazione, contro le nevralgie e contro l’emicrania. Tuttavia se viene utilizzata in quantità eccessive, o se ne vengono ingerite alcune parti, può diventare tossica per l’uomo dando luogo ad episodi di nausea, vomito e dolori addominali; nelle donne gravide può essere causa di aborto. I fiori di peonia vengono utilizzati per le tisane a funzione espettorante; taluni consigliano da 5 a 10 gocce al dì di tintura madre per la cura della pertosse, o per tossi particolarmente persistenti. Un altro utilizzo che viene fatto con i fiori di peonia, ricchi di antociani, flavonoidi e tannini, consiste nella formulazione di preparati per trattare fistole, ragadi anali ed emorroidi. Si ritiene che i semi abbiano proprietà emetiche e purgative.

Secondo antichi riti popolari, le madri preparavano collane con semi di peonia da mettere al collo dei propri figli per preservarli dal malocchio, per alleviare il dolore nel periodo della dentizione, e per prevenire le convulsioni. Probabilmente per lo stesso motivo, la radice di peonia veniva data agli epilettici quando sentivano arrivare una crisi: masticare la radice avrebbe bloccato l’attacco epilettico.



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venerdì 1 maggio 2015

IL MIELE

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La parola miele sembra derivare dall'ittita melit. Per millenni, ha rappresentato l'unico alimento zuccherino concentrato disponibile. Le prime tracce di arnie costruite dall'uomo risalgono al VI millennio a.C. circa. Per millenni il miele è stato il principale dolcificante usato dall'uomo.

Anche nell'antico Egitto il miele era apprezzato, e le prime notizie di apicoltori che si spostavano lungo il Nilo per seguire con le proprie arnie la fioritura delle piante risalgono a 4000 anni fa. Inoltre, gli Egizi usavano deporre accanto alle mummie grandi coppe o vasi ricolmi di miele per il suo viaggio nell'Aldilà, alcuni dei quali sono stati rinvenuti durante gli scavi ancora perfettamente sigillati (l'archeologo T.M. Davies ha scoperto per esempio in una tomba egizia un barattolo di miele vecchio di 3300 anni, perfettamente commestibile). Dalla lettura dei geroglifici è noto che ricette a base di miele erano impiegate non solo ad uso alimentare ma anche medico (cura dei disturbi digestivi, unguenti per piaghe e ferite).

I sumeri lo impiegavano in creme con argilla, acqua e olio di cedro, mentre i babilonesi lo impiegavano per cucinare: erano diffuse infatti le focaccine fatte con farina, sesamo, datteri e miele. Nel Codice di Hammurabi si ritrovano articoli con cui gli apicoltori erano tutelati dal furto di miele dalle arnie.

La medicina ayurvedica, già tremila anni fa, considerava il miele purificante, afrodisiaco, dissetante, vermifugo, antitossico, regolatore, refrigerante, stomachico e cicatrizzante. Per ogni specifico caso era indicato un differente tipo di miele: di ortaggi, di frutti, di cereali o di fiori.

I Greci lo consideravano "cibo degli dei", e dunque rappresentava una componente importantissima nei riti che prevedevano offerte votive. Omero descrive la raccolta del miele selvatico; Pitagora lo raccomandava come alimento per una vita lunga.

I romani ne importavano grandi quantitativi da Creta, da Cipro, dalla Spagna e da Malta. Da quest'ultima pare anche derivarne il nome originale Meilat, appunto terra del miele. Veniva utilizzato come dolcificante, per la produzione di idromele, di birra, come conservante alimentare e per preparare salse agrodolci.

Nella alimentazione medievale il miele aveva un ruolo ancora centrale, seppure ridotto rispetto all'antichità, ed era usato principalmente come agente conservante oltre che dolcificante.

Il miele fu gradualmente soppiantato come agente dolcificante nei secoli successivi, soprattutto dopo l'introduzione dello zucchero raffinato industrialmente.

Recentemente in virtù delle proprietà terapeutiche il miele sta in parte ritornando in voga.

Il miele è prodotto dall'ape sulla base di sostanze zuccherine che essa raccoglie in natura.

Le principali fonti di approvvigionamento sono il nettare, che è prodotto dalle piante da fiori (angiosperme), e la melata, che è un derivato della linfa degli alberi, prodotta da alcuni insetti succhiatori come la metcalfa, che trasformano la linfa delle piante trattenendone l'azoto ed espellendo il liquido in eccesso ricco di zuccheri.

Per le piante, il nettare serve ad attirare vari insetti impollinatori, allo scopo di assicurare la fecondazione dei fiori. A seconda della loro anatomia, e in particolare della lunghezza della proboscide (tecnicamente detta ligula), le api domestiche possono raccogliere il nettare solo da alcuni fiori, che sono detti appunto melliferi.

La composizione dei nettari varia secondo le piante che li producono. Sono comunque tutti composti principalmente da glucidi, come saccarosio, glucosio e fruttosio, e acqua.

Il loro tenore d'acqua può essere importante, e può arrivare fino al 90%.

La produzione del miele comincia nell'ingluvie dell'ape bottinatrice (la cosiddetta borsa melaria), dove il nettare raccolto viene accumulato.

Giunta nell'alveare, l'ape rigurgita il nettare, che a questo stadio è ancora molto liquido.

Il compito passa alle api operaie, che per 30 minuti digeriscono il nettare scindendo gli zuccheri complessi in zuccheri semplici, utilizzando enzimi come l'invertasi, la quale ha la proprietà di idrolizzare il saccarosio in glucosio e fruttosio.

L'elaborazione del nettare viene ultimata con la sua disidratazione, per prevenire la fermentazione. A questo scopo, le api operaie lo depongono in strati sottili sulla parete delle celle. Le api ventilatrici mantengono nell'alveare una corrente d'aria che provoca l'evaporazione dell'acqua. Il miele impiega in media 36 giorni per maturare, ma la durata varia a seconda dell'umidità iniziale del nettare. Viene quindi immagazzinato in altre cellette che, una volta piene, saranno sigillate (opercolate).

Le api utilizzano il miele come nutrimento, in caso di grande freddo la produzione basta solamente ai bisogni dell'alveare.

Le fasi di lavorazione del miele sono un insieme di procedimenti che l'apicoltore compie per ottenere il miele in forma commercializzabile.

La lavorazione dell'uomo inizia dove finisce quella dell'ape, ovvero alla fine delle fioriture, dopo che le api hanno immagazzinato ed opercolato il miele nei favi.

La lavorazione di seguito descritta è quella utilizzata nell'apicoltura moderna razionale.

Le api accumulano il miele prodotto nei favi contenuti nei melari. Al momento opportuno l'apicoltore decide di toglierli dall'arnia per portarli in laboratorio ed iniziare l'estrazione del miele. Questa fase comporta la necessità di togliere le api contenute nel melario. Per questa operazione vengono alternativamente utilizzati due strumenti: il soffiatore, oppure gli apiscampi. Il soffiatore viene utilizzato dagli apicoltori professionisti perché più rapido e perché è sufficiente una sola visita per completare l'estrazione dei melari. Il melario viene posto in verticale sull'arnia, il soffiatore spazza via tutte le api in pochi secondi ed il melario è pronto per essere portato via. Gli apiscampi invece devono essere posti tra il nido ed i melari qualche giorno prima di poter portar via i melari e quindi è necessario effettuare due passaggi. Vengono utilizzati, seppure inefficienti, dagli apicoltori hobbisti in quanto (in numero limitato) sono più economici del soffiatore.

Una volta tolti dalla loro posizione sopra l'arnia, i melari vengono portati in laboratorio ed accatastati. In questo momento è opportuno controllare il grado di umidità del miele con un particolare tipo di rifrattometro chiamato mielometro. Se risultasse troppo umido occorrerebbe procedere alla fase di deumidificazione.

I favi dei melari sono generalmente opercolati, ovvero con le cellette chiuse con un tappo di cera. Occorre togliere questo "tappo" per permettere al miele di fuoriuscire. Questa operazione viene effettuata manualmente con una apposita forchetta o coltello, oppure attraverso un procedimento meccanizzato grazie alla macchina disopercolatrice.

Una volta disopercolate le celle, i telaini vengono posti nello smielatore che, grazie alla forza centrifuga, fa fuoriuscire il miele. Dallo smielatore il miele viene convogliato nei maturatori anche in questo caso con procedimenti differenziati tra professionisti ed hobbisti. I primi utilizzano un sistema di tubi e pompe, mentre i secondi preferiscono i più economici secchi (detti "latte").

Il miele viene versato nei maturatori passando attraverso i filtri che raccolgono i residui di cera, i resti delle api e qualsiasi altro materiale fosse accidentalmente finito nel miele. I filtri hanno maglie di diverse dimensioni e, di solito, se ne utilizzano un paio con maglie differenziate (larghe, sottili). Vengono utilizzati anche filtri a sacco di nylon.

Nella fase di smielatura il miele acquista aria che viene eliminata nella fase di decantazione: nel maturatore il miele decanta e l'aria viene a galla sotto forma di bollicine che formano la schiuma.

Durante la schiumatura viene eliminata la schiuma prodotta dalla fase di decantazione.

La cristallizzazione guidata è un processo, ampiamente usato nei paesi del nord Europa e negli Stati Uniti, che permette ai mieli florali a cristallizzazione variabile di assumere invece una consistenza cremosa omogenea, più adatta quindi alla commercializzazione, perché ne migliora la spalmabilità, senza peraltro variarne le caratteristiche chimiche.

Per ottenere questo risultato vi sono due procedimenti possibili, che devono essere effettuati a temperature comprese tra i 10 °C ed i 18 °C:
rimpicciolimento meccanico dei cristalli in formazione mediante rimescolamento
aggiunta del 5-10% di miele starter a cristalli fini e successivo rimescolamento.

Una volta tornato limpido per l'eliminazione dell'aria e prima che inizi la cristallizzazione il miele può essere invasettato (per la vendita al dettaglio) o versato in latte o fusti (per la vendita all'ingrosso).

Per invasettare viene utilizzata una macchina chiamata invasettatrice.

Lo stoccaggio è una fase importante per il miele in quanto una elevata temperatura, un'esposizione al sole o altre operazioni errate possono compromettere la qualità, il sapore ed anche la commestibilità del prodotto.

Grazie alle qualità di antibatterico naturale, il miele è un alimento che naturalmente ha una lunga conservazione. Tuttavia, sono possibili alcune alterazioni dovute principalmente a:
umidità;
luce;
calore.
L'umidità favorisce la fermentazione, che pur alterando il miele, può essere utilizzata per produrre l'idromele. La temperatura invece influenza direttamente l'aroma e i principi nutritivi: mentre al di sotto dei 10 °C è trascurabile (anzi, per evitare la cristallizzazione si può conservare il miele a temperature al di sotto dello zero), due mesi a 30 °C degradano il miele come un anno e mezzo a 20 °C. Analogo discorso vale per la luce diretta, quindi è opportuno conservare il miele in recipienti scuri o al chiuso. Inoltre, essendo igroscopico, il miele tende ad assorbire l'umidità e gli odori dell'ambiente, quindi i contenitori dovrebbero essere a chiusura ermetica.

La degradazione dello zucchero fruttosio, sia col tempo, sia in seguito a trattamento termico, genera idrossimetilfurfurale (HMF). Dato che l'HMF è praticamente assente nei mieli freschi, il suo valore, solitamente indicato in mg per kg (ppm) è un indicatore della buona conservazione e del tipo di lavorazione del miele. Il limite imposto dalla legge italiana è di 40 mg/kg. Nei mieli industriali, che sono sempre "liquidi", l'HMF è molto spesso vicino, se non pari a tale valore.

Sono migliaia le specie vegetali visitate dalle api: alcune danno origine a mieli monofloreali, in genere più pregiati e dall’aroma deciso, altre concorrono a produrre le varietà millefiori, più delicate.

A seconda della fiorita da cui viene tratto il nettare, variano il colore, la consistenza del miele ma soprattutto il suo sapore e le sue proprietà organolettiche, portando a specifiche differenze di olfatto e gusto: dall’aroma delicato del miele d’acacia, limpidissimo e liquido, al profumo intenso di quello di tiglio, dal retrogusto maltato di quello di melata di abete, dai riflessi verdastri, al gusto amarognolo di quello di castagno, denso e scuro, dal sapore pungente del miele d’eucalipto, a quello più gentile e fruttato del rododendro e del ciliegio.

Il miele merita di entrare tutti i giorni nelle nostre tavole.  Alimento energetico composto da zuccheri semplici (fruttosio-glucosio) facilmente digeribile, contiene: enzimi, vitamine, oligominerali, sostanze antibiotico-simili e sostanze che possono favorire i processi di accrescimento.
I settori dell'organismo in cui il miele esercita i suoi benefici:
Prime vie respiratorie: azione decongestionante, calmante della tosse
Muscoli: aumento della potenza fisica e della resistenza
Cuore: azione cardiotropa
Fegato: azione protettiva e disintossicante
Apparato digerente: azione protettiva, stimolante, regolatrice
Reni: azione diuretica
Sangue: azione antianemica
Ossa: fissazione del calcio e del magnesio
Si consiglia un consumo costante di 20/30 g/die in sostituzione dello zucchero raffinato, salvo controindicazioni (es. diabete).
Miele di tiglio: in caso di eccitabilità nervosa, insonnia
Miele di timo ed eucalipto: in caso di infezioni respiratorie
Miele di agrumi:  proprietà antispasmodiche e sedative
Miele di rosmarino: insufficienze epatiche, colescistopatie
Miele di castagno: ricostituente, rimineralizzante

La cristallizzazione è un processo naturale e può rappresentare una verifica della sua genuinità. Ci sono mieli che cristallizzano in breve tempo e mieli, meno frequenti, che si conservano allo stato liquido più a lungo (acacia).
Riscaldandolo a 45°C il miele ritorna liquido, ma occorre tener presente che, superata questa temperatura gli enzimi, le vitamine e le altre sostanze attive vengono danneggiate. Nell'industria del miele è molto diffusa la pastorizzazione che è in grado di liquefare stabilmente il miele ma, a causa delle alte temperature raggiunte, procura un considerevole danno biologico al prodotto.
Per gustare il miele è consigliabile, per chi lo usasse come dolcificante nel latte o in altre bevande, di non aggiungerlo mai quando queste sono bollenti, ma solo e sempre quando sono bevibili, poiché una temperatura troppo alta sottrae al miele gran parte delle sue proprietà.
Esistono molti tipi di miele, differenti per colore, aroma e cristallizzazione; la varietà dei mieli dipende dalla fonte da cui proviene il nettare, dalla zona di produzione e dalle variazioni meteorologiche.
Il miele si conserva molto bene ma è importante non lasciarlo invecchiare troppo per evitare la perdita di proprietà e caratteristiche organolettiche. La conservazione massima consigliata è di due anni.

Il miele è stato considerato nei secoli come un vero e proprio farmaco, da utilizzare in diverse occasioni per la prevenzione e la cura di piccoli disturbi di salute, quando ancora i medicinali a cui siamo attualmente abituati non esistevano.

La scienza negli ultimi anni ha deciso di trovare conferme alla sua efficacia. Chi per ragioni etiche non lo consuma, può sostituirlo con il malto, di consistenza e di sapore piuttosto simile, negli usi di cucina e come dolcificante. Coloro che invece decidono di inserirlo nella propria alimentazione, dovrebbe sempre esprimere la propria preferenza verso miele biologico e grezzo, che non abbia cioè subito lavorazioni industriali tali da privarlo delle sostanze nutritive che lo compongono e dalle quali potrebbero trarre beneficio per la propria salute.
Bisogna inoltre tenere conto di come alcuni pediatri preferiscano vietare che venga somministrato miele ai bambini di età inferiore ad un anno, per il pericolo di eventuali infezioni dovute alla possibile presenza della tossina botulinica, per scongiurare il rischio della comparsa di reazioni allergiche e per evitare di abituare precocemente i piccoli al sapore dolce, un fattore che potrebbe influenzare le loro scelte alimentari in futuro.
Ecco alcuni casi in cui la scienza ha potuto esaminare gli effetti benefici del miele sull'organismo.
1) Sedativo della tosse
Secondo gli studi effettuati da parte degli esperti della Tel Aviv University, il miele può essere considerato come un sostituto dei comuni sciroppi per la tosse e somministrato la sera prima di coricarsi nella dose di un cucchiaino, come se si trattasse di un vero e proprio farmaco. I medici hanno potuto rendersi conto nel corso di una simile sperimentazione di come esso possa essere realmente efficace nel sedare la tosse, senza bisogno di ricorrere ad altri medicinali.
2) Proprietà antibiotiche
Le proprietà antibiotiche del miele applicato sulla pelle per uso topico erano ben conosciute da parte della medicina naturale tradizionale, ma furono presto dimenticate da molti con l'arrivo della penicillina e di pomate farmaceutiche per la cura di ustioni ed abrasioni. Secondo uno studio effettuato in Nuova Zelanda, il miele, con particolare riferimento alla varietà "Manuka", conterrebbe una quantità di perossido di idrogeno che ne renderebbe benefica l'applicazione come antibiotico e disinfettante su piccole lesioni della pelle.
3) Proprietà antinfiammatorie
Tra le proprie numerose caratteristiche ritenute benefiche per la salute, il miele presenta inoltre delle proprietà antinfiammatorie che rendono la sua applicazione adatta in caso di punture di insetti, con particolare riferimento alle punture di zanzara. Le proprietà antinfiammatorie del miele permetterebbero infatti di alleviare il prurito ed il rossore provocato dal contatto degli insetti con la nostra pelle.
4) Contenuto di antiossidanti
Il miele è considerato come un alimento funzionale ricco di polifenoli, degli antiossidanti naturali che possono aiutare il nostro organismo nella prevenzione di numerose malattie e nel rallentare i processi di invecchiamento che lo coinvolgono con il trascorrere del tempo. Il miele è ritenuto in grado di proteggere l'organismo umano dall'azione svolta dai radicali liberi e di giovare inoltre alla salute del cuore.
5) Curativo per l'acne
Secondo alcune ricerche preliminari che dovranno essere approfondite, il miele potrebbe possedere delle proprietà benefiche sfruttabili per la cura degli stati infiammatori della pelle provocati dall'acne, con riferimento alle manifestazioni che si presentano sulla pelle a causa di infezioni dei follicoli sebacei del viso, del petto e della schiena. Gli effetti positivi del miele nei confronti dell'acne potrebbero essere dovute alle proprietà antibatteriche che la ricerca scientifica ha recentemente attribuito ad esso. Tali proprietà curative sarebbero presenti nel miele di varietà "Manuka" e "Kanuka".




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domenica 5 aprile 2015

L' ASTRAGALO

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Astragalus membranaceus (sinonimo di Astragalus propinquus) meglio conosciuto come huáng qí (cinese semplificato: 黄芪; cinese tradizionale: 黃芪) oppure běi qí (cinese: 北芪), huáng hua huáng qí (cinese: 黄花黄耆), è una pianta perenne della famiglia delle Fabaceae, con fiori giallo-pallido e gambi contorti.

L’Astragalus è una pianta erbacea perenne di altezza, a completo accrescimento, da 25–40 cm (membranaceus) a 60–150 cm (mongholicus). Le foglie sono lunghe 3–6 cm, di forma triangolare ovata. Le radici sono di sezione cilindrica e di colore giallo-bruno.

Diffusa in tutte le zone temperate dell’emisfero boreale, la pianta condivide il suo nome anche con un osso del piede, l’astragalo, probabilmente per la forma dei fiori, che somigliano a calcagni

Leguminosa perenne, può raggiungere i 70 cm. di altezza. La radice è flessibile, grande come un dito umano, ed è coperta da una membrana dura e rugosa, di un colore che varia dal giallo al marrone; mentre la polpa al suo interno ha un sapore tenue e leggermente dolce, che ricorda spesso quello della liquirizia. Possiede fusti ramificati, foglie imparipennate, alterne ed ellittiche. I racemi sulla pianta sono in posizione ascellare e il peduncolo della pianta è molto sottile. In cima alla pianta sono visibili i fiori, riuniti in infiorescenze a grappolo. I frutti sono baccelli, che racchiudono i semi.

Alcune specie sono usate come foraggio, mentre altre essudano una gomma detta adragante che ha numerosi impieghi nell’industria alimentare.

Gli erboristi ritengono che i polisaccaridi contenuti nell’erba stimolino il sistema immunitario e in genere rafforzino l’organismo, accelerando il metabolismo, promuovendo la riparazione dei tessuti e aumentando l’energia. Nella medicina cinese l’astragalo è consumato dolce e leggermente caldo. Le indicazioni della medicina cinese sono: debolezza e stanchezza generali, perdita di appetito, eccessiva sudorazione, deficit oppure anormalità del sangue conseguenti a sanguinamenti eccessivi; nell'erboristeria occidentale sono i raffreddori e influenza ricorrenti, AIDS, cancro, stanchezza cronica. L’astragalo è stato usato per secoli nella terapia fu-zheng, che tratta i disturbi rafforzando i meccanismi di difesa naturale del corpo. Il concetto della terapia fu-zheng è stato rececentemente riconosciuto dai ricercatori occidentali, che hanno esaminato gli effetti dell’astragalo sul sistema immunitario dei pazienti con tumore sottoposti a chemioterapia o a radioterapia. Anche se non conclusivi, i risultati di questi studi suggeriscono che l’astragalo ha effetti positivi in questi pazienti. I principi attivi si trovano nella radice disseccata che si presenta in forma cilindrica, in generale senza diramazioni, con lunghezza variabile fino ad un metro e con un diametro fino a 4 centimetri. I composti biologici attivi sono: le saponine triterpeniche, i flavonoidi, i polisaccaridi, ed infine le amine piogene.

Nell’universo della cura naturale dell’astragalo si utilizzano le radici. Queste risultano ricche di molti principi attivi, tra qui le saponine astragalosidi, gli isoflavoni come la calicosina e la formonoletina, ammine biogene, polisaccaridi e flavonoidi. Queste caratteristiche ne conferiscono un potere antinfiammatorio e immunostimolante, molto indicato per le affezioni delle vie respiratorie stagionali, quindi in inverno per il trattamento di influenze e raffreddori. Inoltre pare che la pianta presenti delle specifiche peculiarità antiretrovirali nonché antineoplastiche, specificate nel rafforzamento dell’azione dei linfociti T, al momento tutt’ora al vaglio della scienza medica.
Così come ogni rimedio naturale, l’assunzione di astragolo non dovrebbe mai avvenire con superficialità. Prima di spiegarne gli usi, perciò, si raccomanda di chiedere un parere al proprio medico curante anziché lanciarsi nell’automedicazione, così da vagliarne effetti indesiderati e possibili interazioni con altri trattamenti farmacologici in corso.
L’astragalo è da sempre un’ingrediente fondamentale della medicina tradizionale cinese, proprio perché i suoi effetti contro le infezioni delle vie respiratorie sono conosciuti sin dai tempi antichi. Negli ultimi anni, tuttavia, si sta cercando di comprendere come ricorrere alle radici per la definizione di nuove terapie e rinnovate categorie di farmaci, sia nel trattamento degli stadi influenzali che di patologie più temibili come neoplasie e HIV. Di seguito, gli impieghi più comuni:

Raffreddore e influenza: stimolando naturalmente la risposta dei linfociti T e degli indispensabili linfociti NK, quelli definiti “natural killer”, il rimedio si rivela efficace in tutte le più comuni infezioni virali. Può garantire un immediato sollievo a un naso colante per il raffreddore, ma anche aiutare la remissione da una brutta influenza: supporta infatti il sistema immunitario, rendendolo meno vulnerabile agli attacchi esterni;
Neoplasie e immunosoppressione: sebbene questa tipologia di ricorso non sia ancora stata standardizzata, si ipotizza che il ruolo sul sistema immunitario possa essere di supporto al trattamento delle neoplasie, poiché aiuterebbe a ridurre gli effetti collaterali di terapie chemioterapiche e affini. Allo stesso modo, si sta vagliando la possibilità che l’astragalo possa essere d’aiuto nei pazienti immunosoppressi – ad esempio nei sieropositivi – grazie all’azione combinata antiretrovirale e stimolante sul sistema immunitario. Come già accennato, non esistono al momento precise indicazioni mediche, quindi l’astragalo non può e non deve essere considerato un sostituto alle attuali terapie riconosciute;
Fegato: il rimedio presenterebbe anche una blanda azione epatoprotettrice, utile per riportare le funzionalità del fegato nella norma a seguito di una patologia o all’assunzione massiccia di farmaci;
Tonico: tradizionalmente all’astragalo è associato un potere rigenerante e tonificante, tale da ridurre lo stress, migliorare il sonno e combattere la stanchezza cronica.
L’assunzione avviene solitamente sotto forma di capsule o comprese, spesso in formulazione d’integratore con l’associazione ad altre piante come il ginseng e la liquirizia.

Effetti farmacologici dell'Astragalo sono di tipo: immunostimolatorio attivazione del RES, induzione dell'alfa e gamma interferone, aumento dell'attività delle cellule T-helper e dell'attività chemiotattica dei macrofagi, inibizione della transcriptasi inversa dei retrovirus e della DNA polimerasi; adattogeno, antinfiammatorio, epatoprotettore, cardiotonico, aumento della motilità spermatica. Studi eseguiti sia in vitro che in vivo hanno confermato l'efficacia dell'Astragalo nella stimolazione del sistema immunitario. Dai dati ottenuti in vitro è stato possibile evidenziare che i polisaccaridi isolati dalla pianta, alla concentrazione di 10 mg/ml, sono in grado di aumentare l'indice di blastizzazione in colture miste di linfociti e la granulopessia dei macrofagi o dei polimorfonucleati. Utilizzando la tecnica nota come local Xenogenic graft-versus-host reaction come test per la funzionalità delle cellule T, gli studiosi hanno scoperto che quelle cellule mononucleari, derivate da pazienti neoplastici, che erano state preincubate con una frazione di polisaccaridi dell'Astragalus membranaceus avevano un significativo incremento dell'attività immunitaria e inoltre ripristinavano la funzionalità delle cellule T depresse nei pazienti neoplastici. Lo stesso tipo di azione immunostimolante è stata evidenziata in vivo su ratti trattati con ciclofosfamide (potente farmaco ad attività citostatica che produce immunodepressione) cui era stata somministrata la stessa frazione di polisaccaridi estratti dall'Astragalo. Dagli studi condotti in vivo sono stati evidenziati l'attivazione del sistema reticolo endoteliale, l'induzione del alfa- e gamma-interferone, aumento dell'attività delle cellule T-helper e della chemiotassi dei macrofagi, oltre che l'inibizione della transcriptasi inversa dei retrovirus e della DNA polimerasi. I polisaccaridi dell'Astragalo mostrano notevole attività immunostimolante nei confronti sia del sistema umorale che di quello cellulo-mediato. La somministrazione orale di un estratto acquoso di Astragalo eseguita su 1000 soggetti è stata in grado di diminuire l'incidenza e ridurre il decorso delle comuni malattie da raffreddamento. In questi soggetti in effetti, dopo due mesi di somministrazione orale dell'estratto si è riscontrato un incremento dei livelli di IgA e IgG. La radice di Astragalo ha numerose altre attività oltre a quella immunostimolante: ha effetto cardiotonico inotropo positivo, epatoprotettivo, antibatterico, adattogeno e antinfiammatorio. Inoltre è in grado di aumentare la funzionalità adreno-corticalica e quindi di innalzare la soglia della resistenza ai fattori di stress. I preparati di Astragalo vengono utilizzati in clinica nel trattamento delle epatiti croniche infatti le saponine in essi contenute provocano l'innalzamento dei livelli sierici di cAMP e promuovono la sintesi del DNA nelle cellule epatiche in rigenerazione, stimolando inoltre la rigenerazione degli epatociti. per dosi orali di 100g di droga/Kg di un estratto acquoso concentrato di Astragalo, somministrati a ratti per 2 giorni, non sono stati evidenziati effetti tossici. Negli ultimi anni sono poi stati sviluppati dei rimedi a base di estratti ricchi in saponine dell’astragalo (gli astragalisidi I, II, III, IV….) che avrebbero evidenziato un’azione di attivazione dell’enzima telomerasi, che è l’enzima che riallunga i telomeri, ossia le parti terminali dei cromosomi che costituiscono il DNA il cui accorciamento è costante con l’avanzare dell’età a causa delle continue replicazioni cellulari e che dopo un certo limite (limite di Hayflick), pari a circa 50 replicazioni cellulari) renderebbe impossibile il rinnovamento cellulare e dei tessuti esponendoli quindi alle note degenerazioni tipiche dell’invecchiamento (e di alcune patologie che lo emulano). L'inibizione di risposte infiammatorie, l'accelerazione della crescita delle cellule basali e l'equilibrata sintesi della matrice extracellulare (ECM) sono importanti nella guarigione di ferite cutanee aperte. Per valutare gli effetti di cicatrizzazione di Astragali Radix (AR) (la radice di Astragalus membranaceus) sono state praticate ferite sul lato dorsale dei ratti sotto anestesia. Estratti con acqua bollente della AR, bagnati in una medicazione in schiuma idrofila, sono state applicate topicamente alle ferite una volta al giorno per 11 giorni consecutivi. Il processo di guarigione è stata valutato con un punteggio macroscopico per misurare la superficie delle ferite aperte. Aspetti molecolari della zona di pelle in via di guarigione sono stati indagati anche tramite l'osservazione istologica che indica la densità delle cellule e l'allineamento lineare del tessuto di granulazione. La AR estrae ed accelera significativamente la guarigione della ferita cutanea da infiammazione sopprimendo e stimolando la crescita delle cellule basali nell'area della ferita rispetto al fattore di crescita epidermico come controllo di positività. La promozione della proliferazione delle cellule basali e l'angiogenesi dagli estratti AR era notevole nei primi stadi della guarigione della ferita determinando una riduzione significativa della durata del processo di guarigione delle ferite.



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venerdì 27 marzo 2015

LA FILIPENDULA ULMARIA

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Pianta erbacea pelosa con rizoma e fusto eretto venato di rosso (circa 1m). Presenta foglie sessili, grandi. Fiori riuniti in infiorescenze ombrelliformi. La droga si ricava dalle sommità fiorite e dal rizoma.

Comune in Europa escluse le coste del Mediterraneo.

Pianta erbacea perenne con radice rizomatosa, strisciante, nodosa.
Le foglie basali sono composte di cinque paia di lobi fogliari ovali, simmetrici sulla nervatura centrale, con una fogliolina terminale trilobata. Lobi grandi si alternano a piccoli. Il margine delle foglioline è decisamente
seghettato con nervature marcate che a prima vista, ricordano molto le foglie dell'olmo. La lamina è coriacea, abrasiva, con superficie inferiore cinerea per tomento abbondante.
Fusti eretti alti fino ad un metro, ramificati, glabri, di colore bruno o rosso vinoso, recanti alla sommità una pannocchia irregolare e ramificata che, durante la fioritura, assume un aspetto piumoso.
E’ formata da molti fiori piccoli pentameri di colore bianco crema e molto profumati. Il frutto è formato da circa dieci acheni aggregati a spirale.
Fiorisce a luglio.

La spirea ha bisogno, per uno sviluppo ottimale, di abbondanza di acqua. La propagazione viene effettuata
per talea di rizoma prelevando frammenti radicati con gemme da piante madri scelte di campi a fine ciclo,
usualmente nell’autunno.
La coltura a filari consente un adeguato controllo delle infestanti che è necessario soprattutto durante il primo anno di vegetazione in cui la coltura è alquanto rada. Successivamente le piante accestiscono
coprendo il suolo e soffocando le infestanti annuali anche con uno spesso strato di lettiera che si forma per effetto dell’abbondante fogliame senescente che viene depositato ogni anno.
Sono necessarie irrigazioni estive frequenti.

La raccolta viene effettuata alla fioritura asportando solo le sommità fiorite.

La medicina popolare la utilizzava con l'Infuso come bevanda aromatica e depurativa,contro la diarrea, disturbi gastrici, iperacidità,per le distorsioni e contusioni.
In naturopatia ed erboriteria viene utilizzata la tintura madre ricavata dalle sommità fiorite raccolte in estate ed utilizzata nel trattamento dei reumatismi,della ritenzione idrica,la gotta,accumulo di acido urico nel sangue. Usata per insaporire vino, birra e diversi tipi di aceto.

La Filipendula ulmaria contiene delle sostanze chimiche che vengono utilizzate nell'aspirina. Questa sostanza fu scoperta da Karl Jacob Lowig,di Berlino,che riuscì ad isolare l'acido salicidico,che negli anni successivi fu sperimentato dando poi l'idea di creare la nota Aspirina.

Le parti aeree della pianta contengono un olio essenziale ricco di derivati dell’acido salicilico flavonoidi e vitamina C ,acido gallico, acido salicilico, acido tannico, aldeide salicilica, metil s.

La direttiva del Ministero della Salute (dicembre 2010), consente di inserire negli integratori alimentari le sostanze e gli estratti vegetali di questa pianta in particolare cita flos, folium, herba, radix,summitas.
Riferimento per gli effetti : flos, folium, herba, summitas,per il drenaggio dei liquidi corporei e funzionalità delle vie urinarie. Funzionalità articolare. Funzione digestiva. Funzionalità del sistema digerente. Regolarità del processo di sudorazione.

Ricerche scientifiche hanno dimostrato le proprietà di questa pianta che sono uricosurica, antinfiammatoria, diuretica, diaforetica.

Per il suo gradevole odore un tempo veniva sparsa sui pavimenti per profumare gli ambienti.



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venerdì 13 marzo 2015

IL SAETTONE

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Il Còlubro di Esculapio (Zamenis longissimus) o Saettone è un serpente della famiglia dei colubridi.

Il dorso mostra solitamente una livrea uniforme, dal rosato al giallo-verdastro. Il ventre è di colore chiaro. Gli esemplari più giovani sono di colore grigio chiaro, con piccole macchie scure disposte a formare un reticolo. Può raggiungere i due metri di lunghezza, pur mantenendo un andamento agile ed elegante.

È di abitudini prevalentemente diurne, sebbene nei mesi più caldi compaia anche al crepuscolo. Si nutre di piccoli vertebrati come roditori, lucertole e passeracei. Trascorre il letargo in anfratti, incavi dei muri e in tane ricavate nel terreno. Deve il suo nome ad Esculapio, dio greco della medicina, rappresentato con un bastone sul quale è intrecciato un serpente, simbolo della forza vitale che guarisce i mali.

Il Còlubro di Esculapio è reperibile in numerosi stati europei quali Francia, Spagna, Germania, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Ungheria, Bulgaria, Romania, Polonia, Svizzera, Italia, nei Balcani, Russia, Moldavia e Azerbaijan.

L'habitat ideale è rappresentato dai boschi di caducifoglie e aree rurali ricche di vegetazione ma senza umidità. È reperibile dal livello del mare sino, in alcuni casi, a 2000 metri di altitudine.


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lunedì 2 marzo 2015

LIQUIRIZIA : NON SOLO CARAMELLE

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La liquirizia (Glycyrrhiza glabra L., 1758) è una pianta erbacea perenne, alta fino a un metro, appartenente alla famiglia Fabaceae, nonché l'estratto vegetale ottenuto dalla bollitura della sua radice.

Il genere Glycyrrhiza comprende 18 specie di perenni a fioritura estiva, diffuse in Eurasia, Australia e America. G. glabra, quella più usata, è originaria dell'Asia sudoccidentale e della regione mediterranea. Questa pianta è una erbacea perenne rustica, cioè resistente al gelo, e cresce principalmente nell'Europa meridionale in terreni calcarei e/o argillosi. La pianta sviluppa un grosso rizoma da cui si estendono stoloni e radici, lunghi due metri. Della liquirizia vengono usate le radici di piante di tre-quattro anni, raccolte durante la stagione autunnale ed essiccate.

La liquirizia era una pianta importante nell'antico Egitto, in Assiria e in Cina, era già nota nell'antica medicina greca ma solo nel XV secolo è stata introdotta dai frati domenicani in Europa. Come risulta dal primo erbario cinese, in Asia la liquirizia è utilizzata da circa 5.000 anni ed è una delle piante più importanti. I medici cinesi la prescrivono per curare la tosse, i disturbi del fegato e le intossicazioni alimentari.

La liquirizia è utilizzata in erboristeria e nella medicina cinese, in cucina per la preparazione di dolci, caramelle e tisane ed infine è utilizzata come additivo per le sigarette insieme al cacao. La tradizione popolare attribuisce alla radice di liquirizia diverse proprietà farmacologiche: digestiva, antinfiammatoria, depurativa, diuretica e protettiva della mucosa. Le foglie dalle proprietà cicatrizzanti, antibatteriche e antinfiammatorie vanno usate fresche. Antiulcera, emolliente, rinfrescante, espettorante, corticostimolante ed antiflogistica. In commercio la radice può essere trovata in bastoncini da masticare, tagliuzzata per decotti e tisane, in confetti preparati con estratto di liquirizia pura, ridotta in polvere e in succo (estratto nero) come dolcificante e correttivo del sapore nell'industria farmaceutica. L'estratto di liquirizia è diffuso soprattutto in Calabria. Ippocrate la consigliava contro la tosse.

Il principio attivo più importante della liquirizia è la glicirrizina che le conferisce un'azione antinfiammatoria e antivirale. Inoltre è più dolce del saccarosio. La moderna ricerca cerca di trarne vantaggio per nuove prospettive terapeutiche: terapia dell'ulcera, malattie croniche del fegato, e prevenzione di gravi malattie autoimmuni.
Costello e Lynn nel 1950 hanno isolato nella liquirizia un composto steroideo che armonizza la secrezione ormonale, inibendo l'eccessiva produzione di estrogeni. Ha un effetto ormonale di tipo estrogenico.

La liquirizia, comunque, va assunta saltuariamente, facendo attenzione a non superare il dosaggio di mezzo grammo al giorno di glicirrizina (cosa che può capitare assumendo caramelle alla liquirizia o lassativi ricchi di estratti di concentrati di liquirizia). La glicirrizina, infatti, ha effetti collaterali sull'equilibrio dei sali minerali nel corpo; un abuso di liquirizia, quindi, può provocare ritenzione idrica, aumento della pressione (tramite riassorbimento del sodio, e maggiore escrezione di potassio), gonfiore al viso e alle caviglie, mal di testa e astenia. Pertanto le persone predisposte a ipertensione, ad edemi, i diabetici, le donne in gravidanza o in allattamento, devono evitare l'uso prolungato di estratti di questa pianta. Evitare l'uso in caso di epatopatie colestatiche, cirrosi epatica, ipertensione, ipopotassiemia e grave insufficienza renale.

Può aumentare l'eliminazione di potassio provocata da altri farmaci, perdita che provoca ipersensibilità nei confronti dei glicosidi digitalici.

Ricercatori dell'Università di Bologna, guidati da Giorgio Cantelli Forti, hanno però precisato e approfondito le conoscenze sull'estratto di Glycyrrhiza glabra, dimostrando che l'aumento della pressione c'è solo in seguito al consumo di caramelle e dolciumi in cui è contenuta la sola glicirrizina, che è uno dei componenti della liquirizia, ma non se questa è consumata nella sua integrità.

La liquirizia può non essere indicata per alcuni soggetti sensibili al principio attivo, in modo particolare se somministrata a bambini, a persone che hanno superato i 55 anni d'età e a soggetti che ne assumono dosi maggiori di quelle consigliate e per lunghi periodi di tempo.

La Calabria vanta una centenaria tradizione nella produzione di liquirizia. L'azienda Amarelli, fondata da Giorgio Amarelli a Rossano, è tra quelle attive in Europa nella produzione di liquirizia, e utilizza circa 300 lavoratori. Il Museo della Liquirizia, aperto dal 2001, anch'esso unico in Europa, conta circa 40.000 visitatori all'anno e sorge sull'area dell'antico stabilimento agricolo e produttivo.

Anche l'Abruzzo vanta un ottimo quantitativo di produzione di liquirizia: è la seconda regione per produzione; lavora la pianta fin dall'epoca romana, soprattutto ad Atri e dintorni.

Nel mondo arabo è popolarissimo l'estratto di liquirizia diluito in acqua, chiamato sūs (in arabo: ﺳﻮﺱ). I venditori della bevanda indossano un abito multicolore, con un predominante colore rosso, di foggia particolare, con un copricapo a forma di ampio sombrero, con piccoli sonagli appesi al bordo della falda. In Egitto il richiamo ai potenziali clienti è: «ʿerq sūs, yā ḥarranīn (liquirizia, o accaldati)».


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